IL BOTTARELLUM
BLUFF PREFERENZE, MELONI PERDE LA FACCIA PER UN VOTO
“Dimissioni”, “elezioni”. Come dopo un calcio di rigore decisivo sbagliato durante una
partita dei Mondiali, parte il coro da stadio. Ma siamo nell’emiciclo della Camera, che festeggia con un boato la votazione – 188 voti contrari, 187 a favore – che affossa a scrutinio segreto l’emendamento di Galeazzo Bignami, voluto da Fratelli d’Italia e presentato con Noi Moderati e Udc, con le finte preferenze (capilista bloccati, voti di preferenza nei listini, nessuna alternanza di genere). L’opposizione in blocco era composta da 153 deputati: quindi i franchi tiratori sono almeno 35. Ma chi ha tenuto il pallottoliere per tutto il giorno nel centrosinistra, dice che sono di più, almeno 45. Mentre le cifre che cominciano ad arrivare dal centrodestra sono più basse. Francesco Lollobrigida, che è stato tutto il giorno in Transatlantico a trattare e controllare, ne quantifica 27. Mentre Galeazzo Bignami grida “vergogna” alle opposizioni che non ci avrebbero messo la faccia, i leader del centrosinistra si precipitano fuori, al sit-in di fronte a Montecitorio. Ma gli occhi sono già puntati verso Palazzo Chigi.
Si aspetta la reazione della premier, che arriva alle 20:40, su Facebook: “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto”. Poi punta il dito contro il centrosinistra. Una strategia che era chiara già dal pomeriggio: “Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro”. L’affondo più pesante è quello verso i suoi: “Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci”. Il post lascia aperte più strade. Anche quella di salire al Colle, già oggi, e ragionare sulle dimissioni. La tentazione di andare al voto è fortissima. La minaccia è già sul tavolo. In questo clima, il Tajani che si affanna a dire che il governo va avanti appare un dettaglio. O un’ammissione di colpa.
Riavvolgendo il nastro. La giornata inizia in sordina. In molti sono pronti a giurare che non succederà niente, che in fondo le preferenze riguardano solo i due partiti grandi, FdI e Pd. Ma poi ci sono due indizi. Le opposizioni compatte chiedono che la riforma sia votata integralmente a scrutinio segreto. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, ne ammette 114, di voti così. Lega e FI assicurano il loro sì al testo di Bignami. “Sembra una farsa”, si commenta nei corridoi. Tanto più che gli azzurri sono marcati stretti per tutto il giorno da Tajani. Ma che le cose non vadano benissimo si capisce dal post di Meloni nel primo pomeriggio. “Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto”. Le mani avanti. Non aiuta la tranquillità il fatto che la ministra Casellati invece di essersi rimessa all’aula, abbia dato parere favorevole all’emendamento. In aula c’è mezzo governo. Un attimo prima di aprire la votazione, il deputato vannacciano Domenico Furgiuele avverte: “Votiamo a favore, ma le preferenze non sono queste”. Avvertimenti. Poi lo show down e i cori in aula. Si cercano i traditori. Occhi puntati su Forza Italia (addirittura l’80% del gruppo, secondo qualcuno) e poi sulla Lega e persino FdI. C’è chi racconta di aver sentito Maria Elena Boschi dichiarare il voto a favore di Iv. Veleni: va detto che lei in aula si scaglia contro la legge. Ma soprattutto parlano gli atteggiamenti della maggioranza.
Bignami fa un comizio in Transatlantico, Lollobrigida esce da un corridoio laterale e prova a teorizzare che non si tratta di una manovra organizzata, ma di scelte singole. Un capannello tra Tajani e lo sherpa sulla legge elettorale di FI, Benigni, racconta che si cercano i colpevoli. Una deputata leghista protesta: dice il suo voto non è stato registrato. La capigruppo in serata decide di andare avanti sulla legge. “Significa che Meloni non farà nulla”, scommette qualcuno. Un po’ troppo. Di certo, giurano in molti, “la legge elettorale è morta”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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