Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
GIÀ NEL 2020 DALL’OPPOSIZIONE IL SUO FEDELISSIMO, IL BISTECCHIERE DELMASTRO, RIVENDICAVA L’IMPEGNO AFFINCHÉ IL GOVERNO CONTE II NON TOCCASSE LA MAXI-DETRAZIONE FISCALE
«Ho presentato un emendamento in cui chiedo al governo di prorogare il Superbonus
110 per cento sino al 2025. Fratelli d’Italia dalla parte di imprese e famiglie!». Il post (con tanto di foto personale), datato 27 novembre 2020, porta la firma Andrea Delmastro, all’epoca deputato di Fratelli d’Italia all’opposizione del Conte II.
Sulla propria pagina social annunciava, quindi, una proposta ad hoc per dare seguito alla misura introdotta dall’esecutivo. Per la serie: chi lo ha introdotto, non pensi di toglierlo.
Anche sul Superbonus, dunque, il partito Giorgia Meloni ha fatto un’inversione a U: ieri, giovedì 22 aprile, la presidente del Consiglio lo ha definito «la sciagurata misura della sinistra e del Conte II» che non avrebbe consentito di far scendere sotto il 3 per cento il rapporto deficit/Pil. Lasciando l’Italia in procedura di infrazione.
Quella di Delmastro non era infatti una fuga solitaria. Anzi: nel tempo Fratelli d’Italia ha sempre perorato la causa del Superbonus. Anche attraverso la sua leader. «Siamo pronti a tutelare i diritti del superbonus e a migliorare le agevolazioni edilizie», scriveva Meloni, nel settembre 2022, sul sito personale, postando un video-elogio al Superbonus: «È una misura nata con intenti lodevoli. Rinnovare il nostro patrimonio edilizio in funzione della transizione ecologica».
Da lì partiva la critica alle successive modifiche fatte alla norma. Ma nessun anatema scagliato verso la presunta “devasta conti pubblici”. C’era al contrario il riconoscimento all’iniziativa avviata dal governo Conte II e la rivendicazione del suo partito di voler essere vicino alle famiglie e alle imprese. Proprio come faceva Delmastro due anni prima.
Solo alla fine di quel video, Meloni parlava di voler conservare l’impianto del bonus, con il ritocco per portarlo all’80 per cento.
La galleria di posizioni pro-Superbonus è del resto lunga. Agli atti c’è una dichiarazione dal responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, rilasciata nel novembre 2021, alla trasmissione Rai Agorà, e rilanciata dal sito del partito: «Fratelli d’Italia è favorevole al mantenimento del Superbonus, ma è un provvedimento che va sicuramente migliorato così come vanno semplificate le
procedure per accedervi. Mettere tetti, limiti e cavilli scoraggia le persone, rendendo la misura accessibile solo a una minoranza di tecnici e caparbi». […]
Insomma, nonostante fosse all’opposizione, Fratelli d’Italia non hai manifestato dubbi sul Superbonus. Agli atti non ci sono barricate e ostruzionismo parlamentare, bensì emendamenti per proroghe e salvaguardia della misura.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL SENATORE RENZIANO ENRICO BORGHI: “CI SAREBBE DA INTERROGARSI SE SI TRATTI DI SEMPLICE SCIATTERIA O DI VOLONTÀ. VI SIETE SCAVATI IL BUCO CON LE VOSTRE MANI E CI SIETE FINITI DENTRO. IL PROBLEMA È CHE CI È FINITO IL PAESE”
“Eurostat ha confermato il rapporto deficit pil dell’Italia al 3,1%. Questo congela qualsiasi tipo di iniziativa, di spazio di manovra e di capacità di intervento.
Ci sarebbe da interrogarsi se si tratti di semplice sciatteria o di volontà, perché in termini assoluti lo 0,1% di scostamento vale 679 milioni di euro, esattamente il costo dei cpr in Albania. Vi siete scavati il buco con le vostre mani e ci siete finit
dentro. Il problema è che ci è finito il Paese”. Lo dice il senatore di Italia viva, Enrico Borghi, vicepresidente del partito, intervenendo in Aula sul decreto carburanti.
“Mi chiedo cosa accadrà adesso con il programma Safe, visto che non sarà possibile accedere a quei fondi, come in quest’aula avevano annunciato i ministri Giorgetti e Crosetto. Dove è finita la politica economica di questo Paese? – aggiunge – E’ necessario riaggiornare la nostra agenda di lavoro e di discussione perché siamo di fronte a errori clamorosi di questo governo, costretto a fare i conti con un suo autogol”.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
PIU’ SALE IL NUMERO DEI PARTECIPANTI AL VOTO PIU’ SCHLEIN SCENDE E SILVIA SALE, MENTRE CONTE RESTA FERMO ALLA STESSA PERCENTUALE
Se si svolgessero le primarie, la segretaria del Pd batterebbe Giuseppe Conte (fino a non
troppo tempo fa dato come favorito) e Silvia Salis, la sindaca di Genova individuata da alcuni come possibile federatrice di un’alleanza che tenga dentro anche la quota centrista della sinistra.
§È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouTrend per SkyTG24, che assegna a Schlein il 41% delle preferenze tra gli elettori del campo largo che sicuramente voteranno e il 36% tra quelli che probabilmente lo faranno.
Il sondaggio offre anche una panoramica generale della fiducia nei leader politici. Giorgia Meloni è in calo, al 33%
Chi vince le primarie nel campo largo
Il quesito, rivolto specificamente agli elettori del campo largo sicuri di andare a votare, restituisce un risultato molto netto: Elly Schlein stacca tutti e conquista il 41% delle preferenze. La competizione per il secondo posto è più serrata. Giuseppe Conte si ferma al 26%, superando di un solo punto Silvia Salis, che sorprende con un solido 25%.
Finora infatti la sindaca ha escluso l’ipotesi primarie, che a suo giudizio sarebbero divisorie, limitandosi a dire che se le chiedessero di scendere in campo come “un anti-Meloni” lo “prenderebbe in considerazione”.
Tra coloro meno sicuri di andare a votare, la leader del Pd resta in testa con il 36%. Sale Salis cresce al 29% contro il 26% di Conte.
Più in fondo: Ernesto Maria Ruffini del gruppo civico Più Uno, tra il 3% e il 4%; un possibile candidato scelto tra le fila di Alleanza Verdi-Sinistra, tra il 5% e il 3%, e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, all’1%.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
CAMPO LARGO AVANTI
Situazione i assestamento dopo gli scossoni nelle rilevazioni delle settimane successive al referendum costituzionale. Con la sfida tra centrodestra e campo largo che si mantiene su un livello di sostanziale parità, in attesa che si chiarisca la questione del candidato premier dell’opposizione.
Questo in sintesi quanto emerge dalla supermedia Agi/Youtrend di questa settimana.
L’analisi degli scostamenti parla, dunque di una stabilizzazione rispetto ai valori visti la scorsa settimana, e di una conferma di alcuni trend già individuati: lo stabilizzarsi di FdI intorno al 28% (stesso dato delle Europee); il lieve calo di Forza Italia; la piccola crescita della Lega; la conferma di Futuro Nazionale, ormai stabilmente sopra il 3%.
Questa, nel dettaglio, la Supermedia
Liste:
FdI 28,2 (+0,1) Pd 22,4 (-0,2) M5S 12,8 (+0,1) Forza Italia 8,3 (-0,3) Lega 7,3 (+0,1) Verdi/Sinistra 6,2 (-0,2) Futuro Nazionale 3,5 (+0,2) Azione 3,0 (=) Italia Viva 2,6 (+0,3) +Europa 1,5 (=) Noi Moderati 1,1 (+0,1)
Questa la Supermedia coalizioni 2026:
Campo largo 45,3 (-0,1)
Centrodestra 44,9 (=)
Futuro Nazionale 3,4 (+0,2)
Azione 3,0%
Altri 3,4
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
UN FATTO INSOLITO, VISTO CHE SU QUEL CANALE IL CALCIO NON SI VEDE DA DIECI ANNI,.. GIORDANO, INSIEME A DEL DEBBIO, È UNO DEI “DISSIDENTI” DEL BISCIONE RISPETTO ALLA SVOLTA MODERATA DI MEDIASET (E DI FORZA ITALIA). SABATO SCORSO, IL GIORNALISTA ERA ALLA MANIFESTAZIONE LEGHISTA A FAVORE DELLA REMIGRAZIONE, OSTEGGIATA DAGLI AZZURRI
Fuori dal coro balla la Liga e salta un turno. Il 10 maggio il programma di Mario
Giordano su Rete4 non andrà in onda: colpa dell’acquisto dei diritti della partita Barcellona-Real Madrid, che Mediaset trasmetterà in chiaro al suo posto
Non una gran notizia per Giordano, reduce con il collega Paolo De Debbio da giornatine movimentate nel rapporto coi Berlusconi.
Se fino a qualche tempo fa sarebbe apparso un normale cambio di programmazione, oggi viene naturale ragionare sul contesto politico, vista l’aria che si respira a Cologno Monzese. Due dei principali volti dell’informazione – Del Debbio e Giordano appunto – di recente hanno infatti espresso posizioni in forte dissenso con la linea della famiglia Berlusconi.
Il primo a smarcarsi è stato il conduttore di Dritto e rovescio, che sulla pagina della Verità ha criticato la decisione di Marina Berlusconi di convocare Antonio Tajani negli uffici del Biscione
Giordano invece sabato scorso ha partecipato alla manifestazione “Padroni a casa nostra” organizzata dalla Lega in piazza del Duomo, a Milano, attorno al concetto di remigrazione e contro le regole economiche e ambientali dell’Europa. La mobilitazione è stata contestata da Forza Italia, che lo stesso giorno ha messo in piedi un sit-in per raccontare “il valore e il contributo delle seconde generazioni”.
La famiglia Berlusconi si è mossa per sostenere la contro-manifestazione, con interventi prima di Marcello Dell’Utri (“sarebbe piaciuta a Berlusconi”) poi della nuova capogruppo in Senato Stefania Craxi e di altri dirigenti. Dal palco leghista, Giordano ha rivendicato il diritto a quella piazza: “Qualcuno voleva che questa bellissima piazza non ci fosse. Sono qui perché amo la libertà di dire anche parole che sembrano proibite come remigrazione”.
Si arriva così alla partita. Mediaset ha acquistato mesi fa i diritti per alcune sfide della Liga, il campionato spagnolo. Lo scorso ottobre la partita d’andata fra Real Madrid e Barcellona si è giocata nel pomeriggio ed è andata in onda su Italia 1. Il 10 maggio si gioca il ritorno, che potrebbe anche essere decisivo per la vittoria del titolo.
Ai piani alti del Biscione nessuno parla di decisione politica, ma di una scelta commerciale quasi obbligata: su Italia 1 è prevista l’ultima puntata di Zelig, da preservare, mentre la partita, da cui pure si attendono buoni ascolti, non è pensata per una prima serata di Canale
Ci sarebbe il canale 20, dove in passato Mediaset ha trasmesso diverse partite, ma
l’azienda ha preferito Rete 4, anche se il calcio da quelle parti non si vede da dieci anni. Alla fine paga Fuori dal coro, quindi, anche se Giordano e i suoi giornalisti dovrebbero recuperare la puntata persa a fine stagione, col caldo estivo. Per loro fortuna, i diritti dei Mondiali li ha la concorrenza.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA GIURIA DELLA BIENNALE, QUANDO IL TAPPULLO E’ PEGGIORE DEL BUCO: “ISRAELE E RUSSIA, I CUI LEADER SONO ACCUSATI DI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, SARANNO ESCLUSI DAI PREMI DELLA MOSTRA”
La Giuria internazionale della Biennale Arte di Venezia “si asterrà dal considerare quei Paesi, i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale”.
Lo annunciano la presidente Solange Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi: anche Russia e Israele saranno esclusi dalla competizione per i Leoni d’Oro e d’Argento.
“In questa edizione della Biennale desideriamo dichiarare l’intenzione di esprimere il nostro impegno per la difesa dei diritti umani nello spirito del progetto curatoriale di Koyo Kouoh” spiega la Giuria.
“Noi, componenti della Giuria internazionale di In Minor Keys, 61/a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, siamo onorate di essere state selezionate per questo ruolo da Koyo Kouoh, direttrice artistica. Siamo state coinvolte a contribuire al suo progetto designando gli artisti per il Leone d’oro e d’argento tra centodieci artisti selezionati da Kouoh per l’Esposizione.
Nello svolgere questo compito, riconosciamo anche il lavoro del team curatoriale composto da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayi” spiegano la presidente Solange Farkas e le componenti della Giuria internazionale Zoe Butt, Elvira Dyangani Os, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi.
“Come componenti della Giuria, abbiamo anche una responsabilità nei confronti del ruolo storico della Biennale, come piattaforma che collega l’arte alle urgenze del suo tempo. Comprendiamo la complessa relazione tra la pratica artistica e la rappresentazione dello Stato/Nazione che fornisce la struttura centrale della Biennale di Venezia, in particolare il modo in cui tale relazione lega il lavoro degli artisti con le azioni degli Stati che loro rappresentano” sottolineano su e-Flux Notes.
“Con ciò, siamo solidali nell’abbracciare la dichiarazione curatoriale di Koyo Kouoh: ‘Nel rifiutare lo spettacolo dell’orrore, è giunto il momento di ascoltare le tonalità minori, di sintonizzarsi sottovoce sui sussurri, sulle frequenze più basse; per trovare le oasi, le isole, dove è salvaguardata la dignità di tutti gli esseri viventi'” concludono.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA COMMISSARIA E’ JENNY PARIDO, SENZA ALCUNA ESPERIENZA NEL SETTORE MUSEALE, IL CUI IMPIEGO PIÙ RECENTE È STATO QUELLO DI PROPRIETARIA DI UN NEGOZIO DI CIBO PER ANIMALI. IL CURATORE E’ JEFFREY USLIP ACCUSATO DI INSENSIBILITA’ RAZZIALE PER UNA MOSTRA IDEATA 10 ANNI FA – SENZA CONTARE ALMA ALLEN, UNO SCULTORE AMERICANO POCO CONOSCIUTO CHE VIVE IN MESSICO
Per quasi un secolo, la partecipazione degli Stati Uniti alla più importante mostra d’arte
del mondo, la Biennale di Venezia, ha seguito uno schema noto: un gruppo di importanti direttori di musei o curatori proponeva progetti che coinvolgevano i migliori artisti del Paese.
Come molte tradizioni, sotto la seconda amministrazione Trump anche questa è stata stravolta. I veterani del mondo dell’arte sono fuori gioco.
Al loro posto: un’organizzazione no profit fondata da pochi mesi e guidata da Jenny Parido, il cui impiego più recente è stato quello di proprietaria di un negozio di alimenti di lusso per animali domestici a Tampa, in Florida.
Parido, 37 anni, che non ha alcuna esperienza nel settore museale, si affida alla competenza di Jeffrey Uslip, un curatore indipendente che ha lasciato il mondo dei musei dieci anni fa dopo che una mostra da lui organizzata era stata criticata per insensibilità alle tematiche razziali. A sua volta, Uslip si affida all’artista che ha selezionato per rappresentare gli Stati Uniti: uno scultore americano poco conosciuto che vive in Messico di nome Alma Allen. Oltre una dozzina di ex curatori ha dichiarato ai media che con queste scelte il governo mina la credibilità del Padiglione.
Secondo Robert Storr, ex preside della Yale School of Art e primo americano a curare la Biennale di Venezia nel 2007, «la gente si chiederà: è questo il meglio che siamo riusciti a fare?». Un portavoce della Casa Bianca, Davis Ingle, dichiara invece che «Il Dipartimento di Stato è orgoglioso di mettere in mostra l’eccellenza americana attraverso la visione di Alma Allen, talentuoso scultore autodidatta che incarna la grandezza del sogno americano».
Non è la prima volta che Uslip si trova sotto i riflettori. Quasi un decennio fa, in qualità di curatore capo del Contemporary Art Museum di St. Louis, organizzò una mostra di Kelley Walker che includeva immagini di afroamericani durante le proteste per i diritti civili: l’artista le aveva serigrafate con cioccolato bianco e
fondente spalmato. Sia il museo che l’artista si scusarono in seguito a accuse di razzismo.
Uslip è poi tornato nel mondo dell’arte come curatore del Padiglione di Malta alla Biennale di Venezia del 2022. Sia Uslip che Parido hanno rifiutato di rispondere alle domande del New York Times dopo aver inizialmente accettato un’intervista tramite un portavoce. Non hanno voluto dire come si sono conosciuti, né quanto fossero pagati per lavorare a una mostra parzialmente finanziata dai contribuenti. Ci sono poche aspettative che l’American Arts Conservancy possa coprire il costo del Padiglione, che ha raggiunto 5,8 milioni di dollari nel 2024 per la mostra di Jeffrey Gibson.
Nei documenti costitutivi dell’organizzazione, stimava di poter raccogliere 150.000 dollari quest’anno, con quasi il 73% di tale somma destinata a stipendi, salari e onorari professionali.
L’American Arts Conservancy non ha risposto alle domande sulle sue finanze o sulla strategia di raccolta fondi. Ma i post sui social media mostrano che ha fatto affidamento sui funzionari di Trump per ottenere sostegno; inoltre, non ha mai contattato i tradizionali finanziatori del Padiglione, tra cui la Ford Foundation e la Andrew W. Mellon Foundation, secondo quanto riferito da tali organizzazioni. Ha invece raccolto sostegno partecipando a un vertice culturale alla Casa Bianca e incontrando gruppi conservatori.
La signora Parido ha descritto il Padiglione come “pro-America” e quindi è stato sorprendente quando l’American Arts Conservancy e il Dipartimento di Stato hanno annunciato che Allen avrebbe rappresentato gli Stati Uniti. Non era la scelta più ovvia per rappresentare l’ideologia “America First”: Allen è emigrato in Messico nel 2017 e si affida a uno staff messicano per realizzare le sue sculture. L’artista sostiene di aver accettato l’incarico nonostante non avesse mai sentito parlare di Uslip o Conservancy. «Avere l’opportunità di esporre al padiglione e rappresentare l’America — c’è un grande potere in questo», ha detto in un’intervista e ha aggiunto di non aver mai incontrato «nessuno nell’orbita di Trump».
Al Padiglione, Allen si concentra su ciò che può controllare: la sua arte. «Non credo che il mio lavoro sia politico in senso partitico», dice. All’esterno dell’edificio ha collocato un gigantesco occhio di bronzo montato sulla parete esterna: un simbolo visivo che secondo lui può essere interpretato in diversi modi, in senso ottimistico come simbolo di protezione divina, come l’Occhio della Provvidenza, in senso negativo come espressione di costante sorveglianza. «È un occhio che osserva l’edificio», dice «Penso che le persone dovranno giudicare da sole».
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IN RUSSIA È IN ATTO UNO SCONTRO TRA DUE SCHIERAMENTI AL CREMLINO, I FALCHI INTENZIONATI A UN NUOVO GIRO DI VITE TRA CENSURA DI INTERNET E INCRIMINAZIONI A EDITORI E SCRITTORI, E I PUTINIANI “MODERATI”
Bisognerà farci l’abitudine. Sono tempi grami per la propaganda russa, almeno in patria. I russi guardano sempre meno i talk-show a senso unico e scelgono sempre più spesso gli show di intrattenimento.
Secondo l’analisi della società di sondaggi Mediascope, che si basa sugli indici d’ascolto della televisione russa relativi al 2025, circa la metà dei programmi che noi occidentali definiamo di propaganda non rientra più tra le cento trasmissioni più popolari del Paese.
Prendiamo ad esempio il celebre Vladimir Soloviev. Il suo salotto quotidiano con ospiti variopinti va in onda sul canale Rossija cinque giorni alla settimana, ma ormai solo le puntate domenicali entrano nella seconda metà della top-100.
Nel 2025, ha fatto la sua apparizione tra i primi venti programmi più visti della giornata solo sette volte. Il numero dei suoi spettatori è calato dal 2% di share dell’inizio 2025 all’1,6% di oggi, e stiamo parlando di una potenziale platea di 120 milioni di utenti.
Nel 2022, quando cominciò la guerra in Ucraina, i suoi numeri erano ben diversi, il doppio di quelli odierni.
Non si tratta di una questione di audience. È un problema politico. Alle minacce di bombardare Parigi, Roma e Berlino o di nuclearizzare l’Europa intera, non crede quasi più nessuno. Soloviev ha un conto aperto con l’Italia, per via delle sue ville giustamente confiscate.
Ma l’intemerata contro Giorgia Meloni arriva in uno dei suoi momenti più bassi di popolarità, e l’inasprimento dei toni non ha riguardato solo la nostra presidente del Consiglio, ma anche Emmanuel Macron, che due sere prima degli insulti alle nostre istituzioni era stato gratificato di pesanti allusioni sulle sue tendenze sessuali.
Quando conosci una sola canzone, per attirare l’attenzione non puoi fare altro che alzare il volume. Non è un caso che l’unico propagandista che fa ancora ascolti di tutto rispetto sia il vecchio Dmitrij Kiselev con la striscia domenicale «Vesti nedeli».
La ragione del successo, che ha pure conosciuto una flessione, dal 5,4% del gennaio 2025 al 4,8 di gennaio 2026, è dovuta al suo curriculum.
Amico fidato del presidente Vladimir Putin, ed ex oligarca, non è considerato come un semplice megafono amplificato del presidente, ma come la sua voce più o meno ufficiale, per quanto anch’essa strillata.
Dev’essere per questo, per una irrilevanza sempre più marcata in madre patria, che le parole di Soloviev e la risposta di Giorgia Meloni non hanno trovato grande spazio.
Nessun commento dalle istituzioni. Solo una scarna replica della ben nota Maria Zakharova, che con un certo distacco ha definito «opinioni personali» le parole del conduttore televisivo. Anche il Moskovskij Komsomolets , quotidiano di riferimento dei falchi di guerra, ha dato prova di insolita prudenza.
«Soloviev, noto per le sue elucubrazioni provocatorie, ha suscitato una brusca reazione delle autorità italiane». Ma in fondo, la funzione primaria di Soloviev è sempre stata quella di far apparire il suo datore di lavoro come un sincero moderato. Quanto a noi, l’esenzione speciale dovuta all’amore per il nostro Paese è caduta da un pezzo. L’argine è stato rotto nel novembre del 2024 dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, quando disse che l’Italia era un «nemico». In questo continuo gioco a rimpiattino tra propaganda violenta e immagine di buon padre ragionevole, poche settimane dopo, Putin espresse invece affetto per l’Italia: «Nonostante tutto», disse durante la conferenza stampa di fine anno, «sentiamo che nella società italiana c’è una certa simpatia per la Russia, così come noi abbiamo una certa simpatia per l’Italia».
Ma intanto il potente Lavrov continua a picchiare. A luglio del 2025 viene inserito il nome del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una nutrita sezione del sito del suo ministero intitolata «Esempi dell’uso di un linguaggio dell’odio nei confronti della Russia».
A ottobre, sempre il suo ministero accusa Italia, Germania e Giappone di «giustificare il fascismo»; a novembre la portavoce degli Esteri Zakharova auspica «il crollo dell’Italia intera» se continuerà a finanziare l’Ucraina. E il 20 gennaio di quest’anno lo stesso Lavrov dichiara che «i rapporti con l’Italia sono nel loro momento più basso».
Soltanto che gli strilloni di Putin sono sempre meno profeti in patria. Molti russi cominciano a non prenderli più sul serio, a farsene beffe, a cercare mezzi di informazione diversi dalla televisione.
La nuova crociata dei Servizi segreti e del governo contro quel poco di stampa libera che rimane in Russia e contro le vpn che permettono di consultare siti indipendenti e stranieri, si spiega anche in questo modo. Fu così anche ai tempi dell’ultimo Breznev. Poi sappiamo com’è andata a finire.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL SUO SUCCESSORE, PETER MAGYAR, ORA DEVE RISTABILIRE I RAPPORTI CON L’UE
Il doppio segnale è arrivato ieri verso l’ora di pranzo, quando il petrolio russo è tornato
a scorrere nei tubi dell’oleodotto Druzhba.
L’ambasciatore ungherese e quello slovacco hanno dato il loro via libera all’avvio della procedura scritta per approvare definitivamente il prestito da 90 miliardi all’Ucraina e anche il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, quest’ultimo bloccato da due mesi.
L’iter burocratico per adottare le due decisioni si concluderà formalmente soltanto oggi: se nessun governo dovesse sollevare obiezioni – circostanza che più fonti Ue tendono ad escludere – questa sera i leader europei potranno celebrare il doppio “successo” nel primo giorno del vertice informale in programma a Cipro, che si aprirà proprio con un intervento di Volodymyr Zelensky.
Una notizia che servirà a salvare la faccia a un summit nel quale si discuterà molto, ma si deciderà poco. Al tavolo non ci sarà Viktor Orban che, pur essendo ancora in carica, dovrebbe rinunciare al suo ultimo summit dopo 16 anni ininterrotti al potere. Il primo ministro ungherese uscente ha scelto di non presentarsi da sconfitto, per giunta dopo aver mollato sul dossier Ucraina. Ma il suo governo non considera il via libera al maxi-prestito e alle sanzioni come una resa: al contrario, è stato rivendicato come un successo.
Secondo il governo ungherese, i flussi di petrolio sono ripresi a circolare nell’oleodotto Druzhba intorno alle 11.35 di ieri e oggi dovrebbero raggiungere anche la Slovacchia, come ha confermato il ministero dell’Economia di Bratislava.
Per Volodymyr Zelensky, il via libera Ue rappresenta «il segnale giusto» perché consentirà all’Ucraina di avere accesso al maxi-prestito che è fondamentale per le casse pubbliche e in modo particolare per garantire il finanziamento delle spese militari. Il presidente ucraino è ora intenzionato a tornare alla carica su un altro dossier che era stato tenuto in ostaggio dal veto di Orban, ma dietro il quale si erano nascosti anche i dubbi di molti alti governi: il processo di allargamento. Diversi Stati membri si oppongono a una corsia preferenziale per Kiev, ma l’Ucraina non vuole una “membership” di secondo livello.
Oltre alle questioni bilaterali, Zelensky intende riportare al centro dell’attenzione il processo per aprire i negoziati di pace, che di recente è stato offuscato dal conflitto in Iran. Il ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, ha spiegato che l’Ucraina sta
sollecitando l’avvio di colloqui diretti tra Zelensky e Vladimir Putin e ha chiesto alla Turchia di facilitare il dialogo
(da La Stampa)
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