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LA CLASSE DIRIGENTE DI “FUTURO NAZIONALE”: UN PO’ “ZANZARA” E UN PO’ BAR DI STAR WARS: JOE FORMAGGIO ENTRA NEL PARTITO DI ROBERTO VANNACCI

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX CONSIGLIERE REGIONALE VENETO DI FRATELLI D’ITALIA, NOTO PER LE SUE SPARATE CONTRO I NERI E PER LA PASSIONE PER ARMI E CACCIA, È STATO BOCCIATO DAGLI ELETTORI ALLE REGIONALI … ORA VANNACCI È PRONTO A IMBARCARE ANCHE IL LEGHISTA STEFANO VALDEGAMBERI, CON POSIZIONI FILO-PUTINIANE

Per tutti era “il segreto di Pulcinella”. Adesso però il dado è tratto. Certo, manca l’ufficialità, ma che Joe Formaggio abbia chiuso la porta in faccia a Fratelli d’Italia per accasarsi in Futuro Nazionale, il nuovo movimento di Roberto Vannacci, ormai pare evidente. Visto che il suo numero di telefono compare in bella mostra sulla locandina che annuncia il passaggio in città, sabato prossimo, di Vannacci.
L’appuntamento è al civico 7 di viale della Fisica dove ha sede una fonderia e la locandina recita “Incontro con aziende del territorio per un futuro industriale”. Quindi, pare di capire, un incontro a porte chiuse in cui chiamare a raccolta gli imprenditori. E poco sotto, per informazioni, per chi fosse interessato a partecipare, è impresso un numero di cellulare senza riferimenti.
Ai più attenti però non è sfuggito che il numero corrisponde a quello di Formaggio. È l’indizio decisivo di una scelta che, come detto, era nell’aria da tempo. Da subito dopo le elezioni Regionali.
Quando Formaggio, vulcanico consigliere regionale uscente, non è riuscito a centrare la rielezione. Una botta, per un risultato personale sotto le aspettative. Con i meloniani che alla fine a Venezia hanno portato il solo Francesco Rucco, sostenuto da Elena Donazzan e Silvio Giovine. Anche in questo caso l’esito è stato sotto le aspettative, non per Vicenza in particolare ma in tutto il Veneto, dove la discesa in campo di Luca Zaia con la Lega e il fatto di non avere il traino di un proprio candidato governatore, ha portato FdI ad ottenere un risultato poco brillante. Chiusa parentesi.
Formaggio, si diceva. Ecco, dopo la sconfitta elettorale è sparito dai radar. Ed evidentemente questi mesi di riflessione solitaria lo hanno portato allo strappo con il partito in cui militava dal lontano 2013, quando FdI era lontanissima dai numeri di oggi. «Passa con Vannacci», la frase che da tempo circolava negli ambienti politici. E lui? Silenzio. Anche ieri i tentativi di avere una sua dichiarazione sono andati a vuoto. Ma, pur in attesa della sua conferma, la notizia c’è tutta: quel numero impresso vale già una conferma.
In Veneto l’altro nome noto è quello del consigliere regionale Stefano Valdegamberi. I primi contatti tra Vannacci e Formaggio risalgono a memoria al 2023 quando il generale andò proprio nel ristorante di Formaggio a presentare il suo contestatissimo libro. Contatti che evidentemente, dopo l’uscita di Vannacci dalla Lega, si sono fatti più insistenti, sino all’avvicinamento definitivo. E tutto sommato non stupisce perché il campo di entrambi è l’estrema destra. Manca solo l’ufficialità. Ma quel numero vale già più di mille parole.
(da agenzie)

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DA DOMANI INIZIA UNA NUOVA VIA CRUCIS PER L’ARMATA BRANCA-MELONI: LO SCANDALO PIANTEDOSI-CONTE È COMUNQUE UNA MINA PIAZZATA SOTTO PALAZZO CHIGI. L’UNICO CHE GODE È MATTEO SALVINI, CHE DA TEMPO SOGNA DI PRE-PENSIONARE IL SUO EX CAPO DI GABINETTO PIANTEDOSI PER TORNARE AL VIMINALE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

PERCHÉ I DONZELLI E LE ARIANNE HANNO LASCIATO SENZA GUINZAGLIO IL GIOVANE VIRGULTO DI ATREJU, MARCO GAETANI? PERCHÉ LA DUCETTA HA PERMESSO UNA TALE BIS-BOCCIA? E SOPRATTUTTO: QUANTO POTRÀ RESISTERE PIANTEDOSI? QUALI RIVELAZIONI E QUANTE INTERVISTE HA IN SERBO LA MESSALINA CIOCIARA? NEI PROSSIMI GIORNI SALTERANNO FUORI MAIL, POST E CONTRATTI CHE POTRANNO ANCOR DI PIÙ SPUTTANARE IL MINISTRO INNAMORATO?

Gesù è risorto, ma per l’Armata Branca-Meloni la Via Crucis potrebbe iniziare da domani.
Dietro lo scandalo Piantedosi-Conte si intravvede una rivalsa sentimentale della giovane donna sedotta e abbandonata dal potentone, che va intrecciarsi a un disegno politico.
Del resto, a chi giova la messa in piazza delle mutande pazze del Viminale? Non certo a una Melona azzoppata dal referendum e con le rotelle del sistema nervoso del tutto fuori controllo, che ha portato alla repentina decapitazione di Bartolozzi, Delmastro e Santanché.
E allora perché i Donzelli e le Arianne di via della Scrofa hanno lasciato senza guinzaglio il ventenne virgulto di Radio Atreju Marco Gaetani, che ha apparecchiato la frittata dell’intervista sul sito di Money.it?
All’interno di Fratelli d’Italia i contraccolpi sarebbero devastanti: chi sceglie ‘sti pischelli così cojoni o così ingenui? Che male abbiamo fatto per meritarci una classe dirigente così incapace
Perché l’Underdog della Garbatella ha permesso una tale bis-Boccia? Il caso Sangiuliano non è bastato? Magari, a Palazzo Chigi erano giunti a un punto di non ritorno e occorreva urgentemente attutire e sopire un botto scandalistico alla Corona, magari arricchito di foto compromettenti, sulla chiacchieratissima liaison, ben nota ai lettori di Dagospia da tre anni?
Ancora: perché la messalina della Ciociaria si è piegata a quella intervista? E’, diciamo così, finita ‘’sotto pressione’’? Ah, saperlo…
Quello che è certo che il benservito è piombato sul collo di Claudia Conte circa due mesi fa e di sicuro non le avrà fatto piacere. La prezzemolona di Aquino avrebbe infatti sbandierato a destra e a manca l’”affettuosa amicizia” con il prefetto arrapato, dopo essersi sentita sciorinare il copione dell’”amour fou” ben impressionato su grande schermo dall’’’Angelo Azzurro” di Joseph von Stenberg (con la seduttrice Marlene Dietrich che strega lo spasimante a pigolare “chichirichì”; quindi “amore eterno”, “figli maschi” e “nessuno ci potrà separare…”).
E non sono pochi gli addetti ai livori che si domandano quanto potrà resistere Piantedosi nel tritacarne mediatico. Finirà come Sangiuliano: dopo averlo difeso di sopra e di sotto, poi la Fiamma Magica costringerà Piantedosi a farsi ‘’confessare’’ da Chiocci al Tg1?
E soprattutto: quali rivelazioni e quante interviste ha in serbo la messalina ciociara? Nei prossimi giorni salteranno fuori mail, post e contratti che potranno ancor di più sputtanare il ministro innamorato?
Comunque, nel Belpaese di Arlecchino in cui la via diritta è un labirinto, il Piantedosi in calore potrebbe anche cavarsela e restare al Viminale, avendo la Fiamma Magica ai suoi piedi il 90 per cento della cosiddetta informazione, con due alleati altrettanto malconci come Lega e Forza Italia.
Certo, il solo e unico che di tale bordello gode, immaginando un Piantedosi ai giardinetti, si chiama Matteo Salvini. Il nemico più intimo di Giorgia Meloni non ha mai nascosto il sogno di far ritorno sulla prima poltrona del dicastero dell’Interno; anzi, è diventato il tormentone preferito che lo liberebbe dal ministero delle Infrastrutture e da quella farsa di chiacchiere che è diventato il Ponte sullo Stret
Ps. Quando le vicende politiche intrecciano quelle amorose, a via della Scrofa perdono la “bussola” e tendono a combinare pastrocchi. È successo con il caso Sangiuliano, prima difeso dalla Meloni (che finì sbugiardata in diretta da Maria Rosaria Boccia: mentre la premier in tv metteva “la mano sul fuoco” che l’influencer di Pompei non aveva avuto accesso a documenti governativi, quella pubblicava su Instagram un documento del G7), e poi mandato ad ammettere la relazione al Tg1, per essere infine costretto a dimissioni
Fu un autogol comunicativo anche la vicenda della deputata ex grillina Rachele Silvestri e la sua misteriosa lettera al “Corriere della Sera”, negoziata dal partito, in cui sosteneva di essere stata “costretta” a fare il test di paternità per suo figlio di soli tre mesi, per la “presunta notizia uscita su qualche organo d’informazione” (ma senza rivelare né il risultato, ne i nomi dei protagonisti).
Qualche giorno toccò ad Arianna Meloni intervenire per fermare il gossip che impazzava. Fu infatti la sorella d’Italia a rivelare, in un’intervista a Simone Canettieri, penna per niente ostile alla Fiamma magica, che il nome che girava tra i palazzi era quello del compagno di allora, Francesco Lollobrigida, smentendo (“Sì, anche questa abbiamo dovuto sopportare, ma abbiamo le spalle larghe. peccato che nessun giornale abbia scritto in maniera chiara una cosa del genere. così saremmo andati in vacanza con i soldi del risarcimento delle querele”). L’anno successivo, in un’altra intervista, rilasciata ancora a Canettieri, Arianna annunciò la separazione da “Lollo”…
(da Dagoreport)

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CINGOLANI OUT: COSÌ PARLÒ FAZZOLARI. L’OFFENSIVA DI FRATELLI D’ITALIA CONTRO L’AD DI LEONARDO: “A DIVIDERE LE FETTE PIÙ GHIOTTE DELLA TORTA È SEMPRE LUI: GIOVANBATTISTA FAZZOLARI, IL PRINCIPE DELLE TENEBRE CHE DALLE SEGRETE STANZE DISTRIBUISCE POSTI E PREBENDE PER CONTO DELLA ‘CAPA’. MA PERCHÉ DOVREMMO FIDARCI DI UNO COSÌ?

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

DICONO LE GOLE PROFONDE CHE IL FIDO ‘FAZZO’ VORREBBE INTRONARE ALESSANDRO ERCOLANI, COUNTRY MANAGER DI RHEINMETALL ITALIA. VI PARE CONGRUO IL SALTO DA UN’AZIENDINA CHE FATTURA 70 MILIONI A UN COLOSSO DA 20 MILIARDI? L’UNICO CRITERIO CHE VALE È LA FEDELTÀ

Come in ogni arietta da fine impero che si rispetti, anche per il potere meloniano arriva il momento di “Incitatus”. Era il famoso cavallo che Caligola, ormai a corto di fiato e di futuro, voleva nominare senatore e addirittura console. Non fidandosi più dei membri del Senato di Roma, il despota capitolino preparava la nomina del quadrupede trattandolo da gran signore: una stalla di marmo, una coperta di porpora e una mangiatoia d’avorio.
Chi saranno i prossimi “Incitatus” dell’imperatrice Giorgia, in questo mesto scampolo di fine legislatura che la vede declinare insieme alla sua corte […]? Tra i danni collaterali della disfatta referendaria c’è anche questo: […] la premier vuole accelerare il rinnovo delle cariche nelle aziende partecipate dallo Stato.
E, stavolta più di sempre, l’unica regola che conta è solo il colore della “maglia”. Così si spiega l’assalto dei Fratelli d’Italia alle poltrone più appetite e riverite
Prima del voto, e nella prospettiva di una vittoria agevole del sì, a Palazzo Chigi sembrava prevalere la regola conservativa, almeno per le magnifiche tre, Eni, Enel e Leonardo: conferma di tutti gli amministratori delegati, e tutt’al più avvicendamenti indolore nelle presidenze.
Dopo il trionfo del no, contrordine camerati: bisogna arraffare e occupare in fretta, prima che venga giù tutto.
Nasce così la becera offensiva dei patrioti su Leonardo, la gallina dalle uova d’oro della difesa tricolore. Nel mirino, oltre al presidente Stefano Pontecorvo, c’è adesso anche il ceo Roberto Cingolani.
Proprio lui, l’ex ministro della Transizione ecologia del governo Draghi, che tre anni fa proprio Meloni fece carte false per portare sulla tolda di comando della ex Finmeccanica, in barba a Guido Crosetto che invece puntava sul suo amico Lorenzo Mariani.
Da allora, Cingolani ha portato in cassa un bel gruzzolo: nel 2025 i ricavi hanno sfiorato i 20 miliardi e il portafoglio ordini ne ha raggiunti 47,3, staccando lauti dividendi di 0,63 euro per azione e confermandosi una dei primi dieci gruppi di difesa integrata al mondo. Il colosso italiano ha staccato sempre ricche cedole: 0,63 euro per azione sull’esercizio 2025, e una stima di ulteriori dividendi di 1,3 miliardi nel triennio 2026-2028. L’azionista pubblico potrebbe e dovrebbe accontentarsi.
Ma il punto non sono i soldi: è il potere, che per il partito dell’Underdog di Colle Oppio deve durare anche oltre la fine della legislatura e l’eventuale rivincita del campo largo.
Così è partito l’insano tam tam sulla sostituzione di Cingolani, che a metà settimana ha fatto pure precipitare il titolo in Borsa. E nella logica del regolamento di conti interno a questo esecutivo di dilettanti allo sbaraglio, queste voci hanno creato l’ennesima frattura tra la premier e il ministro della Difesa, già “mascariato” dalla sua misteriosa vacanza a Dubai, e a quanto pare all’oscuro delle manovre sotterranee dell’inner circle meloniano.
A dividere le fette più ghiotte della torta è sempre lui: Giovanbattista Fazzolari, il principe delle tenebre post-missine che dalle segrete stanze distribuisce posti e prebende per conto della “capa”. Ma perché dovremmo fidarci di uno così, per scegliere i vertici delle poche conglomerate rimaste nel Paese?
Dicono le gole profonde che al posto di Cingolani il fido “Fazzo” vorrebbe intronare Alessandro Ercolani, country manager di Rheinmetall Italia. Vi pare congruo il salto da un’aziendina che fattura 70 milioni a un colosso da 20 miliardi? Per carità, c’è l’affinità industriale. Ma qui l’unico criterio che vale è la fedeltà personale. Pare che Ercolani condivida con Fazzolari le gaie sparatorie nei poligoni di tiro della Capitale. In questi tempi bui, una skill più che sufficiente per promuoverlo “Incitatus”.
(da La repubblica)

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SONDAGGIO GHISLERI: IL CENTROSINISTRA GUADAGA TERRENO, AUMENTA LA PARTECIPAZIONE E IL QUADRO POLITICO TORNA INCERTO”

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCARTO E’ MINIMO, L’AFFLUENZA E’ SALITA AL 62%

Per diversi mesi i sondaggi hanno restituito un quadro piuttosto stabile: il centrodestra avanti, con un margine che, pur oscillando, non veniva davvero messo in discussione. Le ultime rilevazioni, invece, complice anche l’esito del Referendum sulla Giustizia, mostrano qualcosa di diverso. La distanza tra le due coalizioni si riduce progressivamente, fino ad arrivare in alcuni casi a un sostanziale equilibrio, con scarti molto contenuti e talvolta un lieve vantaggio del centrosinistra. È un cambiamento che va letto certamente con prudenza, perché parliamo di variazioni limitate e ancora instabili. Non c’è, infatti, almeno per ora, un’inversione consolidata dei rapporti di forza. Però il dato politico c’è: il vantaggio che sembrava acquisito si è assottigliato e la competizione torna aperta. In altre parole, si passa da una fase in cui l’esito appariva piuttosto prevedibile a una in cui il risultato dipende di nuovo da pochi punti e da dinamiche che possono ancora evolversi.
Il peso di Fratelli d’Italia e il rallentamento del centrodestra
Come racconta la rilevazione di Only Numbers con dati raccolti tra il 30 e il 31 marzo, all’interno della coalizione di governo, Fratelli d’Italia continua a rappresentare il punto di riferimento principale, mantenendo la posizione di primo partito con una quota attorno al 27,5%. Il dato, però, va letto insieme alla sua evoluzione: rispetto ai mesi precedenti, infatti, il consenso appare infatti in lieve calo. Un andamento che incide su tutto quanto il centrodestra: Forza Italia e Lega restano su percentuali più contenute e non compensano la flessione del partito guida.
Un centrosinistra più competitivo
Dall’altra parte, il centrosinistra mostra invece segnali di maggiore solidità. Il Partito Democratico si mantiene infatti su livelli stabili, sopra il 23%, mentre il Movimento 5 Stelle, con un 12%, conserva un consenso che, pur lontano dai picchi del passato, resta determinante per l’equilibrio complessivo dell’area. Più dei singoli dati, è la dinamica generale a risultare però davvero rilevante: il campo progressista sembra infatti oggi molto meno slegato e più capace di competere come blocco unico
Le forze minori
Al di fuori dei due poli principali, si muove un insieme di forze che non risultano decisive singolarmente ma che contribuiscono comunque a definire il quadro complessivo. Tra queste, Futuro Nazionale, che registra una crescita graduale, segno di un elettorato che cerca rappresentanza anche fuori dalle coalizioni tradizionali. Allo stesso tempo, l’area centrista continua a restare sotto le soglie che potrebbero renderla determinante.
Il Referendum come fattore di riequilibrio
In questo contesto, a influenzare il clima politico è stato il recente referendum sulla giustizia, che ha inciso sia sugli equilibri interni alla maggioranza sia sulla capacità del centrosinistra di presentarsi in modo più compatto. La coalizione di governo si trova ora a gestire una fase più complessa, segnata da tensioni politiche, come le notizie sulle recenti dimissioni, e da un contesto economico difficile, aggravato dall’aumento dei costi energetici legati alla situazione nell’Asia sud-occidentale. In una situazione di questo tipo, anche variazioni contenute nei consensi possono avere un impatto significativo.
L’affluenza in crescita cambia la lettura
Ma accanto ai dati sui partiti, c’è poi un altro elemento che contribuisce a ridefinire lo scenario e cioè la crescita dell’affluenza, che si avvicina ora al 62%. È un elemento importante perché cambia il contesto in cui leggere i sondaggi. Quando vota più gente, gli esiti diventano più incerti: il vantaggio delle coalizioni più solide si riduce, mentre chi era più indietro o meno competitivo ora può invece guadagnare terreno.
(da Fanpage)

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CINQUE PERSONE STAVANO CAMMINANDO SUL LAGO DI BRAIES GHIACCIATO, QUANDO LA SUPERFICIE HA CEDUTO: SONO STATI SALVATI MENTRE RISCHIAVANO DI ANNEGARE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL SOCCORRITORE: “QUANDO SIAMO ARRIVATI SUL POSTO C’ERANO ANCORA CENTO PERSONE SULLA SUPERFICIE DEL LAGO, UNA FOLLIA”

«Quando siamo arrivati sul posto c’erano ancora cento persone sulla superficie del lago con il ghiaccio che si scioglieva: il rischio era altissimo. Fa cadere le braccia». Simon Feichter, 39 anni, da diciannove colonna del Soccorso Alpino dell’Alta Pusteria, non usa giri di parole per descrivere la situazione che ieri, domenica di Pasqua, ha trasformato un gioiello all’ombra delle Dolomiti in una potenziale trappola mortale.
«Siamo prontamente intervenuti anche noi, ma quando siamo arrivati sul posto i cinque turisti erano già stati portati in salvo – racconta Feichter -. Abbiamo prestato le prime cure per riscaldarli con le coperte termiche in alluminio e li abbiamo accompagnati ai mezzi di soccorso.
Non è stato un intervento spettacolare, ma il pericolo sanitario era reale. Sotto il ghiaccio l’acqua tocca i 2-3 gradi, al massimo arriva a 5. Se non riesci a uscire subito, il rischio termico si aggrava in pochi minuti».
«C’era un sacco di gente sulla superficie fragile del lago e più di mille persone sulle passeggiate tutto intorno – riferisce il soccorritore -. La temperatura è alta: se c’è ghiaccio, si scioglie. È come una pallina di gelato al sole, ma non tutti lo capiscono. Forse qualcuno pensa che ci sia sempre uno smartphone vicino a dirti cosa fare».
Feichter scuote la testa di fronte alla richiesta di nuove norme o divieti. «Sono del parere che se regoliamo tutto finiamo in un ginepraio di regole in cui nessuno sa più cosa fare. Io sono un montanaro: se vado al mare e mi tuffo senza saper nuotare, non è colpa di chi non mi ha fermato con una bandiera rossa. Ci vuole logica, bisogna accendere la testa. Invece vediamo turisti distratti, inconsapevoli. Quattro anni fa, sempre a Pasqua, siamo intervenuti cinque o sei volte per incidenti con la stessa dinamica e di recente abbiamo dovuto estrarre dalle acque gelide persino una mamma con un neonato».
(da agenze)

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IL PREZZO DELLA BENZINA CONTINUA A CRESCERE: LA VERDE IN MODALITÀ SELF VIENE VENDUTA A 1,78 EURO AL LITRO, IL GASOLIO SI ASSESTA A 2,140 EURO, SI MOLTIPLICANO I DISTRIBUTORI CON I CARTELLI “CARBURANTE ESAURITO”

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

NON SI TRATTA DI UN’EMERGENZA DI FORNITURE, MA DI UN EFFETTO COLLATERALE DELLA MISURA VARATA DAL GOVERNO IL 19 MARZO SCORSO

Ancora in salita il costo dei ‘pieno’ in Italia: la benzina in modalità ‘self’ viene oggi venduta, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti
del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), a 1,781 euro al litro (era 1,777 sabato), mentre il prezzo del gasolio si assesta sui 2,140 euro al litro (2,130 sabato). Sulla rete autostradale invece, fa sapere il Mimit, il prezzo medio ‘self’ è di 1,816 euro al litro per la benzina e 2,157 euro al litro. Continua così l’operazione di controllo del Mimit lungo la rete distributiva dei carburanti.
I cartelli con scritto «carburante esaurito» o «benzina esaurita» comparsi qualche settimana fa in diversi distributori italiani — da Treviso a Como, lungo la rete urbana e in alcuni casi anche su quella autostradale — hanno riacceso un riflesso ormai familiare tra gli automobilisti: la paura di restare senza rifornimento.
Ma al momento si tratta più di una percezione alimentata dal contesto internazionale, con il nuovo rialzo delle tensioni geopolitiche e la guerra in Iran che ha riportato volatilità sui mercati energetici, che ad una vera emergenza su presunte mancanze di materia prima raffinata. Non siamo di fronte ad uno «shortage», ma è chiaro che bisognerà monitorare l’andamento del conflitto e la riapertura (o meno) dello stretto di Hormuz da dove passa il 20% del petrolio globale.
Gli effetti collateral
Il fenomeno osservato nelle settimane scorse è stato molto circoscritto e, soprattutto, temporaneo. A svuotare alcuni serbatoi non è stata una rottura strutturale della filiera, bensì un effetto collaterale della misura varata dal governo il 19 marzo scorso: il taglio delle accise di 24,4 centesimi al litro deciso con decreto d’urgenza per contenere l’impatto della crisi petrolifera sui consumatori. Una riduzione che, almeno in teoria, avrebbe dovuto alleggerire il conto alla pompa. In pratica, però, aveva innescato una corsa selettiva verso i distributori più convenienti.
La corsa alle pompe più economiche
D’altronde quando il prezzo cala all’improvviso, il comportamento dei consumatori tende a cambiare. Si cerca di fare il pieno prima del necessario, a rifornirsi più spesso, a «bloccare» il risparmio finché dura
Secondo i dati dell’Osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nei giorni successivi al 23 marzo solo il 60% delle stazioni ha effettivamente abbassato i prezzi, mentre in alcuni casi — l’11,4% — si sono registrati addirittura aumenti. Il
risultato è stato un forte spostamento degli automobilisti verso le pompe più convenienti.
Quel che è certo è che i benzinai non lavorano con riserve illimitate. Ogni impianto ha una capacità di stoccaggio definita — generalmente tra 15mila e 30mila litri — e i rifornimenti seguono una logica programmata, non istantanea. Se in pochi giorni la domanda raddoppia o triplica perché un distributore vende a un prezzo molto più basso degli altri, una scorta pensata per durare una settimana può finire in 48 ore.
Per questo i cartelli “esaurito” visti una ventina di giorni fa non vanno letti come il segnale di una crisi di approvvigionamento nazionale, ma come il sintomo di una distorsione locale e temporanea: alcuni impianti sono stati letteralmente presi d’assalto, altri — spesso meno competitivi sul prezzo — hanno continuato a lavorare con flussi normali.
Non c’è un’emergenza carburanti in Italia, né una rottura generalizzata della rete distributiva. C’è però una filiera sotto pressione, stretta tra l’instabilità geopolitica, la reazione dei consumatori ai prezzi e la necessità di trasferire rapidamente gli sconti fiscali senza creare squilibri tra un impianto e l’altro. Il rischio più concreto, almeno nel breve periodo, non è quello di non trovare benzina o diesel, ma di continuare a pagarli molto più del previsto, soprattutto se la crisi internazionale dovesse prolungarsi. Ed è proprio su questo terreno — più che sulla paura delle pompe vuote — che si giocherà nelle prossime settimane la partita tra governo, operatori e consumatori.
(da agenzie)

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SONO SERVITI OLTRE DUE ANNI, PRIMA CHE L’INPS CORREGGESSE UN MEGA PASTICCIO PREVIDENZIALE SCATURITO DALLA MANOVRA 2024: LA LEGGE USCITA DAL PARLAMENTO AVEVA RISTRETTO IL TAGLIO ALLE SOLE PENSIONI ANTICIPATE ORDINARIE, ESCLUDENDO INVECE CHI USCIVA CON I REQUISITI DELLA VECCHIAIA, MA L’ISTITUTO HA APPLICATO A TUTTI LO STESSO RICALCOLO DELLE QUOTE RETRIBUTIVE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

COLPITI DIPENDENTI DI SANITÀ, SCUOLA, ENTI LOCALI, GIUSTIZIA. SOTTRATTI AGLI IGNARI PENSIONATI IN TOTALE 40 MILIONI DI EURO. ORA SCATTANO ARRETRATI E INTERESSI

Altro errore dell’Inps sulle pensioni. Stavolta riguarda una platea di dipendenti pubblici iscritti alle casse Cpdel, Cps, Cpi e Cpug penalizzati dalla manovra 2024 sul ricalcolo delle quote retributive.
La legge uscita dal Parlamento aveva ristretto il taglio alle sole pensioni anticipate, ordinarie e dei precoci, escludendo invece chi usciva con i requisiti della vecchiaia. L’Inps però non ne ha tenuto conto.
E solo con il messaggio numero 787 del 5 marzo scorso, dopo due anni e due mesi dall’entrata in vigore della norma, ammette il problema: le pensioni di vecchiaia liquidate applicando le nuove aliquote dovranno essere riesaminate d’ufficio, con restituzione degli arretrati, interessi legali e rivalutazione monetaria
La platea colpita è all’interno degli 81.500 indicati dalla Ragioneria come gli interessati ai tagli, dato che però somma sia pensionati di vecchiaia che in anticipata. Il taglio “indebito” dell’Inps vale circa 40 milioni: tanto quanto, dai documenti parlamentari, pesava l’esclusione della stretta per gli assegni di vecchiaia. Esclusione “dimenticata” dall’Inps per ben 26 mesi.
La norma nasce nella legge di bilancio 2024 e interviene sulle aliquote di rendimento delle quote retributive delle pensioni di quattro gestioni ex Inpdap: Cassa dipendenti enti locali, sanitari, insegnanti di asilo e ufficiali giudiziari.
Nonostante la correzione parlamentare, l’Inps ha continuato ad applicare le nuove aliquote anche a pensioni di vecchiaia liquidate dal 2024. Il messaggio del 5 marzo scorso lo dice ora in modo esplicito: le nuove aliquote dell’allegato II della legge
213 del 2023 «si applicano solo alle pensioni anticipate», mentre «non si applicano alle pensioni di vecchiaia, anche in cumulo».
Non conta che il lavoratore si sia dimesso dalla pubblica amministrazione. Conta solo il tipo di trattamento: se è anticipato, la stretta resta; se è vecchiaia, tornano le vecchie aliquote, più favorevoli. È una correzione che arriva dopo ricorsi amministrativi e dopo approfondimenti condivisi con il ministero del Lavoro.
La conseguenza pratica è pesante. L’Inps dispone il riesame d’ufficio delle pensioni di vecchiaia calcolate con le aliquote sbagliate. Ai pensionati interessati dovranno essere riconosciute le differenze sui ratei arretrati, oltre agli interessi legali e alla rivalutazione monetaria calcolata a ritroso dalla data di riliquidazione.
Gli eventuali indebiti già contestati andranno annullati con una formula netta: «Insussistenza originaria del debito per errore nel calcolo della pensione».
Quanto valga esattamente l’errore sulle sole vecchiaie non è ancora quantificabile dalle carte disponibili, perché le vecchie tabelle della Ragioneria non distinguono tra pensioni anticipate e di vecchiaia. Ma il punto politico e amministrativo è già chiaro: il Parlamento aveva escluso le vecchiaie dal taglio, l’Inps se ne accorge solo ora.
(da Repubblica)

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L’INDICE DI GRADIMENTO DI TRUMP È SCESO DI 17 PUNTI IN MENO DELL’INIZIO DEL MANDATO, L’APPOGGIO DEGLI ISPANICI, CHE FURONO DECISIVI NEL 2024, È ANDATO A FARSI BENEDIRE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

AGLI AMERICANI NON FREGA NIENTE DEL REGIME CHANGE A TEHERAN: VOGLIONO SOLO CHE SI FERMI L’IMPENNATA DEL PREZZO DELLA BENZINA. TRUMP AVEVA PROMESSO CARBURANTE SOTTO I DUE DOLLARI AL GALLONE: IN ALCUNI STATI HA APPENA SUPERATO I SEI

Trump vive un momento delicato se consideriamo gli indici di gradimento dei sondaggi americani. V E’ vero che è meno popolare adesso, a meno di 15 mesi dall’insediamento, di quanto lo fosse allo stesso punto del suo primo mandato. È vero anche che è meno popolare adesso (secondo alcuni sondaggi, non tutti) di quanto lo fosse il povero Joe Biden dopo la disastrosa prestazione nel dibattito elettorale che lo condannò a chiamarsi fuori dalle presidenziali del 2024.
È soprattutto vero che, da settimane, i sondaggi indicano un’erosione importante nell’appoggio degli ispanici, uno dei fattori decisivi della sua vittoria schiacciante del 2024 (7 «stati in bilico » a 0 a suo favore, vittoria anche nel voto popolare oltre che nel collegio elettorale dei 50 stati). Però, sette mesi sono lunghi
I recenti sondaggi collocano il suo indice di gradimento complessivo tra il 35-40% circa: la media calcolata da Nate Silver (sondaggista che peraltro viene da una serie di gravi errori di calcolo) ha mostrato recentemente un calo di Trump sceso nei consensi al di sotto del 40%, con un indice di gradimento netto intorno a -17.
Gli sviluppi in Iran potrebbero cambiare le cose nei prossimi giorni, ma le difficoltà economiche più generali sembrano pesare maggiormente in questo momento. Perché l’impressione è che Trump potrebbe anche sgominare gli ayatollah e insediarsi personalmente a Teheran come nuovo Leader Supremo (con o senza turbante) ma senza riportare i prezzi della benzina a livelli accettabili e, magari, i prezzi del carrello della spesa al supermarket, servirebbe a poco in materia di consensi
La promessa fatta a ottobre – benzina sotto i due dollari al gallone: in California però ha appena superato i sei dollari – sarà usata contro di lui e contro il partito in estate, nella fase finale della campagna elettorale di novembre quando Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera e (forse, ma è più difficile) anche al Senato.
In un sistema bipartitico però conviene anche guardare l’altra parte: gli indici di gradimento del partito democratico (che al momento è senza leader) sono bassini, e lo sono ormai da tempo. Non superano Trump in modo significativo nella percezione generale dell’opinione pubblica; entrambi i partiti sono ampiamente impopolari presso il grande pubblico.
Dati recenti sul gradimento del partito Democratico: RealClearPolitics (fine marzo 2026): 36% di opinioni favorevoli / 56% di opinioni sfavorevoli (saldo netto -20). Sondaggio Cnn (fine marzo): 30% favorevole / 58% sfavorevole.
Altri sondaggi condotti tra il 2025 e l’inizio del 2026 (NBC, YouGov, ecc.) hanno mostrato che il dato si aggira tra il 30% e il 35% di favorevoli, con una percentuale di sfavorevoli compresa tra il 55% e il 60% — spesso descritta come una delle peggiori valutazioni del partito degli ultimi decenni.
Anche all’interno della propria base, l’entusiasmo e le opinioni positive sul partito si sono attenuati dopo il 2024 (ad esempio, AP-NORC ha rilevato che solo circa il 70% dei democratici vede il proprio partito in modo positivo, in calo rispetto al recente passato).
Anche il Partito Repubblicano è in difficoltà, ma spesso registra risultati leggermente migliori rispetto ai democratici in termini di gradimento sebbene entrambi siano impopolari con la maggioranza degli indipendenti e dall’elettorato nel suo complesso.
(da Corriere della Sera)

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ORA ANCHE ISRAELE HA PAURA: I MISSILI IRANIANI BUCANO LA DIFESA AEREA SEMPRE PIÙ SPESSO. IERI UN RAZZO PARTITO DA TEHERAN HA COLPITO LA CITTÀ DI HAIFA, SUL MEDITERRANEO, E SONO MORTE ALMENO QUATTRO PERSONE

Aprile 6th, 2026 Riccardo Fucile

I PASDARAN HANNO COLPITO UN EDIFICIO RESIDENZIALE, SENZA ESSERE FERMATI DAL SISTEMA ANTI-MISSILE ARROW (QUELLO PROGETTATO PER NEUTRALIZZARE MISSILI A LUNGO RAGGIO; L’IRON DOME SERVE PER I RAZZI A CORTO RAGGIO DA GAZA E LIBANO, MENTRE LA “FIONDA DI DAVID” QUELLI DEL LIVELLO INTERMEDIO

Sale a 4 morti il bilancio delle vittime di un attacco iraniano ieri su Haifa: i cadaveri di una coppia di ottantenni erano già stati ritrovati, oggi i soccorritori hanno raggiunto il figlio (di circa 40 anni) e la sua compagna (di circa 35 anni), una cittadina straniera. I quattro, secondo i media di Tel Aviv, avevano cercato riparo nella tromba delle scale ed erano rimasti sepolti sotto le macerie.
Dopo ore di ricerche questa mattina sono stati ritrovati due corpi senza vita sotto le macerie di un edificio colpito ieri da un missile iraniano ad Haifa. Altre due persone risultano ancora disperse. Le ricerche dei dispersi – una coppia di anziani, il loro figlio e un’assistente domiciliare – sono proseguite per tutta la notte. Lo scrive la testata israliana N12.
Il comandante del Comando del Fronte Interno, il generale di divisione Shai Klapper, ha dichiarato sul luogo dell’incidente durante la notte: “Si tratta di una situazione complessa che richiede operazioni di soccorso avanzate. Intendiamo agire con decisione, professionalità e accuratezza fino al ritrovamento dei dispersi. Stiamo impiegando le migliori risorse, menti e sforzi che le Forze di Difesa Israeliane, il Comando del Fronte Interno e le altre organizzazioni di soccorso”.
(da agenzie)

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