Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA LOGICA E’ LA STESSA: SI TROVA IL MODO, SI FIRMA IL PARERE, SI REGGONO LE POSIZIONI FINCHE’ SI PUO’… POI ARRIVA L’ORA IN CUI NON REGGE PIU’
Domenica La Fenice di Venezia ha annullato le collaborazioni future con Beatrice Venezi, difesa per mesi dalla maggioranza di governo, poi scaricata dopo un’intervista al quotidiano argentino La Nación in cui aveva accusato i musicisti di tramandare i posti «di padre in figlio». Il sovrintendente Nicola Colabianchi ha preso le distanze con la stessa velocità con cui si era accorto che il vento era cambiato. Palazzo Chigi: Meloni «non è stata coinvolta in alcun modo».
Venezi era arrivata alla Fenice per linea diretta: consigliera musicale del ministero della Cultura sotto Sangiuliano, ospite di Atreju, premiata da Federico Mollicone (FdI) «per il suo immenso talento». Il governo aveva trasformato quella vicinanza in titolo di merito. Mesi di proteste, volantini in sala: tutto resistito. Poi un’intervista a Buenos Aires e la copertura è evaporata.
Mentre Venezia festeggiava, ieri saltava fuori l’altra storia: Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda condannata in via definitiva doveva a una pena complessiva di tre anni e undici mesi per favoreggiamento della prostituzione nel Ruby-bis e per peculato nella rimborsopoli lombarda, aveva ottenuto la grazia presidenziale il 18 febbraio 2026 su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Motivazione: le condizioni di salute di un minore affidatole in Uruguay. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito che il bambino aveva entrambi i genitori viventi, e che il San Raffaele e l’ospedale di Padova, citati come strutture che avrebbero sconsigliato di operarlo in Italia, hanno smentito: quel nome non risulta nei loro terminali. Il Quirinale ha scritto a Nordio: verificare con urgenza «la fondatezza di quanto rappresentato». L’istruttoria che il ministero avrebbe dovuto fare prima di firmare il parere, la sta aprendo adesso. Anche se ieri Minetti ha liquidato come notizie “false” gli scoop del Fatto.
Sono due storie diverse. Eppure entrambe mostrano un governo convinto di gestire questioni di rilievo istituzionali con metodi decisamente poco istituzionali. La logica è la stessa: si trova il modo, si firma il parere, si reggono le posizioni finché si può. Poi arriva il momento in cui non regge più. E allora si dice che i vertici non erano coinvolti. O si apre un’istruttoria su una grazia firmata due mesi fa.
(da La Notizia)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO SI RITROVA CON UNA LEGGE DI BILANCIO DA FARE SENZA SOLDI
Attenzione, caduta governi. Il segnale stradale non c’è, ma forse mai come oggi
servirebbe. E basta ricapitolare i fatti delle ultime ventiquattro ore, per rendersi conto di quanto la frana post referendaria dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non si sia arrestata, ma stia continuando a sgretolare la maggioranza di destra – e il consenso di cui gode – ogni giorno che passa.
Solo ieri, dicevamo, è esploso il caso della grazia a Nicole Minetti, ex igienista dentale, consigliera regionale e organizzatrice delle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi, con il Quirinale che ha chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di accertare se vi fossero “supposte falsità” nella richiesta di clemenza approvata da Sergio Mattarella. Curiosità: la pratica per la grazia a Minetti è stata istruita dall’ex capo di gabinetto Giusi Bartolozzi in persona, quella che se ne sarebbe andata dall’Italia se il No avesse vinto al referendum e che è stata defenestrata da Meloni un minuto dopo il voto. Sarà interessante scoprire come mai non aveva tenuto conto delle tante anomalie scovate dall’inchiesta del Fatto Quotidiano
Distratti da Minetti, quasi ci perdevamo gli sviluppi del caso Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra protagonista di un affaire che è il ritratto perfetto di questi quattro anni di governo Meloni. Nominata direttrice della Fenice di Venezia dopo aver esplicitato ai quattro venti le sue simpatie per la destra, Venezi viene sfiduciata dagli orchestrali di tutta Italia, che si oppongono alla sua nomina in ragione della sua conclamata inadeguatezza a svolgere una mansione così prestigiosa. Lei, non paga, spara a zero in un’intervista a un giornale argentino contro gli orchestrali della Fenice accusandoli di nepotismo e il governo fa marcia indietro, revocandole l’incarico e mostrando per l’ennesima volta le mille crepe della maggioranza. Il tutto, a un mese dalle elezioni del sindaco di Venezia, giusto per completare il capolavoro.
Distratti da Minetti e Venezi, nel frattempo, tocca tornare a Roma, dove non c’è associazione di categoria, datoriale o sindacale che non abbia bocciato il documento di finanza pubblica del governo, preludio all’ultima legge di bilancio di questa maggioranza.
Il succo è sempre lo stesso: mancano i soldi di fronte alla crisi economica causata dalla guerra in Iran di Trump e Netanyahu. E per quanto la destra ci provi ad alzare la cortina fumogena delle colpe degli altri e del destino cinico e baro, la realtà racconta altro, cioè una guerra interna alla maggioranza tra chi come il vicepremier leghista Matteo Salvini vorrebbe violare i patti di stabilità firmati da questo stesso governo con l’Unione Europea poco più di due anni fa, e tornare a comprare il gas dalla Russia dell’”amico Putin”. Contro chi, come il vicepremier di Forza Italia Antonio Tajani, non ci pensa nemmeno a muovere contro Bruxelles, contro i popolari europei e contro i cristiano democratici tedeschi. Che linea sceglierà, tra le due, la premier Giorgia Meloni? Chi preferirà scontentare?
Anche qui, insomma, voleranno stracci e cadranno massi. Roba da comiche finali, non fosse che per l’Italia, mentre il governo si impantana su Minetti e Venezi, rischia di essere una mezza tragedia.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’UOMO NON E’ IL PADRONE DELL’UNIVERSO, STIAMO DISTRUGGENDO LA BIODIVERSITA’
Nel parco nazionale di Abruzzo Lazio e Molise, uno dei più antichi e ben tenuti del nostro Paese sono stati avvelenati una decina di lupi due settimane fa e ora la strage continua con altri 13 trovati avvelenati. Naturalmente di nascosto, all’oscuro di chi ama il parco e conosce le sue ricchezze, spinti da una crudeltà stupida e oscena. La terra, spiegano gli scienziati, vivrebbe benissimo senza l’essere umano, mentre l’essere umano non potrà vivere in una terra privata della sua vitalità bioecologica. Ancora troppi sono convinti che l’uomo sia il padrone dell’universo, che possa fare quello che vuole su questo pianeta, che solo i suoi interessi contino, che l’armonia naturale e la biodiversità non abbiano influenza sul suo futuro. Eppure gli scienziati ci avvertono che stiamo distruggendo l’ambiente in cui viviamo in delicato equilibrio, che il riscaldamento creato dalle nostre pretese produttive sta portando a pericolosi risultati, e che continuando così ci stiamo dirigendo verso l’estinzione della specie umana. Ma in questo momento di regresso culturale, di sfiducia nella scienza (tanto da arrivare alla stupidissima affermazione che la terra è piatta), di ambizioni interplanetari rivendicate da ricchissimi tecnocrati privi di empatia, ci sono ancora molti che credono di potere fare i propri privati interessi senza pensare alle conseguenze. Persone che ritengono di risolvere le differenze di potere e le rivendicazioni geografiche con le guerre. Persone che pensano di potere moltiplicare l’energia atomica senza però sapere di fare delle scorie che stanno rimpinzando i sotterranei di pericolosissimo materiale radioattivo. Persone che invece di puntare sull’energia alternativa, tornano alle miniere di carbone e al continuo risucchio di petroli che spingono al ricatto i pochi sui molti.
Quei lupi ormai fra i pochi rimasti che sono stati avvelenati, sappiano gli egocentrici ciechi e irresponsabili, sono quella parte della natura con cui dobbiamo convivere se non vogliamo trovarci soli su una terra desolata e destinati a morire di stenti. Tutti gli animali, perfino l’ape, fanno parte di un ecosistema che dura da miliardi di anni, ma che nella nostra enorme presunzione crediamo di potere eliminare perché «l’uomo è il centro dell’universo». Oggi sappiamo con certezza che la natura si adatta ai cambiamenti cercando di ripristinare ogni volta un nuovo equilibrio, ma solo fino a un certo punto, oltre c’è la discesa verso il disastro finale.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
A COSA SERVONO I COMICI? ALLA CENA PER I CORRISPONDENTI C’E’ ROBERT KENNEDY JR CHE SI DA’ ALLA FUGA LASCIANDO LA MOGLIE INDIETRO?
Come una scena di un film di Fellini, dice su X la grande scrittrice americana Joyce
Carol Oates. Come una sorta di Truman Show in versione Trump, come Una pallottola spuntata ma con Erika Kirk al posto di Priscilla Presley. La figura retorica che meglio si presta al disorientamento del presente è senza dubbio la similitudine, stampella cognitiva.
Come in un Blockbuster di spionaggio, scritto da sceneggiatori un po’ pigri: per dare senso ai fatti avvenuti all’hotel Washington Hilton bisogna appellarsi alla forma di rappresentazione con cui gli Stati Uniti hanno plasmato l’immaginario del Ventesimo secolo.
Solo che, nel 2026, essendo l’Occidente invischiato in questo canovaccio farsesco che trasforma un evento tragico come l’attacco armato a un presidente in un’avventura rocambolesca dalle tinte demenziali – la storia si ripete due volte, e così gli attentati a Trump, a cosa servono i comici alla cena dei corrispondenti quando c’è Robert F. Kennedy Jr. che si dà alla fuga lasciando la moglie indietro? – più che alla settima arte tocca rivolgersi all’ottava, la grande serialità.
Nel 2013, Netflix lanciava il suo catalogo di streaming con una serie che ha bruciato tanto intensamente quanto velocemente per diverse ragioni, non ultime le accuse di abusi sessuali al protagonista Kevin Spacey. House of Cards, oltre a essere un punto di riferimento per Matteo Renzi, lo era anche per gli appassionati di fanta-politica statunitense, grazie al protagonista Frank Underwood che infestava di cinica furbizia travestita da Realpolitik una Casa Bianca ancora priva di fondamentale Ballroom trumpiana.
Nella quarta stagione, il presidente Underwood viene quasi ucciso da un proiettile durante un comizio. Lui si salva, la sua campagna elettorale fino a quel momento in netto sfavore, pure. Speriamo di non ci tocchi dire: «Come in una puntata di House of Cards».
(da editorialedomani.it)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE A PROCESSO: DA CONDANNATO PER MAFIA NON HA DICHIARATO QUEL DENARO
Il processo per l’ex senatore Marcello Dell’Utri accusato di non aver dichiarato i 42 milioni di euro ricevuti da Silvio Berlusconi si aprirà a Milano il 9 luglio. Sul banco degli imputati oltre all’ex parlamentare di Forza Italia, uomo che per decenni è stato ombra, memoria e cassaforte politica della stagione berlusconiana, ci sarà pure la moglie Miranda Ratti. La gup Giulia Marozzi li ha rinviati a giudizio per la vicenda degli otto bonifici milionari, tra il 2014 e il 2024, disposti da Berlusconi all’amico di una vita. Una parte delle dazioni è prescritta e la somma è scesa a 10 milioni e 840 mila euro, che sono sotto sequestro. Il resto diventa materia di processo.
La contestazione, depurata dall’aggravante mafiosa dopo il passaggio dal tribunale di Firenze a quello di Milano, resta pesante: Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe omesso di comunicare variazioni patrimoniali milionarie, obbligo imposto dalla legge Rognoni-La Torre a chi, come lui, ha scontato una condanna definitiva per mafia. Alla moglie viene contestata l’intestazione fittizia di beni.
La storia giudiziaria è solo la superficie. Sotto, scorre il rapporto tra due uomini che non hanno mai smesso di appartenersi. Berlusconi e Dell’Utri: il fondatore dell’impero Fininvest e l’uomo che ne conosceva stanze, debiti, origini, fedeltà. Il patron del Biscione e il manager di Publitalia che partecipò alla nascita di Forza Italia, alla costruzione del partito, alla discesa in campo.
Nelle carte investigative, quel denaro non è mai soltanto denaro. È riconoscenza. È debito. È memoria. La Dia nelle informative al pm scrive che le dazioni sarebbero connesse a «un riconoscimento anche morale», all’assolvimento di «un debito non scritto», soprattutto nell’ultimo periodo, per avere Dell’Utri “pagato il prezzo” della carcerazione «senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi». Tradotto: senza tradire. Per l’accusa è il prezzo del silenzio. Marcello Dell’Utri è attualmente indagato nell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del ‘93.§
Il fascicolo sui bonifici era nato a Firenze, nell’orbita dell’inchiesta sui concorrenti esterni delle stragi del 1993. Poi l’esclusione dell’aggravante mafiosa ha mutato il quadro e spostato la competenza nel capoluogo lombardo, dove Dell’Utri risiede. Le causali dei bonifici parlavano di prestiti. Le carte della Dia agli atti dell’inchiesta raccontano altro: intercettazioni con richieste di denaro, versamenti continui, operazioni immobiliari, società, conti, spese legali sostenute integralmente. Un sistema di sostegno economico che, secondo gli investigatori, non aveva una ragione trasparente.
«Mai emerge la causale vera», annotano. Mai una obbligazione chiara. Mai un titolo capace di spiegare la perseveranza dei pagamenti. Berlusconi nel 1996 aveva spiegato ai giudici: «Il rapporto esistente tra il dottor Dell’Utri e il sottoscritto è un rapporto di amicizia così profonda e c’è in me una considerazione tale nei suoi confronti per quello che lui ha fatto come fondatore e gestore poi di Publitalia che è sempre stato naturalmente remunerato alle condizioni di mercato, ma che ha lasciato e lascia in me una viva considerazione nei suoi confronti».
Uno stretto rapporto li ha legati, tanto che il cavaliere ha indicato l’ex senatore nel suo testamento lasciandogli 30 milioni. Nelle informative degli investigatori dell’antimafia compaiono parole che pesano più dei numeri: “ricatto”, “copertura”, “colpa”, “danno”. Termini che raccontano non una semplice amicizia, ma una relazione asimmetrica, segnata dalla conoscenza, dal silenzio, dal bisogno reciproco. «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», hanno detto i difensori.
Per la procura di Milano, il punto è tecnico: Dell’Utri poteva ricevere quei milioni senza dichiararli? Quei soldi erano davvero prestiti? E perché Berlusconi continuò a versare somme enormi a un uomo già condannato, già detenuto, già portatore di un segreto pubblico e privato? Il processo dovrà rispondere a questo. Non alla leggenda, ma ai bonifici. Non alle allusioni, ma ai documenti.
(da Repubblica)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
SE LE LACRIME FACESSERO REDDITO IL GOVERNO CI AVREBBE GIA’ RESI RICCHI
Se le lacrime facessero reddito, il governo Meloni ci avrebbe già resi ricchi tutti quanti. La povertà sarebbe stata abolita (altro che Di Maio!), l’Italia sarebbe un paese felice e Fratelli d’Italia avrebbe con pieno merito il 50% e più per cento. Invece frignare in politica serve a poco, se non a raccattare qualche consenso di contrabbando dai soliti boccaloni, e quindi tutto questo eterno piagnisteo di Giorgia Meloni è solo noioso. Anzi noiosissimo.
Un vittimismo continuo, ostentato, conclamato, che serve solo come arma (l’ennesima) di distrazione di massa per tirare a campare. Meloni non governa: frigna. Persino più di Berlusconi, Renzi e financo Mazzarri. L’ultima sua lacrimata ha riguardato il 25 Aprile, giornata a lei come noto ontologicamente indigesta. A fine serata, sui suoi gremiti profili social, ha partorito l’ennesimo pianto di governo. Per mettere in cattiva luce sinistra e antifascisti, ha parlato di “aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), “immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione”, “Sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati”, “cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati, “la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine”. Praticamente l’apocalisse.
Ovviamente, nella sua lista, Meloni si è curiosamente dimenticata di citare gli spari a due iscritti all’Anpi, evento da ella verosimilmente ritenuto non rilevante. Dopo tre anni e mezzo di governo tremebondo e quasi sempre ributtante, esiste una vera e propria tecnica della Frignata Meloniana.
Frignata contro i giudici. Grande classico, reso immortale da Silvio Berlusconi, non a caso grande maestro politico di Meloni (altro che Borsellino e la destra sociale e legalitaria). È sempre colpa degli altri e mai sua. In questo senso, nella vasta galassia degli “altri” assume un’importanza peculiare la categoria dei “giudici”, ovvero le “toghe rosse”. Tramano sempre contro, non si limitano ad assecondare supinamente quel che vuole il governo, ci rispediscono in Italia i migranti, liberano pedofili e stupratori, non rispettano la volontà popolare, vessano le famiglie nel bosco e – quel che è peggio – non hanno il poster di Donzelli vestito da Minnie in camera. Un atteggiamento vile e odioso, che provoca nella povera martire Meloni continue crisi di pianto. Poveretta.
Pianto contro i giornalisti bolscevichi. La stampa tutta, secondo Meloni, ce l’ha con lei e il suo mirabile esecutivo. Non si capisce bene dove Donna Giorgia veda tutta questa sviluppata propensione critica nei suoi confronti. Su Rai1? Su Rai2? A Mediaset (fatta salva È sempre Cartabianca)? Nei giornali di destra? Nei giornaloni di centro? Meloni parla dei giornalisti come se fossero tutti uguali a quei pochi talk show/firme/testate/programmi non meloniani, ma è una narrazione così falsa che può (fingere di) crederci giusto Bruno Vespa, non a caso definito da Fratelli di Italia “baluardo della pluralità di informazione” (ahahah). La verità è che Meloni ha un’idea di giornalismo libero coincidente con Porro, e quindi reputa le domande (e le inchieste) lesa maestà. Da qui la lacrima (furbamente) facile.
Oltre a tali categorie, Giorgia Meloni aggiunge – o potrà aggiungere – molte altre fonti lacrimali. Tra le tante: il pianto per qualsivoglia organo di controllo che non le dia ragione a prescindere; per gli intellettuali comunisti; per gli artisti figli dell’egemonia di sinistra; per Sánchez e la sinistra che governa il mondo (?); per Putin (sul serio) e Trump (per finta); per Prodi, il Superbonus, l’Unione europea; per gli arbitri; per il clima (piove governo ladro); per i terremoti, le tremende inondazioni, le cavallette. Eccetera. Va bene tutto, l’importante è piangere benissimo. E governare malissimo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI I NUOVI DISPOSITIVI ELETTRONICI DOVRANNO ESSERE RICARICABILI TRA UNA SOLA SORGENTE UBS-c
Notizia rivoluzionaria! Da oggi (28 aprile) nei paesi della Ue, per legge, tutti i nuovi dispositivi elettronici (computer, tablet, cellulari) devono essere ricaricabili tramite una sola sorgente Usb-c: come si sarebbe detto nel Novecento, una sola presa della corrente buona per ogni elettrodomestico.
Perché rivoluzionaria? Perché le nostre vite digitali sono state infestate, per decenni, da un folle accumulo di caricatori, non uno che valesse anche per ricaricare altri aggeggi, la costante ricerca di quello giusto in mezzo a grovigli di cavetti, maschi e femmine di foggia sempre incompatibile, diametri mutevoli, cosini rettangolari che non entrano in cosi ovali e viceversa. Un caos programmatico che ha sicuramente arricchito a dismisura i produttori di cosi e cosini e ha intasato le discariche dei rifiuti elettronici, tra i più difficili da smaltire.
Abbiamo visto agghiaccianti servizi fotografici su bambini africani che risalgono lungo cordigliere di rifiuti frugando in mezzo alle nostre deiezioni elettroniche alla ricerca di non so quali metalli preziosi. E abbiamo visto, nel nostro piccolo, cassetti intasati di cadaveri digitali, e udito urla disperate per casa: dov’è il caricatore giusto?
Lo pensavamo tutti: ma non sarebbe più comodo e più pulito ricaricare tutto quanto
alla stessa maniera? Ora — incredibile — in Europa potrebbe accadere per davvero. Che la politica riesca ancora a dare regole a un’economia ingorda e inquinante, quasi nessuno ci sperava più. La tecnologia è una folgore, la politica un pachiderma, ma con i suoi tempi infiniti (ci sono voluti anni!) il pachiderma per una volta è riuscito a domare la folgore.
(da Repubblica)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
EMERGE LA FRAGILITA’ DEGLI UNDER 35: TRA SALARI BASSI E MANCANZA DI FEEDBACK, IL 71% ORA SCEGLIE L’AZIENDA IN BASE AL WELFARE
La generazione più istruita è anche la più insicura. Tra i giovani lavoratori italiani, oltre
uno su tre (38,1%) dichiara di soffrire della sindrome dell’impostore: la sensazione di non essere all’altezza, di non meritare i risultati ottenuti, di dover continuamente dimostrare il proprio valore. È uno dei dati più significativi del IX Rapporto Censis-Eudaimon, che fotografa un rapporto sempre più fragile tra giovani e lavoro. Il fenomeno riguarda il 21,7% degli occupati nel complesso, ma cresce tra gli under 35 e tra i laureati.
Più pressione significa più insicurezza
Il paradosso è evidente: la sindrome dell’impostore colpisce di più proprio chi ha titoli di studio più alti (27,1% tra i laureati). Più preparazione non significa quindi più sicurezza, ma spesso più pressione e più aspettative. A pesare, secondo quanto emerge dal rapporto, è anche la mancanza di feedback chiari: senza obiettivi definiti e senza riconoscimenti espliciti, il giudizio su sé stessi diventa incerto e instabile, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare da poco. Non a caso, il 78,9% dei lavoratori italiani dichiara di non sentirsi adeguatamente valorizzato. Il risultato è una fragilità che si traduce in insicurezza quotidiana: bisogno costante di approvazione, difficoltà a interiorizzare i successi, paura di essere “scoperti”.
Il lavoro ha perso centralità
Carriere meno lineari, feedback incerti, percorsi di crescita poco chiari: sono questi gli elementi che alimentano l’insicurezza dei giovani lavoratori italiani. E non è un caso isolato. Secondo il report, il disagio dei più giovani si inserisce in un quadro più ampio in cui il lavoro ha perso centralità: non è più il perno dell’identità, ma uno strumento per stare bene. Questo cambio di prospettiva riguarda tutti, ma tra i giovani appare più radicale: il lavoro conta se garantisce qualità della vita, equilibrio e senso. In pratica, non basta più “avere un posto”: serve che quel posto restituisca qualcosa, anche sul piano personale. Il problema è che questo spesso non accade.
Per la Gen Z il welfare conta più dello stipendio
Le retribuzioni sono scese dell’8,7% in termini reali dal 2007 e oltre la metà degli italiani considera la propria paga inadeguata. Per i più giovani, questo si traduce in una prospettiva ancora più incerta: lavorare non garantisce autonomia economica né stabilità. Ecco perché la Gen Z guarda altrove: il 71,6% dei lavoratori sceglie un’azienda anche in base al welfare offerto, e tra i giovani questo peso è ancora più alto. Non si tratta solo di benefit, ma di un segnale: l’azienda deve dimostrare di prendersi cura delle persone, non solo delle performance. I dati parlano chiaro: un giovane su due sceglierebbe un’azienda di cui condivide i valori anche a fronte di una retribuzione più alta altrove.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
SONO STATE AVVIATE NUOVE INDAGINI DEL MINISTERO E DELLA PROCURA GENERALE DELLA CORTE DI APPELLO DI MILANO…“DOPO IL CASO COSPITO E LA VICENDA ALMASRI QUESTO DELLA GRAZIA A MINETTI È L’ULTIMO REGALO DELLA BARTOLOZZI”, SUSSURRA UNA FONTE A VIA ARENULA
L’ex moglie di Silvio Berlusconi, Veronica Lario, lo aveva definitivo un ciarpame senza pudore. Si riferiva alle notti del bunga bunga con protagonista l’allora presidente del Consiglio e alle scelte politiche che maturavano nelle fila dell’allora Pdl, il partito che teneva insieme Forza Italia e gli ex An. Sembrava una vicenda archiviata tra gli scheletri della seconda Repubblica, ma di quei fantasmi bisogna ancora occuparsi.
Nicole Minetti candidata ed eletta nel consiglio regionale lombardo è stata il simbolo di quella stagione. Ora a distanza di anni, torna di nuova protagonista mandando in tilt le più alte istituzioni del paese. A metà pomeriggio è il Quirinale a riaprire un caso che sembrava chiuso: la decisione di concederle la grazia, un atto di clemenza per la necessità di prendersi cura del bambino afflitto da una grave malattia.
Ma è proprio la storia che ruota attorno al figlio che solleva molti interrogativi. Il comunicato vergato dall’ufficio stampa del Colle manda in subbuglio gli uffici e i dipartimenti del ministero della Giustizia. Le parole sono un chiaro allarme, lanciato dopo gli articoli del Fatto Quotidiano che ha sollevato la questione e pesanti dubbi sull’intero iter, con una perentoria richiesta di chiarimenti
«In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa», si legge nella nota.
Così il ministero della Giustizia si è subito attivato facendo sapere che già nelle prossime 24 ore dovrebbero arrivare risposte, sono in corso le verifiche di incartamenti e documentazione allegata alla richiesta di clemenza.
Una richiesta che è stata vagliata da Giusi Bartolozzi, un passato da deputata forzista, ora giudice a Roma dopo la burrascosa avventura da capo di gabinetto del ministro Nordio con seguito di dimissioni dopo la sconfitta referendaria e protagonista di molte delle vicende più discusse che hanno tenuto banco in questi anni di governo Meloni: dal caso Cospito a quello Almasri.
«Questo della grazia a Minetti è il suo ultimo regalo», sussurra più di qualche fonte a via Arenula. Bartolozzi non ha lasciato un buon ricordo da quelle parti. Nei fatti si è limitata a visionare l’incartamento, a chiedere accertamenti alla procura generale di Milano che li ha esperiti dando un parere positivo non vincolante. Lei contattata da Domani ha risposto così: «Gentile signore non so chi sia lei e neanche Domani». Insomma, non ha voluto commentare.
«Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti che ci richiedeva il ministero. La procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri», ha fatto sapere il sostituto procuratore della Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, in merito al caso della grazia a Nicole Minetti.
Ora i magistrati lombardi sono in attesa di ricevere l’autorizzazione dal ministero per svolgere ulteriori accertamenti sulla base di quanto sta emergendo. Di certo c’è che Minetti ha mandato nuovamente in subbuglio i palazzi, dalla procura al ministero, questa volta coinvolgendo anche il colle più alto.
Fonti presidenziali hanno fatto sapere che il capo dello Stato non dispone di autonomi strumenti indagine per accertare fatti, il ministero della Giustizia è competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come sancito dalla Corte Costituzionale (sentenza numero 200 del 2006). In pratica la presidenza della Repubblica non dispone di propri strumenti d’indagine
I dubbi, sollevati dal Fatto, riguardano la nuova vita di Nicole Minetti, i trascorsi del compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani, con Jeffrey Epstein, l’iter sanitario seguito dal bambino, ma anche la misteriosa scomparsa della madre biologica del piccolo, al quale si aggiunge l’ultimo mistero: l’avvocata che difendeva quella madre è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui legale. I dubbi sollevati riguardano anche l’iter di affidamento del minore alla coppia Minetti-Cipriani.
Dubbi, appunti, che iniziano nelle prime dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Fatto Quotidiano, così il Quirinale è costretto a intervenire sul caso. Era l’11 aprile. «La concessione dell’atto di clemenza – in favore del quale si è espresso il competente Procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere – si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti che necessita di assistenza e cure particolari, presso ospedali altamente specializzati.
La normativa a tutela dei dati sensibili dei minori non consente di rendere noti dettagli sulle condizioni di salute del minore», si leggeva in una nota dell’ufficio stampa del Quirinale. Adesso, però, tutto è tornato in discussione.
Minetti era stata condannata in via definitiva a un anno e un mese per peculato e a due anni e dieci mesi per induzione alla prostituzione nell’ambito del processo Ruby bis. La grazia ha chiuso i suoi conti con la giustizia. Almeno per il momento.
(da Domani)
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