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MINETTI, NOI E GLI ALTRI

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

L’IMPORTANZA DEL GIORNALISMO D’INCHIESTA E COLORO CHE PENSANO CHE LE REGOLE VALGANO SOLO PER GLI ALTRI

Dall’affaire Minetti, senza entrare nel dettaglio, emergono due cose. La prima è che il giornalismo, con tutti i suoi deplorevoli difetti e la sua spocchia giudicante, a volte serve a qualcosa. La seconda è che ci sono persone congenitamente convinte — come se fosse parte del loro dna — che le regole valgano solo per gli altri. E vivono intere vite, passo dopo passo, consacrate alla scorciatoia, all’espediente, alla mossa più che abile per scavalcare la coda.
Minetti appare, anzi riappare, come una di costoro. La sua pena (meno di quattro anni) poteva essere smaltita con un minimo di stoicismo: fosse anche ingiusta, ma non risulta che lo fosse, la si poteva aggiustare con i domiciliari e con un poco di pazienza. Ancora giovane e bella, con un passato da cortigiana di successo e, dismessa quella corte, un fidanzato socialmente rilevante, poteva uscirne quasi bene, e quasi indenne. Farsi dimenticare. Vivere una seconda vita al riparo dalla bagarre politica e dagli sghignazzi degli avversari. Avremmo fatto, in questo caso, il tifo per lei.
Invece no. Ecco la domanda di grazia che fa leva su una forzatura, forse su un bluff. Lo scandalo, che coinvolge la specchiata intenzione del Quirinale e ha una ricaduta mediatica dieci, cento volte superiore alle rarefatte memorie di Minetti prima maniera. Tutto il dimenticato che riemerge. Ricostruzioni impietose di una carriera fondata sulla qualità estetica, non su altro di riconoscibile.
Ne valeva la pena? A conti fatti, no. Ma ci sono persone, ci sono ambienti, per i quali è insopportabile sottostare alla normale, banale mediocrità della vita degli altri. Non riescono, proprio non riescono a stare allo stesso gioco. A volte la fanno franca. A volte no.
(da Repubblica)

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IL MINISTERO MISE FRETTA AI GIUDICI SULLA GRAZIA A MINETTI

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

FARO SU PARTY E CONTATTI DI CIPRIANI

La fretta del ministero. E la “second life” di Nicole Minetti, unico vero elemento che potrebbe portare la Procura generale di Milano a cambiare il parere sulla concessione della grazia.
Per capire la nuova fase della vicenda Minetti è necessario tornare indietro di qualche mese. A fine novembre, quando sul tavolo della Procura generale di Milano arriva un sollecito da parte del ministero della Giustizia: «Dovete fare in fretta sulla vicenda della grazia a Nicole Minetti, stiamo aspettando il vostro parere da inviare al presidente della Repubblica», è scritto, in sintesi. Il fascicolo era arrivato a luglio e i tempi dell’istruttoria si stavano avvicinando alla soglia dei 90 giorni prevista dalla normativa per la definizione di questo tipo di procedimenti. È in quel passaggio che da Roma arriva l’accelerazione.
Il 16 dicembre il dossier viene quindi affidato al sostituto procuratore generale Gaetano Brusa, magistrato di lunghissima esperienza, già alla guida del Tribunale di sorveglianza di Genova, esponente di Area. Un profilo di grande esperienza e garanzia, difficilmente accostabile, per storia e collocazione, a qualunque sospetto di vicinanza all’ex consigliera regionale lombarda. Brusa lavora in tempi strettissimi. In meno di un mese, ai primi di gennaio, dopo aver disposto gli accertamenti previsti dal modulo standard trasmesso insieme al fascicolo, deposita un parere favorevole. Non vengono svolte indagini all’estero, anche perché la scansione temporale – segnata proprio dal sollecito ministeriale – impone una chiusura rapida della prima istruttoria. Verifiche che invece partono adesso, nella seconda tranche.
È qui che si apre il punto più delicato. Per riaprire il caso e arrivare a un eventuale nuovo parere negativo non servirà dimostrare la commissione di nuovi reati. Il nodo è la valutazione del percorso personale: capire se quella «radicale presa di distanza dal passato deviante», indicata nella richiesta di grazia, sia reale e verificabile. Nel documento si parla di un «contesto ormai chiuso e, per il corso della vita successiva, irripetibile». E nel parere del 9 gennaio 2026 Brusa sottolinea come «negli anni successivi la condannata ha dimostrato di essere oggi persona impermeabile», con una «positiva riabilitazione» dei «valori della convivenza civile» e una «concreta volontà di riscatto sociale».
È questa fotografia che ora viene rimessa sotto esame, anche all’estero, in particolare in Uruguay, attraverso gli strumenti di cooperazione giudiziaria e con il supporto di Interpol. Ma è soprattutto su un altro scenario che si concentrano gli approfondimenti, secondo quanto risulta a Repubblica: Ibiza. Le verifiche in corso ruotano attorno a una serie di presenze e frequentazioni sull’isola spagnola, un contesto già di per sé sensibile perché richiama ambienti e dinamiche non troppo distanti da quelli descritti nelle sentenze sul passato di Minetti.
E il punto non sono tanto le feste, quanto i contatti del suo compagno Cipriani con alcuni personaggi. In particolare, secondo quanto risulta, sotto osservazione ci sarebbero alcune frequentazioni riconducibili all’imprenditore: ambienti esclusivi, feste private, circuiti relazionali che riportano al tema centrale dell’istruttoria, la continuità o meno con quel passato. Contatti che però i legali di Minetti – con l’avvocato Emanuele Fisicaro – escludono categoricamente. Così come escludono procedimenti in corso. Una circostanza che, allo stato, trova riscontro anche in un primo screening, già effettuato a livello internazionale. Oltre al lavoro svolto dal tribunale di Venezia, che aveva già effettuato verifiche prima di dare il via libera definitivo all’adozione.
Resta poi il nodo delle visite tra il San Raffaele e Padova, che negli ultimi atti sono state ridimensionate a semplici consulti. Un elemento che, preso da solo, difficilmente basterebbe a ribaltare il parere positivo.
Il baricentro si sposta quindi tra Uruguay – nel ranch Gin Tonic – e Ibiza. È lì che si misura la coerenza della “second life” con la narrazione della discontinuità. Non serve un reato: basta incrinare l’idea che quel mondo sia davvero alle spalle. È su questa linea sottile che la Procura generale di Milano sta costruendo la nuova valutazione. Questa volta senza la fretta del ministero.
(da repubblica)

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MELONI CONTRO MEDIASET PER LE ACCUSE A NORDIO

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

LO SPETTRO DEL SABOTAGGIO DEI BERLUSCONI DIETRO LE ACCUSE DI RANUCCI OSPITE DI RETEQUATTRO

E’ l’Otto settembre della civiltà. Una repubblica finisce nelle mani di Sigfrido Ranucci, Diego della Palma e Mauro Corona. Dice Meloni, dopo aver visto Rete 4: “E’ uno spettacolo indegno”. Ranucci, un volto Rai, va a Mediaset, da Bianca Berlinguer, a dire che “una fonte ci avrebbe detto di aver visto Nordio del ranch di Cipriani”, il compagno di Nicole Minetti, graziata da Mattarella. Nordio, informato, telefona in trasmissione e si difende: “E’ una follia. Non è vero”. In una rete Mediaset, della famiglia Berlusconi, si consente di calunniare un ministro attraverso Minetti, l’amica del padre Silvio, e tutto per raccogliere un miserabile tre per cento di share. Tre per cento. Il “ci avrebbero detto” è lo spirito del tempo. I quotidiani informano Nordio dell’esistenza di foto di lui e Giusi Bartolozzi all’Harry’s Bar di Venezia, di proprietà dei Cipriani, e la Rai invia una lettera di richiamo a Ranucci. Siamo in pieno notturno della ragione.
Questa è solo cronaca. E’ la cronaca che il comando è saltato ovunque. Otto settembre. Ranucci, volto Rai, di Report, si presenta nella rete avversaria, Rete 4, a “E’ sempre Cartabianca”, con ospite Mario Giordano, il diretto concorrente della domenica, per annunciare che “una fonte gli ha detto che Nordio… ”, e invita a guardare la prossima puntata di Report. Giordano, un eroe, consiglia agli spettatori di non fuggire perché se proprio dovete vederla: “Registratela”. Riassumendo: il rivale di Giordano si fa pubblicità con una notizia, non verificata, nella rete dove Giordano lavora. Ah, i vecchi e sani manicomi…
Berlinguer fa sponda con Ranucci, non lascia parlare Nordio, e commenta una notizia che destabilizza un governo come se si parlasse di bigodini e mai paragone ha più valore. Ospite in studio è Diego Della Palma, vestito come un domatore di tori, e Berlinguer gli passa la parola per commentare il caso Minetti-Uruguay. A Mediaset scoppia il panico ma il programma di Berlinguer è una zona franca e la condirettrice che dovrebbe vigilare, Siria Magri (e si fa per dire) il caso vuole sia assente. La zona Berlinguer è così franca che Mauro Corona, il Sartre con la fiaschetta, l’opinionista principe, si può permettere, in diretta, di sputazzare un bicchiere di latte senza che gli venga suggerito da Pier Silvio Berlusconi, dal direttore dell’informazione Mauro Crippa: torna in video quando hai digerito. Se Mediaset fosse la Rai, i cdr avrebbero già costretto, da tempo, Berlinguer a darsi una regolata, ma Mediaset è una grande famiglia. Dice Giordano, che incredulo è rimasto al suo posto mentre assisteva al Ranucci pasolianiano, al suo io so e ho una fonte a Montevideo, che “Mediaset è la mia casa e la casa si difende sempre”. Ovviamente c’è di mezzo la Rai. L’ad, Giampaolo Rossi, neppure è a conoscenza che Ranucci è in trasferta a Rete 4. In Rai basta avere un libro in uscita (e Ranucci lo ha) per andare ospite ovunque, anche alla sagra del carciofo ammuffito, ed è sufficiente comunicarlo alla direttrice dell’offerta informativa (non si sa di chi) Angela Mariella (area Lega). Non serve neppure l’autorizzazione. Per dare la cifra dello stato del paese va aggiunto che Ranucci, volto Rai, pubblicizza il suo libro a Mediaset dove a Giordano, volto di Rete 4, viene impedito. Ranucci attacca Nordio e scatta la controffensiva di FdI. Si cerca Giovanni Donzelli, si fa ponte con Nordio. Si chiede al ministro, che viene difeso anche in una nota interna del partito, “puoi smentire questa ricostruzione?”. Nordio conferma e telefona in diretta a Berlinguer. Meloni è piena di collera perché ci vede il dolo dei Berlusconi, la voglia di sabotare il governo. A Mediaset, e direbbe Ranucci, ce “lo avrebbero detto i soldati di Cologno”, squilla il telefono di Crippa, il direttore dell’informazione, e dall’altra parte gli viene riversato qualsiasi improperio: “Mediaset sembra La7”, “con Silvio Berlusconi non sarebbe accaduto”. Lo sconcerto di Mediaset è tale, e totale, anche fra i generali di corpo d’armata ma nessuno può dire nulla e non accade nulla malgrado la puntata abbia compromesso i rapporti con Meloni. E’ una fiasco in diritto commerciale (la puntata ha totalizzato il tre per cento), in diritto berlusconiano (offesa al padre), in diritto puro (la smentita in diretta). Il direttore dell’approfondimento Rai, Paolo Corsini, rimproverato da FdI perché non sa gestire Ranucci (al punto da proporre di sostituirlo con Francesco Giorgino) anche lui sarebbe all’oscuro dell’ospitata di Ranucci. Se le regole Rai, quelle vecchie belle frasi sull’importanza del servizio pubblico e delle notizie verificate, valessero (e ora c’è chi vuole valgano) Ranucci rischia la lettera di richiamo dei legali Rai. E’ partita ma, prima che arrivi, Ranucci sarà già ospite a Tele Montevideo. Dice il viceministro della Giustizia, Paolo Sisto, che è stato il legale di Berlusconi: “Siamo arrivati alle minacce in diretta, l’invito a guardare la prossima puntata. La menzogna ha sostituito gli ideali e la menzogna resta addosso”. Una battaglia sul garantismo di un governo, e tanto più di un partito come Forza Italia, viene mandata a male in una sera. Nordio, atteso alla Camera per un evento, rinuncia. Vogliono la sua testa perché sono convinti che se cade Nordio, cade il governo. Da mesi ogni telefonata che ha un deputato con i colleghi comincia con: “Ma Crosetto?”. Se non è Nordio resta Crosetto. Si vive così. Alla Biennale di Venezia è iniziato il processo a Buttafuoco. Sono stati inviati gli ispettori per sequestrare carteggi (oltre la Russia si cerca la combutta con l’Iran) per dimostrare la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Da ieri è cambiato il rapporto fra Meloni e Mediaset. Lo racconta FdI. I parlamentari hanno ricevuto l’ordine di prendersi una pausa di riflessione. Non andranno ospiti da Berlinguer. E’ già l’Otto settembre con Diego della Palma al posto di Alberto Sordi.
(da Il Foglio)

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“IL FATTO” HA LA “PROVA” CHE SMENTISCE NICOLE MINETTI: NELL’ISTANZA DI GRAZIA PRESENTATA DALL’EX IGIENISTA DENTALE IL BAMBINO ADOTTATO INSIEME AL COMPAGNO, GIUSEPPE CIPRIANI, VENIVA DEFINITO “ABBANDONATO ALLA NASCITA”, MA NON È COSÌ

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO PUBBLICA LA SENTENZA DEL TRIBUNALE URUGUAIANO CHE STABILÌ LA “SEPARAZIONE DEFINITIVA” DEL PICCOLO DALLA FAMIGLIA DI ORIGINE: IL BIMBO NON FU MAI “ABBANDONATO”, MA AFFIDATO ALL’ENTE STATALE “INAU” DALLA MADRE INDIGENTE… LA BATTAGLIA LEGALE FU COMBATTUTA CON ARMI IMPARI: I GENITORI BIOLOGICI VIVEVANO IN MISERIA E NON POTEVANO PERMETTERSI UN AVVOCATO. A RAPPRESENTARE IL MINORE ERA MERCEDES NIETO, MORTA CARBONIZZATA NEL GIUGNO 2024 IN CIRCOSTANZE ANCORA MISTERIOSE

“Separacion Definitiva, adopcion plena y perdida de patria potestad”. Inizia così la Sentencia del 15 febbraio 2023 emessa dal Tribunale di Maldonado. Un documento che il Fatto è ora in grado di mostrare.
Questa sentenza costituisce la prova di quanto abbiamo ricostruito: il bimbo non era affatto “abbandonato alla nascita”, come viene definito nell’istanza di grazia, ma aveva due genitori biologici, poveri e pieni di problemi.
A costoro la patria potestà è stata sottratta a seguito di una causa civile intentata da Nicole Minetti e dal compagno Giuseppe Cipriani, durata più di tre anni.
L’oggetto della causa è l’adozione piena e la perdita della patria potestà per la famiglia naturale.
Le carte ripercorrono la difficile vita del bambino, nato nel dicembre 2017. Nel 2018 non era stato abbandonato in strada, ma affidato all’ente statale Inau come misura estrema e per massimo 45 giorni a causa della madre indigente e della reclusione del padre in carcere. Il testo illustra l’ingresso dei due italiani, presentatisi inizialmente come volontari presso l’ente per l’infanzia Inau.
Anche grazie alle loro ingenti risorse, ottengono a fine 2020 una “licenza” per trasferire il minore nella tenuta la Chacra Gin Tonic a La Barra, dove – secondo le testimonianze raccolte dal Fatto – si svolgevano le feste con “chicas”, anche minorenni. E Minetti avrebbe fatto da “madama” come ad Arcore e a Ibiza.
Il documento mette poi a verbale che il 12 ottobre 2021 la coppia porta il bambino negli Usa, al Boston Children’s Hospital, per sottoporlo a un delicato intervento chirurgico. Anche se la potestà piena arriverà solo nel luglio 2023.
A far vincere questa clamorosa battaglia legale è stata anche la schiacciante disparità di mezzi economici. I genitori biologici vivevano in miseria assoluta, tanto che usufruivano del beneficio dell’ausiliatoria de pobreza. Non potevano permettersi un avvocato. A rappresentare il minore era Mercedes Nieto, trovata carbonizzata nel giugno 2024 in circostanze ancora misteriose per cui si indaga per omicidio.
La giudice elenca i vantaggi che la coppia italiana poteva offrire. Non solo la possibilità di sostenere l’intervento a Boston a loro spese. Il bambino poteva vivere con un tenore di vita altissimo, “frequentare l’International College Punta del Este” e godere di tutti i privilegi che il lusso dei milioni di Minetti e Cipriani potevano permettergli.
Lo scandalo, intanto, ha varcato l’oceano ed è arrivato in Parlamento. La senatrice uruguaiana Graciela Barrera de Novo dichiara al Fatto: “Ho presentato una formale richiesta di informazioni a diversi ministeri in merito alle notizie emerse sull’adozione del bambino. Per una risposta ci vorranno 20 giorni lavorativi”.
Le crepe di questa fiaba si allargano a dismisura: testate locali come La Diaria De Maldonado e FM Gente hanno raccolto testimonianze sull’irregolarità di questa adozione, allargando l’inchiesta al dramma delle adozioni forzate e al licenziamento dell’ex direttore dell’Inau di Maldonado, Daniel Guadalupe.
Si indaga sulle pressioni interne a un ente finito al centro di una bufera per 114 minori morti negli ultimi cinque anni. Una gigantesca “fabbrica di orfani” da cui due milionari hanno pescato, indisturbati, la chiave per ottenere la grazia di Stato.
(da il Fatto Quotidiano)

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ISRAELE E’ UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, ORA ASSALTA LE NAVI IN ACQUE EUROPEE, VICINO A CRETA: MINACCE VIA RADIO, POI L’ASSALTO NEI CONFRONTI DELLA MISSIONE NAVALE UMANITARIA

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

CINQUANTA NAVI SEQUESTRATE E 400 ATTIVISTI IN ARRESTO, COSTRETTI A METTERSI IN GINOCCHIO SOTTO LA MINACCIA DELLE ARMI: QUESTA E’ PIRATERIA… INVECE CHE “CONDANNARE” UN’AZIONE DA GANGSTER, UN GOVERNO CON LE PALLE OGGI AVREBBE SEQUESTRATO TUTTE LE NAVI ISRAELIANE NEI PORTI ITALIANI E BLOCCATO ACCESSO E USCITE ALL’AMBASCIATA (COME PRIMA RISPOSTA, POI ALTRE A SEGUIRE…)

Intercettati e bloccati nel cortile di casa dell’Europa. Accerchiati e fermati a settanta miglia da Creta, in acque internazionali su cui Atene ha competenza. Con un blitz, rivendicato dalle autorità dello Stato ebraico, ancora una voltala Global Sumud Flotilla, la trentasettesima missione navale umanitaria partita per rompere l’assedio israeliano a Gaza e portare aiuti, medicine e professionisti per la ricostruzione, è stata fermata.
“La marina – riporta Al Jazeera – afferma di aver sequestrato circa 50 imbarcazioni con a bordo 400 attivisti a centinaia di chilometri dalle coste israeliane e di aver informato le persone a bordo di essere in arresto. Si tratta dell’operazione militare condotta più lontano da Israele che la storia ricordi”, commentano con malcelato orgoglio le autorità israeliane.
“Le azioni di Israele di questa sera – si legge – segnano un’escalation pericolosa e senza precedenti: il rapimento di civili in mezzo al Mediterraneo, a oltre 960 chilometri da Gaza, sotto gli occhi di tutto il mondo. Questa è pirateria. Il sequestro illegale di esseri umani in alto mare condotto con totale impunità, ben oltre i propri confini, senza conseguenze”.
Che la nuova missione, la più grande in termini di navi e partecipanti mai organizzata, rischiasse di essere fermata prima di raggiungere Gaza, tutti i volontari saliti a bordo delle prime 58 navi della flotta lo sapevano. E molti con preoccupazione avevano letto della riunione straordinaria al quartier generale militare di Kirya, a Tel Aviv, a cui nel pomeriggio di mercoledì 29 ha partecipato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dopo aver chiesto e ottenuto di interrompere il controinterrogatorio nel processo a suo carico.
Ma nessuno avrebbe mai pensato che l’Idf e la Marina israeliana entrassero in azione così presto, tre giorni dopo la partenza, di fatto alle porte dell’Europa. Un’azione subito rivendicata dalle autorità israeliane, mentre dall’Italia la Farnesina con una nota ufficiale chiede “spiegazioni”.
Sparpagliati sulle navi della flotta umanitaria, partita per portare aiuti necessari per dare respiro alla Striscia sotto assedio, ci sono circa cinquanta italiani. “Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto immediatamente all’Unità di Crisi, all’ambasciata d’Italia a Tel Aviv e all’ambasciata d’Italia ad Atene di assumere informazioni con le autorità israeliane e greche per definire i contorni dell’operazione in corso e permettere al Governo italiano di mettere in atto le azioni necessarie a tutelare i cittadini italiani imbarcati”, fa sapere con una nota la Farnesina.
Proteste in tutta Italia
Dal centro di coordinamento a terra della missione, che per la giornata del 30 aprile ha convocato manifestazioni in tutta Italia, parte invece la protesta. “L’Unione europea è al corrente di quanto sta accadendo? La prossima volta verranno ad arrestarci direttamente a casa?”, attacca la portavoce italiana, Maria Elena Delia, mentre le operazioni sono ancora in corso e i social si riempiono dei video degli attivisti che raccontano il blitz.
L’attacco a sorpresa in acque internazionali
Tutto è iniziato attorno alle 21.30. Mentre le 58 barche della flotta umanitaria navigano in acque internazionali a circa settanta miglia da Creta, dalle prime vele della formazione scatta l’allarme.
“Alcune motovedette che si sono identificate come israeliane hanno bloccato le prime barche”, è il messaggio passato rapidamente da barca a barca. Subito, uno sciame di droni inizia a volare sempre più basso sulla flotta, mentre le comunicazioni radio diventavano impossibili, le frequenze vengono intercettate e disturbate.
Rapidamente, a bordo si diffonde il panico. Corre rapida la notizia di un’intercettazione in corso, di equipaggi costretti a inginocchiarsi davanti a mitra spianati, c’è chi ricorda quando i reparti speciali dell’Idf a settembre hanno bloccato la flotta in acque internazionali, catturando tutti gli attivisti poi portati ad Ashdod e da lì in un carcere nel Negev.
Droni a bassa quota e radio fuori uso
“La situazione è molto confusa – spiegava in serata Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica Gkn – di certo la comunicazione è resa estremamente difficile, le comunicazioni sono disturbate, persino il canale 16 delle emergenze salta. Sulla nostra testa sentiamo diversi droni che sorvolano la flotta”.
Passa poco tempo perché il timore diventi certezza. Da diverse barche gli attivisti lanciano l’allarme: “le motovedette sono sempre più vicine, ci sono uomini armati che ci puntano contro laser e armi“. Nel giro di un’ora, undici barche spariscono dal tracker, il segnale radio si spegne. Diventeranno ben presto cinquanta.
Le minacce via radio di Idf
Chi è a bordo racconta di droni che volano a bassa quota e barche piccole e veloci che tagliano la rotta alle vele. Poi via radio arriva una comunicazione: “Se il vostro intento è portare aiuti a Gaza, dirigetevi verso Ashdod, altrimenti desistete”, si sente dire in inglese a un uomo con marcato accento israeliano. “Qualsiasi tentativo di proseguire verrà considerato azione ostile”, afferma, nonostante le navi veleggino in acque internazionali di competenza greca, su cui – almeno sulla carta – la Marina israeliana non ha sovranità.
Fucili puntati e equipaggi in ginocchio
Poi le telecamere di bordo, iniziano a mostrare le immagini in diretta del blitz: equipaggi con le mani alzate, davanti a uomini armati, che urlano e prendono rapidamente il controllo delle barche.
“I governi devono agire ora per proteggere la Flotilla e ritenere Israele responsabile di queste flagranti violazioni del diritto internazionale e del genocidio in corso contro il popolo palestinese”, è uno degli ultimi messaggi che arriva dalla flotta in mare. Un messaggio che viene subito rilanciato dai cosiddetti equipaggi di terra. “Con una spregiudicata azione militare le forze armate israeliane hanno intercettato alcune navi della Global Sumud Flotilla”, confermano dal centro di coordinamento a terra della Flotilla. “Si tratta di una ulteriore escalation del metodo repressivo e della violazione delle norme internazionali da parte di Israele”.
(da agenzie)

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CASO MINETTI, LA POLITICA URUGUAIANA GRACIELA BARRERA: “IN QUESTA STORIA TROPPI DETTAGLI PREOCCUPANTI”

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

LA PARLAMENTARE PRESENTA INTERROGAZIONI AL GOVERNO

La politica uruguaiana vuole vederci chiaro sul caso di Nicole Minetti, della grazia ricevuta ma soprattutto dell’adozione internazionale che le è servita, di fatto, per ottenerla. «Oggi ho inoltrato diverse richieste di rapporti a vari ministeri e una di accesso alle informazioni alla Procura Generale della Nazione, per fare luce su questo caso». L’annuncio è quello della deputata Graciela Barrera, del Frente Amplio, che ha presentato una serie di pedidos de informes, ovvero le nostre interrogazioni, ai vari ministeri.
Barrera: «Vogliamo capire se c’è stata una forma di tratta delle persone e se bambini dell’Inau sono stati portati lì»
Barrera, contattata da Il Messaggero ha spiegato: «In questa storia dell’adozione del bambino da parte di Giuseppe Cipriani Jr. e Nicole Minetti ci sono troppi dettagli preoccupanti. Qui in Uruguay ora dobbiamo fare chiarezza». Preoccupa la morte in uno strano incendio dell’avvocata che seguiva il bimbo, nel 2024, e soprattutto la scomparsa della madre naturale , su cui c’è un alert della polizia locale. «Questa
storia ha attirato la nostra attenzione – spiega al Messaggero la deputata – per quello che abbiamo capito potrebbe esserci stato un bambino che è stato adottato in forma non regolare. Per questo abbiamo chiesto informazioni all’Inau, l’istituto che si occupa dell’assistenza dei bambini e degli adolescenti». «Vogliamo capire se siamo di fronte anche a una forma di tratta di persone. Pare che ci fossero appuntamenti in uno stabilimento dove si facevano feste e vogliamo capire se davvero lì fossero stati portati minori che erano seguiti dall’Inau», sottolinea Barrera.
Cosa chiede Barrera
Nell’interrogazione al Ministero dell’Interno, Barrera chiede informazioni sulla scomparsa di Maria de los Angeles Gonzalez Colinet, mamma naturale del bimbo adottato da Minetti e Cipriani e secondo cui non ci sarebbero notizie da mesi. E maggiori dettagli sul rogo in cui hanno perso la vita gli avvocati Mercedes Nieto e Mario Cabrera, risalente al 15 giugno del 2024, che hanno curato gli interessi dei genitori biologici. Al Ministero dell’Economia viene inoltre chiesto di elencare le operazioni finanziarie legate al Cipriani Ocean Resort Residences & Casino e se ci siano stati trasferimenti bancari, nel 2006, a un conto di Punta del Este da un altro conto collegato a Jeffrey Epstein (secondo gli articoli emersi sul Fatto Quotidiano). Infine c’è anche un’interrogazione per il Ministero dello Sviluppo sociale: forse la più importante. Si chiede se l’Inau (che segue minori in difficoltà e che si occupa anche delle adozioni) ha relazioni con Cipriani Jr. o con la sua proprietà in Uruguay. Se ha ricevuto donazioni dall’imprenditore e compagna.
(da agenzie)

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VIOLENZE, ORDIGNI, INTIMIDAZIONI: TUTTI HANNO FATTO FINTA DI NON VEDERE L’ESCALATION DELLA DESTRA EBRAICA

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

HANNO GARANTITO A DEI CRIMINALI UNA SOSTANZIALE IMPUNITA’,,, ECCO I TANTI EPISODI AVVENUTI IN ITALIA

Ieri la polizia ha fermato un giovane di 21 anni. È accusato di aver sparato contro due signori che portavano il fazzoletto dell’Anpi al collo, nei pressi di Parco Schuster al termine della manifestazione del 25 aprile. Per fortuna era solo una pistola a pallini, ma ha fatto male e poteva fare più male. In tanti abbiamo pensato che chi avesse compiuto questo atto non fosse un estremista neofascista, ma piuttosto potesse appartenere a quella parte della militanza della comunità ebraica che in questi anni è andata via via radicalizzandosi.
Dalle prime risultanze investigative sembrerebbe proprio così: il ragazzo avrebbe ammesso le proprie responsabilità, e spiegato di aver agito in quanto appartenente alla “Brigata Ebraica”.
La radicalizzazione della militanza della destra della comunità ebraica ha conosciuto un’accelerazione negli ultimi anni. In pochi lo abbiamo denunciato, in pochi lo abbiamo fatto facendo attenzione a non generalizzare cercando un costante dialogo con il dissenso ebraico anche in Italia, non riducendo un universo plurale ad alcuni elementi dell’ebraismo istituzionale.
Le istituzioni, la politica e i media hanno fatto finta di non vedere fino ad oggi. Eppure sono stati tanti, tantissimi gli episodi di violenza, squadrismo, intimidazioni che si possono ricondurre alle frange più radicali della destra della comunità ebraica, quella più vicina all’attuale governo di Israele (quanto al governo italiano in carica). Alcuni episodi sono stati apertamente rivendicati, rispetto ad altri non c’è mai stata nessuna presa di distanza. Provo a farne un elenco parziale.
24 ottobre 2023: l’influencer e attivista italo palestine Karem Rohana (“Karem From Haifa”), viene picchiato appena appena sbarcato a Roma dalla Palestina. Prima di prendere il volo in delle storie aveva raccontato di stare rientrando.
2 novembre 2023: nei pressi di Piazza Bologna una famiglia che espone la bandiera della Palestina alla finestra riceve intimidazioni e scritte di minaccia sulla porta.
6 novembre 2023: la rete di solidarietà con la Palestina Yalla denuncia come sia stato sfregiato ripetutamenteil murales dedicato alla giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh. Insulti e sfregi sono rivendicati con delle stelle di David.
8 maggio 2024: un gruppo di giovani con il volto coperto compiono un blitz all’interno dell’Università La Sapienza. Obiettivo la targa per un fisico palestinese morto a Gaza, rivendicando il gesto con delle stelle di David.
15 maggio 2024: Gabriele Rubini (noto anche come Chef Rubio), viene aggredito fuori la sua abitazioneda un gruppo di uomini con il volto coperto.
4 agosto 2024: un militante di Rifondazione Comunista viene picchiato da un uomo con un manganello telescopico in piazzale degli Eroi mentre affigge manifesti in solidarietà con la Palestina. L’aggressore si qualifica come “israeliano”.
5 ottobre 2024: studente di 18 anni viene aggredito mentre si allontana da una manifestazione a sostegno della Palestina.
21 febbraio 2025: a Monteverde un gruppo che si firma come “Brigata Vitali” che organizza giovani ebrei che si definiscono sionisti, sigilla la scuola con catene, silicone e striscioni contro il collettivo di sinistra e pro Palestina.
25 aprile 2025: tensione tra manifestanti pro Palestina e della Brigata Ebraica. I militanti della Brigata ripetutamente lanciano oggetti e insultano i manifestanti.
27 aprile 2025: l’opera della street artist Laika realizzata a Garbatella viene vandalizzata e distrutta insieme ad altre installazioni in solidarietà con la Palestina e che ricordano la Resistanza partigiana. L’azione è rivendicata con adesivi pro Israele.
11 settembre 2025: un ordigno artigianale viene fatto esplodere sul portone del centro sociale La Strada a Garbatella. sul muro uno striscione con scritto”Di Battista putt….na di Hamas”.
2 ottobre 2025: al Liceo Caravillani un gruppo di appartenenti alla Comunità Ebraica aggredisce gli studenti colpevoli di stare tenendo un’assemblea sulla guerra a Gaza. Aggrediti anche i professori intervenuti in difesa degli alunni.
2 ottobre 2025: all’ospedale Spallanzani volontario dei Sanitari per Gaza viene colpito con un casco al voltoda tre aggressori e rapinato della bandiera per la Palestina.
25 aprile 2026: militante pro Israele a bordo di una moto spara con una pistola a pallini contro due manifestanti che lasciano il comizio ferendoli
28 aprile 2026: blitz squadrista in un’aula autogestita dagli studenti a Roma Tre e ribattezzata “Aula Gaza”. Manifesti strappati e scritte pro Israele sui muri.
La stupefacente progressione di episodi qui raccolti (con tutta probabilità parziale), tutti rimasti senza che fossero individuati i colpevoli, ovviamente non esime dal bisogno di denunciare e isolare l’antisemitismo (certo non come è stato fatto equiparandolo alle critiche a Israele). Ma è ora di smettere di garantire impunità allo squadrismo di questi gruppi che si organizzano per colpire e fare male, e soprattutto di discutere il problema a viso aperto nella nostra società, senza far finta di non vedere.
(da Fanpage)

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DECRETO LAVORO, QUELLO CHE MELONI CHIAMA “SALARIO GIUSTO” IN REALTA’ E’ IL MINIMO SINDACALE

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

MENTRE GLI STIPENDI SONO MANGIATI DALL’INFLAZIONE, IL DECRETO LAVORO PATACCA PREMIA CON I SOLDI PUBBLICI LE IMPRESE E RESTRINGE IL DIRITTO DEI LAVORATORI A RICORRERE AI GIUDICI PER OTTENERE RETRIBUZIONI DIGNITOSE

Per la quarta volta in quattro anni, il governo Meloni ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. La Presidente del Consiglio, insieme alle ministre Calderone e Roccella, ha presentato in conferenza stampa un pacchetto da un miliardo di euro di incentivi alle imprese, spacciati come misure relative ai redditi più bassi. Ma la novità è soprattutto lessicale: il trattamento economico minimo definito dai contratti collettivi (lo stesso stipendio con cui molti lavoratori faticano a pagare un affitto, a reggere l’inflazione, a mettere da parte qualcosa) viene definito dal decreto del governo Meloni come “salario giusto”.
Lo slittamento semantico: giusto come sinonimo di minimo
Nel testo del provvedimento, si fa riferimento al trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore, cioè l’insieme delle voci retributive. Per individuare il “salario giusto” si guarda ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
In questo modo il governo si tiene lontano dall’ipotesi di un salario minimo fissato per legge, discussa negli ultimi anni sia dalle opposizioni sia, in passato, da forze politiche oggi al governo. Rispetto ai modelli discussi negli ultimi anni, si abbandona sia il parametro di paga oraria, preferendo ancorare i minimi a una retribuzione globale e complessiva, sia ogni ipotesi di tutela legale, demandando la definizione della soglia alla sola contrattazione collettiva.
Così, però, sul piano lessicale, si genera una confusione di significato: che sia legale o contrattuale, che sia orario o complessivo, il salario a cui ci si sta riferendo è la soglia minima, non il trattamento giusto.
La rappresentanza sindacale e la Costituzione inattuata
Nel ricondurre, poi, la definizione del salario minimo alla sola contrattazione collettiva, si ignora la storia delle relazioni industriali in Italia, condizionata fortemente dall’assenza di una legge sulla rappresentanza.
Il preambolo del nuovo decreto lavoro cita infatti gli articoli 35, 36 e 39 della Costituzione, ignorando che quest’ultimo, nella parte in cui prevede la registrazione dei sindacati, la loro personalità giuridica e il conseguente potere di stipulare
contratti collettivi efficaci erga omnes (validi cioè per tutti i lavoratori di una categoria) non è mai stato attuato.
Il risultato è che in Italia esistono centinaia di contratti collettivi nazionali, tra cui proliferano anche i cosiddetti contratti pirata: accordi stipulati con organizzazioni sindacali scarsamente rappresentative, che fissano minimi tabellari al ribasso e consentono ai datori di lavoro di scegliere il contratto più conveniente per l’impresa, a scapito dei lavoratori. È il fenomeno del dumping contrattuale, ed è una delle ragioni per cui i sindacati hanno nel tempo cambiato posizione sull’opportunità di un salario minimo legale: da contrari, com’erano storicamente, a favorevoli, proprio perché la realtà del mercato del lavoro, sempre più precario e frammentato, senza spinte collettive forti, ha reso evidente che la contrattazione collettiva, da sola, non riesce più a garantire tutele uniformi, e ha portato persino alla stipula di minimi tabellari sotto alla soglia di povertà.
Di fatto, con l’ultimo decreto meloniano sul lavoro, diventerebbero legalmente “salario giusto” quegli stessi minimi non dignitosi, che sono stati giudicati insufficienti dalla Cassazione, facendo leva sull’applicabilità diretta dell’articolo 36 della Costituzione.
La limitazione del principio costituzionale (e del potere dei giudici e delle tutele dei lavoratori)
L’articolo 36 della Costituzione stabilisce che la retribuzione deve essere proporzionata alla quantità e qualità dell’attività prestata dal lavoratore, ma “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Quella promessa costituzionale è valida a prescindere dalla contrattazione collettiva, come autorevolmente sostenuto anche dalla Cassazione. Il lavoratore deve sempre poter provare in giudizio che la retribuzione che riceve è insufficiente e il giudice, verificata l’inadeguatezza del salario, deve ridefinire lo stipendio.
L’articolo 7 del nuovo decreto punta a limitare questo potere. Ancorando la definizione di “salario giusto” ai soli accordi collettivi, il governo mira a sottrarre ai magistrati la facoltà di valutare se una retribuzione sia davvero dignitosa. La tutela costituzionale smette così di essere un diritto del singolo e diventa un semplice esito dei rapporti di forza tra le sigle sindacali e datoriali.
E’ la versione aggiornata del disegno già visto l’estate scorsa. Con l’emendamento Pogliese, proposto dal relatore di Fratelli d’Italia in sede di conversione del decreto Ilva e poi ritirato davanti alle proteste, la maggioranza aveva tentato qualcosa di simile per via più diretta: se allora si cercava di impedire ai giudici di condannare le imprese al pagamento delle differenze retributive, con una presunzione di adeguatezza dei minimi contrattuali, oggi lo si fa con una manovra più sottile che agisce sulla definizione stessa di sufficienza salariale, ancorandola ai contratti collettivi.
Il premio per il minimo, l’incentivo per la normalità
Il cuore del decreto è però l’incentivo. Le norme della bozza descrivono infatti una serie di benefici per le imprese: esoneri contributivi per l’assunzione di giovani under 35, di donne e di lavoratori nella ZES (Zona Economica Speciale), per un valore complessivamente di quasi un miliardo di euro.
Giorgia Meloni ha presentato come “una novità che noi consideriamo molto importante” il requisito di accesso a queste decontribuzioni: “a quegli incentivi – ha spiegato la Presidente del Consiglio – si può accedere solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che noi definiamo il salario giusto”.
In altri termini, per godere del meccanismo premiale le imprese devono rispettare i minimi dei contratti collettivi nazionali, minimi considerati “salario giusto” nel decreto meloniano.
Ma rispettare la legge non è un’opzione virtuosa, è un obbligo, un comportamento che dovrebbe essere normale (cioè, appunto, secondo la norma). Si passa così da un sistema sanzionatorio, che dovrebbe disincentivare atti illeciti (come violare i contratti e sfruttare i lavoratori), a un sistema d’incentivi, in cui si garantisce una ricompensa per una condotta obbligatoria, come se la decenza fosse qualcosa di straordinario, degno di un premio economico.
Al paradosso s’aggiunge paradosso se si pensa che queste decontribuzioni sono a carico della spesa pubblica, finanziata principalmente dal gettito di lavoratori e pensionati. Sono i lavoratori stessi a concorrere al finanziamento del sistema con cui si premiano le imprese che non sottopagano i lavoratori. È una forma particolarmente raffinata di quella privatizzazione dei profitti e socializzazione dei
costi che caratterizza da anni l’intervento pubblico nel mercato del lavoro italiano: lo Stato paga, l’impresa incassa, il lavoratore si rassegna al salario minimo, che il governo Meloni definisce “salario giusto”.
La neolingua meloniana e il suo impatto culturale
Il salario giusto è allora, in questo senso, una formula rivelatrice di una visione più ampia del rapporto tra lavoro, impresa e Stato. Quella locuzione rappresenta uno slittamento semantico consapevole, un’operazione di riscrittura del reale attraverso le parole: se il minimo diventa giusto, smette di essere percepito come una soglia di sopravvivenza, sotto la quale non si può scendere e a partire dalla quale si può rivendicare. Finisce, anzi, per sembrare una misura equa, soddisfacente, difficile da contestare.
È così che il linguaggio politico diventa norma giuridica e plasma i rapporti sociali. E, prima ancora di abbassare il livello delle tutele, ne cambia la percezione. Questa retorica funziona perché intercetta e cristallizza una rassegnazione già diffusa, presentando il minimo sindacale come il massimo a cui ambire.
Il nuovo decreto sul lavoro ribadisce così la visione del governo Meloni sul lavoro: la rinuncia a fissare una soglia legale chiara, il mancato intervento sulla rappresentanza, il tentativo di ricondurre la Costituzione entro i limiti della contrattazione (e, così facendo, di comprimere lo spazio di intervento dei giudici nella tutela dei lavoratori) e, infine, la scelta di sostituire garanzie con incentivi.
Non è un dettaglio che tutto questo venga annunciato, per la quarta volta in quattro anni di governo, il Primo maggio. Nella solennità civile in cui si celebrano dignità e diritti di chi lavora, il lavoro viene ridefinito attraverso un lessico che attenua il conflitto e falsifica la realtà, con un’operazione retorica, politica e giuridica tanto sofisticata quanto pericolosa.
(da Fanpage)

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FRANCESCO ROCCA HA TRASFORMATO LA REGIONE LAZIO IN UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO PER GLI EX FUNZIONARI DELLA CROCE ROSSA: L’EX PRESIDENTE DELLA CRI, GOVERNATORE DAL 2023, SI È PORTATO DIETRO UN MANIPOLO DI FEDELISSIMI, A PARTIRE DAL CAPO DI GABINETTO (A 180MILA EURO L’ANNO), GIUSEPPE PISANO, E DALLA PORTAVOCE, CARLA CACE

Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile

I “VASI COMUNICANTI” FUNZIONANO IN ENTRAMBE LE DIREZIONI: CI SONO INFATTI MOLTI PROFESSIONISTI CHE HANNO TROVATO SPAZIO NELL’ORGANIZZAZIONE DI VOLONTARIATO. UNICO REQUISITO COMUNE? LA MILITANZA IN FRATELLI D’ITALIA O ALLEANZA NAZIONALE

Il 2023 ha segnato uno spartiacque nella storia dei rapporti della Croce Rossa Italiana con la politica regionale, in particolare con la sponda destra. Con l’elezione di Francesco Rocca alla presidenza del Lazio, a sua volta presidente dell’associazione tra il 2013 e la fine del 2022, tanti lo hanno accompagnato nel passaggio da via Ramazzini, sede della Croce Rossa, a via Colombo, sede della giunta del Lazio: si tratta quasi sempre di fedelissimi che hanno seguito il leader nella sfida del governo territoriale.
Ma i vasi comunicanti tra le due realtà funzionano in entrambe le direzioni. Ci sono infatti anche professionisti, con un passato politico nelle file di Fratelli d’Italia o Alleanza Nazionale, che negli ultimi anni hanno trovato spazio nell’organizzazione di volontariato, a tutti i livelli.
Capo di Gabinetto in Regione Lazio per 180mila euro l’anno è Giuseppe Pisano, commercialista cosentino proveniente anch’egli dagli uffici della Croce Rossa dove ha ricoperto ruoli da dirigente.
È l’uomo che filtra ogni decisione, il perno su cui ruota l’amministrazione Rocca, garantendo quella continuità operativa che il governatore esigeva sin dal primo giorno. In realtà Pisano risulta ancora presidente del Collegio dei revisori dei conti dell’associazione di volontariato, un doppio incarico che ha scatenato in passato le
proteste delle opposizioni che ne hanno richiesto, invano, le dimissioni per un presunto conflitto di interesse.
Portavoce di Rocca è Carla Cace, scrittrice e storica dell’arte, già senior communication officer di Croce Rossa e presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata. Oggi aiuta il presidente nella comunicazione delle attività istituzionali e di rappresentanza.
Stessa sorte per Adriano Valentini, prima communication specialist della Croce Rossa Italiana, poi responsabile della comunicazione web per Rocca durante la campagna elettorale, oggi responsabile della struttura autonoma social media presso l’ufficio di gabinetto della Giunta.
Sempre ad aprile del 2023, poco dopo l’insediamento, Rocca ha nominato Alessandro Ridolfi direttore generale della regione. Laureato in economia e commercio, Ridolfi ha lavorato all’interno di Agenas e della CRI in Sicilia, in particolare è stato presidente e amministratore delegato di SI.S.E., (Servizi Infrastrutturali e Servizi Emergenza), una società a socio unico della Croce Rossa Italiana che gestiva per l’associazione i servizi pubblici di assistenza e pronto intervento 118 nella regione Sicilia.
Oltre ad aver ricoperto incarichi di docenza presso alcune università è stato, tra le altre, coordinatore della segreteria dell’ex presidente della Regione Lazio, Francesco Storace. Quest’ultimo lo nominò anche direttore dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali quando Storace ricopriva la carica di ministro della Salute.
Nella sua lunga carriera Ridolfi è stato anche manager all’interno di Cotral, Ama ed Eni. Giorgio Ziparo è stato per anni un pilastro dell’amministrazione centrale della CRI sotto la presidenza di Francesco Rocca, ricoprendo il ruolo di responsabile dell’Unità operativa legale. In pratica gestiva il contenzioso, la consulenza legale interna e la conformità normativa dell’associazione, seguendo da vicino tutta la fase di trasformazione dell’ente e la gestione dei rapporti contrattuali complessi.
Ziparo è stato uno degli ultimi, a ottobre 2025, a essere chiamato a ricoprire un incarico di alta responsabilità burocratica nello staff di diretta collaborazione di Rocca. È stato infatti nominato responsabile dell’area programmazione e controllo degli uffici della presidenza e della giunta, dove si occupa di monitorare l’attività
degli uffici regionali, assicurando che la macchina amministrativa rispetti la programmazione politica decisa dal governatore.
Direttore della Direzione regionale emergenza, protezione civile e Nue 112, nominato nel 2023, è Massimo La Pietra, altro volto storico della Croce Rossa dove per dieci anni, dal 2013, ha lavorato in contesti di crisi nazionale e internazionale come il sisma in Emilia-Romagna e l’emergenza migranti dal Nord Africa.
La Pietra ha ricoperto dal 2019 il ruolo di responsabile dell’Unità operativa centrale di risposta nazionale e ha lavorato anche presso il Dipartimento della Protezione Civile. La sua nomina in regione ha sollevato un polverone dopo che il tribunale del lavoro il 28 gennaio, in risposta al ricorso di un candidato che sosteneva di non essere stato valutato in maniera equa e corretta, ha rilevato come la scelta fosse ricaduta illegittimamente su La Pietra che non aveva ricoperto ruoli dirigenziali per almeno cinque anni prima della nomina, come richiesto dai requisiti di base.
Fratelli d’Italia in regione attende l’appello prima di prendere qualsiasi decisione a riguardo mentre il consigliere del Pd Massimiliano Valeriani ha fatto ricorso alla Corte dei Conti avanzando l’ipotesi di un danno erariale. Tiziano Gerardi è invece il responsabile della struttura autonoma di diretta collaborazione cerimoniale, nominato con un compenso di 95 mila euro l’anno.
Il suo ruolo è quello di organizzare gli eventi che vedono la partecipazione del presidente e, soprattutto, coordinare le funzioni di sicurezza legate alla figura del governatore e degli uffici della presidenza.
Diverso il percorso di Carolina Casini, pediatra del Sant’Andrea, attiva in Croce Rossa dal 2009. Casini è stata direttore sanitario del Comitato regionale Lazio della Croce Rossa e, successivamente, direttore sanitario del Comitato area metropolitana di Roma Capitale.
Ha inoltre partecipato a numerose missioni umanitarie, a Gaza, in Kenya, Bangladesh, Ucraina e Lampedusa. Candidata per un posto in consiglio regionale alla Pisana, non viene eletta ma nel maggio 2023 è nominata, in quota pubblica, membro del Consiglio di amministrazione del Valmontone Hospital, una struttura sanitaria controllata dalla Asl Roma 5 e quindi facente parte della rete regionale.
Ancora, Silvia Amici è oggi segretaria particolare del presidente Rocca, dopo una vita (dal 2008) come segretaria di presidenza in Croce Rossa. Stessa traiettoria seguita da Riccardo Iotti, ex assessore del comune di Ardea, dal 2018 in segreteria di presidenza in Croce Rossa, con Rocca al vertice, oggi contrattualizzato nello stesso ufficio ma presso la Regione Lazio. Ultimo ma non ultimo, in fondo a questo elenco solo perché non più presente nell’organigramma di Francesco Rocca in regione, è Marcello De Angelis.
Figura storica della destra romana, De Angelis giunge in Croce Rossa dopo un passato di militanza politica (di estrema destra). Tra il 2017 e il 2018 è capo di gabinetto sotto la presidenza Rocca dell’associazione, poi è il portavoce ufficiale del presidente, tra 2018 e 2020. Infine, fino al 2023, gestisce l’ufficio Cultura, eventi e pubblicazioni della Croce Rossa. Quando Rocca vince le elezioni diventa responsabile della comunicazione ma dura poco.
Ad agosto è infatti costretto a dimettersi dopo le polemiche sulle sue dichiarazioni a proposito della strage di Bologna, di cui ha negato la matrice neofascista. De Angelis è figura estremamente significativa nel sistema di porte girevoli che stiamo raccontando, visto che prima degli incarichi in Croce Rossa era già stato senatore con Alleanza Nazionale tra il 2006 e il 2008 e deputato con il Pdl tra 2008 e 2013.
Mentre il vertice della CRI è andato svuotandosi per riempire gli uffici regionali, il percorso inverso (o quello di sovrapposizione) mostra come la Croce Rossa sia diventata terreno di ricaduta per professionisti vicini a Fratelli d’Italia o all’area del centrodestra.
L’esempio più lampante di sovrapposizione è incarnato da Marco Ottaviani, in Croce Rossa da maggio 2022, responsabile stampa e portavoce del presidente nazionale, ma anche consigliere municipale di Fratelli d’Italia nel XV municipio, da ottobre 2021. In passato Ottaviani, che milita nel partito da molti anni, è stato anche presidente dell’associazione Impresa Italia, fondata nel 2014 con l’obiettivo di creare una rete di collaborazioni e iniziative che hanno lo scopo di tutelare imprese e lavoratori.
Anche il caso di Elisabetta Mauceri è emblematico della doppia anima di Croce Rossa. Avvocato, Mauceri “dal 2016 ha assunto incarichi di crescente rilievo nella Croce Rossa Italiana, tra cui responsabile delle risorse umane, della compliance e
audit associativo, degli affari generali e legali, fino alla nomina, nel maggio 2025, a direttore della Direzione avvocatura”, carica istituita all’interno dell’ente pochi mesi prima, a gennaio 2025. Sulla nomina è pendente anche un ricorso al Consiglio di Stato, dopo il primo grado vinto dal ricorrente contro Croce Rossa al Tar. Mauceri nel 2016 è stata candidata con Fratelli d’Italia al Consiglio del Municipio XV di Roma.
Ha incrociato l’attivismo politico e la carriera in Croce Rossa anche Elisabetta Parise, candidata con Alfio Marchini alle comunali del 2013. Parise lavora nell’organizzazione di volontariato dal 2004, prima nel dipartimento Politiche del lavoro e Relazioni sindacali, poi, dal 2020, come responsabile delle Risorse umane. Nel 2024, proprio nel periodo in cui viene condannata a quattro anni per corruzione nell’ambito di un procedimento che la vedeva imputata nella veste (passata) di dirigente Anas, Parise viene promossa a direttore dell’Advocacy, partenariati e associazioni.
Antonio Mazzella ha invece fatto parte del Comitato nazionale della Croce Rossa dopo una lunga carriera come braccio operativo del partito La Destra di Francesco Storace. Oggi è segretario provinciale di Caserta del Movimento Indipendenza, fondato da Gianni Alemanno.
Dal 2018 è coordinatrice nazionale del Servizio Civile Universale una vecchia conoscenza di Giorgia Meloni, Milka Di Nunzio, una delle migliori amiche della premier. Di Nunzio è stata mandataria elettorale di Meloni quando la futura presidente del Consiglio si era candidata a sindaca di Roma nel 2016.
Negli anni precedenti, come riportato da recenti inchieste giornalistiche, Di Nunzio aveva acquistato le quote di un locale all’Eur proprio in società con la madre della premier, Anna Paratore. Le due avrebbero rivenduto le quote dopo quattro anni, proprio nel 2016, con una plusvalenza monstre, con quote lievitate da 4mila a 90mila euro. Oggi Di Nunzio occupa un posto nella giunta di Opes, Organizzazione per l’educazione allo sport, vero e proprio fortino di Fratelli d’Italia in campo sportivo, ed è consigliera del ministro dello Sport Andrea Abodi.
Efficienza o occupazione? A marzo 2026, Fratelli d’Italia ha sostenuto in Parlamento il riordino della Croce Rossa Italiana (CRI), finalizzato a rafforzare il legame tra l’ente e lo Stato. Il partito mira a valorizzare l’identità storica della CRI, definita un “patrimonio morale”, e a sostenere il lavoro di operatori e volontari, considerati una “forza silenziosa”.
Si tratta, secondo quanto affermato dalla senatrice Paola Ambrogio di Fdi, di “un doveroso riconoscimento del valore storico di questa Istituzione che introduce un importante cambio di passo per il lavoro della Croce Rossa ed in particolare per i Corpi militari volontari e ausiliari delle Forze Armate”.
Insomma il partito di Meloni sembra avere fortemente a cuore le sorti dell’ente fondato a Milano nel lontano 1864. D’altronde, prima e dopo l’elezione di Rocca alla presidenza della Regione Lazio, i vasi tra le due realtà – l’associazione e Fratelli d’Italia – sono stati ben più che comunicanti. Da una parte, la Regione Lazio è stata dotata di una struttura di comando dove la fiducia personale nata nelle emergenze della Croce Rossa prevale sulle consuete dinamiche amministrative. Dall’altra, la Croce Rossa ha accolto o promosso figure che, pur competenti, portano una chiara identità politica legata a Fratelli d’Italia. Se per i sostenitori di Rocca questa è la chiave per l’efficienza – un modello manageriale del terzo settore applicato all’amministrazione del territorio – per i critici si tratta di una occupazione sistematica che rischia di offuscare la necessaria neutralità di un ente come la Croce Rossa e di trasformare la regione in una dependance di una specifica filiera di potere.
(da Fanpage)

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