Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI VUOLE PIAZZARE IL “PISTOLERO” EMANUELE POZZOLO (EX DI FDI) AL POSTO DI MANLIO MESSINA (ANCHE LUI EX MELONIANO AVVELENATO), DESTINATO A SPOSTARSI IN COMMISSIONE ATTIVITA’ PRODUTTIVE
Mettere in difficoltà la maggioranza. Su un tema molto delicato: il sostegno armato
all’Ucraina e i nuovi programmi di riarmo. L’obiettivo è stato fissato dalla truppa dei vannacciani a metà febbraio con il voto contrario al decreto che proroga l’invio di aiuti militari a Kiev per tutto il 2026.
Ora il nuovo passo: il gruppo dei tre parlamentari di Futuro Nazionale – composto dagli ex leghisti Rossano Sasso e Edoardo Ziello e dall’ex meloniano Emanuele Pozzolo – ha chiesto un posto in commissione Difesa a Montecitorio.
Una poltrona chiave perché in quel ruolo i vannacciani potranno provare a mettere in difficoltà la maggioranza di destra sul tema del riarmo.
La richiesta fatta ai vertici del Gruppo Misto alla Camera è quella di inserire un uomo del generale in commissione Difesa per sostituire Manlio Messina (anche lui ex meloniano) che invece si sposterà in commissione Attività produttive al posto di Luigi Marattin. In questo modo la maggioranza avrebbe solo due voti di scarto – più il presidente Nino Minardo che per prassi non vota e Marta Fascina quasi sempre assente – visto che da quando è uscito da FdI Messina ha sempre votato in linea con la maggioranza.
Con un vannacciano, di fatto, ci sarebbe un voto in più all’opposizione. Un cambio significativo visto che dalla commissione Difesa passano i pareri (seppur non vincolanti) sui piani di riarmo che il governo invia periodicamente al Parlamento e che vengono approvati senza alcuna divisione all’interno della maggioranza.
Ironia della sorte per Fratelli d’Italia, il nome scelto per la commissione dovrebbe essere proprio Pozzolo che tornerà in commissione Difesa
L’indicazione di Pozzolo non è ancora stata ufficializzata: prima le componenti del Gruppo Misto devono trovare una quadra sulle sostituzioni nelle commissioni. Ma presto la maggioranza avrà una nuova spina nel fianco sul sostegno all’Ucraina. E stavolta arriverà dalla sua destra, da un deputato del generale Roberto Vannacci.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA E’ NELLE ROCCE… LA PRIMA RISERVA MONDIALE E’ IL VENEZUELA CON IL 18% DEL TOTALE, POI L’ARABIA SAUDITA CON IL 16%
Come le vicende legate al blocco dello Stretto di Hormuz stanno drammaticamente ricordando oggi a tutti, metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre. Facendo un attimo i conti, la prima riserva mondiale di petrolio è in America Latina: il Venezuela, con il 17,9 per cento del totale, concentrato principalmente nella cintura dell’Orinoco.
Metà delle riserve mondiali di petrolio convenzionale e il 40 per cento del gas si trovano sotto appena il tre per cento della superficie terrestre
Ma si tratta prevalentemente di greggio pesante ed extrapesante, con alta viscosità e consistenza simile alla melassa. Difficile da estrarre, trasportare e raffinare, e richiedente tecnologie complesse e diluenti. Per questo, con la mancanza di investimenti e manutenzione da parte della società di stato Pdvsa durante gli anni del chavismo, la produzione era crollata del 90 per cento, e si è ripresa solo con l’arrivo di società straniere. Ma seconda, col 16,1, è l’Arabia Saudita. Quarto, dopo il terzo posto del Canada al 10,6, l’Iran, col 9,1. Quinto l’Iraq, pure con una percentuale del 9,1, ma con un quantitativo di barili minore (143,1 miliardi contro 151,2). Sesto il Kuwait, con il 6,1. Settimi gli Emirati Arabi Uniti, con il 5,9. Poi, dopo il 5,3 della Russia, il 2,9 della Libia, il 2,3 della Nigeria, l’1,9 degli Stati Uniti e l’1,8 del Kazakistan, tredicesimo è il Qatar, con l’1,5. Quanto al gas naturale, dopo la Russia col 24,39 per cento abbiamo l’Iran con il 17,09 e il Qatar con il 12,40. Quarti gli Stati Uniti con il 4,65, si torna nel Golfo con il 4,38 dell’Arabia Saudita. E dopo il 3,83 del Turkmenistan c’è il 3,11 degli Emirati Arabi Uniti. Il servizio geologico degli Stati Uniti ha stimato nel 2012 che vi sono nella regione più di 86 miliardi di barili di petrolio greggio, e 9,5 mila miliardi di metri cubi di gas.
Sembra che il primo sfruttamento industriale del petrolio sia stato fatto in Birmania nel XVIII secolo, una raffineria fu fatta dai russi in Azerbaigian nel 1837 in un sito dove esisteva un pozzo scavato a mano già nel 1593, e l’industria petrolifera moderna inizia quando il 27 agosto 1859 nei pressi di Titusville, in Pennsylvania, Edwin Drake apre il primo pozzo petrolifero redditizio del mondo. Oggi gli idrocarburi sono considerati dagli ecologisti una iattura e sono tacciati di aver provocato il cambiamento climatico, ma in realtà l’introduzione nell’industria di lubrificanti a base di petrolio al posto di quelli di grasso e olio di cetacei ha all’inizio proprio un effetto positivo per l’ambiente, dal momento che pone un brusco freno a quella caccia alle balene che con la Rivoluzione Industriale era diventata forsennata. Anche la lampada a petrolio nel 1846 è inventata per sostituire quella a olio di balena. Ma la vera èra del petrolio inizia quando Winston Churchill, dal 24 ottobre 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, decide di rispondere alla sfida lanciata dal sempre maggior rafforzamento della marina imperiale tedesca disponendo che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio come combustibile. E dal marzo 1912 inizia ad annunciare alla Camera dei Comuni la messa in linea di nuove navi che vanno a nafta.
Churchill, dal 1911 Primo Lord dell’Ammiragliato, dispone che la Royal Navy sostituisca il carbone con il petrolio. La Grande guerra gli darà ragione
Non solo ammiragli tradizionalisti e la potente lobby del carbone fecero resistenza. Anche i marinai protestarono che sulle navi a carbone faceva più caldo. Ma la Grande Guerra presto confermò come la nafta generava più energia per unità di peso, il che significava navi più veloci, e anche che era meno costoso. Occupava meno spazio, liberando spazio per armi o rifornimenti. Era più pulito: all’epoca certe preoccupazioni ecologiste non c’erano, ma è noto che il 10 giugno 1918 fu proprio il fumo nero a tradire nella notte le navi a carbone della flotta austro-ungarica che provava a forzare lo sbarramento del Canale di Otranto: segnalandole ai due Mas di Luigi Rizzo che poterono così silurare e affondare la corazzata Santo Stefano. E, soprattutto, poteva essere rifornito più rapidamente, poiché non richiedeva il lavoro manuale di eserciti di fuochisti neri di fuliggine a caricare tonnellate di carbone nelle stive.
Invece della catena di stazioni per il rifornimento del carbone che le potenze marittime avevano cercato di creare nel pianeta durante il XIX secolo e da cui erano nate molte colonie, compresa la nostra Eritrea, adesso basta qualche petroliera. “La ballata del mare salato”, prima storia di Corto Maltese, racconta anche dell’immane sforzo dei tedeschi per creare basi di rifornimento di carbone nel Pacifico all’inizio della Prima Guerra Mondiale. E dalle navi l’effetto petrolifero si proiettò su tutti gli altri mezzi di trasporto, anche se, dopo che tutti i possibili utilizzi furono considerati, il sorpasso definitivo del petrolio sul carbone come combustibile più usato avviene solo negli anni Cinquanta del XX secolo.
Il Regno Unito, però, di miniere di carbone ne aveva in casa in abbondanza. Il petrolio bisognava invece procurarselo, e il 17 giugno del 1914 Churchill chiede infatti alla Camera dei Comuni di approvare l’acquisto da parte del governo di una quota del 51 per cento delle azioni della Anglo-Persian Oil Company, e in aggiunta la prima utilizzazione di tutto il petrolio prodotto nei pozzi della compagnia. Con questa acquisizione, e a un costo di poco superiore a due milioni di sterline, la Royal Navy si sarebbe assicurata tutto il petrolio necessario per “alimentare le navi da guerra senza dipendere da qualche compagnia privata o governo straniero”. Fondata nell’aprile 1909 in seguito alla scoperta di un vasto giacimento petrolifero a Masjed-e Soleyman, nell’allora Persia, questa prima compagnia petrolifera in medio oriente mutò il nome in Anglo-Iranian Oil Company quando nel 1935 anche la Persia divenne Iran. Nazionalizzata nel 1951 da Mohammad Mossadeq col nuovo nome di National Iranian Oil Company (Nioc), restò di stato anche dopo che la Cia ebbe rovesciato il primo ministro nazionalista e restaurato lo Scià. Ma la parte fuori dall’Iran si ristrutturò come British Petroleum (Bp), e con altre compagnie creò la holding che continuò a cooperare con la Nioc fino a quando la rivoluzione del 1979 non pose fine a ogni tipo di collaborazione di questo genere.
Ovvio che da Churchill in poi il petrolio è entrato nella geopolitica e nelle guerre. Ma nel Golfo Persico, in medio oriente e anche nei dintorni il petrolio era conosciuto da prima. Sembra che Babilonia fosse circondata da strade già fatte di asfalto, e vari popoli dell’antichità utilizzavano i giacimenti di petrolio superficiali per produrre medicinali con funzioni lenitive e lassative, fabbricare bitume o alimentare le lampade. Lo stesso culto del fuoco come manifestazione divina purificatrice nacque da zone dove il petrolio e il gas naturale emergevano spontaneamente, creando fiamme perenni che venivano venerate dagli zoroastriani. Il Tempio Ateshgah a Baku, in Azerbaigian, è una testimonianza storica di questo culto. Anche Marco Polo nel Milione racconta di una montagna al confine tra Armenia e Georgia dove è “una fontana, ove surge tanto olio e in tanta abbondanza che 100 navi se ne caricherebboro a la volta. Ma non è buono a mangiare, ma sì da ardere, e buono da rogna e d’altre cose; e per tutta quella contrada non s’arde altr’olio”.
Ma già nell’Iliade Omero narra di un “fuoco perenne” lanciato dai troiani contro le navi greche, forse anticipatore di quel “fuoco greco” che i bizantini preparavano con petrolio, olio, zolfo, resina e salnitro, che non potendo essere spento dall’acqua si rivelò un’arma decisiva per fermare la prima avanzata islamica. In compenso, i musulmani introdussero il petrolio in occidente, soprattutto come medicinale. Alcune fonti a cielo aperto, come il santuario della “Madonna dell’olio” di Blufi a Palermo o la pure siciliana Petralia in Sicilia, divennero noti centri termali. La stessa parola petrolio, da latino petroleum “olio di roccia”, è spesso attribuita al mineralogista tedesco Georg Bauer, che la adottò nel suo trattato del 1546 “
Natura Fossilium”. Ma ci sono evidenze che era stato coniato cinque secoli prima dal filosofo e scienziato persiano Avicenna.
Quanto al gas naturale o metano, nell’antica Grecia le fiamme di gas del monte Chimera fecero nascere la leggenda del mostro omonimo, ma il primo utilizzo risale al V secolo a.C., in Cina: portato con condotte di bambù per far bollire l’acqua salata ed estrarre il sale. In epoca moderna il primo pozzo commerciale di gas naturale è scavato da William Hart nello stato di New York nel 1821, e nel 1858 è creata la prima società per il suo sfruttamento, ma l’utilizzo continua ad essere soprattutto locale fino all’inizio del XX secolo, quando iniziano a essere costruiti gasdotti a lunga distanza. Nel 1925 i tedeschi Franz Fischer e Hans Tropsch mettono a punto la tecnica per trasformare il gas naturale in carburante liquido, poi utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale da una Germania dove il petrolio scarseggiava. Ma in linea generale il gas naturale ha iniziato a essere importante da quando hanno iniziato ad aumentare i prezzi del petrolio.
Ma così torniamo appunto alla grande domanda. Come mai il Golfo Persico ha più petrolio e gas di qualsiasi altro posto sulla Terra? “In qualità di geologo petrolifero che ha studiato la zona, rimango ancora stupito dall’enorme estensione dei suoi giacimenti di idrocarburi”, spiega ad esempio Scott L. Montgomery, Docente di Studi Internazionali, Università di Washington, in un recente saggio sul tema scritto per “The Conversation”. “Ad esempio, intorno al Golfo Persico si trovano oltre 30 giacimenti supergiganti, ciascuno contenente cinque miliardi di barili o più di petrolio greggio. E i pozzi della regione producono da due a cinque volte più petrolio al giorno rispetto ai migliori pozzi del Mare del Nord e della Russia”. Ma come spiega, la geoscienza moderna ha identificato diversi fattori chiave nelle rocce che rendono una regione particolarmente ricca di petrolio, inclusa la sua capacità di generare e trattenere idrocarburi. E nella regione del Golfo Persico, tutti questi fattori sono a livelli ottimali, o quasi. Già negli anni 50 e 60, in un periodo di rapida espansione dell’esplorazione di petrolio e gas, divenne chiaro che nessun’altra regione del pianeta avrebbe avuto una tale abbondanza. Sono state scoperte altre aree con enormi volumi di petrolio e gas, come la Siberia occidentale in Russia e, più recentemente, il bacino del Permiano negli Stati Uniti, ma nessuna
è paragonabile alla grandezza delle riserve nel Golfo Persico, né all’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti in questa regione.
La grandezza delle riserve nel Golfo Persico, e l’alto rendimento con cui petrolio e gas possono essere prodotti nella regione non hanno eguali
Questo perché la regione del Golfo Persico si trova nel punto in cui da 35 milioni di anni si scontrano la placca tettonica araba a sud-est e quella eurasiatica a est e nord. Gli strati rocciosi sono stati così piegati e fratturati e, a livelli più profondi, trasformati da calore e pressione considerevoli. Vero che alcune caratteristiche geologiche sono molto diverse tra i due lati del Golfo. Sul versante iraniano c’è infatti la catena montuosa Zagros, che si estende per 1.800 chilometri dal Golfo di Oman fino al confine con la Turchia. Parte del grande sistema alpino-himalayano, è costituita da rocce altamente piegate e fratturate, create negli ultimi 60 milioni di anni dalle collisioni di Africa, Arabia e India con l’Eurasia. La forma degli Zagros riflette direttamente le pieghe dovute alle enormi forze tettoniche in gioco, che hanno orientamento “a salsiccia” in direzione nord-ovest/sud-est. Al contrario, sulla costa del Golfo Persico non si è invece verificato alcun tipo di flessione e frattura. Ma le forze di compressione della collisione hanno deformato una piattaforma rigida di roccia profonda e dura, nota come “basamento cristallino”, creando vaste strutture a cupola di enormi dimensioni, estese per decine e persino centinaia di chilometri quadrati.
In mezzo, sotto il Golfo Persico si trova invece un bacino ricco di sedimenti erosi dal sollevamento dei Monti Zagros, che nelle sue zone più profonde è stato sottoposto alle alte temperature e pressioni necessarie per la generazione di petrolio e gas. Entrambi hanno in effetti origine organica: materiali come lo zooplancton marino e il fitoplancton, dopo la loro morte si sono depositati sul fondale marino unendosi ad altri sedimenti come scisti, calcare ricco di fango e altre rocce che successivamente sono state esposte a temperature e pressioni elevate. Quando le rocce sono composte per almeno il due per cento da materiale organico, sono considerate di alta qualità per la produzione di petrolio e gas. E la regione del Golfo ha appunto un numero particolarmente elevato di strati di queste rocce madri, alcune delle quali sono particolarmente spesse, abbondanti e ricche di sostanza organica. Queste forze in gioco hanno creato campi di greggio come Ghawar: il più
grande al mondo, con un potenziale da oltre 70 milioni di barili. Vicino c’è il South Pars-North Dome, condiviso tra Iran e Qatar, che invece potrà produrre 46 miliardi di metri cubi di gas. Ma ciò senza considerare le nuove tecniche delle trivellazioni orizzontali e del fracking, che sperimentate negli Usa dagli inizi di questo millennio potrebbero aumentare la resa ulteriormente, e di parecchio.
La roccia serbatoio principale nella zona sono i calcari, la cui porosità è dovuta a cause sia meccaniche che chimiche: fratturazione, carsismo e in parte erosione. Anch’essa gioca un ruolo chiave per poter ospitare gli idrocarburi, creando cavità e canali in cui petrolio e gas si possono infilare. Grazie a queste proprietà, nei calcari del Golfo, derivanti da antichi fondali marini sconfinati, si creano giacimenti immensi, vasti anche più di migliaia di chilometri quadrati, tutti interconnessi. Per lo stesso principio in Italia, i calcari sono i principali acquiferi. In realtà, anche da noi un po’ di petrolio c’è: in Basilicata la Val d’Agri. E c’è gas in Pianura Padana e nell’Adriatico. Ma, appunto, a est dell’Appennino. Nel Tirreno è invece avvenuto l’opposto che gli Zagros: non compressione ma estensione dovuta a decompressione partita 30 milioni di anni fa. Ciò ha favorito l’attività vulcanica nell’ovest del paese. Semplificando, ci spiega il geologo, “si può dire che il vulcanesimo ha cotto l’eventuale petrolio che poteva essere contenuto nella zona tirrenica e le fratture di decompressione hanno permesso al gas ed altri residui di disperdersi in superficie”.
In Italia il “vulcanesimo” ha cotto l’eventuale petrolio della zona tirrenica. Ma a Lardarello nel 1913 nacque la prima centrale geotermica al mondo
Ci aggiunge però che in teoria ciò non sarebbe uno svantaggio per la produzione di energia. Lo testimonia quella che a Lardarello fu nel 1913 la prima centrale geotermica al mondo, e le ricerche che si stanno facendo per realizzarne altre nell’Alto Lazio e in Campania. Il geotermico, essendo disponibile 24 ore per 365 giorni l’anno, già ora copre il due per cento del fabbisogno energetico nazionale, ma con opportuni investimenti potrebbe arrivare oltre il 10, aiutandoci a sostituire il petrolio bloccato a Hormuz. Se non ci si mettono di mezzo i Nimby.
(da Il Foglio)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
LE BOMBE E I CARRARMATI COME I PARLAMENTI E LE DIPLOMAZIE
È possibile che qualcosa ci sia sfuggito, in questo affastellarsi di dichiarazioni, dispacci,
bombe, mine, riunioni di dignitari colate a picco, petroliere immobili ma ancora a galla, ultimatum via social che smentiscono quanto appena detto.
Ma Hormuz è aperto o chiuso? La guerra è ancora in corso? La tregua prelude alla pace o è solo una breve interruzione delle ostilità? Il regime di Teheran (obiettivo dichiarato dell’attacco) è più forte o più debole? L’Iran avrà o non avrà il suo nucleare? Chi ha vinto davvero, visto che tutti dicono di avere vinto? Chi ha perso, visto che nessuno ammette di avere perso?
Bisognerebbe inventare un neologismo che indichi la condizione di caos permanente nella quale un «manipolo di tiranni», dice il Papa, ci ha condotti (L’Osservatore romano traduce elegantemente: manipolo di dominatori).
Vale il nuovo disordine mondiale al posto del vecchio ordine mondiale, e questo lo avevamo capito. Ma la condizione di guerra diffusa, mai dichiarata e mai conclusa, senza un inizio e senza una fine, come chiamarla?
Fu Putin, quando coniò l’eufemismo «operazione militare speciale» pur di non dire “guerra contro l’Ucraina”, a dare per primo il segnale che la vecchia antitesi guerra/pace appartiene al passato. Il rapimento di Maduro prevedeva l’uso delle armi, e la violazione della sovranità di un altro Paese, ma gli Usa non sono in guerra con il Venezuela. Né assomiglierebbe alla pace l’allentamento della morsa di Israele sul Libano.
Forse l’obiettivo è fare della violenza militare, dei bombardamenti, del massacro di civili nelle loro case, non una grave emergenza (la guerra!) ma una presenza endemica. Le bombe e i carrarmati come i parlamenti e le diplomazie: normali attori politici.
(da Repubblica)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI TEME LA TEMPESTA PERFETTA. CRESCITA DEBOLE, ASTA BTP DESERTA E RENDIMENTI IN SALITA, POPOLAZIONE CHE INVECCHIA, PRODUTTIVITA’ STAGNANTE E MARGINI FISCALI RIDOTTI
Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita accendono i riflettori sul governo Meloni. Altro che semplice contabilità. Il debito italiano torna a essere un’arma politica. È in questa zona grigia che, secondo fonti finanziarie e istituzionali, riemergono i soliti attori: Fondo Monetario Internazionale, Ocse e quel sottobosco di “manine” che si muove tra Roma e le capitali europee. Il copione è noto: quando i conti si complicano, le pressioni aumentano. E oggi i numeri iniziano a mandare segnali tutt’altro che rassicuranti.
I numeri che pesano: crescita al palo e debito verso il 140% Secondo le stime riportate, la crescita italiana resta debole: +0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027, tra le peggiori performance tra le economie avanzate. Un ritmo che non basta a sostenere un debito destinato a salire fino al 140% del Pil tra il 2025 e il 2029. Un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante, margini fiscali ridotti. Il risultato è un sistema più esposto agli shock. Ma il vero campanello d’allarme arriva dai mercati. E non è solo una questione di numeri: è una questione di fiducia.
Lo spread Btp-Bund resta intorno ai 79 punti, ma il dato più significativo è il rendimento del decennale, arrivato a sfiorare il 3,9%. Non è ancora emergenza, ma è una crepa che si allarga. E quando i mercati iniziano a frenare, la pressione politica sale. A rendere il quadro ancora più fragile c’è lo shock energetico. L’Italia importa circa il 38% delle forniture, restando esposta alle tensioni internazionali. Questo aumenta il rischio Paese e alimenta la narrativa della vulnerabilità. Una narrativa che, nei circuiti finanziari, può trasformarsi rapidamente in pressione concreta. In questo contesto, il bersaglio diventa inevitabilmente Giorgia Meloni. Non con attacchi diretti, ma attraverso report, previsioni e raccomandazioni. Il parallelo con il passato è inevitabile: lo schema visto ai tempi di Silvio Berlusconi,
quando lo spread diventò strumento politico. Oggi il meccanismo sembra ripartire, in forma più sofisticata ma con lo stesso obiettivo: aumentare la pressione.
E poi ci sono loro: le “manine”. Tecnici, funzionari, advisor che si muovono tra istituzioni italiane e internazionali. Non complotti, ma dinamiche consolidate. Un ecosistema che orienta decisioni e percezioni. “Non serve forzare”, spiegano fonti economiche. “Basta accompagnare i segnali”. E i segnali, oggi, iniziano a essere chiari. Il confine tra economia e politica si assottiglia sempre di più. Il debito diventa leva, i mercati amplificatore, le istituzioni moltiplicatore. Con una crescita debole, rendimenti in salita e aste Btp che non andrebbero come si vorrebbe, il rischio è che si riapra una stagione già vista. La domanda torna a rimbalzare nei palazzi romani: è solo una fase economica difficile o l’inizio dell’offensiva finale sul governo? La tempesta perfetta? Perché quando la fiducia si ritira, anche di poco, qualcuno – dentro e fuori – è sempre pronto ad approfittarne.
(da lespresso.it)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE IL 50% VEDE IL RAPPORTO CON GLI STATI UNITI COME UN RISCHIO
C’è un dato che, più di tutti, racconta il tempo che stiamo vivendo: quasi un italiano su
due (47,8%), secondo i sondaggi di Only Numbers, ha già iniziato a risparmiare sui consumi energetici. Non è una scelta ideologica, né il segnale di una improvvisa svolta ecologista collettiva, ma una necessità concreta. Ancora una volta è il portafoglio, prima ancora della politica, a dettare le priorità. La guerra in Medio
Oriente, lontana geograficamente ma ormai vicinissima nelle sue conseguenze, sta producendo effetti immediati e tangibili: bollette più care, incertezza diffusa, nuove paure… E come spesso accade nei momenti di pressione economica, sono le famiglie – e in particolare le donne (48,6%) come emerge dal sondaggio – a farsi carico per prime dell’adattamento quotidiano.
Ridurre, ottimizzare, rinunciare: una gestione silenziosa che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, questo sforzo non pesa allo stesso modo su tutti. Per alcuni significa riorganizzare i consumi, per altri rinunciare a ciò che era già essenziale. È qui che la crisi energetica smette di essere solo un tema economico e diventa una questione sociale, che amplifica disuguaglianze già esistenti. Sotto la superficie dei comportamenti individuali si muove una frattura politica e culturale sempre più evidente. Il 41,5% degli italiani si dice favorevole a rimuovere le sanzioni alla Russia pur di tornare a un’energia più accessibile. È un dato che non può essere liquidato come semplice nostalgia del passato o cinismo economico, è, invece, il segnale di un disagio reale, che mette in discussione l’equilibrio tra principi geopolitici e sostenibilità sociale.
L’Italia, su questo, si divide nettamente. Da una parte un centrosinistra che difende la linea delle sanzioni come scelta di campo etica e strategica (54,1%); dall’altra un centrodestra (54,3%), con aperture significative anche dal Movimento 5 Stelle (44,7%), più disposti a rimettere in discussione quei vincoli in nome di una maggiore tutela interna.
Non è solo uno scontro tra schieramenti, ma il riflesso di due diverse idee di priorità nazionale. A complicare ulteriormente il quadro c’è il rapporto con gli Stati Uniti e, in particolare, con il suo presidente Donald Trump. Più della metà degli italiani percepisce questo legame come un rischio, segno di una fiducia tutt’altro che consolidata nei confronti dell’alleato storico. E quando l’80,1% dell’opinione pubblica ritiene che sia stato superato ogni limite, la politica estera smette di essere materia per specialisti e diventa sentimento diffuso. Eppure, in uno scenario attraversato da tensioni, paure e divisioni, emerge un elemento apparentemente controcorrente: il desiderio di stabilità. La fiducia nella presidente del Consiglio e nel suo partito non registra scosse significative, come se, in una fase di incertezza
globale, una parte compatta del Paese preferisse ancorarsi a un punto fermo piuttosto che avventurarsi nell’ignoto.
Anche le opposizioni, del resto, non mostrano variazioni rilevanti. È forse questa la chiave di lettura più interessante: gli italiani stanno cambiando comportamenti, opinioni e priorità, ma non cercano necessariamente una rottura. Piuttosto, sembrano chiedere protezione, gradualità, rassicurazione. Domandano risposte concrete più che battaglie simboliche, stabilità più che scosse. Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi di fronte a un Paese bloccato: non solo nella percezione dei cittadini, ma nella realtà quotidiana. Ce ne accorgiamo alla pompa di benzina o mentre facciamo la spesa nel nostro negozio di fiducia, ci scopriamo più poveri, e sempre meno capaci di pianificare il futuro. Ed è proprio qui che si gioca la sfida per la politica: intercettare fino in fondo questa domanda diffusa, prima che si trasformi in disillusione. Continuare a leggere il Paese attraverso categorie che da oltre trent’anni strutturano il dibattito in centrodestra e centrosinistra, atlantismo e sovranismo, rischia di non essere più adeguato.
Perché mentre il confronto pubblico resta spesso astratto, nelle case degli italiani accade altro: si spegne una luce in più, si abbassa il termostato, si rinvia una spesa. Piccoli gesti, apparentemente marginali, che raccontano però una realtà molto concreta. È lì, in quella quotidianità silenziosa, che si misura davvero lo stato di salute della nazione. C’è però un rischio ancora più profondo, meno visibile, ma forse più insidioso: che questa capacità di adattamento si trasformi in assuefazione. Che il ridurre, il rinunciare, il rimandare diventino la normalità accettata, e non più una fase da superare. Perché un Paese che si abitua a restringere i propri orizzonti è un Paese che, lentamente, smette di immaginare il futuro.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
NEL SERVIZIO C’È LA TESTIMONIANZA DI AMANDA UNGARO, EX MODELLA BRASILIANA E PER VENT’ANNI COMPAGNA DELL’ITALO-AMERICANO. UNGARO SOSTIENE CHE ZAMPOLLI CUSTODISCA DEI SEGRETI SUL RAPPORTO TRA MELANIA TRUMP E EPSTEIN: “TRA PAOLO E MELANIA C’È UN PATTO. NE SONO SICURA AL CENTO PER CENTO. LEI HA PAURA CHE LUI POSSA RIVELARE CIRCOSTANZE COMPROMETTENTI”
Paolo Zampolli ha diffidato la trasmissione Report dal mandare in onda la sua intervista sul caso Epstein, in programma domenica 19 aprile. A renderlo noto è stato Sigfrido Ranucci su Facebook: «L’inviato speciale di Trump ci ha diffidati dal mandare in onda il servizio su Epstein e Melania Trump che lo riguarda», scrive Ranucci.
Ma cosa contiene l’inchiesta? Secondo le anticipazioni del programma, i giornalisti della tramissione Rai hanno raccolto in Brasile la testimonianza esclusiva di Amanda Ungaro, ex compagna di Zampolli, che avrebbe parlato per la prima volta dei presunti legami tra l’imprenditore italiano, il presidente degli Stati Uniti, la First Lady e il finanziere pedofilo.
Ungaro sostiene che il ruolo di Zampolli sia diverso da quello ufficiale: «Il suo rapporto con Trump passa attraverso Melania», afferma l’ex modella, che dopo il divorzio è stata espulsa dagli Stati Uniti dall’Ice. Accuse respinte dall’imprenditore, che le definisce una «vendetta personale».
Secondo il racconto della donna, Zampolli si sarebbe a lungo presentato come il “cupido” della coppia presidenziale, sostenendo di aver fatto incontrare Melania e
Trump. «Ora però nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia si legge che fu Epstein a farlo», accusa l’intervistata.
Sempre secondo Ungaro, tra Melania e l’imprenditore esisterebbe un accordo per garantirsi il suo silenzio: «C’è un patto tra loro, ne sono certa al cento per cento – dichiara la donna -. Melania ha un interesse a tenere stretto Paolo perché ha paura che lui possa dire o rivelare circostanze compromettenti».
Nel post, Ranucci riferisce che il legale di Zampolli sostiene l’irrilevanza della presenza del nome del suo assistito nei cosiddetti Epstein files e definisce infondate le dichiarazioni di Ungaro, aggiungendo che il passaggio sulle «donne brasiliane» – tra cui «Avete sentito che le donne brasiliane fanno i casini a tutti?» e altri insulti – sarebbe stato pronunciato «off the record».
«Zampolli compare negli Epstein files decine di volte e per sua stessa ammissione ha avuto a che fare con Epstein. Ci ha ricevuti a casa sua dopo essere stato informato per iscritto dei temi dell’intervista – prosegue Ranucci -. Ha risposto per più di un’ora alle nostre domande e addirittura, rispetto al passaggio a margine dell’intervista in cui parla delle “donne brasiliane”, la telecamera è stata riaccesa dopo una sua esplicita richiesta.
Zampolli non è un privato cittadino, è l’inviato del Presidente degli Stati Uniti per le partnership globali, e quello che dice, e come lo dice, è di interesse pubblico». Per tutti questi motivi, Report «mandarà in onda il servizio», conclude il giornalista.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
“COSÌ TEHERAN EVITA L’ESCALATION TOTALE E MANTIENE UNA PRESSIONE CONTINUA. IL PARADOSSO AMERICANO: GLI USA SONO ENTRATI IN GUERRA PER RIDURRE LA MINACCIA IRANIANA, MA NE HANNO ATTIVATA UNA NUOVA”
Un’apertura lampo, durata meno di 24 ore, poi il ritorno alla strategia della tensione.
Lo Stretto di Hormuz si conferma il barometro di questa crisi: si apre come segnale politico, si richiude in risposta agli slanci lessicali di Donald Trump e alle difficoltà nel trovare convergenze con Teheran sul programma nucleare.
Ieri sera Trump ha convocato una riunione nella Situation Room della Casa Bianca per discutere della recrudescenza della crisi nello Stretto di Hormuz e dei negoziati con l’Iran. Potrebbe decidere di abbordare le petroliere iraniane o legate all’Iran in transito, o peggio. Un funzionario statunitense ha dichiarato che, se non ci sarà presto una svolta, la guerra potrebbe riprendere nei prossimi giorni.
La riunione è stata presieduta dal vicepresidente JD Vance – che dovrebbe partecipare al prossimo round di negoziati con l’Iran -, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa Pete Hegseth e al Tesoro Scott Bessent, secondo un funzionario statunitense.
Alla riunione hanno partecipato anche la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il direttore della Cia John Ratcliffe e il presidente dei Capi di Stato Maggiore riuniti Dan Caine.
Nel frattempo, sul piano diplomatico, emergono elementi che rivelano l’estensione e la profondità del negoziato. Secondo indiscrezioni circolate tra fonti diplomatiche regionali, Washington avrebbe avanzato una proposta economica da 20 miliardi in asset congelati, condizionata alla consegna da parte iraniana dei 450 chilogrammi di uranio arricchito.
Un “tesoretto” che gli Ayatollah avrebbero nascosto durante la “guerra dei dodici giorni” dello scorso giugno. La Casa Bianca, ufficialmente, continua a sostenere che i colloqui «stanno andando bene» e che «diverse cose sono già concordate», ma allo stesso tempo mantiene la pressione militare ed economica e ribadisce che senza un accordo completo non ci saranno concessioni.
Se le ultime quarantott’ore della guerra tra Usa e Iran appaiono caotiche è perché vengono lette come una sequenza incoerente: Hormuz che “riapre” e poi torna sotto controllo iraniano, Trump che annuncia una svolta negoziale, Teheran che
smentisce, la tregua in Libano accettata con riluttanza da Israele. In realtà vi è una logica unitaria.
Gli sviluppi più recenti mostrano che la crisi è entrata nel suo punto critico. La riunione nella Situation Room, convocata da Trump, segnala che il tempo politico si sta esaurendo. Il cessate il fuoco scade tra pochi giorni e non c’è ancora una data per nuovi colloqui. È qui che il quadro si chiarisce.
Teheran riattiva la leva marittima per rafforzare la propria posizione; Washington accelera: o accordo, o escalation. La pressione non interrompe il negoziato. Lo definisce. La coercizione è il negoziato.
Il primo nodo è Hormuz. Teheran lo riporta sotto controllo per trasformarlo da leva episodica a leva strutturale. Non si tratta di chiudere lo Stretto, ma governarlo: autorizzare, limitare, modulare il passaggio.
Non interruzione dei flussi, ma gestione politica dei flussi. Così l’Iran evita l’escalation totale e mantiene una pressione continua e modulabile. La sfida non è solo agli Usa ma anche all’idea che la circolazione energetica globale sia neutrale. Il greggio diventa strumento negoziale.
Il secondo nodo è la contraddizione americana. Washington difende la libertà di navigazione, ma mantiene il blocco sui porti iraniani. Ne deriva una simmetria coercitiva: gli Usa limitano il commercio iraniano, l’Iran quello globale. È un doppio soffocamento, una navigazione intermittente e instabile.
Per anni si è ritenuto che la leva iraniana fosse il nucleare. La bomba è deterrenza teorica; Hormuz è coercizione immediata. Colpisce prezzi, assicurazioni, traffici, consenso politico. Non serve chiudere lo Stretto, basta rendere il rischio non assicurabile. È per questo che a Teheran si parla di “bomba economica”.Il terzo nodo è il paradosso americano. Gli Usa sono entrati in guerra per ridurre la minaccia iraniana, ma ne hanno attivata una nuova. Il blocco navale forza il negoziato ma non elimina la capacità di Teheran di trasformare uno stretto internazionale in leva sistemica.
Il quarto nodo è la dinamica negoziale. Trump anticipa politicamente un accordo che non esiste; dichiara la vittoria per costringere l’avversario a confermarla o
smentirla pagando un costo politico. Ma la strategia incontra un limite. L’Iran non può apparire sconfitto proprio quando la sua leva funziona.
Il quinto nodo è il nucleare. Non tanto la capacità futura, ma lo stock esistente di uranio.
Per Teheran è un’assicurazione sulla vita; cederlo significherebbe perdere l’ultima garanzia strategica. Per Washington lasciarlo significherebbe ammettere il fallimento della guerra.
A questo si aggiunge il nodo dei fondi congelati: per l’Iran sopravvivenza, per gli Usa leva residua. Energia, nucleare e finanza convergono nello stesso dossier.
Poi c’è il Libano, diventato una condizione del negoziato. La tregua tra Israele e Beirut non risolve il conflitto, ma rimuove l’ostacolo che bloccava qualsiasi apertura con Teheran. Questo spiega la pressione americana su Netanyahu: per riaprire Hormuz, Washington deve contenere il fronte libanese. Ma la tregua è intrinsecamente instabile. Israele mantiene una riserva di autodifesa che gli consente di colpire in qualsiasi momento, rendendone imprevedibile la tenuta.
Qui emerge una divergenza più profonda: per gli Usa, la condizione di uscita è riaprire Hormuz; per Israele, continuare a colpire Hezbollah resta prioritario. Questa asimmetria non è solo strategica, ma anche politica. Le elezioni autunnali in entrambi i Paesi la irrigidiscono, inducendo Washington a chiudere la crisi e Israele a mantenerla aperta.
Il settimo nodo è il Pakistan. Senza Islamabad, e senza la copertura implicita della Cina, il negoziato non esisterebbe. Non perché offra una soluzione, ma perché è l’unico spazio in cui due attori che non possono parlarsi direttamente riescono a interagire senza collassare politicamente. In questa fase non media soltanto: rende possibile il contatto.
Siamo in una crisi che ha cambiato forma. Hormuz non è riaperto né chiuso: è gestito. Il nucleare non è risolto: è congelato nella sfiducia.La diplomazia non sostituisce la pressione: la incorpora. Quello che appare come caos è l’effetto di due strategie che si scontrano senza trovare ancora un punto di equilibrio
Nessuna delle due parti è disposta a cedere la propria leva senza una garanzia credibile dall’altra. Poiché questa garanzia non esiste, la crisi resta sospesa. Ed è questa sospensione, più della guerra aperta, a renderla pericolosa e imprevedibile.
(da La Stampa)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE ARRIVA DOPO CHE UN GIUDICE DI GRADO INFERIORE AVEVA BLOCCATO I LAVORI NELL’EX ALA EST DELLA WHITE HOUSE. IL NATIONAL TRUST FOR HISTORIC PRESERVATION HA INTENTATO CAUSA PER BLOCCARE IL PROGETTO
Una Corte d’appello federale ha autorizzato il presidente Usa Donald Trump a proseguire la costruzione di una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca, pronunciandosi un giorno dopo che un giudice di grado inferiore aveva continuato a bloccare i lavori in superficie sul sito dell’ex ala Est.
Un collegio di tre giudici della Corte d’appello degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia ha sospeso temporaneamente l’ordinanza del giudice distrettuale, Richard Leon, che bloccava parte del progetto. Il collegio ha fissato un’udienza per il 5 giugno per esaminare il caso.
Nella sua sentenza di giovedì scorso, Leon aveva continuato a bloccare i lavori di ampliamento della sala da ballo di 8.400 metri quadrati, consentendo solo la
prosecuzione di quelli sotterranei per un bunker e altre “strutture per la sicurezza nazionale” presenti sul posto.
Lo scorso autunno Trump ha demolito l’ala Est della Casa Bianca per costruire al suo posto appunto un’enorme sala da ballo.
Il National Trust for Historic Preservation ha poi intentato causa per bloccare i lavori, sostenendo che il tycoon avesse oltrepassato i propri poteri procedendo con il progetto senza prima ottenere l’approvazione delle principali agenzie federali e del Congresso.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOVIMENTO JANFADA E’ STATO LANCIATO IL 29 MARZO E DA ALLORA LE ADESIONI SONO STATE GIA’ 27 MILIONI
Migliaia di donne di tutte le età hanno partecipato, ieri, a una marcia a Teheran per
dimostrare la loro disponibilità a difendere l’Iran da qualsiasi aggressione nemica, anche imbracciando le armi. Si tratta di donne che si sono registrate online alla campagna Janfada, mettendosi a disposizione per sostenere con il loro contributo, anche sul campo, se necessario, le forze armate iraniane.
Le adesioni online
Lanciata il 29 marzo come campagna di messa a disposizione per difendere l’Iran, la campagna Janfada ha raccolto da subito risultati definiti straordinari: sono oggi infatti già27 milioni gli iraniani che hanno deciso di procedere con la loro registrazione online al movimento. Si tratta di una campagna di mobilitazione popolare che ha l’intento di mostrare sostegno alla nuova Guida Suprema, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, e alle forze armate iraniane. Come sottolinea APT, però, la registrazione online non ha valore ufficiale e non comporta alcun «obbligo militare formale»: i cittadini sono invitati a registrarsi semplicemente con il loro nome, numero di telefono e provincia di provenienza. Il messaggio comunque mira a dare un segnale preciso: il fronte compatto del popolo iraniano.
Cosa significa “Janfada”
I media iraniani riportano che, sin dalle prime ore del 29 marzo, data in cui la campagna di registrazione è stata aperta online, «utenti dei social media, cittadini comuni, personalità del mondo della cultura e dello sport, religiosi e funzionari politici si sono uniti al movimento in diversi modi» e hanno espresso pubblicamente il loro sostegno. Il nome Janfada, tradotto spesso come «Sacrifico la mia vita» per l’Iran, allude al coinvolgimento dei suoi iscritti nella difesa del loro Paese. Sono molte le manifestazioni, spesso notturne, dei membri Janfada che si
svolgono ogni giorno in Iran, e con le quali la gente vuole mandare un messaggio: «Se necessario, noi ci siamo»
Il messaggio di Mojtaba Khamenei
In occasione del quarantesimo giorno dall’attacco congiunto Usa-Israele sull’Iran, la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei aveva inviato un messaggio diretto ai membri del movimento Janfada: «Indubbiamente, le vostre vibranti voci nelle piazze pubbliche hanno un profondo impatto sull’esito dei negoziati. Allo stesso modo, il numero sorprendente e sempre crescente di milioni di persone che partecipano alla campagna Janfada è un fattore determinante in questo contesto».
Il ruolo della donna in Iran
Le manifestazioni di piazza riportate anche sui media iraniani hanno indubbiamente un secondo fine: non solo quello di mostrare il largo coinvolgimento da parte della popolazione a sostegno del governo iraniano, ma anche quello delle donne iraniane favorevoli al regime. Dopo anni nei quali in occidente è stato fatto trapelare solo il ruolo sofferente e mortificato rivestito nella società iraniana dalla popolazione femminile, e le uniche donne che sembravano avere avuto il coraggio di scendere in piazza erano quelle contro il regime nelle manifestazioni degli ultimi mesi, queste immagini e video di piazza mirano a screditare la visione occidentale, proponendo l’immagine delle donne come partecipanti e attive nella difesa del Paese.
(da Open)
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