Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’UOMO ERA A BORDO DI UNO SCOOTER E INDOSSAVA UN CASCO INTEGRALE E HA SPARATO DUE COLPI DI PISTOLA AD ARIA COMPRESSA CONTRO DUE ISCRITTI ALL’ANPI
Ha esploso tre colpi presumibilmente con una softair l’uomo che ha ferito una coppia,
iscritta all’Anpi, nei pressi di parco Schuster dov’era terminato il corteo per il 25 aprile.
Sembra che l’uomo fosse a bordo di uno scooter chiaro, con casco integrale nero e giacca verde militare, e abbia sparato da una distanza di circa dieci metri prima di fuggire. Due colpi hanno ferito il marito e un altro la moglie.
Sono al vaglio le immagini delle telecamere di videosorveglianza che potrebbero aver ripreso dettagli dello scooter per risalire all’identità dell’aggressore. Sulla vicenda indagano gli investigatori della Digos e del commissariato San Paolo.
La Procura di Roma attende una prima informativa dalle forze dell’ordine sul ferimento di un uomo e di una donna, entrambi iscritti all’Anpi, a margine di una manifestazione il 25 aprile nella zona di via delle Sette Chiese. L’incartamento potrebbe finire all’attenzione dei pm dell’antiterrorismo. Gli inquirenti potrebbero ipotizzare il reato di lesioni aggravate.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
PIOGGIA DI FISCHI PER IL PRESIDENTE DELLA REGIONE BUCCI, I SOVRANISTI PRIMA PROVOCANO E POI FANNO LE VITTIME… LA DEMOCRAZIA E’ LIBERTA’ DI APPLAUDIRE O FISCHIARE, ALTRIMENTI RESTI A CASA, NESSUNO TI OBBLIGA A FARE UNA PARTE CHE NON SENTI TUA
Genova in festa per festeggiare la liberazione dal nazi-fascismo e diecimila persone in piazza, che hanno sfilato nel corteo partito da piazza della Vittoria fino in piazza Matteotti. In testa ci sono le istituzioni, come il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, e la sindaca di Genova, Silvia Salis, al suo primo corteo di questo tipo con la fascia tricolore: “È un’emozione immensa, vedo un mare di persone – ha detto prima della partenza – Sono orgogliosa tutti i giorni di essere la sindaca di Genova ma oggi celebriamo un momento identitaria di questa città. È un orgoglio storico e nazionale per Genova”. Il corteo è partito intorno alle 10.20, accompagnato dalle note suonate dalla Filarmonica Sestrese. Dopo la commemorazione sotto il ponte Monumentale il corteo è arrivato in piazza Matteotti per gli interventi delle autorità. A parlare per primo Giacomo Ronzitti, presidente Ilsrec, che ha ricordato la lotta partigiana e in particolare il ruolo della donne.
Ovazione per Salis: “L’antifascismo non è anacronistico e Genova sa sempre da che parte stare”
Poi la parola è passata alla sindaca di Genova, emozionatissima per gli applausi, a tratti una vera e propria ovazione nei suoi confronti da parte di genovesi di tutte le età. “Ciao Genova, come sei bella oggi – ha esordito Salis – È un onore e anche una profonda commozione, essere qui davanti a voi, oggi, con questa fascia tricolore. Essere la sindaca di questa città è un privilegio ogni giorno, ma oggi lo è un po’ di più”. Anche Salis ha parlato a lungo del ruolo cruciale delle donne partigiane ma ha sottolineato con decisione come non dobbiamo avere paura di dire che il 25 aprile è la Festa della Liberazione sì per tutti, ma non di tutti. Non può essere la festa di chi scelse la parte sbagliata della storia e ancora oggi fatica a decidere da che parte stare”.
“Prima dicevano che parlare di antifascismo – ha proseguito la sindaca – celebrare ed esaltare la Resistenza era divisivo, ora addirittura ci dicono che è anacronistico. Sarà un caso che queste considerazioni arrivino sempre da quella parte politica che vuole mettere sullo stesso piano chi è morto per conquistare la libertà e chi ha ucciso per reprimerla. “L’antifascismo e la Liberazione non sono anacronistici – ha concluso la sindaca, spesso interrotta dagli applausi – Sono un patrimonio per cui vale la pena lottare ogni giorno. Perché non basta dire che la Festa della Liberazione è tutti i giorni e non solo il 25 aprile. Bisogna avere il coraggio di essere partigiani ogni giorno. Di scegliere sempre da che parte stare. E Genova lo sa fare.
Fischi per il governatore Marco Bucci
Poi è toccato al presidente della Regione Marco Bucci, accolto da molti fischi al punto che Salis ha provato a intervenire in sua difesa. Ma lui ha reagito con un “no, lascia perdere” e ha proseguito il suo intervento sopra i fischi della folla: Bucci ha ricordato il partigiano Bisagno e poi ha concluso il suo intervento dicendo che “celebrare il 25 aprile non significa guardare soltanto al passato ma anche al futuro con consapevolezza, significa riconoscere che anche nelle differenze possiamo e dobbiamo trovare ciò che ci unisce. E ciò che ci unisce, oggi come allora, è l’amore per il nostro Paese”
Sui fischi al governatore Bucci hanno pesato il fatto le parole nei giorni scorsi di Ignazio Larussa e del Presidente del Consiglio regionale della Liguria Stefano Balleari, che ha definito anacronistico parlare di fascismo e antifascismo.
Dopo Bucci ha parlato il presidente dell’Anpi di Genova Massimo Bisca e infine la storica e scrittrice Benedetta Tobagi, con un discorso – anche il suo – incentrato molto sul ruolo delle decisivo delle donne partigiane che, dopo la resistenza conquistarono anche il diritto al voto.
“L’orazione è stata l’occasione per mostrare, alle genovesi e ai genovesi, il filo lucente che collega la Liberazione al primo voto delle donne nel 1946 che coincide con la nascita della Repubblica – ha spiegato Tobagi – Ho cercato di raccontare, d’accordo con l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell′Età Contemporanea, che così come le donne sono state fondamentali nel periodo della Resistenza, lo sono state altrettanto quando hanno potuto partecipare per la prima volta alle elezioni. Infine, ho voluto anche ricordare, ed è stato bello farlo avendo alle spalle una sindaca donna, che nella primavera del 1946, cosa che non si ricorda mai, non solo le donne hanno votato alle amministrative, ma in quella occasione sono state elette 12 donne sindache: un risultato davvero straordinario”.
La sindaca Salis in piazza dopo la conclusione della cerimonia
Poi per la Sindaca ancora un bagno di folla tra la gente tra chi la incitava “Silvia, Silvia” e chi le diceva: “Silvia resta qui”.
(da Genova24)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
NON SONO SERVITE NÉ LA FURIA DI FAZZOLARI, NÉ LE MINACCE DELLA COMMISSIONE EUROPEA DI CHIUDERE IL RUBINETTO DA DUE MILIONI DI EURO DI FINANZIAMENTI, NÉ LA MISSIVA DI PROTESTA FIRMATA DA 22 TRA MINISTRI DEGLI ESTERI E DELLA CULTURA DI PAESI EUROPEI E DELL’UCRAINA
Ora è ufficiale. Alessandro Giuli non andrà a Venezia per la Biennale. Diserterà uno
degliappuntamenti culturali più importanti dell’anno in aperta e furiosa polemica
con il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, reo di aver voluto a tutti i costi la partecipazione della Russia alla sessantunesima Esposizione d’arte.
Il ministro della Cultura non sarà alle giornate di preapertura (6-8 maggio), né presenzierà alla cerimonia di inaugurazione del 9 maggio. Una scelta senza precedenti, ma nell’aria da diverse settimane, dopo lo scontro istituzionale (e personale) con Buttafuoco.
Già poco più di un mese fa, infatti, Giuli aveva deciso di non andare in laguna per celebrare la riqualificazione del Padiglione centrale dei giardini della Biennale, al termine del restauro.
Inoltre, ha richiesto alla Biennale tutta la documentazione sulle comunicazioni con le autorità russe, oltre che informazioni sulle modalità di allestimento del padiglione. Un’istruttoria che non ha fermato Buttafuoco, con il quale la rottura, anche dell’amicizia, appare ormai difficilmente sanabile.
Il presidente, infatti, ha sempre tirato dritto, difendendo la decisione di accogliere gli artisti russi a Venezia, nonostante gli avvertimenti e le critiche arrivate non solo dal ministero, ma anche da Palazzo Chigi. In particolare, dal sottosegretario Giovambattista Fazzolari, che ha la moglie ucraina ed è tra i più convinti sostenitori della causa di Kiev: a lui il ritorno di un padiglione targato Cremlino, dopo anni di assenza, proprio non è andato giù. Buttafuoco non si è fatto intimorire.
Non sono servite nemmeno le minacce della Commissione europea di chiudere il rubinetto da due milioni di euro di finanziamenti, il cui taglio è poi stato formalizzato con una lettera formale, a cui la Biennale deve ancora rispondere.
Né ha sortito effetti la missiva di protesta firmata da 22 tra ministri degli Esteri e della Cultura di Paesi europei e dell’Ucraina. Inutili le spiegazioni arrivate da Bruxelles sul fatto che la presenza della Russia alla Biennale violerebbe i principi e le regole previste dalle sanzioni che l’Ue ha comminato a Mosca, come conseguenza dell’invasione dell’Ucraina.
Regole che vietano di dare spazio a ogni manifestazione o atto che possa configurarsi come propaganda a sostegno del regime. Ultima presa di posizione, giusto l’altro ieri, quella della giuria internazionale della Biennale, che non considererà, ai fini della premiazione, «quei Paesi i cui leader sono attualmente
accusati di crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale». Un annuncio che esclude, di fatto, Russia e Israele dalla competizione, ad esempio, per il Leone d’Oro e d’Argento.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
LE TESTIMONIANZE DALL’URUGUAY
“Esta chica me gusta, esta no”. Era Nicole a scegliere le ragazze. E tutto quello che riguardava il loro aspetto estetico e fisico. Sceglieva perfino il parrucchiere per loro, i vestiti e si assicurava che fossero “sempre in ordine”.
“È oscura. Molto oscura”. La voce è quella di una fonte che ha lavorato per anni nella cerchia più intima di Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti in Uruguay. E quindi li conosce da vicino. Parla solo a condizione di anonimato totale – “aquí la vida no vale nada” ti fanno sparire come niente”, dice – accettando di raccontare al Fatto cosa succedeva davvero nella tenuta “Gin Tonic” di La Barra, Punta del Este che era il regno dorato di Cipriani e Minetti.
Conosce palmo a palmo il ranch, la sua struttura, le sue dinamiche. I suoi ritmi. E i suoi segreti. Secondo la sua testimonianza, Nicole Minetti non era solo la compagna del miliardario italiano. Era la persona che gestiva gli accessi, selezionava le ragazze, teneva i fili. “Ella sabe”, dice. “Conosceva tutto”. Un ruolo che definisce senza esitazione come quello di madame. Lo stesso ruolo per cui era stata condannata in Italia.
“Le ragazze dovevano essere impeccabili, come bambole”, dice di una brasiliana che frequentava la tenuta. Tra le persone che frequentavano la proprietà Minetti era molto temuta, la ritenevano mala, “fredda e crudele”, non più la Nicole col sorriso stampato sulle labbra a favor di telecamera. “Oltre a essere la compagna di Cipriani era considerata una super protetta per un motivo preciso”. Quel motivo aveva a che fare con il “processo italiano” e la sentenza che si avvicinava, e con la possibilità concreta che “non potesse più lasciare il Paese”. “Nicole – dicevano – verrà condannata, saranno circa tre anni. Non verrà più, perché non potrà lasciare il suo Paese”.
La grazia presidenziale, arrivata a febbraio 2026, avrebbe risolto anche questo problema.
Il rapporto con Cipriani era “complesso”. Lei era la sua compagna ufficiale, ma solo di facciata: “Per lui, le ragazze che hanno più di 23 anni sono già vecchie. Lei ne ha 41. Lui la sostituirà presto”. Così alle più giovani consigliava questo: “Investi quel che hai, metti da parte qualcosa a Montevideo, perché quando invecchierai lui ti cambierà con un’altra, e un’altra ancora”.
Cipriani era circondato da ragazze brasiliane, argentine e italiane. Arrivavano sul suo jet privato saltando ogni controllo dell’ufficio immigrazione uruguaiano. La fonte conferma la presenza di giovanissime e minorenni. “Nicole Minetti sapeva tutto”.
C’è un dettaglio che desta incredulità: l’Inau, l’istituto nazionale uruguaiano per l’infanzia, portava i bambini a pranzo alla tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma tutto questo era solo per coprire la verità”. È in questo contesto che entra il bambino nato nel 2017 al centro della grazia presidenziale che il Quirinale ha concesso sulla scorta delle istruttorie della Procura di Milano e del Ministero della Giustizia.
La testimonianza arriva a scalfire la figura del minore “gravemente malato”, perno dell’istanza di grazia. Dopo un’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”. Però Minetti nunca lo ve, “non se ne occupa, è molto fredda”. “Il bambino sta sempre e solo con la tata uruguaiana Fatima”. Dubbi anche su come sia arrivato alla famiglia Cipriani-Minetti. “Pesos e miedo”, dice. “Soldi e paura”. La stessa che per anni ha impedito a tanti di parlare.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
LE RAGAZZE ARRIVAVANO CON AEREI PRIVATI E LA COMPIACENZA DI ADDETTI DOGANALI CORROTTI… LE SAUNE, LE FESTE E LE ACCUSE A NICOLE MINETTI DI ESSERE LA “MADAME” CHE GESTIVA IL VIA VAI DI RAGAZZE E LE SELEZIONAVA – IL “FATTO”: “C’È UN DETTAGLIO CHE DESTA INCREDULITÀ: L’ISTITUTO NAZIONALE URUGUAIANO PER L’INFANZIA, PORTAVA I BAMBINI A PRANZO ALLA TENUTA DI CIPRIANI. E PER UNA FONTE ‘ERA SOLO PER COPRIRE LA VERITÀ’
La luce del Mediterraneo abbaglia. E nasconde. Sotto la linea di galleggiamento restano i
segreti. Per sei mesi l’anno, la parte “bella e ufficiale” dell’impero di Giuseppe Cipriani naviga a bordo del gigantesco yacht “Gin Tonic”. Sul ponte tintinnano i calici di star internazionali e icone globali: Shakira, Naomi Campbell… Feste esclusive, lusso, immagini perfette. Il ritratto immacolato di un mecenate globale e “normoinserito”, come lo definiscono i legali della sua compagna Nicole Minetti nell’istanza di grazia.
Poi l’estate finisce. I motori si spengono. E la scena si sposta dall’altra parte dell’oceano. L’ancora si pianta in Uruguay, dove quella luce viene inghiottita da due “cuori di tenebra”: il lato oscuro della coppia Cipriani-Minetti.
“È una depravazione. Tutto, tutto è una depravazione”. A parlare è una persona che per anni ha lavorato, dormito, servito dentro il “gemello” terrestre dello yacht: la tenuta-bunker di Cipriani a La Barra, dipartimento di Maldonado. l’area sarebbe schermata da un sistema anti-drone capace di accecare le riprese aeree. Paranoia, forse, ma nei loro racconti è una fortezza isolata, difesa da guardie e polizia privata.
Solo ieri svelavamo come Cipriani non fosse solo un imprenditore dell’ospitalità di lusso, ma il socio occulto di Jeffrey Epstein, il finanziere al centro del più grande scandalo di pedofilia globale. E come le loro agende di affari e di piacere si siano incrociate per decenni (“Sarò a New York martedì, a Parigi sabato”, una delle centinaia di mail dagli Epstein files).
Un legame così stretto che Naomi Campbell, intima amica di Epstein, ha soggiornato più volte proprio nella chacra uruguaiana fin dal 2004. Secondo le testimonianze raccolte dal Fatto, in quell’angolo assolato di Sud America si replicavano torbide dinamiche predatorie di soldi e sesso alla Epstein. Il miliardario americano avrebbe persino trascorso un’intera estate nella villa di Cipriani, muovendosi come un fantasma intoccabile. La regola per la servitù: “Non lo potevamo guardare negli occhi”.
Superate le guardie, la villa si rivela un dedalo costruito per nascondere. Una lunga galleria dominata da un “camino gigantesco”, un ponte in legno sospeso su una piscina rialzata, salottini che sprofondano nel buio. Sotto la camera da letto del padrone di casa si trova il sancta sanctorum: sauna, lettino per i massaggi e vasca gelata. Attorno, come satelliti, sei casette separate: alloggi per le modelle destinate alle feste. Cellulari vietati. Qualcuna li usa, ma per farsi selfie in bagno.
Per alimentare il traffico, Cipriani avrebbe organizzato una catena di montaggio garantita da un sistema di corruzione doganale oggi sotto osservazione del ministero degli Interni. “A dicembre, le ragazze arrivavano direttamente con il suo aereo privato. Ma all’immigrazione non risultava nulla”, raccontano i media locali che già a febbraio avevano raccolto le prime testimonianze, a rischio della loro
incolumità. Il meccanismo: i piloti consegnavano solo due o tre passaporti. Le altre entravano “come fantasmi”.
I controllori dell’ufficio immigrazione non salivano mai a bordo per verificare il numero reale dei passeggeri. È per questo che i funzionari ora sarebbero finiti sotto inchiesta. A orchestrare i silenzi, una donna che era la sua factotum in Sud America.
“Era l’unica capace di oliare i funzionari corrotti con regalini sistematici”. Non solo denaro: modifiche ai timbri per coprire soggiorni irregolari negli Usa e favori di altro tipo. “Per compiacere una capa dell’immigrazione, le hanno spianato gratis un terreno con i macchinari dell’hotel”. Dentro le sei “casette”, la donna diventava merce. Turni implacabili e tariffari precisi, la “lista de precios”.
Al mattino venivano fatte sgomberare le uruguaiane e le argentine, considerate la fascia bassa. Nel pomeriggio piovevano dal cielo le modelle élite brasiliane, seguite poi dalle italiane. Le regole per loro erano dictatoriales: palestra quotidiana per essere sempre nella forma migliore per i clienti e divieto di indossare lo stesso abito due volte.
L’isolamento della tenuta crea catene di messaggi solidali e consigli pratici tra ragazze che si muovono tra Montevideo, Maldonado e voli intercontinentali. “Hoy sigo para Dubai”, scrive una. La dimensione lavorativa affiora senza essere mai esplicitata. “¿Vos trabajando?”. E la risposta: “No, hoy estoy en casa”. Poi i dettagli pratici. Piccoli accorgimenti funzionali. “Hai delle caramelle? Ho mangiato aglio e se devo assistere Giuseppe devo avere l’alito profumato”.
“Ho finito gli assorbenti, ne hai?”. Dei padroni di casa parlano poco. “Giuseppe se fue ayer”. Ma se lui è partito, Nicole è arrivata. Movimenti che le interlocutrici seguono e commentano in tempo reale. Era “de esperarse”, prevedibile.
La sera entrava in scena un facilitador argentino. “Chiamava per ordinare il numero esatto di donne e durante la festa le affiancava agli uomini d’affari, anche seminude. Bastava uno sguardo e sparivano nelle stanze buie o nelle casette private”. Un testimone riferisce di averlo riconosciuto durante una visita dell’attuale presidente uruguaiano Luis Lacalle Pou, arrivato ufficialmente per un sopralluogo. Parte del suo entourage, racconta, si sarebbe poi allontanata con alcune
ragazze. A governare il sistema, con ruolo di madame, ancora e sempre lei: Nicole Minetti.
Nel 2013 era stata condannata in primo grado a cinque anni per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby, pena ridotta nel 2014. In attesa della sentenza definitiva che sarebbe arrivata nel 2019, Nicole Minetti cambiò vita? Pare proprio di no. A settembre del 2017 l’imputata viene “pizzicata” al “Downtown Ibiza” di proprietà di Cipriani, dove la lady della “coppia padronale” faceva lo stesso lavoro di sempre. Così la raccontava il nostro mensile Millennium.
Minetti era la DJ resident del sabato sera, stava alla consolle e scendeva in sala per accogliere gli ospiti di riguardo e i Vip al tavolo del compagno; perlopiù ricchi uomini d’affari – russi, arabi, americani – col portafogli a fisarmonica, circondati da schiere di “belle ragazze compiacenti, piene di curve e tatuaggi, che si mostravano generosamente a uomini facoltosi in cerca di conquiste facili”.
Quando scendeva in sala le “ragazze” le andavano incontro come in un vero e proprio “pellegrinaggio”, guardandola con ammirazione, come per chiederle in dono un riflesso della sua capacità di capitalizzare le doti che la natura le ha riservato.
Neppure allora l’ex consigliera regionale aveva “cambiato vita”, come assicura l’istanza con la quale a febbraio ha ottenuto la grazia. Si era semplicemente trasferita nel dorato mondo del compagno per poi seguirlo fino in Uruguay, dove nel 2018 Cipriani avvia quello che nell’istanza viene descritto come “il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael”.
Nell’istanza di grazia il periodo di Arcore viene definito “un contesto di vita definitivamente chiuso”, collocato in un “ambito temporale circoscritto”. Invece, a quanto pare, dopo Ibiza lo replicava anche in Sud America, dove è rimasta per anni e fino al 2024-2025, ma su scala industriale.
E dove, peraltro, riappare il fantasma delle minorenni. La condanna definitiva per Minetti fu per favoreggiamento della prostituzione “semplice”, senza cioè una qualificazione autonoma legata alla vicenda della minore marocchina Karima El Mahroug, fermata per un furto, per il quale in una notte di 16 anni fa corse alla Questura di Milano a giurare che fosse la nipote di Mubarak.
Un’uruguaiana, che chiameremo Marìa, fu “gettata nel giro a 16 anni in cambio di viaggi di lusso a New York, Los Angeles e Dubai”. Un’italiana, nome d’arte “Lulù”, sarebbe stata trascinata lì a soli 15 anni. “Viveva alterata dalle sostanze. Il fidanzato era morto per overdose e Cipriani viveva nel terrore”. Cipriani non vietava le droghe per etica, ma per controllo: solo alcol, per evitare “disastri con i clienti”. L’incubo: “Che la quindicenne morisse lì, scatenando uno scandalo ingestibile”. Al Fatto la ragazza non ha voluto rispondere. C’era anche una copertura, la più perversa di tutte.
Periodicamente Cipriani apriva la chacra ai bambini orfani dell’Inau. “Invitati a pranzo, i piccoli venivano serviti personalmente da lui ma solo a favor di telecamere per costruirsi l’aura del filantropo”. Così i bambini finivano a giocare sulle stesse assi sotto cui, poche ore prima, si era consumato il commercio delle donne. L’inganno perfetto: un impero scintillante, fatto anche di soldi e sesso a pagamento, che affiora di nuovo dal fondo in cui era nascosto, coperto da uno scafo da 4 milioni di dollari. Minetti e Cipriani, contattati dal Fatto, hanno preferito non rispondere.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
RIDISEGNATI I MECCANISMI DI CONTROLLO E SANZIONI DEI PUBBLICI AMMINISTRATORI
Alla fine del 2025, il parlamento ha approvato in via definitiva la riforma della Corte dei conti, che ridisegna il sistema dei controlli e i meccanismi di responsabilità degli amministratori pubblici. La legge è stata oggetto di dure critiche da parte dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti. Voci che ora
tornano a farsi sentire, mentre si discutono i decreti attuativi della seconda parte della riforma, che dovranno ridisegnare l’organizzazione della Corte. Ne abbiamo parlato con Donato Centrone, presidente del “sindacato” dei giudici contabili.
Presidente, dopo la sconfitta della riforma Nordio al referendum pensavamo di non sentir parlare per un po’ di separazione delle carriere. Ma per quanto vi riguarda, la questione non è affatto chiusa
Esatto, perché all’interno dei criteri di delega della riforma della Corte dei conti vi è anche la prospettiva della separazione delle funzioni e delle carriere dei magistrati contabili. Noi riteniamo questi due criteri di delega non più da attuare alla luce dell’esito del referendum costituzionale.
Al referendum però si votava sulla riforma della magistratura ordinaria, non di quella contabile
Ma i cittadini italiani si sono espressi in netta prevalenza contro la separazione delle carriere. Inoltre, bocciando le modifiche su Alta Corte Disciplinare e Csm, hanno ribadito un principio fondamentale, cioè quello di garantire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Di fronte a questo, tutto ciò che è contenuto nella legge delega di riforma della Corte dei conti e che è ispirato ai medesimi principi a cui era ispirata la riforma costituzionale, per noi deve trovare un ripensamento da parte del Governo. I cittadini italiani si sono espressi contro la separazione carriere e per l’autonomia e l’indipendenza di ogni magistratura.
Altro punto che contestate è la riorganizzazione delle procure territoriali, con un eccesso di subordinazione nei confronti del Procuratore generale. Ci spiega cosa può cambiare nella pratica e come questo impatterebbe sul funzionamento della Corte?
Attualmente il Codice di giustizia contabile già contempla un potere di coordinamento del Procuratore generale nei confronti dei Procuratori regionali, ma è un potere di coordinamento fra pari. La riforma accentua questo potere, prevedendo che alcuni atti possano essere addirittura dichiarati nulli, se non accompagnati da una firma congiunta del Procuratore regionale e del Procuratore generale. Prevede inoltre, senza delimitare rigorosamente le fattispecie, un potere di avocazione da parte del Procuratore generale, che potrà chiamare a sé fascicoli di
competenza dei Procuratori regionali. E prevede ancora che il Procuratore generale possa avere accesso diretto, anche per via informatica, agli atti dei procuratori regionali, controllando in tempo reale la loro attività. Noi riteniamo che la somma di questi poteri conduca a una forte compromissione dell’autonomia e dell’indipendenza dei pubblici ministeri contabili garantita, come per tutti gli altri magistrati, dall’articolo 108 della Costituzione.
Durante la campagna elettorale del referendum sulla magistratura ordinaria, il fronte del No ha espresso con forza il timore che l’obiettivo finale della riforma fosse sottoporre i pm al controllo della politica. Vede un rischio simile anche nel vostro caso?
Al momento onestamente no, anche perché la nomina del Procuratore generale della Corte dei conti è sostanzialmente ad appannaggio del nostro Consiglio di Presidenza e solo formalmente recepita in un decreto della Presidenza del Consiglio. Però è chiaro che se la delega dovesse rafforzare in maniera esponenziale i poteri di coordinamento del Procuratore generale, un domani la tentazione della politica di cercare di controllare, attraverso la nomina del Pg, l’attività di tutte le procure della Corte dei Conti potrebbe effettivamente anche insorgere.
Insomma, il cambio di organizzazione delle procure potrebbe rappresentare un viatico?
È chiaro che un domani potrebbe esserci questo rischio però, ripeto, al momento attuale non è presente, anche perché nella legge delega non c’è una modifica della procedura di nomina del Procuratore generale.
Una parte consistente della legge è invece già in vigore e modifica profondamente controlli e sanzioni. L’Associazione Magistrati della Corte dei conti è stata molto dura su diverse norme presenti nel testo. Quali sono per voi i problemi principali?
La criticità numero uno è l’eccessiva limitazione della responsabilità amministrativa. Il legislatore ha previsto, in caso di condanna per colpa grave, un tetto del risarcimento pari al solo 30 percento del danno accertato e, comunque, a due annualità di stipendio. Questo rischia di riversare la restante parte del danno sulle amministrazioni pubbliche e quindi sui cittadini. Con una sua sentenza, la
Corte costituzionale aveva legittimato, per una serie di motivi, un regime di responsabilità più favorevole per dipendenti ed amministratori pubblici, ma sempre salvaguardando l’effetto deterrente della responsabilità amministrativa. Ora questo doppio tetto – che non esiste nemmeno per i medici – rischia di produrre effetti paradossali: prendiamo il caso di una non corretta gestione di un patrimonio immobiliare pubblico, collocato a canoni fuori mercato o con ampie percentuali di evasione. La responsabilità dei funzionari viene accertata, non per dolo o illecito arricchimento, senza reato, ma diciamo per sciatteria amministrativa. In questo caso un danno magari di un milione di euro viene limitato nemmeno a 300mila, probabilmente anche a molto meno, se consideriamo il parametro delle due annualità di stipendio del funzionario responsabile.
Ci faccia altri esempi che ci aiutino a capire la portata della modifica
Pensiamo a una simile negligenza nella gestione dei rapporti con la sanità privata accreditata, che assorbe un’ampia parte delle risorse del Servizio sanitario nazionale. E alle responsabilità che possono sorgere nella gestione di contratti da milioni di euro, da una non corretta verifica delle prestazioni erogate dalle case di cura private accreditate e dei parametri economici di budget, che ogni anno devono rispettare. Ma i nuovi limiti pongono un problema anche per danni di non rilevante entità, per esempio un incarico di consulenza, affidato quando non c’erano i presupposti. Il fatto che ci sia il doppio tetto porta a un risarcimento che non può superare il 30 percento del danno accertato, anche se le due annualità di stipendio sarebbero superiori come importo. In sintesi, si crea un effetto limitativo, che a nostro giudizio è eccessivamente favorevole verso i responsabili. A questo proposito, proprio negli scorsi giorni è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale di questa norma, da parte di una delle nostre Sezioni d’Appello. Quindi su questo tema si pronuncerà la Corte Costituzionale, anche se noi confidiamo che il Governo intervenga prima.
In realtà fino a oggi il governo non si è mostrato particolarmente aperto al confronto
Sulla parte già entrata in vigore, noi come magistrati dobbiamo ovviamente applicare la legge, ma come Associazione auspichiamo degli interventi correttivi. Per quanto riguarda il percorso di attuazione della delega, il confronto del Governo con i nostri vertici istituzionali sta proseguendo perché è attivo un tavolo paritetico, dove si stanno scrivendo le norme attuative. Però noi come Associazione Magistrati abbiamo sempre manifestato l’esigenza di un nostro confronto, sia con i nostri vertici istituzionali, sia con il Governo. Quello che abbiamo chiesto è di non dare attuazione a quelle parti della delega di cui abbiamo parlato prima, su cui ha inciso il referendum costituzionale. Confidiamo che queste nostre richieste possano essere considerate.
Tra giugno e agosto l’Italia dovrà chiudere e rendicontare tutti i progetti del Pnrr. Le modifiche al sistema di controlli della Corte dei conti potrebbero creare difficoltà in quella fase?
No, perché credo che la maggior parte dei controlli sui fondi Pnrr da parte della Corte siano stati già effettuati. Quello che vedo invece come un potenziale impatto molto negativo è la previsione – presente all’interno della delega – che estende il controllo preventivo di legittimità agli atti degli enti locali. Parliamo di ottomila enti sul territorio. Se quella norma entrasse in vigore, prevedendo anche solo cinque atti all’anno per ogni Comune da sottoporre a controllo preventivo, avremmo un afflusso aggiuntivo di 40mila atti l’anno. Vuol dire un totale più che doppio rispetto al 2025, con conseguenze sull’organizzazione del lavoro non indifferenti. Che potrebbero essere affrontate in due modi: o incrementando l’organico, cosa che pone un problema di spesa. Oppure drenando risorse ad altre attività, quindi col rischio che – soprattutto sul territorio – non siano più adeguatamente espletati i controlli sui bilanci di Regioni, enti locali ed enti del servizio sanitario. Cioè quei controlli che negli ultimi anni hanno consentito, cercando di prevenire situazioni di crisi finanziaria, una corretta erogazione dei servizi pubblici e dei servizi sanitari da parte degli enti del territorio.
A inizio febbraio il governo ha varato un nuovo decreto sul Ponte di Messina, che dovrebbe servire a risolvere le questioni sollevate dalla Corte dei Conti sul piano economico e finanziario dell’opera. In attesa dell’esito della nuova istruttoria, le sembra superato quel fastidio che era emerso abbastanza evidente da parte dell’esecutivo, per i rilievi della magistratura contabile sul progetto del Ponte?
Non saprei, confido di sì, perché è chiaro che ognuno – nel rispetto del ruolo istituzionale che ricopre – deve cercare di adempiere a quella funzione nel miglior modo possibile. Ora, a me non risulta arrivato un nuovo atto che riguarda il Ponte sullo Stretto al controllo preventivo della Corte dei conti. Cioè, al momento non è ancora arrivato nulla né da parte del Cipess, per quanto riguarda l’atto integrativo della convenzione attuativa, né da parte del Ministero delle Infrastrutture, per quanto riguarda il decreto approvativo del progetto definitivo. Può darsi che siano in elaborazione, ma al momento niente è pervenuto. Naturalmente quando arriveranno, la Corte valuterà la mera ed esclusiva legittimità, in maniera assolutamente serena.
L’Esecutivo sembrava pronto a nominare come nuovo giudice della Corte dei conti Marco Mattei, capo di gabinetto del ministro della Salute Schillaci, ex sindaco di Albano Laziale, formazione professionale da ginecologo. L’indiscrezione ha suscitato molte polemiche nel mondo politico per il profilo del candidato, considerato inadatto al ruolo. Anche lei a nome dell’Associazione dei magistrati contabili ha scritto una lettera ai vertici istituzionali della Corte, per chiedere chiarimenti
Spieghiamo. Un contingente di magistrati della Corte dei conti – come del Consiglio di Stato – viene nominato dal Governo, lo prevede la legge da tempo immemore. Ma i magistrati di nomina governativa devono avere un determinato profilo professionale e di curriculum, che in termini generali è delineato nella stessa legge. D’altronde le competenze proprie della Corte dei conti non necessitano solo di preparazione giuridica. Al nostro interno sono presenti una serie di colleghi con elevatissima preparazione professionale: parliamo di ex direttori generali di Agenzie fiscali, di enti pubblici economici, di Camera e Senato, della Banca d’Italia, eccetera eccetera. Insomma, è necessario appunto – proprio perché non è una nomina concorsuale – che il profilo sia professionalmente pertinente rispetto alla funzione da svolgere e ampiamente qualificato. Se così non è, può nascere un problema di adeguato espletamento del ruolo all’interno della Corte. E può venire il dubbio che ci sia un tentativo di favorire una nomina per motivi politici, più che per meriti professionali. Siccome il numero dei magistrati di designazione governativa
è una percentuale significativa all’interno della Corte, questo può diventare un modo per controllare politicamente la Corte stessa, cosa che, invero, fino a ora, anche con questo Governo, non è accaduta. Questo è il senso della nostra richiesta di verificare rigorosamente la presenza dei requisiti. Naturalmente questa è una necessità di carattere generale che prescinde dalla persona della cui nomina si discute in questo momento, non è certamente un fatto personale.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
CAMPO LARGO AVANTI DI UN PUNTO, MA VANNACCI E’ AL 4%
Tutti sondaggi politici delle ultime settimane hanno indicato una tendenza chiara: il
centrodestra ha perso terreno, tra le difficoltà interne e quelle internazionali; e il centrosinistra ne ha approfittato, sulla carta. A confermarlo è la nuova rilevazione dell’Osservatorio Delphi, realizzato da Piave e Sigma consulting e pubblicato da Fanpage.it. Fratelli d’Italia e Lega sono in discesa, rispetto all’inizio di marzo, ma è soprattutto Forza Italia che fa registrare un crollo verticale. Nello stesso periodo crescono molto Pd e Movimento 5 stelle, ma anche Italia viva. Il risultato è che ora l’ipotetica coalizione del campo largo sarebbe davanti alla maggioranza.
Fratelli d’Italia è al 27,7%. Si tratta di appena un decimo in meno rispetto al dato di inizio marzo: insomma, tutto sommato i meloniani sembrano aver retto il colpo e mantenuto una certa stabilità nei consensi. Certo, il 30% registrato in altri momenti della legislatura oggi appare decisamente lontano. E non è detto che il prossimo periodo, tra guerra e difficoltà economiche, porti un miglioramento.
La Lega è al 7,4%. Anche il Carroccio, incassato il colpo dell’addio di Roberto Vannacci (di cui si parlerà dopo), ha continuato a rimanere sullo stesso livello di voti. Certo, basta ricordare quanto il risultato delle elezioni del 2022 (l’8,8%) fu vissuto come una sconfitta per capire che i leghisti non possono certo essere soddisfatti. Hanno smesso di perdere consensi, ma per adesso non c’è aria di rimonta.
Forza Italia crolla all’8,4%. Dopo un periodo di crescita lenta ma piuttosto costante, i forzisti guidati da Antonio Tajani hanno vissuto un mese e mezzo di sbandamento nei sondaggi politici. Il referendum sulla giustizia era soprattutto una battaglia del partito fondato da Silvio Berlusconi, d’altra parte. E nell’ultimo periodo, con la guerra in Iran, sono diventate anche più frequenti le uscite discutibili del ministro degli Esteri Tajani. Senza parlare del ‘rinnovamento’ spinto dalla famiglia Berlusconi, con la sostituzione di alcuni pezzi grossi nel partito.
Con Noi moderati all’1% (-0,1%) si completa la coalizione. Il centrodestra raccoglie il 44,5% dei voti. È presto per parlare di elezioni, quando manca circa un anno al voto, ma in questo momento il trend non è promettente. La maggioranza dovrà trovare il modo per riprendere slancio negli ultimi mesi di legislatura. Un periodo in cui la campagna elettorale potrebbe ricompattare o – più probabilmente – dividere ancora di più i partiti della coalizione.
Dall’altra parte, va detto, una coalizione ancora non c’è. Il campo largo al momento esiste solo nelle dichiarazioni dei leader e in alcune coalizioni locali, ma a livello
nazionale mancano un programma e una leadership condivise. I risultati dei sondaggi, comunque, per il momento sono soddisfacenti.
Il Partito democratico è al 22%, con un guadagno di ben lo 0,9% rispetto alla rilevazione di inizio marzo. Il periodo è stato decisamente positivi per i democratici di Elly Schlein, che pure si preparano ad affrontare un periodo segnato dal dibattito sulle primarie.
Va bene anche il Movimento 5 stelle, al 13,4% con un +0,5%. Resta stabile invece Alleanza Verdi-Sinistra, al 6,1%. Nel perimetro del campo largo, almeno in teoria, rientrano anche Italia viva di Matteo Renzi (con il 2,5%, in crescita dello 0,3%) e +Europa (all’1,5%, con un calo netto di sei decimi). Queste forze politiche sommate raccolgono il 45,5% dei voti: un punto in più del centrodestr
Ci sono poi i due schieramenti che, pur molto lontani tra loro, condividono il fatto che al momento non fanno parte di alcuna coalizione. Azione di Carlo Calenda è al 2,6%, in discesa di quattro decimi. Futuro nazionale di Roberto Vannacci, invece, sale al 4,1%. È una crescita di appena due decimi nel giro di un mese e mezzo, ma si tratta comunque del passo che fa superare la soglia del 4%. Resta da vedere non solo se il partito si unirà al centrodestra, ma anche se reggerà da qui alle prossime elezioni.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
“ESISTONO SENSIBILITÀ DIVERSE NEL CENTRODESTRA, MA IN UN PERIMETRO DI PRINCIPI CONDIVISI: CENTRALITÀ DELLA PERSONA, LIBERTÀ E DEMOCRAZIA, INTEGRAZIONE EUROPEA, ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO, NUOVI DIRITTI, RESPONSABILITÀ INTERNAZIONALE, A PARTIRE DAL SOSTEGNO ALL’UCRAINA. SU QUESTI PRINCIPI NON PUÒ ESSERCI COMPROMESSO”… “ L’ALLEANZA CON VANNACCI SAREBBE UN ERRORE FATALE”
Letizia Moratti, si candiderebbe?
«Non penso a una candidatura personale alla segreteria, sono in campo per dare il mio contributo al partito come fatto alle Europee quando abbiamo sfiorato il 10% dei consensi».
Forza Italia e il futuro partito di Vannacci possono stare insieme nella stessa coalizione?
«L’alleanza con Vannacci sarebbe un errore fatale. Le coalizioni si costruiscono su programmi e su valori comuni. Esistono sensibilità diverse nel centrodestra, ma in un perimetro di principi condivisi. Forza Italia non si definisce per esclusione, ma per i valori che incarna. Centralità della persona, libertà e democrazia, integrazione europea, economia sociale di mercato, nuovi diritti, responsabilità internazionale, a partire dal sostegno all’Ucraina. Su questi principi non può esserci compromesso. In politica non funziona la sommatoria dei consensi, piuttosto la scelta dei valori.
Sovranismo e populismo non ci appartengono. Dobbiamo piuttosto lavorare per un allargamento del centro popolare, liberale e riformista, rispondendo ai cittadini in termini di responsabilità ed affidabilità, non con ansie e aggressività. Un cartello elettorale senza anima avrebbe vita breve, faremmo la fine del Campo largo».
Ci sono margini per un dialogo strutturale con altre forze moderate e riformiste?
«Il dialogo con l’area moderata e riformista è fondamentale. È lì che si gioca una parte importante dell’equilibrio politico italiano ed europeo. Forza Italia vuole rafforzare l’europeismo del centrodestra».
Oggi è il 25 Aprile. Cosa farà?
«Sarò impegnata ancora a Roma per le celebrazioni dei 50 anni del Partito popolare europeo. Idealmente però sarò a fianco dei giovani di Forza Italia Lombardia che parteciperanno al corteo di Milano questo pomeriggio. Il 25 Aprile è una giornata fondativa della nostra democrazia. È un momento che deve unire, non dividere, attorno ai valori della libertà e della Costituzione, nel segno del rispetto e della memoria condivisa».
La Russa renderebbe omaggio anche ai caduti della Repubblica di Salò, lei che ha avuto un padre partigiano deportato a Dachau cosa gli risponde?
«Il 25 Aprile celebra la Liberazione dal nazifascismo e la nascita della nostra democrazia, per merito anche della “resistenza bianca” popolare e liberale di cui mio padre Paolo fu componente. Il dolore e le ferite di quel periodo vanno certamente compresi sul piano umano, ma la cornice storica e valoriale resta quella della Resistenza. La memoria deve essere condivisa, ma non può essere confusa o relativizzata».
(da “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 25th, 2026 Riccardo Fucile
UNA PERCENTUALE LONTANISSIMA NON SOLO DALLO STRATOSFERICO 53,6% CHE L’ERARIO TRATTENEVA IN MEDIA SUL SUPERENALOTTO A FINE ANNI ’90, MA PERFINO DAL 19,6% INCASSATO SUI GIOCHI DI TUTTI I TIPI NEL 2006: SI ARRICCHISCONO SOLO I GRANDI GRUPPI…CON PROBLEMI CRESCENTI PER IL SISTEMA SANITARIO CHIAMATO A CURARE UN MILIONE E MEZZO DI LUDOPATICI
Stiamo raschiando il fondo del barile. Questo dicono i dati forniti dal ministero
dell’Economia sull’azzardo nel 2025. Su cento miliardi abbondanti (per l’esattezza 103.291.800.529 euro) puntati on-line dagli italiani quelli finiti nelle casse dello Stato sono poco più di uno e mezzo, pari all’1,45%.
Una percentuale abissalmente lontana non solo dallo stratosferico 53,6% che l’erario tratteneva in media sul SuperEnalotto a fine anni ’90, ma perfino dal 19,6% incassato mediamente sui giochi di tutti i tipi nel 2006.
Vent’anni fa. Quando gli italiani «buttavano» nel «vizio» (parole usate allora da Giorgia Meloni) poco più di 50 miliardi di oggi (meno di un terzo rispetto all’anno scorso: 165 e rotti) consegnandone comunque alle pubbliche casse 9,613. Cioè poco meno di oggi (10,372 miliardi) ma «buttandone» il triplo.
Deriva accentuata nell’ultimo quadriennio. Con una impennata del 21,47% delle somme finite nell’azzardo e un risibile aumento parallelo (+ 1,52%) degli incassi statali. Che per la prima volta nella storia sono inferiori a quelli dei concessionari: 11.509.644.673 euro. Per dar lavoro, dice l’Istat, a 38 mila persone inclusi i part-time: 302.885 a occupato.
Segno che, scartata l’idea che diventino nababbi certi tabaccai di periferia, i «grandi» fan soldi a palate. Con problemi crescenti per il sistema sanitario chiamato a curare un milione e mezzo di «giocatori problematici» (dati Istituto Superiore Sanità 2018, quando veniva giocato il 35% in meno)
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »