Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
“TRUMP, NETANYAHU, PUTIN, ORBAN: LA GALLERIA DEGLI ORRORI”… “PER SMINUIRE UNA DONNA GUARDANO A COME SI VESTE, SEGNO CHE SONO A CORTO DI ARGOMENTI”… “LO SPORT MI HA INSEGNATO IL RISPETTO DELLE PERSONE, QUANDO UNA DONNA ARRIVA A UN CERTO LIVELLO SI DEVE RICORDARE ANCHE DELLE ALTRE”… “LE TASSE LE DEVONO PAGARE TUTTI, COSI’ TUTTI PAGHEREMMO DI MENO”… “LO STATO DEVE GARANTIRE LA SICUREZZA DEI CITTADINI, NON REGALO IL TEMA AI SOVRANISTI”… “QUANDO GOVERNI DEVI AVERE LA CAPACITA’ DI MEDIARE, USARE IL CERVELLO NON L’ARROGANZA”… “QUANDO DEVI DECIDERE SEI SOLA COME SULLA PEDANA DI ATLETICA, CI SONO ABITUATA. IN POLITICA DECIDI PER IL BENE DI TUTTI”… “SARO’ SEMPRE A FIANCO DI CHI LOTTA PER DIFENDERE IL PROPRIO LAVORO E PER DARE DIGNITA’ A CHI NON CE L’HA, NON MI FERMERANNO”… “IL MOMENTO PIU’ FELICE? QUANDO VEDO MIO FIGLIO”
Da Genova al mondo. Di Silvia Salis oggi parlano tutti. All’estero, il quotidiano inglese The Guardian le dedica un ritratto da icona progressista italiana. Qualche settimana prima, l’agenzia di stampa Bloomberg News l’ha soprannominata «Anti-Meloni». Un concerto di musica techno in piazza Matteotti a Genova l’ha trasformata in un meme, ovvero nella vera consacrazione planetaria di un personaggio politico.
Quarant’anni anni, ex atleta (è stata una pluripremiata martellista) e dirigente sportiva italiana, ha un figlio di due anni e un marito, Fausto Brizzi, che è regista, scrittore e sceneggiatore.
Ecco, partiamo da qui. Dagli attacchi più biechi. La chiamano Barbie. E la attaccano per una foto a piedi nudi prendendosela con il marchio di lusso delle sue scarpe.
«Allora, premesso che non c’è niente di male nel comprarsi, con le proprie risorse, quello che più ci piace, ci tengo a dire che quella è una foto di quattro anni fa scattata nel mio ufficio del Comitato Olimpico e spacciata per recente, realizzata nell’ufficio da sindaca. È la solita storia: per sminuire la persona, soprattutto quando si parla di una donna, non entrano nel merito ma guardano a come si veste e a come appare
Ero abituata a tutto questo e mi sembrava normale quando abbiamo fatto le elezioni amministrative. Infatti mi dicevo: accidenti come sono scarsi, come possono pensare di vincere con questi argomenti? E, sbagliando, immaginavo che su un piano più nazionale la destra usasse altri temi. Invece no, il copione è lo stesso. Ma vi faccio uno spoiler: non funziona. Alle persone non interessa.
Però è arrivato il momento di capire che puoi essere per la giustizia sociale, per i diritti dei lavoratori, per la riduzione delle disuguaglianze sociali e allo stesso tempo non negarti la libertà di spendere per le tue passioni quello che hai guadagnato onestamente. E se il dossieraggio su di me ha prodotto una foto con un paio di scarpe, che dire: per favore, andiamo avanti».
Lei si è scagliata spesso contro l’utilizzo di un linguaggio volgare, basso e populista. In una trasmissione televisiva, con fermezza e senza ideologia, ha difeso Elly Schlein dal sindaco di Trieste Roberto Dipiazza che la definiva una «befana» in un post sui social.
«Entriamo di nuovo nel grande tema di cui parlavo prima. Non si tratta solo di sessismo. Il punto è che se Farfallina35 mi dice che sono una Barbie senza cervello tu pensi: vabbè, i social hanno dato voce a milioni di persone e questo è il risultato.
Ma se le persone che ti attaccano nello stesso modo hanno una responsabilità amministrativa o comunque rappresentano la Repubblica ti aspetti un altro approccio. Se sei un sindaco, un senatore, un deputato non mi offendi perché mi chiami Barbie o befana, mi offendi perché rappresenti la Repubblica, perché hai accettato la responsabilità che richiede quel ruolo.
Com’è stato, dopo il famoso concerto in piazza Matteotti a Genova, risvegliarsi il giorno seguente e trovarsi trasformata in un meme planetario?
«Incredibile e divertente. Ma, sono sincera, queste cose devono rimanere sullo sfondo. Come per lo scatto delle scarpe, non mi sono scomodata a fare smentite o commenti perché un sindaco che rappresenta un’istituzione ha solo da perderci a infilarsi in questa melma dove tutto è il contrario di tutto e dove i toni sono da tifoseria.
Ci vuole distacco. E poi, sa, anche di fronte agli attacchi personali più strumentali, vedo anche persone che non mi conoscono e che chiedono di guardare ai contenuti, non all’aspetto fisico, alle apparenze, alla vita privata. Io, poi, non attaccherei mai un’altra donna su questi elementi. C’è un partito che ha pubblicato recentemente una mia foto in costume da bagno con mio figlio in braccio senza nemmeno oscurargli il volto. C’è un livello oltre il quale non bisognerebbe andare.
In Italia, si discute molto se lei sia di centro, di centrosinistra, di sinistra. Allora, come dice lei, provo a riportare i fatti del suo operato da sindaca in questi primi dieci mesi. Punto per punto, vorrei un suo commento
«Va bene, sono pronta».
Ha registrato due madri all’anagrafe nonostante i limiti e la propaganda dell’attuale governo.
«Guardi che non è una concessione ma semplicemente qualcosa che una sentenza ha permesso. Non sono stata magnanima, ho permesso un diritto. E poi, questi bambini, queste bambine di coppie omogenitoriali esistono indipendentemente dal fatto che il Comune firmi o no.
La firma del Comune permette di dare le tutele a questi bambini e alle loro famiglie. L’ho sempre detto: sono una madre, sono cattolica, sono sposata, sono eterosessuale ma non credo che il mio sia l’unico modello o che sia migliore degli altri. Il Comune è laico, l’amministrazione è laica, il Paese è laico. E lo dico da cattolica».
Altro suo operato: l’obbligo al salario minimo.
«Ma è evidente: gli effetti positivi del salario minimo sono lampanti in Paesi come la Spagna dove è stato applicato. E, sinceramente, chi può ancora discutere su questo? Con la pressione fiscale che c’è.
Con la realtà di queste nuove generazioni che saranno le prime che pur lavorando non potranno permettersi una casa. In quest’ottica, ovviamente, il Comune può fare una piccola parte, perché il tema è nazionale. Però l’abbiamo fatta: in tutti gli appalti abbiamo garantito un obbligo a un salario minimo».
Si è espressa apertamente sulla Palestina e sul genocidio a Gaza.
«E ho fatto bene, visto che anche chi non l’ha fatto si è dovuto rimangiare le parole dette. Ma come fare a restare indifferenti? Il sindaco deve esprimere l’identità della sua comunità
Ed è un’idiozia pensare che la tua posizione di sindaco o di città non cambi le cose. Genova, poi, è un simbolo, uno dei più grandi porti del Mediterraneo, la sua posizione è rilevante. Pensi anche a tutta la vertenza Ilva sul mondo del lavoro».
A proposito. Lei è scesa in piazza a fianco degli operai dell’ex Ilva
«Perché mi riconosco nelle loro lotte. Sono le stesse che hanno fatto i miei genitori quando prendevano il treno e andavano a Roma per gli scioperi generali. Quel senso collettivo si è un po’ perso. E, comunque, una città in cui diminuiscono i posti di lavoro qualificati è una città che si sgretola».
Lei ha anche sostenuto la partenza della Flotilla.
«Anche in quel caso: è l’identità culturale di Genova. Un’identità che non è legata ai partiti politici. Quella sera, poi, nelle strade della città c’erano decine di migliaia di persone. Devi tenerne conto. Le ricordo che al recente Referendum il No è stato votato al 64%, il Sì al 36. È tanto. È importante tenere conto della città e del Paese che ti circondano».
Si è battuta anche per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, altro argomento spinoso per l’attuale governo.
«Guardi, mi spiace che l’altra parte politica si stracci le vesti per cose che andrebbero fatte senza nemmeno troppo clamore.
Siamo, infatti, nelle mani di potenti che, nel bene o nel male, stanno sconvolgendo l’ordine mondiale. Inizio dal più controverso, Donald Trump.
«Trump sembra una puntata della serie tv distopica Black Mirror. Credo che nessuno di noi potesse contemplare nella sua vita di vedere un presidente degli Stati Uniti di questo genere».
Benjamin Netanyahu.
«Lo metto insieme a Trump ma a un livello più basso. Perché è anche più cattivo».
Vladimir Putin.
«Ma questa è la galleria degli orrori. Sono il male assoluto. Ci manca solo Orbán nella lista».
Cambiamo registro, allora. Sergio Mattarella.
«Il presidente Mattarella è il baluardo della rispettabilità della nostra Repubblica».
Giorgia Meloni
«È una politica determinata con posizioni molto distanti da me. Ma resta una donna che ha fatto un grande percorso politico».
Matteo Renzi.
«Da presidente del Consiglio ha caratterizzato una stagione di grande cambiamento. È stato un presidente giovane e progressista, poi, come lui stesso dice, non ha saputo interpretare le risposte che gli arrivavano dal Paese. Non che sia semplice, per carità».
Succede una cosa molto strana in molte donne che arrivano nei ruoli più importanti della politica. Penso alla premier giapponese, alle donne dell’amministrazione Trump, ma anche a Marine Le Pen in Francia e ad Alice Weidel in Germania. Tutte figure potenti che però sembrano comportarsi come, se non peggio, degli uomini conservatori che le hanno precedute…
«È un cortocircuito culturale. Perché la presenza di una donna in una posizione apicale silenzia il tema dei diritti dell’emancipazione femminile. Il grande pericolo è scambiare questa copertina con un Paese che va bene. Ma quando una donna arriva al potere si deve ricordare di tutte le altre. Perché il tema dei diritti delle donne, del femminismo non è di sinistra o di destra. È di tutti e di tutte. Io resto basita quando incontro una donna che mi dice “io non sono femminista”. Ma in che senso? Dire femminismo non è come dire maschilismo. Il femminismo non nega nessun diritto ma vuole dare alle donne le stesse opportunità che hanno gli uomini. Parliamo, poi, delle quote rosa. Come si fa a dire: sono contro le quote rosa? Ha presente quelle frasette che ti dicono certi uomini: “Le donne brave le cose se le devono guadagnare, non dobbiamo regalargliele”.
È una bufala gigantesca: se così fosse, dato che ci sono così poche donne in politica, nelle partecipate, nel mondo imprenditoriale, allora vuol dire che di donne brave ce ne sono davvero poche. La verità è un’altra: senza rappresentanza, senza quote destinate alle dirigenti sportive, per esempio, io difficilmente avrei avuto un ruolo nel Coni. Le quote rosa alimentano un ciclo positivo.
E non è solo un tema culturale ma soprattutto economico. In Italia abbiamo una differenza salariale tra le più alte d’Europa. E se da donna guadagni meno, chi lascia il lavoro quando hai un figlio? Tu. E quindi ti esponi a una minore libertà, a
violenza domestica ed economica. E quando sarai in età avanzata rischierai la povertà, perché se rimarrai sola avrai una pensione che non ti permetterà di mantenerti».
Qual è la lezione più importante che ha imparato dallo sport?
«Che devi rispettare i tuoi avversari. Perché i tuoi avversari ti qualificano. Perché se non li rispetti e loro vincono, allora tu vali ancora di meno. Questo è un elemento che in politica mi manca molto. Nell’atletica c’è meritocrazia. Nello sport c’è solo il merito. Fai un metro in più? Sei più bravo di me. E non ti possono attaccare dicendo che sei una Barbie».
Che mi dice di suo marito, il regista Fausto Brizzi?
«Anche se vive e lavora a Roma, quindi lontano, è il mio grande supporto. La gestione della nostra famiglia non è certo facile. Però sono fortunata perché ho una madre e una nonna che mi aiutano nella gestione di mio figlio. Mi fanno sentire serena. E non provo sensi di colpa anche se lo vedo poco perché so che sto lavorando per la nostra famiglia e per la nostra città. È chiaro che mi manca. E, ripeto, sono fortunata perché quel senso di nostalgia per lui è attenuato dal fatto di saperlo con mia mamma e mia nonna».
Si sente mai sola nel suo ruolo di sindaca?
«In questo mi ha aiutata lo sport. Hai una grande squadra ma sul campo sei da sola. Nella politica, la decisione finale è la mia ma ho intorno una squadra davvero buona. Una squadra che ti sa sorreggere, proteggere e supportare. Bisogna circondarsi di persone che lavorano per il tuo bene».
È mai stata tradita da qualcuno della sua squadra?
«No».
A una cena, a Milano, ha dichiarato che il suo programma politico si articola in quattro temi: sicurezza, sanità, lavoro, pressione fiscale. Iniziamo dal primo: la sicurezza.
«Il governo attuale dice sempre che va tutto bene, poi si scaglia contro i sindaci per la sicurezza nelle città perché queste sono per la maggior parte governate dal centrosinistra Ma la sicurezza nelle città dipende per il 20% dall’amministrazione cittadina e per l’80% dal governo. Ora, per un governo la Finanziaria è ildocumento più politico che ci sia. E gli investimenti nelle forze dell’ordine sono diminuiti invece di essere rafforzati. La polizia locale, poi, è sottodimensionata e sottopagata rispetto alle altre forze dell’ordine. Ci vogliono più risorse e meno propaganda».
Mi parli della sanità.
«Milioni di persone in Italia hanno rinunciato a curarsi. E stanno per aprire i primi centri privati convenzionati per la chemioterapia e le cure oncologiche. È un grande muro che cade: aprire la linea privata per un certo tipo di patologie gravissime. Io non ho nulla in contrario alla sanità privata, anzi. Però quella pubblica deve funzionare. Deve garantire la salute ai cittadini. Altrimenti lo Stato non sta svolgendo il suo compito».
Il lavoro è il suo terzo punto.
«Sul tema del lavoro si fa una propaganda di numeri. Ma i numeri vanno studiati bene. Che tipo di lavoro è aumentato? Ma che lavoro è quello che non ti permette di pagare nemmeno l’affitto? Bisogna parlare della qualità del lavoro e del salario minimo».
Pressione fiscale: siamo al 43,17%, mai così alta dal 2014.
«Era la propaganda della destra: il centrosinistra vuole più tasse. Invece…».
Invece?
«Questa destra ha portato una pressione fiscale che non è mai stata così alta. Il problema, poi, è l’evasione fiscale. Se lo ricorda quando all’inizio della legislatura questo governo diceva: ma chi è che non ha cinquemila euro in contanti in casa? Sono stati smentiti dai fatti e anche dalla Banca centrale europea. Bisogna scardinare il concetto del furbetto che non paga le tasse. Le tasse vanno pagate perché se le pagassimo tutti ne pagheremmo di meno e la sanità, la sicurezza, il lavoro e la pressione fiscale si risolverebbero. E poi, possiamo parlare di Confindustria?».
Prego, mi dica.
«Se un governo di destra si trova a registrare il malumore di Confindustria, allora ha proprio fallito su tutto. Non voglio poi pensare al costo dell’energia. Ma ha visto che cosa è successo in Spagna? Lì l’energia costa molto, molto meno. Perché hanno investito per tempo sulle rinnovabili dando una svolta che in Italia non è avvenuta.
Oggi, con la congiuntura sfavorevole della guerra in atto, saranno i cittadini, le aziende e le imprese italiane a pagare il prezzo delle scelte di questo governo».
Torno a parlarle della sua vita e della sua carriera. Qual è stato il momento più buio? E quello più felice?
«Il momento più buio è stato tre giorni prima della campagna elettorale, quando mio padre è morto improvvisamente per un’emorragia cerebrale fulminante. Di colpo, mi sono ritrovata con un figlio, un marito lontano e la complessità di organizzare una famiglia e un nuovo impegno politico. Non ho ancora superato quel lutto, è una ferita rimasta aperta».
Il più felice?
«Ce ne sono tanti, sono una persona fortunata. Forse il momento più felice è stato la nascita di mio figlio Eugenio. Però, più che un momento, direi Eugenio. Lui è il momento più felice ogni volta che lo vedo».
Lei ha detto che quando si arriva a un ruolo di potere tutto cambia. E che devi essere pronto a fare compromessi.
«È così. Fa parte della responsabilità del ruolo che hai. Non sempre potrai fare quello che vuoi, dovrai trovare continue mediazioni, dovrai mediare tra forze politiche nell’interesse della città. È un equilibrio difficile da trovare. E penso a quello che mi dicevano in tanti: una volta che hai fatto il sindaco, sei pronto a tutto».
C’è un limite che bisogna darsi al cambiamento di idee quando si arriva al potere? Penso alle mille giravolte di Giorgia Meloni, cambi di rotta, opinioni e promesse che le stanno costando molto in fatto di credibilità…
«Be’, un limite ci vuole. Diciamo che l’elettorato di centrodestra non vede nella coerenza il suo valore indistinguibile. A una leader di centrosinistra, per esempio, l’elettorato non perdonerebbe mai le giravolte della nostra presidente del Consiglio».
(da VanityFair)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA CAVALIERA INSISTE NEL CHIEDERE LA FINE DELLA “SUBALTERNITÀ” A FDI E AI SOVRANISTI: PUNTA A UN PAREGGIO ALLE ELEZIONI, POSSIBILE CON LA LEGGE IN VIGORE, CHE PORTEREBBE ALLA FORMAZIONE DI UN GOVERNO DI LARGHE INTESE CON IL PD – IN BALLO ANCHE LA SCELTA DEL PROSSIMO CAPO DELLO STATO “PER EVITARE IL RISCHIO DI LA RUSSA O MELONI AL COLLE”
Marina Berlusconi ha dato ordine di frenare sulla legge elettorale. La presidente di
Fininvest ci sta prendendo gusto con la politica. E, in nome del padre Silvio, ha deciso che a questo punto è meglio esercitare in prima persona la regia sul partito fondato dal papà, nella logica della continuità aziendale. Forza del brand, delle fidejussioni poste a garanzia dei debiti e del fascino della dinastia.
Lei non si stanca di ripetere di non avere alcuna intenzione di scendere in politica, è convinta che quella scelta sia stata l’origine delle disgrazie giudiziarie del papà, e si è sempre mostrata perplessa anche all’idea che il fratello Pier Silvio, per una sorta di attrazione fatale, ne possa ripercorrere le orme
Ma è indubbio, ed è sotto gli occhi di tutti, nel partito, tra i parlamentari di maggioranza e di opposizione, e a Palazzo Chigi, che rispetto a un anno fa l’atteggiamento sia cambiato.
Ne sa qualcosa il segretario di FI Antonio Tajani, convocato negli studi Mediaset di Cologno Monzese, per formalizzare quello che nei fatti tutti gli azzurri considerano il commissariamento definitivo. Sostituiti per ordini superiori i due capigruppo di Senato e Camera, Maurizio Gasparri e Paolo Barelli, legati al leader, le prossime mosse di Marina Berlusconi puntano direttamente ai rapporti di forza con gli alleati. A partire da Giorgia Meloni.
Sono fonti di Forza Italia e del Pd a rivelarlo. E la cosa non deve stupire, perché i due partiti si ritrovano in una quasi perfetta convergenza di interessi. Il terreno di confronto è la legge elettorale, in vista del voto del 2027. Piccolo ripasso: la formula ideata da Fratelli d’Italia e incardinata alla Camera – battezzata Stabilicum dalla maggioranza e Melonellum dall’opposizione– prevede uno schema proporzionale con premio di maggioranza.
Nel 2022 la destra stravinse in questi ultimi perché il centrosinistra andò diviso. Ora Meloni invece è certa che il campo largo si compatterà e potrebbe prevalere su tutti i collegi del sud. Motivo per il quale vuole cancellarli, creando un problema non piccolo agli alleati, a partire dalla Lega, più forte al Nord.
A Marina Berlusconi hanno presentato un calcolo semplice: con la nuova legge elettorale, mantenendo su per giù i risultati elettorali dell’ultima volta, gli azzurri perderebbero da 10 a 15 parlamentari tra Senato e Camera, i leghisti anche una trentina. A tutto vantaggio di FdI. È un ragionamento di cui è a conoscenza Tajani e non è inverosimile immaginare che ne abbiano parlato durante il confronto a Cologno.
Di certo, il convitato di pietra è stato Meloni. Tra le due il rapporto viene descritto così: formale cortesia e sostanziale mancanza di fiducia. La presidente del Consiglio è molto sospettosa, lo confermano anche da FdI, e vede quanto la voglia di politica stia crescendo nel cuore della presidente Fininvest. Meloni ha difeso Tajani per quanto ha potuto e il patto con Berlusconi, non è chiaro se sia solo tacito, è di lasciarlo a capo del partito. Per il momento.
Per questo, Marina – raccontano da FI – sta giocando su due scenari. Anche su quello di un pareggio sostanziale, possibile con la legge attualmente in vigore, che porterebbe a rimescolare in Parlamento le alleanze e alla formazione eventuale di un governo di larghe intese. Ecco spiegato l’interessamento del Pd, di chi al suo interno consiglia alla segretaria Elly Schlein di non cedere alla tentazione delle nuove regole del voto.
Il premio assicurerebbe un “all-in”, una maggioranza schiacciante a chi vince, che è l’amo con il quale i meloniani sono convinti di tenere agganciati i dem. Il che renderebbe irrilevante Forza Italia. In un caso, se dovesse vincere il campo largo, o nell’altro, con il bis della destra ma un quinto di seggi in meno per gli azzurri.
È vero che con l’attuale legge elettorale resterebbe un vincolo di coalizione, ma questo evaporerebbe dopo il voto. Tra gli azzurri si fa memoria di cosa fece Silvio Berlusconi nel 2013. Salì al Quirinale, per le consultazioni, con gli alleati di centrodestra, e poi approdò a un governo con il Pd guidato da Enrico Letta. La primogenita, assicurano, ha in mente questo precedente. L’alternativa – con esito simile – è una leva ancora più proporzionale. Il punto di caduta proposto dal fronte riformista del Pd è il Provincellum.
Prevede i collegi – come vuole la Lega – e l’indicazione di un candidato per partito. Senza coalizione e con eletti maggiormente vicini al territorio, per convincere chi spinge per le preferenze (Meloni). Ognuno correrebbe per sé. Il Pd non avrebbe bisogno di stringere pre-accordi con il leader del M5S Giuseppe Conte. E FI e Lega non dovrebbero scendere a patti con FdI.
Chiunque abbia un ruolo in questa partita, che entrerà nel vivo nelle prossime settimane, sa che la posta in gioco è anche e soprattutto un’altra: il prossimo presidente della Repubblica. Il Parlamento lo sceglierà tra tre anni, ed è per questo che l’attenzione è concentrata sul primo biennio della prossima legislatura, dal 2027-2029, e che si immaginano alchimie di maggioranze ad hoc.
«Per evitare il rischio di Ignazio La Russa al Quirinale» concordano forzisti e dem, «o di Meloni». Le stesse fonti azzurre raccontano di un ottimo rapporto e di un canale di comunicazione aperto tra Marina e il presidente della Repubblica Sergio
Mattarella, mediato anche da Gianni Letta, l’uomo che cura le relazioni romane dei Berlusconi, e da Ugo Zampetti, segretario generale del Colle.
I contatti sono rimasti da quando Mattarella ha nominato l’imprenditrice Cavaliere del Lavoro, stesso titolo ricevuto dal padre nel 1977. Marina lo stima e ha confidato che l’Italia meriterebbe di avere, per il futuro, ancora un presidente così.
(da La Stampa)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
VLADIMIR SOLOVYEV, IL CONDUTTORE FEDELISSIMO DI PUTIN, ATTACCA LA PREMIER ITALIANA CON EPITETI VIOLENTI … LA SOLIDARIETA’ ALLA MELONI DELLE OPPOSIZIONI, DA SCHLEIN A CONTE, DA RENZI A CALENDA
Rischia di provocare un nuovo caso diplomatico tra Russia e Italia l’ultima uscita di Vladimir Solovyev, tra i principali volti della propaganda televisiva di Mosca. Nel corso del programma Polnyj Kontakt (Full Contact), il conduttore vicino a Vladimir Putin ha attaccato duramente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, definendola «fascista, idiota patentata, una cattiva donnuccia» e apostrofandola come “P****Meloni“. «Una vergogna della razza umana. Il tradimento è il suo secondo nome: ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà», ha concluso. A quanto si apprende, la Farnesina convocherà l’ambasciatore russo a Roma.
Le relazioni (già tese) tra Roma e Mosca
Le relazioni tra Mosca e Roma sono già da tempo tese, soprattutto per il sostegno italiano all’Ucraina. Una posizione ribadita anche di recente durante la visita del presidente Volodymyr Zelensky, accolto sia a Palazzo Chigi sia al Quirinale. In quell’occasione, i due Paesi hanno anche siglato un accordo per la produzione congiunta di droni.
Gli attacchi all’Italia
Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi anni, esponenti russi hanno più volte preso di mira le istituzioni italiane con toni duri. In particolare, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha attaccato in diverse occasioni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Dopo il duro attacco di Vladimir Solovyev sulla televisione russa contro la premier Giorgia Meloni, arivano le reazioni del mondo della politica. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha scritto su X di aver «fatto convocare al Ministero degli Esteri l’ambasciatore russo Paramonov per esprimere formali proteste dopo le gravissime e offensive dichiarazioni» del conduttore russo nei confronti della presidente del Consiglio, «alla quale – conclude il ministro – va tutta la mia solidarietà e vicinanza».
Anche dall’opposizione arrivano parole di solidarietà alla premier. La segretaria del Pd Elly Schlein parla di «accuse sessiste inaccettabili» e sottolinea come, secondo la dem, «chi insulta rappresentanti delle istituzioni italiane offenda l’intero Paese». Anche il leader del M5S Giuseppe Conte esprime vicinanza a Meloni, definendo le offese personali rivolte alla presidente del Consiglio «volgari e inqualificabili».
Il senatore dem Filippo Sensi condanna a sua volta le aggressioni verbali, criticando anche il fatto che il personaggio in questione trovi spazio in alcune trasmissioni televisive italiane, giudicando la cosa imbarazzante.
Solidarietà alla premier anche da Matteo Renzi «per gli attacchi ricevuti da parte di una tv russa». Carlo Calenda attacca il conduttore russo, auspicando che non venga più invitato in televisione in nome del pluralismo. «Questo delinquente, complice di un dittatore assassino (Putin, ndr) pronuncia frasi irripetibili contro la presidente del Consiglio a cui va la nostra solidarietà», si legge nel post su X.
(da agenzie)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA BASE “MAGA” E’ IN SUBBUGLIO: HA ELETTO IL TYCOON PER NON DOVER PIU’ FARE GUERRE IN GIRO PER IL MONDO E SI RITROVA CON UN CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE I CUI EFFETTI PESANO SUL PORTAFOGLI
Quando gli iraniani erano riusciti ad abbattere un caccia americano, Donald Trump
aveva ordinato ai militari di andare subito a soccorrere il pilota disperso.
«I consiglieri avevano tenuto il presidente fuori dalla stanza dove ricevevano gli aggiornamenti sull’operazione minuto per minuto, perché credevano che la sua impazienza non sarebbe stata d’aiuto».
Così ha scritto il Wall Street Journal, in un retroscena sui giorni più complicati della guerra, intitolato “Behind Trump’s Public Bravado on the War, He Grapples With His Own Fears”. Dunque dietro alla spavalderia che il capo della Casa Bianca mette in mostra ogni giorno nella sfida contro gli ayatollah, ci sarebbero invece le sue paure.
Prima fra tutte quella di non uscire dal conflitto con qualcosa che possa rivendicare come una vittoria, aprendo invece la porta ad una sconfitta elettorale nelle midterm di novembre, che agita i suoi consiglieri più stretti.
La ricostruzione del quotidiano finanziario di Manhattan rivela il lato meno pubblico e quindi meno noto del presidente, alimentando i timori sulla sua capacità di gestire la crisi. La sera del Venerdì Santo, saputo dell’aereo abbattuto, «aveva urlato per ore ai suoi aiutanti».
Si era lamentato degli europei che non lo aiutavano, il prezzo della benzina salito in media sopra i 4 dollari al gallone, e il timore di ripetere il fallimento di Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi del 1979, all’inizio della rivoluzione khomeinista: «Che casino!».
Quando sabato il disperso era stato salvato, Trump era andato a letto dopo le due del mattino, ma sei ore dopo era riapparso sui social, col famoso messaggio in cui sollecitata i «pazzi bastardi» iraniani a riaprire il «fottuto Stretto, altrimenti vivrete nell’inferno».
Di pugno suo ci aveva aggiunto una preghiera ad Allah, «per sembrare il più instabile e offensivo possibile, nella convinzione che ciò avrebbe portato gli avversari al tavolo della trattativa».
Quindi aveva chiesto ai suoi collaboratori: «Come sta funzionando?». Non bene.
Perciò martedì aveva fatto seguire il messaggio in cui minacciava di far morire in una sola notte «un’intera civiltà», se la Repubblica islamica non avesse accettato la pace nei suoi termini.
Nemmeno 90 minuti dopo aveva annunciato il precario cessate il fuoco che sarà in gioco durante i negoziati di Islamabad, se si terranno come lui spera e porteranno all’intesa che pretende.
La singolarità di Trump non è nuova e non sorprende, ma in questo caso va oltre gli aspetti caratteriali. Dietro a questa instabilità, infatti, c’è stavolta la paura di fallire. Il rischio che la guerra si risolva in un disastro come quello patito da Carter nel 1979, e quindi la necessità di risolverla in fretta, prima che diventi il marchio della sua presidenza.
La base Maga lo aveva eletto anche per la promessa di mettere fine ai conflitti eterni, soprattutto in Medio Oriente, e quindi non è mai stata convinta della “escursione” iraniana. Ora però gli effetti iniziano a sentirli nelle proprie tasche tutti gli americani, e quando questo accade in genere se ne ricordano alle urne. Non a caso la “signora di ghiaccio” Susie Wiles, potente capo di gabinetto alla Casa Bianca, da giorni sta tenendo riunioni di emergenza con collaboratori, operativi e sostenitori del Gop, per evitare il collasso alle midterm.
Finora la narrativa prevalente dava per persa la Camera, ma secondo il New York Times ora anche il Senato potrebbe finire in gioco. Non è facile, perché per conquistarlo i democratici dovrebbero conservare tutti i loro 13 seggi in palio, inclusi quelli di Michigan e Georgia più traballanti, e rubarne almeno quattro ai repubblicani, dove il Maine sembra a portata di mano, ma North Carolina, Ohio e Alaska restano lontani. Eppure dietro le quinte se ne parla, per il terrore dei sostenitori di Trump
Perdere anche solo la Camera avrebbe un triplice effetto devastante: renderebbe Donald un’anatra zoppa, cancellando le ambizioni di un terzo mandato; paralizzerebbe la sua agenda legislativa, lasciandogli solo i decreti; consentirebbe ai democratici di lanciare inchieste sull’amministrazione a tutto spiano, che anche senza il terzo impeachment la deraglierebbero.
(da agenzie)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
AL SUO POSTO LETIZIA MORATTI O MASSIMILIANO SALINI… E TAJANI? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI. L’EX MONARCHICO CIOCIARO SI SBATTE PER UN POSTO PER LA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI
La presa di Tajani su Forza Italia si è notevolmente affievolita dopo il siluramento, voluto da Marina Berlusconi, dei suoi dioscuri Paolo Barelli e Maurizio Gasparri.
Tra liti sui congressi, lotte dai lunghi coltelli tra i pasdaran dell’attuale segretario e i fedelissimi della famiglia Berlusconi, il partito è in ebollizione al punto che la minoranza interna e la stessa Cavaliera vogliono rimuovere Fulvio Martusciello dal ruolo di capogruppo di Forza Italia a Bruxelles.
Per prendere il suo posto, ci sarebbe una corsa a due tra “Mestizia” Moratti e Massimiliano Salini, molto vicino a Marina. E quel merluzzone di Tajani? Resta in trincea bloccando la nomina di Federico Freni alla Consob per forzare il governo a trovare una sistemazione al suo consuocero Paolo Barelli.
Sulla strada per portare il sottosegretario leghista alla presidenza della Consob si mettono di traverso anche le tre autorità Ue che vigilano su banche, finanza ed assicurazioni, senza contare l’inchiesta della procura di Milano sul “concerto” nella scalata a Mediobanca-Generali.
L’ex monarchico ciociaro, inoltre, si sta sbattendo molto anche per trovare un posto alla sua fedelissima Chiara Tenerini
(da Dagoreport)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’AGGRESSIONE SAREBBE AVVENUTA DURANTE IL CONGRESSO DEI GIOVANI DI FDI…LA VERSIONE DEI FATTI È AL VAGLIO DEI CARABINIERI DI SORA
Emergono sviluppi sull’episodio avvenuto nella serata di ieri, 17 aprile, all’esterno
dell’Hotel Memmina di Frosinone, durante il congresso provinciale di Gioventù Nazionale, movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Dopo quanto emerso nelle prime ore, questa mattina è stata formalmente presentata una querela da parte di Filippo Mosticone, coordinatore cittadino del partito a Sora.
Nel documento depositato presso il Comando dei Carabinieri di Sora, Mosticone ricostruisce quanto accaduto indicando come autore della presunta aggressione Massimiliano Bruni, dirigente provinciale del partito. Secondo la denuncia, il confronto sarebbe nato per motivi legati a dinamiche interne e comunicazioni politiche, degenerando poi in un contatto fisico avvenuto in luogo pubblico e alla presenza di numerosi testimoni.
Sempre nella querela, viene descritto un episodio caratterizzato – secondo la versione di Mosticone – da un approccio ritenuto minaccioso, seguito da una colluttazione e da uno schiaffo al volto.
“Mi afferrava con entrambe le mani per il collo e mi spingeva con forza verso la carreggiata stradale, percorsa in quel frangente da numerose autovetture procedenti a velocità elevata, esponendomi concretamente al rischio di essere investito da un
veicolo in transito. Continuando a stringermi il collo con la mano sinistra, il Bruni mi colpiva con un forte schiaffo al volto con la mano destra”. Si legge nella querela.
L’intervento di alcune persone presenti avrebbe interrotto la situazione, evitando ulteriori conseguenze.
Il documento fa inoltre riferimento ad altri episodi precedenti che, secondo Mosticone, delineerebbero una condotta reiterata, pur specificando che tali circostanze non erano state all’epoca formalmente denunciate per non arrecare danno all’immagine del partito. Ma stavolta il giovane Mosticone, classe 2001, ha deciso di mettere tutto nero su bianco.
Sulla vicenda sono ora chiamate a fare chiarezza le autorità competenti, i carabinieri della Compagnia di Sora dovranno verificare i fatti, ascoltare i testimoni, alcuni dei quali già citati da Mosticone nella sua querela, e accertare eventuali responsabilità. Al momento, si tratta di accuse contenute in un atto di parte e, come tali, tutte da verificare nel rispetto del principio di presunzione di innocenza.
Bruni, dal canto suo, avrà tutto il diritto di fornire la sua versione dei fatti. Contattato dalla nostra redazione, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, lasciando tuttavia trapelare che la sua posizione sull’accaduto è diametralmente opposta e che si riserverà di poter fare una contro denuncia. “È la seconda volta che questa persona mi istiga in pubblico. Si è avvicinato affrontandomi faccia a faccia ed io con la mano l’ho solo allontanato”, ha commentato.
Saranno le indagini a chiarire quanto avvenuto ieri sera davanti all’hotel Memmina durante il Congresso dei Giovani del partito della Meloni. Congresso al quale hanno partecipato i dirigenti provinciali di Fratelli d’Italia.
Il Presidente provinciale di FdI, Massimo Ruspandini, dopo aver precisato che sarà la magistratura a dover accertare i fatti, ha commentato: “Qualora fosse accertato quanto denunciato, la mia condanna è totale. Ripudiamo ogni episodio di violenza”.
La dichiarazione di Mosticone
“Mai avrei immaginato di ritrovarmi di nuovo a commentare una violenza che stavolta fa molto più male: colpirmi al congresso di Gioventù Nazionale, non vuol
dire tirare uno schiaffo al mio volto, ma al movimento in cui sono entrato a 15 anni e che mi ha cresciuto insegnandomi i valori del senso di comunità e del rispetto.
Ragazzi che hanno il coraggio di spendersi ogni giorno nei loro paesi portando avanti le nostre battaglie e che non possono vedere un momento sacro profanato dalla violenza di chi, comportandosi in questo modo, e non per la prima volta, ha dato prova di non condividere le condizioni di esistenza nella nostra casa umana prima che politica.
Per fortuna sto bene, grazie soltanto a chi, lì presente, ha allontanato il soggetto che stava continuando a spingermi per strada. Inutile dire che, come nelle altre occasioni, non ho ricevuto scuse.
Ho deciso di denunciare l’accadimento alle autorità competenti, dopo che per due volte in passato ho preferito soprassedere per scongiurare altre ripercussioni nei confronti del nostro partito che, per il suo DNA, non può mai essere rappresentato in nessuna sede, men che meno quelle politico-istituzionali, da chi vede nella ingiustificabile violenza un mezzo per dirimere il sacrosanto dibattito interno.
Andiamo avanti forti e orgogliosi di appartenere a un partito che sa valorizzare i giovani, al fianco del confermato presidente provinciale di GN Armando Conte e del nostro coordinatore provinciale Massimo Ruspandini che da sempre consiglia e investe nei giovanissimi del nostro partito”. – Ha commentato Filippo Mosticone.
(da FrosinoneNews)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
SOLO L’INTERVENTO DEGLI ALTRI CLIENTI DEL LOCALE HA EVITATO CHE LA SITUAZIONE DEGENERASSE…L’UOMO È FINITO IN OSPEDALE CON UN TRAUMA CRANICO
Aggredito e picchiato, mentre sta lavorando, da un gruppo di persone. Un episodio violento e drammatico, quello andato in scena intorno all’una della notte fra sabato e domenica in piazza del Duomo che ha visto l’aggredito, un senegalese 34 enne, finire al pronto soccorso dell’ospedale Versilia per un trauma cranico refertato, al momento, con cinque giorni di prognosi.
«Possiamo dire che è andata bene perché, vista la dinamica, il ragazzo che ha preso colpi da questo gruppo di persone anche una volta finito a terra, ha veramente rischiato tanto», le parole dell’avvocato Gianluca Pajatto che assiste il giovane.
A innescare il tutto, se un innesco plausibile esiste in questi casi, sarebbe stata una richiesta di spiegazioni fatta dal ragazzo, cameriere in un locale di piazza Duomo, ad alcuni clienti che lo avrebbero insultato mentre stava servendo ai tavoli.
«Gli hanno rivolto un epiteto razzista», la precisazione del legale. Ma la richiesta di spiegazioni fa scattare «la reazione di questo gruppo di persone. Lo hanno colpito con calci e pugni: fortunatamente sono intervenuti altri avventori del locale e tutto è sembrato finire lì», le parole di Pajatto.
Il 34 enne si allontana, ancora scosso per l’accaduto, ma viene raggiunto dallo stesso gruppetto che torna a colpirlo, come descritto nella denuncia presentata contro ignoti al comando dei carabinieri di Forte dei Marmi «con gli aggressori che poi si sono dileguati, allontanandosi dalla zona. Il giovane abita da anni in Italia, lavora come cameriere ed è ovviamente sconvolto per quanto gli è successo. Ha dolori alla testa, a un occhio, alle gambe, alla schiena. Saranno necessari ulteriori controlli. Quella che ha subìto è stata una vera e propria aggressione che non ha alcuna giustificazione», sottolinea Pajatto.
(da www.iltirreno.it)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
AL MEF E A PALAZZO CHIGI SI ASPETTANO CHE, ALMENO, LA MANAGER RINUNCI ALLA CARICA AL VERTICE DI ENI. MA COSÌ SERVE TROVARE UNA SOSTITUTA (CIRCOLA IL NOME DI EMMA MARCEGAGLIA, PROFILO NON GRADITO AL MEF)
Di per sé sarebbe una banale faccenda di sottopotere, ma la buonuscita da 7,3 milioni
che Giuseppina Di Foggia, l’amministratrice delegata in uscita di Terna, pretende pur essendo stata appena indicata alla presidenza dell’Eni sta mandando in fibrillazione il governo.
A questo punto si rischia una vera figuraccia, visto che sia al ministero
dell’Economia sia a Palazzo Chigi si aspettano che la manager risolva lo stallo non rinunciando ai soldi, ma alla prestigiosa carica al vertice del colosso petrolifero.
Di Foggia, ex Nokia Italia, è stata nominata nel maggio 2023 alla guida della società della rete elettrica grazie ai buoni rapporti con Arianna Meloni, sorella della premier.
Due settimane fa, il governo ha deciso di non rinnovarle il mandato ma, a sorpresa, l’ha designata alla presidenza dell’Eni, incarico prestigioso ma con uno stipendio di poco superiore ai 500 mila euro lordi annui, assai meno dei 3,8 (bonus compresi) percepiti in Terna lo scorso anno. Ieri le opposizioni hanno iniziato ad alzare il tiro, visto lo stallo in cui è caduto l’esecutivo.
Secondo il ministero, infatti, Di Foggia dovrebbe rinunciare alla buonuscita. Due sono gli impedimenti tecnici: Terna ed Eni sono entrambe società controllate da Cassa depositi e prestiti e per un passaggio tra società controllate non possono esserci indennità per le stesse policy interne di Cdp; l’altro è che per accettare la presidenza di Eni, Di Foggia dovrebbe dimettersi da Terna prima dell’assemblea del Cane a sei zampe in agenda il 6 maggio, visto che in base allo statuto di Terna non può ricoprire le due cariche insieme.
Domenica il ministero di Giorgetti ha diffuso una nota di avvertimento alla manager, dopo che da Palazzo Chigi era stato fatto filtrare tutto il malumore della premier Meloni. “Già dal 2023 il Mef, in qualità di socio, ha dato specifiche direttive che nelle società partecipate dovessero essere esclusi o, in ogni caso, rigorosamente delimitati i casi e l’entità delle indennità da corrispondere a fine mandato”
Di Foggia non pare però voler rinunciare alla buonuscita, forte anche di pareri legali portati in Cda dal responsabile affari legali della società Danilo Del Gaizo (commissionati agli studi Staiano e Chiomenti). Ieri si è tenuto un secondo cda straordinario di Terna, dopo quello della scorsa settimana che avrebbe affrontato – oltre ai costi saliti alle stelle dell’elettrodotto con la Tunisia (da 650 milioni a 1,2 miliardi) – anche il tema della buonuscita di Di Foggia. Su quest’ultimo punto, il Consiglio si riunirà nuovamente entro 15 giorni. Ieri la manager, almeno in una prima fase, era assente perché all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università La Sapienza.
Da quanto filtra, il cda non pare intenzionato a concedere la buonuscita se approderà all’Eni. Su input del presidente Igor De Biasio è stato anche commissionato un altro parere legale. Stando a quanto filtra, De Biasio avrebbe addirittura rinunciato al suo trattamento di fine mandato per dare un segnale alla manager, notizia che potrebbe essere annunciata oggi.
Altro segnale è arrivato dal consigliere in quota Mef, Stefano Cappiello, indicato per il Cda di Eni che si è dimesso in ossequio allo statuto.Se la manager non rinuncia ai soldi o almeno a una buona parte dovrà rinunciare all’Eni, questa almeno è la linea di Chigi e ministero.
Nel secondo caso, come detto, sarebbe una figuraccia. Il governo dovrebbe trovare una sostituta (circola il nome di Emma Marcegaglia, che ha già ricoperto il ruolo nel 2014-17, nome però non gradito al Mef) e spiegare al mercato perché si è arrivati a un cambio a pochi giorni dall’assemblea. Non una bella scena.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile
“LA NOMINA È STATA UN MIO ERRORE. NESSUNO DEL MINISTERO DEGLI ESTERI MI HA DETTO CHE MANDELSON NON AVEVA SUPERATO I TEST DI IDONEITÀ DEI SERVIZI SEGRETI”. MA OLLY ROBBINS, L’EX FUNZIONARIO DEL MINISTERO CHE SAPEVA DELLA BOCCIATURA DELL’EX AMBASCIATORE, LO SMENTISCE: “L’UFFICIO PRIVATO DI STARMER CI AVEVA RIPETUTAMENTE CHIESTO “È GIÀ STATO OTTENUTO L’OK DEI SERVIZI?” … IL 7 MAGGIO SI VOTERA’ IN GALLES E SCOZIA E PER IL LABOUR DI STARMER SI PROSPETTA UNA SONORA BATOSTA CHE POTREBBE PORTARE ALLE SUE DIMISSIONI
Sir Olly Robbins, l’ex più alto funzionario del Foreign Office, silurato con l’accusa di non aver rivelato “deliberatamente” che Peter Mandelson non aveva superato il controllo di sicurezza interno (vetting) per la nomina politica ad ambasciatore negli Usa, ha denunciato “un’atmosfera di pressione” da parte del governo laburista del premier Keir Starmer nei suoi confronti e “un approccio sprezzante” rispetto alla vicenda. Robbins lo ha dichiarato all’inizio della sua audizione in Parlamento davanti ai deputati del Foreign Affairs Committee.
L’ex segretario generale del ministero degli Esteri, considerato come un capro espiatorio nella vicenda che sta facendo tremare il premier laburista, ha dichiarato alla commissione parlamentare che c’era “un’atmosfera di sollecitazioni continue”
per ottenere l’accertamento di sicurezza nei confronti dell’ex eminenza grigia del New Labour, ricostruendo quanto era accaduto nel gennaio del 2025:
“Per tutto il mese di gennaio, francamente, il mio ufficio e quello del ministro degli Esteri erano sotto pressione costante”. Ha sottolineato inoltre che l’ufficio privato di Starmer aveva ripetutamente chiesto “è già stato ottenuto?”, riferendosi al nulla osta per Mandelson. E ancora: “Non ho mai riscontrato, per quanto ricordo, alcun interesse sul se, ma solo sul quando”.
«Lo so, molti deputati penseranno che questa storia è incredibile. Invece è tutto vero». Esordisce così Keir Starmer ieri, non nel teatro dell’assurdo, ma nel Parlamento britannico di Westminster.
I deputati dell’opposizione rispondono con urla e «buuu». Il «patto col diavolo» Lord Peter Mandelson, l’ex ambasciatore a Washington licenziato perché pesantemente coinvolto nello scandalo Epstein, sta maledicendo e trascinando il primo ministro nel baratro, a soli due anni dal suo trionfo elettorale.
Starmer, già a picco nei sondaggi per i primi due anni schizofrenici al governo, è aggrappato agli ultimi pezzi del suo potere e la sua fine politica potrebbe essere solo questione di tempo. Forse giorni, perché il 7 maggio ci sono elezioni nazionali (in Galles e Scozia) e amministrative che prevedono una disfatta epocale per il Labour, cui sarà difficile sopravvivere.
O forse ore, perché stamattina alle 9 in Parlamento, Sir Olly Robbins, il potentissimo mandarino umiliato da Starmer, parlerà per la prima volta in Commissione Esteri, dopo il suo controverso siluramento. A Downing Street già tremano.
La “storia incredibile” di Starmer è che «nessuno del Ministero degli Esteri ha detto a me o a un altro membro del mio esecutivo che a inizio 2025 Mandelson non aveva superato i test di idoneità dei servizi segreti. Nessuno. Altrimenti non avrei mai confermato Mandelson come ambasciatore. È stato un mio errore, ma è sconvolgente che il primo ministro sia tenuto all’oscuro di una vicenda così grave».
Riassunto delle puntate precedenti: il Guardian scopre che, a gennaio 2025, quando Starmer ha già annunciato la scelta di Mandelson, i servizi definiscono il Lord non idoneo per la nomina, per motivi ancora oscuri. Eppure, «il principe delle tenebre» viene comunque inviato a Washington come nuovo ambasciatore, per poi essersi licenziato (e successivamente arrestato) solo 7 mesi dopo, a causa degli Epstein Files e della sua amicizia strettissima con il pedofilo americano.
Perché Mandelson ha ottenuto comunque la nomina? Starmer accusa il «sistema», ovvero Robbins, allora segretario permanente del Ministero degli Esteri, e l’intero Foreign Office «di aver insabbiato le riserve» dei servizi sull’ex architetto del New Labour di Blair, accusato dai giornali inglesi anche di relazioni pericolose con Cina e Russia.
(da agenzie)
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