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IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D’ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA: IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI , ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL “SUO” GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ”BADANTE” DEL MINISTRO GIULI-VO

È sempre Fratelli coltelli. Con il passare delle settimane, è sempre più evidente che i nemici più ostici per Giorgia Meloni non arrivano dalle file della sinistra o del “Campo largo”, ma dal suo stesso partito.
E la sfida più difficile, ormai neanche più sotterranea, è quella che vede coinvolti la premier e il suo inner circle di Palazzo Chigi (Scurti-Fazzolari) contro Ignazio La Russa e la sua “Trinacria magica”.
‘Gnazio, che ha dovuto subire la cacciata di Daniela Santanchè dal ministero del Turismo, si oppone a qualunque ridimensionamento del suo potere e di quello della sua correntona, e fatica a contenere la rabbia per Giorgia Meloni (l’ennesima prova si è avuta al Salone del Mobile di Milano, dove tra i due co-fondatori di Fdi c’è stato un saluto a dir poco gelido)
Per comprendere il potere di La Russa, è sufficiente guardare i nomi dei nuovi 5 sottosegretari, decisi oggi dal consiglio dei ministri.
A partire da Giampiero Cannella, nuovo sottosegretario alla Cultura: il vicesindaco di Palermo è un uomo del mai paludato presidente del Senato (vedi l’uscita delirante sul 25 aprile mettendo insieme la Resistenza e Salò).
‘Gnazio ha puntato su di lui come “compensazione” dopo l’uscita, dal ministero della Cultura, del sottosegretario Gianmarco Mazzi, a lui molto vicino.
Nel mirino non c’è tanto il ministro (per mancanza di prove) Alessandro Giuli, considerato poco più di un “dandy di rappresentanza”, quanto il capo-“badante” del Collegio romano, Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del Ministero, in
quota Fazzolari. Merlino che lo stesso “Fazzo” avrebbe proposto come sottosegretario ricevendo pero’ un “preferirei di no” di Giorgia Meloni.
La Russa voleva un suo uomo al ministero della Cultura per controllare e fronteggiare lo strapotere del sottosegretario di Pa-Fazzo Chigi, che a sua volta ha ottenuto la nomina del “falco” Alberto Balboni alla Giustizia, al posto del disastro Delmastro.
Anche la nomina di Massimo Dell’Utri agli esteri è ascrivibile alla corrente “larussiana”: Dell’Utri è segretario siciliano di “Noi moderati”, partito di Maurizio Lupi, che La Russa ha scelto come candidato sindaco a Milano per il centrodestra nel 2027.
La prevalenza della Sicilia in questo giro di nomine (due incarichi su cinque, molto pesanti, sono andati a due siculi d’area larussiana) rappresenta una conferma dell’importanza della regione per Fratelli d’Italia.
La Trinacria è una terra di scontri, rese dei conti: rappresenta un potenziale terremoto per il governo.
Da un lato c’è Manlio Messina, il deputato ex Fratelli d’Italia che ha minacciato di rivelare segreti scottanti e imbarazzanti per il partito, salvo poi, misteriosamente, cambiare idea e tacere.
Poi ci sono le inchieste, come il rinvio a giudizio per corruzione dell’assessore regionale siciliana al turismo Elvira Amata e quello del presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno (altro personaggio dell’orbita La Russa).
In questo quadretto di fiele, il governatore Renato Schifani appare sempre più indebolito: la sua ascesa al governo regionale fu frutto di un accrocchio, un compromesso Tajani-Meloni che portò alla mancata ricandidatura di Nello Musumeci (poi “affogato” al ministero del Mare), a cui si opponeva Forza Italia.
Con il depotenziamento di Tajani e il rimescolamento interno al partito azzurro, però, Schifani sente il fiato sul collo: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera molto apprezzato da Marina Berlusconi, sogna di sfilare a Schifani la poltrona da governatore, e chiede apertamente il commissariamento del partito in Sicilia (e ha ottime ragioni, considerata la vittoria a valanga del “No” al referendum sulla
giustizia, cavallo di battaglia del partito fondato da Silvio Berlusconi, che aveva nell’isola una delle sue roccaforti elettorali
(da agenzie)

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LA SURREALE STORIA DEL GOVERNO CHE RISCHIA DI RIMANETRE SENZA SOLDI PER LA PROSSIMA LEGGE DI BILANCIO

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IL NON POTER ACCEDERE AL FONDO SAFE DETERMINATO DALL’AVER SBAGLIATO I CONTI?

La prossima legge di bilancio è la più importante di tutte, per il governo. Perché è quella che arriva prima delle elezioni e dopo anni in cui non ha speso nulla, il governo la voleva utilizzare per essere generoso al momento giusto. Tanto più ora, con una crisi economica alle porte e un crollo di consensi che non accenna a frenare dopo la sconfitta al referendum.
Insomma, se c’è un anno in cui bisogna spendere, in cui è necessario spendere è proprio il prossimo.
Precondizione per farlo è l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, a cui il governo sta lavorando da inizio legislatura, e che non ha mai mancato di annoverare tra i suoi successi prossimi venturi. Con il deficit che torna sotto il 3% del PIL, infatti, si può accedere al fondo Safe per finanziare l’aumento della spesa militare a tassi ridicoli. In questo modo il vantaggio è triplice: si accontenta Trump senza spendere un soldo, si investe un po’ a beneficio della crescita e rimangono soldi – più o meno 6 miliardi in più, contati male – da mettere nelle tasche degli italiani poco prima del voto.Bene. Il problema è che a quanto pare non si esce dalla procedura d’infrazione, perché qualcuno, segnatamente il ministro dell’economia
Giancarlo Giorgetti, ha fatto male i conti. Il nostro deficit infatti è pari al 3,05% del PIL, che arrotondato, fa 3,1%. Quindi, niente fondo Safe per armi e ciao ciao ai soldi in più da mettere in legge di bilancio.
Se vi sembra surreale già così, sappiate che parliamo di una cifra ridicola, che rischia di impedire al governo di spendere 6 miliardi in più per abbassare le tasse o per distribuire qualche incentivo o qualche sussidio in più. Oltre al fatto che uscire dalla procedura d’infrazione avrebbe effetti positivi pure sullo spread e quindi sugli interessi che pagheremo sul debito prossimo venturo.
Lo ammettiamo, pure qua: per settimane abbiamo pensato che alla fine i conti sarebbero tornati. Che si sarebbe trovato il modo di limare quei 23 milioni. E invece, a quanto pare, no: nonostante Giorgetti affermi di “credere ai miracoli”, nel Documento di Finanza Pubblica che presenterà oggi in Consiglio dei ministri, stando alle ultime, c’è scritto 3,1%
La Commissione Europea, non fa lo sconto e non deroga al patto di stabilità. I conti li abbiamo sbagliati noi.
Com’è possibile stia succedendo davvero? Chi ha sbagliato, in tutta questa storia? Davvero finirà così, col governo che rimane a secco all’ultimo giro di giostra e deve rimangiarsi tutte le promesse, ancora una volta, per aver sbagliato i conti di 23 milioni di euro?
Continuiamo a pensare che tutto questo non sia possibile, che siamo su Scherzi a Parte. Altrimenti, questa storia si candida a diventare la Gioconda di tutti gli atti di autolesionismo politico di questo governo. Che da qualche mese a questa parte sembra davvero mettercela tutta, per provare andare a casa.
(da Fanpage)

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NELL’INDAGINE DELLA PROCURA DI ROMA SULLA “SQUADRA FIORE” C’È UN TEMA CRUCIALE: COSA C’ERA NELL’ARCHIVIO DI GIUSEPPE DEL DEO, DI ROSARIO BONOMO, DI FRANCESCO “CICCIO” ROSSI, DELL’EX GENERALE DELLA GUARDIA DI FINANZA LUIGI CIRO DE LISI E DI TUTTI GLI ALTRI?

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

IL GRUPPO REALIZZAVA DOSSIER CONTENENTI INFORMAZIONI ABUSIVAMENTE RACCOLTE, “NASCOSTE” SOTTO FORMA DI NOTIZIE GIORNALISTICHE: SONO STATE INDIVIDUATE INFATTI ALMENO DUE TESTATE CHE PUBBLICAVANO, SU RICHIESTA DEL GRUPPO, DOSSIER PER COLPIRE QUALCUNO? QUALI SONO QUESTE TESTATE?

Intercettazioni abusive. Centinaia di intercettazioni effettuate autonomamente daiServizi, non sempre con l’autorizzazione della Procura generale, ma soltanto con quella dell’Autorità delegata. E ancora: le banche dati delle intercettazioni autorizzate da quasi tutte le procure italiane.
Nell’indagine della procura di Roma sulla squadra Fiore c’è un tema cruciale su cui si giocheranno i prossimi mesi: cosa c’era nell’archivio delle persone indagate. In quello di Giuseppe Del Deo, evidentemente. Così come nei computer e nei dispositivi di Rosario Bonomo, Francesco «Ciccio» Rossi, Luigi De Lisi e di tutti gli altri che emergeranno nelle indagini.
Dalle intercettazioni telefoniche e dai verbali dei testimoni c’è infatti il fondato sospetto che il gruppo potesse contare su un solido archivio, da utilizzare per «finalità di profitto, su richiesta di committenti che hanno interesse ad influenzare settori della politica e dell’imprenditoria e che realizzi, anche su sollecitazione di
altri sodali, report e dossier contenenti informazioni abusivamente e illecitamente raccolte, “nascoste” sotto forma di notizie giornalistiche».
Sono state individuate infatti almeno due testate che pubblicavano, su richiesta del gruppo, dossier per colpire uno piuttosto che un altro. Per farlo il gruppo poteva contare su attrezzature di primo livello, le stesse sequestrate ieri a Bonomo, Rossi e De Lisi dai carabinieri.
(da agenzie)

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UN GRANDE SUCCESSO PER MELONI: OLTRE AI MAGISTRATI, SI È MESSA CONTRO ANCHE GLI AVVOCATI, FRANCESCO GRECO, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE, PRENDE LE DISTANZE DALLA NORMA INCOSTITUZIONALE DEL DL SICUREZZA CHE PREVEDE INCENTIVI PRO-RIMPATRI PER I LEGALI

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

“È SBAGLIATO VOLERCI CONDIZIONARE, GLI AVVOCATI DEVONO ESSERE SEMPRE LIBERI. I DIFENSORI NON POSSONO RICEVERE COMPENSI SUBORDINATI A UNO SPECIFICO ESITO DELLA LORO ATTIVITÀ” …IL COSTITUZIONALISTA GAETANO AZZARITI: “CI SONO TRACCE DI UNA DEGENERAZIONE DEL PROCESSO LEGISLATIVO SENZA PRECEDENTI. È STATO SVILITO IL PARLAMENTO ED È STATA IGNORATA LA CARTA”

Francesco Greco è il presidente del Consiglio nazionale forense: il maggiore organismo dei difensori italiani che è intervenuto, tra gli altri, a sconfessare la norma “illegittima” del dl Sicurezza. Il caso beffardo vuole che, come categoria, stiano attendendo da mesi un altro decreto legge che dia certezze sull’esame degli avvocati.
Presidente Greco, se non è un pasticcio come dice Meloni, allora cos’è lo spericolato caso degli incentivi previsti per i legali ma solo se il migrante accetta il rimpatrio?
«Il punto non è come definirlo, il punto è che quel passaggio non è tecnicamente possibile.
Nei miei compiti c’è la valutazione di applicabilità della norma al ruolo e alle attività dell’avvocato. E i difensori non possono ricevere compensi subordinati a uno specifico esito della loro attività».
Scusi se insistiamo, com’è stato possibile citare la collaborazione del “suo” Cnf, in quella norma del decreto, senza avere un vostro ok?
«So soltanto che non so più come dirlo. Posso ribadire che sarebbe stato opportuno farlo: invece non siamo stati informati né prima, né durante, né dopo l’approvazione di quell’emendamento».
Il governo dice: raccogliamo i rilievi. Ma da giurista: le sembra corretta l’idea di un dl concepito per correggere un decreto che ha in pancia una misura illegittima?
«Questo attiene alle competenze del Parlamento, da quel che possiamo intuire il rimedio consisterebbe nell’adozione preventiva di un decreto legge ad efficacia “sospensivamente condizionata”, come spiegano alcuni costituzionalisti».
Le opposizioni in aula hanno detto: “L’avvocatura vi ha mostrato che non si fa comprare”. Non crede che sia stato un grave autogol per la destra vedere coalizzate insieme avvocatura e magistratura, dopo le macerie del conflitto referendario?
«Non parlerei di un conflitto. Avvocatura e magistratura sono i due attori fondamentali della giurisdizione. Rimangono, certo, le differenze di vedute. Ma quando l’avvocatura parla lo fa nell’interesse dei cittadini, siamo i difensori dei diritti».
(da agenzie)

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CON I CATTIVI MAESTRI SOVRANISTI SBOCCIANO GIOVANI NAZISTELLI OVUNQUE: UN 19ENNE DI PAVIA E’ STATO ARRESTATO CON L’ACCUSA DI AVER GUIDATO UN GRUPPO ONLINE DI GIOVANI ESTREMISTI NEONAZI E ANTISEMITI: 15 LE PERQUISIZIONI IN TUTTA ITALIA

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

TRA I CONTENUTI CHE CIRCOLAVANO NEL GRUPPO C’ERANO CONTENUTI CHE RICHIAMANO ALLA “WHITE JIHAD”: UN MIX TRA SIMBOLI E PROPAGANDA DELL’ESTREMA DESTRA E RICHIAMI AL TERRORISMO JIHADISTA (IL MINIMO COMUN DENOMINATORE È L’ANTISEMITISMO)

Un 19enne è agli arresti domiciliari con l’accusa di aver guidato una rete online di giovani estremisti neonazisti e antisemiti. L’operazione, coordinata dalla Procura di Milano e dalla Procura per i minorenni, ha portato anche a 15 perquisizioni in tutta Italia, nove delle quali nei confronti di minorenni.
Il giovane, italiano residente a Pavia, è ritenuto dagli investigatori promotore e amministratore di un gruppo, una chat chiamata ‘Terza posizione’ che avrebbe diffuso propaganda razzista e religiosa, contenuti di minimizzazione della Shoah e messaggi di apologia del genocidio del popolo ebraico.
Al centro dell’indagine della Digos di Milano, con il supporto della Digos di Pavia e della Direzione centrale della Polizia di prevenzione, c’è La chat chiamata ‘Terza Posizione’, nome che richiama l’omonima formazione eversiva degli anni Settanta e accessibile, secondo gli inquirenti, a un centinaio di utenti.
In quello spazio virtuale circolavano materiali neofascisti, neonazisti e apertamente antisemiti, con esaltazione di autori di stragi suprematiste come Brenton Tarrant, responsabile dell’attacco di Christchurch del 2019, e riferimenti a Stephan Balliet, autore dell’attentato del 2019 ad Halle, in Germania.
Tra i contenuti emersi anche la cosiddetta “white jihad”, una miscela ideologica tra simboli e propaganda dell’estrema destra radicale e richiami al terrorismo jihadista, accomunati dall’antisemitismo.
Il 19enne avrebbe inoltre creato un canale parallelo chiamato “Centro Studi Terza Posizione” e redatto, con altri indagati, un documento in cinque punti dal titolo “Manifesto della Terza Posizione”, con contenuti antisemiti e propositi eversivi. Secondo l’accusa, la propaganda online puntava anche a spingere il gruppo ad agire nel “mondo reale”, organizzando sul territorio “Squadroni d’Azione Rivoluzionaria” e invocando aggressioni, mai però concretamente realizzate.
Le perquisizioni hanno riguardato giovani residenti nelle province di Cagliari, Caserta, Cosenza, Matera, Perugia, Roma, Salerno, Siena, Torino e Viterbo. In un ulteriore intervento a Pescara è stato controllato un 22enne, che sui social avrebbe mostrato armi da fuoco e si definiva responsabile locale di un altro gruppo chiamato “Nuova Italia”. Nel corso delle attività sono stati sequestrati telefoni e computer, materiale di propaganda, diverse armi bianche e, in un caso, materiali ritenuti compatibili con la fabbricazione di esplosivi.
(da agenzie)

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TRUMP IN MODALITÀ SANTONE LEGGE UN PASSO DELLA BIBBIA DALLO STUDIO OVALE PER LA MARATONA DELLA BIBBIA: IL BRANO SCELTO ERA TRATTO DAL SECONDO LIBRO DELLE CRONACHE, AMBIENTATO DURANTE LA CONSACRAZIONE DEL TEMPIO DA PARTE DI RE SALOMONE NELL’ANTICA GERUSALEMME

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

ALMENO LUI HA LETTO UN PASSAGGIO VERO E NON INVENTATO, COME HA FATTO IL SEGRETARIO ALLA DIFESA PETE HEGSETH, CHE HA CITATO “EZECHIELE 25:17”, IL PASSAGGIO INVENTATO IN “PULP FICTION”

Donald Trump è apparso dallo Studio Ovale martedì sera, alle prese con la lettura di un passo dell’Antico Testamento, a pochi giorni dall’acceso scontro con papa Leone e dalle critiche dei sostenitori evangelici per aver condiviso un meme in cui appare come un guaritore simile a Gesù
Ha recitato il passo dalla sua scrivania con le mani giunte su una Bibbia aperta davanti a sé, pur guardando dritto in camera, in un video che ha alternato inquadrature da due angolazioni diverse.
Nel dettaglio, Trump ha letto un brano del settimo capitolo del Secondo Libro delle Cronache, ambientato durante la consacrazione del Tempio da parte di Re Salomone nell’antica Gerusalemme.
Dio promette il perdono se una generazione futura dovesse ribellarsi per poi pentirsi: “Se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si distoglierà dalle sue vie malvagie, allora io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e risanerò la sua terra”. Il versetto è citato da tempo in numerosi raduni politici dell’area cristiana conservatrice, come per la Convention nazionale repubblicana del 2024.
La Bibbia è “indissolubilmente legata alla nostra identità nazionale e al nostro stile di vita”, ha affermato Trump in una dichiarazione legata all’evento dedicato ad ‘America 250’ – l’anniversario della fondazione degli Stati Uniti – e un incoraggiamento al “ritorno alle fondamenta spirituali che hanno plasmato il nostro Paese”. ‘America Reads the Bible’, questo il tema, si basa sulla lettura di ogni partecipante di un brano trasmesso in streaming dal Museum of the Bible di Washington e da altre sedi.
La dichiarazione del tycoon ha citato figure storiche come il leader puritano John Winthrop, che “implorava i suoi compagni coloni cristiani ad essere un faro di fede per il mondo intero”. §Altri alti funzionari hanno letto o leggeranno passi biblici di persona o tramite video all’evento iniziato domenica e che si concluderà sabato. Tra questi, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e quello di Stato Marco Rubio, nonché lo speaker della Camera Mike Johnson e altri repubblicani del Congresso.
§Tra i sostenitori evangelici di Trump, invece, Franklin Graham, il pastore Jack Graham e la pastoressa Paula White-Cain, che dirige l’Ufficio per la Fede della Casa Bianca.Alla Associated Press, Brian Kaylor, autore di un saggio su come la Bibbia è stata sfruttata dai nazionalisti cristiani per obiettivi politici, ha descritto l’iniziativa come una manifestazione del potere dell’ultradestra Maga: «Se si vuole unire il Paese, bisogna fare più attenzione alle diversità politiche e ideologiche».
La partecipazione di Trump alla maratona della Bibbia cade in un momento di tensioni del presidente con la sua base elettorale cristiana che lo ha criticato per l’immagine diffusa su Truth che ritraeva il presidente come Gesù che guarisce.
(da agenzie)

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CHE FINE HA FATTO IL LIBRO DI MELONI CON VANCE?

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA”GIORGIA’S VISION” USCIRA’ NEGLI STATI UNITI IL 28 APRILE, MA NON SONO IN PROGRAMMA PRESENTAZIONI E VIAGGI DELLA PREMIER PER PROMUOVERLO PERCHE’ CON TRUMP E’ CAMBIATO TUTTO

Che fine ha fatto il libro di Giorgia Meloni con JD Vance? Negli Stati Uniti “Giorgia’s Vision” esce il 28 aprile. Con la prefazione del vicepresidente ad arricchire la prima versione firmata in coppia con Alessandro Sallusti. La casa editrice è la Skyhorse Publishing. Ma secondo quanto risulta al Foglio Meloni non ha intenzione di promuoverlo negli Usa. A causa della situazione politica e delle tensioni con il presidente Donald Trump.
Il libro di Giorgia con prefazione di JD
Il quotidiano fa anche sapere che Rizzoli non ha letto nemmeno una riga della prefazione di Vance. E nemmeno Sallusti: «È blindatissima». E poi Trump e la sua base sono ai ferri corti. Come spiega Francesco Giubilei: «Ci sono diverse figure che verranno in Italia e che sono in totale disaccordo con Trump. I cattolici statunitensi che ho visto all’American Week, la settimana scorsa, erano contro il presidente e con il Papa». Tra questi anche Rod Dreher, che è il padrino spirituale di Vance. E questo è il clima in cui arriva il libro. Anche se nessuno sa niente e nessuno lo promuove.
Il bifolco e l’underdog
Eppure la coppia formata dal bifolco (JD) e l’underdog (Giorgia) sembrava così ben assortita. Anche perché condividono natali modesti e un’ascesa eccezionale. Il libro è pronto ma intanto il mondo è cambiato. E l’editoria non tiene il passo.
(da agenzie)

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TRA RITARDI E 12 MILIARDI SPESI: IL GRANDE BUCO NERO DEGLI F35

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

LA RELAZIONE DELLA CORTE DEI CONTI: L’IMPATTO SULL’OCCUPAZIONE E’ MINIMO, I COSTI UNA TANTUM SONO QUADRUPLICATI

Un ritardo di almeno 10 anni sulla tabella di marcia, una spesa certificata di quasi 12 miliardi. E un ulteriore incremento dei costi una tantum, difficile da stimare, che per alcune voci sono già quadruplicati.
Il tutto con un impatto sull’occupazione inferiore rispetto alle ottimistiche stime iniziali. Il programma per i caccia F35, realizzati da un consorzio guidato da Lockheed Martin, presenta una serie di criticità, con un futuro che resta ancora carico di incognite.
A fare il punto è stata la Corte dei conti in una relazione, letta da Domani. Se nel 2017 i magistrati contabili proponevano di valutare «la prosecuzione o un ridimensionamento», nove anni dopo la rotta è ormai tracciata. Anche perché, nel nuovo documento programmatico per la Difesa, il numero di velivoli da acquistare per l’Italia è salito, di nuovo, da 90 a 115.
In tempi di discussione sulle spese per la Difesa il documento, redatto dai magistrati contabili della sezione di controllo per gli affari europei e internazionali, pone una serie di quesiti sulla qualità della spesa. Certo, il programma F35 fa discutere da decenni. Il primo memorandum è stato firmato nel 1998, sotto il governo D’Alema, e con l’esecutivo di Silvio Berlusconi, nel 2002, è stato ulteriormente ampliato e confermato dai vari esecutivi per la dotazione di 130 caccia F35, all’epoca illustrati come prodigi della tecnologia militare.
Solo nel 2012, con il governo Monti, c’è stato un ridimensionamento, a 90 mezzi, salvo poi il ritocco al rialzo (115) voluto dall’esecutivo Meloni nel documento programmatico, firmato dal ministero della Difesa di Guido Crosetto.
Pesanti ritardi
Il programma, al netto delle contestazioni, è indietro di oltre 10 anni. «Ha subito significativi ritardi specie nella sua fase sperimentale, dal momento che si sarebbe dovuto concludere nel 2012 e, invece, è terminato nel 2023», riporta la delibera.
A cascata ci sono stati effetti sulle fasi successive: «Il passaggio alla produzione a pieno ritmo dei velivoli si è verificato solo nel 2024, invece che nel 2015».
Inevitabilmente i rallentamenti hanno comportato un aggravio dei costi: al momento della sottoscrizione dell’accordo l’Italia si era impegnata per 10 miliardi di dollari. Dopo 27 anni le cifre sono diverse, nonostante il progetto stia nei fatt
muovendo solo ora i primi passi concreti. «Al giugno 2025, per il programma F35 sono stati spesi (per le fasi di sviluppo e produzione, per lo stabilimento trivalente di Cameri e per l’attivazione dei siti) 11,84 miliardi di euro», mette nero su bianco la Corte dei conti. Il problema per l’Italia è soprattutto relativo ai costi shared, quelli condivisi con gli altri partner del progetto.
Le spese una tantum sono le più preoccupanti. Riguardano attrezzature, reingegnerizzazione di parti, sviluppo, continuo aggiornamento e industrializzazione del supporto logistico. E sono allocate nel bilancio ordinario della Difesa alla voce «investimento per l’ammodernamento delle Forze armate».
I numeri confermano la traiettoria imprevedibile. «La contribuzione italiana per i costi shared è, allo stato, di 3 miliardi e 276 milioni di dollari nel periodo 2007-2051», sottolinea la delibera, registrando già un aumento di 440 milioni di euro rispetto al tetto massimo previsto – dopo una prima revisione – di 2,8 miliardi di dollari. Ma la dotazione iniziale ammontava a 904 milioni di euro. I motivi del balzo sono vari, come «la necessità di dover introdurre nuove tecnologie», oltre «all’andamento inflattivo» che si è verificato negli anni.
Aumenti imprevedibili
Resta la considerazione di «una crescita esponenziale» che deve tuttavia fare i conti con «il successivo aggiornamento (non ancora concordato) che rivede la stima in aumento». C’è un ulteriore fattore fissato: la guida incontestabile degli Stati Uniti, che costringe gli altri partner, Italia inclusa, a un ruolo ancillare.
Gli svantaggi sono anche industriali. «La qualità di mero partner dell’Italia nel programma F35, la cui leadership è in capo solamente agli Usa, ha prodotto assenza di condivisione delle tecnologie sviluppate, crescita non bilanciata del know-how acquisito fra il Paese leader e i partner, carente trasparenza sui processi di costo inerenti alle attività progettuali e assenza di un’effettiva condivisione delle intellectual properties», scrive la Corte dei conti.
Perciò, «essendo la governance del programma sotto il controllo degli Usa, ne deriva l’impossibilità dei partner, a prescindere dal livello di trasparenza delle procedure di costo, di poter incidere sulle dinamiche decisionali, specie sulle componenti di costo condivise»
Nonostante lo sforzo già compiuto e quello da prevedere per il futuro, l’impatto sull’occupazione non è stato da urlo. L’effettiva occupazione, al 2024, è di 3.861 unità e sono così ripartiti: «2.304 nel contesto di Leonardo», circa un migliaio «nelle aziende fornitrici di Lm e/o P&W e 557 nell’approntamento dei siti operativi». Il dato complessivo, comunque, si colloca sulla parte più bassa della forchetta della stima, che partiva da 3.500 fino a un massimo di 6.400. Una valutazione che era stata già rivista al ribasso in confronto ai 10mila inizialmente formulate. Un progetto che non sembra un affare.
(da Repubblica)

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IL FISICO CARLO ROVELLI: “L’ATOMICA NACQUE DA UN MALINTESO TRA SCIENZIATI AMERICANI E TEDESCHI, OGGI RISCHIAMO UN’ALTRA CATASTROFE”

Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile

“L’ITALIA E’ PARTE DEL PROBLEMA, STIAMO MARCIANDO COME SONNAMBULI VERSO IL DIRUPO”

Nel finale del suo La cattiva coscienza dei fisici (Solferino), Carlo Rovelli fa una mossa coraggiosa: si volta verso la storia e chiede conto a sé stesso e ai suoi colleghi della responsabilità morale del sapere. La fisica del Novecento ha consegnato all’umanità un «regalo avvelenato», la bomba atomica, e molti scienziati hanno scelto di rinchiudersi nella quiete asettica dei laboratori, come se quell’invenzione apocalittica non riguardasse il mondo reale, non avesse a che fare con la paura e con i morti polverizzati.
La costruzione del progetto Manhattan, racconta il fisico, nasce da un colossale malinteso: il timore che la Germania nazista sia vicina a produrre la bomba spinge gli scienziati americani a convincere Washington della necessità di dotarsi di un’arma simile. Ma è con l’atomica sovietica del 1949 che si entra nell’era della
Mad, la Mutua Distruzione Assicurata, un equilibrio precario fondato sulla deterrenza e sulla minaccia della ritorsione immediata.
Rovelli ricorda però che il mondo è ancora in piedi grazie a un’umanità che ha preferito, più volte, disobbedire alla macchina, come quando l’ammiraglio russo Vasily Arkhipov, durante la crisi dei missili a Cuba, non schiaccia nessun bottone e scongiura un falso allarme. Dice Rovelli: la vera minaccia non è l’altro, ma la paura dell’altro. Lo dice mentre c’è una «nuova» guerra in Medio Oriente in nome di quella bomba da neutralizzare, in nome di quel terrore del nemico da annientare, in una sfida che non è solo militare, ma soprattutto morale.
Perché questo libro oggi?
«La probabilità oggettiva di una completa catastrofe nucleare non è mai stata alta come in questo momento. La politica non ne sta tenendo conto. La fisica ha portato molti doni all’umanità, ma fra questi uno era avvelenato: le bombe atomiche».
È più colpa dei fisici o dei politici, quindi?
«Non serve parlare di colpe nel passato: serve parlare di responsabilità e delle decisioni da prendere in questo momento. Credo che le leadership dei nostri Paesi, che noi abbiamo eletto, tutte prese dai problemi a breve termine, stiano marciando come sonnambuli verso una catastrofe. Ma questa volta la catastrofe è nucleare. È una responsabilità grave. Tutti i cittadini devono contribuire a fermare questo marciare da sonnambuli verso il baratro».
Lei scrive che le decisioni prese sull’atomica sono state spesso frutto di errori di calcolo. Quanto è possibile, anche nell’era dell’Intelligenza artificiale, che un errore di calcolo possa far lanciare una nuova atomica?
«Estremamente possibile. Se c’è una cosa che il passato insegna è che le decisioni dei politici si sono poi rivelate sbagliate. Per questo è essenziale un dibattito pubblico, serio ed esteso, su questioni gravi come gli armamenti, la guerra e le armi atomiche. In Italia non lo stiamo facendo».
Ha visto il film di Kathryn Bigelow, A house of dynamite, su un missile atomico verso gli Stati Uniti?
«Ho preferito non guardarlo. Ma conosco i dati oggettivi. Un’escalation che porta a un conflitto atomico significa che in 15 minuti decine di milioni di persone, tra cui
certamente gli abitanti del Nord Italia, dove ci sono basi atomiche, quindi i primi obiettivi, muoiono bruciati vivi. Sono quelli fortunati».
Nel libro afferma che c’è una contraddizione nel fatto che l’Italia non abbia centrali atomiche (per scelta popolare) ma ospiti testate atomiche americane (non dichiarate).
«Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo. Non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità, perché l’Italia aderisce al trattato di non proliferazione come Paese non nucleare, ma questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani».
Cosa succederebbe se l’America uscisse dalla Nato? L’apparato militare e nucleare resterebbe in mano agli Stati Uniti e dislocato nei nostri Paesi, Italia inclusa?
«Certo, mica ce li regalerebbero. Sarebbe ora che ci svincolassimo da questa sudditanza. Ce l’abbiamo perché abbiamo perso la guerra, ma sono passati ottant’anni. È ovvio a tutti in Europa che gli Stati Uniti non fanno i nostri interessi. Non sarebbe il momento di uscire da questo vassallaggio degradante?».
Con chi ci dovremmo alleare?
«Alleiamoci con i Paesi che spingono per la legalità internazionale, per rafforzare le Nazioni Unite e le istituzioni internazionali. I Paesi che spingono per occuparsi di crisi ecologica, ineguaglianze economiche, fame nel mondo, diminuzione della conflittualità, legalità internazionale. Questi Paesi sono tanti e rappresentano la grande maggioranza dei cittadini del mondo. Perché l’Italia non è con loro?».
E se l’arma atomica fosse nata in tempo di pace?
«Sarebbe stato tutto diverso. Gli uomini sanno anche essere ragionevoli. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nei decenni scorsi hanno negoziato una drastica riduzione bilanciata delle testate nucleari e si sono messi sotto controllo reciproco, in modo da evitare catastrofi. La ricerca connessa alle armi biologiche e a quelle chimiche è sotto stretto controllo internazionale. Se la tecnologia atomica si fosse sviluppata in tempo di pace, forse avremmo potuto egualmente metterla sotto un controllo ragionevole».
Un controllo ragionevole come può diminuire «la paura esagerata e immotivata che sviluppiamo gli uni degli altri»? Smettere di avere paura, scrive, non è impossibile. Ma come?
«L’Europa ha paura della Russia, la Russia ha paura dell’Europa, l’America ha paura della Cina, la Cina ha paura dell’America, Israele ha paura dell’Iran, l’Iran ha paura di Israele, e così via. Ciascuno vede le malefatte del suo nemico, ciascuno si riempie di armi, tutti parlano di guerra. In passato simili periodi hanno sempre portato a grandi guerre catastrofiche. Come tornare indietro? Basta seguire quello che implorano molte persone ragionevoli, dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, al Papa, a molti leader di grandi Paesi. Non purtroppo quelli che abbiamo eletto nelle nostre democrazie. Basta ricominciare a seguire la legalità internazionale. Ricordiamo che siamo stati anche noi italiani i primi a violarla, partecipando per piaggeria a una serie di guerre di aggressione illegali».
Truman era convinto che l’uso manifesto della bomba avrebbe messo il suo Paese nella posizione di diventare la sola potenza nucleare, e in questo modo la sola superpotenza mondiale. Quanto assomiglia questo modo di pensare al modo di pensare di Trump?
«Credo che una parte importante degli Stati Uniti, non solo Trump, sopravvaluti fortemente la propria capacità di dominare il mondo».
Trump, nelle vesti del dottor Stranamore, mette a rischio il mondo. Abbiamo mai raggiunto un livello di pericolosità così alto?
«In realtà Trump sta seguendo la stessa politica internazionale dei suoi predecessori: guerre di aggressione continue contro chiunque non si inchini al dominio americano. La differenza oggi è per noi: prima pensavamo che il potere americano ci proteggesse, ora l’Europa ha capito che l’America domina da sola e ci tratta da sottoposti».
Ma alla fine, incredibilmente, la bomba è stata usata “solo” due volte. Perché?
«Perché i massimi politici sovietici e statunitensi sono stati all’altezza della situazione, nonostante i loro consiglieri abbiano spesso spinto in altre direzioni. I Kennedy e Krusciov hanno avuto il coraggio di fermarsi un passo prima del baratro, durante la crisi di Cuba. Reagan e Gorbaciov, anche grazie alla pressione degli scienziati che mostravano i rischi reali, hanno negoziato trattati di controllo delle armi nucleari che hanno permesso, anche se talvolta per un pelo, di evitare la catastrofe».
Che cosa pensa del conflitto in Iran, nato per un accordo sul nucleare saltato?
«Credo in realtà che sia l’ennesima guerra di dominio scatenata dagli Stati Uniti per attaccare chiunque non si sottometta. Dal dopoguerra, gli Stati Uniti, mai attaccati, hanno preso di mira e bombardato una trentina di Paesi».
Ha senso attaccare l’Iran per impedirgli di avere l’atomica?
«Se l’Iran avesse armi atomiche non le userebbe di certo, perché usarle sarebbe un ovvio suicidio. Se le usasse, sarebbe spazzato via dalle atomiche di altri Paesi. Ma averle rappresenterebbe una garanzia contro attacchi come quello attuale, quindi potrebbe permettersi un po’ di più di non piegare la testa all’impero, e questo gli Stati Uniti non lo digeriscono».
Israele non ha mai confermato di avere la bomba, ma in molti pensano che sia altamente probabile che ce l’abbia. Quanto è pericoloso che il pulsante sia nelle mani di Netanyahu?
«Pochissimo, credo. Non penso proprio che sia così pazzo da usarla. Oltre al fatto che non è ovvio che Israele ce l’abbia, potrebbe anche essere un bluff. Perché mai non dichiararla? Il problema delle armi atomiche non riguarda le piccole potenze, è che le possono usare le grandi potenze. Per le piccole potenze, come Israele o la Corea del Nord, sono solo un’assicurazione sulla vita».
Torniamo al libro: perché la bomba non è stata realizzata in Germania, la nazione scientificamente più avanzata dell’epoca?
«La Germania ha fatto una scelta razionale: non era possibile costruire la bomba prima della fine della guerra in Europa, e quindi era meglio non sprecare risorse».
Perché gli Stati Uniti hanno usato l’atomica in Giappone a guerra praticamente vinta?
«Per evitare una resa negoziata del Giappone, volevano scongiurare che i russi arrivassero a Tokyo prima di loro, e che si imponessero come potenza dominante mondiale nell’immediato dopoguerra».
Alcuni scienziati, tra cui Oppenheimer, ebbero molti dubbi sull’opportunità di costruire la bomba. Avrebbero dovuto fermarsi?
«Penso che se avessero continuato a parlare con i colleghi tedeschi, con cui erano amici, e se molti non fossero caduti nel panico della bomba di Hitler (che era lontanissimo dall’avere), il mondo sarebbe potuto essere migliore. Non lo dico per criticare nessuno di loro, assolutamente. Erano momenti difficili. Lo dico per cercare di evitare di commettere gli stessi errori oggi».
Quanto sono utili ancora i trattati di non proliferazione?
«Tantissimo. Purtroppo gli Stati Uniti e la Russia li stanno tutti abbandonando e questo aumenta il pericolo».
Quanto è diventata instabile oggi la logica della deterrenza, cioè il fragile equilibrio del terrore?
«È completamente instabile per molti motivi. Tra questi il più rilevante è il progresso tecnologico, che sta facendo saltare la deterrenza e apre la porta alla guerra atomica».
Ha senso non dotarsi dell’atomica, quando ce l’hanno americani, francesi, inglesi?
«Non ha senso pensare in termini di paura e di difesa. Ha senso pensare di contribuire a costruire una coalizione globale fra tutti i Paesi della Terra. L’Italia è uno dei dieci Paesi più ricchi del pianeta, perché invece di stare a rimorchio di chi fa le guerre non usa la sua influenza per spingere alla collaborazione globale? Altri lo stanno facendo».
Che tipo di collaborazione immagina? E chi la sta facendo?
«La maggior parte dei Paesi del mondo spinge per rafforzare le Nazioni Unite e la legalità internazionale. Lo dichiarano ovviamente i Paesi deboli, ma anche, insistentemente, Paesi potenti come la Cina».
La Cina, però, non è un Paese democratico.
«L’Italia preferisce accodarsi, per miope convenienza, a un Paese come gli Stati Uniti che non solo pratica ma anche dichiara nei suoi documenti ufficiali di non tollerare la legalità internazionale e le istituzioni sovranazionali».
Nonostante i cupi presagi, nel suo libro c’è speranza e fiducia nell’umanità. Che cosa spera per il futuro
«Che gli esseri umani riconoscano che abbiamo tutti un destino, interessi e problemi comuni. E che invece di sostenere chi è più potente, pensino a come collaborare. L’Italia sarebbe in condizione di dare il buon esempio e trascinare altri, invece non è parte della soluzione, ma del problema».
(da agenzie)

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