Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
“PORGERE L’ALTRA GUANCIA QUANDO È QUALCUN ALTRO A SUBIRE L’OPPRESSIONE NON È UN COMPORTAMENTO CRISTIANO, È COMPLICITÀ AI CRIMINI DELL’OPPRESSORE” …POI HA IRONIZZATO SULLA SULLA “FOLLE” MANCANZA DI SICUREZZA ALL’EVENTO, SPIEGANDO CHE AGENTI IRANIANI AVREBBERO POTUTO INTRODURRE UN ARSENALE BEN PIÙ DEVASTANTE: “NESSUNO SE NE SAREBBE ACCORTO”
L’aggressore della cena dei corrispondenti della Casa Bianca ha inviato un manifesto contro Donald Trump ai suoi familiari circa 10 minuti prima di aprire il fuoco.
Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, definendosi “assassino federale gentile”. “Porgere l’altra guancia serve quando si è oppressi in prima persona. Io non sono una persona violenta in un campo di detenzione. Non sono l’adolescente abusata dai molti criminali dell’amministrazione. Porgere l’altra guancia quando è qualcun altro a subire l’oppressione non è un comportamento cristiano, è complicità ai crimini dell’oppressore”, si legge nel manifesto. (ANSA).
Non sono più disposto a permettere a un pedofilo, stupratore e traditore di macchiarmi le mani con i suoi crimini”, ha scritto Cole Tomas Allen nel manifesto in un apparente riferimento a Trump. Allen ha quindi ironizzato sulla “folle” mancanza di sicurezza all’evento, spiegando che agenti iraniani avrebbero potuto introdurre un arsenale ben più devastante.
“Nessuno se ne sarebbe accorto. Quello che ho notato entrando nell’albergo è stato il senso di arroganza. La sicurezza era tutta all’esterno, concentrata sui manifestanti. A quanto pare nessuno ha pensato a cosa poteva succedere se qualcuno effettiuava il check-in il giorno prima. Insomma, un livello di incompetenza folle che spero venga corretto per quando questo paese avrà una leadership competente”, ha messo in evidenza Allen.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
SI VOTA IN AUTUNNO: COSA DICONO I SONDAGGI
Yair Lapid e Naftali Bennett, i due politici israeliani che tra il 2021 e il 2022 avevano
interrotto il “regno” di Benjamin Netanyahu spodestandolo dal posto di primo ministro, rilanciano la sfida al premier in vista delle elezioni politiche fissate per il prossimo autunno. L’ex presentatore tv e l’ex enfant prodige della destra israeliana hanno deciso infatti di fondere i rispettivi partiti, Yesh Atid (“C’è un futuro”) e Bennett 2026 in una lista unica. Si chiamerà BeYachad (“Insieme”) e sarà guidata da Bennett, ha fatto sapere l’ufficio di quest’ultimo, che sottolinea come quest’iniziativa sia «il primo passo nel processo di ricucitura dello Stato di Israele». L’annuncio ufficiale da parte dei due leader è atteso per questa sera. «Questa mossa unisce il blocco per le riforme, pone fine alle lotte intestine e consente che tutti gli sforzi siano investiti verso una vittoria netta alle prossime elezioni così da condurre Israele alle riforme necessarie», si legge ancora nella nota. Stando agli ultimi sondaggi, la nuova lista congiunta – la cui porta resta aperta pure alla formazione Yashar guidata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito Gadi Eisenkot – potrebbe in effetti seriamente impensierire Netanyahu, spodestandolo di nuovo dalla guida del Paese.
Elezioni in Israele: quando si vota e cosa c’è in ballo
Quelle che si svolgeranno in Israele tra settembre e ottobre (la data non è stata ancora fissata) saranno le prime elezioni politiche dopo il 7 ottobre 2023, la strage più drammatica nella storia del Paese, con 1.200 vittime tra civili e militari e 250 persone rapite e tenute ostaggio per mesi a Gaza.
Dopo quell’attacco la popolarità di Netanyahu – che era tornato al potere meno di un anno prima – precipitò, per poi risalire parzialmente nei lunghi anni di guerra seguiti: il conflitto con Hamas a Gaza, chiuso “d’imperio” da Donald Trump dopo due anni, quello con Hezbollah sul fronte nord con il Libano, le due inediti guerre dirette con l’Iran condotte insieme agli Usa a giugno 2025 e nelle ultime settimane. Fronti multipli nei quali Netanyahu è riuscito a concretizzare con operazioni d’intelligence sempre più azzardate l’eliminazione di tutti i principali capi del fronte regionale anti-Israele: il leader di Hamas all’estero Ismail Haniyeh (ucciso a Teheran il 31 luglio 2024) e l’architetto del 7 ottobre Yahya Sinwar (il 7 ottobre 2024 a Rafah), il capo storico di Hezbollah Hassan Nasrallah (il 27 settembre 2024 a Beirut), infine la Guida suprema iraniana Ali Khamenei (Teheran, 28 febbraio 2026), oltre a decine di alti dirigenti/capi terroristici vicini a ciascuno di questi leader. D’altra parte Israele ha pagato un prezzo pesantissimo agli anni di guerra – in termini politici, militari, economici e perfino psicologici. E il destino di Netanyahu, così come quello del Paese, resta quanto mai incerto.
Cosa dicono i sondaggi
L’ultimo sondaggio pubblicato nei giorni scorsi dal quotidiano Maariv dava il Likud, partito di Netanyahu, in arretramento rispetto ai mesi scorsi, testa a testa a 24 seggi con quello guidato da Bennett – che dopo la sconfitta alle elezioni di fine 2022 era rimasto fuori dalla politica attiva e ora prepara il ritorno.
Yesh Atid del centrista Yair Lapid è accreditato di 12 seggi. Altri 9 andrebbero se si votasse oggi ai Democratici (l’ex partito laburista) e Israel Beytenu, 7 alla formazione guidata dall’altro ex capo di stato maggiore Benny Gantz.
Tutte insieme queste forze oggi all’opposizione potrebbero arrivare a una solida maggioranza, potendo contare su 61 seggi.
La coalizione oggi raccolta attorno a Netanyahu – oltre al Likud ne fanno parte i partiti nazionalisti guidati da Itamar Ben-Gvir e Betzalel Smotrich e diversi partiti religiosi – arriverebbe soltanto a 49 seggi. I due partiti arabi – oggi fuori dalle coalizioni – guadagnerebbero altri 5 seggi ciascuno della futura Knesset. Ora con il lancio della lista congiunta Lapid e Bennett puntano a dare una scossa all’elettorato che vuole liberarsi di Netanyahu, prendendo il largo. Al voto mancano però tra i 4 e i 5 mesi: nel Medio Oriente di oggi, un’eternità.
(da Open)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
MAIL, VISTI E PERFORMANCE REGISTRATE PER AGGIRARE I DIVIETI DELLE SANZIONI EUROPEE
Non solo contatti, ma un percorso concreto per il ritorno della Russia alla Biennale Arte 2026. Dopo lo stop alla presenza ufficiale russa negli ultimi anni, una serie di documenti e scambi di email tra la Fondazione La Biennale e la commissaria del Padiglione russo Anastasia Karneeva – che Open ha potuto visionare – mostra che, tra il 2025 e il 2026, è stato costruito un tentativo strutturato per riportare Mosca all’interno della manifestazione, con un progetto espositivo, artisti coinvolti e attività già in fase avanzata di organizzazione.
Lo scambio di mail
Dalle conversazioni avvenute via mail emerge che già a gennaio 2026 la partecipazione veniva data per acquisita: in una mail al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, Anastasia Karneeva scrive infatti che la Federazione russa «parteciperà alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte» e allega anche il progetto del padiglione. Il titolo è “The tree is rooted in the sky” e prevede installazioni, performance e un allestimento articolato, dai fiori freschi a sistemi di display
tecnologici. A febbraio arrivano anche i testi per il catalogo ufficiale, segno che il lavoro è già in fase operativa.
Il nodo dei visti e il ruolo della Biennale
Uno dei problemi principali riguarda i visti. La commissaria russa segnala difficoltà già a novembre 2025 e chiede al direttore generale della Biennale, Andrea Del Mercato, lettere di invito per facilitare l’ingresso degli artisti, con il presidente Pietrangelo Buttafuoco in copia. «Stiamo riscontrando molti problemi con il rilascio dei visti e abbiamo bisogno di una lettera di invito per ottenere un visto multiplo», scrive Karneeva. Richieste come questa si ripetono anche nei mesi successivi, insieme alla domanda di supporto per altri partecipanti. Nelle stesse email emerge anche la volontà di tornare ufficialmente tra i Paesi partecipanti: Karneeva chiede al direttore Andrea Del Mercato di reinserire il Padiglione russo sul sito e sulla mappa, dove risultava indicato come Bolivia.
Il compromesso: padiglione chiuso, contenuti registrati
La soluzione individuata dalla Biennale per gestire il caso russo passa da una partecipazione “ridotta”, pensata per restare dentro i limiti imposti dalle sanzioni europee. Le norme Ue, infatti, vietano forme di sostegno economico o collaborazione diretta con enti statali russi, rendendo complicata una partecipazione tradizionale, con artisti presenti, eventi dal vivo e attività finanziate sul posto.
Per questo, secondo quanto emerge dai documenti interni, l’idea è quella di separare la produzione dei contenuti dalla loro fruizione. Le performance di artisti e musicisti verrebbero realizzate nelle giornate di anteprima riservate a stampa e addetti ai lavori, prima dell’apertura ufficiale della mostra — e registrate in quel momento.
Successivamente, durante i mesi di apertura al pubblico, quei contenuti verrebbero semplicemente proiettati all’interno del Padiglione russo, che resterebbe però chiuso ai visitatori. In altre parole: niente eventi dal vivo, niente presenza continuativa di artisti o staff russo, ma solo materiali già prodotti e mostrati in forma passiva.
Una linea che trova conferma anche nelle email: si ipotizza una breve apertura iniziale, seguita da una fruizione limitata, con il padiglione visibile solo dall’esterno e senza accesso del pubblico all’interno. «Il padiglione sarà aperto dal 5 all’8 marzo, poi dal 9 marzo sarà visibile dall’esterno dei Giardini, senza persone che entrano all’interno», si legge in una mail di Karneeva del 9 febbraio.
Tra sanzioni e apertura culturale
Il quadro che emerge è quello di un equilibrio delicato: da un lato il rispetto delle sanzioni internazionali, dall’altro la volontà della Biennale di non escludere la Russia dal dialogo culturale. Nel verbale del Consiglio di amministrazione si ribadisce infatti che l’istituzione «esclude qualsiasi forma di censura della cultura e dell’arte», confermandosi come spazio di confronto tra Paesi anche in un contesto di guerra. Resta però aperta la questione centrale: se questa formula di partecipazione sia davvero compatibile con il quadro normativo europeo o rappresenti una zona grigia destinata a far discutere.
(da Open)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
I GIOVANI VEDONO NEL MATRIMONIO E NEI FIGLI UN FRENO ALLA PROPRIA REALIZZAZIONE PERSONALE E ALLA CARRIERA, L’AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA, INTERNET E I SOCIAL CHE ESALTANO L’INDIVIDUALISMO E L’ISOLAMENTO
La prevalenza del single è un fenomeno così complesso e intricato da non poter essere
spiegato con i semplici dati della demografia. Partiamo comunque dai numeri, che fotografano uno stato di fatto. In Italia (dati Istat 2025) oggi i single sono 6,3 milioni e rappresentano circa una famiglia su quattro. Sono già di più delle coppie con figli e anche delle coppie senza figli.
Sono cresciuti anche i genitori soli con figli (una famiglia ogni dieci). Le proiezioni dicono che nel 2050 il 41 per cento delle famiglie sarà formato da una sola persona e solo due famiglie su dieci in Italia sarà composta da una coppia con figli.
Stiamo diventando una società di single. Questo è chiaro e la tendenza pare irreversibile. Non è un fenomeno solo italiano. Il settimanale americano Newsweek un paio di settimane fa ha dedicato la copertina alla questione. Titolo: La pandemia dei single
Una lunga inchiesta spiega gli ingredienti americani del perché così poche persone negli Usa vogliono sposarsi e avere figli. Il fenomeno è in ascesa, con buona pace dei sostenitori trumpiani, dagli evangelici ai pro-vita ai movimenti cristiani procreazionisti. Il motivo è semplice, e vale anche per la singletudine italiana e di tutte le società avanzate: le nuove generazioni hanno scoperto che da soli si può vivere bene e forse meglio che in coppia.
Le donne (e non solo loro) vedono nel matrimonio e nella procreazione un freno alla propria realizzazione personale e alla carriera. È caduto in parte lo stigma sociale che additava il single come elemento “deviato”, ovvero non funzionale alla società. Internet e le app social si stanno rivelando strumenti che aumentano l’individualismo e l’isolamento più che favorire la socialità.
Newsweek parla di “pandemia” e nel titolo c’è l’implicazione negativa del single visto come una malattia. Non è così, ovviamente. Single sono i giovani che si trasferiscono in un luogo diverso per studio e per lavoro e non guadagnano abbastanza per mettere su famiglia. Single sono i divorziati, che scelgono di non avere una nuova relazione stabile (per lo più donne).
Ci sono anche persone che vivono da sole ma dentro una relazione, i cosiddetti Lat, (living apart together): si riducono gli attriti dovuti alla convivenza quotidiana, si salvano i propri spazi e abitudini.
È una scelta più costosa, riservata a chi può permettersi due case, comune tra i giovani che non vogliono rinunciare all’indipendenza ma più popolare tra gli adulti più anziani, abbienti, che hanno carriere consolidate e separate, magari vivono in città o Paesi diversi, o persone divorziate, che vogliono ridurre la minimo i disagi e le frizioni per figli avuti da relazioni precedenti.
Tra gli over 75 una donna su due vive da sola. Sono principalmente vedove, perché la vita media maschile è più breve. Nel 2050 (Istat) gli over 65 che vivranno da soli saranno 6,5 milioni, contro i 4,6 milioni del 2024. Due milioni di single in più. E qui la singletudine ha poco a che fare con il glamour, la libertà personale, l’autonomia, le esperienze e i viaggi. Qui essere singoli è spesso sinonimo di solitudine e isolamento. Spesso persone non autonome, senza rete sociale, senza la protezione della famiglia tradizionale.
E si apre un capitolo enorme, che andrebbe indagato al di là dei numeri e che porterà a una trasformazione ancora più radicale della nostra società. Pensioni, servizi sociali, accudimento, tutto dovrà cambiare per far fronte a questo esercito di nuovi single. Partendo da qualcosa che già sappiamo, perché gli studi su alcuni aspetti già ci sono: vivere da soli impatta negativamente sulla salute e aumenta la mortalità. Questo è il piatto amaro che dovremo capire come addolcire.
(da La Stampa)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE DELLA FLORIDA STA CERCANDO DI TENERE UN PROFILO BASSO IN VISTA DI UNA POSSIBILE CORSA ALLA CASA BIANCA NEL 2028: HA CAPITO CHE MOLTI AMERICANI NON APPROVANO DELLA GUERRA E PREFERISCE SCARICARE LA PATATA BOLLENTE A STEVE WITKOFF, JARED KUSHNER E J.D. VANCE
Che fine ha fatto Marco Rubio? Perché il segretario di Stato è quasi sparito dalla trattativa con l’Iran, che in teoria dovrebbe essere il suo mestiere? […] La risposta forse sta nell’ennesimo stop al dialogo, se non ancora il suo fallimento, per l’impatto che l’avventura nel Golfo Persico rischia di avere sul futuro politico dei suoi protagonisti. Tanto che il Partito repubblicano starebbe studiando una campagna elettorale per midterm che non sconfessi le politiche del presidente, ma senza la sua presenza.
Non è un mistero che Rubio accarezzi l’idea di candidarsi alla Casa Bianca nel 2028 e quindi cerca di conservare un ruolo chiave nella gestione del dossier, senza però esporsi al punto di perdere la popolarità necessaria a correre per la presidenza. Non è emarginato, anzi il suo rapporto con Trump si è rafforzato negli ultimi mesi, però ha evitato di compromettersi come il vice Vance, che rischia di perdere la nomination fino a pochi mesi fa data per scontata.
Come capo della diplomazia ogni negoziato ricadrebbe nel portafoglio del segretario di Stato, ma Trump finora ha preferito affidarsi all’amico immobiliarista Steve Witkoff e al genero Jared Kushner, da Gaza all’Ucraina, passando dall’Iran.
Rubio non ha obiettato, limitandosi a scegliere i suoi interventi, come aveva fatto nella trattativa lampo di Ginevra su Kiev, oppure in questi giorni con quella fra Israele e Libano, forse perché sapeva che aveva una ragionevole possibilità di ottenere un risultato positivo, almeno nell’immediato.
Sull’Iran ha lasciato che Vance assumesse la guida del negoziato, sfruttando la
richiesta venuta dagli stessi iraniani di discutere con lui, perché sapevano del suo scetticismo verso l’intervento nel Golfo Persico
Così l’esperto e furbo ex senatore della Florida ha raggiunto il doppio obiettivo di non incrinare il rapporto con Trump, che avrà un ruolo decisivo nella scelta del successore, ma allo stesso tempo non perdere popolarità con la base repubblicana, non convinta dell’operazione militare.
Vance invece ha avuto tensioni col presidente, senza riuscire ad usare la propria opposizione alla guerra per consolidare il sostegno della base Maga, che anzi ora lo vede tra i responsabili di un conflitto mai voluto, anche per il fallimento della trattativa per chiuderlo.
Quando il presidente ha ordinato l’attacco il segretario di Stato era con lui in Florida, a differenza di Vance, e sfruttando il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale è rimasto al centro dell’azione. Nello stesso tempo si è tenuto abbastanza defilato per evitare di esporsi e far scivolare la sua popolarità come quella del presidente, intervenuto ieri alla cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, compromettendo le possibilità di prendere il suo posto.
Rubio ha sempre detto che il candidato naturale alla successione è il vice, assicurando che se l’amico J.D. deciderà di candidarsi, lui non lo sfiderà nelle primarie. Questo impegno però si fa sempre meno solido col passare del tempo, un po’ perché Vance potrebbe arrivare alla conclusione che non ha più il supporto necessario a vincere, e un po’ perché potrebbe indebolirsi al punto di invitare sfide alla sua nomination.
Rubio ha fatto attenzione anche a tenersi aperta la possibilità cambiare la linea del paese. Sull’Ucraina è noto il suo scetticismo verso Vladimir Putin, che risale ai tempi di quando era senatore, figlio di una famiglia scappata da Cuba. Ha criticato anche lui gli alleati per il mancato aiuto in Iran, lasciandosi però lo spazio di manovra per riaggiustare la Nato, se andasse alla Casa Bianca. Ha scelto questo profilo perché è quello che meglio preserva il suo futuro politico.
(da La Repubblica)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL COMUNICATO: “LA DECISIONE È MATURATA ANCHE A SEGUITO DELLE REITERATE E GRAVI DICHIARAZIONI PUBBLICHE DEL MAESTRO, OFFENSIVE E LESIVE DEL VALORE ARTISTICO E PROFESSIONALE DELLA FONDAZIONE TEATRO LA FENICE E DELLA SUA ORCHESTRA”
“La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi,
comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”. Si legge in una nota della Fondazione.
“La decisione – si spiega – è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenice e della sua Orchestra. Tali affermazioni, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’Orchestra”.
“La Fondazione Teatro La Fenice – conclude la nota – ribadisce il proprio impegno nella promozione di un ambiente professionale fondato sul rispetto reciproco, sulla collaborazione costruttiva e sull’eccellenza artistica”.
La decisione arriva a seguito delle dichiarazioni di Beatrice Venezi in un’intervista rilasciata nei giorni al quotidiano argentino La Naciòn. “Io non ho padrini – aveva detto -, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”. Un’affermazione dalla quale già ieri aveva preso le distanze il sovrintendente Nicola Colabianchi, affermando di non condividerla e sottolineando “l’ottima qualità” dell’orchestra.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA SVELATO DA “LA STAMPA”: QUANDO GIORGIA MELONI CHIAMO’ DI FOGGIA INFORMANDOLA CHE NON SAREBBE STATA CONFERMATA ALLA GUIDA DI TERNA, LA MANAGER CHIESE GARANZIE PER IL FUTURO… LA PREMIER LE PROPONE DI FERMARSI UN ANNO PER ANDARE A GUIDARE, NEL 2027, OPEN FIBER, LA CUI NOMINA SPETTERÀ A CASSA DEPOSITI E PRESTITI (CDP), PER SOVRINTENDERE ALLA NASCITA DELLA RETE UNICA … DI FOGGIA, PER ACCETTARE, CHIESE CHE LA PROMESSA DELLA PREMIER VENISSE MESSA NERO SU BIANCO: UNA RICHIESTA IRRITUALE E IRRICEVIBILE. A QUESTO PUNTO FU PROPRIO DI FOGGIA A CHIEDERE DI ESSERE INDICATA PER LA PRESIDENZA DI ENI
Giuseppina Di Foggia lascia Terna con una buonuscita complessiva di 1,3 milioni di euro: all’indennità da 108 mila euro lordi negoziata con la società si aggiungono, infatti, la cifra pro quota del variabile 2026 e le stock option che le spettano per contratto per il piano di incentivi a lungo termine – previsti per tutti i dirigenti. La manager incasserà subito 300 mila euro, mentre la parte restante le sarà versata in tre anni.
L’accordo, però, è subordinato «alla nomina a presidente del consiglio di amministrazione di Eni», altrimenti Di Foggia riceverà l’intera «indennità integrativa di fine rapporto spettante per la posizione di direttore generale».
Si chiude così una vicenda al limite del grottesco, ma figlia anche di un’interpretazione maldestra della direttiva Giorgetti del 2023 che chiedeva ai manager delle aziende partecipate dal Mef di rinunciare ai trattamenti di fine rapporto.
Di Foggia, però, nel suo braccio di ferro con il governo ha sottovalutato lo statuto di Terna. Se lo avesse conosciuto a fondo, probabilmente, non avrebbe chiesto alla premier Giorgia Meloni di andare a presiedere l’Eni. Per capire cosa sia successo, occorre tornare alla settimana dopo Pasqua, quando la premier chiama Di Foggia e nella telefonata di cortesia – che non ha riservato all’ex ad di Leonardo, Roberto Cingolani – la informa che non verrà confermata alla guida di Terna.
La manager, quindi, chiede garanzie per il futuro: la premier le propone di fermarsi un anno per andare a guidare, nel 2027, Open Fiber, la cui nomina spetterà a Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Peraltro, il mandato è chiaro: sovrintendere alla nascita della rete unica procedendo al matrimonio tra Open Fiber e Fibercop.
Di Foggia ci riflette, ma per accettare chiede la promessa della premier venga messa nero su bianco. Una richiesta irrituale, oltre che irricevibile. A questo punto è proprio Di Foggia chiedere di essere indicata per la presidenza di Eni e la premier acconsente. Dando per scontato che la manager fosse a conoscenza della prassi interna a Cdp che da qualche anno vieta di erogare l’indennità di risoluzione del rapporto per i passaggi tra società del gruppo.
Non per nulla il suo predecessore Stefano Donnarumma, nel 2023, aveva scelto di restare fermo un anno anziché approdare subito alla guida di Cdp Equity: nel 2024, poi è diventato ad di Ferrovie dello Stato. Stesso percorso seguito anche da Luigi
Ferraris: uscito nel 2020 da Terna ha aspettato un anno per prendere la guida di Fs. Nel 2017 Matteo Del Fante incassò una buonuscita da 3,8 milioni di euro (meno dei 7,3 che voleva Di Foggia) prima di passare in Poste, ma era un’alta epoca e Cdp non aveva ancora messo ordine alle regole di governance.
Di Foggia si è resa conto che la situazione si è intensificata al punto che diversi hanno iniziato a mettere in discussione la sua candidatura al vertice di Eni. Le liste del Mef sono bloccate e non modificabili, ma nel frattempo erano iniziati sondaggi su possibili figure sulle quali far confluire i voti per Di Foggia, da Cristina Sgubin a Benedetta Fiorini, candidate dal Tesoro, a Emma Marcegaglia – presentata dalla lista di minoranza dell’imprenditore Romano Minozzi. Motivo per cui la manager ha voluto blindare il proprio paracadute con un accordo di ferro: senza la presidenza dell’Eni, incasserà l’intera spettanza di fine rapporto.
Formalmente Di Foggia terminerà di lavorare per Terna il 5 maggio alla vigilia dell’assemblea di Eni; intanto, sarà il presidente Igor De Biasio – destinato a guidare l’Enav – ad assumere i poteri per la gestione immediata della società, «con le stesse prerogative e gli stessi limiti in precedenza previsti per l’ad, fino all’assemblea del 12 maggio 2026».
(da La Stampa)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
SI POTRA’ ANCORA DIRE CHE HA RAGIONE PER UNA VOLTA GIULI, IL GOVERNO E LA UE CHE NON VOGLIONO IL PADIGLIONE RUSSO ALLA BIENNALE?
Adesso sono diventati tutti dei parnassiani, perfino i leghisti, i grillini e gli altri
ammiratori di Putin, raffinati esteti chiusi nella torre d’avorio della Biennale a godersi l’art pour l’art declamando banalità sulla cultura che c’entra nulla con la politica. E Pietrangelo Buttafuoco viene celebrato a giornali unificati per la sua resistenza in difesa del Bello e del Buono contro quei brutti e cattivi che non vogliono permettergli di costruire con la Russia occasioni di dialogo e ponti culturali e altri luoghi comuni.
Che poi quella di Buttafuoco sia una delle poche nomine sensate fatte dalla destra maldestra in campo culturale è pacifico: del resto, per rendersi conto della pochezza dei camerati sistemati su poltrone più grandi di loro non occorre neanche uscire da Venezia, basta fare un salto alla Fenice.
Ma l’arte non è mai apolitica, come tutto ciò che esprime una visione del mondo. E men che meno può essere indipendente in un regime come quello russo. Infatti, come ha documentato Anna Zafesova sulla Stampa del 13 marzo, a gestire il padiglione russo ci saranno un po’di gerarchi putiniani come la figlia del ministro degli Esteri.
Nel 2007, il Deutsches Historisches Museum di Berlino allestì una bellissima mostra, Kunst und Propaganda im Streit der Nationen 1930-1945, “Arte e propaganda nello scontro delle nazioni”, in cui metteva a confronto l’Italia mussoliniana, la Germania nazista, l’Urss stalinista e gli Usa del New Deal (fra parentesi, quella che ne usciva meglio era l’Italia, perché, a differenza dei loro
remoti discendenti, i fascisti doc un’idea di politica culturale l’avevano, magari sbagliata ma l’avevano, e sapevano pure farla).
Oggi fa rabbrividire che all’Esposizione universale di Parigi del 1937 ci fosse un padiglione tedesco progettato da Speer e sormontato da un’enorme aquila con la croce uncinata, mentre dall’altra parte del viale l’Urss rispondeva con una statua dell’operaio e della kolchoziana alta 24 metri e mezzo.
Domani forse ci scandalizzerà che alla Biennale espongano i protegé di Putin, e non importa se “non faranno propaganda”, come dicono i coeurs simples e anche chi semplice non è, ma in malafede sì.
Già il mero fatto di esserci, alla faccia delle sanzioni europee, è un fatto politico e uno schiaffo all’Ucraina, che infatti l’ha giustamente interpretato così. Anche perché non è che la Biennale stia su Marte.
È autonoma, certo, ma non può far finta che non sia in corso una guerra, che ci siano delle sanzioni decise e applicate anche da noi e che insomma esista ancora la Serenissima e Venezia possa fare la sua politica estera infischiandosene del resto d’Italia e del contesto internazionale.
Anche la Scala è autonoma, ma ha dovuto mandare via Valery Gergiev che è un artista sommo ma anche un propagandista putiniano.
Quindi fa bene Bruxelles a tagliare i fondi, farebbe bene Roma a intervenire sul serio, ha ragione Giuli a non andare all’inaugurazione e Meloni a dire che la politica estera italiana la fa il governo italiano e non la Biennale (anzi, a ben pensarci forse la vera notizia è questa: la destra che in campo culturale ne fa una giusta. C’è sempre una prima volta).
(da “la Stampa”
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
ARRIVATI SOLO ALTRI 4 PICCOLI FINANZIAMENTI DA SOSTENITORI
È un petroliere italiano il primo sostenitore finanziario di Roberto Vannacci. Lo scorso 15 aprile la Compagnia petrolifera Piemontese (C.P.P.) ha donato infatti a Futuro Nazionale un contributo diretto di 30mila euro, che è stato regolarmente registrato e pubblicato nella sezione amministrazione trasparente del sito del nuovo partito del generale. Il versamento è il primo ottenuto da una persona giuridica da quando è nata la forza politica. Fra il 6 marzo e il 13 aprile sono arrivati quattro piccoli finanziamenti da singoli sostenitori: Massimo Perrone (500 euro), Vergine Fernandez (2 mila euro), Cristina Sciarra (3 mila euro) e Marcello Bertucci (mille euro). Altre 70mila euro sono arrivati dalla Associazione “Il Mondo al contrario”,
che era il movimento precedente di Vannacci, che ha anche fornito in natura servizi, stampa materiali e supporto organizzativo per un valore di 13.300 euro.
Il petroliere Finzi ha voluto donare al generale anche se nell’ultimo bilancio ha perso soldi
La Compagnia Petrolifera Piemontese, primo sponsor di Vannacci, è posseduta da Stefano Maurizio Finzi, titolare del 100% delle azioni, anche se il 33,35% è lasciato in usufrutto a Giuliana File (86 anni). L’ultima volta che la società aveva versato un contributo a un partito è stato nel 2020, quando aveva versato 5 mila euro al Comitato Giovanni Toti in vista delle elezioni regionali in Liguria. La C.P.P. nell’ultimo bilancio disponibile, quello del 2024, aveva registrato un fatturato di 84,733 milioni di euro, in deciso rialzo rispetto ai 72,719 milioni di euro dell’anno precedente. Però aveva chiuso i conti in rosso con una perdita di 48.233 euro (l’anno prima aveva guadagnato 357.602 euro). La sua attività principale è quella della gestione diretta di una rete di distributori di carburante.
Il conto per donazioni e tessere a Intesa San Paolo nella sede a due passi da Mediobanca
Il conto corrente per le donazioni al partito di Vannacci è stato aperto a Banca Intesa San Paolo nella sede storica del vecchio Banco Ambrosiano dietro piazza della Scala e a due passi dalla sede di Mediobanca di via Filodrammatici. Sullo stesso conto corrente confluiranno i proventi del tesseramento lanciato dal generale da qual che settimana. Ma le cifre sono piccole: 10 euro per i soci ordinari, 20 euro per i soci sostenitori e cifra libera per i soci simpatizzanti che però non avranno diritto di voto negli organi interni (a differenza delle altre due categorie di soci). Tessere ad hoc anche per minori fra i 16 e i 18 anni, che però non possono iscriversi online e per farlo hanno bisogno della firma dei genitori in presenza.
(da Open)
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