Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO LO STORICO E DOCENTE DI OXFORD, PETER FRANKOPAN, “L’ASPETTATIVA MEDIA DI VITA PER UNA RECLUTA RUSSA DAL MOMENTO DELL’ARRIVO NEL CAMPO DI ADDESTRAMENTO ALLE ZONE DEL FRONTE VARIANO TRA I 10 GIORNI E LE TRE SETTIMANE. NELLE AREE DEI COMBATTIMENTI NON SI SOPRAVVIVE OLTRE I 20-35 MINUTI” … GRAZIE AI NUOVI DRONI E ALLE STRATEGIE IDEATE DAL MINISTERO DELLA DIFESA DI KIEV, ADESSO VERREBBERO MESSI FUORI COMBATTIMENTO 8 RUSSI PER OGNI UCRAINO
«Stiamo molto attenti alle mosse disperate di un uomo che sta annegando», scrive adesso lo
storico e saggista Peter Frankopan, docente a Oxford, sulla rivista Foreign Policy . Il problema è evidente: il regime russo dispone di migliaia di testate atomiche e Putin ne parla di frequente.
Lo storico ricorda che negli ultimi mesi le fanterie di Putin hanno perso territorio, sebbene ieri la Tass abbia segnalato la cattura di due villaggi nelle regioni di Dnipro e Zaporizhzhia.
Inoltre, Frankopan sottolinea che le perdite tra i soldati russi sarebbero gigantesche: circa 30.000 mensili tra morti, feriti e dispersi. Le fonti che cita sono i blogger russi, quelle ucraine e i centri di studi militari occidentali.
A suo dire, «l’aspettativa media di vita per una recluta russa dal momento dell’arrivo nel campo di addestramento alle zone del fronte variano tra i 10 giorni e le tre settimane». Addirittura, nelle aree dei combattimenti non si sopravvive «oltre i 20-35 minuti».
Grazie ai nuovi droni e alle strategie ideate dal ministero della difesa di Kiev, adesso verrebbero messi fuori combattimento 8 russi per ogni ucraino. Impossibile verificare questi dati. Nella mancanza di cifre ufficiali credibili da entrambe le parti, le valutazioni che vanno per la maggiore riportano complessivamente circa 1,2 milioni tra morti, feriti e dispersi russi contro meno di 600.000 ucraini.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE ROBERT HARRIS: “LA MINACCIA ADESSO ARRIVA DALLA DESTRA E NON PIÙ DAL SOCIALISMO O DAL COMUNISMO. UN CATTIVO? LA GENTE HA PIÙ PAURA DEGLI IMMIGRATI CHE DEL GRAN CALDO PERCHÉ GLI IMMIGRATI SONO VISIBILI, IL CAMBIAMENTO CLIMATICO FINORA NON LO ERA. IN PIÙ I GIORNALI SOFFIANO SULLA PAURA E SUL RISENTIMENTO”
Robert Harris prima di diventare lo scrittore di bestseller storici che conosciamo era un giornalista della Bbc. Saranno queste sue origini che lo fanno accalorare quando parla di attualità. Fatherland, il romanzo distopico dove i nazisti vincono la Seconda guerra mondiale, lo ha lanciato nel 1992. Da allora non ha mai mancato un colpo. Trentaquattro anni di successi editoriali: Enigma, la trilogia di Cicerone, Pompei, Il Ghostwriter, Conclave, solo per citare i più famosi
A dieci anni dal referendum sulla Brexit e con Londra che raggiungerà in settimana i 40 gradi, perché la gente ha più paura degli immigrati che del cambiamento climatico?
«Perché gli immigrati sono visibili, il cambiamento climatico finora non lo era. In più i giornali si occupano dei migranti perché di questo parlano i politici. Soprattutto Reform di Nigel Farage e ancora più a destra Restore di Rupert Lowe, che teorizza remigrazione e deportazioni. Soffiano sulla paura e sul risentimento ed è un circolo vizioso».
Sette primi ministri negli ultimi dieci anni e sette nei precedenti 40 anni. Cosa sta succedendo nel Regno Unito?
«Una parola: Brexit. È dove tutto il disastro è iniziato. Tre quarti dei parlamentari non volevano lasciare l’Unione europea e negli anni sono stati costretti a votare provvedimenti in cui non credevano. […] Bank of England aveva avvertito, inascoltata. Uk ha perso l’8 per cento del suo Pil, la gente è più povera e disperata».
Brexit è la causa o si potrebbe anche dire che c’erano cause sottostanti che hanno portato a Brexit?
«Capisco il punto e in parte è vero. Ma la politica doveva disinnescare le paure. La prima era che l’Europa avrebbe centralizzato sempre più le decisioni, togliendo potere a Londra. Cosa che non si è verificata, anzi è successo l’opposto. E sull’emigrazione abbiamo chiuso agli studenti, all’idraulico polacco, ai camerieri italiani che comunque erano in Uk non per restare. L’idraulico polacco sta sei mesi e poi torna in Polonia.
Li abbiamo rimpiazzati con migranti dalla Nigeria, dall’India e dal Pakistan che vengono per restare e portano le famiglie. Il paradosso di Brexit è che l’immigrazione è aumentata ed è più stabile. I conservatori sono diventati così impopolari, perché i loro elettori si sono sentiti traditi».
Andy Burnham (salvo altri cataclismi) diventerà il prossimo premier grazie al successo travolgente nelle elezioni di Makersfield e il partito laburista pensa che con lui potrà vincere la elezioni del 2029. Lei come la vede?
«Burnham sarà più popolare nel breve periodo perché non è freddo e burocrate come Starmer. Ha empatia con la gente, ma nel lungo periodo avrà gli stessi problemi perché mancano i soldi. Abbiamo un debito pubblico altissimo e pochi margini di manovra. Farà meglio di Starmer, ma non escludo a breve un ottavo premier […]».
I grandi politici sono quelli che vendono sogni, anche in situazioni critiche. Vede qualcuno del genere all’orizzonte?
«non ci sono molti sogni da vendere quando mancano i soldi. la storia ci insegna che in queste situazioni la gente cerca l’uomo forte».
In una narrazione distopica, come quella che lei ha fatto in Fatherland, chi sarebbero oggi i cattivi?
«C’è una sorta di impulso fascista nell’umanità, che ama il controllo autoritario e lo stile law&order e non ama le minoranze e i migranti, le libertà civili. Sicuramente c’è una tendenza di questo tipo in atto. E la minaccia adesso arriva dalla destra e non più dal socialismo o dal comunismo. Anche la Russia è un’autocrazia di destra».
Un cattivo
«Elon Musk, il primo trilionario della storia, è un problema. Tra social media, IA, data center, satelliti ha una concentrazione di potere e ricchezza come un Paese europeo di media grandezza e la capacità di influenzare fortemente la politica. Questa è la tendenza che vedo, grandi concentrazioni di potere delle Big Tech fuori controllo».
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
I SEDICENTI CUSTODI DELLA PUREZZA NON DIFENDONO UN POPOLO VIVO: CONGELANO UN CADAVERE E LO CHIAMANO NAZIONE… PER NON DIRE CHE BASTA VEDERE LE CARATTERISTICHE SOMATICHE DEI, SEDICENTI ARIANI “CUSTODI DELLA PUREZZA” PER METTERSI A RIDERE
I custodi della purezza non difendono un popolo vivo: congelano un cadavere, e lo chiamano
nazione.
C’è un lago in Germania dove, prima di fare il bagno, bisogna superare un esame. Non di nuoto: di lingua. All’Heidesee, una vecchia miniera a cielo aperto, oggi allagata, alle porte di Halle, da qualche settimana un addetto all’ingresso valuta se il tedesco dell’aspirante bagnante sia abbastanza buono — abbastanza, dice il regolamento, da capire le istruzioni di sicurezza. Chi non passa, resta fuori.
Il gestore giura che è solo prudenza: l’acqua è profonda, la riva scende a picco, «e la morte non si può escludere». Potrebbe sembrare una delle tante cronache di questo
caldo straordinario — un lido preso d’assalto, una regola in più al cancello. Ma in un Land che a settembre va al voto — la Sassonia-Anhalt, dove l’AfD è data oltre il 40% —, su quel divieto si allunga l’ombra della remigrazione.
La prospettiva del «ritorno al Paese d’origine» non mira soltanto a sanare le irregolarità. Allude all’espulsione, su base etnica, di milioni di persone — richiedenti asilo e stranieri regolari, ma anche, ed è il punto che la rende esplosiva, cittadini di seconda generazione: secondo i teorici del progetto, ogni straniero «non assimilato» sarebbe passibile di rimpatrio.
Per quanto i suoi sostenitori la presentino come una tecnica giuridica, capace di sciogliere situazioni di conflitto e di rischio, la remigrazione è la «soluzione» pratica che la teoria della Grande Sostituzione — o «sostituzione etnica» — porta con sé: il vero collante della galassia della destra estrema globale.
Il testo che le ha dato nuova vita è Le Grand Remplacement (2012) di Renaud Camus: un autore colto e raffinato, capace di vestire di letteratura un’idea da pogrom. La sua tesi è che l’«uomo bianco» stia per essere sostituito da un tipo umano meticcio, «svuotato». Di quel libro, e della genealogia antisemita da cui discende, ho già scritto, qui mi basta ribadirne il presupposto, perché è il perno su cui tutto poggia: l’idea che esista un’identità pura, un’essenza data in origine, e che mescolarla significhi distruggerla.
È una convinzione antica — premessa di tutte le teorie della razza — che oggi ritorna nel discorso pubblico con una leggerezza inquietante: fino a pochi anni fa slogan eversivo, essa circola ormai a grande velocità e con una legittimità nuova.
Saremmo tentati di liquidarla come una deriva tedesca; in realtà è la trama di una rete internazionale che dall’Europa arriva fino agli Stati Uniti e all’Australia. In poco più di due anni la remigrazione è passata da tabù impronunciabile a proposta da discutere nel Parlamento europeo. E l’Italia non è certo in seconda fila: nel maggio 2025 si è tenuto a Gallarate, organizzato dall’identitario Andrea Ballarati, il primo «Remigration Summit», con esponenti dell’AfD tedesca e della destra radicale francese; ne è seguito un secondo in Toscana, a settembre, alla vigilia delle Regionali.
A quei summit Roberto Vannacci ha dato la propria benedizione: se nel 2025, da eurodeputato e vicesegretario della Lega, aveva definito la remigrazione «una battaglia per la libertà e la civiltà» e promesso di portarla «a Bruxelles», nel febbraio 2026, proprio intorno a quell’idea, ha lasciato la Lega e ha fondato il suo partito, «Futuro Nazionale».
Io credo che questo passo fuori dalla coalizione di governo, lungi dall’essere una rottura, possa rivelarsi, semmai, una mossa che la rafforza. Un partito di governo non può permettersi di pronunciare certe parole: quando, qualche anno fa, un ministro usò proprio l’espressione «sostituzione etnica», dovette correre a precisare che non intendeva ciò che pure aveva detto.
Chi siede nei consessi europei e tratta con le cancellerie deve mantenere una faccia rispettabile: non può abbracciare apertamente un piano di deportazione su base etnica.
E allora, a farsi carico delle posizioni impresentabili, dev’essere qualcun altro. Sganciandosi dal vincolo di governo e mettendosi a capo di un partito tutto suo, Vannacci — che dell’incorrettezza ha fatto un capitale politico — si è reso libero di fare esattamente questo: dare voce alle tesi impronunciabili, tenere salda la rete dei movimenti di estrema destra, spostare in avanti il confine di ciò che si può non solo pensare, ma anche progettare.
È un lavoro opaco e insieme astuto, che risponde a una precisa divisione dei ruoli: prestare la voce agli estremisti — da CasaPound alla Rete dei Patrioti, dai Veneto Fronte Skinheads a Forza Nuova — e lasciare che la destra di governo incassi la radicalizzazione senza pagarne il prezzo; anzi, che si presenti come l’argine ragionevole rispetto a ciò che essa stessa ha contribuito a rendere pensabile.
Ma qual è il presupposto della «sostituzione etnica» che renderebbe necessaria la remigrazione?
È la convinzione che esista un’identità pura — l’italiano, l’europeo, il bianco — la cui essenza, data in origine, si distruggerebbe per contaminazione. Com’è possibile credervi? Nessuna identità è incontaminata, perché nessuna identità è una realtà univoca.
L’italiano di oggi non è quello di un secolo fa, e non sarà quello di un secolo a venire; ed è precisamente in questo scarto da sé che una persona, un insieme di persone, un popolo rimane vivo.
In questo senso la «sostituzione etnica» accade ogni giorno. Accade ogni volta che un bambino impara una parola nuova, che una cucina adotta una spezia, che due persone provenienti da spazi lontani mettono al mondo qualcuno.
È semplicemente il movimento che la storia porta con sé: un’identità le cui componenti smettessero davvero di essere «sostituite» — di trasformarsi, di contaminarsi, di accogliere — sarebbe un’identità morta. I custodi della purezza non difendono un popolo vivo: congelano un cadavere, e lo chiamano nazione.
Ecco perché non possiamo sorridere della storia del lago come di una bizzarria tedesca dell’estate. È, semmai, la prova di quanto sia facile far passare l’esclusione per buon senso, e farla fruttare come serbatoio di voti. Al cancello di un lido, come nei progetti di una politica nazionalista, si pretende di decidere chi appartiene e chi è di troppo, riducendo la cittadinanza a un fatto di sangue. La remigrazione non è una politica migratoria: è la pretesa di fondare, su un’identità che non esiste, il diritto di stabilire chi sia abbastanza umano da poter restare.
(da La Stampa)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
“L’UE IMPONE SANZIONI ECONOMICHE A UN PAESE E INVIA AIUTI FINANZIARI E ARMI A UN ALTRO (ISRAELE). LE CONTRADDIZIONI SUGGERISCONO CHE LE PREOCCUPAZIONI SI RIDUCONO AGLI INTERESSI POLITICI ED ECONOMICI DELLE DIVERSE REGIONI DEL MONDO”
Un j’accuse sfuggito quasi a tutti. Dai media internazionali fino ai diretti interessati. Eppure l’occasione era quella più unica che rara del concistoro straordinario dei cardinali convocato da papa Leone XIV per esaminare quella che Prevost ha definito “la cultura del potere” globale che alimenta i conflitti moderni e aprire così una riflessione su come la Chiesa dovrebbe rispondere.
Ebbene, è successo giovedì, ancora prima dell’apertura dei lavori da parte del Pontefice, che tanto scalpore ha suscitato con le sue parole di attacco allo stesso concetto di “guerra giusta”, a detta di Leone invocata troppo spesso per giustificare azioni militari, è accaduto un altro fatto.
Esordendo alla conferenza a porte chiuse, il prefetto del dicastero vaticano per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), Víctor Manuel Fernández, ha scagliato l’accusa più diretta all’Unione europea. Secondo il presule ‘argentino, l’Ue è rea di applicare il diritto internazionale in modo selettivo, legittimando alcune invasioni militari e derubricandone altre a sottocategorie.
Secondo Fernández, custode dell’ortodossia della Chiesa cattolica, i governi applicano sempre più spesso i principi morali e giuridici in base alla convenienza politica piuttosto che a standard universali.
La notizia – rilanciata ieri da Politico, il giornale di Bruxelles – anche solo per questo acquista il potenziale di uno scontro diplomatico, dopo quello che già il Pontefice ha innescato a distanza con il vicepresidente Usa, JD Vance, utilizzatore finale proprio del concetto di “guerra giusta” contro l’Iran attaccato dal papa al Concistoro.
“Se un Paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi; ma se è un alleato, il fatto che manchi di libertà di espressione, diritti umani o democrazia viene ignorato”, ha denunciato ancora Fernández nel suo discorso iniziale ai cardinali rivolgendosi all’Europa “incoerente in politica estera”.
“L’Unione europea, infatti, impone sanzioni economiche a un Paese e invia aiuti finanziari e armi a un altro; eppure non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni, persino più gravi, con conseguenze ancora più brutali per intere popolazioni”, ha aggiunto il prefetto.
Impossibile non vedere nel primo caso la guerra russo-ucraina e nel secondo gli attacchi di Israele a Gaza e ai Paesi circostanti e quelli di Usa&Israele all’Iran. Per Fernández in questo modo “le contraddizioni suggeriscono che, in pratica, le preoccupazioni si riducono agli interessi politici ed economici delle diverse regioni del mondo” e che “non esiste più un quadro di verità e di valori reale e stabile”.
L’altra notizia è che a quanto risulta, le osservazioni di Prevost hanno trovato riscontro nel collegio cardinalizio mondiale, e, secondo Politico, al termine dei colloqui il Vaticano ha fatto sapere, in una sintesi delle discussioni, che “molti” dei gruppi di lavoro cardinalizi concordavano sulla necessità di andare oltre la dottrina tradizionale della guerra giusta.
Il Papa nel discorso conclusivo infatti ha rilanciato, facendolo proprio, “l’appello unanime che è salito da questo Concistoro”, così da propagarlo ai vescovi, alle Chiese, a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola”
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
L’INSOFFERENZA DI CROSETTO PER IL MANCATO ACQUISTO DI ARMI DAGLI USA: “STIAMO FACENDO UNA FIGURA DA PERACOTTARI, ANZI DI PIÙ” … LE SPESE MILITARI, RICALCOLATE ALL’ITALIANA, ILLUDENDOCI CHE AL PENTAGONO FOSSERO TUTTI FESSI COME AD ATREJU E LA RABBIA DEGLI IMPRENDITORI: “L’OSTENTAZIONE DI ORGOGLIO PATRIOTTICO METTE A RISCHIO AFFARI OLTREOCEANO”
La mattina che venne sbandierato il fattaccio di Sigonella, il 31 marzo, Lorenzo Guerini condivise
una premonizione coi suoi colleghi del PD: «Vedrete che a Washington se la ricorderanno…». Parole non banali, se a dirle è un ex ministro della Difesa che può vantare rapporti con gli apparati statunitensi solidi come pochi altri in parlamento.
Non era tanto il diniego all’uso della base siciliana: anche Guerini, per un paio di volte, e pure Roberta Pinotti prima di lui, e altri ancora, s’erano opposti a richieste dell’aviazione statunitense ritenute troppo spregiudicate. Il punto era rivelarlo così, e farsene un vanto per fini di propaganda interna, per confutare le accuse di chi descriveva Giorgia Meloni troppo succube al Pazzoide in Chief della Casa Bianca. «E questo se lo ricorderanno – diceva Guerini – se un po’ li conosco…».
Un po’, vabbè, si fa per dire. Il 3 gennaio del 2020, quando fu ucciso il potentissimo generale iraniano Qassem Suleimani – e anche in quel caso i droni partiti da Sigonella ebbero un ruolo – Guerini fu avvertito prima che la notizia venisse diffusa dal segretario alla Difesa di Donald Trump, Mark Esper, utilizzando il telefono con linea protetta che da qualche giorno l’allora ministro si portava
dietro, essendo stato avvertito che qualcosa stava per succedere. Quando le cose tra Roma e Washington vanno bene, cioè quasi sempre, funziona così.
Quando vanno male, invece, funziona che il segretario generale della NATO, il sempre più irreprensibile Mark Rutte, si sente in dovere di dare una mano per favorire una riconciliazione, e finisce un po’ come l’ispettore Clouseau, i cui slanci geniali finiscono ogni volta col combinare disastri. Altro che trappolone deliberato: Rutte, provando a stemperare le intemerate della Fox trumpiana che lamentava la codardia degli europei mollaccioni, ha replicato che no, che gli alleati della NATO hanno aiutato, eccome, gli Stati Uniti nella loro guerra all’Iran. «Prendete l’Italia, per esempio…».
E lì è successo il patatrac. Dicendo che dalle basi di Aviano e Sigonella erano decollati circa 500 aerei americani, impegnati nelle missioni contro Teheran e dintorni, Rutte pensava di fare un favore.
C’è però un dato politico reale, in questa commedia degli equivoci transatlantica: ed è l’insostenibile ambiguità di Meloni. Fare l’antitrumpiana a casa, perché Trump è odiato dall’elettorato nostrano, ma mostrarsi trumpiana all’estero, perché sennò quello, cioè Trump, s’incazza. Essere l’amica prediletta e al tempo stesso l’alleata schizzinosa; seguace del verbo MAGA nei giorni pari e novella Bettina Craxi nei giorni dispari. Non funziona. Non funziona più.
È la stessa ansia bipolare che ha portato all’incidente del G7 di Èvian. Per giorni, ai suoi confidenti, ai suoi adulatori della TV pubblica, Meloni rispondeva privatamente «vedrai, vedrai», dando consistenza all’ipotesi che il presidente statunitense le avrebbe concesso un bilaterale, e insomma una riabilitazione con tutti gli onori dopo gli scazzi degli ultimi mesi.
Poi invece il bilaterale no, ma almeno un pull-aside, un colloquio riservato come quelli concessi da Trump all’indiano Modi “a margine dei lavori”, come si dice. Una stretta di mano en plein air: insomma, qualcosa.
E dunque forse ha ragione Meloni quando dice che Trump non la racconta giusta, sostenendo che lei lo abbia implorato; ma ha ragione pure Trump, a suo modo, perché le richieste arrivate non dalla presidente del Consiglio, ma dal suo staff ai consiglieri di Trump sono state tante, e ripetute, e un pochino moleste. Ed esaudite quando ormai si disperava di ricevere la grazia
Però neppure si può ridurre il tutto al fastidio estemporaneo di Trump, al capriccio di una giornata in cui s’è svegliato con la luna storta: «Su chi posso buttare letame, oggi?». Il pastrocchio di Meloni nasce prima: nasce dal non aver compreso che Trump non ammette amicizia che non sia devozione, lealtà che non sia asservimento.
Tocca dare ragione ad Andrea Stroppa (a questo siamo!), il factotum di Elon Musk, quando dice che in fondo Meloni ha pensato di poter gabbare il padrone della Casa Bianca come aveva fatto con il capo di SpaceX: ha dispensato promesse per accreditarsi con loro, pensando poi di poter fare spallucce quando il peso di quelle promesse diventava eccessivo.
Le armi che dovevamo comprare dagli Stati Uniti, e non abbiamo comprato perché «Meloni non vuole», come spiegò Guido Crosetto agli imprenditori del settore a dicembre, rifiutando perfino di aderire ai programmi di spesa concordati, come il PURL («Stiamo facendo una figura da peracottari, anzi di più», sbuffò il ministro della Difesa). Il grande accordo su Starlink, finito in gloria pure quello. Le spese militari, ricalcolate all’italiana, in modo ridicolo, conteggiando pure la guardia costiera e il ponte sullo Stretto, illudendoci che al Pentagono fossero tutti fessi come ad Atreju. E poi le resistenze sulla Groenlandia, le titubanze sul Board of Peace. Fino allo strappo clamoroso: quello con Leone XIV.
D’altronde, è stato ingenuo pensare che tutte quelle smancerie di Trump fossero a gratis, che si potesse essere la sua amica del cuore ma poi, alla bisogna, dirgli che c’erano delle linee rosse che non era possibile oltrepassare. Per Trump è come ai tempi di quando c’era lui: o con me o contro di me. Di un’alleata un po’ trumpiana e un po’ no non sa che farsene.
Il resto, poi, è smania da social network. La risposta accalorata, col video registrato da Bruxelles a caldo.
(Oddio, a caldo mica tanto: per ore Meloni ha intavolato una trattativa con La7, dopo essere stata avvertita dell’esistenza di quella telefonata tra l’inviato Daniele Compatangelo e Trump, e ha comunque ottenuto che il tutto venisse messo in onda non all’alba, com’era successo in passato, ma in tarda mattinata, così da avere più tempo per calibrare la risposta.
E nell’ansia del momento, nella concitazione che si fa sbornia di like, s’è deciso di trascendere. E così Antonio Tajani, ricordandosi di essere il ministro degli Esteri, ha deciso di annullare il Business Forum previsto a Miami per lunedì scorso. E tanto che c’era, ha fatto trapelare anche la notizia che avrebbe disertato il ricevimento a Villa Taverna del 2 luglio (l’immancabile cerimonia presso la residenza dell’ambasciatore americano per celebrare l’Independence Day, il non plus ultra della mondanità transatlantica, ma che essendo molto romana, oltre che transatlantica, finisce sempre per essere anche un po’ cafona). E pure quella, sulle prime, deve essere sembrata una mossa geniale per raccattare retweet. Meloni e Tajani in versione Coma Cose: crolla il mondo, ma tu volevi solo cuoricini.
Solo che, smaltita l’ebbrezza, ci si è accorti che nel mondo reale, fuori dai social, a fare i ganassa col presidente degli Stati Uniti c’è da farsi male, ma male davvero. Lo si è capito già lunedì scorso, quando all’assemblea dell’AmCham, l’influente Camera di commercio italo-americana, a Milano, gli imprenditori si sono lamentati con gli esponenti del centrodestra presenti perché questa ostentazione di orgoglio patriottico mette a rischio affari oltreoceano: c’è stato perfino chi ha mostrato i biglietti aerei già comprati per il Forum di Miami.
Il console generale americano, Douglass Benning, s’è pure lasciato scappare una battuta velenosa, sull’inconsueto eccesso di zelo di Tajani.
E allora – contrordine, patrioti! – ecco il ravvedimento. Prima il coro dei «vengo anch’io» a Villa Taverna, che poi significa andare lì a mangiare hamburger di dubbio gusto, dire vari «yes, sir» a casaccio agli sconosciuti che si danno un tono, e far finta di conoscere almeno il nome del governatore del Montana.
Poi, gli elogi sperticati a Tilman Fertitta, il gaudentissimo milionario ambasciatore trumpiano a Roma che però a Roma non c’è quasi mai, visto che vive pressoché ininterrottamente sul suo panfilo stellare ormeggiato sul litorale laziale, col quale ha iniziato un tour nelle varie città costiere italiane per celebrare, questa è la scusa, il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti.
(da Dagoreport)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA PELLICOLA, CON PROTAGONISTA ARMIE HAMMER, ATTORE CADUTO IN DISGRAZIA PER LE ACCUSE DI STUPRO E PER LE SUE FANTASIE CANNIBALISTICHE E SESSUALI ESTREME È STATA CENSURATA IN GERMANIA, PERCHÉ “INCITA ALLA VIOLENZA CONTRO I MIGRANTI”
Elon Musk sta promuovendo con forza Citizen Vigilante, il controverso film interpretato da Armie Hammer e incentrato sulla criminalità legata all’immigrazione clandestina. L’imprenditore ha persino pubblicato gratuitamente il film sul suo social X per 48 ore, permettendo agli utenti di guardarlo senza costi. Secondo Musk, il film ha superato i 15 milioni di visualizzazioni, e ha già anticipato l’idea di un possibile sequel.
La pellicola, uscita il 19 giugno in alcune sale e sulle piattaforme digitali, racconta la storia di un americano residente in Europa che decide di farsi giustizia da solo, prendendo di mira immigrati irregolari responsabili di reati violenti e magistrati accusati di infliggere pene troppo lievi.
A rendere ancora più controverso il progetto è la presenza di Hammer, la cui carriera era crollata nel 2021 dopo accuse di abusi e cattiva condotta, aggravate dalla diffusione di messaggi privati contenenti fantasie di cannibalismo. L’attore ha sempre negato di aver commesso reati e negli ultimi anni è tornato gradualmente a lavorare nel cinema.
Il regista Uwe Boll sostiene inoltre che Citizen Vigilante sia stato di fatto censurato in Germania, dove l’ente di classificazione avrebbe rifiutato di assegnargli una fascia d’età, impedendone così la promozione e la distribuzione nelle sale. Secondo Boll, la decisione sarebbe stata motivata dal timore che il film potesse «incitare alla violenza contro i migranti».
Il regista afferma di essersi ispirato a un caso di cronaca avvenuto ad Amburgo nel 2016, quando una quattordicenne fu violentata da un gruppo di adolescenti che ricevettero pene sospese.
Boll è noto soprattutto per i suoi adattamenti cinematografici di videogiochi, come House of the Dead, Alone in the Dark e BloodRayne, e nel 2006 fece parlare di sé
sfidando sul ring alcuni dei suoi critici più accesi, battendoli in incontri di pugilato poi trasformati nel documentario Raging Boll.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
UN GUAIO ANCHE PER L’EXPORT DI PETROLIO, CRUCIALE PER L’ECONOMIA DI MOSCA … LO STORICO E DOCENTE DI OXFORD, PETER FRANKOPAN: “STIAMO MOLTO ATTENTI ALLE MOSSE DISPERATE DI UN UOMO CHE STA ANNEGANDO”
Cosa farà Vladimir Putin a fronte dell’evidente fallimento della sua campagna militare contro
l’Ucraina? La domanda è lecita, specie all’incalzare dei raid di droni ucraini sempre più al cuore del sistema energetico e militare nemico.
E le risposte variano dalla possibilità di una mobilitazione di massa, che andrebbe inevitabilmente a intaccare gli equilibri interni della società russa, all’eventualità che Putin, messo alle strette, possa minacciare di ricorrere all’arma atomica.
Ieri il presidente russo, riconoscendo i gravi problemi di approvvigionamento di carburante generati dagli attacchi ucraini, ha istituito una task force per garantire le forniture. «Siete ben consapevoli che le difficoltà per gli automobilisti e per le imprese persistono», ha ammesso ieri.
Putin ha anche spiegato che le riserve di benzina ammontano a 1,7 milioni di tonnellate e che si sta valutando «la necessità di bloccare l’esportazione di gasolio». Parole rivelatrici di una crisi interna senza precedenti: l’economia russa si fonda sull’export energetico. «Stiamo molto attenti alle mosse disperate di un uomo che
sta annegando», scrive adesso lo storico e saggista Peter Frankopan, docente a Oxford, sulla rivista Foreign Policy .
Il problema è evidente: il regime russo dispone di migliaia di testate atomiche e Putin ne parla di frequente. Lo storico ricorda che negli ultimi mesi le fanterie di Putin hanno perso territorio, sebbene ieri la Tass abbia segnalato la cattura di due villaggi nelle regioni di Dnipro e Zaporizhzhia.
Inoltre, Frankopan sottolinea che le perdite tra i soldati russi sarebbero gigantesche: circa 30.000 mensili tra morti, feriti e dispersi. Le fonti che cita sono i blogger russi, quelle ucraine e i centri di studi militari occidentali.
A suo dire, «l’aspettativa media di vita per una recluta russa dal momento dell’arrivo nel campo di addestramento alle zone del fronte variano tra i 10 giorni e le tre settimane». Addirittura, nelle aree dei combattimenti non si sopravvive «oltre i 20-35 minuti». Grazie ai nuovi droni e alle strategie ideate dal ministero della difesa di Kiev, adesso verrebbero messi fuori combattimento 8 russi per ogni ucraino. Impossibile verificare questi dati.
Nella mancanza di cifre ufficiali credibili da entrambe le parti, le valutazioni che vanno per la maggiore riportano complessivamente circa 1,2 milioni tra morti, feriti e dispersi russi contro meno di 600.000 ucraini. Ma la novità sono soprattutto i raid di Kiev, che secondo la Reuters hanno ridotto la capacità di raffinazione del greggio russa a 700.000 barili al giorno (nel 2021 erano 6 milioni). Kiev ieri ha annunciato di avere colpito altre due importanti raffinerie e un ponte ferroviario.
Frankopan invita dunque a seguire con attenzione le mosse prossime di Putin, che per «mantenersi a galla potrebbe spingere la testa degli altri sott’acqua»
(da “Corriere della Sera”)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DELLA CORTE E’ STATA PRESA CON UN SOLO VOTO DI SCARTO: 5 FAVOREVOLI E 4 CONTRARI (MA SEI GIUDICI SU NOVE SONO CONSERVATORI, E TRE LI HA NOMINATI PROPRIO TRUMP)
I voti per corrispondenza possono arrivare anche dopo l’Election Day. Lo ha stabilito la Corte Suprema che era stata chiamata a chiarire se gli Stati possono conteggiare le schede spedite tempestivamente ma pervenute il giorno dopo l’election day.
La decisione arriva mentre Donald Trump si sta battendo contro il voto via mail. La decisione è stata presa con 5 voti a favore e 4 contrari. “Le norme relative al giorno delle elezioni non stabiliscono un termine ultimo per la ricezione delle schede”, ha detto la giudice Amy Comey Barrett.
“La decisione crea il rischio serio di minare ulteriormente la fiducia dell’opinione pubblica nelle nostre elezioni e nel nostro sistema di autogoverno”, ha detto il giudice Samuel Alito spiegando la sua contrarietà alla decisione delle maggioranza della Corte Suprema.
I saggi hanno respinto la tesi dei repubblicani, secondo cui contare le schede arrivate per posta dopo l’Election Day viola le leggi federali. Circa 30 stati americani più il distretto di Columbia hanno un periodo di grazia per il conteggio delle schede arrivate dopo l’Election Day. Un periodo che la Corte conferma senza però entrare nel dettaglio della durata. A votare con i tre giudici liberal sono stati il capo della Corte Suprema John Roberts e la conservatrice Amy Comey Barrett.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
I GIUDICI (A MAGGIORANZA CONSERVATRICE, TRE SU NOVE NOMINATI DA TRUMP) HANNO CONFERMATO IL VERDETTO E IL PAGAMENTO DI CINQUE MILIONI DI DOLLARI, RIFIUTANDOSI DI ESAMINARE L’APPELLO DEL PRESIDENTE … RESTA PENDENTE UN PROCEDIMENTO SEPARATO CHE HA PORTATO A UNA CONDANNA AL RISARCIMENTO DI 83,3 MILIONI DI DOLLARI
La Corte suprema degli Stati Uniti ha respinto oggi, 29 giugno, il ricorso del presidente Donald
Trump volto ad annullare il verdetto della giuria che nel 2023 lo aveva ritenuto colpevole di violenza sessuale e diffamazione nei confronti della scrittrice Jean Carroll, confermando la condanna al pagamento di cinque milioni di dollari.
Lo riferisce l’emittente “Nbc News”. I giudici hanno rifiutato di esaminare l’appello di Trump, lasciando in vigore sia il verdetto sia il risarcimento civile. La vicenda trae origine da una causa federale intentata dalla Carroll a Manhattan, in cui la scrittrice sosteneva di essere stata aggredita da Trump nel camerino di un grande magazzino nel 1996.
Le accuse di diffamazione riguardano invece le dichiarazioni rese da Trump dopo il suo primo mandato presidenziale, nelle quali aveva definito le accuse della Carroll una “truffa” e una “montatura”.
Trump aveva impugnato la sentenza sostenendo che il giudice federale Lewis Kaplan non avrebbe dovuto ammettere le testimonianze di altre due donne — Jessica Leeds e Natasha Stoynoff — che avevano accusato Trump di condotta sessuale scorretta, ne’ consentire alla giuria di visionare il celebre video “Access Hollywood”, una registrazione del 2005, divenuta pubblica durante la campagna presidenziale del 2016, in cui Trump veniva ripreso mentre si vantava in termini volgari di poter molestare le donne in virtu’ della sua notorieta’.
Trump ha sempre negato tutte le accuse. Resta pendente un procedimento separato che ha portato a una condanna al risarcimento di 83,3 milioni di dollari per dichiarazioni diffamatorie rese da Trump durante il suo primo mandato: in quel caso Trump invoca l’immunita’ presidenziale
(da agenzie)
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