Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
UNA VITTORIA DEL CENTROSINISTRA AVREBBE COME PRIMA CONSEGUENZA LA SOSTITUZIONE DEL SOVRINTENDENTE DELLA FENICE NICOLA COLABIANCHI, GRANDE SPONSOR DI VENEZI … SECONDO NERVO SCOPERTO È LA BIENNALE, DOVE LO SCONTRO È TUTTO A DESTRA FRA IL PRESIDENTE BUTTAFUOCO (DIFESO DA BRUGNARO E DAL GOVERNATORE STEFANI) E IL GOVERNO SULLA RIAPERTURA DEL PADIGLIONE RUSSO
Le elezioni comunali del 24 e 25 maggio, dopo dieci anni di amministrazione di
centrodestra dell’imprenditore Luigi Brugnaro (inciampato in un’indagine giudiziaria tuttora in corso), complici gli sbandamenti della maggioranza di governo sui casi Venezi e Biennale, sono il primo vero test dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia.
La sfida fra il senatore e segretario regionale del Pd Andrea Martella, 57 anni, e l’assessore uscente al Turismo Simone Venturini, un “civico” di 38, non riguarda solo il futuro di questo ecosistema unico fatto di terra e acqua dove vivono 250 mila persone (di queste, circa 47 mila nel centro storico in costante spopolamento).
Per capirlo basta trascorrere un sabato mattina con i due candidati, impegnati in una campagna quartiere per quartiere nonostante i sondaggi clandestini al momento diano in vantaggio di 5 punti lo schieramento composto da Pd, Riformisti, M5S, Avs, Rifondazione comunista e da due civiche rispetto al progetto “Venturini sindaco” appoggiato da FdI, Lega, Forza Italia, Udc e Partito dei Veneti.
Non è un dettaglio da poco che un big come il senatore FdI Raffaele Speranzon (molto vicino alla premier) abbia fatto un passo indietro nonostante l’accordo raggiunto a suo tempo con la Lega sulle regionali. Per non parlare dell’ipotesi Luca Zaia, che chissà se ha mai davvero accarezzato l’idea di trasformare la parola Doge in qualcosa in più di un soprannome.
«Anche qui con il referendum si è avvertita una grande voglia di cambiamento, Brugnaro ha governato in modo accentratore e paternalista – dice Martella, mentre scatta foto con i sostenitori al mercato di Marghera, frequentatissimo anche dalla comunità bengalese sorta intorno a Fincantieri e sempre più significativa in termini elettorali –. Vogliamo per Venezia uno statuto speciale, avere potestà legislativa su materie come abitazioni, turismo e trasporti, e salvarla quando intorno al 2050 il Mose non basterà più».
Dietro i reciproci attacchi, le questioni che intrecciano locale e nazionale sono almeno quattro. Primo, la Fenice, terremotata dall’indicazione di Venezi come prossima direttrice musicale. Gli orchestrali sono sul piede di guerra, considerano la nomina dettata da amichettismo di destra più che da un curriculum adeguato al ruolo. «Il giorno dopo l’elezione incontrerei le parti coinvolte, il bene del teatro supera ogni cosa. Ci sono stati eccessi su tutti i fronti, ma all’inizio forse ci sono state delle forzature» ammette Venturini.
Una vittoria del centrosinistra, invece, avrebbe come prima conseguenza la sostituzione del sovrintendente Nicola Colabianchi, grande sponsor di Venezi. «Resetteremo tutto» conferma Martella.
Secondo nervo scoperto è la Biennale, dove lo scontro è tutto a destra fra il presidente Pierangelo Buttafuoco (difeso da Brugnaro e dal governatore Stefani) e il governo sulla riapertura dopo quattro anni del padiglione russo. L’inaugurazione del 9 maggio si avvicina e giovedì il cda dell’ente si riunirà per decidere come rispondere all’Unione europea che ha minacciato di tagliare due milioni di euro se la Biennale non bloccherà la performance curata, fra gli altri, dalla figlia del ministro degli Esteri del Cremlino.
A Palazzo Chigi si starebbero valutando misure drastiche, dal commissariamento a un decreto ad hoc, pur di evitare il cortocircuito diplomatico. «Brugnaro ha accentrato su di sè le deleghe alla Cultura, e questo è parte del problema» sostiene Martella, evidenziando le contraddizioni degli avversari. «Noi vigileremo perché la presenza russa non si trasformi in un’occasione di propaganda russofila» replica Venturini, consapevole che nelle prossime settimane la vicenda deflagrerà.
Terzo, la sicurezza, qui come in tutte le aree metropolitane italiane. Sarà un caso, ma Martella sta organizzando un dibattito con la sindaca di Genova Silvia Salis e altri amministratori d’area impegnati a cambiare lo sguardo della sinistra sul tema, mentre il 5 maggio incontrerà l’ex capo della polizia Franco Gabrielli. Il quarto, infine, l’overtourism, piaga che Venezia ha sperimentato prima di altri. Venturini difende il ticket d’ingresso in città da 5-10 euro «unico strumento concreto dopo cinquant’anni di chiacchiere» e immagina di ampliare i periodi in cui si paga. Martella, all’opposto, pensa di cancellarlo e pianificare i flussi turistici con l’intelligenza artificiale.
È su queste basi che il mese più lungo della politica veneziana sta per iniziare. A Favaro Veneto Simone Venturini saluta i suoi sostenitori con un «Speremo che dura. Io ce la metto tutta». A Marghera i supporter di Andrea Martella lo caricano con un «Duri i banchi». Espressioni veneziane che spiegano bene ciò che accade anche a livello nazionale: il centrodestra cerca di resistere, il centrosinistra dopo anni vede la possibilità di tornare al governo.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
“IL CONCERTO GRATUITO DELLA DJ TECHNO BELGA CHARLOTTE DE WITTE HA INFUSO UNA VENTATA DI ENERGIA GIOVANILE IN UNA CITTÀ ASSOPITA E DEMOGRAFICAMENTE ANZIANA” … “SALIS È AMMIRATA ANCHE PER IL MODO IN CUI HA GESTITO COMMENTI E CRITICHE SESSISTE”
È stato un mese turbolento nella politica italiana. Il fallimento del referendum sulla riforma giudiziaria ha incrinato l’aura di invincibilità della premier Giorgia Meloni, provocando le dimissioni del governo e costringendola a darsi da fare per ricostruire la propria credibilità.
Allo stesso tempo, il suo rapporto, un tempo privilegiato, con Donald Trump si è incrinato dopo che il presidente americano l’ha rimproverata pubblicamente questa settimana per aver criticato il suo attacco a Papa Leone e per non aver appoggiato la guerra israelo-americana contro l’Iran.
Mentre a Roma si consumava il dramma, una scena ben diversa prendeva forma nella città norditaliana di Genova. Oltre 20.000 persone hanno riempito la centrale Piazza Matteotti lo scorso fine settimana per assistere al concerto gratuito della pluripremiata DJ techno belga Charlotte de Witte.
Non si trattava di una semplice festa. Sul palco, insieme a De Witte, ballava Silvia Salis, sindaca di Genova, ex lanciatrice del martello olimpica, con tanto di occhiali da sole, considerata una possibile sfidante di Meloni alle prossime elezioni politiche. Il filmato dell’evento si è diffuso rapidamente online, amplificando la notorietà di Salis.
«È stata una ventata di aria fresca», ha affermato Giulia Bianchi, consulente aziendale di Genova. «È particolarmente apprezzata per aver infuso una ventata di energia giovanile in una città assopita e demograficamente anziana».
Salis, 40 anni, è stata eletta sindaca di Genova meno di un anno fa, ottenendo una vittoria fondamentale per l’opposizione nella vasta città portuale, che in precedenza era stata governata dalla destra per otto anni.
Progressista e indipendente, ha ricoperto un ruolo di rilievo nel Comitato Olimpico Italiano prima di essere invitata a candidarsi a sindaco da un’alleanza di forze di sinistra e di centro. Il suo successo l’ha immediatamente posizionata come potenziale figura unificante a livello nazionale.
Sebbene l’opposizione sia stata rinvigorita dalla sconfitta referendaria di Meloni, che molti hanno interpretato come un’ampia bocciatura del suo governo, rimane frammentata e non ha un leader chiaro in grado di sfidare credibilmente il primo ministro alle prossime elezioni, previste prima dell’ottobre 2027.
Elly Schlein , leader del Partito Democratico, il principale partito di opposizione, e Giuseppe Conte, ex primo ministro e capo del Movimento 5 Stelle, si
contenderanno la nomination alle primarie una volta che l’alleanza avrà concordato un programma. Ma nessuno dei due gode di grande popolarità tra gli elettori italiani come potenziale primo ministro.
Salis, che ha partecipato a due Olimpiadi e ha il logo dei cinque cerchi tatuato sul collo, aveva promesso di portare a termine il suo mandato da sindaco, ma in una recente intervista a Bloomberg è sembrata aperta alla possibilità di candidarsi alle elezioni. «È chiaro che non posso sfuggire a questa attenzione nazionale, non posso eludere le domande. È una cosa interessante, mi lusinga», ha detto. Pur affermando che non parteciperà ad alcuna elezione primaria, prenderebbe in considerazione la possibilità di guidare l’opposizione se le venisse chiesto. «Di fronte a una richiesta di unità, non posso dire che non la prenderei nemmeno in considerazione. Mentirei».
La festa techno non è stata casuale. Il Comune di Genova si è fatto carico delle spese nell’ambito della strategia di Salis di utilizzare gli spazi pubblici per eventi gratuiti al fine di promuovere l’inclusione sociale e la riqualificazione urbana, soprattutto per i giovani residenti.
La festa ha avuto anche una valenza simbolica, in contrasto con il decreto “anti-rave” di Meloni, che ha represso gli assembramenti non autorizzati, una delle prime leggi emanate dal suo governo dopo l’insediamento nell’ottobre 2022.
Da quando è diventato sindaco, tra le altre priorità di Salis figurano la rivitalizzazione dell’economia di questa repubblica marittima un tempo potente, il miglioramento del trasporto pubblico e la lotta alla criminalità.
Salis ha accresciuto la sua notorietà partecipando alle proteste dello scorso autunno contro la guerra a Gaza e sostenendo i lavoratori portuali che bloccavano le spedizioni di armi destinate a Israele.
“Si è davvero esposta, in netto contrasto con Meloni, che non ha mai preso posizione in un senso o nell’altro”, ha detto Bianchi. “La trovo davvero una ventata di aria fresca e promettente.”
Davide Ghiglione, giornalista genovese, ha affermato che Salis gode di grande popolarità soprattutto perché pone i giovani al centro delle sue priorità.
“È giovane, è dinamica”, ha detto Ghiglione. “Non proviene da una famiglia di politici, ma è un’ottima comunicatrice e sa usare bene i social media.”
Salis è ammirata anche per il modo in cui ha gestito commenti e critiche sessiste, comprese quelle riguardanti il suo modo di ballare con i tacchi Manolo Blahnik, a cui ha risposto dicendo di sostenere i valori di sinistra ma di voler semplicemente vestirsi bene. Bianchi ha affermato che criticare Salis per le sue scarpe era chiaramente un segno di disperazione da parte di coloro che cercavano di oscurare la sua stella nascente. “Indossa un paio di Blahnik: è il meglio che riescono a fare? Che patetico.”
(da “The Guardian” )
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
UNA NUOVA TEGOLA PER IL PARTITO DI GIORGIA MELONI, DOPO IL RINVIO A GIUDIZIO DEL PRESIDENTE ARS, GAETANO GALVAGNO, VICINO A LA RUSSA, PER CORRUZIONE, PECULATO, FALSO E TRUFFA – A VIA DELLA SCROFA TREMANO: SE ESPLODE LA SICILIA DEI LA RUSSA E DEI MUSUMECI, SO’ DOLORI PER LA MELONI…
Rinviata a giudizio per corruzione l’assessora regionale al Turismo Elvira Amata di
Fratelli d’Italia e condannata a due anni e sei mesi l’imprenditrice Marcella Cannariato, ex moglie del patron di Sicily by Car Tommaso Dragotto.
Sono i primi verdetti dell’indagine sulla gestione dei fondi all’assessorato al Turismo legata a filo doppio con quella riguardante lo scandalo dei finanziamenti erogati dalla presidenza dell’Ars.
È una nuova tegola anche per Fratelli d’Italia dopo il rinvio a giudizio del presidente dell’Assemblea regionale Gaetano Galvagno per corruzione, peculato, falso e truffa.
Le due imputate hanno scelto strade diverse: l’assessora Amata si difenderà in dibattimento che inizierà il 7 settembre davanti ai giudici della terza sezione del tribunale palermitano. L’imprenditrice Cannariato ha optato invece per il rito abbreviato che le ha consentito lo sconto di un terzo della pena.
Il patto corruttivo fra le due donne emerge durante l’inchiesta principale sulla corruzione alla presidenza dell’Ars, lo scandalo che ha travolto Gaetano Galvagno
Gli investigatori della guardia di finanza scoprono che Marcella Cannariato ha
assunto il nipote della politica di Fratelli d’Italia. Amata ottiene da Cannariato (legale rappresentante della A&C Broker S.r.l.) il contratto per il nipote comprensivo delle spese per l’alloggio durante i mesi di lavoro a Palermo.
L’imprenditrice avrebbe ricevuto in cambio dall’esponente di Fratelli d’Italia un finanziamento di 30 mila euro per un convegno organizzato a Palermo dalla Fondazione Bellisario, di cui Cannariato era rappresentante per la Sicilia.
Scrivono gli investigatori del gruppo tutela spesa pubblica del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo: «Particolarmente significativa circa il pactum sceleris in essere tra il privato corruttore (Cannariato) ed il pubblico ufficiale (Amata) è una comunicazione telefonica intercorsa il 16 febbraio 2024 tra l’imprenditrice e Valeria Lo Turco, segretaria particolare dell’assessore, nel corso della quale Cannariato ammette di corrispondere delle utilità indebite alla Amata esclusivamente per conquistarne i favori».
Nella telefonata Cannariato dice che Amata «non può dire più niente (…) lei no non me lo può dire». E ancora: «È già tanto che un ragazzino di niente ti guadagna mille cinquecento euro al mese». Marcella Cannariato pagava pure le spese di soggiorno per il giovane a Palermo.
E quando dopo un primo finanziamento alla Fondazione Bellissario, l’assessora Amata sembrava tergiversare su un’altra richiesta, Cannariato sbottò: «A me no non lo può dire, perché la scanno viva».
Il rinvio a giudizio e la condanna di ieri riguardano soltanto uno dei quattro processi in corso nati dall’indagine madre sullo scandalo Galvagno.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
MARIO GIORDANO, CHE SUL PALCO DELLA KERMESSE LEGHISTA A MILANO, URLA “REMIGRAZIONE!” E DEL DEBBIO, SCHIERATO SU POSIZIONI CRITICHE RISPETTO ALLA FAMIGLIA BERLUSCONI, FANNO SALTARE SULLA SEDIE PIER SILVIO E MARINA … A TAJANI E’ STATA PROSPETTATA UNA VIA D’USCITA NELLA PROSSIMA LEGISLATURA (LA PRESIDENZA DEL SENATO)… SONO INIZIATE LE MANOVRE PER AVERE, IN CASO DI PAREGGIO, UN GOVERNO PD-FORZA ITALIA, CON L’AGGIUNTA DEI CENTRISTI E DI UNA LEGA GUIDATA DA LUCA ZAIA O MASSIMILIANO FEDRIGA
Forse era inevitabile per un partito che ha le sue radici in un’azienda, un movimento che scelse la prima linea dei suoi parlamentari tra gli agenti di Publitalia.
Sta di fatto che la faglia tra le due anime di Forza Italia, quella più liberal della famiglia Berlusconi e quella più legata al governo Meloni rappresentata da Antonio Tajani e i suoi (ex) capigruppo, si sta spostando con dinamiche simili dentro Mediaset.
Gli ultimi giorni hanno visto lo schierarsi di due nomi di peso della televisione, due volti che hanno rappresentato in questi anni la punta di lancia del sovranismo televisivo, come Paolo Del Debbio e Mario Giordano. Il conduttore di “Fuori dal coro” è salito sul palco della kermesse leghista in piazza Duomo a Milano, gridando
«remigrazione! remigrazione!». Un’uscita non commentata dai Berlusconi e da Forza Italia, ma certo il partito milanese era notoriamente schierato su un’altra linea, lontana dagli estremisti della piazza
Tanto che due consiglieri di Forza Italia a palazzo Marino, tra cui il capogruppo Luca Bernardo, hanno garantito il numero legale affinché passasse un ordine del giorno del Pd contro il Remigration Summit.
Uno scontro in piena regola, che può essere spiegato solo in parte con le tensioni sulla scelta del prossimo candidato sindaco del centrodestra. E tuttavia la piazzata di Giordano a favore delle deportazioni degli immigrati non è stata la cosa più commentata a Cologno Monzese, dove invece sono tutti saltati sulle sedie alla lettura di un articolo-bomba, firmato da Paolo Del Debbio su la Verità, all’indomani del vertice tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani.
Una dura requisitoria in cui il giornalista prendeva metaforicamente a ceffoni i suoi datori di lavoro. «Inopportuno convocare il segretario di un partito, seppure fondato dal padre, ma che deve godere di un’ampia autonomia politica e, soprattutto, è profondamente sbagliato convocare questo signore quando ricopre un incarico istituzionale così fondamentale come quello di ministro degli Esteri».
Una critica frontale, identica a quella risuonata in Parlamento, ma sulla bocca dell’opposizione.
Dunque, che sta succedendo?
Che il congresso di Forza Italia in realtà è già iniziato, e procede in parallelo a quello interno a Mediaset.
Con le regole della Casa, naturalmente, dove un certo grado di pluralismo è ammesso, purché non vada in rotta di collisione con la strategia pianificata dalla Famiglia. Una direzione di marcia che prevede una presa di distanza sempre più marcata dai sovranisti, in vista di una nuova legislatura che si immagina molto diversa dall’attuale. Non verranno fatti più sconti a nessuno, nemmeno a Giorgia Meloni. E pazienza se, dopo la sconfitta di Orbán e gli attacchi di Trump, la premier e i suoi Fratelli d’Italia si stanno riavvicinando al Ppe. Forza Italia è decisa a fare da guardiana alle porte Scee, senza garantire facili lasciapassare.
Al vertice di Cologno Monzese pare che a Tajani sia stata prospettata una via d’uscita dorata nella prossima legislatura – la presidenza del Senato – accompagnata da una manciata di candidature sicure. Ma niente di più. Forza Italia andrà invece rifondata con la segreteria affidata al governatore piemontese Alberto Cirio. Una svolta moderata che investirà prima o poi anche i programmi tv, da qui forse il nervosismo dei volti più esposti con la destra.
Un’eco di questi scontri è arrivata anche gli avversari. Giuseppe Conte, ad esempio, due giorni fa ha raccontato ai suoi quello che gli è stato riferito da un forzista vicino al ministro degli Esteri: «Pare che Pier Silvio Berlusconi, nei suoi incontri in Germania per ottenere dal governo tedesco una buona accoglienza all’acquisizione di ProSiebenSat, si sia speso il nome di Bianca Berlinguer.
Sapete, Enrico Berlinguer lo conoscono tutti, e vantarsi di aver preso la figlia del segretario del Pci come volto Mediaset ti dà subito una patente bipartisan».
Naturalmente Conte vede questi movimenti come il fumo negli occhi, perché sa che puntano a uno scenario di pareggio nella prossima legislatura in cui potrebbe riemergere la tentazione di un governo Pd-Forza Italia, con l’aggiunta dei centristi e di una Lega guidata da Luca Zaia o Massimiliano Fedriga. Solo fantasie? Il fatto che alla riunione di Cologno sia rispuntato anche l’inossidabile Gianni Letta per molti è stato il segnale del rinascere dello spirito del Nazareno. Quello del Patto Renzi-Berlusconi.
(da Repubblica)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
LA MINACCIA È ARRIVATA DURANTE IL CONVEGNO SUL LIBRO “DALLA DETERRENZA ALLA COERCIZIONE: LA NUOVA DOTTRINA NUCLEARE DELLA RUSSIA” DI CUI KARAGANOV È UNO DEGLI AUTORI… COSA NE PENSANO SALVINI E CONTE, CHE AUSPICANO DI TORNARE A ACQUISTARE GAS DALLA RUSSIA? E COSA HA DA DIRE GIORGIA MELONI?
Mentre il mondo ha gli occhi puntati sul Golfo, e ascolta Donald Trump minacciare
l’Iran se non rinuncerà definitivamente al piano di dotarsi dell’atomica militare, nel cuore dell’Europa, a Roma, c’è chi parla tranquillamente di usare armi nucleari sul Vecchio Continente
Mercoledì scorso, 15 aprile, l’ambasciatore della Federazione russa Alexey Paramonov ha ospitato nella sua residenza romana un convegno, organizzato attorno alla presentazione del libro “Dalla deterrenza alla coercizione: la nuova dottrina nucleare della Russia”. Il volume è firmato da tre autori, Sergej Avakyants, Sergej Karaganov, Dmitrij Trenin.
Gli ultimi due sono il presidente onorario del Presidium del Consiglio per la Politica Estera e di Difesa e il presidente del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali, definiti da Paramanov «tra i più autorevoli esperti russi nel campo della sicurezza nucleare», ovviamente alla testa di due istituzioni organiche al Cremlino.
La discussione dura un paio d’ore, gli ospiti sono diversi, molti del mondo diplomatico, come Bruno Scapini, ex ambasciatore italiano e autore della prefazione. Il punto di vista, però, è sempre e soltanto quello di Mosca.
Le tesi sono note: nessun riferimento negativo a Donald Trump, la guerra in Ucraina scatenata dalla Nato – attenzione: non dagli Stati Uniti – e la colpa storica dell’Unione europea, che la rende automaticamente un nemico esistenziale per Vladmir Putin. L’epilogo, possibile, è inquietante.
E lo tratteggia con poche parole uno degli autori, Karaganov, un falco del putinismo, intervenendo in videoconferenza da Mosca: «Non è escluso che dovremo fare un’escalation. Prima si potrebbe parlare di attacchi con armi convenzionali nei centri decisionali delle principali città europee. Se questo non basterà, potremo arrivare all’impiego di armi nucleari»
Non è la prima volta che le autorità russe o gli esperti che fanno eco alla volontà di potenza di Putin immaginano scenari da incubo per l’Europa. È nel canovaccio di Dmitrij Medvedev, l’ex presidente che dal febbraio 2022, dal giorno uno dell’attacco a Kiev, si è specializzato nell’intimidazione nucleare.
Questa volta però la minaccia è stata formalizzata in territorio che solo per le regole diplomatiche è russo – la residenza dell’ambasciatore – ma che per sostanza e geografia è italiano. E tutto avviene in un momento in cui, prima uno dei due vicepremier del governo italiano, il leghista Matteo Salvini, e in seconda battuta un leader dell’opposizione, il presidente del M5S Giuseppe Conte, hanno aperto alla possibilità di riagganciarsi al gas russo (interrotto come sanzione per la guerra
Ucraina), alla luce dell’emergenza energetica scatenata dalla guerra di Trump in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz.
Sarà interessante sapere cosa pensano di quelle dichiarazioni così bellicose legittimate da Paramonov, che nel suo intervento lascia più di un avvertimento. La Russia, sostiene, resta «un membro responsabile del club nucleare, aderente al Trattato di non proliferazione».
Ma «allo stesso tempo a Mosca prosegue un serio dibattito sulle possibili risposte a eventuali ulteriori abusi nel campo della sicurezza strategica da parte dei Paesi dell’Ue e della Nato, e si esaminano diverse opzioni di risposta, qualora le minacce rivolte alla Russia dovessero oltrepassare le “linee rosse” definite dall’attuale dottrina nucleare russa».
Il libro parla di questo: del passaggio dalla deterrenza alla coercizione, come svolta strategica se la Russia sarà «costretta» dall’Ue.
Secondo Karaganov, che non è nuovo a queste teorie muscolari, «le élite europee sono impazzite» e «stanno mandando i propri popoli al macello per mantenere le proprie posizioni. Dobbiamo fermarle con ogni mezzo possibile.
Al momento, lo stiamo facendo sul campo di battaglia, ma, se le élite europee non porranno fine alla guerra aggressiva contro la Russia e non si ritireranno, molto probabilmente, abbastanza presto, la Russia sarà costretta a salire ulteriormente, in modo ancora più deciso, la scala dell’escalation».
Parole chiare, riportate con grande evidenza sul sito della sede diplomatica di Mosca a Roma e condivise dall’ambasciatore, già entrato in rotta di collisione con il governo italiano, con il presidente della Repubblica e convocato più volte alla Farnesina, dal ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. [
(da La Stampa)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
RENZI A VANNACCI: “SEI UN PARACULO. O MOLLI LA DESTRA E LA DESTRA PERDE LE ELEZIONI. O STAI CON LA DESTRA E TU PERDI LA FACCIA” – VANNACCI SI FA PORTAVOCE DEL CREMLINO IN ITALIA: “NON POSSIAMO PENSARE AI DIRITTI UMANI E NON IMPORTARE ENERGIA DALLA RUSSIA” .”DANDO ARMI AGLI UCRAINI NON ABBIAMO FATTO IL LORO BENE” E RENZI LO FERMA: “I SOLDATI UCRAINI LI HA UCCISI PUTIN, NON L’UE”
Ospite da Fedez, c’è Roberto Vannacci che esordisce con un’allerta a Giorgia Meloni: «Ho tracciato delle linee rosse, da destra pura…». E Matteo Renzi prova subito a infilzarlo: «Generale, sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo la destra perde». Vannacci ribatte: «Vedi? Hai capito». E l’ex premier replica: «Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti te!». E scoppiano tutti a ridere.
Non è un talk show, non è un comizio. Non è nemmeno davvero un’intervista. È un ring (digitale) dove la politica prova a parlare la lingua dei social. Sul palco di Pulp, il format YouTube di Fedez e Mr Marra, si affrontano due mondi che più lontani non potrebbero essere: Vannacci, eurodeputato di estrema destra, e Renzi, ex premier e paladino del riformismo.
Fedez ha telefonato ai duellanti, che hanno subito accettato, anche perché Renzi lamenta da sempre che «nessuno del centrodestra vuole mai confrontarsi con me». I temi: energia, immigrazione, sicurezza, politica estera, sovranismo. «O Vannacci molla la destra e la destra perde le elezioni. O Vannacci sta con la destra e Vannacci perde la faccia», attacca Renzi.
Così il generale (in pensione) abbandona le cautele iniziali e sferza: «Io voglio far vincere la destra, ma bisogna riportare la barra dritta — incalza ricordando le promesse non mantenute dal governo sulla chiusura dei porti ai migranti illegali —. O sono d’accordo con me o me ne vado da solo».
Da una parte la narrazione identitaria, dall’altra il tentativo di smontarla pezzo per pezzo, con dati e battute. Ci sono momenti di tensione vera, altri di leggerezza quasi surreale.
I conduttori non vestono i panni degli arbitri tradizionali: incalzano, provocano, spingono verso lo scontro. È il linguaggio dei social, dove il tempo è breve e l’attenzione va conquistata secondo per secondo. E ancora meglio se c’è la provocazione: è così che il reel incassa milioni di visualizzazioni.
“Meloni ha messo la faccia della Santanchè e di Delmastro, non la faccia sua. Meloni è filo-vento. Meloni stava con Putin, poi è diventata per Zelensky perché le conveniva, voleva uscire dall’euro e poi è diventata europeista. Era contro la Nato, le trivelle e il Tap, poi per interesse si è spostata”. Lo ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ospite di ‘Pulp Podcast’ di Fedez e Mr. Marra, con il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci.
“Io sono quello che apriva le porte e con il vostro governo ci sono meno rimpatri che con il nostro. O te ne vai dal governo o mi chiedi scusa”. Così il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ospite con Roberto Vannacci di ‘Pulp Podcast’ di Fedez e Mr. Marra. Pronta la replica del leader di Futuro nazionale: “Su quest’aspetto, Matteo, non puoi parlare, perché durante il tuo governo avevi la tua ministra degli Esteri, la signora Bonino, che ha ammesso di fronte a tutti: ‘Abbiamo chiesto noi che gli sbarchi avvenissero in Italia’. Quindi, sei responsabile”.
Renzi interviene allora per sottolineare che “e qui c’è l’errore, epic fail: la ministra Bonino era ministra di Enrico Letta. Hai presente ‘Stai sereno’? Non c’entro una mazza io. Quindi, epic fail di Vannacci”.
Un obiettivo per le elezioni? “Io sono ambiziosissimo: io sogno la doppia cifra e devo dire che sono un po’ piacevolmente esterrefatto, perché il partito è nato 45 giorni fa e siamo oggi a 26mila iscritti e a sondaggi che ci danno al 4%”. Lo ha detto il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, ospite di Pulp Podcast con il leader di Iv, Matteo Renzi.
L’Europa “della difesa comune a me fa una paura terribile, perché poi chi è che comanda? E c’è un altro problema: io da militare in riserva ho giurato fedeltà alla mia patria e io combatto per la mia patria. Non combatto né per von der Leyen, né per Bruxelles, né per Macron”.
Però è anche un parlamentare europeo? “Infatti, faccio in modo che ciò non si realizzi”, ha risposto il generale. “Con risultati discutibili, al momento”, la chiosa del leader di Iv.
“La politica non è morale, ma non può neanche essere immorale, generale. Non puoi dire: ’Non me ne importa niente dei diritti umani’. Perché con questa logica noi uccidiamo la politica e la trasformiamo in tecnocrazia senz’anima e io su questo non sarò mai d’accordo. Poi si può discutere di tutto. Io sono uno di quelli che per primo, il 24 febbraio 2022, ha detto, accanto alle sanzioni ai russi e accanto all’invio delle armi agli ucraini, serve un’iniziativa diplomatica. Ma se noi non avessimo mandato le armi, oggi non ci sarebbe più l’Ucraina e oggi Putin sarebbe arrivato a Kiev”. Lo ha detto il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ospite di ‘Pulp Podcast’ con il fondatore di Futuro nazionale, Roberto Vannacci.
Il leader di Iv è intervenuto per dire: “È colpa dell’Europa? Dai, Roberto, per favore, scusami. Sono morti mezzo milione di ucraini, perché li ha ammazzati Putin, non perché li ha ammazzati la von der Leyen. E daje, ragazzi, sennò ci si piglia in giro”.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UN SECONDO ASPETTO DELLA POLITICA DI MELONI CHE RISENTE DI UNA CAPACITÀ DI GIUDIZIO IMPERFETTA: LA SUA CONVINZIONE CHE PER GOVERNARE OCCORRA PREVALERE IN UNA SERIE DI SCONTRI. È L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA DELL’ADESIONE ALL’IDEOLOGIA TRUMPIANA”
La vicinanza politica al presidente Trump e al movimento Maga lungamente tenuta
dalla premier Meloni, l’esito del referendum sulla giustizia, l’impostazione dell’attività di governo per il prossimo anno e mezzo: ecco tre temi che richiedono una riflessione congiunta, se si vuole evitare che questa promettente legislatura si concluda con un bilancio assai modesto.
Per lungo tempo e forse anche oggi, malgrado le stizzite e plateali accuse di Trump verso di lei e l’Italia, la nostra premier non sembra avere colto nella personalità e nell’azione di Donald Trump il vero tratto distintivo
Un tratto distintivo da lui candidamente rivendicato fin dall’inizio: la volontà di abbattere i limiti posti dallo stato di diritto, sul piano interno come su quello internazionale.
Proprio questo ha reso vano il pur lodevole proposito di Giorgia Meloni di «tenere unito l’Occidente» accondiscendendo a un presidente americano di nuovo tipo: istintivamente comprensivo verso i leader delle potenze autocratiche, ma impegnato a fondo nel tentativo di frantumare l’Unione europea.
Non poteva giovare all’Italia, né alla stessa Meloni, essere vista come capofila del movimento Maga in Europa, invece di far valere senza ambiguità il peso dell’Itali
e la ritrovata stabilità politica, anche per merito suo, per rafforzare la Ue e, in tal modo, il vero interesse nazionale italiano.
In occasione del referendum sulla giustizia molti elettori, incerti sul merito e pur essendo scontenti del funzionamento della giustizia in Italia, sono stati riluttanti a spostare il confine tra politica e magistratura a favore della prima.
Probabilmente ha giocato anche il fatto che a chiederlo con tanta foga sia stato un governo mai dissociatosi dalla più potente personalità politica del mondo, dichiaratamente ostile allo stato di diritto.
Nel dibattito referendario, questa preoccupazione era stata respinta come «fuori tema» e chi la manifestava era accusato di volere attaccare strumentalmente il governo. Anche in questo, la capacità di valutazione della premier e della sua squadra ha lasciato a desiderare.
C’è un secondo aspetto della politica di Giorgia Meloni che risente di una capacità di giudizio imperfetta: la sua convinzione, solida e radicata, che per governare, per governare efficacemente, occorra prevalere in una serie di scontri.
È come se dicesse (mi scuso per l’approssimazione): «Ci sono io, c’è la mia maggioranza e c’è il mio governo. Ho il consenso degli elettori (o almeno l’ho avuto qualche tempo fa, magari non un gran consenso, ma comunque più degli altri). Devo poter governare senza inciampi, perché ho il popolo dalla mia. La prossima volta, magari, toccherà ai miei avversari di oggi e a loro volta dovranno poter governare senza inciampi».
Questo schema, prosegue il ragionamento, funzionerà tanto meglio quanto più la legge elettorale riesce a trasformare scarti di voti anche modesti in scarti di seggi più cospicui e quanto minori sono gli ostacoli posti dai paletti fissati dalla Costituzione.
Qui forse sfugge che l’intento dei Costituenti non era quello di consentire margini di abuso in qualche modo equi alle diverse parti politiche che si sarebbero alternate al governo del Paese. L’obiettivo era che nessuna parte dovesse mai abusare del potere ricevuto dagli elettori; non semplicemente puntare a una sorta di pareggio tra gli abusi di chi governa oggi e di chi governerà domani.
In filigrana, il lettore identificherà facilmente alcuni capisaldi del metodo di governo di Giorgia Meloni quale esercitato attualmente e dei «miglioramenti» che
la premier vorrebbe apportarvi con le riforme costituzionali o istituzionali intraprese o previste.
La lunga e acritica adesione all’ideologia trumpiana e la convinzione che il solo modo efficace per governare una Nazione consista nel dividerla, nel minarne l’unità a favore dello scontro, sono dopo tutto due facce della stessa medaglia.
Le opinioni che possono aversi sul tema «collaborazione vs. scontro» non sono ragionamenti astratti. Sono direttamente rilevanti per un problema urgente: che fare dell’anno e mezzo che manca alla fine di questa legislatura?
Un ruolo propulsivo dell’Italia in Europa, la politica economica in un Paese che non cresce (la stabilità politica è l’altra faccia delle rendite che non si toccano nelle categorie elettoralmente corteggiate), che ha inaccettabili e crescenti disuguaglianze e che deve pensare di più anche alla propria sicurezza e difesa.
Nessuno di questi obiettivi sarà conseguito con una politica «muro contro muro». Sarà indispensabile una cooperazione, almeno in certi campi, tra maggioranza e opposizioni.
Mario Monti
(da “Corriere della Sera”)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
CON UNA MAGGIORANZA DI 52 VOTI (SU 100) L’ASSEMBLEA DI +EUROPA HA APPROVATO UNA MOZIONE, PRESENTATA DAL PRESIDENTE DEL PARTITO MATTEO HALLISSEY E DA BENEDETTO DELLA VEDOVA, IN CUI SI CHIEDE “L’AZZERAMENTO DELLA SEGRETERIA E LA CONVOCAZIONE DEL CONGRESSO DEL PARTITO” … MOZIONE CHE PERÒ LA PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA STESSA, AGNESE BALDUCCI, HA VALUTATO “NON LEGITTIMA”: DA STATUTO IL CONGRESSO SI DEVE TENERE OGNI TRE ANNI A MENO CHE IL SEGRETARIO NON SI DIMETTA O VENGA SFIDUCIATO DA ALMENO I DUE TERZI DELL’ASSEMBLEA
C’è aria da resa dei conti dentro +Europa, dove la leadership di Riccardo Magi viene platealmente messa in discussione dagli altri dirigenti del partito. Con una maggioranza semplice di 52 voti (su 100) l’assemblea di +Europa ha, infatti,
approvato una mozione, presentata dal presidente del partito Matteo Hallissey e da Benedetto Della Vedova, in cui si chiede «l’azzeramento della segreteria e la convocazione del congresso del partito».
Mozione che però la presidente dell’assemblea stessa, Agnese Balducci, ha valutato «non legittima»: da statuto il congresso si deve tenere ogni tre anni a meno che il segretario non si dimetta o venga sfiduciato da almeno i due terzi dell’assemblea.
Lo stesso Magi, che è stato rieletto segretario poco più di un anno fa, frena in modo deciso: «Come accade in tutti i partiti, in particolare in quelli autenticamente democratici, e ancor più con l’avvicinarsi delle elezioni anche +Europa è attraversata da un confronto interno vivace e articolato.È mia precisa volontà valorizzare questo dibattito, ascoltando tutte le posizioni -Ma ora non sussistono le condizioni per la convocazione di un congresso straordinario
I suoi oppositori interni, ovviamente, non ci stanno. Della Vedova parla di una «una mozione perfettamente legittima, altrimenti, va da sé, non sarebbe stata messa ai voti. Penso che nella situazione in cui +Europa si trova oggi un congresso politico da tenersi al più presto sia la via migliore per una ripartenza forte e unitaria, piuttosto che andare avanti con la divisione negli organi interni». La tensione resta alta, come il rischio che la vicenda sfoci in uno scontro legale.
(da la Stampa”)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
“DOMANI” RIVELA: “LA SOMMA È ARRIVATA DALLA SOCIETÀ ‘GEMELLA’ A QUELLA DELL’AGENZIA DI STAMPA CHE HA PIÙ VOLTE AVUTO L’ONORE DI INTERVISTARLA”
Tra i finanziamenti ottenuti nel 2022 dalla meloniana Chiara Colosimo, presidente
della commissione parlamentare Antimafia, c’è anche quello da cinquemila euro di AdnKronos Comunicazione, di cui è proprietaria la Gmc, Giuseppe Marra Communications che fa capo a Pippo Marra, patron dell’omonima agenzia di stampa, l’Adnkronos.
La srl, che tra le altre cose si occupa di relazioni pubbliche per enti e imprese, è presieduta dal 2016 dall’ex vicecomandante della Guardia di finanza e amico di Marra, Michele Adinolfi, entrambi archiviati nell’inchiesta sulla P4 che ritrasse l’ex finanziere come figura centrale nel mondo politico e istituzionale, con contatti nel centrosinistra all’epoca del governo Renzi.
I 5mila euro sono stati elargiti, secondo la normativa sulle donazioni. Certo, la somma è arrivata dalla società “gemella” a quella dell’agenzia di stampa che ha più volte avuto l’onore di intervistarla. Un esempio è di aprile 2024: la deputata ha risposto alle tre domande di Adn su diritti e legalità.
(da agenzie)
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