Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
TRA FRATELLINI D’ITALIA SI CHIEDONO: “SE LA CISL NON CI PORTA VOTI, ALLORA COSA CI FACCIAMO?” –… LA CISL È TORNATA A DIALOGARE CON CGIL E UIL. E IL PLATEALE “RITORNO DELLA TRIPLICE” È UN’ALTRA PESSIMA NOTIZIA PER LA DUCETTA
Alla fine è saltata l’alleanza tra la Cisl e Giorgia Meloni. E pure male. «Tutta colpa del
referendum», sibilano nei corridoi di Palazzo Chigi: da parte governativa pare infatti che ci siano state pesanti lamentele (per non dire di peggio) nei confronti di quello che viene considerato «lo scarsissimo apporto della Cisl nella campagna referendaria sulla giustizia». Luna di miele terminata, dunque.
E chi ci rimette, in questo caso? L’ex numero uno del sindacato cattolico, Luigi Sbarra, chiamato alla corte della premier con un incarico da sottosegretario con delega al Sud. «Se la Cisl non ci porta voti, allora cosa ci facciamo?», è la domanda che circola tra quelli di Fratelli d’Italia.
Senza capire però che alla base della mancanza di interesse sindacale c’era l’orientamento della Chiesa cattolica, che non vedeva certo di buon occhio il referendum.
Fatto sta che anche con il cosiddetto decreto Primo maggio il governo non ha voluto pacificare gli animi, in vista della festa dei lavoratori, con il risultato che la Cisl è tornata a battagliare insieme alla Cgil e alla Uil, lasciando Meloni con il cerino in mano
Così Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri e Daniela Fumarola ora parlano continuamente tra loro. Anche davanti a tutti, non solo nelle stanze private e al telefono.
Un plateale “ritorno nella Triplice” da parte della Cisl è avvenuto, oltretutto, in occasione del tradizionale evento organizzato da Confcommercio nella romana Villa Miani, officiato da Carlo Sangalli detto Carluccio, classe 1937, il quale è impegnato nella battaglia contro il “dumping contrattuale”, mettendosi così pure lui insieme al fronte dei sindacati.
Per il governo si tratta di una disfatta totale se pure i commercianti si mettono a remare contro Palazzo Chigi.
In cima a Monte Mario l’esecutivo ha inviato come rappresentante Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro ed ex sindacalista dell’Ugl che però non ha convinto nessuno dei presenti, a proposito del decreto che dovrebbe riscrivere le regole della rappresentanza sindacale: si è messo a parlare di un «incentivo alla contrattazione», poi ha detto che di soldi ce ne sono pochi, ma che «come Lega pensiamo che si debba sforare il patto di stabilità». Insomma, «acqua fresca», per usare un commento della sala.
Glaciale la frase pronunciata da Landini, per mettere alle corde il governo e dare l’idea del rinnovato clima d’intesa tra i sindacati, con la Cisl pronta a fare la propria parte insieme a Cgil e Uil: «Riabituatevi a vederci insieme».
Senza dimenticare di dire che «il governo sta discutendo dell’ennesimo decreto Primo maggio senza le parti sociali, come ha già fatto, e non ci sono stati risultati importanti per chi lavora.
Dovrebbero imparare dall’esperienza: sarebbe meglio si fermassero». La festa dei lavoratori segnerà un punto di non ritorno, tagliando ogni rapporto con il governo. Un fatto che, in vista delle prossime elezioni politiche, si può tradurre in un serio problema per Giorgia Meloni.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
“MALGRADO GLI SFORZI NEI CONFRONTI DI WASHINGTON, ROMA NON HA OTTENUTO NIENTE. L’ITALIA HA SUBITO LO STESSO TRATTAMENTO DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI IN MATERIA COMMERCIALE E HA VISTO ALLONTANARSI LE SPERANZE DI INFLUENZA CHE MELONI AVEVA FONDATO SULL’ADESIONE, COME OSSERVATORE, AL CONSIGLIO DI PACE DI TRUMP”
La premier Giorgia Meloni prende le distanze dal presidente Donald Trump dopo gli attacchi al Papa. Lo scrive il quotidiano “Le Monde”, spiegando che Trump ha finito per prendere “di mira” la titolare di Palazzo Chigi.
“Giorgia Meloni, dirigente di un Paese la cui capitale e’ anche quella della Chiesa universale, non poteva piu’ permettersi la minima ambiguita’ dopo questo affronto fatto al vescovo di Roma”, afferma il giornale francese. “Le Monde” ricorda che Meloni nei mesi passati non ha mai criticato il presidente Usa.
“Malgrado gli sforzi nei confronti di Washington, Roma non ha ottenuto niente”, nota il quotidiano. “L’Italia ha subito lo stesso trattamento degli altri Paesi europei in materia commerciale e ha visto allontanarsi le speranze di influenza che Giorgia Meloni aveva fondato sull’adesione, come osservatore, dell’Italia al Consiglio di Pace di Donald Trump.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
SAVIANO AVEVA SOSTENUTO CHE LA SUA CRITICA NASCEVA DA UNA POSIZIONE CULTURALE E POLITICA, CITANDO SALVEMINI PER SOTTOLINEARE UNA TRADIZIONE DI DENUNCIA MORALE NEI CONFRONTI DEL POTERE
Il giudice monocratico del tribunale di Roma ha assolto lo scrittore Roberto Saviano,
accusato di diffamazione nei confronti di Matteo Salvini perchè in alcuni post che pubblicò sui social nel 2018, quando era ministro dell’Interno, definì il leader leghista “ministro della malavita”.
Lo scrittore aveva affermato che la sua critica nasceva da una posizione culturale e politica ben precisa, citando Salvemini per sottolineare una tradizione di denuncia morale nei confronti del potere.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO L’INFOSFERA GLOBALE, IL PENSIERO SOLARE E “GLI ABERRIGENI”, GIULI-RIDENS INTORTA LA CRONISTA DI “LARIANONET” CON UN PIPPARDONE STRACULT: “ABBIAMO MESSO A DISPOSIZIONE SEI STATUE CLASSICHE SUL TEMA DEL DIONISISMO E QUINDI DEL VINO, DELL’EBBREZZA, E AL TEMPO STESSO DELLA FESTA, DEL SIMPOSIO, CHE SONO UN PO’ IL NOSTRO CODICE DI RAPPORTO CON IL MONDO DELLA PRODUZIONE DEL VINO…” (GIULI, POSA ER FIASCO!)
Ministro, buonasera.
Alessandro Giuli: Buonasera.
Eventi come il Vinitaly mettono in luce il valore del territorio. Cosa può fare oggi la cultura per sostenere e rafforzare filiere come quella del vino?
Alessandro Giuli: Anzitutto ascoltarle, sostenerle attraverso la collaborazione come abbiamo fatto con il Vinitaly mettendo a disposizione sei statue classiche meravigliose sul tema del dionisismo e quindi del vino, della ebbrezza e al tempo stesso della festa del simposio che sono un po’ il nostro codice di rapporto con il mondo della produzione del vino, del buon vino italiano, cioè mostrare che fin dai tempi più remoti il vino in Italia e nel Mediterraneo è un elemento che unisce i popoli, contribuisce al dialogo e crea sviluppo, oggi anche molto lavoro e molta reputazione per tutta l’Italia.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISTA DI LIMES PIERO SCHIAVAZZI: “TRUMP HA CONSACRATO PAPA LEONE LEADER GLOBALE, UN AUTOGOL EPOCALE”… “IL PAPA DIVENTA PUNTO DI RIFERIMENTO DELL’OPPOSIZIONE MONDIALE E CUSTIDE DELLA VERA ANIMA AMERICANA”
A quasi un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, il mondo sembra aver trovato un
nuovo protagonista della scena globale, proprio dove meno se lo aspettava: presso la Santa Sede. Lo scontro frontale degli ultimi giorni tra Donald Trump e Leone XIV, al secolo Robert Prevost, ha segnato il definitivo “fine rodaggio” per il primo Papa statunitense della storia. Se finora il pontefice era apparso cauto, quasi oscurato dall’eredità comunicativa del suo predecessore Jorge Bergoglio, le minacce di Trump e JD Vance hanno innescato una reazione a catena che ha trasformato il Vaticano nel cuore pulsante dell’opposizione al nuovo corso statunitense.
È un paradosso geopolitico: nel tentativo di indebolirlo, il Tycoon ha regalato a Papa Leone il suo “ruggito”, consacrandolo come leader dell’altra America, quella fedele al soft power e a un maggiore rispetto del diritto internazionale e dei confini degli altri stati. Ne abbiamo parlato con il professor Piero Schiavazzi, analista di Limes e docente di Geopolitica vaticana, per capire come questa sfida stia ridisegnando gli equilibri tra le due sponde dell’Atlantico.
Professore Schiavazzi, partiamo dalle ultime ore. JD Vance, il vice di Trump, due giorni fa ha lanciato un avvertimento pesantissimo: “Il Papa deve stare attento quando parla di teologia”. Siamo di fronte all’uscita di un esaltato o a un disegno politico lucido per silenziare il Vaticano?
Guardi, qui siamo di fronte a un paradosso: abbiamo un Presidente che vuole fare il Papa. E lo dico con estrema serietà. Quello a cui assistiamo è uno scontro tra due cristianesimi che, fino a pochi giorni fa, agivano come due enormi iceberg scontratisi sotto il livello dell’acqua. Da una parte la Chiesa Cattolica, dall’altra il mondo evangelico, che rappresenta lo zoccolo duro, anzi durissimo, dell’elettorato di Trump e Vance. Le chiese evangeliche sono fiorenti negli Stati del Sud, nella cosiddetta Cotton Belt, la cintura del cotone e del granoturco. Da anni c’è un’emorragia di anime e di donazioni dai cattolici verso gli evangelici e Leone XIV, il primo Papa statunitense della storia, è stato eletto quasi un anno fa proprio per tamponare questa ferita, non solo spirituale ma finanziaria. Trump non ha mai amato Francesco, ed è venuto al suo funerale con l’intento di “mettere il cappello” sul Conclave. Non avrebbe mai immaginato che lo Spirito Santo avrebbe invece
messo la papalina bianca sull’America, scegliendo un pontefice che è portatore di un’idea di Stati Uniti diametralmente opposta alla sua.
Lei dice che lo scontro era sommerso e ora è emerso. Perché proprio ora? Cosa è cambiato da domenica scorsa?
È cambiata la visibilità. Gli iceberg per l’80-90% sono sommersi; quello che fa notizia è quando le punte si urtano. Fino a ieri era una guerra tra apparati religiosi, oggi è uno scontro frontale tra due Americhe. Come Trump invade il campo della Chiesa pretendendo di dettare la linea teologica perché ha una sua idea di religione funzionale al potere, così Leone XIV – ovvero Robert Prevost – fa “politica” nel senso più alto. Fa politica perché l’idea di America che incarna è l’antitesi di quella della Casa Bianca. Direi così: è in gioco il segreto della “magia americana” nel mondo, quello che chiamiamo Soft Power.
Spieghiamolo meglio. Perché Trump starebbe distruggendo questa “magia” e perché il Papa sarebbe l’unico a poterla difendere?
L’America è sempre stata un “Impero – non-Impero”, un impero che sa di esserlo ma lo nega. Dissemina basi militari ovunque, dall’Italia al Pacifico, ma non le chiama “occupazione”: le chiama presidi a difesa della libertà e della sovranità altrui. Questa “verginità” geopolitica permetteva agli USA di espandersi senza essere percepiti come i classici invasori. Con Trump finisce l’incantesimo: lui ha omologato il linguaggio americano a quello di una qualsiasi potenza rapace. Il suo messaggio è: “Io occupo, io conquisto, non rispetto i confini. Se vuoi venire con me bene, altrimenti prendo il Venezuela, prendo la Groenlandia, annettiamo il Canada come 51esimo Stato”. È l’Impero-Impero. Ma se l’America diventa come la Cina di Xi Jinping, come può poi spiegare ai cinesi che non possono annettere Taiwan con la forza? Se tu rivendichi il diritto di prenderti la Groenlandia, perdi ogni autorità morale. Prevost è il portatore dell’altra America, quella che il mondo ha accettato e ammirato dal 1949 a oggi.
In questo contesto, come legge la solidarietà inaspettata e trasversale arrivata dall’Italia? Giorgia Meloni ed Elly Schlein si sono ritrovate unite nel difendere il Papa dagli attacchi di Washington.
Questa è una lettura profonda che a molti è sfuggita. L’Italia non ha scelto tra il Vaticano e l’America. L’Italia ha scelto l’America, ma ha scelto l’America di
Prevost. Solidarizzare con il Papa significa dire a Trump: “Noi ci riconosciamo negli Stati Uniti che rispettano i trattati e i confini, non nel tuo bullismo geopolitico”. C’è poi una valutazione pragmatica: la presidenza Trump è percepita già al tramonto. Non parlo di fine mandato anticipata, ma della sindrome dell’anatra zoppa. Se perderà le elezioni di metà mandato a novembre, non avrà più maggioranza al Congresso. Ma soprattutto ha già perso il soft power, la simpatia del mondo. E l’Italia, membro della Nato e sede del Papato, ha scelto di stare con l’americano che porta la croce, non con quello che agita il bastone.
Recentemente, in un’analisi su Limes, lei ha parlato della “fine del rodaggio geopolitico” di questo Papa. È stato Trump a dargli, paradossalmente, la spinta decisiva?
Assolutamente sì. È un capolavoro al contrario di Trump. Tra pochi giorni, il 21 aprile, sarà un anno dalla morte di Francesco. Finora Prevost soffriva di una debolezza: non riusciva a “bucare lo schermo”. I suoi discorsi erano profondi, incisivi, ma mancavano del ruggito che ci si aspetta da un Leone. Francesco era un comunicatore nato, Prevost sembrava un accademico prestato al soglio pontificio. Beh, Trump ha appena regalato al Leone il suo ruggito. Il 7 aprile scorso, uscendo dai cancelli di Castel Gandolfo, il Papa ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto: è andato incontro ai giornalisti senza fogli in mano. Ha parlato a braccio, denunciando come “immorale” la minaccia di Trump di distruggere l’intera civiltà iraniana. Ha detto chiaramente che questa politica ha portato il mondo sull’orlo di una crisi economica globale, con i prezzi di gas e petrolio alle stelle. Ma ha fatto anche molto altro.
Cosa?
Ha invitato i cittadini a rivolgersi ai propri congressmen per fermare il Presidente, sta parlando agli elettori americani. Sta dicendo loro di riappropriarsi dei poteri legislativi per dare un indirizzo a un leader che “sbanda”. Trump ha reagito accusandolo di essere debole, ma ha ottenuto l’effetto opposto. Quella che Benedetto Croce chiamava “eterogenesi dei fini”: voleva sminuirlo e lo ha consacrato leader mondiale. Oggi Prevost non è più solo il pastore della Chiesa
cattolica; è percepito come il leader morale planetario dell’opposizione a Trump. È l’Anti-Trump per eccellenza.
Inizialmente, Papa Leone XIV veniva percepito come mite e forse privo del carisma mediatico del suo predecessore Francesco. Ora sta cambiando strategia?
Diciamo che da una settimana il mondo sente molto meno la mancanza di Francesco. Trump, comportandosi da apprendista stregone, ha aperto la botola e ha fatto uscire un gigante. Gli storici parleranno di questo incredibile autogol: cercando di indebolire la figura del Papa, Trump lo ha trasformato in un protagonista assoluto della scena internazionale. Da alcuni giorni, Leone XIV è un leader geopolitico di struttura globale. Il suo rodaggio è finito. E il Papa, grazie a Trump, ha appena scoperto di avere una voce che tutto il mondo sta ascoltando.
(da Fanpage)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
PER CAMBIARE PASSO IN POLITICA ESTERA OCCORRE ALTRO, MELONI FA SOLO FINTA PER RECUPERARE UN MINIMO DI POPOLARITA’
Quindi, ora che si fa? Cioè: adesso che, a quanto pare, Donald Trump è diventato “inaccettabile” e abbiamo sospeso il rinnovo automatico del memorandum sulla difesa tra Italia e Israele, qualunque cosa significhi questa frase, cosa facciamo di bello?
Smettiamo di concedere le nostre basi agli americani per andare a portare armi nel Golfo per bombardare l’Iran, ad esempio, come stiamo continuando a fare dall’inizio del conflitto?
Usciamo dal Board of Peace, unica democrazia a farne parte, seppur in qualità di osservatori, e smettiamo di prestarci al gioco di chi vuole distruggere l’Onu?
Diciamo qualcosa a favore dell’Unione Europea quando Trump e Vance, quello che firma le prefazioni americane dei libri di Meloni, vengono a raccontarci che è il male assoluto?
Rinunciamo a spendere quel che chiede Trump in armamenti e mettiamo quei soldi altrove, magari su scuola e sanità?
E ancora:
Condanniamo finalmente quel che sta ancora accadendo a Gaza, chiamando finalmente un genocidio e un blocco navale illegale col loro nome?
Condanniamo quel che Netanyahu sta facendo in Libano, anche quando non prende di mira il nostro contingente Unifil?
Riconosciamo lo Stato palestinese e il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato per loro?
Perché, spiacenti, questo vuol dire strappare con Trump e Netanyahu.
Non definire inaccettabile un commento sul Papa, o bloccare il rinnovo automatico di un memorandum d’intesa, che la maggioranza stessa dice di ritenere da anni poco più che simbolico.
Se tutto rimane com’è, spiacenti, allora quello di Meloni non è uno strappo. È solo un timido, patetico tentativo di divincolarsi dal bacio della morte dei due leader più impopolari del mondo, per evitare di colare ancora più a picco nei sondaggi.
Un trucco, l’ennesimo, per provare a vendere agli italiani l’ennesima realtà che non esiste.
(da Fanpage)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
SCARICATA DAL TYCOON COME FOSSE UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA, MELONI SI ATTACCA ALLA GIACCHETTA DEL CANCELLIERE CRUCCO MERZ E ADERISCE ALLA RIUNIONE DEI BIG UE SU HORMUZ E SU UNA POSSIBILE SPEDIZIONE CONTINENTALE NELLO STRETTO – POI FA GLI OCCHI DOLCI ALLA CASA BIANCA, INVOCANDO L’UNITÀ TRANSATLANTICA … QUEL MERLUZZIONE DI TAJANI, CON SPREZZO DEL RIDICOLO, AFFERMA CHE CON TRUMP NON SI TRATTA DI CRISI MA DI “DIVERGENZA DI OPINIONI”
Si prepara a volare da Emmanuel Macron. Ospite già venerdì del presidente francese a
Parigi, assieme a Keir Starmer e Friedrich Merz, per discutere del blocco di Hormuz e di una possibile spedizione continentale nello Stretto. L’ufficializzazione arriverà solo oggi, ma l’unica possibilità che la leader non venga fotografata all’Eliseo è legata all’eventualità che il cancelliere tedesco resti in patria. Già ieri, però, Berlino ha fatto sapere che il piano è di esserci.
E dunque, la presidente del Consiglio si prepara a un delicato vertice a quattro nella capitale francese (gli altri parteciperanno solo in collegamento video).
Sarà dunque a colloquio con Emmanuel Macron, con cui ha spesso duellato. Nel linguaggio della politica, c’è poco altro da aggiungere: consumato lo strappo con Donald Trump — per decisione del tycoon, va ricordato — Meloni sceglie di aderire alla riunione dei big Ue su Hormuz. È il dossier geopolitico più delicato di questa fase e il punto di massimo attrito con Washington, perché rappresenta una minaccia esistenziale alle economie dell’Unione.
È evidente che per la premier si tratta di un piano B, ancora da riempire di dettagli. Anche perché la spedizione europea per Hormuz resta avvolta nell’incertezza: oggi gli sherpa — e forse anche i leader — si scambieranno informazioni preliminari, necessarie soprattutto per chiarire cosa hanno in mente Macron e Starmer. Gli americani premono per un impegno immediato (è uno dei punti su cui Trump ha contestato Meloni), mentre gli E4 continuano a ribadire che serve prima un cessate il fuoco solido.
L’impegno italiano sarà dunque definito nei prossimi giorni. E non è detto che si limiti all’invio di cacciamine. Parigi, infatti, potrebbe riattivare una missione congelata tempo fa, chiedendo agli alleati di prendervi parte per la messa in sicurezza di Hormuz. Un modo anche per placare la pressione della Casa Bianca.
Tutto è in movimento. Il nuovo attacco che Trump ha riservato a Meloni rende d’altra parte la mossa quasi obbligata: se gli americani non la riconoscono più come «l’amica Giorgia», non resta che volgere lo sguardo verso Parigi e Berlino. Anzi, prima a Berlino e poi a Parigi: la decisione di partecipare in presenza alla riunione
di Macron e non limitarsi al video-collegamento, infatti, nasce dal confronto con il Cancelliere tedesco. E su Hormuz l’Italia intende muoversi all’unisono con Merz.
È un equilibrio delicatissimo, quello con gli Usa. Non si può rinnegare una relazione definita a lungo speciale, tanto da portare Meloni — unica tra i leader occidentali — all’Inauguration day di Washington nel gennaio 2025. I segnali alla Casa Bianca vanno quindi dosati con cura. Ieri, per dire, Antonio Tajani ha specificato che non si tratta di «crisi, ma di divergenza di opinioni». Matteo Salvini, invece, arriva addirittura a ironizzare sul tycoon: «La guerra, stando a Trump, è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…».
Di certo, Meloni in conferenza stampa con Volodymyr Zelensky lancia segnali distensivi, invocando l’unità transatlantica. Che è poi la ragione per cui a Palazzo Chigi non si esclude che si tenga presto, si spera molto presto, una telefonata con il presidente Usa
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
“REPUBBLICA” SPIEGA CHE LA MESSALINA DI AQUINO SI ISCRIVE NEL 2011, ALLA FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA DELL’ATENEO PRIVATO ROMANO; LA CARRIERA SI CHIUDE NEL 2016 PER RINUNCIA, SENZA CONSEGUIMENTO DEL TITOLO… NEL 2016 LA VISPA CLAUDIA SI ISCRIVE ALL’UNIVERSITÀ TELEMATICA “PEGASO” DI NAPOLI, DOVE CONSEGUE LA LAUREA IN GIURISPRUDENZA IL 5 GIUGNO 2017: UN PERCORSO LAMPO IN 8 MESI … RESTANO DUBBI ANCHE SULLA PARTECIPAZIONE DICHIARATA A SEMINARI E ATTIVITÀ DI FORMAZIONE IN AMBITO POLITICO-ISTITUZIONALE – CLAUDIA CONTE, CHE HA PRESENTATO PROGRAMMI IN RAI, HA INTASCATO FONDI PUBBLICI PER SVARIATE INIZIATIVE, HA AVUTO ACCESSO A INCARICHI, DOCENZE E COLLABORAZIONI LEGATE ALLO STATO, HA COSTRUITO LA SUA ASCESA SU UN CURRICULUM FARLOCCO
In queste settimane si è parlato molto del curriculum di Claudia Conte. Non solo per la relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che la giornalista ha raccontato di avere, ma per il modo in cui quel curriculum è stato utilizzato.
Quel profilo, infatti, non è rimasto sulla carta: è stato presentato a enti pubblici, alla Scuola superiore di Polizia per attività di docenza e, a quanto risulta a Repubblica, anche a società partecipate per la conduzione di eventi, talk e iniziative istituzionali.
È da qui che parte la verifica. In più occasioni — interviste, presentazioni — Claudia Conte è stata indicata come laureata alla Luiss Guido Carli, un elemento entrato nella narrazione pubblica del suo percorso. Ma quella laurea alla Luiss non esiste. Dagli accertamenti, come Repubblica è in grado di rivelare, emerge infatti una sequenza diversa: Conte si iscrive alla Luiss nel 2011, facoltà di
Giurisprudenza; la carriera si chiude nel 2016 per rinuncia, senza conseguimento del titolo.
A quel punto si apre un nuovo percorso: nel 2016 si iscrive all’università telematica Pegaso di Napoli, dove consegue la laurea in Giurisprudenza il 5 giugno 2017, con voto 107. Il dato più rilevante riguarda i tempi: per arrivare al titolo risultano acquisiti 75 crediti formativi in circa otto mesi. Il percorso è formalmente corretto, ma non è quello che è stato raccontato.
Quando la questione arriva sul piano politico, il quadro si allarga: la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, si prepara a rispondere all’interrogazione parlamentare presentata da Angelo Bonelli; le verifiche partono dalla Luiss e da lì la ricostruzione porta alla telematica.
Non è l’unico punto. Restano dubbi anche sulla partecipazione dichiarata a seminari e attività di formazione in ambito politico-istituzionale, spesso citati nei profili pubblici ma difficili da verificare con precisione. E poi c’è il lavoro. Claudia Conte ha collaborato con il governo Meloni attraverso un progetto di Difesa Servizi Spa, la società interamente controllata dal ministero della Difesa: all’interno del «tour mondiale» della nave Amerigo Vespucci — realizzato in partenariato con la società privata Ninetynine Srl — è stata coinvolta nella moderazione di eventi e incontri istituzionali. Ha partecipato a quattro appuntamenti — tre a Los Angeles e uno a Doha — e, per le attività negli Stati Uniti (otto giorni complessivi), ha ricevuto un compenso lordo di 4.160 euro tramite la Ninetynine, che gestiva gli aspetti contabili del progetto,con viaggi e alloggi pagati. Era uno dei volti del tour.
Negli stessi anni Conte costruisce anche una rete di iniziative — dal bullismo all’autismo fino agli eventi legati ai motori — organizzate attraverso la sua società, la Shallow Srls, presentata come impresa culturale femminile, in molti casi senza nascondere i rapporti con il ministro.
Una presenza costante anche in Rai: un programma in radio che le consente di ottenere la matricola per i collaboratori, poi collaborazioni come opinionista nei talk con compensi a gettone; nel2023 arriva un programma tutto per lei in radio, sotto la direzione di Francesco Pionati.
Dopo i contributi ottenuti nel 2025 per il Ferrara Film Festival — dove Conte è co
direttrice artistica — emerge un secondo filone: per il progetto «Women in Cinema Award», iniziativa arrivata alla dodicesima edizione, sono stati riconosciuti dal ministero della Cultura 65mila euro in tre anni (25mila nel 2023, 20mila nel 2024, altri 20mila nel 2025). Un flusso costante di fondi pubblici su un’iniziativa legata al suo nome, mentre cresceva la sua presenza nei circuiti istituzionali e mediatici.
Non solo: Conte,negli ultimi mesi, come risulta a Repubblica, ha presentato a diverse aziende partecipate il suo curriculum, proponendosi come presentatrice di eventi, talk e moderatrice di dibattiti. È dentro questa rete —incarichi pubblici, eventi, compensi, relazioni politiche — che il curriculum assume un peso diverso: non per ciò che contiene, ma perciò che omette. Perché quando un profilo viene utilizzato per accedere a incarichi, docenze e collaborazioni legate allo Stato, la ricostruzione non è un dettaglio. È il punto.
(da La Repubblica)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’UE, NELLO SCENARIO DI UNO STOP PROLUNGATO AL COMMERCIO NELLO STRETTO, L’EUROPA AVRA’ DIFFICOLTÀ A RIEMPIRE GLI STOCCAGGI DI GAS PER L’INVERNO – BRUXELLES VALUTA PIÙ FLESSIBILITÀ SUGLI AIUTI DI STATO
Gli Usa, che hanno bloccato sei navi a Hormuz, di cui cinque petroliere. Le scorte
commerciali americane di petrolio, che in una settimana sono crollate. La Ue, che elabora scenari di choc energetico e studia il quadro temporaneo per permettere aiuti di Stato ad alcuni settori colpiti dal caro carburanti.
Questi i fatti più importanti di ieri, a cui si è aggiunta una notizia positiva per l’Italia: Edison sta sostituendo il Gnl mancante del Qatar con forniture comprate sul mercato a breve termine e un cargo è atteso proprio oggi al rigassificatore di Rovigo.
Più «rumore» hanno fatto i dati dell’Agenzia Usa di informazione sull’energia (Eia) sul calo — inatteso — delle scorte commerciali di petrolio, diminuite nella settimana chiusa il 10 aprile di oltre 910 mila barili rispetto alla settimana precedente.
Gli analisti si aspettavano un aumento. Nella stessa settimana dalle riserve strategiche sono stati prelevati circa 4,1 milioni di barili e le scorte di benzina sono crollate di 6,328 milioni di barili.
Sul fronte europeo, ieri la Ue ha tenuto una riunione a porte chiuse con gli ambasciatori dei Paesi membri, ha riportato Reuters . La Commissione ha dichiarato di valutare due scenari principali. Se il cessate il fuoco dovesse reggere e il blocco Usa dello Stretto fosse revocato, i flussi di petrolio e gas tornerebbero alla normalità in pochi mesi e i prezzi dovrebbero diminuire.
I prezzi del gasolio e del carburante per aerei diminuirebbero entro fine estate, mentre il mercato globale del Gnl rimarrebbe in tensione fino al 2030, a causa dei danni alle infrastrutture in Qatar.
Se le tensioni dovessero protrarsi, i mercati energetici andrebbero incontro a uno choc di approvvigionamento prolungato e a picchi estremi dei prezzi e l’Europa potrebbe avere difficoltà a riempire gli stoccaggi di gas per l’inverno.
Bruxelles sta elaborando proposte per cercare di compensare le ricadute. Il pacchetto della Commissione contro il caro-energia arriverà sul tavolo dei governi al Consiglio informale del 23 e 24 aprile a Cipro. Tra le misure, si ipotizzano interventi mirati e temporanei per famiglie e imprese più esposte e una maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato.
Se la situazione della Ue sul fronte gas non è rosea, l’Italia è messa meglio. Le forniture mancanti del Qatar, che con l’export di Gnl copre oltre il 10% i consumi del nostro Paese, sono state in gran parte sostituite da Edison che ha il contratto di fornitura a lungo termine.
(da agenzie)
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