Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’IMPLOSIONE DI FRATELLI D’ITALIA, LA GUERRA DI LOGORAMENTO DI SALVINI E LE VELLEITÀ MODERATE DELLA NUOVA FORZA ITALIA BY MARINA BERLUSCONI… DOPO IL “VAFFA” DI TRUMP, LA DUCETTA È ISOLATA E NON HA PIÙ UN EURO DA SPENDERE PER LE MANCETTE PRE-ELETTORALI
Dall’altare alla polvere, si sa, il ruzzolone è breve. La recente storia politica italiana, da
Renzi a Salvini, da Di Maio a Conte, ci insegna quanto sia facile di colpo perdere consensi e finire nel cono d’ombra.
Fino all’apertura delle fatali urne del 22-23 marzo 2026 sul referendum sulla
giustizia, l’Armata Branca-Meloni è andata avanti a cazzo dritto, in modalità “Qui comando io!”.
Contati i voti, è esploso il pentolone: 14,4 milioni di italiani hanno detto “NO” non solo a una riforma che puntava a sottomettere l’autonomia della magistratura, cassando ben sei articoli della Costituzione.
La batosta ha costituito un primo, enorme fatto politico: la “Nazione”, come la chiama la Ducetta, che dopo aver assistito italianamente alla finestra all’occupazione selvaggia di qualsiasi posto di potere, ora si ritrova con le tasche vuote e la testa piena di promesse mai diventate realtà.Ergo: quel mix di furbizia, doppiezza e menzogne è arrivato al pettine.
Apertasi in meno di un mese, la crepa è diventata una voragine che sta inghiottendo il governo della destra-centro.
Da quella data, non è passato un giorno che dio manda in terra senza qualche grana, rogna, scandalo per il Circo Barnum di Giorgia Meloni.
Un rosario continuo di inchieste, scandali, scoop, gaffe più o meno gravi, che hanno picconato la stabilità, deteriorato la forza dell’esecutivo e indebolito l’appeal del primo governo alla Fiamma che, pur tra scossoni vari e avariati, dai fuorionda hard-coatti di Giambruno alle peripezie boccaccesche Boccia-Sangiuliano, con la Santanchè e le sue società in bilico perenne sotto gli strali delle Procure, fino a quel tragic moment del 23 marzo, sembrava inscalfibile.
In ordine sparso, in soldoni, fatti e fattacci.
Sono passate poche ore dalla sconfitta referendaria, quando una Meloni in bambola pensa di rifarsi un’immagine mettendo alla porta, a mo’ di caproni espiatori, la ministra del Turismo Daniela Santanchè e il sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, in compagnia del capogabinetto di Nordio, la “zarina” di via Arenula, Giusi Bartolozzi.
Un repulisti di tre figure ormai impresentabili, di cui Delmastro e Bartolozzi sono state strenuamente difese proprio dalla Statista della Sgarbatella. La Pitonessa ha resistito per 24 ore al ”licenziamento”, poi la ”pompa” di La Russa non ha retto più.
Scritta un velonosissima lettera di dimissioni diretta come un pugno all’ex Regina di Coattonia, ritornata nel suo palazzo meneghino, coltello tra i denti, Danielona non
vede l’ora di vendicarsi del “sopruso” subìto: “Obbedisco. Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”.
Sul fronte internazionale, alla Evita Peron del Fronte della Gioventù è arrivata una legnata che ha fatto scopa con il calcio in culo del referendum.
Dopo che per quattro anni, tra una smorfia e un sorriso ad occhi spalancati a Trump, Lady Giorgia pensava di aver convinto gli italiani di essere il grande capo di un grande stato, il 15 aprile è stata travolta da un gigantesco “Vaffa” a stelle e striscie dell’Idiota-in-capo (“È inaccettabile, non è più la stessa, mi sbagliavo su di lei”).
Dopo avergli portato il gin-tonic con le orecchie, inventandosi “pontiera” nel conflitto tra Usa e Ue, al primo segno di disubbidienza, rea di aver difeso Papa Leone dagli “inaccettabli” insulti del Deus della Casa Bianca, Trump l’ha rimessa al suo posto deputato, quello della “portiera”, e sfanculata in mondovisione manco fosse “una sguattera del Guatemala” inseguita dall’Ice.
Se fuori piove, in casa si addensano nubi cupissime. Mentre la Fiamma meloniana in Lombardia continua a non toccare palla, presidiata dai Fratelli La Russa che se ne fottono delle ”indicazioni” di Via della Scrofa sul prossimo candidato alle comunali di Milano (Fidanza), come su quello ancor più lontano della Regione, è entrato in ebollizione quel grande serbatoio di consensi della Sicilia, in mano a Musumeci (e La Russa). L’apice si è toccato con l’addio di Manlio Messina al partito e la sua minaccia, poi rientrata, di aprire le valvole sul malaffare siculo del partito.
Cattive notizie arrivano pure dalla Liguria dove il presidente della Regione, l’imprenditore trumpiano Marco Bucci, voluto fortissimamente dalla Evita Peron di Colle Oppio, mettendo da parte il candidato salviniano Rixi, avrebbe i mesi contati per l’addensarsi di varie inchieste giudiziarie.
Dove i Camerati d’Italia rischiamo di affogare è tra i canali della laguna veneziana.
Visti i sondaggi riservati per le elezioni comunali della Serenessima, in agenda a fine maggio per il post-Brugnaro, che segnano per la destra un meno 4% causato dalla demente idea di nominare l’inadeguata, ma capace di tutto, Beatrice Venezi alla direzione musicale del Teatro La Fenice”, la “Bacchetta Nera” è stata gettata
via come un kleenex usato, dopo che per mesi a destra avessero ribattuto quanto brava fosse.
Non si fa in tempo a vedere la Venezi avviarsi all’uscita, che da Palazzo Chigi arriva l’invito allo sfratto al presidente della Biennale veneziana, Pietrangelo Buttafuoco, reo di voler riaprire il padiglione russo e di negare premi a quelli americano e israeliano, con tanto di diserzione del ministro Giuli-vo all’inaugurazione della mostra, sostituito da ispettori inviati a Venezia a verificare l’attività di Buttafuoco.
Obiettivo: rispedire in Sicilia il fascio-musulmano che si è ribattezzato Giafar al-Siqilli, a cui la “Giorgia dei due mondi” aveva affidato il compito di far sventolare la bandiera della nuova egemonia culturale della destra.
Nel frattempo si è riaperto, dopo le dimissioni del ministro Sangiuliano, il capitolo “Il letto e il potere”, con la rivelazione-bomba della giornalista multi-uso Claudia Conte che ha ammesso a un giornalista ventenne caro ad Arianna Meloni, conduttore di Radio Atreju, di essere l’amante del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. (A proposito, perché dopo aver promesso che avrebbe chiarito tutto, la “prezzemolona ciociara” sta in silenzio, salvo pubblicare dei reel dalla cameretta come una mini-influencer? Una storiaccia che pian piano è finita insabbiata grazie anche ai giornaloni che per vent’anni hanno venduto copie solo grazie al Bunga Bunga del Satiro di Arcore…).
Dopo Piantedosi, a sporcare l’immagine del governo Meloni, è arrivata l’indagine della Procura di Roma sull’operato illecito dell’ex vicedirettore dell’Aisi e del Dis, Giuseppe Del Deo, molto vicino in passato proprio alla premier (era l’unico, dicono, che entrava nella sua stanza senza bussare), che aveva a sua disposizione la macchina delle intercettazioni spyware e la ricca cassa dei fondi riservati che hanno gonfiato il portafoglio di tanti giornalisti…
Dal 24 marzo Giorgia Meloni sembra aver perso il favore degli astri anche nella finanza: la sognata egemonia finanziaria da togliere ai ”banchieri del Pd”, come affernava Marco Osnato, è franata a Siena con il ribaltone in Mps.
La sconfitta di Caltagirone, supportato fino allora dal governo nel suo tentativo di conquistare il forziere del risparmio italiano, Assicurazioni Generali (via Mediobanca), è stata pesantissima, con la vittoria dell’ex ad, Luigi Lovaglio, che
era stato licenziato “per giusta causa” (cioè, non aveva ubbidito all’ex palazzinaro romano).
Nel valzer delle nomime della aziende partecipate di Stato, sotto la cappella di Cdp e Mef, la cacciata dell’ad di Leonardo, Roberto Cingolani, voluta da “Pa-Fazzo” Chigi, ora viene apertamente osteggiata dai fondi internazionali.
Avanti tutta con l’imbarazzante caso dell’Ad di Terna, Giuseppina Di Foggia, orgogliosamente issata da Arianna Meloni come prima donna a capo di una partecipata, che, malgrado l’ira della Ducetta, si è attaccata come una ventosa a 7 milioni di euro di buonuscita da presidente di Terna fregandosene di andar a riscaldare la poltrona di presidente dell’Eni (salvo poi dover fare pippa e accontentarsi di “soli” 1,3 milioni).
Infine, last but not least, il pastrocchio attualmente in onda sui nostri schermi della grazia concessa alla condannata Nicole Minetti, che ha causato l’incazzatura furibonda del Quirinale e rischia di inguaiare, di nuovo, il ministro della Giustizia, lo spritzatissimo Carlo Nordio, che è ormai una specie di “Re Mida al contrario”: dal referendum al caso Minetti, tutto quello che tocca diventa radioattivo.
Senza considerare la palude in cui è finita la nomina del presidente della Consob, l’importantissima autorità di vigilanza delle società quotate, senza presidente da marzo: Freni sì, Freni no, frena te che freno anch’io.
Il pastrocchio del ministro Giorgetti che fece fuori l’ottimo Ragioniere Generale Biagio Mazzotta, spedito a Fincantieri a leggere il giornale, per far posto a Daria Perrotta, col risultato che la poverina proveniente dalla corte del Mef leghista non è mai riuscita a fare squadra con i funzionari e dirigenti dell’apparato e il risultato è stato il deficit al 3,1% e la conseguente permanenza dell’Italia nel club “tossico” dei paesi sotto procedura d’infrazione.
L’elenco dei turbamenti che affollano la cofana bionda di Giorgia Meloni è molto lungo e tra i dirigenti e funzionari del Deep State di Palazzo Chigi già tira un’aria di smobilitazione, percependo come sempre in anticipo il deterioramento quotidiano del governo.
Che Fratelli di Meloni, dopo quattro anni di potere, non sia più il partito monolitico nella sua devozione e obbedienza a Lady Giorgia è dimostrato dallo scazzo continuo del pollaio Rai tra Chiocci e Rossi.
Col direttore del Tg1 che mette in piazza, con apposito comunicato, i suoi contatti riservati con la Ducetta: “nei giorni scorsi la premier mi ha sondato informalmente per capire una mia eventuale, futura, disponibilità nella gestione della comunicazione”.
Con massimo cinismo e minimo riserbo, Chiocci ha aggiunto: “una chiacchierata, come tante altre in questi mesi”.
S’avanza così Fratelli Serpenti, un partito vittima crescente di intrighi di potere, che vive schizofrenicamente la propria egemonia come sabotaggio del camerata rivale (dagli scazzi Crosetto-Mantovano al capogabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, messo sotto intercettazione Paragon. Essì, a volte il potere logora anche chi ce l’ha….)
Inoltre, ai problemi interni dei Fratelli d’Italia, si aggiunge un evidente sgretolamento dell’alleanza della coalizione.
Un logorio dovuto a una ”guerra di attrito” nemmeno più troppo silenziosa, che va avanti ormai da tempo, dalla Lega a Fratelli d’Italia, dove si guerreggia senza mai arrivare allo scontro frontale.
Da un lato c’è il guastatore Salvini: non perde occasione di fare il controcanto al governo su tutto, non ultimo proponendo l’uscita unilaterale dal Patto di Stabilità. Niente di nuovo sotto il sole: il leader del Carroccio strepita e scalpita ma non può permettersi di affondare mai il colpo, mettendo in crisi il governo. Salvini è ben consapevole che se si andasse al voto, soprattutto ora che Vannacci ha il suo partito, la Lega non riuscirebbe a portare il Carroccio molto sopra il 6-7%.
Se Salvini è una carta letta, perché porta avanti questa sceneggiata da quattro anni, la vera ferita aperta nel cuore del Governo è la deflagrazione della lotta di potere dentro Forza Italia.
Nel partito “maggiordomo” di FdI si scontrano due anime: quella interna al partito, e presente sui territori, che fa capo ad Antonio Tajani, e quella finanziaria (che mette i soldi, per capirci) e strategica dei fratelli Berlusconi.
Tra gli “azzurri” è in corso una battaglia di assestamento interno legato alla gestione del potere.
Ora che sono arrivati i nuovi colonnelli voluti da Marina Berlusconi, al posto di Gasparri e Barelli, gli equilibri sono in pieno rimescolamento
È in ascesa una nuova classe dirigente che punta a gestire il partito in vista del voto del 2027: Costa, Salini, Cattaneo, la rediviva mummia meneghina Letizia Moratti, e soprattutto Deborah Bergamini, a cui Marina ha dato il preciso incarico di rivedere l’organizzazione interna, iniziando dalla cassa, dal cuore economico, quindi dal ruolo di tesoriere, dal 2023 nelle mani di Fabio Roscioli.
Allo stesso tempo sta immaginando un cambio in corsa nel ruolo di portavoce, oggi ricoperto all’eurodeputato Raffaele Nevi, in quota Tajani, che è colui che gestisce non solo la comunicazione del partito ma “smista” i parlamentari nelle varie trasmissioni televisive. È colui che sovrintende alla promozione dei volti tv di Forza Italia.
Marina vorrebbe un cambio di passo anche tra i volti del partito a Bruxelles: non le dispiacerebbe un avvicendamento del capogruppo di FI al Parlamento Ue, Fulvio Martusciello.
Come già accaduto nel Pd di Elly, anche la Cavaliera ha iniziato una sua piccola crociata contro i “cacicchi”, accusati di aver creato, attraverso il consenso locale, feudi di potere incontrollabili con cui finiscono per tenere in ostaggio il partito.
In questo restyling di Forza Italia, Marina ha messo in discussione anche la presenza di Forza Italia nella prossima coalizione di centrodestra, quella che si presenterà al voto nel 2027.
Tutto verrà deciso in base al prossimo programma di coalizione che verrà messo a punto da Fratelli d’Italia e Lega: se non conterrà le istanze e i principi liberali e moderati di “Papi Silvio” (diritti civili, un buon rapporto con l’Europa del Ppe, allontanamento da Trump, politiche liberali in campo economico), la nuova Forza Italia by Marina potrebbe non far parte dell’alleanza, per piazzarsi al centro e diventare l’ago della bilancia della prossima politica nazionale.
È evidente che in questo scenario balcanizzato, che ribolle di veleni, Giorgia Meloni è paralizzata.
Troncare e sopire, sopire e troncare, con la speranza di insabbiare tutto con il supporto dell’informazione salita quattro anni fa sul carro del vincitore. Dopo la batosta ricevuta al referendum, l’unica certezza è che la Ducetta non si intesterà più alcuna battaglia se non è più che sicura di vincere.Il deterioramento graduale e continuo dell’azione dell’esecutivo, accompagnato dal timore di crollare di colpo al 20/22% sotto il martellamento della stagnazione economica globale, sta nanizzando l’immagine vincente di Giorgia Meloni.
Ora che i nodi sono arrivati al pettine e gli inciampi e gli intrighi si stanno susseguendo a un ritmo incalzante – la Pulzella della Garbatella è arrivata al punto di smentire con un comunicato un articolo sulla Venezi di Canettieri, sul filo-governativo “Corriere” – comincia a serpeggiare nella Fiamma Magica il terrore che il pentolone dei consensi scoppi, portandosi dietro governo e legislatura, come è avvenuto agli ultimi leader italiani.
È accaduto a Renzi, a Salvini, al Movimento 5 Stelle di Di Maio e Conte, di raggiungere il 30 e oltre per cento di consensi e di colpo sgonfiarsi come palloncini al sole.
Persino SuperMario Draghi, accolto come ”l’uomo della provvidenza”, a un certo punto ha dovuto accettare la propria liquefazione politica, venendo sfiduciato dai cinquestelle con il pretesto risibile dell’opposizione a un inceneritore a Roma.
Persino nelle sue relazioni internazionali Giorgia Meloni è appesa a un filo, dopo il “Fuck You” ricevuto da Trump e l’uscita di scena dell’ungherese Orban, trombato alle elezioni.
I pessimi rapporti con Emmanuel Macron e Pedro Sanchez non sono stati compensati dal suo tentativo di ancorarsi al cancelliere tedesco Merz, il quale, alla fine, preferisce confrontarsi con Parigi e non con Roma. E persino sulla sospensione del Patto di Stabilità, Berlino ha eretto un muro contro la volontà italiana di spendere e spandere.
Se Giorgia Meloni può ancora vivacchiare a Palazzo Chigi senza preparare gli scatoloni (anche perché i sondaggi riservati chiesti dai partiti, e non quelli pubblicati sui giornali, sono inclementi per il centrodestra), è solo per l’inestinguibile inettitudine dell’opposizione incapace di incalzarla e di metterla realmente in difficoltà sui temi economici, vero grimaldello per scardinare il potere della sora Giorgia.
A parte Renzi, che si sbatte come una trottola tra le varie trasmissioni tv, per dar vita alla terza gamba centrista, l’ego espanso di Elly Schlein e Giuseppe Conte è troppo impegnati a cianciare di primarie per dare filo da torcere alla Meloni.
Con una vera opposizione, oggi il centrosinistra avrebbe almeno 10 punti in più del centrodestra.
La Melona prigioniera in cul de sac deve ringraziare solo l’apparato mediatico che la fiancheggia (Rai, Mediaset, i tre quotidiani di Angelucci, “La Verità” e il non ostile “Corriere della Sera”) che molte beghe, politicamente esplosive, vengono insabbiate e sottratte all’attenzione dei lettori-elettori.
Il caso Bartolozzi è sparito rapidamente dai radar, l’indagine su Del Deo-Squadra Fiore è scivolata via dalle pagine, come il casto Striano e Equalize.
Anche dello scandalo Claudia Conte-Piantedosi, con le sue molte domande senza risposta, non si ha più traccia su giornali e tv.
Ciò che, però, non può essere occultato con le chiacchiere è la drammatica realtà economica del Paese, incalzato da una crisi energetica senza precedenti a causa del blocco di Hormuz, le cui ripercussioni sul caro vita stanno sempre più sgonfiando il portofoglio degli italiani (vedi articolo a seguire).
Si può “aggiustare” la realtà a mezzo stampa e talk tv quanto si vuole, ma i cittadini non hanno l’anello al naso: se pagano il gasolio 2 euro al litro e due pacchi di caffè oltre 10 euro, il cetriolo lo sentono ben bene piazzato tra le chiappe.
S’accorgono che l’inculata è incombente, anche se in tv vengono rimbambiti dai mirabolanti successi del governo Meloni…
(da Dagoreport)
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “VIA SANTANCHÈ E DELMASTRO. POI IL ‘FAMILY DAY’ DI MATTEO PIANTEDOSI. TAJANI CONVOCATO A RAPPORTO A COLOGNO MONZESE, DOPO IL LICENZIAMENTO DEI SUOI CAPIGRUPPO. NE ESCE RIDIMENSIONATO COME GUIDA DI FORZA ITALIA. UN CALVARIO SULLE NOMINE, DALLA BUONUSCITA DA TERNA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA AL LICENZIAMENTO DI BEATRICE VENEZI FINO AGLI ISPETTORI SPEDITI ALLA BIENNALE DI BUTTAFUOCO”
Chi l’avrebbe mai detto, ai tempi della narrazione trionfante dell’underdog, che il nuovo che avanza si sarebbe incagliato sul ritorno del passato rimosso, proprio da quella narrazione, come una macchia. Già, perché, per salvare Silvio Berlusconi, tutti i futuri “Fratelli d’Italia” avevano votato che Ruby Rubacuori fosse la “nipote di Mubarak”, dopo che proprio Nicole Minetti era andata a prelevarla nottetempo in questura
In attesa che l’Interpol di diritto, dopo l’Interpol giornalistica del Fatto, smonti del tutto la versione della Maria Maddalena redenta – per inciso: forse Sergio Mattarella, da cattolico, ha avuto troppa fiducia negli attestati di redenzione – già si registra già un doppio colpo tutto politico per il governo
Il primo ha a che fare, appunto, col racconto che ripristina una continuità col berlusconismo quantomeno nell’immaginario. Il secondo riguarda il contesto, su cui il caso precipita.
Qualunque sia il punto di osservazione, la cosiddetta “fase due”, dopo la scossa referendaria, pare un calvario, privo di un disegno d’assieme. Lo è, visto dal lato delle parabole dei ministri, dove ogni settimana si registra un caso. Breve riassunto. Via Daniela Santanchè e Andrea Delmastro.
Appena il tempo degli scatoloni, e arriva il Family day di Matteo Piantedosi, che ne ammacca l’immagine e lo rende piuttosto parco di parole, a settimane di distanza, anche sul 25 aprile delle violenze a Milano e Roma. Non c’è che dire: prima prova non proprio brillante dei decreti sicurezza.
Finita la soap amorosa, arriva quella padronale: il ministro degli Esteri convocato a rapporto a Cologno Monzese, dopo il licenziamento dei suoi capigruppo. Ne esce ridimensionato come guida di Forza Italia.
Lo è (un calvario) dal lato delle nomine. Breve riassunto: la vicenda della buonuscita da Terna di Giuseppina Di Foggia che costringe la premier a intervenire; il licenziamento di Beatrice Venezi alla Fenice, dopo una bombastica intervista al quotidiano argentino la Nacion e la conseguente rivolta dei lavoratori del teatro; gli ispettori spediti alla Biennale di Pietrangelo Buttafuoco, a dieci giorni dal suo inizio, per accertamenti sui padiglioni russi.
E intanto si registra il fallimento di un impianto di politica economica. Non ha funzionato la finanziaria austera per chiudere la procedura di infrazione. E, in mezzo a tante chiacchiere su uno scostamento che non si può fare, non si capisce il “per fare cosa”, mentre il combinato disposto di Hormuz e fine del Pnrr spalanca le porte della recessione nell’anno elettorale.
Ecco, il governo, di fatto, non c’è più. Come racconto e direzione. Quando la politica aveva una grammatica, Nordio avrebbe già fatto un passo indietro, spontaneo o spintaneo, per togliere tutti dall’imbarazzo, da palazzo Chigi al Quirinale.
Ed evitare lo stillicidio. In questo quadro di fragilità, invece, la difesa di Nordio diventa l’arrocco di chi teme di non reggere l’urto. Anzi, il colpo di grazia.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
UNA EDIZIONE TRAGICA, TRA FAIDE, BEGHE, SFASCIO DELLA SEDICENTE INTELLIGHENZIA SOVRANISTA… SE QUESTI SONO GLI INTELLETTUALI DI DESTRA MEGLIO TORNARE A LEGGERE TOPOLINO
Si è dimessa la Giuria della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, al via dal 9
maggio, come comunicato in una nota ufficiale dalla Biennale di Venezia. La mostra era dedicata all’artista Koyo Kouoh, scomparsa a maggio dello scorso anno, che sarebbe stata la prima curatrice africana della Biennale d’arte. La decisione arriva dopo la visita degli ispettori del Ministero della Cultura. La giuria era composta dalla presidente Solange Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma, Giovanna Zapperi.
Le dimissioni della giuria e i nuovi premi assegnati dai visitatori
A seguito di questa decisione maturata dalla giuria, che aveva dichiarato di voler escludere dall’assegnazione dei premi Russia e Israele, la Biennale di Venezia ha dichiarato che la cerimonia di premiazione si terrà il prossimo 22 novembre, che corrisponde all’ultimo giorno di apertura ai visitatori. Per questa ragione, quindi, sono stati istituiti premi differenti da quelli canonici. Si tratta di due Leoni dei Visitatori che verranno attribuiti al migliore partecipante della 61esima Esposizione In Minor Keys di Koyo Kouoh e uno alla migliore Partecipazione Nazionale. A votare, come specificato in una nota della Biennale, saranno i possessori di biglietto che avranno visitato le due sedi della mostra nell’arco temporale che va dal 9 maggio al 22 novembre.
Perché la giuria si è dimessa
Nei mesi precedenti alle dimissioni della giuria, non sono mancate polemiche e scontri, come quelli piuttosto accesi tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, sfociate poi in richieste di dimissioni di alcuni membri del consiglio d’amministrazione. Il focus dei vari
dissidi era, ovviamente, la partecipazione della Russia, sostenuta dal presidente della Mostra, ma aspramente criticata da Giuli. La giuria, presieduta da Solange Oliveira Farkas, aveva comunicato nei giorni scorsi che non avrebbe mai assegnato premi tanto alla Russia quanto a Israele, a causa delle guerre ancora in corso e poiché chi li governa è accusato di crimini contro l’umanità. Una decisione che, di fatto, si scontra con l’apertura stessa della Biennale alla partecipazione dei due Paesi e anche con il regolamento stesso della mostra. Dopo un ulteriore incontro con Buttafuoco, probabilmente volto a trovare un punto di incontro, le giurate si sono dimesse all’unanimità.
(da agenzie)
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
E’ LO SCARTO PIU’ AMPIO FINORA REGISTRATO
Il campo largo distanzia il centrodestra di un punto esatto, margine che, per quanto esiguo, equivale al vantaggio più ampio registrato in questa legislatura dalle opposizioni sulla coalizione di governo. È questa la novità più rilevante che emerge dall’ultima rilevazione Agi/Youtrend, media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto che include sondaggi realizzati dal 16 al 29 aprile
Abbastanza stabili, rispetto all’ultima Supermedia del 16 aprile scorso, le preferenze espresse per le singole forze politiche. Da registrare il riavvicinamento tra Lega (7%) e Avs (6,5%), ora separate soltanto da mezzo punto. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito con il 28,2%, inseguito dal Pd al 22,4%.
Liste:
FdI 28,2 (+0,1)
Pd 22,4 (=)
M5S 12,8 (=)
Forza Italia 8,2 (-0,1)
Lega 7,0 (-0,2)
Verdi/Sinistra 6,5 (+0,3)
Futuro Nazionale 3,4 (-0,1)
Azione 3,1 (+0,1)
Italia Viva 2,4 (-0,1)
+Europa 1,5 (=)
Noi Moderati 1,1 (=)
Coalizioni 2026:
Campo largo 45,6 (+0,2)
Centrodestra 44,6 (-0,1)
Futuro Nazionale 3,4 (-0,1)
Azione 3,1 (+0,1)
Altri 3,4 (-0,2)
(da agenzie)
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
MA CHI FA PARTE DI QUESTI NUCLEI PARAMILITARI? SONO VENTENNI CHE FREQUENTANO PALESTRE E CURVE, “MAGNANO COME SCROFE”, SI SCONTRANO CON I PRO PAL E INVOCANO L’AUTODIFESA: “NON TOLLEREREMO PIÙ L’ANTISEMITISMO”
«Sono ragazzi normali che studiano, si divertono, vanno allo stadio insieme e quando si
ritrovano magnano come scrofe…», dice un anziano verace del Ghetto che non sa dire, però, se Eitan Bondì, il ventunenne sparatore di Parco Schuster, appartenesse al gruppo delle sciarpette giallorosse.
Intanto, però, Gad Lerner, che il 4 ottobre scorso salì sul palco di San Giovanni davanti a migliaia di persone che cantavano Free Palestine ed esordì dicendo: «Sono un sionista», ieri su Facebook, dopo l’arresto di Bondì, ha pubblicato un post che è suonato come un allarme.
«Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele — ha scritto —. Basta omertà dall’alto per questi estremisti
sospinti al fanatismo da leader irresponsabili. Vengano disciolti questi nuclei paramilitari. Chi sa parli».
Addirittura nuclei paramilitari? «Ricordano i servizi d’ordine degli anni ’70 dei gruppi extraparlamentari — racconta Lerner —, giovani ebrei che col mito della sicurezza si addestrano oggi nelle palestre romane per sentirsi all’altezza di assicurare il presidio dei loro quartieri. Come fossero loro stessi di Tsahal, militarizzati» .
«In Italia viviamo male, i nostri ragazzi a Roma vengono scortati fin dall’asilo», aveva detto il mese scorso la neo presidente dell’Ucei, Livia Ottolenghi. Ma la sindrome d’accerchiamento alla lunga può produrre reazioni scellerate, come sabato al Parco Schuster. O lettere di minacce come quelle spedite all’Anpi dal sedicente «Gruppo sionistico giovanile».
Solo una minoranza, certo, ma questa frangia di ventenni fa paura. Angelo Sermoneta, 78 anni, il leggendario presidente del «Circolo ’48», a cui pure le mani prudevano molto in gioventù, non è d’accordo però con Gad Lerner: «Niente mostri, per favore, Eitan Bondì ha fatto danni enormi alla Comunità col suo gesto, ma l’ha fatto a forza di riempirsi la testa di idiozie, perché l’arma superiore a tutte, altro che softair, si chiama propaganda».
Il 2 ottobre scorso nel cortile del liceo «Caravillani», a Monteverde, un gruppo di studenti intonando Free Palestine scatenò la reazione violenta di decine di ebrei che pregavano nella vicina sinagoga.
A uno degli studenti, «ebreo dissidente», ricorda Gad Lerner, venne strappata una ciocca di capelli. La realtà è che si soffia sul fuoco da entrambe le parti: all’imbrattamento delle pietre d’inciampo e perfino della targa del piccolo Stefano Gaj Taché, ucciso dai terroristi palestinesi nel 1982 davanti al Tempio Maggiore, si è risposto a settembre con l’ordigno al centro sociale « La Strada» alla Garbatella.
Una contrapposizione continua, anche feroce, come negli anniversari del 25 Aprile a Porta San Paolo post 7 ottobre.
O negli assalti ai licei. Quello al Manara del 2025, ad esempio, firmato dalla «Brigata Dario Vitali», l’ardito ebreo della Grande Guerra, poi fascista.
Nella rivendicazione gli attivisti con il simbolo del teschio con la rosa fra i denti e la Stella di David, annunciarono: «Non saranno più tollerate azioni di bullismo e antisemite volte ad allontanare studenti ebrei dai licei pubblici».
E poi ci sono le aggressioni: l’ultima in viale Marconi a un dirigente della Comunità perché indossava la kippah. Prima ancora all’influencer italo-palestinese Karem Rohana e a Chef Rubio — già denunciato dalla Comunità per diffamazione aggravata e istigazione alla violenza — che parlò di «squadraccia sionista».
(da agenzie)
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INQUIRENTI CERCANO DI CAPIRE SE BONDI ABBIA AVUTO A CHE FARE CON AZIONI VIOLENTE CONTRO LA GALASSIA PRO-PAL (DALL’ATTACCO ALL’AULA AUTOGESTITA NELL’UNIVERSITÀ ROMA TRE ALLO SFREGIO AL MURALE DEDICATO A HANDALA… IL PADRE DI EITAN HA ALLE SPALLE UNA STORIA SEGNATA DA DIPENDENZE, CARCERE E ANCHE UN’ACCUSA DI RAPINA AGGRAVATA DA ODIO RAZZIALE
Il fermo arriva nella notte, dopo una perquisizione e la scoperta di un arsenale: coltelli, fucili, pistole, munizioni e armi ad aria compressa. Eitan Bondì, 21 anni, vicino alla comunità ebraica di Roma, viene fermato nella sua cameretta adornata con bandiere israeliane e accompagnato in questura. Millanta di far parte della “Brigata ebraica” e ammette di aver sparato una raffica di piombini con una pistola da softair contro due persone che indossavano un fazzoletto dell’Anpi: «Ma non volevo uccidere nessuno».
Sono i fatti avvenuti il 25 aprile ai margini del parco Schuster, dove migliaia di persone festeggiavano la Liberazione. Dopo tre giorni è stato rintracciato e ieri la procura ha chiesto la convalida dell’arresto. Ora il ragazzo è nel carcere di Regina Coeli, in attesa di essere interrogato dal giudice. L’accusa è pesante: detenzione di armi e tentato omicidio.
Il procuratore Francesco Lo Voi e la pm Lucia Lotti stanno analizzando anche altri fatti, eventuali collegamenti, possibili tracce lasciate nel cellulare sequestrato al ventunenne. Dal 7 ottobre, infatti, la cronaca racconta di eventi non trascurabili, come lo strappo di manifesti pro-Palestina fuori dal centro sociale La Strada, l’attacco all’aula autogestita nell’Università Roma Tre e lo sfregio al murale dedicato a Handala, il personaggio a fumetti simbolo della sofferenza del popolo
palestinese e dell’infanzia negata. Occorre capire se Eitan Bondì abbia avuto a che fare con queste azioni, se sia legato a un gruppo radicalizzato.
Il racconto
Lui, agente immobiliare che trascorre il fine settimana lavorando come rider, ha un precedente per una modesta truffa assicurativa, nessun crimine violento. Sostiene di appartenere alla Brigata ebraica. Un’affermazione smentita dai diretti interessati. Dicono di non conoscerlo. Non è dei loro. Non lo è mai stato. Anzi, a Roma non c’è nessun esponente ufficiale della Brigata, che trova il suo perimetro a Milano. Il direttore del museo, Davide Riccardo Romano, è netto: «La Brigata ebraica ha combattuto per la libertà e la dignità umana. Strumentalizzarne il nome per giustificare o coprire comportamenti violenti è un oltraggio». La comunità ebraica di Roma prende le distanze. Il presidente Victor Fadlun condanna, parla di sgomento e rifiuto di ogni violenza.
“Non voglio parlare, sto cercando di capire quello che è successo. Non me ne faccio una ragione». Eleonora ha gli occhi sbarrati mentre risponde a chi prova a confortarla dall’uscio della sua casa in zona Marconi. Tiene la porta socchiusa, come a voler limitare il contatto con l’esterno. Suo figlio, Eitan Bondì, da ieri mattina è nel carcere di Regina Coeli. L’accusa è pesante: tentato omicidio. Ha sparato con una pistola ad aria compressa contro due attivisti dell’Anpi durante il corteo del 25 aprile.
Nell’abitazione del ragazzo, che ha 21 anni, la polizia ha trovato bandiere israeliane, gadget sionisti, coltelli, pistole, fucili e munizioni. «Come è possibile che non mi sia accorta di nulla?», ripete la donna, che poi chiede di essere lasciata in pace. «Non posso parlare», aggiunge.
Della comunità capitolina Eitan Bondì è uno degli iscritti. Si era diplomato al liceo linguistico Renzo Levi, al Portico d’Ottavia, nel Ghetto ebraico di Roma. Un percorso non semplice, concluso con fatica, anche con il supporto del sostegno scolastico. «Sono stato vittima di bullismo», aveva raccontato Eitan ai suoi amici. Poi l’iscrizione alla Sapienza, facoltà di Architettura, senza però riuscire a ingranare.
Per questo, a gennaio, decide di cambiare. Vuole diventare indipendente e non gravare sulla madre, che da sola si occupa di tre figli. Il padre non vive più in casa da tempo: alle spalle ha problemi con la giustizia, un carattere difficile e una storia segnata da dipendenze e periodi in carcere, tra cui un’accusa di rapina aggravata dall’odio razziale.
Eitan, insomma, prova a diventare grande. «Durante la settimana lavorava in un’agenzia immobiliare del centro», racconta una collega del ragazzo, che rimane coinvolto anche in una truffa assicurativa. «Il weekend faceva il rider». Sempre in giro con il motorino, che sistemava e ridipingeva di continuo. «L’ho visto crescere — aggiunge un vicino — La famiglia la conosciamo. Sono ebrei come tanti altri che vivono qui. Però negli ultimi mesi era diventato più rigido. Un estremista».
In molti indicano una data: il 7 ottobre 2023, il giorno dell’attacco di Hamas. Da lì, raccontano, qualcosa cambia. Le discussioni più accese, le posizioni più nette, la sua come quella degli amici che incontra tra una birreria di via Fermi e la sinagoga a pochi passi da casa. Per segnare la sua appartenenza aveva appeso una bandiera d’Israele alla finestra, proprio nei giorni in cui Netanyahu veniva messo sotto accusa per la guerra in Palestina.
Un gesto che aveva creato tensioni nel condominio. «Alla fine l’ha tolta», ricorda un altro vicino. Ora gli investigatori cercano di capire perché il ventunenne custodisse un piccolo arsenale. Qualcuno, questa è una delle ipotesi, potrebbe averlo arruolato in una sorta di servizio di vigilanza informale. Poi ci sono le indagini sull’agguato. Le immagini sono chiare: il 25 aprile Eitan ha fatto tutto da solo. Ha preso il motorino, ha raggiunto parco Schuster, ha sparato contro Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano. Entrambi indossavano il fazzoletto dell’Anpi al collo.
Dopo aver esploso i colpi ad aria compressa Eitan è ritornato verso casa. Si è chiuso nella sua cameretta. Ha ripreso la sua vita. Come se nulla fosse. «Non ci siamo accorti di niente», ripete la madre. Ma forse Eitan aveva annunciato la sua azione a qualcuno. Per questo nel suo telefono si cercano possibili complici e si analizza il passato.
Anche perché sono numerosi gli episodi negli ultimi due anni avvenuti nel quartiere tra Marconi e Ostiense, soprattutto contro la galassia proPal: aggressioni, provocazioni, manifesti strappati, scritte, bombe carta. Di sicuro un filo diretto
territoriale lega il giovane alla cosiddetta brigata ebraica “Dario Vitali”, gruppo d’azione di estrema destra dedicato al militare ebreo e dichiaratamente fascista Dario Vitali.
(da Repubblica)
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
PESANO SOPRATTUTTO I DATI NEGATIVI DELL’INDUSTRIA E DELL’AGRICOLTURA… CALANO GLI OCCUPATI: RISPETTO A UN ANNO FA SONO 30 MILA IN MENO E SALE IL TASSO DI INATTIVITA’
Nel primo trimestre del 2026 il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto ai tre mesi
precedenti e dello 0,7% rispetto allo stesso trimestre del 2025. Lo rende noto l’Istat in base alle stime preliminari.
Il primo trimestre di quest’anno segna un lieve rallentamento rispetto agli ultimi tre mesi del 2025, che hanno registrato una crescita dell’economia dello 0,3% a livello congiunturale e dello 0,9% su base tendenziale.
Il +0,2% congiunturale messo a segno tra gennaio e marzo è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dei servizi e di una diminuzione in quello dell’agricoltura e dell’industria.
Dal lato della domanda, spiega l’Istat, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta. Usa e Israele hanno scatenato il primo attacco contro l’Iran il 28 febbraio scorso.
A marzo 2026, su base mensile, il calo degli occupati e dei disoccupati si associa alla crescita degli inattivi. Nel mese, rileva l’Istat, gli occupati diminuiscono di 12mila unità su febbraio e di 30mila unità su marzo 2025.
Il tasso di occupazione è al 62,4%, invariato sul mese e in calo di 0,3 punti sull’anno. Il tasso di disoccupazione è al 5,2% in calo di 0,1 punti sul mese e di 1,1 punti sull’anno. Sale il tasso di inattività al 34,1% (+0,1 punti sul mese, +1,0 punti sull’anno).
La variazione del Pil acquisita per il 2026 è pari a +0,5%. Lo comunica l’Istat in base alle stime preliminati sull’andamento dell’economia italiana nel primo trimestre di quest’anno.
La crescita acquisita è quella che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla nei restanti trimestri dell’anno.
(da agenzie)
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
DECISIVE SARANNO LE ELEZIONI COMUNALI: SE VINCERÀ IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA, IL PD ANDREA MARTELLA, DATO IN VANTAGGIO DAI SONDAGGI, IL NUOVO SINDACO DIVENTERÀ PER STATUTO PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE LA FENICE E PUÒ INDICARE UN NUOVO SOVRINTENDENTE
Lo stato di agitazione degli orchestrali della Fenice è confermato, e con questa anche la sfiducia nei confronti del sovrintendente Nicola Colabianchi. Le lavoratrici e i lavoratori della fondazione continuano a pretendere quindi le sue dimissioni, anche perché il caso Beatrice Venezi porta formalmente la sua firma, e pazienza se era stato imbeccato dalla politica (per l’esattezza: da FdI).
La questione insomma non è chiusa così, con il giubilo degli orchestrali per il contratto stracciato alla direttrice, domenica scorsa. Il prossimo passaggio è semplice: le elezioni comunali.
Se vincerà il candidato del centrosinistra, il pd Andrea Martella, il prossimo 24 e 25 maggio, il nuovo sindaco diventerà per statuto presidente della Fondazione Teatro La Fenice e volendo può indicare un’altra persona. Oggi il candidato progressista, dato in vantaggio da tutti i sondaggi, non calca la mano ma in campagna elettorale ha detto una cosa semplice: «La Fenice è l’emblema di un metodo di governo arrogante».
Colabianchi ha sì stracciato il contratto a Venezi dopo le sue indifendibili accuse contro i propri futuri colleghi, ipotecando ogni possibile collaborazione, ma fino a
poco tempo fa si era rifiutato di discutere di pianta organica con le rappresentanze sindacali come forma di “ritorsione” contro le proteste che hanno infiammato la città e non solo. Cose che non si dimenticano e che non sarà facile cancellare.
(da agenzie)
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Aprile 30th, 2026 Riccardo Fucile
C’E’ DELL’ALTRO: UNA SQUADRA DEL SECRET SERVICE HA STIMATO CHE, QUANDO HA ESPLOSO IL COLPO, ALLEN STESSE CORRENDO A UNA VELOCITÀ DI QUASI 15 CHILOMETRI ORARI. COME È POSSIBILE CHE UNA PERSONA IN MOVIMENTO A TALE VELOCITÀ POSSA AVER FATTO FUOCO CONTRO UN AGENTE CHE SI TROVAVA ALLE SUE SPALLE?
Nuovi dettagli emergono sui minuti che hanno preceduto la sparatoria alla Cena dei
Corrispondenti della Casa Bianca. Un selfie allo specchio – scattato da Cole Allen Tomas nella sua stanza d’hotel mezz’ora prima che tentasse di uccidere il presidente Donald Trump – mostra il 31enne indossare una camicia nera, pantaloni neri e una cravatta rossa infilata nei pantaloni, mentre porta una piccola borsa in pelle simile a quella rinvenuta piena di munizioni sulla scena dell’aggressione.
Dalla fondina a spalla è visibile il calcio di una pistola, mentre alla cintura sono agganciati, nei rispettivi foderi, un coltello, un paio di pinze e una tronchese. La foto è stata inclusa in un memorandum, depositato dal Dipartimento di Giustizia ieri, a sostegno della custodia cautelare dell’uomo.
L’aggressore ha usato una scala interna dell’Hotel per scendere di dieci piani e arrivare al livello sopra quello della sala del gala, chiamato “Terrazza”. Nessun agente o funzionario era posizionato nel vano scale che Allen ha percorso. Senza
perdere tempo, il ragazzo si è poi lanciato attraverso il checkpoint di sicurezza con in mano un fucile a pompa.
Gli agenti del Servizio Segreto, colti di sorpresa, hanno subito risposto e uno di loro ha esploso, senza colpirlo, cinque colpi contro Allen. Nessun altro agente avrebbe aperto il fuoco. L’aggressore è inciampato, è caduto a terra ed è stato subito immobilizzato dalle forze dell’ordine. Non è riuscito ad avvicinarsi alla sala del Gala e ha riportato solo una lieve ferita al ginocchio.
«Se l’imputato avesse raggiunto l’esito prefissato, avrebbe causato uno dei giorni più cupi della storia americana», ha dichiarato il vice procuratore degli Stati Uniti Charles Jones nel memorandum. In tutto ciò, l’Fbi non ha rinvenuto il proiettile che ha trapassato il giubbotto antiproiettile di un agente del Secret Service, di conseguenza, gli investigatori non sono in grado di stabilire con certezza se l’aggressore armato abbia sparato all’agente o come quest’ultimo abbia riportato le ferite.
Secondo gli investigatori, Allen avrebbe esploso un colpo con il suo fucile, colpendo l’agente, mentre forzava il checkpoint. Un controllo sul fucile dell’uomo ha confermato che aveva sparato un proiettile, ma senza poi ricaricare l’arma.
Tuttavia, un alone di mistero rimane, anche perché una squadra del Secret Service ha stimato che Allen stesse correndo a una velocità di quasi 15 km/h – quando si è lanciato attraverso i metal detector – resta quindi l’interrogativo su come una persona in movimento a tale velocità possa essersi fermata e aver fatto fuoco contro un agente che si trovava alle sue spalle.
(da La Stampa)
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