Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
A DIMOSTRAZIONE DEL LIVELLO INTELLETTIVO DELL’ELETTORATO SOVRANISTA, MANCA ANCORA UN COMICO E UNA RAGAZZA PON PON E SIAMO AL COMPLETO
Se Fabrizio Corona scendesse in politica con un suo partito, alle elezioni prenderebbe più voti di Roberto Vannacci. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio realizzato in esclusiva per Fanpage.it dall’Osservatorio Delphi e promosso da Piave Digital Agency. L’ex re dei paparazzi prenderebbe almeno il 4% contro il 3,8% del generale.
Cosa dice il sondaggio su Corona e Vannacc
Secondo l’Osservatorio, se Corona decidesse di fare il suo ingresso in politica, il 4% degli intervistati sarebbe “assolutamente” pronto a votarlo. Il 7% risponde
“probabilmente sì” mentre il resto si divide tra i contrari (in totale il 78%) e gli indecisi (l’11%).
Un aspetto da segnalare sicuramente è il confronto con Vannacci. L’appena costituito Futuro Nazionale prenderebbe meno voti rispetto a Corona: tra il 3,7% e il 3,8% a seconda che l’ex generale scelga di presentarsi col resto del centrodestra o con una lista autonoma.
L’elettore tipo di Corona
“Corona è leggermente più forte al Sud, ma parliamo di due o tre punti percentuali di differenza, non così marcata. Il suo elettore tipo è under 45, di centrodestra, libero professionista o studente; questi tratti emergono in modo piuttosto evidente”, spiega a Fanpage.it l’analista Gian Piero Travini.
Quanto all’elettore tipo dell’imprenditore “si tratta in tutti i casi di occupati, non di Neet o disoccupati. C’è un buon consenso anche tra le donne che fanno lavoro domestico, le ‘casalinghe’, diciamo. Se Corona tornasse ad avere un programma televisivo – prosegue – attiverebbe anche una parte degli over 60, quella parte dell’elettorato che è più attirata dal suo ruolo nel mondo del gossip. Adesso gli over 60 sono quasi del tutto assenti perché è scomparso dal mondo televisivo e in pochi lo seguono su Youtube o sugli altri social media. Il suo nome appare sui giornali, sì, in televisione se ne parla saltuariamente, ma non è una presenza così invasiva come quella online”, conclude.
I voti ai partiti
Passiamo ai consensi ai partiti. Piave delinea due ipotetici scenari che differiscono sulla base della presenza o meno di FnV nella coalizione di centrodestra. Nel caso di un’alleanza, Fratelli d’Italia risulterebbe al 28,2%; diversamente il 27,6%. Forza Italia prenderebbe l’8,1% con FnV dentro la coalizione, l’8,4% senza Vannacci. Non cambierebbe nulla per la Lega, ferma al 7,7%.
Nel centrosinistra, per il Pd cambierebbe poco: 21,9% con FnV alleato col centrodestra, 21,8% con FnV fuori. Stabili il Movimento 5 Stelle, al 13,8%, e Alleanza Verdi-Sinistra al 6,2%.
Azione oscilla tra il 2,6% e il 2,5%, seguita da Italia Viva, tra il 2,2% e il 2,1% e
+Europa, al 2,3% con Vannacci dentro il centrodestra, al 2% nel caso di una lista autonoma. Chiude Noi Moderati, tra l’1,1% e l’1%.
La discesa in campo di Marina Berlusconi
Il sondaggio si sofferma anche su un’ipotetica discesa in campo di Marina Berlusconi. Se la figlia dell’ex premier entrasse in politica prenderebbe il 4% (anche lei più di Vannacci). Il 14% degli intervistati dice che “probabilmente” la voterebbe, mentre il 18% “probabilmente no”. I contrari invece, sono il 38%, gli indecisi il 26%.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
E L’AGENTE ORA RISULTA A LIBRO PAGA DEGLI SPACCIATORI
Ricapitoliamo, che è meglio.
Il 26 gennaio scorso un poliziotto, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo, uccide un uomo di 28 anni di nome Abderrahim Mansouri. A quanto dicono l’agente e altri quattro suoi colleghi testimoni oculari della vicenda, questo “presunto pusher” gli avrebbe puntato addosso un’arma da fuoco che poi si scopre essere a salve. A quel punto, il poliziotto gli avrebbe sparato all’altezza della tempia, uccidendolo.
La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Che era uno scandalo fosse indagato per omicidio volontario, mentre ai manifestanti che avevano picchiato un poliziotto a Torino non fossero stati incriminati – giudici brutti e cattivi! – per tentato omicidio.
La Lega aveva addirittura iniziato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”, chiedendo a gran voce lo scudo penale per le forze dell’ordine.
Cioè, la presunzione di legittima difesa ogni volta che sparano a qualcuno. Cosa che puntualmente avviene il successivo 6 febbraio con l’approvazione dell’ennesimo decreto “sicurezza” – virgolette d’obbligo.
Tempo due settimane e scopriamo che in realtà Abderrahim Mansouri non avrebbe avuto in mano nessuna pistola. Che anzi, quella pistola pare che qualcuno l’abbia messa lì dopo l’omicidio, proprio per farlo sembrare un caso di legittima difesa.
Che i ventitré minuti passati dal momento dell’omicidio a quello della chiamata dei soccorsi siano serviti proprio per alterare la scena del crimine, simulando un’inesistente minaccia per il poliziotto, mentre Mansouri era a terra agonizzante.
E che le testimonianze dei quattro poliziotti colleghi del loro assistente capo che aveva sparato il colpo forse non erano così attendibili.
Ecco se questa storia fosse successa oggi, un giudice avrebbe potuto chiudere senza
problemi questa pratica senza nemmeno indagare, convinto si trattasse di legittima difesa.
Salvini avrebbe continuato a raccogliere soldi perché stava col poliziotto.
Il poliziotto sarebbe ancora libero e in servizio, senza indagini a suo carico.
E un uomo sarebbe morto uguale, ma senza ottenere giustizia, con lo stigma di essersela cercata.
Tutto questo, avrebbe la firma in calce di un governo che predica sicurezza ma solo sei italiano, che emana sentenze senza essere giudice e che strumentalizza la morte di un uomo per portare a casa una norma. Con il silenzio assenso (o quasi) di un’opinione pubblica e di un sistema dei media – e chi scrive non si sente assolto, sia chiaro – che quando a essere ucciso è uno straniero, in un parco di spaccio, dimentica il beneficio del dubbio.
Non sappiamo se Giorgia Meloni si riferisse a questo, quando diceva “basta lotta nel fango” tra politica e magistratura.
Forse no.
Ma in ogni caso, questo non è solo fango. È molto peggio.
E per quel che vale: scusaci tutti, Abderrahim. Anche da parte loro.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESPERTO: “IL SI’ HA RAGGIUNTO IL MASSIMO ATTUALE, PER VINCERE DEVE PORTARE ALLE URNE ALMENO IL 52%, C’E’ CHI STA CAMBIANDO IDEA”… “MELONI DEVE MOBILITARE TUTTO IL CENTRODESTRA SE VUOLE VINCERE, MA SE CONTINUA AD ATTACCARE I GIUDICI MOBILITA ANCORA DI PIU’ IL FRONTE OPPOSTO”… “OCCHIO A RENZI, HA LASCIATO LIBERTA’ DI VOTO, MA E’ UNO CHE SA PIAZZARE IL COLPO AL MOMENTO GIUSTO E SE DICE CHE BISOGNA VOTARE NO PER FAR SALTARE IL GOVERNO I SUOI LO SEGUONO”
Il referendum sulla giustizia sarà il principale appuntamento con il voto del 2026. Manca un mese all’apertura delle urne, il 22 e 23 marzo, e oggi tutti i sondaggi riportano una rimonta del No rispetto al Sì alla riforma della magistratura. L’osservatorio Delphi, in una rilevazione pubblicata da Fanpage.it, registra che il 51,5% degli italiani che sanno come schierarsi oggi voterebbe Sì, il 48,5% No. Resta però una grande percentuale (crescente) di indecisi.Cosa può succedere da qui alla data del referendum? Che effetto avrà l’affluenza sui risultati del voto? E come potrebbe muoversi Giorgia Meloni nelle prossime settimane per provare a garantire il successo del Sì? Ne abbiamo parlato con Gian Piero Travini, analista di Piave Digital Agency.
Perché il No al referendum sulla giustizia sta rimontando
È innegabile che nelle ultime settimane si sia vista una netta rimonta del No. Rispetto al sondaggio Delphi di novembre, l’interessamento al referendum è salito del 12% (ora coinvolge il 55% della popolazione) e il vantaggio del Sì è calato. Il motivo è principalmente che da allora “è partita la campagna elettorale del No”, mentre prima “erano mobilitati solo quelli veramente interessati alla tematica della riforma”. In questo periodo, la campagna del No “ha fatto aumentare l’attenzione, ha movimentato tutto l’elettorato di centrosinistra”. E con l’attenzione è arrivata la crescita nei sondaggi.
Soprattutto, come mostrano le rilevazioni, “sono aumentati i Non so”. Considerando tutti gli elettori, oggi ben il 34% dice di non sapere come voterà. “Con tutta probabilità, sono persone che votavano Sì e adesso non sanno come schierarsi”. È una conseguenza del fatto che il referendum sia diventato chiaramente politicizzato, con il governo da una parte e, soprattutto, l’opposizione dall’altra: “In quel Non so c’è una parte di elettorato progressista che vorrebbe la separazione delle carriere, ma non vuole aiutare il centrodestra”.
Nel campo del Sì, invece, “tutti quelli che potevano essere mobilitati lo sono. Questo è il principale punto debole della campagna del Sì al momento”. L’obiettivo del centrodestra, quindi, deve essere “riuscire a far interessare anche quelli che non sono interessati in questo momento, e che andrebbero a votare solo per scopo politico. È una missione complessa”.
Cosa aspettarsi dai prossimi sondaggi sul referendum
Il dato chiave, quindi, è che molti elettori che prima pensavano di votare Sì ora sono diventati indecisi. Secondo Travini, però, è fisiologico che almeno una parte di questi tornerà a convincersi della sua idea iniziale: “Nei prossimi giorni il Sì dovrebbe guadagnare nuovamente terreno”.
Attenzione, però: “Se non va così, allora il No ha delle serie possibilità di farcela”. Significherebbe che gli indecisi restano tali e che il Sì non riesce ad attirare nuovi consensi. Se invece dovessimo vedere il vantaggio che torna nuovamente ad allargarsi, “diventa più difficile invertire la tendenza una seconda volta per la
campagna del No. Ce l’hanno già fatta una volta, ma non credo ci sia margine per una seconda ‘spallata’”.
Che effetto avrà l’affluenza sul risultato finale
“È uno di quei casi in cui l’affluenza è veramente determinante”, ha detto Travini. Il motivo è semplice: “Se Giorgia Meloni riesce a portare tutto l’elettorato di centrodestra a votare per il referendum, per il No non c’è speranza. Lo dice la matematica”. Il motivo è che i sostenitori della destra sono abbastanza compatti a sostenere la riforma mentre nell’opposizione ci sono opinioni diverse: “Anche solo sommando l’elettorato di centrodestra a quello di Azione, per esempio, che è già schierato sul Sì, il No perde”.
Secondo l’analista, c’è una soglia massima sopra la quale il fronte del Sì avrebbe la vittoria: “Oltre il 51,8-52% di affluenza, diventa quasi impossibile il successo del No”. Il calcolo si spiega così: “Finora il centrosinistra ha cercato di convincere tutti coloro che votarono Sì al referendum dell’anno scorso, quello sul lavoro e sulla cittadinanza, a tornare a votare. Si tratta di circa 10-13 milioni di elettori. Perché quel gruppo sia una maggioranza, l’affluenza non può superare il 52%. Altrimenti significherebbe che in tanti nel centrodestra sono andati a votare””.
Cosa deve fare Giorgia Meloni: le opzioni per ‘scendere in campo’
Di fronte a tutto questo – il No in crescita grazie alla politicizzazione del voto, un elettorato di centrosinistra mobilitato, un fronte del Sì che sembra avere pochi margini di crescita – resta molto importante capire come deciderà di muoversi Giorgia Meloni. Per Travini, la presidente del Consiglio ha di fronte “un’impresa abbastanza titanica”.
Innanzitutto, potrebbe essere obbligata a “intestarsi il referendum, farlo diventare un voto su di lei, cosa che finora ha sempre rifiutato di fare”. Molti hanno notato che negli ultimi giorni sono arrivati diversi attacchi di Meloni alla magistratura e hanno fatto un immediato collegamento con il referendum. Travini, però, sottolinea che in questi discorsi la leader di FdI “non ha mai fatto riferimenti espliciti al referendum. A differenza, per esempio, di Forza Italia e la Lega”, che stanno sfruttando apertamente i casi di cronaca per invitare a votare Sì.
Fratelli d’Italia finora “ha attaccato i giudici – basta vedere le dichiarazioni di Nordio – ma senza collegarsi al referendum. Sembra che così cerchi di portare al voto tutti gli ‘estremisti’, quelli che voteranno ‘di pancia’ per ostilità verso la magistratura”
Il problema è che questa parte di elettorato potrebbe non bastare. Bisogna mobilitarne un’altra, portare alle urne tutto l’elettorato di centrodestra. Secondo l’analista, Meloni aspetterà “che siano finite le Olimpiadi e soprattutto Sanremo, quando non ci sarà un un argomento polarizzante a livello nazionale. A quel punto avrà una ventina di giorni giorni dove spiegare perché bisogna andare a votare Sì al referendum”.
Se attaccare ‘di pancia’ non basta, però, come fare? “Potrebbe usare motivazioni diverse, più approfondite”, ma “nella comunicazione politica, più cerchi di spiegare una cosa, più è difficile che venga capita, soprattutto su una materia tecnica come questa”. L’alternativa è cercare un’impostazione del tutto diversa: “Ad esempio quella del ‘voto politico’ per non ‘far decidere la sinistra nei processi’, magari puntando sulla lotta all’immigrazione dopo l’ultima sentenza del Tribunale di Palermo sul caso Sea Watch. Insomma, una linea che parli agli elettori di centrodestra non direttamente interessati dalla questione della magistratura”. Sarà difficile, ma se Meloni dovesse riuscirsi “diventerà molto complicato per il centrosinistra”.
Un’altra figura che potrebbe influenzare il risultato è Matteo Renzi. Il leader di Italia viva non si è ancora espresso sul referendum, ufficialmente ha dato libertà di voto ai suoi e si è riservato di rendere pubblica la sua posizione a pochi giorni dal referendum. “Tendenzialmente il suo è un elettorato progressista molto simile a quello di Azione, che quindi potrebbe sostenere la riforma costituzionale”, ma “sicuramente se lui si esprime, l’elettorato di Italia Viva lo seguirà: è fortemente polarizzato su di lui”. Potrebbe anche “scegliere di non esprimersi, alla fine, per non rischiare con la sua dichiarazione di voto di far cambiare idea a chi già ha deciso di votare No. Solitamente la piccola spallata dell’ultimo minuto Renzi la piazza bene. Bisogna vedere come la vuole piazzare e se la vuole piazzare, magari limitandosi solo a dire come cambierebbe lo scenario politico futuro in caso di sconfitta di Meloni”.
Che effetto ha la politicizzazione del referendum
L’elettorato non apprezza che il referendum sia diventato un tema in gran parte politico. Ben il 60% ritiene che ormai si sia trasformato in uno scontro governo-opposizione, per il 50% degli elettori è una cosa dannosa oppure che crea confusione. A ritenerla utile è soprattutto l’elettorato di Forza Italia e Lega
Il Partito democratico è diviso: per il 50% la politicizzazione è inutile o dannosa, per il 30% è utile. Secondo Travini, comunque, “non è un fattore che influenzerà la decisione sul voto”: anche chi ritiene sbagliato trasformare il referendum in uno scontro politico, alla fine, probabilmente voterà seguendo la linea del proprio partito di riferimento.
Il problema potrebbe arrivare dopo: una campagna di comunicazione molto polarizzante come quella portata avanti dal Pd “può creare problematiche di affiliazione elettorale, nel breve. Soprattutto in caso di esito negativo. Ad esempio, “una parte dell’elettorato over 55 e moderato potrebbe perdere un po’ di stima nei confronti della comunicazione aggressiva che il Partito democratico ha portato avanti. Al contrario, magari una parte di quello più giovane ci si avvicina attivamente”.
Secondo l’analista, i democratici hanno comunque fatto una scelta giusta, o perlomeno sensata: “Il Pd deve provare a uscire da schemi di comunicazione vecchi, incentrati sull’essere moderati a qualunque costo e non scontentare nessuno, se vuole trovare nuove basi elettorali. Ha funzionato per Salvini, che quando partì con la ‘Bestia’ era al 6,15%, e per Meloni che era al 3,67% quando ha iniziato a usare Twitter in maniera sistematica (era il 2014). Chiaramente per il Pd, che parte da una base molto più ampia, c’è il rischio di perdere qualcuno. Ma si può considerare un investimento sul futuro”.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL REFERENDUM IL GOVERNO E PIU’ CONCENTRATO A COMBATTERE I MAGISTRATI ANTIMAFIA CHE LA MAFIA
Immaginate il mafioso nella sua casa, al Sud o al Nord, che legge le parole del governo contro
alcuni magistrati che hanno trasformato la loro vita in una lotta alla mafia. Immaginatevi quel boss e chiedetevi che cosa penserà sentendo il ministro della giustizia che insulta i magistrati. Forse penserà che, ancora una volta, la politica teme più la magistratura di loro? Di certo sorriderà perché anche lui non ha simpatia per chi ha arrestato la sua famiglia per 416bis, l’associazione di stampo mafioso, e che teme la stessa sorte.
In questi giorni il governo si sta dimenticando chi è il vero nemico d’Italia. Perché può non essere d’accordo con la magistratura su qualche idea, su qualche frase detta, o sul voto di un referendum, ma il governo non può schierarsi pubblicamente, e con un microfono in mano, contro chi in più Procure d’Italia ha fatto condannare mafiosi e corrotti. E che lo faccia un ministro della Giustizia è ancora più grave. E che lo faccia in un periodo come questo ancora di più. Perché?
Perché in questo periodo Cosa Nostra si sta ristrutturando dopo il post Matteo Messina Denaro, lo stesso sta facendo la mafia foggiana (vedi l’omicidio di Alessandro Moretti) mentre la ‘ndrangheta cerca di risollevarsi negli affari in Lombardia dopo il processo Hydra che sicuramente entrerà nella storia dell’antimafia. Questo dovrebbe essere il tempo di premere sull’acceleratore nella lotta alla mafia, invece sembra che l’energia del governo si stia concentrando unicamente contro i magistrati antimafia. Contro persone come il magistrato Nino Di Matteo, che gira con il massimo livello di scorta in Italia. Da qui potete capire che questo uomo la mafia l’ha sfidata eccome: è stato anche il pm nel processo Trattativa Stato-Mafia, nelle sue indagini ha spiegato come la politica andava (e va?) a braccetto con la mafia. Che non piaccia neanche alla politica quindi?
Resta il fatto che in Italia ci deve essere Stato contro mafia, quindi politica e magistratura contro criminalità organizzata. Le guerre interne favoriscono il rivale. Quando si legge che un ministro della giustizia ha parlato di “sistema para-mafioso”
nel Csm (con a capo il Presidente della Repubblica) non può che fare un regalo alla criminalità organizzata che da Nord a Sud sta cercando di ricostruirsi. La lotta alla mafia è una cosa serie e non la si fa solo sfilando nelle passerelle del 23 maggio, del 19 luglio o del 21 marzo. La si fa tutti i giorni nelle Procure, nelle scuole, nelle case e in qualsiasi ente pubblico e governativo. Alla mafia non si deve mai dare neanche il minimo sospetto che politica e criminalità organizzata stiano dalla stessa parte.
Per questo il “siparietto” di questi giorni è pericoloso. Se il governo vuole andare contro Nicola Gratteri perché è contro il referendum, lo deve fare ricordando sempre l’intercettazione di quel mafioso che diceva “è il peggiore che abbiamo, peggio di Falcone e Borsellino. Perché è ancora vivo?”. È proprio in questo momento che, seppur nella diversità di vedute, il governo dovrebbe ribadire il suo appoggio incondizionato al magistrato Gratteri. E invece è solo questione di referendum?
E allora se proprio dobbiamo metterla ai voti, che dite quindi di un bel referendum su come bloccare la carriera ai politici che danno soldi alla mafia? Così, senza fare nomi e cognomi. Li fanno già le sentenze della Cassazione.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IL POST DEL DIRETTORE DOPO L’ADDIO A RAISPORT E LE IPOTESI SU CHI FOSSE IL DESTINATARIO ALL’INTERNO DI FRATELLI D’ITALIA
Paolo Petrecca si è dimesso da direttore di RaiSport dopo tredici giorni dalla più clamorosa figuraccia della storia recente del giornalismo italiano. E lo ha fatto postando su Instagram un passo del Vangelo. «In verità, vi dico: uno di voi mi tradirà» è la frase che Gesù dice durante l’Ultima Cena. La frase va presa sul serio. Nel senso che Petrecca così sembra dire che in Rai non si viene cacciati se si sbagliano le citazioni durante la telecronaca più importante dell’anno e si inventano nomi e cognomi di persone che in quel momento non si trovano lì. No, in Rai si
viene cacciati se qualcuno ti tradisce. Altrimenti puoi stare tranquillo: nessuno ti chiamerà a rispondere.
Il Giuda di Petrecca
E quindi chi è il Giuda di Petrecca? La verità è che lui è ancora furioso e incredulo: «Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Non me lo merito…», avrebbe detto ieri secondo il Corriere della Sera. Loro chi? Un nome è il suo massimo sponsor in Rai: l’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Che in effetti durante l’agitazione della redazione sportiva dell’anno scorso Rossi ha mandato Petrecca a parlare con i consiglieri di destra. Questo gli permise di salvare la poltrona. Eppure in molti hanno ricordato la nota in cui si chiedeva un’assunzione di responsabilità dopo la telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi. Ma sarà Rossi a dover ricollocare Petrecca. Dargli del traditore non sembra il modo migliore per evitare altre punizioni.
Fratelli d’Italia?
Invece, è il ragionamento del quotidiano, per capire chi ha tradito Petrecca bisogna «risalire lungo il filo che in Rai lega ogni vertice (nessuno escluso) a un partito. E quello di Petrecca è Fratelli d’Italia, che tramite il capogruppo in Vigilanza, Francesco Filini, porta fino a Arianna Meloni». In questa ottica va segnalato che da direttore di RaiNews24 Petrecca aveva assicurato una copertura d’eccezione all’Atreju organizzato dalla sorella della premier. Eppure all’ultima kermesse non fu nemmeno invitato. Il che ha fatto pensare che da quando era a RaiSport non era più decisivo.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
L’AGENTE, SU CUI PENDA ANCHE UN’INDAGINE PER FALSO, AVREBBE COPERTO L’ATTIVITA’ DI SPACCIO AL CORVETTO IN CAMBIO DI “ALCUNE MIGLIAIA DI EURO”
Si aggrava la posizione di Carmelo Cinturrino, il poliziotto che ha ucciso il presunto pusher
Abderrahim Mansouri nel boschetto di Milano Rogoredo lo scorso 26 gennaio. L’assistente capo di 42 anni, che ha sparato contro il 28enne, è accusato di omicidio volontario, mentre i suoi quattro colleghi dovranno rispondere di favoreggiamento e omissione di soccorso.
Ma secondo quanto sta emergendo dalle indagini, rivela Repubblica, Cinturrino sarebbe entrato in contatto con Mansouri altre volte negli ultimi mesi. L’agente, inoltre, risulta indagato per falso a proposito di un verbale di arresto del 7 maggio 2024 nel quartiere Corvetto, non lontano dal boschetto di Rogoredo, dove una telecamera lo ha ripreso mentre estraeva e intascava delle banconote dalla cover del cellulare di un pusher tunisino.
La soffiata anonima alla procura
A rafforzare questa ricostruzione – spiega ancora Repubblica – contribuisce una seconda informativa, arrivata in procura a fine gennaio, che aggrava ulteriormente la posizione di Cinturrino. Una fonte confidenziale qualificata avrebbe indicato
infatti un appartamento affacciato su piazzale Ferrara, sempre nel quartiere Corvetta, come meta prediletta dei tossici della zona. I due spacciatori, entrambi italiani, avrebbero goduto della protezione «di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio».
Il “pizzo” chiesto ai pusher del quartiere
Secondo questa fonte, l’agente di 42 anni avrebbe chiesto «alcune migliaia di euro» a un pusher marocchino interessato a vendere droga nella zona. Negli ultimi giorni, gli inquirenti hanno approfondito questa pista d’indagine e, spiega Repubblica, avrebbero già trovato i primi riscontri.
L’ipotesi di una messinscena architettata dalla polizia
Nel frattempo, gli inquirenti appaiono sempre più convinti che Mansouri, al momento della sparatoria con la polizia, non era affatto armato. La procura spinge per l’ipotesi di una messinscena architettata dagli agenti per mascherare quel colpo secco esploso da una ventina di metri che ha centrato in pieno il 28enne. Sarà la consulenza balistica disposta dal pm Tarzia a fare chiarezza, ma i primi accertamenti sembrano suggerire che la pistola a salve trovata sulla scena del crimine sia stata piazzata lì proprio dalla polizia nel tentativo di depistare le indagini.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA ATTACCA I GIUDICI, POI DI DICE D’ACCORDO CON MATTARELLA CHE DIFENDE I GIUDICI… PER QUANTO TEMPO I SOVRANISTI PENSANO DI PRENDERE ANCORA PER IL CULO GLI ITALIANI?
Una tripletta degna degli annali della propaganda politica. E che lascia il segno per i giorni a venire. Giorgia Meloni ha optato per il salto di qualità nella campagna referendaria pubblicando tre video sui canali social nel giro di 24 ore. Tutti e tre dall’approccio molto aggressivo. Anche se poi, nell’intervista rilasciata ieri a Sky TG24, ha smorzato i toni, tentando un ribaltamento della realtà: «Vedo un tentativo di trascinare la campagna in una sorta di lotta nel fango».
La premier ha detto di condividere gli appelli del capo dello stato, Sergio Mattarella, in difesa del Consiglio superiore della magistratura: «Ho trovato le parole del presidente giuste sul fatto che il Csm si mantenga estraneo alle diatribe politiche». E ha ribadito che «il referendum non è un voto sul governo, per quello ci sono le politiche».
Modello Trump
Insomma, Meloni in versione double face. Sembra un’altra persona rispetto alla premier che ha utilizzato due video per attaccare frontalmente la magistratura partendo da singoli casi di cronaca: uno sul «cittadino irregolare algerino» (testuale) non trattenuto nel Cpr e, il giorno dopo, sulla vicenda del risarcimento a Sea-Watch. In mezzo c’è stato lo spot promozionale sul decreto Bollette.
Argomenti diversi per puntare allo stesso obiettivo: spingere gli elettori a votare Sì, senza affermarlo in maniera netta, perché alla fine basta attaccare la magistratura. E magnificare l’operato del governo. Tutto in pieno stile trumpiano, usando la potenza dei social che consente di lanciare messaggi unidirezionali per cercare lo scontro istituzionale.
Il tris social è il misuratore di un’accelerazione in ottica referendaria. Negandolo pubblicamente, per una forma di prudenza (suggerita anche dal ministro della Difesa, Guido Crosetto), ma con un cambio di passo misurabile nei video che mostrano il vero volto della strategia di Fratelli d’Italia.
«Mi sembra sinceramente che Meloni abbia superato ogni limite», ha osservato il deputato del Pd, Roberto Speranza.
Infatti, se il modello di comunicazione della premier è quello di Trump, con il leader solo al comando a sproloquiare sui social, ad affilare le sciabole della propaganda è il consigliere principe della premier, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari
Nella war room della propaganda meloniana, comunque, nessuno è contrario a questo modus operandi. Fazzolari è solo la punta di diamante della “dottrina dello scontro”.
Anzi, si alimenta la macchina della propaganda sui social delle pagine vicine alla galassia di centrodestra, come quelle note di Atreju e Siete dei poveri comunisti, che fanno capo agli strateghi social di FdI, capitanati da Alberto Di Benedetto e Marina Improta.
Meloni è in campo, insomma. Del resto, l’altra Meloni, la sorella Arianna, nelle vesti di capo della segreteria di Fratelli d’Italia, ha iniziato a girare per fare campagna a favore del Sì. Manca poco più di un mese e ha lasciato intendere che il partito non resterà a guardare.
Malumori sulle bollette
Ma il mondo della propaganda finisce per sbattere talvolta contro il dato di realtà. È il caso del decreto Bollette. Il provvedimento ha creato schiere di scontenti. Qualche malumore sul testo finale si è registrato anche nelle stanze del ministero dell’Ambiente.
Da un lato il titolare del Mase, Gilberto Pichetto Fratin, è stato scavalcato dall’aggressività della comunicazione di Palazzo Chigi. E ha dovuto mandare giù l’invasione di campo, aggiustando tuttavia la narrazione numerica: i 5 miliardi di euro raccontati da Meloni (e ripetuti a Sky TG24) sono stati riportati a 3 miliardi. Nello stesso Mase, tuttavia, non tutti sono contenti del provvedimento. Anzi, la viceministra, la leghista Vannia Gava, non sarebbe intervenuta sul testo, tenendosi a debita distanza, proprio per la mancata condivisione del contenuto.
Un indizio sta nel fatto che l’esponente del partito di Matteo Salvini non ha usato i toni trionfalistici rilanciati a “dichiarazioni unificate” da altri ministri e sottosegretari. I malumori sono tangibili, dunque, i benefici del decreto sono tutti da verificare.
«Purtroppo, il bonus di 115 euro non si sommerà al bonus straordinario di 200 euro dello scorso anno», ha denunciato l’Unione nazionale consumatori, smontando il racconto fatto dalla premier. Infatti il bonus sociale di 200 euro è previsto solo in casi specifici per famiglie particolarmente numerose e in situazione di pesante disagio.
«Insomma, i 315 euro di cui parla Meloni non esistono, sono il frutto della più ingannevole propaganda manipolativa», hanno scritto in una nota i deputati del Movimento 5 stelle.
Anche Confagricoltura ha lanciato un allarme, chiedendo al parlamento un intervento sul decreto: così come è stato approvato «mette a rischio la tenuta delle aziende agricole che hanno investito in questi anni nelle rinnovabili dando un contributo importante alla transizione ecologica del Paese», scrive in una nota la confederazione.
Il ritorno al mondo reale è stato necessario anche dopo il bollettino della Bce: in Italia i prezzi dell’energia elettrica sono il doppio rispetto a quelli dell’industria. E non basta un video per risolvere il problema.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
PETRECCA E’ IL TIPICO ESEMPIO DI COME MELONI ABBIA TRADITO UN VALORE BASE DELLA DESTRA: LA MERITOCRAZIA
Nemmeno Papa Ratzinger si dimise con la semplice citazione di un versetto del Vangelo. Ci è
riuscito Paolo Petrecca, direttore di Raisport e medaglia d’oro nella Combinata Grossa, ottenuta grazie alla sua performance durante la cerimonia inaugurale dei Giochi Invernali, quando confuse San Siro con l’Olimpico, la figlia di Mattarella con la presidente del Cio e sé stesso con un telecronista.
«In verità, vi dico: uno di voi mi tradirà» ha postato criptico e lapidario sui suoi social, accanto a un quadro raffigurante l’evangelista Matteo. Il riferimento alle parole rivolte agli apostoli durante l’Ultima Cena lascia spazio alle più disparate congetture sull’identità di Giuda, ma non su quella di Gesù: Petrecca medesimo, che dopo una vita passata a saltare tra «Dio Patria e Famiglia» ha finito per identificarsi col primo.
Intendiamoci, un dirigente Rai che si dimette per manifesta inadeguatezza ha tutte le caratteristiche del miracolo. Il problema è che Petrecca non se ne va perché sospetta di avere sbagliato, ma perché è convinto di essere stato tradito, nel senso di non più sufficientemente coperto, protetto e difeso da quel mondo di destra nel cui grembo ha costruito la sua carriera.
È la logica di ogni comunità, politica o no, dove i vincoli di fedeltà e appartenenza prevalgono a tal punto sui meriti che chi ne fa parte finisce per convincersi che i meriti non contano, anzi non esistono. A differenza dei traditori.
(da corriere.it)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LA ONG: “ANCORA UNA VOLTA LA GIUSTIZIA HA CONFERMATO IL NOSTRO DOVERE DI SOCCORSO”… MA CHI ORDINA ILLEGALMENTE IL FERMO NON VIENE MAI CONDANNATO? ESISTE UNA IMMUNITA’ PER I SOVRANISTI? QUANTI MORTI HANNO SULLA COSCIENZA PER AVER IMPEDITO ALLA ONG DI SAVARE VITE UMANE?
Il Tribunale Civile di Genova ha “definitivamente annullato le sanzioni imposte alla Geo Barents, ex nave di soccorso di Msf, nel settembre 2024. Tali sanzioni erano già state sospese nell’ottobre 2024. Ancora una volta, la giustizia ha confermato il nostro dovere di soccorso!”.
Le sanzioni risalivano al 23 settembre 2024, subito dopo la fine dello sbarco a Genova di 205 migranti, quando la nave aveva subito due diversi ordini di fermo.
Il primo provvedimento di 60 giorni era stato emesso in base al Decreto Piantedosi e alle accuse di non avere rispettato le istruzioni della guardia costiera libica durante un’operazione di soccorso avvenuta il precedente 19 settembre.
Quel giorno, dopo che la Geo Barents aveva effettuato un primo salvataggio e il porto di Genova era stato assegnato come luogo sicuro per lo sbarco, al team era stato segnalata da Sea Bird 2, l’aereo di monitoraggio di Sea-Watch, un’imbarcazione con 100 persone in pericolo.
La Geo Barents aveva ricevuto, ricostruisce Msf, il via libera dal Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano per valutare la situazione e al suo arrivo era l’unica imbarcazione sul posto. Data la gravità della situazione e l’obbligo del capitano di prestare assistenza immediata, il team aveva quindi proceduto al salvataggio. Mentre stava per terminare il soccorso, e circa 20 persone su 110 totali erano ancora sul barchino, era arrivata sulla scena una motovedetta dei criminali della guardia costiera libica.
Era il quarto ordine di fermo per Geo Barents, dopo quello emesso un mese prima, sempre per 60 giorni, poi sospeso dal Tribunale civile di Salerno.
Inoltre, il secondo provvedimento di fermo emesso il 23 settembre ha fatto seguito a un’ispezione pilotata della nave che aveva rilevato otto carenze tecniche.
Il fermo era arrivato arrivato solo 12 giorni dopo la sospensione del precedente fermo da parte del Tribunale di Salerno, che aveva riconosciuto gli obiettivi umanitari e di soccorso della nave di ricerca e soccorso di Msf. Anche le sanzioni di Genova erano state sospese nell’ottobre 2024 e adesso sono state definitivamente annullate.
(da agenzie)
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