Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
“DOMANI”: “UNA NOMINA DECISA DALLE SORELLE MELONI E CHE FARÀ DISCUTERE: I DATI SANITARI SONO TRA I PIÙ SENSIBILI, COME PUÒ GESTIRLI UNA PERSONA CHE PER ANNI È STATA NEI SERVIZI SEGRETI?” … “L’INFLUENZA DELLE SORELLE MELONI SULLA SANITÀ NON È UN MISTERO. ARIANNA HA SPONSORIZZATO LA NOMINA DEL MINISTRO SCHILLACI E PRESIDIA L’AMBITO SANITARIO SUPERVISIONANDO LA REGIONE LAZIO CON FRANCESCO ROCCA. RITA DI QUINZIO, FEDELISSIMA DELLA PREMIER, È STATA PIAZZATA A CAPO DELLA SEGRETERIA DEL MINISTERO DELLA SALUTE. ORA CON TANESE DG DI AGENAS IL CERCHIO SI CHIUDE”
Dopo 18 mesi di guerra tra regioni, il governo chiude la partita con una nomina che scavalca il
Ministero della Salute. Alla guida dell’Agenzia che controlla la sanità regionale (Agenas) arriva un dirigente ancora in forza all’Intelligence. In particolare al Dis, il dipartimento informazione e sicurezza, che coordina Palazzo Chigi con le due agenzie Aisi e Aise.
Una nomina che farà discutere: i dati sanitari sono tra i più sensibili, contestano i critici della nomina, come può gestirli una persona che per anni è stata nei servizi segreti? La soluzione allo stallo di Agenas porta la firma di Palazzo Chigi, che ha suggerito Angelo Tanese, cinquantanove anni, dirigente di prima fascia della Presidenza del Consiglio e ancora in forza al Dipartimento Informazioni e Sicurezza come capo del personale: è lui il nuovo direttore generale di Agenas.
Una nomina che sarebbe stata decisa dalle sorelle Meloni e che trasforma l’ente tecnico in un terminale diretto dell’esecutivo. Il manager dall’ottobre 2022 guida
l’ufficio del personale del Dis, dopo una carriera costruita alla guida della Asl Roma 1 tra il 2016 e il 2022. Ora Tanese fa il percorso inverso: dall’intelligence torna alla sanità pubblica con un ruolo di controllo strategico sulle Regioni. Contattato, Tanese contattato da Domani ha rifiutato commenti sulla nomina.
La scelta di affidare la direzione di Agenas a un uomo dei servizi arriva dopo un commissariamento durato mesi. Il primo agosto 2025 il governo ha nominato Americo Cicchetti commissario straordinario con pieni poteri, aggirando l’intesa con le Regioni e installando una figura in linea con la politica dell’esecutivo. Cicchetti, ex direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero, aveva firmato report e indicatori che hanno scatenato malumori tra i governatori penalizzati nelle classifiche sui livelli essenziali di assistenza.
Le sue pagelle hanno fatto infuriare le regioni, soprattutto quelle che si sono viste declassate nei ranking nazionali sulla qualità dei servizi sanitari e hanno finito per costargli il posto. Le stesse regioni che erano state criticate pochi giorni fa dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, accusate di manipolare i dati sulle liste d’attesa per apparire più virtuose di quanto siano in realtà.
Ma la guerra per il controllo di Agenas è esplosa nel giugno 2024 quando il Consiglio dei ministri ha destituito con un provvedimento ad hoc Enrico Coscioni, il cardiochirurgo fedelissimo di Vincenzo De Luca che dal 2020 presiedeva l’ente. Da quel momento è iniziato un durissimo braccio di ferro tra i governatori del Nord e quelli del Sud.
La soluzione finale ha favorito Massimiliano Fedriga, presidente leghista della Regione Friuli Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, che ha assunto la presidenza. Nel consiglio di amministrazione sono entrati il presidente della regione Campania Roberto Fico, Domenico Mantoan per il Ministero della Salute ex dg di Agenas fino al 2024 e Angelo Giovanni Ientile per l’Anci.
Ma l’influenza delle sorelle Meloni sulla sanità non è un mistero. Arianna Meloni ha sponsorizzato la nomina del ministro Orazio Schillaci e presidia l’ambito sanitario supervisionando la Regione Lazio con Francesco Rocca. Rita Di Quinzio, fedelissima della premier, è stata piazzata a capo della segreteria del ministero della Salute. Ora con Tanese alla direzione generale di Agenas il cerchio si chiude.
(da “Domani”)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE IL LEGHISTA CANDIANI SI DOMANDA: “SENTO PARLARE DI RUSSI CHE COMPRANO IL SUO LIBRO. DA QUANDO QUESTA PASSIONE PER L’ITALIANO?”… E CALENDA VA GIU’ DURO: “A VANNACCI ARRIVANO I SOLDI DA OLTRECORTINA? SENZA DUBBIO”
Come si scrive Vannacci in cirillico? Tutti cercano valigette a doppio fondo, ma basta sfogliare le pagine del suo libro e guardare la classifica di Amazon. Lo ha detto Stefano Candiani: “Chi muove i fili di Vannacci? I russi? Sento parlare di russi che comprano il suo libro. Da quando questa passione per l’italiano?”. Calenda è un altro: “A Vannacci arrivano i soldi da oltrecortina? Senza dubbio”.
Ora c’è anche Enzo Amendola, ex ministro degli Affari Europei, uno che le capitali del mondo le frequenta e che ha scritto il romanzo per Mondadori “L’imam deve morire”. Si domanda Amendola: “Come è nato il fenomeno Vannacci? Ricordate? E’ nato un’estate con le vendite del suo libro, autoprodotto, dal titolo “Il mondo al contrario”. Bene, io mi chiedo come fa a schizzare un libro in classifica, dal nulla. Sento anche io parlare di russi che comprano i suoi libri online. I russi perchè comprano i libri di Vannacci? Io qualche domanda me la farei…”.
Quanti russi, da Mosca, stanno comprando online il libro di Vannacci? Continua Amendola: “E per carità, smettiamola di dire che Vannacci può far vincere la sinistra. Vannacci trascina nella sua spirale, fa parlare solo di sicurezza, destra. La sinistra non ha bisogno di Vannacci, la sinistra deve essere ferma sull’Ucraina. E’ l’Ucraina, il sostegno italiano, che costringerà Meloni a scegliere: o Vannacci o Ucraina”. Dalla Russia chi vuole aiutare il Beppe Grillo in vestaglietta compra il libro e lo finanzia. Il suo rublo è la virgola.
(da il Foglio)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL GAFFEUR PETRECCA, CHE DURANTE LA TELECRONACA DELLA CERIMONIA HA COMMESSO UNA SERIE INFINITA DI ORRORI, NON ANNUNCIA IL CANTANTE, CHE HA INTERPRETATO ALCUNI MERAVIGLIOSI VERSI DI GIANNI RODARI … INOLTRE, LA REGIA NON HA MAI INQUADRATO DA VICINO IL CANTANTE, LIMITANDOSI A DELLE RIPRESE DALL’ALTO
Nessun primo piano. Nemmeno la citazione durante la telecronaca (quella del direttore di
RaiSport Paolo Petrecca costellata di gaffe, dalla presidente del Cio scambiata per la figlia di Mattarella, al mancato riconoscimento dei campioni delle nazionali di volley, allo scambio di persona fra Mariah Carey e Matilda De Angelis). Come se Ghali non avesse preso parte alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Trasparente. Invisibile. Confuso fra i ballerini del corpo di danza che ha messo in scena il quadro di cui avrebbe dovuto essere protagonista.
Era sua infatti la voce che ha recitato una poesia di Gianni Rodari contro la guerra. Un «Promemoria» in italiano, francese e inglese sulle cose da fare ogni giorno e ogni notte e su quelle, la guerra appunto, da non fare mai. Sui social sono esplose le critiche alla Rai: si va dal «trattamento irrispettoso» alle accuse di «censura» con centinaia di conversazioni che spingono il rapper nei trending topic.
Che il clima attorno alla presenza di Ghali alla cerimonia non fosse rilassato lo si era capito già nei scorsi scorsi. Giovedì sera, alla vigilia dell’inaugurazione, il rapper aveva postato sui social un commento che lasciava intendere le tensioni con l’organizzazione. «So quando una voce viene accettata. So quando vene corretta. So quando diventa di troppo. So perché vogliono uno come me. So anche perché non mi vorrebbero. So perché mi hanno invitato». Il rapper faceva anche capire che gli sarebbe stato impedito di cantare l’inno di Mameli (è stato affidato a Laura Pausini) e anche di aggiungere l’arabo alle lingue in cui è stato tradotto Rodari. «So anche perché non ho più potuto cantare l’Inno d’Italia. So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace. So che poteva contenere più di una lingua. So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo», queste le sue parole. Il messaggio si concludeva ancora più duro: «So che un mio pensiero non può essere espresso. So anche che un mio silenzio fa rumore. So che è tutto un gran teatro».
Il rapper milanese e di origini tunisine era diventato un caso dopo che nei giorni scorsi il ministro per lo Sport Giovanni Abodi aveva lasciato intendere che l’artista non avrebbe avuto carta bianca sulla sua performance. «Ritengo che un Paese debba sapere reggere all’urto di un artista che ha espresso un pensiero che non condividiamo, che non sarà espresso su quel palco». Il riferimento era alla posizione di Ghali sulla questione palestinese e allo «stop al genocidio» pronunciato sul palco di Sanremo 2024.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL DISASTRO ANNUNCIATO IN SALSA SOVRANISTA VA PEGGIO DEL PREVISTO… LA RAI UNA VOCE PER LE OLIMPIADI L’AVREBBE AVUTA, FRANCO BRAGAGNA, MA L’HA LASCIATA ANDARE A SKY
Una leggenda, in quanto tale vera o presunta, narra che mentre c’era chi si muniva di enciclopedie e dizionari per il racconto di una cerimonia olimpica, il gigante Sandro Ciotti portasse con sé solo un pacchetto di sigarette. Questo dice tanto del talento e della vastità della conoscenza di Ciotti, ma anche della difficoltà di raccontare un evento come una cerimonia olimpica. Serve conoscenza ampia, varietà di argomenti, capacità di sapere entrare con il tempo giusto rispetto a ciò che si vede e stare in silenzio per “lasciare parlare le inmagini” quando quelle parlano da sole. Insomma, chi racconta una cerimonia come quella delle Olimpiadi deve impressionare per delicatezza e incisività, lasciare nel pubblico la sensazione di un sapere sconfinato e allo stesso tempo quella di essere invisibile.
Il disastro annunciato andato in onda su Rai1 con la cerimonia olimpica dei giochi di Milano-Cortina 2026 è la negazione di tutto questo. Era annunciato per tutte le assurdità che hanno preceduto l’evento, per il modo in cui si è arrivati alla formazione che si è occupata della telecronaca, per l’assurda protervia con cui un direttore come Petrecca ha preteso di potersi sostituire ad Auro Bulbarelli (che la gaffe inenarrabile su Mattarella l’aveva fatta, ma che sicuramente ha l’esperienza
per raccontare una cerimonia di questo tipo), ma soprattutto per un dato oggettivo: Petrecca non possiede l’esperienza sufficiente per raccontare un evento del genere, per il quale non basta essere giornalisti.
Fare la cerimonia di apertura delle Olimpiadi quando non sei un telecronista è come pretendere di suonare il violino solo perché sai strimpellare la chitarra. La quantità di momenti imbarazzanti di ieri sera è indicibile e va ben oltre la predisposizione generale ad evidenziarli prima ancora che iniziasse, in virtù dell’impopolarità del personaggio Petrecca già alla vigilia. Va ricordato, infatti, che l’attuale direttore di Rai Sport è stato sfiduciato più di una volta dalla sua redazione a inizio mandato, dopo essere stato mal digerito anche alla direzione di Rai News, esperienza segnata dal famoso titolo su Delmastro, condannato per il caso Cospito ma annunciato come assolto.
La cerimonia olimpica raccontata da Petrecca addirittura da prima voce è stata un film horror completato da una frase che la dice lunga. A un certo punto, il direttore di Rai Sport dichiara – sulla base di non si sa cosa – che sui social gli atleti avrebbero sottolineato i pregi dell’accoglienza al villaggio olimpico italiano rispetto a quanto accaduto a Parigi, olimpiade progressista per eccellenza. Con fare squisitamente sovranista Petrecca ha nominato “il cibo italiano”, che basta a rendere l’idea. Peccato, però, che gli atleti in questione non fossero gli stessi perché quelle erano Olimpiadi sportive e queste invernali. Al grottesco non c’è mai fine.
Resta una figuraccia della Rai, che per certi versi ha già perso la sfida di queste Olimpiadi in casa nostra, completando il capolavoro nel lasciarsi scappare la possibilità di un ultimo ballo di Franco Bragagna, uno che di cerimonie olimpiche ne ha fatte, che sa cosa vuol dire esserci ma allo stesso tempo lasciar parlare le immagini, che da mesi provava a candidarsi per raccontare un ultimo evento Rai nonostante già in pensione e che alla fine la Rai ha lasciato andasse a Sky. Per tenersi Petrecca. Viva “il cibo italiano”.
(da Fanpage)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
OVAZIONE PER LA DELEGAZIONE UCRAINA E PER MATTARELLA, FISCHI PER ISRAELE E IL BURINO AMERICANO
Applausi per la delegazione americana, fischi per J.D. Vance. Così hanno reagito i 67mila
spettatori presenti a San Siro alla sfilata degli atleti degli Stati Uniti. Quando le telecamere hanno inquadrato il vicepresidente, presente in tribuna d’onore per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina e in piedi per applaudire gli atleti americani, lo stadio gli ha tributati lunghi fischi e “buuu”. Tutt’altra accoglienza, invece, per gli atleti del Team Usa, che sono stati accolti con un lungo applauso.
Prima ancora che allo stadio, il vicepresidente Usa era stato criticato durante il corteo di venerdì mattina contro la presenza a Milano dell’Ice, la famigerata polizia anti-immigrazione americana finita al centro delle polemiche per i metodi brutali con cui conduce le deportazioni di migranti irregolari. Più in generale, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le successive tensioni – commerciali e non solo – con l’Europa hanno fatto precipitare le relazioni diplomatiche tra le due sponde dell’Atlantico.
Come riporta il quotidiano inglese The Guardian, inizialmente i telespettatori negli Stati Uniti, che stavano guardando lo show, non se ne sono nemmeno accorti dei fischi riservati dal pubblico di San Siro al loro vicepresidente perché la NBC, l’emittente che segue i Giochi invernali, non ha fatto sentire nulla, né il momento è stato in qualche modo commentato dai giornalisti in onda. Ciò non ha, però, impedito che il filmato circolasse e venisse condiviso sui social media negli States.
Anche Donald Trump è intervenuto su quanto successo. Rispondendo alla domanda di una giornalista sui fischi a Vance, ha risposto: “È un fatto che mi sorprende perché lui piace alla gente. Beh, voglio dire, è in un paese straniero, per essere onesti, ma non viene fischiato qui da noi”, si è limitato a dire il tycoon.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA CERIMONIA DI APERTURA E’ STATA AFFIDATA A PAOLO PETRECCA, IL SOVRANISTA DIRETTORE DI RAISPORT
Se la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina è stata definita da più parti «memorabile», lo stesso, ma per motivi diversi, si può dire anche della telecronaca Rai. La copertura dell’evento era stata affidata ad Auro Bulbarelli, volto ben noto del servizio pubblico, che però è incappato in una gaffe imperdonabile. Pochi giorni prima dell’evento, ha anticipato in conferenza stampa l’ingresso a sorpresa di Sergio Mattarella a San Siro, spingendo la Rai a togliergli la telecronaca. A prendere il suo posto è stato Paolo Petrecca, contestato direttore di RaiSport, che con le numerose gaffe fatte nel corso dell’evento è riuscito a superare – e di parecchio – il suo collega.
La confusione sullo stadio e su Mariah Carey
La serata, a dirla tutta, è cominciata male fin dai primissimi secondi. Al termine della pubblicità, non appena inizia il collegamento da Milano, Petrecca esordisce con un «Benvenuti allo stadio Olimpico». Peccato che la cerimonia sia a San Siro, non allo stadio di Roma, ma tant’è. Poco più tardi, le telecamere inquadrano l’ingresso di Matilda de Angelis ma il direttore di RaiSport dev’essersi già portato avanti con la scaletta e quindi esclama: «Ecco Mariah Carey!».
La figlia di Mattarella che in realtà è la presidente del Cio
Persino sui volti più noti delle istituzioni coinvolte nelle Olimpiadi, Petrecca non brilla. «Inquadrati ora Sergio Mattarella con la figlia». Ma in realtà la figlia del capo dello Stato non è lì: insieme a Mattarella, semmai, c’è Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale.
Il telecronista Rai sembra anche non riconoscere molte icone dello sport italiano che, nelle vesti di tedofori, si passano la torcia olimpica a San Siro. L’unica che Petrecca chiama per nome è Paola Egonu, mentre su tutti gli altri – fra cui Anna Danesi, capitana della nazionale di volley e campionessa del mondo, e Simone Giannelli, capitano dell’italvolley maschile e anche lui campione del mondo – glissa.
Nessuna presentazione per Ghali
Ma tra le critiche ai telecronisti Rai ce n’è un errore che forse, a voler pensare male, potrebbe essere stato fatto di proposito. Sono in molti infatti a essersi accorti che Ghali, a differenza di tutti gli altri artisti che hanno preso parte alla cerimonia, non è stato nemmeno nominato o presentato da Petrecca durante la serata.
Il rapper, su cui è montata una piccola polemica nei giorni scorsi, ha interpretato a San Siro versi di Gianni Rodari accompagnati da una coreografia di ragazzi che hanno disegnato una colomba umana. «Indecenti i telecronisti che non nominano Ghali nella sua performance. Fate pena», scrive sui social un utente. «Non hanno inquadrato Ghali neanche un secondo e in completo playback…», scrive un altro.
(da agenzie)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
MOSTRARE LE CHIAPPE PER ARRIVARE A SANREMO: E’ L’EGEMONA CUL-TURALE DEI SOVRANISTI
Guardando la foto a natiche scoperte con cui il comico no-vax e no-gay Andrea Pucci annuncia
sui social il suo approdo a Sanremo in veste di co-conduttore, ci si sente sollevati.
Dopo avere sottratto alla sinistra il controllo della cultura, la destra espugna anche l’ultima casamatta di democristianità televisiva che resisteva dai tempi di Andreotti e Pippo Baudo. Il Festival della canzone italiana.
Ora la lunga marcia è davvero finita e il tempo degli intrattenitori moderatamente progressisti, o progressivamente moderati, volge al termine. La famigerata egemonia culturale di sinistra è battuta, divisa, sconfitta, e alle sue ipocrite truppe non resta che risalire in disordine le valli che per decenni avevano disceso con orgogliosa sicurezza: Benigni, Grillo, Littizzetto, Fiorello, Crozza, Amadeus. Il compagno Amadeus. E Checco Zalone, che fa battute in apparenza reazionarie, ma sotto sotto si sa come la pensa davvero.
Ora il terreno è sgombro, i tappi sono saltati e i talenti del melonismo, del salvinismo, del vannaccismo appaiono liberi di dispiegarsi in tutta la loro grazia e arguzia. Chissà quante idee originali e intuizioni folgoranti hanno tenuto in serbo per noi, durante questi decenni oscuri, passati al confino nei palazzetti, nei teatri e nelle tv commerciali. Ah, ma da oggi non saranno più costretti a soffocare i loro impulsi creativi e a marcire nell’ombra, vittime di complotti, esclusioni e congiure. Da oggi possono finalmente mostrarsi. Con le chiappe al vento.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA HA VOLUTO LA RIFORMA? CHE LA SPIEGHI, INVECE CHE PARLARE DI CENTRI SOCIALI… PIU’ LA BUTTANO IN CACIARA PIU’ IL FRONTE DEL NO RECUPERA CONSENSI
Di solito i colpi di cannone si sparano a ridosso dell’apertura delle urne, quando l’iperbole polemica serve a richiamare l’attenzione dell’elettorato più distratto. Stavolta il copione referendario contraddice la regola: la campagna non è neanche cominciata, ancora non abbiamo visto manifestazioni, comizi, duelli tv, e già si spara ad alzo zero utilizzando quel tipo di argomenti identitari e viscerali di solito riservati agli ultimi appelli.
Due “card” sintetizzano bene le opposte linee di propaganda. A destra, lo spettro Askatasuna («Se non sei come loro vota Sì») e un racconto che presenta la riforma come elemento salvifico contro ogni turbolenza sociale, ogni errore giudiziario, ogni cattivo preso e scarcerato. Interpellati nei talk show, i sostenitori del Sì non sanno spiegare quale sia la relazione tra sorteggio del Csm e domiciliari agli anarchici o accoltellamenti nelle scuole, ma non importa.
Allo stesso modo, a sinistra, agisce il fantasma Casapound: «Se non sei come loro vota No». Il sottotesto – chi approva la legge è fascista – finora ha provocato reazioni indignate più tra i progressisti “liberal” che a destra: ieri un fiume di dichiarazioni ha chiesto al Pd di darsi una regolata con questo tipo di provocazioni.
Entrambe le posizioni sono prive di qualsiasi collegamento con la riforma, con la realtà, con le conseguenze dell’approvazione o della bocciatura della legge costituzionale che potrebbe radicalmente cambiare l’autogoverno della magistratura. Ma presentare come simmetriche le due strategie sarebbe un errore.
È sulla maggioranza di governo che grava la responsabilità principale di dare un “tono” alla campagna referendaria. Ha voluto la legge, ha scelto di mandarla in porto senza concedere nulla al dibattito parlamentare e al confronto con gli interessati, era consapevole che quel testo sarebbe finito a referendum, e insomma: suo è il dovere di spiegare agli italiani con chiarezza perché dovrebbero pronunciare il loro sì definitivo alla modifica di un capitolo così rilevante della Costituzione.
L’uso di scorciatoie propagandistiche è incomprensibile. O meglio, può spiegarlo solo il timore che l’elettorato di centrodestra sia disinteressato alla battaglia e dunque sia necessario galvanizzarlo fin da ora con cose che nulla hanno a che fare con sorteggi e Alte Corti: la sicurezza, le piazze anarchiche, il presunto remar contro della magistratura rispetto all’azione di governo.
Gli squinternati argomenti che vengono spesi sulle piazze virtuali danno l’idea di una campagna appena cominciata e già sfuggita di mano, mandando al macero con leggerezza l’indicazione originaria di Giorgia Meloni che ai suoi aveva chiesto di «restare sul merito» ed evitare crociate politiche. Per di più, la foga irragionevole di certe dichiarazioni e i quotidiani anatemi contro i giudici per i più diversi motivi – l’ultimo è il tasso di delinquenza degli immigrati rilasciati dai Cpr – alimentano la sensazione che la destra non voglia semplicemente separare carriere e sorteggiare membri del Csm ma cerchi una rivincita definitiva su una magistratura giudicata ostile e renitente. Poi, certo, l’unica domanda che vale in politica è: funzionerà? A occhio, visto il repentino recupero del No nei sondaggi, i colpi di cannone del centrodestra stanno andando largamente a vuoto, il loro rombo mobilita più gli avversari che gli amici.
(da La Stampa)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
UN INTRUGLIO IDEOLOGICO, AVVELENATO DALLE MENTI DEL MELONISMO DA COMBATTIMENTO
Tutto si tiene, in questa incipiente “notte della Repubblica” paventata, più volte evocata e in
fondo vagheggiata dai patrioti al comando. Le Brigate Rosse che rinascono e le milizie dell’Ice che sparano, le “zecche” di Askatasuna che martellano e le sinistre complici che giustificano, le toghe comuniste che scarcerano e le sfide referendarie che incombono. Questo fetido intruglio ideologico — cucinato e avvelenato dalle “menti raffinate” del melonismo da combattimento — viene servito agli italiani ogni giorno, per due ragioni convergenti e inquietanti.
La prima ragione è l’esigenza di raccontare un Paese fittizio: non sfiancato da un’economia che non cresce e da un salario che non basta, da una sanità che implode e da un carrello della spesa che esplode, ma impaurito e minacciato da un «terrorismo» che ritorna e che rende le nostre vite insicure e le nostre strade violente.
La seconda ragione è l’urgenza di affermare un dispositivo di potere autoritario e autosufficiente, che rifiuta il limite, manomette il contratto sociale e converte la forza del diritto in diritto della forza. Con intensità e velocità differenti, questo è il
“metodo di governo” che contraddistingue le destre moderne, in quest’era ormai post-occidentale forgiata e dominata da Trump.
Il terzo decreto sicurezza appena varato dal Consiglio dei ministri è a suo modo il paradigma di questo preteso “cambio d’epoca” imposto dai nuovi autocrati yankee style. Se non sono riusciti a picconare la Costituzione, a marciare sull’Habeas corpus e calpestare i diritti fondamentali dei cittadini, lo dobbiamo solo a Sergio Mattarella che ha impedito che questo provvedimento si trasformasse in un liberticidio da Junta cilena.
Avevano preparato un «fermo preventivo» che consentiva alle questure di trattenere per 24 o 48 ore chiunque fosse gravato solo da un «atteggiamento sospetto», come fanno l’Ice a Minneapolis, i cekisti a Mosca o i basiji a Teheran: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 13 della Costituzione, che considera «inviolabile» la libertà personale, e ora il fermo è limitato a 12 ore, si basa su indizi concreti come il possesso di armi ed è ammesso o revocato dalle procure.
Avevano previsto uno «scudo penale» per le sole forze dell’ordine: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 3 della Costituzione, che vuole tutti i cittadini «uguali di fronte alla legge», e adesso la protezione vale erga omnes e dispone l’iscrizione della persona coinvolta in un registro a parte e solo in presenza di elementi «evidenti» che giustifichino l’uso delle armi.
Pretendevano una cauzione preventiva, per poter organizzare una manifestazione: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 17 della Costituzione, che afferma il diritto di riunirsi pubblicamente e pacificamente, e questa norma è sparita. Dopo la cura del Colle, quel che resta è comunque un cattivo decreto, demagogico e inefficace, a metà strada tra Pinochet e Franceschiello.
Lo spiega bene a Repubblica l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli: la gestione dell’ordine pubblico «non è una formula da talk show, né da bar sport», le forze dell’ordine non si usano «come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie miracolistiche che alla prova dei fatti non proteggono proprio nessuno».
Ma per le destre bisognava cogliere l’attimo, e l’hanno colto. I soliti 300 delinquenti da corteo gli hanno offerto il pretesto su un piatto d’argento. L’ennesimo rito tribale consumato dalla schifosa galassia black bloc, capace anche stavolta di mandare in vacca una manifestazione pacifica e di accanirsi su un poliziotto: che c’è di meglio, per costruirci sopra il macabro storytelling di un’Italia
sull’orlo della guerra civile e dunque bisognosa di rifugiarsi sotto il braccio violento della legge?
La premier parla di «tentato omicidio», Crosetto e Nordio evocano «i metodi da Br», Salvini urla «la galera non basta», Piantedosi vaneggia di «eversione». I Fratelli d’Italia — supportati da gazzettieri e conduttori di regime pronti a inscenare processi sommari in tv e sui giornali — accusano puntualmente le opposizioni di complicità e connivenza. Come se fossimo precipitati negli anni di piombo. Come se il pur orribile pestaggio dell’agente si iscrivesse nella tragica striscia di sangue che tra il 1970 e il 1980 fece più di 500 morti.
Ma questo è il modus operandi delle figlie e dei figli di Colle Oppio oggi traslocati a palazzo Chigi: moltiplicare il conflitto, mostrificare l’avversario, generare una risposta uguale e contraria. Era successo già nel 2023, dopo gli scontri di piazza per l’anarchico Cospito al 41-bis. Anche allora Meloni disse testualmente: «Lo Stato è sotto attacco, la democrazia è a rischio e dobbiamo reagire». Anche allora sembrava la vigilia di un’insurrezione armata. Sono passati tre anni, lo Stato è ancora lì e la democrazia pure, forse ammaccata più da quelli che dicono di volerla difendere che non dai rivoltosi.
L’emergenza permanente serve a dare una base psico-politica allo “stato d’eccezione” e alle leggi speciali. E, di qui al 22 marzo, serve anche a vincere il referendum, convincendo gli elettori che il vero inciampo del Paese non è chi lo governa male, ma le sinistre che sfasciano e le toghe che sabotano. Nel comodo salotto di Del Debbio, la premier ribadisce il suo sdegno per il «doppiopesismo della magistratura, che rende difficile la sicurezza dei cittadini».
Come i dottor Stranamore di via della Scrofa (che postano la foto dei picchiatori al corteo con un titolo «Questi votano no») anche la Sorella d’Italia usa la decisione del gip — che ha mandato ai domiciliari i tre ragazzi arrestati dopo la guerriglia urbana di sabato scorso — per gettare altro fango sulle toghe e suggerire così agli italiani di votare sì all’imminente ordalia referendaria.
Eppure basterebbe leggere l’ordinanza di convalida dell’arresto di quei giovani, per rendersi conto che si tratta di incensurati senza precedenti penali e che, trovandosi nelle retrovie del gruppetto di aggressori, nessuno dei tre ha colpito il poliziotto. Ma che volete che importi la verità, quando si tratta di screditare un nemico e di convincere il “popolo” a sconfiggerlo con un voto?
Vale per le toghe, e vale anche per le sinistre. Alle quali non si chiede la comune assunzione di una responsabilità, ma solo l’ammissione di una colpa. Chi sdottoreggia di una «borghesia fiancheggiatrice» dovrebbe fare nomi e cognomi, altrimenti viene il dubbio che fior di intellettuali democratici come Marco Revelli siano i nuovi Renato Curcio.
I casseur vicini ai centri sociali appartengono certamente all’album di famiglia della sinistra. Ma almeno quanto i picchiatori fascisti di Forza Nuova, che nel 2021 assalirono e distrussero la sede della Cgil, appartengono all’album di famiglia della destra. Con una differenza, purtroppo abissale. Oggi, dal Pd ad Avs, non c’è un solo parlamentare che abbia parlato di «compagni che sbagliano» e non abbia condannato le violenze di Torino: allora, di fronte alla furia con cui gli ex terroristi Fiore, Castellino e Aronica misero a ferro e fuoco il più importante sindacato italiano, Meloni non commentò, «bisogna prima capire qual è la matrice». Masha Gessen, sul New York Times, ha definito il trumpismo «terrore di Stato». Fermiamoci, noi, finché siamo in tempo.
(da Repubblica)
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