Destra di Popolo.net

“LA LIBIA DIETRO USTICA E LA STRAGE DI BOLOGNA”: L’ULTIMO SEGRETO NELLE CARTE DI MORO

Maggio 5th, 2016 Riccardo Fucile

DA BEIRUT I SERVIZI SEGRETI AVVISARONO

Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane.
Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità  del Lodo Moro.
Il Lodo Moro è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo
Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità  giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo».
E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perchè c’è un assoluto divieto di divulgazione.
Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là  e liberalizzi il resto del carteggio.
Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso – scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio – che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980»
Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma.
Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione.
Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente.
Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano.
Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978.
Sono incappati invece in documenti che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna.
O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, chè per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore.
C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese
Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono: «I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».
Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti».

Francesco Grignetti
(da “La Stampa”)

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I TERRORISTI CI FANNO PAURA? FORSE NON RICORDIAMO COSA SONO STATI GLI ANNI 70 E 80

Marzo 31st, 2016 Riccardo Fucile

OGGI LA MEDIA E’ DI 200 L’ANNO CONTRO I 500 DEL PERIODO 1975-1995… IN EUROPA OGGI 198 ATTENTATI CONTRO I 13.595 NEL MONDO

Le bombe di Bruxelles, e prima ancora gli attacchi di Parigi, hanno minato il nostro senso di sicurezza.
Lo spettro della paura è stato ingigantito dalla globalizzazione che accorcia le distanze. Ma anche dai mass media e dalle loro dirette, che alimentano il mostro dell’angoscia di ora in ora.
Eppure, se riuscissimo ad astrarci e a guardare le cose da un’angolazione diversa, scopriremmo che l’Europa non è precipitata nell’abisso.
Tra gli Anni 70 e 90 gli attacchi terroristici erano più frequenti. E le vittime più numerose.
La strage alla stazione di Bologna, le Olimpiadi di Monaco, il volo Pan Am 103 caduto su Lockerbie: sul suolo europeo gli attentati non sono mancati.
Il gruppo più letale dal 1970 a oggi non ha nulla a che vedere con l’Isis o con l’Islam, ma è l’Ira separatista, con 1069 morti.
Mentre negli ultimi cinque anni   gli attentati si aggirano infatti una media di 200 l’anno, dal 1975 al 1995 il numero era intorno ai 500 l’anno con punte di 953 del 1975, di 703 nel 1997, di 712 nel 1993.
Questo per quel che riguarda gli atti di terrorismo in Europa.
Se allarghiamo lo sguardo sul mondo possiamo capire molto di più.
Nel 2014 si è registrato un boom di attentati e di vittime a livello mondiale, ma quelli europei sono molto minoritari rispetto al resto del pianeta: 198 contro 13.595

Raphaà«l Zanotti
(da “La Stampa”)

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“SORRY FOR YOU TOO”, PER I BAMBINI CHE NON DOVREBBERO SOFFRIRE PER LA FOLLIA DEGLI ADULTI

Marzo 28th, 2016 Riccardo Fucile

IL PICCOLO DI IDOMENI CHE FUGGE DALLA GUERRA E QUELLO DI BRUXELLES CHE VIVE IL TERRORISMO

Il giorno degli attentati di Bruxelles tutto il mondo si è mostrato vicino alle vittime, ai feriti e ai sopravvissuti che avranno sempre nella mente le immagini legate agli attacchi dell’aeroporto e delle stazioni metropolitane.
In un giorno così tragico per la città  belga, un piccolo migrante di Idomeni, che vive in un campo profughi al confine tra la Macedonia e la Grecia, aveva voluto far sentire tutta la sua sofferenza e tutto il suo cordoglio a chi quella giornata la stava passando tra ansie e paure.
Il suo messaggio, scritto su un foglio bianco e mostrato al cielo, ha fatto il giro del mondo.
E da Bruxelles la risposta al piccolo bambino non si è fatta attendere.
Un papà , mentre tiene la mano alla figlioletta, stringe un foglio con una scritta molto chiara: “Sorry for you too. From Brussels“.
“Mi dispiace anche per te” è il messaggio che un papà  della capitale del Beglio ha voluto far recapitare al piccolo bambino, per fargli capire che ora, dopo che quello che è successo nella sua città , riesce a capire la tragedia di   un bambino che ha conosciuto troppo presto le ingiustizie, il male e la guerra.
E la follia degli adulti.

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RILASCIATO IL REPORTER, NON ERA LUI L’UOMO COL CAPPELLO

Marzo 28th, 2016 Riccardo Fucile

DIETROFRONT, CHEFFOU TORNA A PIEDE LIBERO: E’ SERVITO PER 48 ORE A SPECULARE SU CHI DIFENDE I PROFUGHI

Ricominciano le indagini sul terzo uomo, quello “con il cappello”.
Non era il reporter freelance Faysal Cheffou, tra gli arrestati giovedì scorso.
La caccia al terrorista continua: la Polizia belga ha postato sul proprio sito il video nel quale il terzo sospetto terrorista compare nelle foto degli attentatori di Zaventem.
Gli inquirenti hanno ri-postato quelle immagini chiedendo a tutti di informare nel caso in cui venga riconosciuto
“Gli indizi che avevano portato all’arresto del di Faysal Cheffou non sono stati confortati dall’evoluzione dell’inchiesta in corso”, ha dichiarato la procura in un comunicato. “Di conseguenza – ha continauto – l’interessato è stato rimesso in libertà  dal magistrato istruttore”.
Chi è Cheffou. È un giornalista freelance che si occupa di diritti dei migranti.
Nei giorni scorsi, i media avevano identificato il “terzo uomo” del video con il giornalista. Me nel pomeriggio è giunta la notizia del rilascio del free lance.
Cheffou – finora unico incriminato nel dossier sugli attentati di Bruxelles – non aveva nè confessato, nè fornito il proprio dna per l’identificazione.
Il nuovo filmato.
Nel filmato diffuso sul sito della Polizia belga si vede l’uomo di sempre, che indossa un cappello e una giacca bianca, mentre spinge un carrello con un’enorme valigia attraverso la hall delle partenze, accanto ai terroristi che qualche minuto dopo si faranno saltare in aria, i kamikaze Ibrahim El Bakraoui e Najim Laachraoui, che però nel nuovo video sono ombrati.
“È un nuovo video che non era stato diffuso prima”, ha precisato un portavoce della procura.
(da agenzie)

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“IL RADICALISMO NICHILISTA CHE NASCE IN FAMIGLIA”: INTERVISTA AL PROF ROY, ORIENTALISTA DELLA UNIVERSITA’ DI FIRENZE

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

“LA VIOLENZA JIHADISTA E’ PER LORO UN MODO DI AFFRANCARSI DA UNA VITA DI MARGINALIZZAZIONE”

«Anche questa volta abbiamo una coppia di fratelli tra i terroristi. Oggi Khalid e Ibrahim el Bakraoui, come ieri Salah Abdeslam e suo fratello Brahim. Oppure i due fratelli Kouachi nel caso del massacro a Charlie Hebdo . Si ripete lo stesso modello di radicalismo famigliare, molto intimo, ristretto a piccoli circoli di persone connesse con legami di sangue che si conoscono sin da bambini. È parte integrante di questo nuovo nichilismo che islamizza la radicalizzazione originaria dei suoi adepti».
Olivier Roy commenta per il Corriere le informazioni che giungono da Bruxelles sull’identità  dei terroristi.
Professore all’Istituto universitario europeo di Firenze, orientalista e politologo di origine francese, da tempo Roy esamina la crescita di quelli che definisce «nuovi nichilisti» nelle nostre città 
Dunque la cellula belga non è molto diversa da quelle che hanno colpito in Francia?
«Fanno parte dello stesso fenomeno. Sono nichilisti puri. Non cercano di costruire nulla. Non scappano in Siria a combattere. Non hanno un loro circolo, neppure cercano di fare proseliti. Vogliono semplicemente uccidere il massimo numero di persone con la massima pubblicità  possibile. Tutti vengono dalla criminalità  comune. Sino a pochi mesi fa non praticavano la loro religione. A un certo punto si sono radicalizzati in modo estremamente rapido. Dallo spaccio di droga e i piccoli crimini comuni sono passati ad ammirare Isis. Per loro l’ideologia e la pratica della violenza jihadista sono stati un modo per affrancarsi da una vita di marginalizzazione. Non contavano assolutamente nulla e improvvisamente sono diventati importanti, il mondo intero parla di loro».
Un familismo radicale?
«È un fenomeno generazionale, ma non popolare e non sociale. La radicalizzazione avviene tra gruppi minuscoli. Tra fratelli, appunto, ed eventualmente nel circolo degli amici più intimi. Rifiutano il modello offerto dai loro genitori, rifiutano la religione della moschea dove sono cresciuti. Quando scoprono Isis vorrebbero forse spiegarlo ai loro genitori, ma falliscono e si chiudono ancor più dal resto del mondo».
Sono popolari?
«Niente affatto. E a loro non interessa esserlo, si situano ai margini delle loro comunità ».
Però abbiamo visto i ragazzini di Molenbeek tirare pietre contro polizia e giornalisti.
«La popolazione di quei quartieri semplicemente è stanca di intrusioni esterne. Praticamente però nessuno accetta il terrorismo di Isis. Tutt’altro. A tirare pietre sono ragazzini di 14 e 15 anni, o poco più. Ma non si tratta di un fenomeno di massa come a Belfast tre decenni fa. È tipico dei giovanissimi in questo tipo di quartieri. Lo fanno ora, ma lo facevano anche dieci anni fa, ben prima di Isis. I giornalisti ne parlano perchè lo scoprono adesso».
È rilevante il fatto che le loro famiglie siano originarie del Maghreb?
«Certamente. In genere il problema degli immigrati maghrebini, specie di seconda o terza generazione, è che sono vittime della massima perdita di identità  culturale. Sono sradicati totali e dunque più proni ad aprirsi alle ideologie più estremiste».
Può spiegare?
«In grande maggioranza turchi, siriani, egiziani e tanti immigrati provenienti dal mondo islamico tendono a mantenere legami forti con i Paesi di origine. Molti vanno nelle loro moschee, guardano i telegiornali dei loro Paesi, ogni tanto tornano per trovare parenti rimasti e amici. Ma nel caso del Maghreb tutto questo non vale, o vale molto meno. In genere le nuove generazioni non parlano più la lingua dei padri, più facilmente di altri perdono l’abitudine delle preghiere o di recarsi alla moschea. Insomma sono deculturalizzati al massimo. E proprio questa totale perdita dell’identità  originaria culturale, linguistica, comunitaria e religiosa, li spinge più facilmente di altri a cercare risposte radicali e violente».

Lorenzo Cremonesi
(da “il Corriere della Sera”)

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IN NIGERIA ARRIVA LA RESA DI BOKO HARAM: “BASTA COMBATTERE, E’ FINITA”

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

NEL 2015 IL GRUPPO JIHADISTA HA UCCISO 6.600 PERSONE… IL LEADER IN UN VIDEO SI RIVOLGE AI SUOI SOLDATI: “ARRENDETEVI”

Dopo 7 anni di guerriglia e attentati terroristici in nome della Jihad il leader del gruppo terrorista Boko Haram, Abubakar Shekau, in un video ha ordinato ai suoi combattenti di arrendersi.
Il capo supremo dell’organizzazione fondamentalista che più ha ucciso nel 2015 nel mondo, 6.644 vittime secondo il Global Terrorism Index, tra Nigeria, Cameroon, Chad e Niger, riapparso con un video in arabo dopo oltre un anno di assenza ha chiesto a Dio di perdonare i peccati commessi durante gli ultimi anni in cui sono morte oltre 20mila persone.
Shekau, su cui si era più volto speculato su una sua possibile uccisione o fuga, sembra in salute, ma notevolmente debilitato e con un tono di voce quasi dimesso.
Solo, con un kalashnikov appoggiato sulla spalla sinistra e una bandiera dello Stato Islamico a lato non sembra più incarnare quel leader che minacciava di uccidere tutti coloro che non avessero aderito al Califfato.
Ancor nessun commento ufficiale da parte del Governo nigeriano, ma l’esercito ha confermato la veridicità  del video di sette minuti e alcune fonti militari nei pressi di Maiduguri, roccaforte del gruppo terrorista, hanno lasciato trapelare che si tratterebbe di «un evidente messaggio di ritirata».
L’esercito nigeriano ha solo fatto sapere che le operazioni per smantellare i fondamentalisti proseguono e che i terroristi sono liberi di arrendersi.
Nelle ultime settimane le operazioni dei militari nigeriani si erano intensificate e molti terroristi erano stati uccisi o catturati.
Numerosi anche gli ostaggi liberati. Tuttavia la loro presenza sul territorio rimane forte.
Nello stato di Adamawa, uno dei più colpiti dall’insorgenza che ha creato 2,5 milioni di sfollati, sono state rapite 16 donne.

Lorenzo Simoncelli
(da “La Stampa”)

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BRUXELLES, QUEI 300 METRI TRA I DUE COVI DI SALAH: COSI’ L’INTELLIGENCE UE SI E’ PERSA A MOLENBEEK

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

DUE BLITZ IN 4 MESI ANDATI A VUOTO… L’ARRESTO HA ACCELERATO GLI ATTENTATI

Trecento metri, cinque minuti a piedi, lo spazio di una passeggiata che diventa il simbolo della sconfitta delle polizie europee.
È la distanza che separa i due indirizzi della caccia all’uomo che avrebbe potuto svelare in tempo la struttura della cellula cresciuta nel quartiere di Molenbeek, a Bruxelles, la base operativa dei jihadisti belgi e francesi.
Ponendo fine con quattro mesi di anticipo alla fuga di Salah Abdeslam, l’uomo chiave che unisce gli attentati del 13 novembre a Parigi e le bombe all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles le cui impronte sono state ritrovate dagli investigatori nel covo dei fratelli El Bakraoui nel quartiere di Forest.
Lì la polizia aveva tentato un blitz qualche giorno fa, facendosi sfuggire due occupanti e uccidendone un terzo, l’algerino Mohammed Belkaid.
A Forest — luogo dove i destini dei jihadisti per un momento si incrociano — c’era il covo affittato — secondo i media francesi — da uno dei due kamikaze che si sono fatti esplodere nella hall dell’aeroporto e nella metro di Bruxelles.
Non erano soli: proprio qui sarebbe passato lo stesso Salah, segnando un contatto strettissimo tra i due fratelli autori degli attentati di Bruxelles e l’unico sopravvissuto del commando in azione il 13 novembre a Parigi.
A rafforzare quel legame ci sono i file ritrovati nel computer di Ibrahim El Bakraoui: “Non voglio finire in una cella come Salah”, si legge in una sorta di testamento scritto poco prima dell’attentato.
E un audio, dove — secondo le prime indiscrezioni riportate da Tf1 — i due fratelli annunciano di voler agire “per vendicare l’arresto di Salah Abdeslam, il 18 marzo, e la morte di Mohammed Belkaid”.
In altre parole tutti componenti di una stessa cellula, che la cattura di Salah, ricercato numero uno per quattro mesi, avrebbe potuto smantellare in tempo. Il segno inequivocabile del legame operativo che attraversa i due attentati, quello di Parigi e di Bruxelles.
I giorni da primula nera del Califfato di Salah, con il fiato sul collo della polizia e dell’intelligence belga e francese, mostrano in realtà  il fallimento delle forze di sicurezza.
Era la notte tra il 15 e il 16 novembre dello scorso anno, appena due giorni dopo la strage del Bataclan. Verso l’ora di pranzo le forze speciali belghe fanno irruzione in un appartamento al numero 47 di rue Delaunoy.
Cercano Salah, il ragazzo di origine marocchina unico sopravvissuto del commando entrato in azione a Parigi. Sanno che è tornato a Bruxelles, in un appartamento vicinissimo al bar che fino a poco tempo prima gestiva insieme al fratello Brahim, chiuso dopo un controllo amministrativo.
Ma la primula nera di Daesh era già  fuggita perchè aveva capito di avere i poliziotti sulle sue tracce.
A rivelarlo, un mese dopo il blitz mancato, era stato il ministro della Giustizia belga Koen Geens nel corso di una trasmissione televisiva dell’emittente VTM. Salah Abdeslam, secondo il ministro, “si trovava verosimilmente in un appartamento di Molenbeek” due giorni dopo il massacro. In quelle ore concitate, infatti, si era diffusa in tutto il mondo la notizia dell’arresto del ricercato numero uno.
Una notizia poi smentita dalle autorità  belghe.
Secondo il quotidiano Het Laatste Nieuws la polizia belga aveva ricevuto l’informazione che Salah si trovava in quella via, ma non avrebbe potuto fare irruzione nell’appartamento “perchè la legge impedisce le perquisizioni tra le undici di sera e le cinque del mattino”.
Una spiegazione assurda, ma che fa capire le difficoltà  dell’intelligence fiamminga di fronte al network terroristico. “Salah? Abita a cento metri da qui”, raccontavano quasi con aria di sfida alcuni adolescenti a France TV mentre le forze speciali lasciavano l’appartamento. E, in fondo, non avevano tutti i torti.
Quattro mesi dopo Salah viene catturato a meno di 300 metri da questo indirizzo. Pochi passi, due isolati. Rue des Quatre-Vents, al numero 79, appena superata la moschea di Al Khalil.
Al piano terra il 18 marzo scorso — quattro giorni prima del duplice attentato di Bruxelles — alle 16.50 la polizia belga trova e arresta Salah. La fuga della primula nera finisce dove tutto era iniziato.
In mezzo c’è il quartiere di Molenbeck, che racchiude tutte le contraddizioni della capitale europea. Multietnico, ma non in grado di garantire le opportunità  e i diritti reali a tutti.
Disoccupazione al 30%, scolarità  bassa, con la metà  dei giovani che non finiscono gli studi. E un 20% della popolazione con un reddito al di sotto della soglia di povertà . In mezzo a quei 300 metri c’è poi una delle principali moschee, unico vero riferimento culturale dell’area.
E qui cadono anche i tanti luoghi comuni diffusi in questi giorni: Salah era distante anni luce dalla vita religiosa, raccontano gli abitanti della zona.
E oggi sul sito della moschea Al Khalil appariva un lungo comunicato, con la condanna dura dei due attentati del 22 marzo.
I trecento metri che hanno nascosto il ricercato numero uno hanno fornito altri rifugi. Sono altre, molto probabilmente, le reti di protezione racchiuse nella fuga di Salah. Un mondo che l’intelligence belga e europea a malapena riesce a sfiorare.

A. Palladino e A. Tornago
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA UE HA GIA’ STRUTTURE ANTI-TERRORISMO MA INEFFICIENTI E SENZA POTERI

Marzo 24th, 2016 Riccardo Fucile

DA EUROPOL A EUINTCEN: LOTTA AL CRIMINE ORGANIZZATO E PROCURA FEDERALE

“Se fosse esistita un’intelligence europea o almeno un migliore coordinamento europeo forse adesso non saremmo qui a piangere questi morti”.
Erano passati appena quattro giorni dall’attacco dei terroristi di Daesh a Parigi quando l’italiano Gianni Pittella, presidente del gruppo europeo socialista e democratico, lanciava la proposta di creazione di un servizio di sicurezza dell’Unione.
Tema che ieri l’Italia riprendeva con forza, ribadito da molti esponenti del mondo politico, dal premier Matteo Renzi al suo predecessore Enrico Letta.
Sono passati quattro mesi, l’Europa conta altri morti e di quel progetto non c’è neanche l’ombra. Annunci, bei propositi, promesse di una svolta che probabilmente in pochi vogliono.
Il campo va sgomberato da un equivoco.
Quando si parla di “Fbi europea” — come in molti esponenti dem ripetevano ieri dopo il duplice attentato di Bruxelles — si indica una struttura che, almeno sulla carta, esiste già . Si chiama Europol, ha sede in Olanda nella città  di La Hague ed ha tra i suoi scopi statutari la lotta al crimine organizzato e al terrorismo.
Il problema vero è la sua debolezza. Pur avendo in mano strumenti estremamente potenti — database sofisticati e, ad esempio, la futura gestione del numero identificativo dei passeggeri dei voli, il Pnr — quasi sempre ha una funzione di puro coordinamento richiesto su base volontaria dalla polizia nazionali.
Europol è lo strumento di polizia giudiziaria di un’altra struttura europea, Eurojust, una sorta di procura federale che coordina i magistrati con indagini su crimini che coinvolgono più Paesi europei.
E anche questa struttura sul tema del terrorismo negli ultimi anni non è certo brillata per un particolare protagonismo.
Se in passato — quando a dirigerla era Giancarlo Caselli — ha avuto un ruolo importante nel coordinamento di inchieste sul terrorismo, oggi mostra sempre di più il lato debole: non può esercitare indagini di iniziativa, limitandosi a coordinare i fascicoli delle procure nazionali, come ha ricordato a IlFattoQuotidiano.it lo stesso Caselli.
L’unica struttura esistente in Europa con potere d’iniziativa nelle indagini è l’Olaf, l’ufficio antifrode diretto dall’italiano Giovanni Kessler.
Le competenze, però, sono limitate alle truffe sui fondi europei e non entra nelle eventuali indagini penali che spettano sempre ai singoli stati.
La vera questione va letta tra le righe della dichiarazione di ieri del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Occorre affrontare questa sfida decisiva con una comune strategia, che consideri la questione in tutti i suoi aspetti: di sicurezza, militare, culturale, di cooperazione allo sviluppo”.
In altre parole non è ipotizzabile un servizio di intelligence e di sicurezza nazionale se l’Europa non è in grado di esprimere una visione geopolitica unitaria.
Chi è il nemico? Non sempre la risposta è omogenea. La politica estera e militare dell’Unione è una chimera, una sintesi al minimo comun denominatore, soprattutto nel contesto attuale, con uno scenario geopolitico frammentato e complesso.
Non sono chiari i rapporti con la Russia, ancor meno le relazioni con i Paesi arabi finanziatori di Daesh. Prevalgono sempre e comunque i singoli rapporti bilaterali, soprattutto in tema economico.
Parlare di fallimento dell’intelligence europea vuol dire puntare il dito sull’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ovvero sull’italiana Federica Mogherini.
L’unica struttura di sicurezza esistente dipende — che ha la sigla di EuIntCen — direttamente da lei. Non ha un budget proprio e svolge sostanzialmente un lavoro di raccolta di informazioni classificate per realizzare i report destinati al “ministro degli esteri europeo”.
Da quando la struttura è stata creata — nel 2002, all’epoca di Javier Solana — ha ricevuto molto spesso dure critiche per la scarsa qualità  dei report.
Secondo il centro studi svizzero specializzato nel tema della sicurezza Cross-border Research Association, molti Stati membri si sono lamentati del fatto di ricevere lo stesso livello d’informazione e analisi presente nelle riviste come il Time, l’Economist o Newsweek, ma in ritardo.
Nel 2011, con il passaggio dell’agenzia sotto le dipendenze dell’Alto rappresentante, l’intenzione era quella di rafforzare la struttura.
Un buon proposito che si è scontrato ieri con l’attacco nel cuore dell’Europa.

Andrea Palladino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BRUXELLES, PERCHE’ COLPISCONO E PERCHE’ COLPIRANNO ANCORA

Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile

L’INTELLIGENCE ITALIANA: “IN ITALIA SEGUIAMO UNA CINQUANTINA DI JIHADISTI, IL NUMERO E’ IN CRESCITA. DA NOI NON ESISTONO QUARTIERI COME MOLENBEECK, MA LUPI SOLITARI POSSONO FARE DANNO”

«Sarebbe un errore gettare la croce sui servizi segreti del Belgio. Attacchi asimmetrici come quelli di Bruxelles possono capitare ovunque. Anche in Italia».
Così ragiona una fonte qualificata della nostra intelligence, che da tre anni segue una cinquantina di possibili jihadisti e foreign fighther che si muovono nelle nostre città .
«Attacchi kamikaze come quello al check-in dell’aeroporto, che in qualsiasi scalo del mondo è zona franca antistante il cordone dei controlli, o quelli delle due stazioni metro sono difficilissime da prevedere. Chiunque, anche soggetti poco addestrati, possono entrare in azione con modalità  suicide».
Il livello di allerta, tra gli investigatori dei vari servizi di sicurezza nazionale del nostro paese, non cambia: era altissimo, e tale rimane anche dopo gli attentati di Bruxelles. «Sapevamo che i colleghi belgi e francesi si aspettavano un nuovo attacco. La cellula di terroristi che ha organizzato gli attentati del 13 novembre a Parigi è composta – secondo alcune ricostruzioni – da più di una sessantina di uomini, e molti sono ancora liberi. Ma nessuno sapeva dove e quando avrebbero colpito».
Gli interrogativi sono tanti, e finora le risposte definitive latitano.
La concomitanza tra l’arresto di Salah, uno dei tre jihadisti ricercati per la strage del Bataclan, e le nuove esplosioni a Bruxelles fanno ipotizzare due scenari possibili: la vendetta dei superstiti della cellula nata e cresciuta a Molenbeeck, che serve a dimostrare la forza di gruppo che sembra invincibile, o l’ ultimo colpo di coda messo a segno in fretta e furia, nel timore che Salah Abdeslam potesse iniziare a collaborare con le forze di sicurezza e bruciare i piani criminali dei terroristi.
La terza pista, quella più inquietante, e che dietro gli attentati di Bruxelles ci sia invece una nuova cellula di terroristi legati all’Isis rimasta finora dormiente: in quel caso significherebbe che la rete jihadista installata nel cuore dell’Europa è ancora più vasta e pericolosa di quanto non si ipotizzasse.
«Francia e Belgio, va sottolineato, hanno un rischio terrorismo molto diverso dal nostro: quartieri come quello di Molenbeek o le banlieu parigine, a grande maggioranza musulmana, in Italia semplicemente non esistono. Sono quelli i focolai della radicalizzazione islamista, i luoghi in cui gli emissari dell’Isis riescono a fare proseliti più facilmente, sfruttando le condizioni di disagio socio-economico in cui versano le seconde e terze generazioni».
Non è un caso che Salah abbia vissuto indisturbato la sua latitanza a pochi chilometri dalla casa nella quale è cresciuto, godendo di un’omertà  vasta e radicata.
Non è un caso che gli stragisti di Charlie Hebdo abbiano avuto rapporti con i guerrieri dell’Isis di Bruxelles, nè che da Molenbeek siano stati pianificati gli attentati di Parigi.
«In Italia abbiamo evidenze che i nostri “homegrown mujahidin”, cioè i possibili jihadisti nati e cresciuti nel nostro Paese, stiano crescendo di numero, e che l’Isis riesca a reclutarli sempre più giovani. Alcuni partono per la Siria, altri restano in Italia. Il processo di radicalizzazione è veloce e, come abbiamo spiegato in una relazione al Parlamento, spesso avviene a totale insaputa della famiglia d’origine», conclude il nostro 007 dell’antiterrorismo.
«Finora abbiamo stroncato sul nascere qualsiasi minaccia, ma non è detto che la squadra contro cui giochiamo stia facendo, in Italia, soltanto melina. Nel caso decidano di passare all’azione dobbiamo essere pronti a tutto. Ovunque».

Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)

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