Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
DUE CROLLI E DUE MISURE
La stampa italiana ha davvero fatto il suo lavoro sulla tragedia della funivia
Stresa-Mottarone: sì, c’è stato parecchio giornalismo del dolore, ma anche molta inchiesta, com’è giusto che sia di fronte a una strage.
Un po’ di titoli a caso. Il Corriere della Sera: “Quelle vite stroncate dalla negligenza”; “Tre fermi per la strage in funivia: Hanno scelto di bloccare i freni”. Repubblica: “La strage dell’avidità” (prima pagina); “Non volevano perdere l’incasso. I freni della funivia bloccati per scelta”. La Stampa: “Una strage per 140mila euro” (prima pagina); “Freni disattivati da un mese per lucrare sulle corse: Tanto cosa vuoi che capiti?”. Il Giornale: “Così precipita l’Italia: il gestore già cacciato per grave degrado”. Libero: “Funivia senza freni per salvare gli incassi”.
Anche gli editoriali non sono stati da meno: “Uno scambio – l’ennesimo – tra sicurezza e profitto” (Repubblica); “Niente può giustificare la scommessa sulla vita degli altri” (Corriere).
In questi ultimi due manufatti, peraltro, si traccia un corretto paragone tra la vicenda odierna e il crollo del ponte Morandi.
Bene, giusto, complimenti: ci sembra però di ricordare che nell’agosto 2018, quando il viadotto genovese venne giù uccidendo 43 persone, i toni del racconto furono più gentili. Un conto sono “Il meccanico, l’ingegnere e l’imprenditore tuttofare: la banda della forchetta” (Repubblica), un conto i Benetton: “Pagano la fama, la gloria di imprenditori del primo Made in Italy”, “i successi internazionali” e “le campagne etiche, e di sinistra”, sono “il bersaglio perfetto” (Repubblica, agosto 2018).
Allora molto si pianse sul “capro espiatorio su cui far sfogare l’indignazione”, roba da “paesi barbari” dinanzi “a una questione complessa come il crollo del Ponte Morandi” (La Stampa). Si fecero interviste sdraiate ai Benetton (Corriere); ci si preoccupò dei corsi di Borsa (“le prime vittime sono gli azionisti di Atlantia”, Il Foglio) e – quando arrivò la prima relazione sul crollo, che puntava il dito sulle manutenzioni – lo si scrisse riportando giudiziosamente nei titoli la posizione di Aspi: “Per la Commissione Mit rischi sottovalutati. Autostrade: test accurati, non c’era allarme” (Messaggero).
Chissà a cosa si devono atteggiamenti così diversi: qualche idea?
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL “REGISTRO GIORNALE DELLE VERIFICHE E PROVE GIORNALIERE E’ STATO FALSIFICATO”
È stato ritrovato uno dei due capi della fune spezzata della cabina precipitata
della funivia al Mottarone, ora al vaglio del consulente incaricato dalla procura di Verbania. Intanto la procuratrice Olimpia Bossi afferma che il ‘registro giornale’ delle verifiche e prove giornaliere è stato falsificato.
La fune trainante è l’innesco del disastro e da quell’elemento, poco più grande del tappo di una bottiglia d’acqua, il consulente incaricato dalla procura di Verbania parte per cercare di dare una spiegazione alla tragedia della funivia del Mottarone dove domenica 23 maggio hanno perso la vita 14 persone.
Nel pomeriggio di ieri, accompagnato dai carabinieri e personale esperto in soccorso alpino, il docente di meccanica aerospaziale Giorgio Chiandussi del Politecnico di Torino ha visionato l’intero impianto della funivia Stresa-Mottarone soffermandosi in particolare sulla fune che sarà al centro dell’accertamento che chiederà la procura di Verbania.
Il cavo tranciato non sembrerebbe presentare anomalie di facile individuazione, non si esclude che verranno presi contatti con il produttore per percorrere ogni strada verso la verità.
I controlli di manutenzione risultano in regola e non si sarebbero mai riscontrato problemi in precedenza. Eppure la fune su cui era attaccata la cabina numero 3 che presentava il blocco dei freni si è spezzata e ora è avvolta dal nastro bianco e rosso che delimita l’area sotto sequestro.
Proprio il cosiddetto ‘forchettone’, la ganascia che blocca i freni di emergenza, è stata coperta con un grande telo su indicazione del consulente. E tra quegli elementi meccanici, rimasti più o meno integri dopo l’impatto al suolo da circa 20 metri, che si dovrà trovare la risposta al disastro.
Spiega la Stampa:
Quello che si sa è che la fune era in servizio dal 1998. L’ultima ispezione è datata 20 novembre 2020. «Il rapporto di ammissibilità sullo stato della fune» firmato dalla Sateco di Torino è stato depositato dall’Ustif, cioè dall’ufficio territoriale del ministero dell’Interno che si occupa di questo genere di ispezioni. La fune presentava alcuni segni di usura, ma tutti compatibili con il funzionamento in sicurezza. Ora, però, c’è una fotografia agli atti dell’inchiesta – una fotografia che la Stampa pubblica oggi a corredo di questo articolo – che mostra il punto di cedimento. La fune è completamente sfilacciata. Il tratto che ha ceduto è quello sottoposto al maggior sforzo, subito dopo la cosiddetta «testa fusa», cioè dove si aggancia alla cabina. Capire cosa sia successo e perché si sia strappata proprio lì è, adesso, il compito dei periti. Ma è il punto più difficile da verificare con i macchinari adatti. Un punto che spesso deve essere controllato solo a vista
Proprio per questo, trattandosi del tratto più vulnerabile, il Ministero ha disposto la sostituzione della “testa fusa” ogni 5 anni. Al Mottarone l’ultima sostituzione è avvenuta nel novembre 2016, quindi la prossima ci sarebbe dovuta essere tra sei mesi circa.
“Falsificavano i registri della funivia”
Le carte in apparente ordine, ma la realtà sulle condizioni della funivia del Mottarone potrebbe essere molto diversa dopo la confessione di Gabriele Tadino che ha ammesso, dopo il disastro in cui domenica 23 maggio hanno persone la vita 14 persone, di avere manomesso più volte, almeno nell’ultimo mese, il sistema frenante di sicurezza che scattava ripetutamente con il rischio che la cabina potesse fermarsi nel mezzo del percorso, ma soprattutto che la struttura fosse costretta a chiudere per manutenzione. Una soluzione “per ragioni di carattere meramente economico e in assoluto spregio delle più basilari regole cautelari di sicurezza”, scrive il procuratore capo di Verbania Olimpia Bossi nella richiesta di convalida del gip che domani, in carcere, interrogherà il gestore dell’impianto del Mottarone Luigi Nerini, il capo servizio Tadini e il direttore di esercizio Enrico Perocchio
Nella richiesta con cui si chiede la conferma del carcere, si evidenzia come il ‘registro giornale’ delle verifiche e prove giornaliere, che riporta gli interventi a partire dal 7 ottobre 2020, si sia dimostrato falso dopo le dichiarazioni di Tadini che non avrebbe segnalato le anomalie del sistema frenante almeno il 22 e 23 maggio scorso. In tal senso, secondo la procura – che disporrà accertamenti irripetibili sul cavo spezzato per stabilirne la causa e l’eventuale collegamento con il malfunzionamento dei freni – , “sono necessari ulteriori accertamenti” su quei registri “volti a verificare la eventuale avvenuta alterazione anche di altre annotazioni, riferite a date ed eventi diversi nonché a stabilire il verosimile coinvolgimento anche degli altri due indagati, attesi i rispettivi ruoli, nella falsificazione del suddetto atto pubblico”.
(da NextQuotidiano”)
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Maggio 28th, 2021 Riccardo Fucile
E QUESTO SAREBBE DARE L’ESEMPIO? IL DISCORSO VALE ANCHE PER LA GOVERNATRICE DELLA REGIONE, LA LEGHISTA TESEI
Nella giornata di oggi, venerdì 28 maggio, il generale Figliuolo è arrivato a Perugia insieme al capo della Protezione civile Fabrizio Curcio.
Scopo della visita: verificare che la campagna vaccinale prosegua con successo. Ad accoglierli la presidente della Regione Umbria, Donatella Tesei, e la task force regionale.
Tutto molto bello, comprese le sue dichiarazioni: “Dobbiamo intercettare la parte della popolazione degli over 60 che ci manca in modo da mettere in sicurezza le fasce che rischiano più di finire in ospedale o in terapia intensiva”.
Peccato che all’ora di pranzo il generale Figliuolo partecipasse a un buffet al chiuso assieme a decine di persone e, soprattutto, allestito in una struttura aziendale/ospedaliera, il CREO, centro di ricerche emato-oncologiche.
Nelle foto scattate all’interno lo si nota di fianco al direttore generale della struttura, ma ci sono anche il sindaco e il presidente di Regione.
La domanda è: possibile che non ci fossero un luogo e una modalità più consoni per pranzare?
È ancora vietato mangiare nei ristoranti al chiuso per evitare che molte persone restino a lungo in spazi chiusi, insieme senza mascherine e poi il commissario straordinario per l’emergenza Covid dà il cattivo esempio?
(da TPI)
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Maggio 28th, 2021 Riccardo Fucile
ENNESIMO INCIDENTE SUL LAVORO: SONO STATI INVESTITI DA UNA NUBE DI GAS TOSSICO
Si chiamavano Alessandro Brigo e Andrea Lusini le due vittime dell’ennesimo incidente sul lavoro avvenuto nella giornata di oggi, venerdì 28 maggio, a Villanterio (Pavia).
I due operai di 50 e 51 anni stavano lavorando all’interno della ditta Digima – che si occupa della raccolta e della lavorazione di sottoprodotti delle macellazioni – quando, a causa di una tubatura che si è rotta, sarebbero stati investiti da un gas tossico che viene sprigionato durante il processo di lavorazione delle ossa di questi animali. Nonostante il tempestivo intervento dei soccorsi del 118 per entrambi non c’è stato nulla da fare
La vittima era padre di due figli
Stando alle prime informazioni ottenute sembrerebbe che Alessandro Brigo avesse compiuto proprio oggi cinquant’anni. Brigo era originario di Copiano, altro paese in provincia di Pavia, ed era molto conosciuto perché prestava servizio anche come volontario della Protezione Civile. L’uomo era anche padre di due figli di 16 e 18 anni ed era sposato con Laura Romagnoli, consigliera comunale e farmacista.
Stando a quanto riportato dal quotidiano “Il Giorno”, l’uomo lavorava per la Digima da tre anni. L’altra vittima è Andrea Lusini di 51 anni che invece era stato assunto tramite un’agenzia interinale. Era originario di Siena, ma viveva a Villanterio
Si sta ricostruendo la dinamica dell’incidente
Sul posto oltre ai soccorsi del 118 sono intervenuti anche i vigili del fuoco, i carabinieri e i tecnici di Ats: i due stavano lavorando all’interno dell’azienda. Il primo a morire sarebbe stato proprio Alessandro. Andrea invece si sarebbe accorto che qualcosa non stava andando, avrebbe avvisato il proprio responsabile e poi sarebbe entrato per soccorrere il collega. Il gas però ha investito anche lui, uccidendolo. Questo vapore infatti sembrerebbe essere altamente tossico tanto che, stando a quanto appreso da Fanpage.it, basterebbero pochi secondi per morire. Probabilmente i tubi di aspirazione del gas non avrebbero funzionato e i due operai sarebbero quindi morti. Oltre ai rilievi del caso, per ricostruire l’esatta dinamica della vicenda, i tecnici cercheranno di capire se siano state rispettate tutte le norme relative alla sicurezza sul lavoro.
(da Fanpage)
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Maggio 28th, 2021 Riccardo Fucile
RICORDATE IL DILUVIO DI CRITICHE DI SOVRANISTI E RENZIANI SUL NUMERO DEI COLLABORATORI PREVISTI DAL GOVERNO CONTE 2? ECCO, ORA TUTTI IN SILENZIO
Oggi non leggerò i giornali perché già so cosa scriveranno. Le stesse cose che scrissero quando Conte, a dicembre, annunciò una cabina di regia a Palazzo Chigi con il Mef, il Mise, 6 manager e 300 tecnici per vigilare sulle opere del Recovery, come richiesto a pagina 33 delle Linee guida dell’Ue.
I renziani, inorriditi, bloccarono il decreto e lo tennero in ostaggio un mese e mezzo fino alla crisi di governo. “Abbiamo tagliato 300 parlamentari e ora mettiamo 300 consulenti?”, tuonò l’Innominabile: “Grazie a noi il Parlamento non sarà commissariato”. Salvini: “Ma siamo matti, una task force di 300 persone?”. La Casellati: “Sul Recovery nessuna cabina di regia o gruppo di esperti può sostituirsi al Parlamento”. E il Sole 24 Ore: “Incredibile ma vero. Sei super manager e 300 tecnici per i fondi Ue”. Messina su Repubblica: “Più o meno gli stessi poteri che avevano i quadrumviri nell’ottobre del 1922: i quadrumviri di Mussolini alla marcia su Roma”. Sempre su Rep, Bei seppelliva “la prova muscolare (già fallita)… con quella pletora di manager che avrebbero commissariato di fatto sia i singoli ministri che la Pa”. Sul Corriere, Polito el Drito definiva “quasi una beffa la cabina di regia con 300 tecnici”. E Fu(r)bini: “Renzi non è il solo a trovare fuori luogo il tentativo di Conte di accentrare il controllo dei fondi”. Di nuovo il Rignanese: “No a inutili task force. Abbiamo fatto nascere questo governo per togliere i pieni poteri a Salvini, non per darli a Conte”. E Faraone, a pappagallo: “Basta con questi metodi. Abbiamo evitato che Salvini prendesse i pieni poteri, ma non per darli a Conte”. E Rosato, a stampino: “No a un esercito di burocrati al posto dei ministri”. Geremicca sulla Stampa: “Una piramide che Conte ha maturato in assoluta solitudine”. Le Brigate Partigiane De Benedetti dalla clandestinità, cioè su Domani: “Conte ha provato a prendersi quei ‘pieni poteri’ che il Parlamento ha negato a Salvini”.
E l’emerito Cassese, sulle barricate: “Troppi poteri a una sola task force incomprensibile. È una soluzione rococò, denota sfiducia nello Stato”.
L’Innominabile in tournée sul Paìs: “Conte non ha il mojito ma vuole pieni poteri come Salvini”. Poi, con un gesto estremo, ritirò le due ministre per salvarci dal “vulnus democratico” del tiranno Giuseppi che “vuole pieni poteri che non gli consentiremo e gli chiediamo di rispettare la Costituzione”.
Ora il dl Semplificazioni di Draghi prevede una cabina di regia a Palazzo Chigi per vigilare sulle opere del Recovery con non 300, ma “350 collaboratori, consulenti o esperti, anche estranei alla Pa”.
E adesso chi li sente i due Matteo, i renziani sfusi, i Cassese, i Messina, i Fu(r)bini, i Bei, i Polito, i Geremicca e i debenedettini?
Anzi, chi li ha sentiti?
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 28th, 2021 Riccardo Fucile
PER CHI NON AVESSE ANCORA CAPITO PERCHE’ QUALCUNO HA VOLUTO DRAGHI A PALAZZO CHIGI
Se, come si suol dire, tutto andrà come previsto, già oggi il governo potrebbe
licenziare il decreto con le misure cardine del Piano di ripresa (Pnrr) che deve spendere i miliardi del Recovery fund.
Un unico provvedimento che disegna la governance, cioè il meccanismo di gestione e controllo dei fondi – incardinata a Palazzo Chigi e con i ministeri in mano ai tecnici scelti dal premier Mario Draghi – ma soprattutto le ennesime “semplificazioni” in materia di appalti.
L’ultimo decreto risale solo a luglio scorso ma stavolta, con la scusa della transizione ecologica e la fretta di spendere i fondi europei, lo “sblocca cantieri” arriva in un formato mastodontico e durata assai lunga: almeno i sei anni dell’arco di tempo del piano.
Queste semplificazioni disegnano un quadro che stravolge il sistema di appalti e regole, e quindi controlli, dando ai progetti del Pnrr una corsia preferenziale fatta di tempi dimezzati, autocertificazioni in deroga, autorizzazioni veloci (fast track) e silenzio-assenso potenziato, nell’idea, cara a tutti i governi, che ci siano forze ancestrali annidiate nella burocrazia che frenano l’economia.
Dal testo dovrebbero saltare alcuni dei punti più contestati negli ultimi giorni. Nelle bozze, per esempio, non compare più l’allargamento del massimo ribasso come criterio cardine per assegnare le gare.
La naturale conseguenza della misura, cioè la liberalizzazione totale del subappalto, è rimasta invece appesa al confronto con i sindacati, convocati ieri a Palazzo Chigi dopo la rivolta scoppiata all’uscita delle prime bozze che eliminavano qualsiasi vincolo. Il negoziato è andato avanti fino a sera. Palazzo Chigi insiste sul fatto che tetti rigidi violano le norme Ue e che basti “tutelare i lavoratori e la legalità”.
La realtà è che serve alle imprese per ridurre i costi esternalizzando i lavori. I sindacati aspettano i testi definitivi per oggi prima di esprimersi.
Il grosso del testo resta però sostanzialmente uguale, con tutte le norme critiche raccontate dal Fatto nei giorni scorsi. Palazzo Chigi insiste sulla possibilità di usare “l’appalto integrato”, cioè di affidare progettazione ed esecuzione dell’opera allo stesso soggetto, facendo saltare la distanza tra controllore e controllato. Già previsto dal governo Conte, ora viene esteso per sei anni.
È il famoso general contractor della Legge Obiettivo del governo Berlusconi, travolta dalle inchieste sulle grandi opere. È sempre alla Legge Obiettivo è ispirata la procedura lampo per le “opere di particolare complessità e rilevante impatto”: una lista (dall’Alta velocità Salerno-Reggio Calabria e quella Palermo-Catania) affidata a un “comitato speciale” che delibera in massimo 45 giorni (o si va col silenzio assenso).
Il parere delle Soprintendenze – ce ne sarà una “speciale” per il Pnrr che esautorerà quelle territoriali – e della Commissione Via per l’impatto ambientale (anch’essa costituita ad hoc per il Pnrr) arriveranno direttamente in conferenza dei servizi e avranno effetto di “variante urbanistica”, di fatto aggirando i Comuni e le stazioni appaltanti. Nel testo salgono poi i tetti per gli affidamenti senza gara sotto i 5 milioni di euro.
La parte più inquietante riguarda le opere “ambientali”, impianti per le rinnovabili e quant’altro. Viene dato un via libera semplificato (fast track) con tempi ridottissimi per una serie di opere (il famigerato “Allegato 1-bis”) che con la transizione ecologica hanno poco a che fare, dagli inceneritori (a cui ieri ha aperto il ministro Roberto Cingolani, come leggete a destra) ai grandi gasdotti, alla riconversione delle raffinerie e via discorrendo.
Il testo riduce anche al minimo o sostanzialmente elimina l’obbligo di dover bonificare i terreni agricoli limitrofi ai siti contaminati per poter realizzare impianti “rinnovabili”.
Viene poi confermato il sistema di autorizzazioni ambientali a misura di grandi imprese pensato da Cingolani: azzerati i controlli per gli impianti di energia rinnovabile fino a 10 MW (anche se limitrofi ad aree archeologiche) e consegnato alle Regioni il potere di decidere su quali rifiuti consentire il riciclo industriale (il cosiddetto end of waste), come chiedeva la Lega.
Il testo, come detto, contiene anche la governance del Piano. In cima a tutto ci sarà il premier e una cabina di regia composta dai ministri di volta in volta coinvolti dai progetti, per l’80% in mano ai tecnici, con la possibilità di affidare i poteri sostituivi per esautorare le amministrazioni inadempienti (o si procede con i soliti commissari). Monitoraggio e controllo spettano al Tesoro.
Arriva una prima infornata di assunzioni con un concorso semplificato: 350 tecnici, tutti con contratti a termine.
(da TPI)
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Maggio 28th, 2021 Riccardo Fucile
MENTRE TUTTO IL MONDO RICORDA LA PRIMA BALLERINA AL MONDO, CI VOLEVA IL SOLITO ELEGANTE COMMENTO DEL QUOTIDIANO SOVRANISTA
Per la voce polarizzazioni dell’audience non richieste, dobbiamo registrare in maniera notevole l’intervento di Libero su Carla Fracci.
Il quotidiano, che recentemente ha accolto la direzione di Alessandro Sallusti, ha deciso di intitolare il suo articolo di omaggio alla stella della danza che si è spenta ieri in un modo piuttosto provocatorio: «Brava Fracci, ma ci stavi antipatica».
Notazione che sicuramente invita il lettore ad aprire l’articolo (o ad acquistare il giornale in edicola), ma che suona quantomeno come strana in un momento in cui tutta l’Italia si è stretta attorno a una delle sue figure di riferimento dal punto di vista culturale.
Ovviamente, siamo andati a verificare la corrispondenza tra l’articolo redatto da Renato Farina e il titolo scelto da chi si occupa di realizzare la cucina giornalistica della prima pagina. Così, per vedere se c’era un rimando fedele anche all’interno del testo.
La risposta è positiva e si è basata, ancora una volta, sull’appartenenza ideologica di Carla Fracci all’universo della sinistra italiana.
Ci sono passaggi in cui la si definisce «pessima, divisiva, archetipo della superiorità morale ed estetica della sinistra».
Il resto, comunque, è una più misurata analisi della sua carriera fuori dai palcoscenici: gli scontri con il governo durante l’esecutivo di Silvio Berlusconi, accusato di non tenere per nulla alla cultura, la lite in pubblico con l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, la mancanza di simpatia con il direttore Riccardo Muti. Soltanto alla fine, le si concede un po’ di respiro: «Ora che gliene abbiamo cantate quattro, lo confesso: mi manca già».
(da Giornalettismo)
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Maggio 28th, 2021 Riccardo Fucile
“I PIU’ RICCHI PAGHINO LA RIPRESA DEI PIU’ POVERI”
Dice Draghi che non è tempo di chiedere soldi ma di dare soldi. Quando
qualcuno dalle parti del Partito Democratico ha proposto di tassare i patrimoni immobiliari dei ricchi (dei pochi ricchi che ci sono nel Paese che, chissà perché, sono protetti da una schiera di non ricchi che si agitano con loro), in Italia si è levato il solito strepito di chi vede comunisti dappertutto, di chi grida al golpe senza mai avere letto della tassazione progressiva scritta nella Costituzione e ha giocato a dipingere Letta (e tutti quelli che erano d’accordo su un incremento dell’imposta di successione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro) come un politico “fuori dal tempo” e “fuori dalla storia”.
C’è da dire che la crociata difensiva dei ricchi, come accade quasi sempre, è funzionata benissimo e si potrà seppellire l’argomento per un po’, fino alla prossima volta, quando si troverà un altro buon motivo, uno qualsiasi, per dire che “non è ora il tempo di parlarne” e “ci sono altre priorità”.
Eppure basterebbe trovare un paio di minuti per leggere le notizie che arrivano dagli Stati Uniti, da quel presidente Biden che non è certo un rivoluzionario zapatista, per rendersi conto che ciò che qui è considerato un delitto da quelle parti è il cuore della discussione politica in questo momento.
“Non abbiamo avuto problemi a far passare un piano fiscale da 2 trilioni di dollari che è andato all’1% più ricco ma ogni volta che parlo di tagli alle tasse per la classe operaia la reazione è sempre ‘oh mio Dio cosa faremo?’. Bene, ci riprenderemo parte di quell’1% di denaro”, ha detto ieri Biden a Cleveland.
Immaginate cosa accadrebbe qui da noi con una frase del genere. Provate anche a immaginare perché quelli che, quando torna comodo, ci portano sempre gli Usa come esempio in questi giorni siano così straordinariamente distratti.
Biden ha in mente di andare a prendere dagli investitori più ricchi i soldi che occorrono per il suo “American Family Plan”, un progetto da oltre mille miliardi di dollari in investimenti sull’infanzia e sulla scuola. Tra le proposte c’è l’aumento della tassazione sui profitti da capitale per chi guadagna più di un milione di dollari all’anno: dal 23,8% di oggi (a cui si aggiunge il 3,8% voluto da Obama) fino al 39,6% sulle rendite. Mica roba da poco. In più c’è un progetto per alzare di 7 punti l‘aliquota sugli utili delle imprese.
“I ricchi paghino la ripresa dei più poveri”, ha detto Biden. E ad ascoltarlo da qui sembra un’indicibile bestemmia.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2021 Riccardo Fucile
26 LE VITTIME IN PIU’, STABILE IL DATO SUGLI INFORTUNI
Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail entro il mese di aprile sono state 306, 26 in più alle 280 registrate nel primo quadrimestre del 2020 (+9,3%) e in linea con quelle del primo quadrimestre 2019 (303 eventi mortali).
Il confronto tra il 2020 e il 2021 richiede però cautela, in quanto i dati delle denunce mortali degli open data mensili, più di quelli delle denunce in complesso, sono provvisori e influenzati fortemente dalla pandemia, con il risultato di non conteggiare un rilevante numero di ‘tardive’ denunce mortali da contagio Covid-19, in particolare del mese di marzo 2020, entrate negli archivi solo nei mesi successivi alla fotografia scattata il 30 aprile 2020.
Si fa notare, inoltre, che i decessi causati dal Covid-19 avvengono dopo un più o meno lungo periodo di tempo intercorso dalla data del contagio. Stabile invece il dato generale relativo alle denunce di infortunio: tra gennaio e aprile sono state 171.870 (-0,3% Rispetto allo stesso periodo del 2020).
Tornando ai dati sulle vittime, a livello nazionale i dati rilevati al 30 aprile di ciascun anno evidenziano per il primo quadrimestre di quest’anno un decremento solo dei casi in itinere, passati da 60 a 48, mentre quelli avvenuti in occasione di lavoro sono stati 38 in più (da 220 a 258).
L’aumento ha riguardato tutte e tre le gestioni assicurative dell’industria e servizi (da 253 a 263 denunce), dell’agricoltura (da 15 a 25) e del conto Stato (da 12 a 18). Dall’analisi territoriale emerge un aumento nel nord-est (da 51 a 66 casi mortali), nel centro (da 44 a 56) e al sud (da 62 a 87). Il numero dei decessi, invece, è in calo nel nord-ovest (da 104 a 80) e nelle isole (da 19 a 17).
L’incremento rilevato nel confronto tra i primi quadrimestri del 2020 e del 2021 è legato sia alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono passati da 256 a 277, sia a quella femminile, passata da 24 a 29 casi.
L’aumento riguarda solo le denunce dei lavoratori italiani (da 237 a 267) ed extracomunitari (da 27 a 28), mentre calano quelle dei lavoratori comunitari (da 16 a 11). Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per gli under 40 (-15 decessi), mentre tra gli over 40 si segnala l’aumento nella fascia 50-64 anni (da 143 a 172 casi).
(da agenzie)
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