Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
NEL DUALISMO SALVINI-MELONI EMERGE L’ASSENZA DI UN FEDERATORE
Le settimane scorrono via, l’appuntamento elettorale si avvicina, ma sui nomi
siamo ai blocchi di partenza tanto per il Campidoglio quanto per Palazzo Marino. Matteo Salvini pudicamente minimizza, “abbiamo un problema di abbondanza” va spiegando, folle di aspiranti Nobel che sgomitano per fare il sindaco, la cernita richiede tempo.
Purtroppo, la realtà risulta diversa. Usciti di scena Gabriele Albertini e Guido Bertolaso, adesso si sta discutendo di figure improbabili, cercate col lanternino. Enrico Michetti, ad esempio: l’avvocato-tribuno sponsorizzato a Roma dai Fratelli d’Italia ha un profilo che lascia perplesso perfino un campione della destra-destra come Francesco Storace, ex presidente della Regione Lazio e brillante penna del quotidiano “Il Tempo”. Con lui, spiega Storace, “rischieremmo di fare una campagna elettorale in difesa” per via di certi risvolti giudiziari non ancora venuti a galla. Meglio, molto meglio Nerone.
Una classe dirigente seria (sinistra compresa) si domanderebbe come mai scarseggiano i nomi all’altezza.
Contrasterebbe l’impoverimento della politica cercando di affrontarne le cause, che vengono da lontano: dalla fine dei partiti novecenteschi entrati in crisi con Mani Pulite e soppiantati da movimenti carismatici, totalitari, dove il dissenso non è tollerato e conta soltanto la figura dei leader assecondati dai loro cerchi magici.
Bilancerebbe i tratti “identitari” con la capacità di ascolto. Correggerebbe un sistema elettorale concepito apposta per nominare i servi e punire chi ragiona con la propria testa. Lancerebbe ami verso la società civile, sperando che qualche “personaggio del fare” si lasci ingolosire per narcisismo o per masochismo (due facce, in fondo, della stessa medaglia).
Questa riflessione, nello schieramento politico che sfiora il 50 per cento e ambisce a governare l’Italia, sembra di là da venire, anzi non è stata nemmeno avviata.
Il gruppo dirigente leghista rimane lo stesso dell’era padana, con i druidi vestiti di verde e le ampolle del “dio Po”; quello della Meloni si è forgiato nella palestra d’ardimento di Azione giovani ai tempi in cui lei ne era presidente. In compenso sulla destra divampa lo scontro tribale.
L’ultimo esempio: anziché chiudersi in una stanza con l’impegno di non uscirne senza avere scelto i candidati sindaci a Roma e a Milano, nei giorni scorsi i nostri eroi se ne sono andati a zonzo per Europa. Salvini in Portogallo, con l’intento di rinforzare i legami con i sovranisti locali; Meloni prima a Madrid e poi a Varsavia per sventare le manovre salviniane tendenti a sfilare i polacchi dal gruppo Conservatore che lei presiede.
Nemmeno sul Copasir, dopo le dimissioni del leghista Volpi, sono riusciti a trovare uno straccio di compromesso.
L’unico vero punto d’intesa, tra Giorgia e Matteo, è su luogo e data del duello finale. I conti verranno regolati il giorno delle elezioni: vincerà, ha ripetuto Salvini con aria di sfida, chi prende anche solo uno zero virgola in più.
Su tutto il resto sarà competizione.
Ciò significa che per i prossimi due anni il Capitano e la Ducetta (come viene incensata dai quotidiani amici) passeranno il tempo a combattersi tra loro; salvo ricominciare le liti subito dopo il voto; chi verrà sconfitto cercherà di rifarsi e non darà tregua al vincitore a costo di finire male.
Perché, diversamente dalla sinistra dove sopravvive un certo tasso di ipocrisia, la destra è il regno delle pulsioni “basic”, degli istinti irrefrenabili primordiali.
A tenerli insieme un tempo c’era Silvio, il Federatore; che possano riuscirci senza di lui, è ancora tutto da dimostrare.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
IL LIBERI TUTTI SCATENA LA SOLITA FECCIA
Da Napoli a Milano, da Foggia a Bari, fino a Roma. Le forze dell’ordine sono
dovute intervenire in diverse zone d’Italia, negli ultimi giorni, per sedare maxi risse, soprattutto tra giovanissimi, che hanno provocato alcuni feriti e diversi fermi.
Nel capoluogo campano un minore è stato fermato con l’accusa di aver accoltellato altri tre giovanissimi, mentre a Noicattaro, nel Barese, le immagini dello scontro tra ragazzi avvenuto martedì scorso sono finite su TikTok facendo scattare gli accertamenti.
NAPOLI – Tre ragazzi, due dei quali minori di 15 e 16 anni, sono stati feriti in una lite cominciata per futili motivi sabato sera in via Partenope, sul lungomare di Napoli, in una delle principali zone della movida. Per l’aggressione la polizia ha eseguito il fermo di un minorenne. Le indagini proseguono con il coordinamento della Procura dei minori, in attesa della convalida.
FOGGIA – Sei ragazzini sono rimasti feriti nella rissa scoppiata la scorsa notte nella piazza principale di Orta Nova, nel Foggiano. Gli stessi hanno riportato lesioni da arma da taglio, mentre i carabinieri stanno cercando di capire se si tratti di coltelli o cocci di bottiglia, ma nessuno è in gravi condizioni. A quanto si apprende, nella rissa sono coinvolti complessivamente otto giovani, uno dei quali è minorenne. Pare, da una prima ricostruzione, che in piazza ci fosse un gruppo di sei ragazzi intento a chiacchierare, poi sono arrivati altri due giovani. Tra i due gruppi sono quindi volati insulti e sfottò che sono stati solo l’anticipo della rissa. Sul posto sono intervenuti i Carabinieri che hanno avviato le indagini.
BARI – Sono stati rintracciati e denunciati dai carabinieri i presunti responsabili della violenta rissa avvenuta a Noicattaro, nel Barese, e ripresa in un video pubblicato su TikTok, diventando presto virale. Sono tutti giovanissimi, due maggiorenni di 19 anni, e 13 minorenni di età compresa tra i 13 e i 17 anni. I fatti risalgono al pomeriggio di martedì scorso e sono avvenuti in pieno centro proprio a Noicattaro, ma nessuno ha avvertito le forze dell’ordine. È stato però il video diffuso sul web a far scattare gli accertamenti. Alla base della rissa un precedente litigio per futili motivi, al quale era seguito già uno scontro avvenuto il giorno prima a Rutigliano. A far partire la prima rissa era stato un maggiorenne, che nel video diffuso e riferito al secondo scontro si vede avere la peggio nella colluttazione contro un gruppo ben più numeroso, nei confronti di un altro minorenne in fase d’identificazione. Nessuno dei ragazzi coinvolti ha comunque subito lesioni e nessuno è dovuto ricorrere a cure mediche. La Procura della Repubblica di Bari e la Procura dei minori hanno aperto un fascicolo sull’accaduto. “Un episodio di inspiegabile violenza – hanno dichiarato i militari dell’Arma – che accende i riflettori sulla necessità di educazione morale delle nuove generazioni spesso attratte dalla spettacolarizzazione della violenza, ne è emblema il video caricato e diffuso con ‘orgoglio’ sui social”.
MILANO – Sono invece cinque le persone denunciate a Milano per rissa, violenza e resistenza a pubblico ufficiale: si tratta di un polacco classe 1989, un ecuadoriano del 1984, un egiziano del 1978, un’italiana del 1978 e un italiano del 2004. Tutto è iniziato quando uno dei contendenti ha urtato accidentalmente un avventore di una pizzeria seduto a un tavolo, causando una violenta reazione poi degenerata e che non si è attenuata nemmeno alla presenza dei militari, di fronte ai quali le persone coinvolte hanno continuato a spintonarsi ostacolando le procedure di identificazione e non collaborando ai tentativi di distensione. Mentre i militari erano intenti a sedare la lite, sono stati anch’essi offesi dai contendenti che hanno contestato il loro intervento, arrivando a cercare di colpire proprio i carabinieri con calci e pugni. A seguito dei fatti, l’egiziano ha riferito di essere dolorante ad una spalla, ed è stato trasportato in codice verde presso l’ospedale Fatebenefratelli dove gli è stata diagnosticata una “contusione e trauma alla spalla sinistra”. L’uomo è stato dimesso con prognosi di 7 giorni.
ROMA – Rissa ieri sera anche nel quartiere San Lorenzo a Roma. Secondo quanto ricostruito finora, intorno alle 21.30 la polizia locale è intervenuta in largo degli Osci per alcuni assembramenti e disordini. Una minore è stata ferita al braccio con un coccio di bottiglia e un 19enne è invece rimasto contuso a uno zigomo. Entrambi sono stati portati al policlinico Umberto I. Sul posto in supporto alla polizia di Roma Capitale sono intervenuti anche i carabinieri. Sono in corso accertamenti per ricostruire quanto accaduto anche attraverso le immagini registrate dalle telecamere di zona.
FIRENZE – Dopo la segnalazione di un tassista al 112 riguardo a un uomo che danneggiava le auto in sosta, gli agenti del Nucleo Radiomobile di Firenze sono intervenuti sul posto trovando un ragazzo seduto sul marciapiede indicato dai presenti come il responsabile del danneggiamento. È a quel punto che il giovane, un 20enne di Prato, nel corso delle operazioni di identificazione ha iniziato a minacciare i carabinieri iniziando poi a strattonarli, a prenderli a calci danneggiando anche il vetro di una portiera dell’auto di servizio. Il 20enne è stato poi arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato e sarà giudicato con rito per direttissima nella mattinata di domani.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
IL BRASILE E’ SECONDO AL MONDO PER VITTIME (460.000) E TERZO PER CONTAGI (16 MILIONI)… IL 57% DEI BRASILIANI LO VUOLE A PROCESSO
Decine di migliaia di brasiliani sono scesi in strada sabato per chiedere l’impeachment del presidente Jair Bolsonaro, responsabile di una gestione della pandemia definita «disastrosa» che ha reso il Brasile uno degli epicentri del Covid-19 e ha provocato la morte di 460 mila persone.
Le manifestazioni, le più grandi dall’inizio dell’emergenza sanitaria, sono state organizzate dai partiti di sinistra e dalle associazioni sindacali e studentesche in numerose città, da San Paolo a Belo Horizonte, da Recife alla capitale Brasília, fino a decine di piccole cittadine in tutto il Paese. «Oggi è un giorno decisivo nella battaglia per sconfiggere l’amministrazione genocida di Bolsonaro», ha affermato Silvia de Mendonça, 55 anni, attivista del Movimento Negro Unificado brasiliano, alla testa del corteo di circa 10 mila persone che ha marciato nel centro di Rio de Janeiro.
Nella metropoli brasiliana molti manifestanti — dotati di mascherina — brandivano cartelli che ricordavano i propri cari uccisi dalla pandemia, in un Paese che registra il secondo bilancio peggiore dopo gli Stati Uniti e che ha visto crescere esponenzialmente i contagi — ora 16 milioni — e le vittime dall’inizio del 2021.
«Fanno cori per tutto, anche per la Palestina: chiedono vaccini, sanità pubblica, istruzione», ha spiegato la corrispondente di Al Jazeera da Rio, Monica Yanakiew.
«Il denominatore comune è che vogliono le dimissioni di Bolsonaro», il presidente «Bolsovirus» — come viene sbeffeggiato dai detrattori — che continua a opporsi a mascherine e distanziamento sociale e fa pressione sui governatori e sui sindaci «che hanno adottato lockdown senza prove scientifiche», affinché facciano marcia indietro.
«Non possiamo perdere le vite di altri brasiliani: dobbiamo scendere in strada ogni giorno finché il governo non cadrà», ha detto al Guardian Osvaldo Bazani da Silva, parrucchiere 48enne che a causa del coronavirus ha perso il fratello minore.
«Sono qua per lui», ha riferito il 18enne Luiz Dantas, indicando la foto del nonno Sebastião morto a febbraio a 75 anni. «Il colpevole ha un nome e un cognome», ha proseguito in lacrime Dantas riferendosi al presidente negazionista, in carica da gennaio 2019, che ha ripetutamente sminuito la portata dalla pandemia e ha definito il coronavirus «una piccola influenza», boicottando le misure restrittive adottate in tutto il mondo e sminuendo i rischi. «Voglio giustizia».
Secondo la 46enne Ana Paula Carvalho, economista scesa in strada a Rio, il presidente dovrebbe essere giudicato alla Corte penale internazionale dell’Aia per «crimini contro il popolo brasiliano: ha favorito la morte e la distruzione, Bolsonaro è una tragedia brasiliana».
Il presidente si è sempre difeso sostenendo di essersi opposto al lockdown per proteggere il sostentamento e i posti di lavoro del popolo brasiliano, ma secondo i critici ha ottenuto il risultato opposto: la diffusione incontrollata del virus e il numero insufficiente di vaccini acquistati per contrastarlo hanno distrutto l’economia e ucciso centinaia di migliaia di persone. «Oggi il popolo brasiliano può scegliere se morire di coronavirus oppure di fame», ha spiegato al quotidiano britannico Carvalho.
L’approvazione dell’operato di Bolsonaro — eletto il 28 ottobre 2018 con il 55% dei voti — sta crollando e, stando ai rilevamenti dell’istituto di sondaggi Datafolha, il 45% dei brasiliani ritiene il suo governo «pessimo» o «terribile».
Il 57% della popolazione è ormai favorevole alla messa in stato d’accusa del presidente, furiosa per la retorica populista di estrema destra con cui ha guidato il Paese durante la pandemia.
A favorire l’indignazione della popolazione sta contribuendo l’inchiesta del Senato sulla gestione di Bolsonaro, che ogni sera domina tutti i telegiornali, ma anche la resurrezione politica dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in carica dal 2003 al 2010 e in carcere per 560 giorni a partire da aprile 2018, dopo una controversa condanna per corruzione e riciclaggio.
Scarcerato dalla Corte Suprema a novembre 2019 e annullata la condanna a marzo di quest’anno, l’ex presidente di sinistra — padre del Partido dos Trabalhadores che fondò durante la dittatura militare e con il quale arrivò a governare il Paese — ha recentemente riacquisito i diritti politici e punta a candidarsi nuovamente nel 2022: i brasiliani «si libereranno» di Bolsonaro, sostiene Lula, che non si è ancora candidato ufficialmente e non ha mai confermato le indiscrezioni. «Avrebbe potuto evitare metà di tutti questi morti».
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
DA TOTO’ CUFFARO A GIORGETTI: A CAPO DEL MISE ARRIVA MINEO… TRA I TRASFORMISTI DIVERSI INDAGATI E SOTTO PROCESSO
Nei ministeri occupati dalla Lega e nella cerchia ristretta di Matteo Salvini da un pezzo non si parla più solo il dialetto padano. Le ampolle del Po, i riti col druido, la lira padana ideata da Roberto Calderoli, i cori contro i “terroni” ormai sono solo un lontano ricordo. E la distinzione tra i “barbari” ormai romanizzati e i nordisti che restano fedeli alla secessione si è andata via via dissolvendo, in corrispondenza con le posizioni di governo assunte dalla Lega salviniana.
E dunque non può essere un caso che tra gli ultimi arrivati ci sia Benedetto Mineo, 60 anni, nato a Bagheria (alle porte di Palermo) e cresciuto alla corte di Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia condannato per mafia nel 2011: Mineo è stato suo capo di gabinetto vicario in Regione dal 2001 al 2005, gli anni d’oro di Totò “vasa vasa” e del centrodestra in Sicilia che alle politiche del 2001 vinse in 61 collegi elettorali contro nessuno al centrosinistra.
Mineo, commercialista e grand commis di Stato, è stato nominato nuovo segretario generale del ministero dello Sviluppo Economico nel Consiglio dei ministri del 17 maggio. A volerlo fortemente è stato il titolare del Mise Giancarlo Giorgetti, testa d’uovo del leghismo: i due si conoscono da quando il vicesegretario della Lega era presidente della commissione Bilancio.
Ora Mineo, come segretario generale di via Veneto, governerà una struttura da oltre 3 mila dipendenti, di cui 150 dirigenti, e dal suo tavolo passeranno tutti i dossier più delicati del ministero facendo da raccordo con Giorgetti.
Figlio di uno storico esponente della Dc siciliana, Mineo non è stato solo il capo di gabinetto di Cuffaro: nel 2005 è diventato l’uomo dei conti come Dg del dipartimento Finanze.
Quando a palazzo d’Orleans arriva l’autonomista Raffaele Lombardo però, Mineo deve lasciare e farsi una nuova vita a Equitalia, dove ricoprirà le cariche di Ad al Sud e poi a Roma fino all’avvento di Matteo Renzi, che nel 2015 gli preferirà Ernesto Maria Ruffini, nonostante i suoi ottimi rapporti con Angelino Alfano.
Ma per il grande salto deve aspettare che la Lega torni al governo nel corso salviniano: nel 2018 Mineo viene nominato, sponsorizzato dal sottosegretario a Palazzo Chigi del Conte I, Giorgetti appunto, direttore delle Dogane, carica che dovrà lasciare solo un anno dopo quando il governo giallorosa gli preferirà Marcello Minenna, vicino al M5S.
Con la Lega fuori dalla maggioranza, Mineo è costretto a tornare in Sicilia alla corte del governatore vicino a Salvini Nello Musumeci, che nell’aprile 2020 lo nomina prima dirigente del dipartimento Finanze e poi capo della task force per la “rinascita economica” della regione dopo la pandemia.
Adesso il grande ritorno a Roma a fare da spalla a Giorgetti.
Ma Mineo non è l’unico politico di scuola “cuffariana” che la Lega ha deciso di imbarcare. Prima di lui, a portare la Lega in Sicilia con il movimento “Noi con Salvini” era stato Alessandro Pagano, ex coordinatore della Sicilia occidentale e con un passato da assessore al Bilancio e alla Cultura con Cuffaro.
Deputato di Forza Italia, poi del Ncd di Alfano, è stato eletto con la Lega nel 2018 assumendo la carica di vice capogruppo a Montecitorio: lo si ricorda per aver definito “neo terrorista” Silvia Romano dopo 535 giorni di prigionia.
Dal mondo di Lombardo, invece, viene l’altro fondatore di “Noi con Salvini” in Sicilia, cioè Angelo Attaguile. Sia Pagano che Attaguile nell’aprile 2018 sono stati indagati dalla procura di Termini Imerese per un’inchiesta su una presunta truffa elettorale: i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio e l’11 marzo scorso è iniziata l’udienza preliminare.
Dopo l’inchiesta, Salvini aveva spedito in Sicilia il commissario brianzolo Stefano Candiani, che a dicembre è stato sostituito da Nino Minardo. Fedelissimo di Alfano, è grazie a lui che si è potuto formare il gruppo leghista all’Ars: è il teorico dell’accordo con gli autonomisti di Lombardo in vista delle prossime elezioni regionali.
In Puglia invece a comandare è il coordinatore Roberto Marti, ex Pdl molto vicino a Raffaele Fitto.
Il 14 aprile la giunta per le Immunità del Senato ha detto “no” all’utilizzo di parte delle intercettazioni chieste dal gip di Lecce nell’ambito di un’inchiesta sulle case popolari che vede indagato proprio Marti.
Pugliese è anche Rossano Sasso, proveniente dal sindacato di destra Ugl e oggi sottosegretario all’Istruzione: è noto per aver portato al ministero il presunto stalker di Lucia Azzolina, Pasquale Vespa, poi cacciato dal ministro Bianchi.
Chi decide in Puglia è anche Massimo Casanova, proprietario del Papeete di Milano Marittima, che nel 2019 è stato eletto a Bruxelles con 64 mila preferenze. Che lo sbarco della Lega in Puglia non sia andato benissimo lo dimostra il caso del sindaco di Foggia Franco Landella, arrestato una settimana fa con l’accusa di corruzione e tentata concussione. Era stato uno dei primi sindaci della Lega al Sud: oggi è ai domiciliari.
Nel centro-sud gli altri nomi di peso della Lega sono Domenico Furgiuele in Calabria, deputato e riciclato da An, e Claudio Durigon, coordinatore in Lazio dopo la lunga esperienza nell’Ugl.
Oggi è sottosegretario all’Economia e possibile candidato a governatore del Lazio nel 2023. Da Fanpage è stato ripreso a parlare così dell’inchiesta sui 49 milioni della Lega: “Quello che indaga della Guardia di Finanza… lo abbiamo messo noi”. Nonostante le richieste di dimissioni, il premier Draghi non ha risposto sulla vicenda.
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
DIFENDE DIRITTI LGBT, MINORANE , MIGRANTI… IL CASO FINISCE AL CREMLINO E IN PARLAMENTO… CON “DONNA RUSSA” NON HA VINTO L’EUROVISION, TUTTO IL RESTO SI’
“Hai più di 30 anni, dove sono i deti, i bambini?”. “Saresti bella, se dimagrissi”.
Sono i primi versi della canzone che si fa beffa di offese e luoghi comuni spesso rivolti alle ragazze russe, e poi le incita all’indipendenza con un ritornello: “Ogni donna russa deve sapere che è abbastanza forte da rompere il muro”.
Nella Federazione che ha decriminalizzato la violenza domestica, che ha varato una legge contro la propaganda gay e non ama i migranti delle ex Repubbliche sovietiche trionfa Manizha, la cantante che difende i diritti Lgbt, minoranze etniche, donne vittime di abusi.
Paladina di una nuova Russia (aggettivo in lettera minuscola), ha composto l’inno di battaglia delle femministe russe: “Russkaya Zhenshina”, “donna russa”, e si è esibita all’ultimo Eurovision, una competizione che “solo in Russia provoca tanto scalpore ed esaltazione”, e a cui ogni cantante, scrive la Novaya Gazeta, viene inviato come un soldato in guerra.
La canzone dell’artista è arrivata anche alle orecchie della fetta più patriarcale e tradizionalista della Federazione.
Il Comitato investigativo russo ha ricevuto una richiesta per bandirla per “possibili dichiarazioni illegali”. Veteranskie Vesti, un sito di notizie per veterani in una Russia che ama le sue divise, ha suggerito di far finire la canzone in tribunale
Quasi per gli stessi motivi e con gli stessi propositi si è espressa l’Unione ortodossa delle donne russe che ha firmato una lettera aperta contro la cantante che mina il senso della famiglia tradizionale e incita all’odio: degli uomini.
Le rime di “Donna russa”, planate nei corridoi del Cremlino, hanno raggiunto la Camera alta. Per Valentina Matvienko, portavoce consiglio della Federazione, la canzone è un “bred”, un delirio che non doveva finire all’Eurovision, e durante una sessione parlamentare Dmitry Peskov, portavoce di Putin, è stato costretto a dichiarare: “Parliamo di una competizione dove le donne con la barba si esibiscono, i cantanti sono vestiti da polli, non consideriamo tutto questo oggetto della nostra attenzione”.
Ha intonato un singolare lamento anche il leader del partito social-democratico Vladimir Zhirinovsky: “Non sono sicuro che trasmetta una buona immagine delle donne russa o della Russia in generale”.
In passato Manizha ha pubblicizzato un’app per frenare la violenza contro le donne, ha sempre supportato i diritti Lgbt sentendosi dire che “chi supporta i gay, è gay” e un gradino dopo l’altro, non sempre su scala musicale, è diventata la prima ambasciatrice russa dell’Onu per i rifugiati a dicembre scorso.
A Rotterdam il mondo ha ascoltato “Donna russa”, ma quella che la canta “non lo è nemmeno.” Manizha è una migrantka, una ragazza nata a Dushanbe nel 1991, capitale del Tagikistan, da cui è scappata per la guerra civile scoppiata nell’anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Credendo di sminuirla, certi critici la chiamano ancora così, “la tagika”.
Quasi tutto in lei è stato subito manifesto e dichiarazione politica, anche gli abiti della performance. Dal primo, quello tradizionale delle donne russe, cucito con centinaia di pezzi di stoffa che le hanno inviato da ogni latitudine russa, sbuca fuori come da una matrioska, e “rinasce” in tuta rossa: “Sono gli abiti della classe operaia, di quelli che si danno da fare per farcela”, ha poi spiegato.
Ama avere mille facce e non solo una. Manizha ha dato voce alle russe letteralmente: alle sue spalle la accompagna un coro di centinaia di attiviste che sullo schermo cantano insieme a lei.
Prima di arrivare in Olanda è stata scelta dal voto popolare per rappresentare il Paese esibendosi sul Primo canale, uno dei media più allineati alle antenne del Cremlino. Più che un palco è stato un ring, da cui è comunque uscita vittoriosa con quasi il 40% delle preferenze, ma il suo trionfo ha scatenato maree di offese sessiste, commenti misogini, post xenofobi.
Per temperamento, per sfida o per ciò che l’ha resa la sua storia personale ,ha reagito continuando a sorridere: “Non mi concedo la sconfitta. Se avessi cominciato a piangere, avrei reso le loro parole vere”.
Compiuto forse inconsciamente, tra la leggerezza delle note pop e riflettori colorati, il rito di passaggio, più che nella carriera della cantante, è avvenuto nella Federazione che l’ha scelta e che Manizha ama nonostante tutto: “ sono tagika, ma la Russia mi ha accettato e cresciuto. Non mi chiamo donna russa invano, ne ho diritto. Vorrei che il mondo vedesse il nostro Paese come lo conosco io: generoso, aperto, luminoso e diverso da tutto il resto.”.
Quando dice nostro, intende, suo: Mosca, dove ha imparato a cantare e suonare il piano da bambina, le appartiene quanto una vittoria molto più grande della competizione olandese. Non ha vinto l’Eurovision, tutto il resto sì.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
AD APRILE LA SENATRICE: “CI SARO’ SEMPRE PER PARLARE DI LIBERTA'”
Parole di ringraziamento per il «sostegno» e «l’amore» mostrati da Liliana
Segre nei suoi confronti.
È questo il contenuto della lettera scritta alla senatrice a vita da Patrick Zaki, lo studente dell’università di Bologna detenuto in un carcere egiziano da febbraio 2020, secondo quanto riferiscono gli attivisti che si battono per la sua liberazione.
Segre, presente ad aprile alla discussione della mozione per concedere la cittadinanza allo studente egiziano, aveva dichiarato: «C’è qualcosa nella storia di Zaki che prende in modo particolare, ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente, quando si parla di libertà».
Stando a quanto si apprende, Zaki ha preferito non consegnare la lettera alla madre e alla sorella che oggi, 29 maggio, sono andate a fargli visita.
Il 29enne ha infatti deciso di tenere la lettera con sé per consegnarla a mano a Segre quando tornerà in Italia.
Zaki è stato informato della data della prossima udienza, in programma martedì 1° giugno, ma non ha mostrato alcun interesse, convinto che il verdetto sarà negativo.
«Tuttavia – dicono gli attivisti – è ancora forte e resiliente, e pensa che tornerà ai suoi studi presto. Manda il suo amore, la sua gratitudine e il suo apprezzamento ad amici, insegnanti e alla sua università per il continuo sostegno».
(da Globalist)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
LA VERA CAUSA DELLA TRAGEDIA DELLA FUNIVIA QUAL’E’?
Gabriele Tadini, 63 anni, è agli arresti domiciliari per l’incidente alla funivia
Mottarone. Il giudice delle indagini preliminari Donatella Banci Bonamici ha scarcerato invece Luigi Nerini ed Enrico Perocchio. Secondo il gip non ci sono prove che i due sapessero che Tadini aveva messo il forchettone sul freno d’emergenza né che lo abbia fatto su loro disposizione.
La funivia Stresa-Mottarone aveva i freni d’emergenza bloccati da due forchettoni, attrezzi che si usano per bloccarli quando la cabinovia è ferma. Questo ha impedito l’azionamento del freno d’emergenza dopo la rottura del cavo traente.
Una funivia infatti funziona tramite una fune portante e una fune traente. La fune portante rimane ferma rispetto agli abitacoli: ha funzioni di sostegno e di stabilità. La fune traente produce il movimento delle cabine di una funivia: è il cavo che si è spezzato.
Il forchettone invece tiene aperte le ganasce dei freni: viene inserito per far girare la cabina vuota affinché non si blocchi in caso, ad esempio, di salto di corrente.
Con le persone a bordo va tolto per consentire la frenata di emergenza. Tadini ha confessato: “Sono stato io a lasciarli, l’ho fatto perché c’era un’anomalia ai freni che li faceva chiudere spesso. Secondo le risultanze delle indagini il 30 aprile la Rvs di Torino aveva fatto un intervento per sistemare il freno. Il problema però c’era ancora.Il Corriere della Sera spiega che è possibile che a far scattare il freno fosse proprio un difetto della fune: “Diciamo che se c’è un rumore relativo alla perdita di pressione del sistema frenante, cosa della quale Tadini non ricordo mi abbia però parlato — spiegherà agli inquirenti l’operatore della Rvs intervenuto, Davide Marchetto — può significare che la fune di trazione si sta muovendo dalla propria sede in maniera anomala attivando l’impianto frenante».
Quindi, il collegamento poteva esserci. Tadini non lo sapeva. «Ma con quel rumore doveva comunque fermare l’impianto», spiega un ingegnere che conosce la funivia.
Il mistero rimane sulla rottura della fune di traino. Se non si fosse verificata, la vettura sarebbe arrivata alla meta. Perché si è spezzata? Lo diranno i periti e sarà una battaglia, perché tira in ballo controlli e manutenzioni di vari soggetti.
Alla verifica magneto-induttiva per controllare eventuali pericoli sfugge la testa fusa della funivia. Ovvero la parte terminale del cavo traente. La testa fusa è un cuneo di piombo che si aggancia alla cabina. Si tratta della parte più delicata che peraltro può essere controllata solo a vista. Ragione per cui il ministero ha disposto che ogni 5 anni venga tagliata e rifatta. Operazione che esegue la Leitner. L’ultimo taglio è del novembre 2016, pertanto sarebbe dovuta intervenire fra sei mesi.
La causa dell’incidente alla funivia Mottarone: la testa fusa del cavo traente?
Se la testa fusa stava cedendo, il compito di controllarla era del caposervizio. Quella mattina Gabriele Tadini aveva sentito un rumore anomalo: è possibile che fosse quello della testa fusa che si stava muovendo in modo scorretto. Se è questo il motivo, il cavo sarà andato in tensione alla stazione di arrivo facendo cedere la testa e strappare la fune. La seconda tesi è che la fune da tempo avesse problemi di tensione e a forza di «tira e molla» uno strattone più forte abbia determinato il cedimento.
La Stampa invece spiega oggi che i motivi per cui la coppia di freni si attiva sono più d’uno. Tra questi c’è una anomalia sulla fune traente, che può essere più molle o più tesa del dovuto. Sembra che sia questo il problema che non si era riusciti a risolvere, e per poter trasportare clienti senza interruzioni da giorni si utilizzavano gli ormai famosi forchettoni rossi: sopra la capote della cabina, agganciano le ganasce dei freni impedendo che si chiudano in caso di alert.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
LA PIU’ VECCHIA RISALE AL 2014
Gabriele Tadini, caposervizio della funivia di Stresa-Mottarone, ha ammesso
dinanzi al gip Donatella Banci Buonamici che i forchettoni della cabina, utilizzati per disattivare il sistema frenante, erano stati inseriti «abitualmente» nell’ultimo mese e mezzo.
Una confessione che sarebbe confermata anche da alcune testimonianze pubblicate online, come quella contenuta in un post che troviamo nel forum Alagna-freeride.com & Sommerschi.com.
La sera del 25 maggio l’utente ATV condivide alcuni video e foto in parte recuperate online e in parte scattate di persona, dove si vede la funivia carica di passeggeri e con i forchettoni inseriti.
Una foto del 2014, il modello di cabina è lo stesso che troviamo online in altre foto.
«Dopo ho passato in rassegna le mie foto. (non ho fatto solo il video) E vedi lì: 6.1.2014», scrive ATV nel forum facendo intendere che lo scatto della funivia risalga all’anno 2014. Nella foto, che ripropone mostrando il dettaglio dei forchettoni, notiamo che «la cabina è occupata da persone» e che «le staffe sono installate, anche se non dipinte di rosso».
Abbiamo imparato in questi giorni a riconoscere i famosi forchettoni, di colore rosso acceso.
Nelle foto del primo novembre 2016, pubblicate dall’utente ATV, notiamo che non erano colorati e venivano normalmente poste nel “cestino di manutenzione”.
Una delle foto più interessanti della gallery pubblicata nel forum sarebbe stata trovata online dall’utente ATV: nella immagine si vedono i forchettoni inseriti e a bordo della cabina diverse persone con le mascherine.
«Ci sono anche foto pubblicitarie su internet che mostrano cabine completamente occupate con staffe inserite», scrive ancora l’utente ATV per poi concludere così: «Quindi o fanno un sacco di manutenzione e dormono ancora o c’è un sistema dietro».
(da Open)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL REPORT DELL’INPS… IL CALCOLO E’ STATO FATTO DOPO AVER ESCLUSO LE PENSIONI DI INVALIDITA’
L’osservatorio Inps ha pubblicato un report in cui si contano circa mezzo milione di pensioni attive nel 2021 e risalenti al 1981 o agli anni precedenti.
Nel totale sono comprese quelle di vecchiaia, quelle ai superstiti e le pensioni di invalidità previdenziali. Se non si considerano quelle di invalidità, il totale scende a 318.000.
Per il settore privato, le pensioni fino al 1980 sono 423.009, e sono 67.245 quelle decorrenti nel 1981. Per il pubblico, invece, le pensioni decorrenti nel 1980 e negli anni precedenti sono 53.274, e sono 17.508 quelle risalenti al 1981.
Per il settore privato, le pensioni in vigore almeno dal 1980 hanno un’età media alla decorrenza del pensionato di 41,84 anni (e sono in media di 587 euro).
La bassa età media tiene conto del fatto che sono chiaramente rimasti in vita soprattutto coloro che hanno percepito l’assegno a un’età più giovane. Negli scorsi anni erano infatti in vigore diverse regole per l’accesso alla pensione, con le donne che ci andavano “per vecchiaia” a 55 anni. Una situazione molto diversa da quella attuale, dove l’età media alla decorrenza per le pensioni liquidate nel 2020 nel privato è di 67,02 anni.
Anche per il settore pubblico l’età media alla decorrenza per le pensioni che risalgono almeno al 1980 è di 41,2 anni, con l’età media per le 21.104 pensioni di vecchiaia di 44 anni (e un importo medio mensile di 1.525 euro).
In quegli anni, per le donne dipendenti pubbliche con figli era possibile andare in pensione con 14 anni, 6 mesi e un giorno di contributi (la cosiddetta “baby pensione”). L’età media alla decorrenza delle pensioni liquidate nel 2020 nel settore pubblico era di 65,8 anni. Risalgono almeno al 1980 ancora nel settore pubblico 16.787 pensioni di inabilità (38,2 anni l’età media alla decorrenza) e 15.383 assegni ai superstiti con 40,8 anni alla decorrenza (e un assegno medio mensile di 1.181 euro).
(da agenzie)
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