Giugno 1st, 2021 Riccardo Fucile
ORMAI SIAMO ALLA BLASFEMIA… O FORSE LA MADONNA SI RIFERIVA AI COMPAGNI DI GALERA DI SALVINI QUANDO FINIRA’ A SCONTARE LA PENA PER SEQUESTRO DI PERSONA
E così, alla fine, a Salvini non resta che affidarsi alla Madonna. Sia chiaro, non si tratta di un affidamento con tutti i crismi del fedele che decide di riporre la sua fede nelle mani della sua religione, perfino questo è troppo per un politico che non riesce a non strumentalizzare tutto quello che incontra: questa mattina Libero, senza nemmeno provare un briciolo di vergogna, titola “Salvini: ‘La Madonna ci vuole tutti più uniti’” e riesce addirittura a superarsi con un pezzo interno che aggiunge “Salvini: ‘La Madonna mi ha detto che…’”.
Farebbe tragicamente ridere, se non fosse che l’ennesima strumentalizzazione della religione da parte del decadente leader leghista (che già brandiva rosari come arma contundente contro i suoi avversari politici nella goffa posa di un templare fuori dal tempo) continua a essere offensiva nei confronti di chi crede, di chi non crede e della dignità di un dibattito politico che raggiunge abissi mostruosi.
Che sulla coda di una pandemia gravissima un leader di un partito politico che è addirittura al governo possa permettersi di dire “a Fatima ho consacrato la salute degli italiani” ammanta il nostro Paese di quell’oscurantismo magico al servizio del consenso che di solito deridiamo nei Paesi che riteniamo meno evoluti del nostro. Che una dimensione privata come la fede venga utilizzata per propaganda è una blasfemia, una vergogna etica che propone un neopaganesimo costruito per gli sfinteri dei suoi elettori.
Eppure il religiosissimo Salvini dovrebbe conoscere quel comandamento che invita a “non nominare il nome di Dio invano” e che lui viola più di chiunque altro. Ma dietro l’indecente spettacolo di Fatima, in realtà, si nasconde l’enorme difficoltà del leader leghista che ormai non sa più che pesci pigliare (e no, non arriveranno miracolose moltiplicazioni) in un momento in cui Giorgia Meloni lo sta scalzando come leader del centrodestra e mentre il suo dover essere mite con il Governo Draghi lo costringe a spostare la propaganda dai suoi temi abituali.
Il Salvini che dipingeva l’Italia sull’orlo della distruzione ormai combatte per il vaccino dei vacanzieri ed è stato disinnescato dall’affievolirsi del virus. Prossimamente ritornerà a bomba sul tema dei migranti (uno dei pochi rimasti) dovendo comunque smussarsi per non dispiacere troppo a Draghi.
E i malumori interni alla Lega continuano a ingrossarsi. Così per alimentare la sua figura dell’esagitato (come sempre povero di contenuti) non gli resta che affidarsi alla Madonna. Matteo il mistico è solo l’ultimo personaggio di una carrellata di orrori.
(da Globalist)
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Giugno 1st, 2021 Riccardo Fucile
INVECE CHE AZEGLIO C’ERA IL NOME AZELIO, MA IL CINQUESTELLE PARLA DI COMPLOTTO
Oggi la notizia della targa sbagliata di Ciampi con il nome “Azelio” al posto di
Azeglio ha movimentato un po’ la giornata.
La storia è questa: è stato inaugurato questa mattina largo Carlo Azeglio Ciampi, su lungotevere Aventino nel tratto sotto il Giardino degli Aranci, alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, dei figli Claudio e Gabriella Ciampi e della sindaca di Roma Virginia Raggi.
La targa però non è stata scoperta perché secondo la versione ufficiale risulterebbe scheggiata anche se dal drappo trasparente si intravede un errore sul nome di Ciampi.
Si legge infatti ‘Carlo Azelio Ciampi’ e non Azeglio. Le reazioni degli avversari di Virginia Raggi nella campagna elettorale per le comunali a Roma sono state ovviamente tutte dello stesso tono.
Andrea Romano del Partito Democratico ha commentato ironicamente su Twitter: “Non ce la possono fare… A Livorno Nogarin si era rifiutato di riconoscere a Ciampi una piazza della sua città (abbiamo dovuto rimediare noi…). A Roma Virginia Raggi sbaglia il nome del grande italiano ed europeo che fu Carlo Azeglio Ciampi (Gualtieri fai presto…)”. Carlo Calenda invece ha usato anche lui twitter per dire basta: “Inaugurazione della piazza intitolata al Presidente emerito Ciampi. Presenti i Presidenti di Repubblica, Senato e Camera, ospiti della Sindaca Raggi. Non si scopre la targa perché sarebbe ‘scheggiata’. Bugia, in realtà è stato scritto male il nome di #Ciampi. Anche basta”.
Ma la reazione più incredibile l’ha avuta un sostenitore di Raggi, il pentastellato Paolo Ferrara che al comune di Roma è consigliere. Per Ferrara non si tratta di un semplice errore perché “ormai si inventano di tutto per fermare Virginia Raggi”:
Sembrano tornati i bei tempi del complotto dei frigoriferi lasciati per strada, non è vero? Intanto Virginia Raggi fa sapere di aver sistemato tutto: ‘’Sono stata avvisata questa mattina, ho dato subito l’ordine di procedere ad una nuova targa che infatti già adesso è collocata al suo posto’’.
(da aNextQuotidiano)
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Maggio 31st, 2021 Riccardo Fucile
E’ IL SUNTO DELLA VISITA DEL PREMIER LIBICO DBEIBAH A ROMA
Con la “nuova Libia” gli affari sono assicurati. Quanto ai diritti umani, si vedrà. E’
il sunto della visita del premier libico Abdul Hamid Dbeibah a Roma, la prima ufficiale in Italia da quando ha assunto la carica di primo ministro.
Con Dbeibah ci sono diversi ministri libici, da quello dagli Esteri all’Interno, dai Trasporti all’Economia. Nella mattinata alla Farnesina si è tenuto un Business Forum al quale, oltre al ministro degli Esteri Luigi Di Maio e alla delegazione di Tripoli, hanno partecipato una nutrita rappresentanza di imprese italiane: Snam, Saipem, Terna, Ansaldo Energia, Fincantieri, PSC Group, Italtel, Leonardo, WeBuild, Gruppo Ospedaliero San Donato, Cnh Industrial, Eni.
Sul piatto la riattivazione di alcuni macro-investimenti italiani in Libia, come la costruzione dell’Autostrada della pace inserita negli accordi siglati da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi nel 2008, o il dossier energetico.
Tutti gruppi interessati alla ricostruzione della Libia, convocati per ascoltare dal premier e dai ministri competenti le opportunità offerte dal Paese.
A condizione che prosegua quel processo di stabilizzazione, avviato a metà marzo con la nascita del governo di unità nazionale e che dovrebbe portare alle elezioni del 24 dicembre prossimo. L’ad di Eni Claudio Descalzi aveva peraltro già incontrato il premier libico durante il suo viaggio a Tripoli a fine marzo per discutere delle attività nel Paese della società, che rappresenta il primo produttore di gas nel Paese nordafricano e il principale fornitore di gas al mercato locale
Affari a gogò
“Ci troviamo ad una svolta cruciale del processo di stabilizzazione politica della Libia. Possiamo contare oggi su una Libia nuova e unita” ha affermato Di Maio, aprendo la plenaria del business forum italo-libico alla Farnesina, “le migliori forze produttive italiane vogliono essere protagoniste del rilancio del nostro partenariato industriale e del processo di ricostruzione del Paese, a partire dalle esigenze che i nostri amici libici considerano prioritarie”.
La presenza di Dabaiba, ha aggiunto, “conferisce altissimo valore a questa riunione, che costituisce un ulteriore tassello del percorso di rilancio del partenariato che Italia e Libia hanno intrapreso dai giorni successivi alla formazione dell’autorità transitoria unificata”. Di Maio ha evidenziato che l’Italia “non ha mai abbandonato la Libia e l’ambasciata ha sempre continuato ad operare anche nei momenti più difficili”, mentre adesso “siamo impegnati a rafforzare ulteriormente la presenza istituzionale italiana in Libia, attraverso l’imminente riattivazione del consolato generale a Bengasi e l’apertura di un consolato onorario a Sebha, in Fezzan. Nei prossimi mesi, inoltre, rafforzeremo anche la nostra presenza a Tripoli, con un desk promozionale per le imprese italiane e un addetto culturale presso la nostra ambasciata”.
“Il supporto che l’Italia fornisce in Ue” sull’immigrazione ”è molto importante e lo abbiamo ribadito nei diversi incontri avuti al livello italiano ed europeo” ha detto il premier libico Dbeibah. L’Italia e la Libia “al livello storico hanno sempre cooperato, l’Eni è tra i nostri partner più grandi per il petrolio” ma anche in materia di infrastrutture il rapporto con l’Italia ”è molto forte e ci dispiace che lo scambio commerciale si sia abbassato, il nostro obiettivo è incrementarlo. Dobbiamo ricostruire scuole, ospedali, infrastrutture, vogliamo tornare alla produzione di 3-4 milioni di barili al giorno e rilanciare i settori dell’economia. E il miglior partner siete voi”.
A meno di due mesi dalla visita di Mario Draghi a Tripoli, poi il premier italiano e il suo omologo libico si sono incontrati all’ora pranzo per un faccia a faccia che, rispetto all’inizio di aprile, registrerà due novità.
Lo slancio del nuovo governo libico ha subito un sensibile rallentamento tra nodi politici interni – come l’approvazione del bilancio, non ancora arrivata -, un certo attivismo dei gruppi armati e il rapporto, tutt’altro che risolto, con l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar.
Inoltre, sul fronte migranti, è massimo lo sforzo dell’Italia per rendere il dossier soprattutto europeo. Si cercherà, innanzitutto, di integrare le esigenze di due Paesi accomunati dal problema flussi.
Per la Libia la priorità è proteggere i confini meridionali, quelli del Fezzan dove, negli ultimi mesi, l’Italia sta concentrando l’attenzione. È una priorità anche italiana ed europea, sulla quale Roma sta spingendo per un impegno anche finanziario di Bruxelles.
Sul dossier da qualche giorno Draghi può contare sull’asse con Emmanuel Macron, sempre più preoccupato dalla crescente instabilità del Sahel, all’origine della partenza di migliaia di profughi. Nei prossimi giorni Di Maio si recherà proprio in Niger, tra i Paesi che presentano le maggiori criticità nella regione.
Un equilibrio precario
Sebbene dopo dieci anni di conflitto abbia trovato un nuovo equilibrio politico con l’insediamento del governo transitorio, la presenza dei mercenari e l’ingombrante figura del generale Khalifa Haftar, che sabato ha organizzato una parata militare, minacciano gli sforzi di pacificazione.
Restano le divisioni tra l’ovest e l’est, con Haftar che spera ancora di avere un ruolo nella nuova Libia e cerca di dettare l’agenda, mentre non è stato ancora approvato il bilancio unificato presentato dal governo Dbeibah, la cui adozione rappresenta un passaggio cruciale per avviare e favorire la ricostruzione ed il rilancio dell’economia libica.
E sul fronte della sicurezza rimane il problema della presenza dei mercenari stranieri che nei mesi scorsi hanno combattuto al fianco di entrambi i fronti e della presenza militare russa a est e turca a ovest.
Mentre la strada costiera Sirte-Misurata non è stata ancora riaperta, a causa della resistenza dei gruppi armati che la controllano e non vogliono lasciare la zona. In questo contesto di grande fragilità si inseriscono le difficoltà libiche nella gestione dei flussi migratori.
C’è poi il dossier sbarchi. Tema posto a Bruxelles lunedì scorso dallo stesso Draghi e che sarà in agenda al Consiglio Ue del 24-25 giugno. L’Italia è pronta ad assicurare piena assistenza alla Libia ma spinge, allo stesso tempo, per inserirla in un quadro europeo.
Quel ringraziamento di troppo
Resta poi aperto il nodo della tutela dei diritti umani di chi è trattenuto in Libia. Il ringraziamento di Mario Draghi al lavoro della Guardia Costiera libica, in occasione della sua visita a Tripoli, è suonato stridente a molti.
L’Europa cerca ancora una soluzione comune all’annosa questione dei flussi migratori che premono alle sue porte e sulle sue coste. Soluzione che a detta degli stessi leader europei non sembra a portata di mano. Sul dossier migratorio, Di Maio, in occasione della visita a Tripoli ha insistito sulla necessità di una “strategia più ampia”, che non sia incentrata esclusivamente sul controllo della frontiera libica marittima – la porta dell’Ue dal Mediterraneo centrale – ma anche su quella meridionale, nel Fezzan, da cui transitano i disperati che lasciano il Sahel. “Investire nello sviluppo economico e sociale del Fezzan è quindi un altro elemento essenziale di questa strategia. L’Unione europea può essere al fianco del governo di unità nazionale in questo percorso”, ha assicurato Di Maio. L’Italia – che ha da poco nominato un Console onorario nella regione meridionale della Libia – guida tra l’altro la missione Eubam, che partecipa proprio agli sforzi per la sicurezza dei confini libici contro i trafficanti di esseri umani e il terrorismo, oltre all’operazione Irini che dovrebbe garantire l’embargo delle armi nel Mediterraneo. La missione di Italia, Malta e Ue a Tripoli era andata così incontro alla richiesta della ministra degli Esteri libica, Najla el Mangoush, di intercettare le rotte dei migranti molto prima che arrivino a rischiare la vita in mare.
“La Guardia costiera deve essere una parte strategica della lotta al fenomeno e non una soluzione”, ha dichiarato la responsabile libica definendo le migrazioni illegali “una triste storia e un problema umanitario, di sicurezza ed economico”.
Stop al rifinanziamento
“Nelle prossime settimane – scrive Nello Scavo su Avvenire – il Parlamento italiano dovrà discutere il rinnovo del sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica, costata fino ad ora oltre 800 milioni di euro, e che non di rado ha ricambiato l’interessato favore con ambigue manovre in mare, omissioni di soccorso, diverse stragi e un certo numero di raffiche sparate all’indirizzo di pescherecci italiani. Anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha insistito nel chiedere ai partner Ue di potenziare la missione navale europea Irini nel ruolo di addestramento dei guardacoste di Tripoli.
«Nella Guardia Costiera libica non sono tutti degli angeli – ha osservato il direttore del “Libya Herald” -. Inoltre riportare i migranti in Libia, dove non abbiamo la capacità di rispettare gli standard internazionali, porta ad ulteriori crimini». I clan hanno affinato le tecniche di taglieggiamento dei Paesi europei. E le frequenti partenze di queste settimane, proprio in vista del vertice a Roma con Dbeibah, fanno parte della trattativa a colpi di barconi. Un sistema di vera criminalità organizzata che Safa Msehli, portavoce dell’Oim da Ginevra, riassume in un tweet nel quale denuncia la sparizione di migliaia di persone: «Più di 10mila migranti sono stati intercettati quest’anno da “entità libiche” e sono stati portati in prigione. Ma oggi solo la metà di loro si trova in questi centri. Questo sistema è un abominio». Così Scavo, uno dei pochi che le vicende libiche e lo scempio dei diritti umani perpetrato nei lager libici, conosce veramente.
Alla Libia non occorrono corsi di formazione militare, navi o armi ma “law enforcement, capacità di tutela e promozione dei diritti umani e ripresa economica”. A dirlo a InfoAfrica è Fadel Lamen, direttore del Libyan national economic social development board, pochi giorni prima della visita di Abdul Hamid Mohammed Dbeibah, primo ministro libico, a Roma.
“Per una buona relazione occorre avere obiettivi comuni” ha detto Lamen a InfoAfrica, spiegando che non sempre il nuovo corso di relazioni tra Italia e Libia, ma anche tra Ue e Libia, ha seguito questa logica. Da un lato, quello libico, la necessità di garantire la sicurezza per poter aiutare una necessaria ripresa economica e dall’altro, quello italiano ed europeo, la necessità di frenare i flussi di migranti irregolari che attraversano il Mediterraneo.
“Quello che serve è una strategia più ampia – sostiene Lamen – perché proteggere le acque e i confini non è la soluzione ai problemi comuni che dobbiamo affrontare”.
Ai libici “non occorre formazione sull’uso di armi o di imbarcazioni piccole e medie per il pattugliamento e la lotta ai trafficanti, il problema in Libia non è questo” sostiene Lamen. “Se la Libia intercetta i trafficanti, i migranti irregolari o blocca le imbarcazioni sulle proprie coste, dove pensate che finiscano queste persone? Nei centri di detenzione, che sono in pessime condizioni” e gestiti anche peggio: “Per questo non serve formazione sull’uso di armi, serve formazione sui diritti umani, sul diritto internazionale. Va adottato un piano strategico, più comprensivo ed ampio, la questione non è solo donare armi o imbarcazioni, questo è semplicistico. In Libia non c’è la capacità di identificazione dei migranti, non esiste un modo per valutarne lo status e la posizione legale, per concedere lo status di rifugiato”.
Lamen suggerisce un approccio più ampio e globale, che comprenda i diritti umani, il rafforzamento giuridico della Libia e l’economia.
Ma per l’Italia i diritti umani restano un optional. La diplomazia degli affari non li prevede.
(da Globalist)
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Maggio 31st, 2021 Riccardo Fucile
ATLANTIA HA ACCETTATO L’OFFERTA PER L’ACQUISTO DELL’88% DI ASPI PER 9,1 MILIARDI… LA REVOCA NON C’E’ STATA PERCHE’ SAREBBE SCATTATA LA PENALE (COME AVEVAMO SEMPRE DETTO)
Quasi due miliardi e mezzo. Tanto spetta alla famiglia Benetton, proprietaria del 30% di Atlantia, per la cessione di Autostrade per l’Italia al consorzio formato da Cassa depositi e prestiti con i fondi Blackstone e Macquarie.
Anche se i soldi resteranno alla holding che dovrebbe utilizzare la dote per investimenti o per ridurre il debito.
A dieci mesi dall’accordo del luglio 2020, l’assemblea degli azionisti della holding con una maggioranza dell’87% ha accettato l’offerta per l’acquisto dell’88,06% del capitale di Aspi.
Dopo quasi tre anni dal crollo del ponte Morandi finisce così, almeno sul fronte aziendale (il processo è ancora in corso), il braccio di ferro tra lo Stato e i concessionari autostradali che erano responsabili della gestione e manutenzione del viadotto genovese il cui cedimento ha ucciso 43 persone.
Sfumate le minacce di revoca della concessione ad Aspi arrivate dal governo Conte 1 fin dal giorno successivo alla tragedia e ribadite ancora lo scorso anno, il punto di caduta è sì l’uscita degli attuali soci dall’azienda, ma con una plusvalenza.
Non a caso il titolo Atlantia è stato maglia rosa a Piazza Affari e ha chiuso la seduta a +2,84%. Per i familiari delle vittime, che avevano chiesto fino all’ultimo di interrompere la trattativa, la decisione è un nuovo colpo.
“Siamo molto amareggiati. Non sono sorpresa dell’ok degli azionisti di Atlantia, sarebbe stato come rifiutare un terno al lotto – ha detto Egle Possetti, portavoce del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi – Io auspico che, visto che Cdp avrà l’ultima parola, spero ci sia un ripensamento e che la contrattazione non vada avanti”.
Sul piatto 9,5 miliardi per il 100% di Aspi
Sul piatto, dopo diversi affinamenti per accontentare tutti i soci compreso il fondo speculativo britannico Tci e dopo il ballon d’essai dell’offerta di Florentino Perez, c’era una valutazione di 9,1 miliardi per il 100% di Aspi più una quota (ticking fee) del 2% annuo sul prezzo dal primo gennaio 2021 alla data del closing dell’operazione che dovrebbe cadere nel marzo 2022.
In questo modo la valorizzazione sale a 9,3 miliardi. A cui vanno sommati i ristori statali per i mancati ricavi causati dal Covid, per un totale di 9,5 miliardi.
L’88% vale così 7,9 miliardi. Di cui 2,38 spettano alla dinastia di Ponzano Veneto, che ha il 30,2% di Atlantia attraverso Edizione e tra 2009 e 2018 ha incassato 6 miliardi di dividendi mentre – ha calcolato l’ufficio studi e ricerche di Mediobanca – gli investimenti in manutenzione calavano da 1,1 miliardi l’anno a poco più di 500 milioni.
“Le manutenzioni le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo meno facevamo … cosi distribuiamo più utili … e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti“, diceva, intercettato, l’ex ad di Edizione Gianni Mion parlando della famiglia Benetton.
La proposta di Cdp e soci è stata approvata con il voto favorevole di 1.129 azionisti, l’86,86% del capitale sociale rappresentato in assemblea, mentre in 60 hanno detto no. I tre proxy advisor (Glass Lewis, Iss e Frontis), società che consigliano i fondi su come votare in assemblea, si erano del resto espressi in maniera unanime a favore del sì all’offerta.
Anche perché, secondo S&P, a valle dell’operazione è probabile che i rating di Atlantia e Aspi vengano scorporati perché i rischi finanziari a cui Aspi è attualmente soggetta “diminuirebbero probabilmente notevolmente” (anche se “non è chiaro quanta esposizione rimarrebbe al rischio per il crollo del ponte di Genova”) e per la holding Atlantia i proventi della cessione supererebbero “di gran lunga” il suo attuale debito estero, lasciando spazio a potenziali acquisizioni.
La prossima tappa è la riunione del cda, che si terrà il 10 giugno, per dare il via libera agli accordi vincolanti con Cdp. La firma è attesa entro fine mese. Poi dovrà essere finalmente approvato il nuovo Piano economico finanziario, il cui iter è in stallo dallo scorso anno in attesa della cessione.
La revoca sfumata e le trattative sul prezzo
Nonostante la contestata norma sul taglio da 23 a 7 miliardi delle penali in caso di revoca, inserita nel decreto Milleproroghe a fine 2019, l’iter per togliere la concessione ad Aspi si è rivelato molto più complicato delle attese sul piano giuridico.
E la stessa Avvocatura dello Stato, in un parere reso all’inizio del 2020 al governo Conte 2, ha fatto presente di non poter “escludere che, in sede giudiziaria (nazionale o sovranazionale) possa essere riconosciuto il diritto di Aspi all’integrale risarcimento”.
Così la minaccia di revoca, pur sventolata ogni volta che le trattative si arenavano, ha perso credibilità. Anche perché in Atlantia, accanto alla famiglia Benetton, ci sono il fondo sovrano di Singapore Gic, le banche Hsbc e Lazard e soprattutto il fondo speculativo Tci, che si è subito appellato alla Commissione europea invocando il rispetto del contratto di concessione e ha chiarito che non avrebbe mai accettato un’offerta inferiore ai prezzi di mercato.
Così con il passare dei mesi è diventato evidente che l’uscita dei Benetton dalla società concessionaria avrebbe dovuto essere pagata cara.
Garantendo alla dinastia di Ponzano un ricco incasso. Così è stato: da una valutazione iniziale di 6 miliardi per l’intera società si è arrivati ai 9,5 miliardi complessivi di oggi passando per tre rilanci, fino all’offerta finale presentata a fine marzo.
Nel mezzo il tentativo di coinvolgere Atlantia nel salvataggio di Alitalia, inevitabilmente archiviato a inizio 2020 causa Covid, e la ricostruzione del viadotto a spese di Autostrade. L’ultimo colpo di scena sono state le lettere di manifestazione d’interesse di Florentino Perez, che dei Benetton è socio in Abertis, mai concretizzate però in un’offerta vincolante. Tanto da far sospettare di una mossa concordata per indurre Cdp ad alzare l’offerta.
Ora la vicenda si chiude con una sostanziale vittoria dei soci di Atlantia, sul piano economico.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2021 Riccardo Fucile
LA SOLITA PRETESTUOSA POLEMICA DEI FINTI DIFENSORI DELLA PRESUNTA ETICA CHE NON SANNO GUARDARSI ALLO SPECCHIO
“Spesso non sono d’accordo con le posizioni espresse da Bizzarri e non solo
sulle droghe ma questo non vuol dire che non abbia diritto ad esprimerle“.
Così il presidente ligure Giovanni Toti difende il presidente di Palazzo Ducale Luca Bizzarri, oggetto degli attacchi della Lega per una frase sulla presunta assunzione di droga da parte del cantante dei Maneskin giudicata ambigua.
“Anzi – ha rimarcato il governatore – direi che il presidente di una fondazione culturale che non animasse il dibattito sarebbe qualche cosa in meno e non in più. Credo che si debbano difendere soprattutto le idee con cui non si è d’accordo e non quelle con cui si è d’accordo che risulta piuttosto facile”.
“Non ho ben capito perché un cantante debba fare un test antidroga dopo aver vinto un festival. Anche perché così Paganini non ne avrebbe mai vinto uno – aveva scritto Bizzarri – Quando la smetteremo di considerare la droga un problema etico forse potremmo cominciare a capire qualcosa della droga, ad affrontarne l’uso e gli abusi un poco più seriamente evitando il moralismo ipocrita che pervade ogni momento di questa disgraziata epoca”.
Nei giorni scorsi era arrivata la dura presa di posizione del capogruppo regionale Stefano Mai: “L’ennesimo commento sui social network di Luca Bizzarri sull’uso di droghe non lascia spazio a equivoci”.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2021 Riccardo Fucile
LA FESTA DI LANCIO A VENEZIA ALL’HOTEL CIPRIANI DOVE LE REGOLE ANTI-COVID SONO SALTATE
La scena è questa. Ci sono decine di persone in abito da sera che mangiano, bevono e chiacchierano nei giardini dell’hotel Cipriani, uno dei più lussuosi di Venezia.
Tra gli altri, fa capolino anche l’ex premier Matteo Renzi. Passano attori, vestiti con le maschere del carnevale veneziano. Invece, le mascherine anti-Covid non le ha addosso nessuno. Nessun distanziamento, buffet in piedi e poi tutti a ballare, al suono dell’orchestra. Sembrano scene di un’altra era, ma sono avvenute pochi giorni fa. Peccato, però, che non stia scritto in nessun decreto che per le mega feste private le regole anti-Covid non debbano valere più
Le immagini – facilmente reperibili sui social network – si riferiscono al party per il lancio del nuovo super yacht 1000 della Ferretti, che è andato in scena il 28 maggio scorso, alla vigilia dell’inaugurazione del salone nautico di Venezia. “Un esclusivo evento, riservato a selezionati ospiti internazionali”, viene presentato sul sito dell’azienda nautica. E forse è per compiacere i “selezionati ospiti”, che per l’occasione si è deciso di chiudere un occhio sulle norme anti-Covid.
Contattato da Fanpage, l’ufficio stampa di Ferretti Group fa sapere che “per partecipare all’evento è stato richiesto un tampone negativo allo staff a tutti gli ospiti, effettuato nelle 24 ore precedenti all’ingresso al luogo dove si è tenuta la presentazione”. Inoltre, “è stata allestita una postazione per effettuare tamponi rapidi antigenici agli ospiti sprovvisti di precedente tampone”.
Insomma per entrare al gala serviva una sorta di passaporto sanitario. Una procedura “fai da te”, potremmo definirla, visto che il Green Pass ufficiale che certifica la negatività al virus ancora non è entrato in vigore
Basti ricordare che al momento il governo ha previsto solo la ripresa delle feste a seguito di cerimonie civili e religiose e comunque non prima del prossimo 15 giugno. Ci sono ancora inoltre regole stringenti sulla somministrazione di cibo e bevande, per non parlare delle norme sul distanziamento da seguire nel caso di attività che si svolgono al chiuso. Resta poi immutato l’obbligo di indossare le mascherine
Tutte queste circostanze vengono ignorate dagli organizzatori dell’evento. Per quanto abbiamo potuto ricostruire, la serata si è articolata in due parti. Nella prima, gli ospiti si sono intrattenuti nei giardini dell’hotel, dove lo staff ha servito cibo e bevande, sullo sfondo della laguna di Venezia, dove era ormeggiato lo yacht protagonista della kermesse. Nei filmati, quasi nessuno dei partecipanti indossa la mascherina o mantiene il distanziamento minimo.
Ancora più controversa la seconda parte della serata. La festa si sposta negli spazi al chiuso all’interno dei saloni del Cipriani. Anche qui, nessuno rispetta il distanziamento e di nuovo di mascherine non si vede nemmeno l’ombra. Nella sala si esibiscono gli attori del “Ballo del Doge”, lo spettacolo più esclusivo del carnevale veneziano. Poi è il turno dell’orchestra, che tra le altre suona le note de “Il Mondo” di Jimmy Fontana, mentre gli invitati ballano un lento in pista. Peccato che le regole anti-Covid al momento non consentano questo tipo di attività.
Lo staff di Renzi conferma che il senatore di Italia Viva ha partecipato all’evento, “così come altre alte autorità civili, militari e religiose”. L’entourage dell’ex premier sottolinea che era tamponato e ha lasciato i locali prima delle 23, rispettando il coprifuoco. Da notare come l’evento sia stato patrocinato, tra gli altri, dal Comune di Venezia, con tanto di discorso dal palco del sindaco Luigi Brugnaro. D’altronde, solo pochi giorni prima della festa, lo stesso Brugnaro aveva annunciato di aver acquistato uno yacht Ferretti 1000, proprio il modello presentato durante la serata di gala.
(da Fanpage)
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Maggio 31st, 2021 Riccardo Fucile
IL LIVELLO PIU’ ALTO TRA CHI VOTA LEGA E FRATELLI D’ITALIA
Sullo sfondo di una campagna vaccinale che prosegue a ritmo sostenuto, il
fronte No vax continua a raccogliere consensi importanti.
I dati arrivano dal recente sondaggio di Demos & Pi illustrato da la Repubblica, che fornisce il quadro aggiornato sulle opinioni degli italiani in merito alla situazione Covid nel Paese. Ad oggi, circa il 40% della popolazione afferma di essersi vaccinato, senza distinzione di vaccino e di dose.
Dati coerenti con il monitoraggio fornito dall’Istituto Superiore di Sanità. Si attestano invece al 48% gli italiani che aspettano la possibilità di fare il vaccino, crescita rilevante rispetto a due mesi fa.
Il vero elemento di continuità, nel corso degli ultimi 6 mesi, è costituito da coloro che non intendono vaccinarsi: 2 italiani su 10 in Italia appartengono alla categoria No vax. Secondo il sondaggio, tra coloro che sono contrari all’obbligo il 40% non vuole vaccinarsi.
No vax e colore politico
Il sondaggio realizzato da Demos & Pi, poi mette in relazione l’opinione sul vaccino al colore politico degli intervistati. «Coloro che non intendono vaccinarsi per scelta personale raggiungono il livello più elevato fra gli elettori della Lega (22%) e dei FdI (16%). Un orientamento simile si osserva fra coloro che sono contrari al vaccino per principio» si legge nel rapporto.
«All’opposto, un maggior grado di resistenza al vaccino come “terapia preventiva” e come comportamento “regolato per legge” viene espresso dagli elettori del Pd» continua il report. E ancora «La base del M5S mostra un atteggiamento più incerto, sicuramente reticente».
Per il 23% la pandemia durerà ancora molti anni
Rispetto a qualche mese fa sembrerebbe invece essere scesa la percezione di paura nei confronti del virus. Quello che ora prevale è il senso di precarietà e incertezza per un tunnel di cui non si conosce la fine precisa. Oltre 3 italiani su 4 si dicono convinti che la pandemia durerà ancora a lungo, più della metà della popolazione è convinta che si proseguirà per almeno un altro anno. Il 23% per molti anni ancora.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2021 Riccardo Fucile
LA GUARDIA DI FINANZA HA DENUNCIATO 298 PERSONE CHE PERCEPIVANO ILLECITAMENTE IL REDDITO DI CITTADINANZA… OTTO ERANO EVASI DAI DOMICILIARI PER ANDARE AL CAF A FARE LA DOMANDA
Un uomo ha presentato domanda per il reddito di cittadinanza a Frattamaggiore mentre era detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Un caso apparentemente di ubiquità, in realtà soltanto uno dei tanti raggiri che sono stati scoperti dalla Guardia di Finanza, che in otto mesi ha individuato centinaia di domande irregolari presentate da residenti dell’area nord della provincia di Napoli; molti erano detenuti o sottoposti a misure cautelari, tra questi anche otto persone che erano evase dai domiciliari per andare ai caf per presentare domanda.
Le indagini, svolte in collaborazione con l’Inps, coprono il periodo tra il settembre 2020 e il maggio 2021 e sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord. I militari del Gruppo di Frattamaggiore hanno avviato i controlli partendo dai cittadini residenti a Frattamaggiore sottoposti a misure cautelari e hanno verificato se avessero presentato domanda o se già percepissero il reddito di cittadinanza. Tantissime domande, hanno appurato i militari delle Fiamme Gialle, erano state presentate da persone destinatarie di provvedimenti giudiziari che, per legge, fanno venire meno i requisiti.
Nel bilancio complessivo ci sono 298 denunciati, a cui è stato revocato il sussidio; a seconda della posizione (se avevano chiesto il reddito quando erano già sottoposti a misura cautelare o se avevano omesso di segnalare la misura ma già lo percepivano) è scattata la denuncia per truffa ai danni dello Stato o la segnalazione per violazioni alle norme del reddito di cittadinanza. Il danno economico è stato quantificato dall’Inps di Afragola (Napoli) in circa 2,5 milioni di euro.
Tra i casi scoperti dalla Guardia di Finanza c’è quello della domanda recuperata in un centro di assistenza fiscale a Frattamaggiore e che risulta essere stata presentata da un uomo detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per droga: una cosa fisicamente impossibile, visto che nel giorno della presentazione l’uomo era già in prigione. Si è scoperto che a presentare la domanda era stata la moglie, che ovviamente non aveva detto che il marito era detenuto ma aveva inventato un’altra scusa per far accettare la documentazione già firmata dall’uomo.
Ci sono poi gli altri otto casi, che riguardano altrettante persone che per andare a presentare la domanda erano evasi dagli arresti domiciliari a cui erano sottoposti per reati predatori o per droga. Molte delle domande, nonostante l’assenza dei requisiti, erano state accettate ed erano anche partite le erogazioni.
(da Fanpage)
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Maggio 31st, 2021 Riccardo Fucile
SQUALLIDA PROPAGANDA PURE AL SANTUARIO FACENDO LA FOTO MENTRE ACCENDE UN CERO: UN ATTO INTIMO (SE FOSSE STATO IN BUONAFEDE) DIVENTA UNO SPOT
Ora siamo tornati all’uso politico della religione e così il capo della Lega in
difficoltà torna a strumentalizzare Madonna, rosari e crocifissi: “Per me è una gioia, un’emozione, ho consacrato anche la salute, il futuro, la serenità del mio popolo al cuore immacolato di Maria. Questo è un luogo sacro, non esiste politica, non esiste lavoro, non esiste vita, senza valori, dal mio punto di vista senza fede. Sono per la libertà religiosa, di pensiero, di parola, do rispetto ma chiedo rispetto. L’Europa è nata qua, su questi valori può crescere, può guarire, può prosperare”.
Lo ha affermato il segretario della Lega, Matteo Salvini, al termine di una visita al santuario di Fatima.
“Noi parliamo ai cuori, alle teste, alle donne e agli uomini. Ognuno -ha aggiunto il leader del Carroccio- ragiona con la sua testa, prega con il suo cuore e vota con la sua mano, non veniamo a chiedere o a togliere niente a nessuno, però testimoniano la nostra fede e ci tengo a farlo anche con le mie opere”.
Come no, respingendo nei lager libici gli esseri umani che non affogano prima e facendo fotoricordo mentre accende un cero.
Un po’ di vergogna, mai.
(da Globalist)
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