Destra di Popolo.net

QUEGLI IMPRENDITORI CHE SI LAMENTANO SE I LAVORATORI VOGLIONO PERSINO ESSERE PAGATI

Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile

L’ALBERGATORE: “IN UNA SITUAZIONE DI EMERGENZA NESSUN DIPENDENTE PENSI DI CHIEDERE COME PRIMA”… ALLORA I CLIENTI FACCIANO LO STESSO E PAGHINO SOLO QUELLO CHE POSSONO, VIA LE TARIFFE DELLE CAMERE

A volte basta annusare l’aria che tira per rendersi conto della narrazione che stanno costruendo. Il tema delle prossime settimane, vedrete, saranno ancora una volta “questi giovani sfaticati che non hanno voglia di lavorare”, qualcuno ci butterà dentro anche il reddito di cittadinanza e ci si lamenterà di un’Italia che potrebbe soffiare forte sulla ripresa e invece fatica per colpa degli indolenti.
Gli indizi ci sono già tutti e basta metterli in fila per rendersene conto: di base c’è il solito refrain del reddito di cittadinanza che spingerebbe la gente a non lavorare, come se non fosse umiliante, illegale e indegno proporre un posto di lavoro che non riesce nemmeno a mettere insieme gli stessi soldi di un sussidio.
Poi, qualche tempo fa, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca (uno abile a solleticare certi istinti) ha creato il collegamento perfetto mettendo in relazione l’estate che arriva con l’impellente bisogno di incassare dopo la pandemia e i lavoratori che non si trovano e che rovineranno ciò che non ha rovinato il virus.
In successione è arrivato il ministro al Turismo Massimo Garavaglia, che durante la sua visita in Veneto ci ha detto che “il turismo c’è tutto” ma “un tema è che si fa fatica a trovare i lavoratori, bisogna intervenire”.
I giornali e i telegiornali stanno facendo il resto: al Tg regionale della Lombardia c’è l’accorata intervista a un ristoratore che si indigna e strepita perché, dice, “trovare lavoratori è molto difficile” poiché, sempre a suo dire, “ti chiedono quante ore devono lavorare e quanti soldi gli dai”.
L’idea che la carenza di lavoratori sia dovuta non alle loro domande ma alle sue riposte non lo sfiora nemmeno: come si permettono gli schiavi di non volere essere schiavi?
Su Facebook, nel gruppo “Quelli che lavorano in hotel”, l’imprenditore di Marina di Pietrasanta Alessio Maggi scrive: “Se a qualcuno, questa estate, nel caso mai riaprissimo, verrà in mente di venirla a menare con domande alla carlona tipo ‘quanto si lavora? Quanto mi dai? Qual è il giorno libero?’ vi dico con il massimo garbo possibile: non vi presentate. Siamo in emergenza e come tale deve essere gestita e elaborata. Se pensate di avere o pretendere come se non fosse successo nulla, datevi all’ippica”. Chiaro?
Quindi quest’estate tutti a Pietrasanta dal signor Maggi e, quando sarà il momento di pagare, gli diremo di accontentarsi di quello che decidiamo noi clienti in nome dell’emergenza che, come tale, deve essere gestita.
E poi qualcuno ancora si chiede a cosa dovrebbe servire il salario minimo. Ancora.
(da TPI)

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QUESTA ANCORA CI MANCAVA: PUGNI E TESTATE TRA VOLONTARI DELLE AMBULANZE IN MEZZO AI PAZIENTI DEL PRONTO SOCCORSO; UN FERITO E DENUNCE RECIPROCHE

Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile

I DUE VOLONTARI APPARTENGONO ALLA “CROCE D’ORO” E ALLA “MISERICORDIA”

La lite tra soccorritori nella “camera calda” del Pronto soccorso dell’ospedale Mauriziano di Torino finisce a urla, pugni e testate.
È successo martedì scorso, poco prima delle 23. Ad azzuffarsi sono stati i soccorritori di due equipaggi della Croce d’Oro e della Misericordia di Torino, due associazioni private di volontariato: sarebbero riemerse vecchie ruggini personali , tanto che sono intervenuti i carabinieri e uno degli autisti è finito anche lui, con il naso sanguinante, a farsi soccorrere sul posto.
Erano le 22,30 quando i due equipaggi si sono trovati contemporaneamente nella “camera calda”, ovvero quella di transito dei pazienti, per lasciare le persone trasportate in emergenza.
A un certo punto un soccorritore della Misericordia avrebbe riconosciuto una ex collega di equipaggio, che ha cambiato associazione. Così i due avrebbero iniziato a litigare per episodi passati e sarebbero volate parole grosse.
Lì c’era anche l’autista della Croce d’Oro: con una lunga carriera alle spalle nel volontariato, ha assistito all’alterco ed è intervenuto per frapporsi tra i due e difendere la collega, ma a quel punto sarebbe stato invitato “a non intrometterti, non c’entri nulla”.
Non è bastato però a farlo desistere dal difendere la collega e, poco dopo, si è preso una testata sul naso. Per lui cinque giorni di prognosi.
“Volevo solo difendere la collega, ma mi ha detto ‘fatti gli affari tuoi, ti scasso di botte’ – spiega il volontario colpito che ha sporto querela ai carabinieri – Non ha senso arrivare a situazioni simili, siamo soccorritori: indossiamo una divisa e dobbiamo rispettarla”.
La lite, tuttavia, non è finita lì: sono intervenuti i responsabili delle due associazioni.
Il presidente della Croce d’Oro, Giovanni Signoriello, che in passato era alla guida della Misericordia, ha parlato di “grave atto di terrorismo”, annunciando che “l’associazione prenderà provvedimenti e seguirà l’iter della giustizia”, citando un altro episodio passato e mostrando il referto del pronto soccorso del volontario dopo la lite di martedì: “Non ero presente – ha detto – ma il nostro equipaggio è stato insultato a titolo gratuito e alla nostra volontaria è stato detto ‘stai zitta o ti prendo a schiaffi’. Abbiamo già segnalato l’episodio al Coordinamento Misericordie del Piemonte”.
Diversa opinione tra i vertici della Misericordia, che di quegli episodi passati si definiscono “vittime, mentre ora passiamo da carnefici. Abbiamo sospeso a tempo indeterminato il nostro volontario e non è giustificabile il suo comportamento di violenza – spiega Catia Castelli, governatrice della Misericordia Torino – ma quell’episodio affonda le radici in situazioni spiacevoli, per cui da un anno e mezzo siamo oggetto di provocazioni e diffamazione, con social e lettere anonime. Ci troviamo oggetti di istigazione continua, non sono vecchie ruggini tra associazioni ma fatti del tutto personali. A pagare è stato l’autista che non conosce questo passato”.
Prima di Castelli il posto a capo della Misericordia era ricoperto dall’attuale presidente della Croce d’Oro “che tramite il nostro avvocato – spiega Castelli – fu oggetto di diffida”. Le due associazioni si sono rivolte ad avvocati “per tutelare il nostro nome”.
Al momento non ci sono denunce da parte dei carabinieri e la competenza è del giudice di pace.
(da agenzie)

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L’INDIRIZZO SEGRETO, IL NUOVO LAVORO E LO STIPENDIO DA COLLABORATORE: LA NUOVA VITA DI GIOVANNI BRUSCA

Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile

AVRA’ LA MASSIMA PROTEZIONE; DOPO AVER FATTO ARRESTARE DECINE DI CAPIMAFIA E’ UN OBIETTIVO PER LA VENDETTA DEI CLAN

Giovanni Brusca è un uomo libero. ‘U Verru è stato scarcerato per fine pena e grazie alle norme volute da Giovanni Falcone, ovvero la legge sui collaboratori di giustizia che prevede sconti di pena a chi fa rivelazioni significative per le indagini sulla mafia. E proprio per questo oggi che deve ricominciare la sua vita resta un obiettivo di Cosa Nostra. Che vuole fargli pagare l’essersi pentito.
Per questo da uomo libero Giovanni Brusca dovrà guardarsi le spalle. Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera ricorda oggi che il tribunale della mafia sconti non ne fa, e non c’è investigatore di ieri e di oggi che non sia certo del rischio che accompagnerà Brusca fino alla fine dei suoi giorni. Ovvero quello di incontrare qualcuno, fosse anche l’ultimo canazzo di bancata (espressione siciliana per indicare persone di infimo livello) con qualche aspirazione da boss, che voglia fargli pagare il suo tradimento.
Per questo Giovanni Brusca scarcerato vivrà un periodo di libertà vigilata con obbligo di firma settimanale, orari controllati e un pernottamento fisso. E si sceglierà un luogo dove vivere in sicurezza. Una casa con un indirizzo segreto da non rivelare a nessuno. Senza che nessuno possa svelarne l’identità. E poi, aggiunge il quotidiano, si cercherà di trovargli un lavoro. Per integrare lo “stipendio” previsto dal programma di protezione a cui è ancora affiliato. Sperando che sia sufficiente per salvargli la vita.
La mafia è cambiata da quando lui era un semplice affiliato alla famiglia di San Giuseppe Jato e poi fedelissimo di Totò Riina. Con la reggenza di Matteo Messina Denaro sono finiti i tempi della coppola e sono cominciati quelli dei colletti bianchi. Non ci sono più i corleonesi che organizzano carneficine e arrivano fino a pensare di poter ricattare lo Stato. O meglio: quelli che ci sono hanno cambiato pelle prima di cambiare vita. Ma il richiamo della terra è sempre lì. E potrebbe suonare prima o poi anche per lui.
È stata ieri Maria Falcone a spiegare perché Giovanni Brusca è libero. “Umanamente è una notizia che mi addolora – ha detto la sorella del giudice assassinato proprio da Brusca -, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno”.
Il decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, poi modificato il 13 febbraio 2001, n. 45 definì la figura del collaboratore di giustizia.
Sul modello della legge di Francesco Cossiga che offriva benefici ai terroristi che facevano i nomi dei complici. La legge dice che c’è un tempo limite di sei mesi per le dichiarazioni dal momento in cui si è manifestata la volontà di parlare. I benefici non arrivano subito, ma solo dopo che accurate verifiche ne abbiano riscontrato l’attendibilità. Il pentito dovrà scontare comunque un quarto della pena, per chi è condannato all’ergastolo è di minimo 10 anni. La protezione durerà fino al cessato pericolo.
Come Giovanni Brusca è diventato uomo d’onore lo ha raccontato lui stesso, qualche anno fa, in un’intervista per un documentario franco-tedesco sui corleonesi. Ovvero su quella banda di paese che scalò i vertici della mafia a colpi di droga e omicidi. Senza risparmiare nessun traditore. E che ha visto il suo maggior esponente, Totò Riina, morire in carcere dicendo fino all’ultimo di essere un contadino e la vittima di un errore giudiziario.
Fu proprio Totò Riina ad affiliare ‘U Verro davanti al padre Bernardo Brusca. Che era già un capomafia a San Giuseppe Jato. Ma per le regole di Cosa Nostra non aveva alcun diritto sul figlio. «Mio padre mi dice “entra che Riina ti vuole parlare”. Entro, Riina mette sul tavolo un coltello e una pistola incrociati, una santina e un ago, e mi dice “questa è un’organizzazione in cui siamo tutti fratelli, un’associazione che ha le sue regole, se ci si separa ci si rimette la vita”».
Così Giovanni Brusca divenne uomo d’onore, e lo rimase fino a quando non finì in arresto nel 1996 quando le forze dell’ordine lo beccarono in una villetta nei pressi di Agrigento. Una volta finito in carcere i tempi di pentimento furono rapidi. Troppo rapidi, visto che prima venne smascherato un falso pentimento concordato in precedenza per delegittimare l’Antimafia.
Ancora il Corriere della Sera ricorda che nel giro di qualche settimana Brusca diede agli uomini della Squadra mobile palermitana guidati da Luigi Savina (futuro vicecapo della polizia) le indicazioni utili ad arrestare il boss Carlo Greco; e subito dopo Pietro Aglieri, boss in ascesa e salito in cima alla lista dei ricercati.
Erano le garanzie di affidabilità richieste dagli investigatori, che convinsero i magistrati della sua attendibilità. È in quel momento che si salda il patto tra il killer e lo Stato: indicazioni per ottenere arresti e dichiarazioni per infliggere condanne (che sono arrivate a centinaia, come le vittime assassinate) in cambio di protezione e sconti di pena. Il suggello è arrivato con il verdetto che ha tramutato l’ergastolo in trent’anni, una pena a termine giunta a compimento.
Ma l’assassino che ha fatto esplodere la bomba di Capaci e ha dato l’ordine di strangolare Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito che lo accusò della strage) ora dovrà ricostruirsi una nuova vita.
Senza la moglie, da cui ha divorziato dopo l’arresto. Ma con un figlio, all’epoca di 5 anni e oggi ultratrentenne. Il Servizio centrale di protezione, l’ufficio che si occupa dei collaboratori di giustizia lo aiuterà economicamente. Per rispettare quel patto fatto con lo Stato 25 anni fa. Come avrebbe voluto Falcone.
(da agenzie)

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UN PASSO IMPORTANTE: L’UNIONE DELLE COMUNITA’ ISLAMICHE D’ITALIA SI SCAGLIA CONTRO I MATRIMONI COMBINATI

Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile

“NON ESISTONO GIUSTIFICAZIONI RELIGIOSE, USANZA TRIBALE COME L’INFIBULAZIONE CHE VANNO CONDANNATE”

Alla luce del caso di Saman Abbas, ragazza pakistana scomparsa nel Reggiano, dopo aver denunciato i genitori che volevano imporle un matrimonio combinato, “l’Ucoii emetterà – in concerto con l’Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose – una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile”. Lo scrive sul suo sito la stessa Unione delle Comunità Islamiche d’Italia.
Questi, osserva l’Ucoii, “sono comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire”.
Il caso della giovane pakistana scomparsa a Novellara, si legge sul sito dell’associazione “ci ha sin dall’inizio amareggiati e preoccupati. Il presidente dell’Ucoii, Yassine Lafram, ha sin da subito seguito i primi lanci di agenzia per conoscere e aggiornarsi su quanto accade alla nostra sorella Saman. Fortunatamente sono episodi che non hanno, per quanto a nostra conoscenza, un’estensione e una frequenza importanti ma sappiamo che all’interno di alcune comunità etniche persistono ancora situazioni e comportamenti lesivi dei diritti delle persone”.
Pertanto, viene argomentato ancora, “l’Ucoii respinge con forza questo tipo di concezione della condizione femminile e in generale della vita delle persone: sono comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire.
A tal proposito, e per rafforzare la sensibilizzazione e aumentare la prevenzione, l’UCOII emetterà – in concerto con l’Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose – una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile”.
Ad ogni modo, prosegue l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, “allo stesso tempo rigettiamo qualsiasi speculazione politica di questa triste vicenda che mira ad infangare l’intera comunità islamica italiana. Preghiamo per Saman Abbas che ritorni sana e salva – conclude la nota – e rivolgiamo un appello alla sua famiglia: non costruiamo odio ma amore partendo dal rispetto della vita”.
(da agenzie)

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OFFESE GLI ITALIANI DURANTE IL LOCKDOWN: ORA IL PRESENTATORE INGLESE E’ IN BANCAROTTA PER AVER DIFFAMATO LA EX PRIMA MINISTRA NORDIRLANDESE

Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile

DISSE CHE PER GLI ITALIANI ERA “UNA SCUSA PER CONTINUARE SA FARE LA SIESTA E NON LAVORARE”

Christian Jessen, il presentatore tv, medico e comico inglese, 44 anni, all’inizio della pandemia disse che secondo lui, il lockdown e il “restate in casa” a causa del Covid in Italia erano “scuse per continuare a fare la siesta” e non lavorare.
Dichiarazioni che scatenarono proteste in tutta Italia.
Ora Jessen dice di “essere in bancarotta”: guai anche stavolta causati da improvvise dichiarazioni che però hanno avuto conseguenze ancora più serie.
Questo perché un giudice britannico, in una causa civile tra Jessen e la prima ministra nordirlandese uscente, Arlene Foster, ha dato ragione a quest’ultima: non è vero che Foster avesse una relazione extraconiugale, come aveva sostenuto in pubblico Jessen, in un’altra sua controversa e criticata uscita
Così, ora Jessen deve risarcire con 125mila sterline (circa 150mila euro) la ex leader del partito unionista nordirlandese. Ma c’è un problema: “Sono soldi che non ho. Vi chiedo dunque di aiutarmi a pagare questo debito”, ha scritto il presentatore sui social. Jessen ha aperto un crowdfunding su GoFundMe.
(da Globalist)

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UN NUOVO TESTIMONE ACCUSA IL GESTORE DELLA FUNIVIA DEL MOTTARONE

Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile

UN OPERAIO HA SENTITO TADINI CHIEDERE A NERINI E PEROCCHIO DI FERMARE L’IMPIANTO

L’inchiesta sull’incidente della funivia Stresa Mottarone prosegue ed è probabile, come spiegato dalla Procura di Verbania, che ci saranno nuove iscrizioni.
Tra le novità ci sono le dichiarazioni dell’operaio Fabrizio Coppi: “Ho udito più volte Tadini discutere animatamente al telefono con Perocchio e Nerini poiché questi ultimi due erano contrari alla chiusura dell’impianto, nonostante la volontà di Tadini di fermarlo”.
L’operaio ha riferito che che quando sorgeva un problema tecnico il caposervizio “riferiva al direttore d’esercizio e al gestore che era necessario fermare l’impianto. Ma, nonostante questo, la volontà sia del gestore sia del direttore dell’impianto era quelle di proseguire, rimandando l’eventuale riparazione più in là nel tempo”.
Dichiarazioni che vanno nella direzione opposta a quanto affermato dal direttore tecnico della funivia del Mottarone e dipendente della società altoatesina Leitner, Enrico Perocchio: “Se avessi saputo che venivano adoperati i blocchi dei freni, i cosiddetti forchettoni, avrei fermato immediatamente l’impianto. Scoprire questo adesso è un enorme macigno sullo stomaco”.
Tadini sostiene che tutti sapevano. Compreso il gestore Luigi Nerini che ritornato in libertà ha parlato di “un grande dispiacere” per quanto avvenuto
(da agenzie)

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FUNIVIA, IPOTESI DELLA PROCURA: A SPEZZARE IL CAVO L’USO MASSICCIO DEI CEPPI AI FRENI

Giugno 2nd, 2021 Riccardo Fucile

L’IMPIEGO SMODATO DEI FORCHETTONI AVREBBE SCARICATO UNA TENSIONE ECCESSIVA SULLA FUNE CHE SI E’ ROTTA ALL’ALTEZZA DELLA GIUNTURA TRA CAVO E CABINA

L’impiego massiccio dei cosiddetti “forchettoni” durante la corsa della funivia del Mottarone potrebbe avere scaricato una tensione eccessiva sulla fune e, quindi, la rottura all’altezza dell’attacco del carrello.
E’ una delle numerose ipotesi al vaglio dei consulenti della procura di Verbania che devono fare luce sulle cause dell’incidente del 23 maggio costato la vita a 14 persone. Gli accertamenti tecnici sono piuttosto laboriosi e richiederanno, fra l’altro, un accesso all’interno della cabina, che è ancora sul posto e che potrà essere rimossa solo con una serie di accorgimenti. Lunedì è prevista una seconda ispezione.
Gli accertamenti si concentrano anche sulla “testa fusa”, la giunzione tra cavo e funivia che è chiusa dentro un cilindro. Finché non viene aperto non si può sapere come siano le condizioni di questo pezzo né dei centimetri finali della fune. E nel caso del Mottarone nessuno ha ancora potuto esplorare questa parte perché alcuni pezzi si sono staccati e uno, che potrebbe essere determinante per le indagini, nel rotolare della cabina giù dal pendio si è conficcato nell’albero che ha arrestato la caduta.
Potrebbe essere quello uno degli elementi decisivi ma fino a quando non lo toglieranno dal tronco, non si potrà aprire, e neppure capire con certezza di cosa si tratti.
Non potranno toccarlo fino a quando la procura non notificherà gli avvisi di garanzia allargando la rosa degli indagati così che, a loro tutela, possano essere assistiti da consulenti di parte nella fase degli accertamenti. Lunedì, dunque, si svolgerà un nuovo sopralluogo anche per impostare il recupero dell’intera cabina.
All’estero i freni neanche ci sono
Finora l’unico aspetto stabilito è che la cabina è caduta perché i freni erano disattivati con i “forchettoni”, dei divaricatori che bloccano le ganasce. Un colpo di scena nelle indagini che ha fatto gridare allo scandalo. In realtà l’Italia è l’unico Paese dell’arco alpino in cui è prevista la presenza sugli impianti a fune del freno di emergenza: all’estero non è mai stato obbligatorio e, nel caso in cui si dovesse rompere la fune traente, come è successo a Stresa, le conseguenze sarebbero le stesse. Disastrose.
Peraltro la legislazione europea è in linea con quella degli altri Paesi dell’Unione e non prevede dunque il sistema frenante nelle funivie. L’Italia, adeguandosi a quella norma, ora è in una situazione ibrida poiché i freni non sono obbligatori negli impianti di nuova costruzione ma non possono essere tolti in quelli vecchi. Sempre che non vengano disinseriti, come è avvenuto al Mottarone.
Caso più unico che raro
Nella letteratura scientifica i casi di rottura della fune sono pochissimi. Nel 1986 a Corvara, quando un perno finito nella puleggia fece uscire la fune traente dalla sede: i freni di emergenza si attivarono e tutti si salvarono. E nel 1976 al Cermis (nulla a che vedere con l’incidente del 1998, provocato da un aereo) si ruppe la fune portante e la cabina finì a terra: poiché i freni sono sistemati proprio sulla portante, non servirono a nulla e morirono 42 persone. “Chi pensava che si potesse rompere la fune…”, si dispera oggi il caposervizio Gabriele Tadini.
Quattro “teste fuse”
La fune traente non è un anello, un cerchio chiuso, come a vista potrebbe sembrare, ma è composta da due semicerchi d’acciaio, che si chiamano superiore e inferiore, indipendenti tra di loro tanto che le ispezioni dei manutentori e i rapporti comunicati all’Ustif (l’ufficio territoriale del ministero delle Infrastrutture) vengono fatti separatamente e in periodi diversi, poiché si tratta a tutti gli effetti di due oggetti diversi.
Ogni estremità delle due traenti si collega alle due cabine tramite una “testa fusa”, un tronco di cono che fonde in un tutt’uno fune e vettura con una lega di metalli pesanti, che deve essere sostituita ogni cinque anni: quella in prossimità della rottura della fune era in scadenza il 22 novembre 2021.
In tutto sono quattro le teste fuse nel secondo tratto della funivia di Stresa, quello da Alpino a Mottarone, AB20 in codice, funivia bifune va e vieni. La traente superiore collega la testa fusa della parte anteriore della 3 con quella posteriore della 4, mentre quella inferiore collega la testa fusa della parte anteriore della 4 con la parte posteriore della 3. Se si fosse staccata la traente inferiore, nulla sarebbe accaduto, poiché la vettura numero 4, che veniva trainata proprio dalla fune inferiore, aveva i freni e quindi non avrebbe trascinato la vettura numero 3 nel baratro.
Le condizioni della fune
A rompersi al Mottarone è stata la traente superiore, una fune costruita nel 1997 con un diametro di due centimetri e mezzo, composta da un’anima in materiale plastico, attorno a cui si sviluppano 114 fili d’acciaio arrotolati in sei trefoli a loro volta attorcigliati tra di loro.
L’ultimo controllo sulla fune del novembre 2020 (valida per 12 mesi) aveva accertato che c’erano alcuni fili rotti ma ben al di sotto delle percentuali limite imposte per la legge italiana, che è in linea con la legislazione europea.
Dunque la fune era in buone condizioni e non c’erano segni di corrosione vicino alla “testa fusa”, che è il punto più difficile da ispezionare. Ed è anche il più delicato perché lì si riverberano le vibrazioni della fune che trovano un ostacolo fisso nel tronco di cono della “testa fusa” e tornano indietro, sollecitando due volte e in modo intenso quel tratto di fune.
Pur essendo piuttosto sottile, la conformazione della fune garantisce tenuta e flessibilità. La rottura si è verificata nel momento in cui la fune faceva il massimo sforzo, a pochi metri dall’arrivo alla stazione di Mottarone. Ma per testarne la resistenza, le funi vengono sottoposte a prove di sforzo con carichi 4-5 volte maggiori rispetto a quelli a cui sono sottoposti nella realtà.
Dove si è rotta la fune?
Per capire perché si è rotta si deve capire dove si è rotta. Il punto di rottura si è individuato a grandi linee vicino alla “testa fusa”, come si chiama il tronco di cono in cui il cavo diventa tutt’uno con la vettura. Difficile, ma non escluso, che si sia rotta la testa fusa per esempio per un difetto di fabbricazione, ma non ci sono dei precedenti. Più probabile è che si sia sfilata la fune.
Ma al momento guardare solo l’estremità sfilacciata del cavo non fornisce risposte adeguate perché il cavo spezzato è passato a grande velocità nelle pulegge della funivia che possono aver alterato la forma dei fili d’acciaio. Tuttavia quello che sembra più probabile è che a cedere siano stati gli ultimi centimetri di fune prima della “testa fusa”.
Come si controlla la fune
Sulla fune vengono fatti controlli a vista giornalieri, ma anche più accurati una volta al mese, che il caposervizio ha l’obbligo di annotare sul “libro giornale”. Gabriele Tadini lo faceva? O scriveva che era tutto a posto come quando non segnava sul registro le anomalie ai freni che riscontrava? Lungo tutta la fune una volta all’anno si fa un’analisi magnetoscopica per controllare anche ciò che a occhio non si vede e capire se debba essere sostituita. La si fa con un apparecchio in gergo chiamato “bimbo”, posizionato sulla fune: il cavo scorre lentamente, a una velocità di 2 metri al minuto, così che si possa controllare ogni piccola rottura dei fili che compongono la fune.
Il problema è che lo strumento ha una sua dimensione – è lungo mezzo metro o poco più – e per quanto venga posizionato vicino alla testa fusa, i rilevatori che sono nel centro non possono fisicamente controllare il primo tratto, poche decine di centimetri che però sono anche quelle in cui le sollecitazioni sono maggiori perché le vibrazioni che corrono lungo la fune si scontrano contro un ostacolo fisso che è la testa fusa e si riverberano all’indietro.
Quel tratto principalmente si controlla a vista, per vedere se ci siano segni di ruggine, che indicherebbero un processo di corrosione, e se ci siano fili esterni rotti. Le verifiche periodiche sulla “testa fusa” devono essere fatte ogni tre mesi ma i vecchi del mestiere lo ripetono come mantra: “Quando hai mezz’ora di tempo, ogni tanto, apri e guarda la testa fusa e controlla che sia in buone condizioni. Quando apri il cilindro puoi trovare anche delle sorprese”. Questo era sempre compito di Tadini.
L’ipotesi di un fulmine
È stata avanzata anche la possibilità che sia stato un fulmine a spezzare dei fili d’acciaio. Vero è che questo può accadere ma solitamente un fulmine colpisce le funi più alte, e in particolare quella di soccorso, e non la traente. E comunque solitamente rompe uno, due fili e non compromette tutta la fune. Forse, ma è sempre un’ipotesi, un fulmine può aver colpito la funivia in un altro punto e poi “scaricato” sulla quella parte di fune perché la traente non ha il collegamento con la terra.
I controlli troppo settoriali
Due volte i manutentori sono intervenuti perché il caposervizio avvertiva delle anomalie e due volte sono andati via sostenendo che fosse tutto a posto. Ma il problema si era subito ripresentato, anzi era peggiorato.
Sentito dai carabinieri, un tecnico aveva affermato che forse il rumore che il caposervizio sentiva non era provocato da un’anomalia ai freni, ma era sintomo di un problema alla fune, che non è stato capito o non è stato sottovalutato. Ma, se così fosse, sarebbe un problema solo di Tadini o forse anche i manutentori avrebbero potuto accorgersene?
La sicurezza sul lavoro
Ci vuole un’abilitazione per fare il caposervizio e il direttore di esercizio, che si ottiene alla fine di un corso dopo il superamento di una prova scritta, orale e pratica. L’abilitazione vale per sempre ma ci si deve periodicamente sottoporre a visite mediche, in particolare per la vista, poiché la maggior parte dei controlli quotidiani sull’impianto va fatta a occhio nudo. Il fatto che un’abilitazione valga per sempre non deve scandalizzare: la tecnica su questo tipo di impianti non ha un’evoluzione molto rapida. Un po’ più veloci sono gli adeguamento normativi ma a questo giova anche il rapporto di collaborazione e di contraddittorio che si crea con l’Ustif, l’ufficio territoriale del ministero delle Infrastrutture, che riceve i report dei controlli e deve validarli o, se non vengono superati, chiedere che vengano riviste parti dell’impianto.
(da La Repubblica)

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LA TV TEDESCA ZDF PUBBLICA UN VIDEO ESCLUSIVO: “IL FORCHETTONE C’ERA GIA’ NEL 2014”

Giugno 1st, 2021 Riccardo Fucile

LA GANASCIA ERA INSERITA CON LA FUNIVIA PIENA DI TURISTI… ANCHE ALLORA ERA STATA USATA “ALL’INSAPUTA” DEL GESTORE?

Le indagini sulla tragedia del Mottarone si arricchiscono di un nuovo elemento. L’emittente pubblica tedesca Zdf ha inviato alla procura di Stresa alcuni video che potrebbero aggravare la posizione degli indagati.
La trasmissione d’inchiesta “Frontal 21” ha scoperto che nelle immagini di un videoamatore svizzero, Michael Meier, si vede chiaramente il forchettone che ha inibito il freno d’emergenza applicato sull’impianto mentre era in pieno funzionamento già nel 2014.
Maier, appassionato di funivie, ha un folto archivio di immagini. E quando ha saputo della tragedia in cui sono morte 14 persone ha cercato tra i suoi file e ne ha trovati tre che dimostrerebbero l’uso del “forchettone” rosso durante la normale attività dell’impianto.
Uno risale al 2014, un secondo al 2016 e l’ultimo al 2018.
Nello speciale tv, che verrà trasmesso stasera alle 21, Meier spiega di aver notato “che già nel 2014 il forchettone era inserito mentre c’erano persone presenti nella cabina”.
(da agenzie)

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BIELORUSSIA, L’ATTIVISTA STEPAN LATYPOV SI TAGLIA LA GOLA NELL’AULA DEL TRIBUNALE

Giugno 1st, 2021 Riccardo Fucile

ESTREMO ATTO DI PROTESTA DEL PRIGIONIERO POLITICO DA UN ANNO IN CARCERE SENZA AVER COMMESSO ALCUN REATO

L’attivista bielorusso Stepan Latypov, arrestato nel pieno delle proteste in Bielorussia, ha tentato il suicidio nell’aula del tribunale dove si svolgeva il suo processo. Lo riportano diversi media russi e bielorussi.
Nasha Niva scrive che Latypov ha tirato fuori “un oggetto, forse una penna” da una cartella con dei documenti e se l’è infilato in gola, per poi tagliarsi le mani.
Le guardie non sono state subito in grado di aprire la porta della gabbia, dov’era rinchiuso, poiché non avevano le chiavi.
Latypov è stato poi portato in ospedale in ambulanza. Secondo il centro per i diritti umani Vesna, Latypov ha denunciato che gli inquirenti avevano promesso che, “se non si fosse dichiarato colpevole”, procedimenti penali sarebbero stati aperti contro “parenti e vicini”. Latipov è stato fermato nel settembre del 2020 quando lui, insieme ai vicini, voleva impedire di cancellare il murales raffigurante i DJ che poco prima delle presidenziali avevano suonato la canzone della protesta ‘Peremen’ (cambiamenti, ndr)ad un raduno dell’opposizione.
Gli attivisti dei diritti umani considerano Latypov un prigioniero politico
(da agenzie)

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