Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
“PERDIAMO UN AMICO, UNA PARTE DELLA NOSTRA FAMIGLIA, E’ STATO UN ONORE LAVORARE CON TE” SCRIVONO I TITOLARI DELLA GELATERIA… GIUSTO PER RISPONDERE A CERTI INFAMI CHE HANNO INSINUATO POTESSE ESSERE UN ATTENTATORE
Mohammadreza Shahaisavandi, detto Hesam, è tra le quattordici vittime
dell’incidente di domenica scorsa della funivia del Mottarone sul Lago Maggiore.
Originario dell’Iran, viveva a Roma, dove studiava Ingegneria civile all’Università La Sapienza e lavorava nella gelateria Lemongrass in via Ottaviano.
Hesam è morto a trentadue anni insieme alla fidanzata Serena, con la quale aveva progettato un futuro. La notizia della sua tragica scomparsa, insieme alle altre persone decedute nei drammatici fatti di Stresa, si è diffusa in poco tempo.
Anche Roma piange la sua vittima, in particolare, il quartiere Prati, i cui residenti hanno ricordato Hesam, con tanti messaggi di cordoglio pubblicati sui social network. Tra gli altri, c’è il ricordo della gelateria Lemongrass, dove Hesam lavorava per pagarsi gli studi: “Domenica è stato il giorno più triste per tutti noi – si legge in un post su Facebook della gelateria che ha chiuso per lutto – Perdiamo un amico, una parte importante della nostra famiglia. È stato un onore lavorare con te. Ci hai insegnato a sorridere e non mollare mai di fronte alle avversità della vita e tutto queste battaglie insieme rimarranno per sempre in noi!”.
Insieme ad Hesam a rimanere coinvolta nel crollo della funivia Stresa Mottarone anche Serena Cosentino, ventisettenne originaria di Diamante, in provincia di Cosenza, dove entrambi erano residenti.
La giovane da alcuni mesi si era trasferita a Verbania, dove aveva vinto un concorso come borsista di ricerca al Cnr Istituto di Ricerca sulle Acque.
I due fidanzati la scorsa domenica avevano programmato una gita sul Lago Maggiore, Hesam era infatti andato a trovarla e avevano approfittato del tempo insieme per uscire, riappropriandosi dei primi spiragli di normalità con le riaperture.
I due sono tra le quattordici vittime, il crollo della funivia è avvenuto intorno a mezzogiorno, quando la fune dell’impianto improvvisamente ha ceduto e la cabina è precipitata per un centinaio di metri.
(da agenzie)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
SI POSIZIONA MANUALMENTE E INIBISCE IL FUNZIONAMENTO DEI FRENI DI EMERGENZA
È una piastra metallica, pesa cinque chili, e non doveva essere lì. 
Se le cause dell’incidente alla funivia del Mottarone sono ancora da accertare, una foto potrebbe chiarire il perché non hanno funzionato i freni d’emergenza: in una delle immagini della cabina accartocciata scattata dai Vigili del Fuoco si vede un pezzo di acciaio rosso tra il groviglio di cavi e che potrebbe essere quello che in gergo si chiama ‘forchettone’.
Si tratta, spiega un esperto che da domenica ha seguito le operazioni di soccorso e i successivi accertamenti, di una piastra di metallo che viene inserita manualmente nella parte alta del carrello della cabina dove ci sono le rulliere (quella sorta di rotelle che scorrono sulla fune) e che viene utilizzata per tenere forzatamente in posizione aperta proprio i freni di emergenza.
Ma perché si utilizzano? Servono per esigenze di manutenzione, spiega l’esperto, dunque ad esempio per lavori sulle funi, ingrassaggi dei cavi o prove di carico o della linea. Oppure anche per altri motivi: ad esempio per riportare a valle a fine giornata la cabina che è a monte senza correre il rischio che per un qualsiasi motivo questa possa bloccarsi lungo la linea, magari con l’operatore che lavora nella stazione a monte e che deve rientrare a casa.
I forchettoni servono per intervenire esclusivamente sui freni di emergenza: quelli ‘normali’, che servono a fermare la cabina quando arriva in stazione, si trovano sulle pulegge, quelle grandi ruote sulle quali scorre la fune traente che si trovano in tutte le stazioni di funivie, cabinovie o seggiovie.
Il forchettone, se verrà confermato che di quello si tratta, non doveva dunque stare lì. Generalmente si trovano nelle stazioni di arrivo e partenza, dice ancora l’esperto, e vengono messi manualmente, non sono pezzi “organici” delle cabine.
Ma quando potrebbe essere stato messo? Con certezza difficile saperlo, sottolinea l’esperto, poiché i forchettoni impediscono l’entrata in funzione dei freni di emergenza: se non succede nulla, quei freni non devono operare.
La piastra potrebbe essere stata dunque posizionata dopo il 3 maggio, data dell’ultimo controllo ai freni, ed essere rimasta lì tutto questo tempo, oppure la sera prima, quando si è fatta tornare la cabina a valle.
In proposito, secondo quanto si apprende, ci sarebbe anche una testimonianza raccolta dai soccorritori in base alla quale proprio il giorno prima della tragedia sarebbe stata fatta una prova di emergenza rimandando a valle la cabina che era a monte. Una di quelle situazioni in cui viene utilizzato il forchettone.
(da agenzie)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
A SCANSO DI FIGURE DI MERDA NESSUN CONFRONTO SULLA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA… PER ORDINI DALL’ALTO OSTELLARI, CECCARDO E CRIPPA RIFIUTANO L’INVITO DI OPEN
Ostellari, Ceccardi, Crippa: ogni tentativo di coinvolgimento di esponenti leghisti nel confronto organizzato da Open con il deputato Pd è fallito. E l’ordine di non esporsi è arrivato dall’alto
Nuova settimana, nuovo giro di discussioni, fraintendimenti e ostruzionismi sul ddl Zan, approvato lo scorso novembre alla Camera, ma ancora fermo nella commissione Giustizia al Senato. I suoi membri, dopo la decisione del presidente del collegio, il leghista Andrea Ostellari, di abbinare la proposta alternativa Ronzulli-Salvini, non conoscono ancora il numero di audizioni né quali esperti saranno ascoltati.
La calendarizzazione per l’approvazione e il passaggio in aula del disegno di legge che porta il nome del deputato del Pd è lontana. La cifra della tensione tra centrosinistra e centrodestra si misura anche con il diktat arrivato dall’alto agli esponenti della Lega: nessuno deve partecipare a dibattiti con Alessandro Zan.
Open, che ha deciso di inaugurare il format di eventi live Open incontra affrontando proprio il tema delle leggi contro le discriminazioni e le violenze omolesbobitransfobiche, ha ospitato un confronto tra il deputato Zan e l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza. Certo, il punto di vista di un esponente del partito di Giorgia Meloni, il quale ha siglato la proposta Ronzulli-Salvini, è stato interessante.
Peccato che, però, al tavolo non si sia seduto anche un esponente della Lega, forza politica di maggioranza che, contro il ddl Zan, si è scagliata più volte. A pochi giorni dall’evento, da via Bellerio è arrivato un secco “no” a qualsiasi tipo di confronto.
E dire che, in un primo momento, l’ufficio stampa del Carroccio si era dimostrato collaborativo. Dopo il rifiuto di Ostellari, Open ha chiesto di contattare l’europarlamentare della Lega – sconfitta alle elezioni regionali in Toscana da Eugenio Giani -, Susanna Ceccardi. A quel punto è scattato un veto su ogni nome proposto: «Della Lega non partecipa nessuno».
Mancando l’appoggio degli addetti stampa del Carroccio, è stato proposto direttamente ad Andrea Crippa, vicesegretario federale della Lega, di partecipare all’evento di Open incontra. Crippa ha dato l’ok e, dopo una settimana, ha confermato la sua disponibilità a discutere con Zan del disegno di legge arenato nella seconda commissione di Palazzo Madama.
Open, per venire incontro alle esigenze di calendario di Crippa, ha posticipato di una settimana l’incontro. Era tutto pronto, con tanto di posto in prima fila riservato alla fidanzata del vicesegretario.
Quando mancavano pochi giorni all’evento, l’ufficio stampa del Carroccio ha mandato un sms alla direzione di Open: né Crippa, né qualsiasi altro leghista – questo il contenuto del messaggio – si sarebbe confrontato con il deputato Zan sul ddl che porta il suo nome.
A quel punto, il vicesegretario del partito di Matteo Salvini non ha più risposto alle chiamate di Open: non c’è stato alcun tipo di chiarimento o giustificazione per il silenzio forzato dei leghisti.
Perché la Lega non vuole confrontarsi sulle leggi che contrastano l’omofobia, avendone appena sottoscritta una? Fidanza e Zan, nell’accesa ma leale discussione avuta a Open incontra, le proprie posizioni le hanno espresse e difese. I leghisti, invece, hanno preferito rimanere zitti e buoni.
(da Open)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
QUESTO E’ STATO MINISTRO DEGLI INTERNI E NEANCHE CONOSCE CHI PARTECIPA A QUESTO TIPO DI OPERAZIONI
Matteo Salvini, quello definito “cazzaro verde” da molte persone, è stato ministro
dell’Interno, cioè, al vertice della polizia di Stato e di tutti i suoi apparati, nazionali ed internazionali
Arrestato ieri il n. 2 dei latitanti più ricercati, Morabito, dalla polizia brasiliana con il supporto investigativo dei carabinieri del ROS e dei comandi provinciali dell’Arma di Torino e Reggio Calabria e dalle rispettive procure, dalla DEA, FBI, e dal supporto del Servizio internazionale della Direzione centrale della Criminalpol, che è una delle tante direzioni del ministero dell’Interno a struttura interforze ma pur sempre della polizia, infatti diretta da un prefetto proveniente dalla carriera della polizia.
L’unico che non se ne è accorto pare sia proprio Salvini che si complimenta solo con il Ros e non, per esempio, con i carabinieri di Torino e Reggio e dimentica lo sforzo incredibile di tutti gli altri apparati, tra cui, appunto, quello della polizia anche brasiliana
Il ministero di giustizia brasiliano, per esempio, parla di lavoro congiunto con l’Interpol che per definizione è interforze con queste parole su Twitter: “…graças ao trabalho conjunto com a Interpol”
Da un piccolo particolare si può capire tanto dell’uomo.
Figurarsi del politico
(da Infosannio)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
RAI QUERELA LUI? LUI QUERELA IL DIRETTORE PER DIFFAMAZIONE
Dalla querelle alle querele. Le polemiche tra la televisione di Stato e Fedez, dopo quanto accaduto prima e dopo il concerto del Primo maggio, si sposterà nelle aule di tribunale.
Nel tardo pomeriggio di ieri, infatti, Massimiliano Capitanio – capogruppo del Carroccio in Commissione Vigilanza Rai, aveva anticipato le comunicazioni ufficiali annunciando la decisione dei vertici di viale Mazzini di procedere con una querela nei confronti del rapper milanese. Ma il 31enne di Rozzano è passato immediatamente al contrattacco. Così Fedez querela Franco Di Mare, direttore di Rai3.
“Siccome il direttore di Rai3, il signor Di Mare, in Commissione Vigilianza Rai ha detto che io avrei fatto tutto questo e avrei organizzato tutto questo con i giornalisti per tramare alle sue spalle, ma io non sapevo nemmeno chi cazzo fosse fino al 3 di maggio, e siccome ho letto delle robe abominevoli. Allora, lo dico come lo direbbe un leghista in Commissione Vigilanza Rai: atto doveroso, denuncerò per diffamazione il direttore di Rai3”.
Queste le parole pronunciate da Fedez su Instagram, pochi minuti dopo aver avuto notizia della querela presentata dalla Rai nei suoi confronti.
A distanza di quasi un mese, dunque, le polemiche non si placano.
Le parole pronunciate da Franco Di Mare in Commissione Vigilanza venti giorni fa, infatti, non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco di una vicenda che – già nelle ore precedenti – aveva provocato moltissime reazioni politiche.
Il discorso letto sul palco del Concertone dal rapper – con riferimenti ad alcune dichiarazioni fatte da esponenti (ed ex) della Lega sugli omosessuali – era stata solamente la prima goccia di un vaso che, poi, si è riempito con la pubblicazione della telefonata ricevuta (prima della sua performance) dagli organizzatori dell’evento.
A quella chiamata (registrata e condivisa prima in versione ridotta, poi integrale) era presente anche la vice-direttrice di Rai3, la rete che ha trasmesso il concerto del Primo maggio. Tutto questo è stato raccontato, ancora una volta, prima dell’annuncio di Fedez querela Franco Di Mare.
“Sono orgogliosissimo a maggior ragione di quello che ho fatto, lo rifarei altre mille volte. Mi assumo le responsabilità di ciò che ho detto e ho fatto e quindi affronto le conseguenze, però bisognerebbe ricordare come si è comportata la tv di Stato in questa faccenda – ha esordito Fedez nelle sue IG Stories -. Cosa è accaduto? Ricapitolando, salgo sul palco del Primo Maggio, dico che hanno fatto pressione per cercare di farmi togliere i nomi dei leghisti che dicevano frasi come ‘se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno’ e che la vicedirettrice di Rai3 ha reputato inopportuno il mio testo Scendo dal palco e la Rai dice: ‘Federico dice le bugie’. Non è vero, diffamandomi quindi, e io pubblico la telefonata in cui la vicedirettrice di Rai3 è presente in una conversazione in cui mi si fanno pressioni di omettere dei nomi, non si capisce perché, essendo fatti incontestabili quello che hanno detto i leghisti”.
Il rapper, poi, accusa la tv di Stato di non aver giocato sporco: “Però sapete dov’è la differenza tra me e voi, amici della Rai? È che io la telefonata l’ho pubblicata mettendoci la faccia e pagando le conseguenze, voi, che mi avete registrato a vostra volta, dirigenti della tv di Stato, l’avete data ai giornalisti che devono coprire le loro fonti, a volto scoperto. Ovviamente questo non è un illecito giuridico, però vi siete parati il culo, e questa è vigliaccheria di Stato, però va bene così. Nonostante abbiate fatto il grandissimo sforzo di scatenare tutta la stampa a vostro favore per cercare di dire che la telefonata integrale assume un senso completamente diverso rispetto a quella che ho pubblicato io su Twitter, perché su Twitter ci stanno solo due minuti di video – incalza ancora il rapper su Instagram – andatevi a leggere i commenti su YouTube di cosa pensa la gente: che la telefonata integrale è pure peggio di quella tagliata. E non ho pubblicato tutto quello che c’ho ancora in mano, quindi speriamo che almeno in commissione di Vigilanza Rai mi faranno parlare e dire la mia visto che c’è bisogno del contraddittorio”.
Fedez, poi, sottolinea anche quel che è successo nei giorni successivi: “Indovinate un pò, per farvi capire come funziona la stampa italiana , la prima testata che ha pubblicato la telefonata integrale sostenendo che stravolgeva tutto il significato, indovinate chi ha intervistato subito dopo per pararle il culo? La vicedirettrice di Rai3. Più o meno sapevo come sarebbe finita e sono felice di questo, perché ci sono tante cose secondo me che devono emergere, per esempio come ha fatto La lega a diramare un comunicato stampa sei ore prima che io salissi sul palco, dicendo ‘se Fedez sale sul palco a leggere il suo testo la Rai non deve pagare il concertone’? Come facevano a sapere quello che avrei detto sei ore prima di salire sul palco? Per tutti quelli che dicono ‘eh, però alla fine sei potuto salire sul palco a dire quelle cose’, sì, al netto che queste cose non dovrebbero succedere a prescindere, però potrebbe essere che io subito dopo quella telefonata abbia chiamato l’organizzatore dell’evento e gli abbia detto che avevo registrato tutta la telefonata perché mi piace giocare a carte scoperte, e guarda un pò subito dopo mi è stato detto che potevo salire sul palco.
Cari amici della stampa amica della Rai, non si tratta di farlo per vendere qualche smaltino in più, come volete far intendere voi, perché vi garantisco che la mia famiglia la mantengo anche senza gli smaltini. Si tratta di metterci la faccia, di pagare le conseguenze, perché io che sono un privilegiato mi posso difendere da voi, ma ci sono persone a cui voi molto probabilmente avete riservato lo stesso trattamento che non hanno il privilegio di potersi difendere e che magari davanti a voi hanno abbassato la testa, hanno piegato la schiena e hanno obbedito alle schifezze che gli avete proposto voi. La cosa che veramente mi mette una tristezza infinita è che a comunicare la querela della Rai è stato un leghista della commissione di Vigilanza Rai, che ha detto che su quel palco io avrei detto delle cose gravissime.
Amico Fritz della Lega (riferito al leghista Capitanio, ndr), le cose che ho detto sono parole di gente del tuo partito che è ancora lì dentro a fare carriera e che intervistata dopo il Primo maggio ha ribadito che i gay e i matrimoni omosessuali porterebbero all’estinzione della razza umana. Ma dove vivete?”. Tutto ciò prima dell’annuncio: Fedez querela Di Mare.
(da NextQuotidiano)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
SE IL FRENO AUTOMATICO SI FOSSE ATTIVATO, NONOSTANTE LA FUNE SPEZZATA, LA CABINA NON SAREBBE PRECIPITATA
Se il freno automatico si fosse attivato la corsa della cabina della funivia sul
Mottarone, nonostante la fune spezzata, non avrebbe concluso la sua tragica corsa precipitando al suolo e causando la morte di 14 dei 15 dei suoi occupanti. Perché è successo?
Non solo la documentazione cartacea che accerta tutti i controlli di manutenzione e ristrutturazione relativi all’impianto della funivia Stresa-Mottarone, nell’inchiesta della procura di Verbania che indaga per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose sono finiti anche tutti i video delle telecamere del sistema di sorveglianza della struttura finita sotto sequestro, anche relativi ai giorni precedenti alla caduta della cabinovia in cui due giorni fa hanno perso la vita 14 persone.
Nelle immagini a bassa definizione si vede anche l’ultima corsa verso l’alto interrotta a pochi metri dalla vetta quando si è spezzato il cavo trainante e la cabinovia ha ‘scarrellato’ verso il basso a velocità crescente dato che il sistema frenante di sicurezza non è entrato in funzione impedendo alla cabina di restare ancorata ai due cavi portanti.
Il malfunzionamento dei freni ha fatto urtare la cabina contro un pilone quindi la cabinovia è precipitata al suolo da circa 20 metri prima di finire la sua corsa diverse decine di metri più a valle contro alcuni tronchi di abete.
Ben 9 corpi sono stati sbalzati fuori dall’urto con il sottosuolo, mentre altre cinque persone sono rimaste intrappolate tra le lamiere.
Oltre ai video di domenica, la procura ha deciso di sequestrare anche i filmati dei giorni prima per capire se si sia verificata qualche anomalia che possa spiegare l’incidente. Perché i freni non si sono attivati? Una delle ipotesi è che per un errore umano sia rimasto attivato il forchettone, il dispositivo che viene usato solo quando la cabina è vuota:
Si tratta di un elemento in ferro che tiene sempre aperte le ganasce del freno, impedendone l’attivazione in caso di necessità. Il forchettone si usa normalmente quando le cabine sono vuote e viene fatto un giro di prova senza vetturino per vedere se tutto funziona bene. In questo modo il gestore evita perdite di tempo nel caso in cui scatti il freno bloccando la cabina in mezzo al percorso, costringendo un operatore ad andare sul posto per disattivarlo. Succede per esempio quando salta la corrente o si verifica un guasto del sistema idraulico. Se c’è il forchettone, la vettura scende ugualmente. Se non c’è bisogna andarla a sbloccare ed è una complicazione. Tutto ciò a cabine vuote. Ma con la gente a bordo il blocco dev’essere tolto, in modo che il freno sia in grado di funzionare all’occorrenza. Se poi l’occorrenza è un evento eccezionale come la rottura del cavo traente, la presenza di quel pezzo di ferro che è il forchettone può avere effetti devastanti.
La Stampa, che chiama “pinze” il forchettone, spiega con quale modalità viene normalmente attivato e disattivato, e racconta anche di un guasto segnalato qualche giorno prima:
In quasi tutti gli impianti di questo tipo, la sera vengono bloccate aperte, con dei cunei che ne impediscono lo scatto per la chiusura. Operazione inversa la mattina, prima della messa in funzione dell’impianto: si rimuove l’ostacolo e si verifica che funzioni tutto. Una persona sostiene che quei cunei non siano stati rimossi, per errore. Nel caso la fune scorre lo stesso, ma non può scattare la morsa.
Non fosse questo il motivo si dovrà capire perché il sensore, che rileva la corsa libera della cabina, non ha messo in azione il sistema di emergenza. Un ragazzo ha invece segnalato un guasto sabato pomeriggio, poco prima dell’orario di chiusura della funivia, fatto che gli avrebbe causato un ritardato rientro. Un altro malfunzionamento è stato indicato nel 7 maggio, ma pure in questo caso non c’è ancora stato tempo per le verifiche. Intanto sono stati sequestrati anche tutti i documenti dell’impianto, le schede tecniche e ogni filmato delle tante telecamere presenti sulla line
L’altra ipotesi per spiegare come possa essere precipitata la cabina della funivia al Mottarone è la rottura della fune, un evento piuttosto raro. Scrive Repubblica:
L’altra causa, la prima, è ovviamente la rottura della fune traente.
«Le cabine — dice Sutto — sono bloccate con delle teste fuse che sono dispositivi di attacco fisso, un’unica fusione a cono che blocca la fune traente al carrello. O la testa fusa si è staccata, o la fune si è rotta dentro la stazione, dove faceva il giro, e il peso delle pance delle campate se l’è tirata dietro».
La testa fusa è il punto debole, il più sollecitato. E infatti va rifatta ogni cinque anni. Ogni mattina vengono eseguiti controlli visivi, ma i test si fanno con i magnetoscopi. Un incidente impossibile? «No — assicura Sutto — l’ultimo simile che io ricordi, senza causa esterne com’è stato il caso del Cermis, è dell’86 ed è avvenuto a Corvara. In quel caso era stato causato da una spazzola di contatto elettrico caduta dentro le pulegge, che ha tranciato di netto la fune traente. La cabina è caduta ma il cavo si è attorcigliato a un albero bloccando il volo».
(da NextQuotidiano)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI OSCAR CAMPS SCUOTE LE COSCIENZE (A PARTE QUELLI DI CHI NON NE HA)
Nessuno ha preso a cuore la loro sorte quando erano vivi, nessuno ha avuto almeno un po’ di rispetto per i loro corpi quando ormai erano morti.
Oscar Camps di Open Arms pubblica le foto dei cadaveri dei bambini abbandonati su una spiaggia in Libia
“Sono ancora sotto shock per l’orrore della situazione, bambini piccoli e donne che avevano solo sogni e ambizioni di vita. Sono stati abbandonati su una spiaggia a Zuwara in Libia per più di 3 giorni. A nessuno importa di loro”. scrive su Twitter è Oscar Camps, il fondatore della Ong spagnola Open Arms, postando le foto shock di corpi senza vita di bimbi riversi su una spiaggia del Paese nordafricano, vittime probabilmente dell’ennesimo naufragio.
“Corpi abbandonati. Vite dimenticate. L’orrore tenuto lontano perché scompaia. Vergogna Europa”, scrive l’ong.
I piccoli sembrano avere più o meno un anno di vita. Uno indossa una tutina, e la sabbia lo ricopre in parte, come se fosse una copertina; uno è senza le scarpine. Insieme a loro un altro corpo, coperto di stracci, forse quello di una donna.
Non è neanche chiaro se quei cadaveri siano stati rimossi o si trovino ancora sulla spiaggia dopo la pubblicazione delle immagini che Oscar Camps ha ricevuto da una fonte riservata.
Come sono arrivati lì non è certo ma l’ipotesi più probabile è che siano rimasti vittime di un naufragio di un barcone partito la notte tra il 18 e il 19 maggio avvenuto al largo di quelle coste: lo ha denunciato l’Organizzazione internazionale dei migranti.
Alla partenza erano una novantina, ne risultano dispersi circa 50. Solamente 33 i superstiti che raccontano che sull’imbarcazione erano presenti donne e bambini. Secondo La Stampa C’è un altro naufragio denunciato da Oim Libia che potrebbe aver portato a riva i corpi: “la portatavoce Safa Msehli scriveva di «almeno 17 migranti annegati al largo delle coste tunisine, secondo le due persone sopravvissute e salvate dalle autorità. L’imbarcazione sarebbe partita da Zuwara due giorni fa”. In ogni caso il conteggio delle vittime è drammatico
L’Oim ha calcolato che nella sola settimana tra il 16 e il 22 maggio, quasi 1500 persone sono state recuperate in mare dalla Guardia costiera libica e riportate a Tripoli. Ma l’organizzazione umanitaria ha notizia che nello stesso periodo sono stati recuperati diversi corpi in mare, proprio tra Zuwara e Tripoli, Libia occidentale, dunque confinante con la Tunisia: 4 corpi al largo di Tripoli il 16 maggio, uno al largo di Sabratha il 17, due corpi il 21 maggio e un altro il 22 al largo di Zawiya, un corpo il 22 maggio al largo di Zuwara.
Altri corpi, nella stessa area, erano stati recuperati la settimana precedente: il 9 maggio (un corpo), il 10 (due), il 12 (uno). Come dire che, comunque, di morti in mare nel mese di maggio, davanti alla Libia occidentale, ce ne sono stati tanti. L’Oim calcola che da inizio anno sono almeno 173 i morti e 459 i dispersi nel Mediterraneo centrale: in tutto 632 vite perdute. Erano state 978 in tutto il 2020
(da NextQuotidiano)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
INTERVISTA A STEPAN PUTILO, FONDATORE DEL CANALE TELEGRAM NEXTA: “L’UE LO DICHIARI TERRORISTA INTERNAZIONALE”
Dalla “Nord Corea d’Europa” l’ultima notizia che arriva è quella del dirottamento
di un aereo di linea Ryanair, che volava da Atene a Vilnius. A bordo, tra cittadini di altri 18 Stati, c’era Roman Protasevich, giornalista e attivista digitale.
Sui cieli di Minsk il velivolo civile è stato avvicinato da un caccia dell’aviazione bielorussa che lo ha costretto ad effettuare un atterraggio d’emergenza e permettere così l’arresto del giovanissimo redattore di Nexta, canale Telegram che opera dall’estero, unica fonte di notizie indipendente per milioni di bielorussi che non credono più alla propaganda del presidente Aleksander Lukashenko.
Nelle ultime ore i canali bielorussi hanno pubblicato quella che è subito apparsa una confessione forzata, in cui il giovane ammette di aver commesso i reati di cui lo accusa il regime come l’organizzazione delle proteste
Quando era solo uno studente, nel 2012 – per aver creato account sul social network russo Vkontakte ed aver criticato il presidente, al potere da ancor prima che lui nascesse nel 1995 – Roman era già stato arrestato.
Della detenzione e trattamento delle torture di Lukashenko in carcere aveva detto in un’intervista: per le botte “ho urinato sangue per mesi, mi accusavano di addossarmi omicidi irrisolti”. Nel 2019 ha lasciato la Bielorussia per lavorare con Stepan Putilo, fondatore del canale Nexta, che in lingua bielorussa vuol dire “qualcuno”.
Stefan, Roman era un redattore del canale e come te è accusato di “coinvolgimento in attività terroristiche”.
Al momento purtroppo non abbiamo nessuna informazione su di lui, né un contatto diretto con avvocati e autorità. La situazione è molto seria e grave. Per noi è stato inaspettato e scioccante apprendere la notizia del dirottamento: non pensavamo potesse avvenire in Europa in questo secolo. Roman era seguito dal Kgb, servizi segreti bielorussi, ma sull’aereo credo ci fosse anche l’Fsb, servizi segreti russi. A Minsk, quando è stato compiuto l’atterraggio d’emergenza, c’erano anche quattro cittadini russi: una di loro è la ragazza di Roman, ma altri tre sono sconosciuti. Si dovrebbe stabilire chi sono e spero che si riesca a capire se hanno legami con i servizi russi o bielorussi. Mi chiedo soprattutto perché non hanno proseguito il viaggio: bisogna indagare. Fino alle ultime elezioni, prima delle manifestazioni di agosto, la Russia non sosteneva in maniera decisa Lukashenko, ma adesso ha capito che se l’opposizione vince, tensioni possono scoppiare anche nella Federazione.
Voi siete in un elenco di terroristi stilato dalle autorità di Minsk, ma ora è l’Europa a chiamare il presidente terrorista.
Non servono promesse di aiuti, ma azioni reali e concrete, come l’emissione di sanzioni che colpiscano davvero Lukashenko, che limitino il suo potere e lo costringano a ripensare ai suoi metodi. Una blokirovka. Il regime deve capire che non c’è possibilità di sopravvivenza o esistenza ulteriore. Come ha chiesto già l’ex ministro della Cultura Pavel Latushko, bisogna dichiarare il presidente “terrorista internazionale”. Eliminare i legami economici e diplomatici, congelare le operazioni bancarie e commerciali. Bisogna fare qualcosa che lo costringa a liberare i prigionieri politici, invece ho visto che la Bielorussia ha anche partecipato all’Eurovision.
Hai solo 22 anni: Stefan, il sistema della censura di Lukashenko è perfino più anziano di te. Risiedi in Polonia dal 2018, quando sei entrato nel mirino della polizia per aver offeso il presidente con un video su Youtube.
All’epoca avevo aperto un canale Youtube per il mio progetto musicale, postavo anche notizie critiche nei confronti del governo. Quando l’hanno bloccato su quel social, ho cominciato a usare Telegram, che è impossibile da arrestare. È il canale con cui abbiamo diffuso dati, articoli, mappe e dettagli sulle marce e manifestazioni della scorsa estate, dopo la frode elettorale delle ultime elezioni presidenziali. Abbiamo diffuso informazioni di documenti segreti che parlavano del dispiegamento dell’esercito contro chi partecipava alle proteste e chi ce li ha inviati è in prigione. Per Nexta, Roman è stato arrestato. Dall’inizio della rivoluzione, per l’aspirazione e la sete di democrazia dei bielorussi, Nexta è diventato un canale di notizie diffuso. Le autorità bielorusse hanno paura di tutta l’informazione libera: se un giornalista pone un problema, mirano a eliminare la persona che ne ha parlato e non il problema stesso.
Tyt.by, il più grande portale indipendente di notizie del Paese, è stato appena chiuso. Nexta rimane l’unica fonte di notizie per milioni di bielorussi. È un lavoro pericoloso.
Riceviamo minacce continue sui social, proprio come succedeva a Roman prima dell’arresto. Leggiamo messaggi in cui ci dicono che verremo fucilati, in qualche modo ci siamo abituati. La polizia polacca è in questi uffici di Varsavia per proteggere la nostra sicurezza. Siamo sicuri che un giorno torneremo a casa quando verrà messa la parola fine alla repressione e non dovremo temere per la nostra vita.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
2,8 MILIARDI VANNO ALL’HOUSING PRIVATA SOCIALE CHE PIACE ALLE FONDAZIONI MA CHE IN 12 ANNI HA CREATO SOLO 9.000 ALLOGGI
Il piano casa del governo Draghi? Zero case popolari, tanto housing sociale e
alcuni interventi a favore della marginalità, dai diversamente abili fino a misure per contrastare le “baraccopoli” figlie del caporalato in agricoltura.
I progetti che dovrebbero ridurre il disagio abitativo in Italia emergono dagli allegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza: per aumentare il patrimonio residenziale a favore delle famiglie meno abbienti ci sono due diverse voci da 1,4 miliardi di euro (100 milioni dal 2022 a salire fino a 500 nel 2026) che andranno a finanziare interventi dentro al “Programma per la qualità dell’abitare”.
Tradotto? “Riqualificazione e aumento degli alloggi sociali, miglioramento dell’accessibilità, mitigazione della carenza abitativa, welfare urbano”, si legge nel piano.
Il fatto è che gli “alloggi sociali” sono qualcosa di radicalmente diverso dalle case popolari, pure più volte citate dal premier Mario Draghi nei suoi discorsi di presentazione del Recovery Plan alle Camere. Si tratta di edilizia privata sociale.
Un sistema che stando al Piano nazionale messo a punto da Cassa depositi e prestiti nel 2009 avrebbe dovuto consentire di realizzare 20mila alloggi attirando compartecipazioni di spesa dal settore privato.
Oggi sono solo 9mila a fronte di 650mila richieste inevase per accedere agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. E i criteri di reddito per accedervi spesso escludono le persone più difficoltà. Basti dire che in Lombardia possono entrare nei quartieri di housing sociale persone o famiglie con Isee fino a 96mila euro annui.
Il disagio in Italia: 50mila sfratti, 220mila pignoramenti, 100mila case popolari vuote
A febbraio il Forum Diseguaglianze e Diversità, cercando di orientare l’impianto del Recovery, ha prodotto il documento “Una casa dignitosa, sicura e socievole per tutti. Una missione strategica attivata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”.
Curato fra gli altri da urbanista dell’Università La Sapienza di Roma e dal presidente di Federcasa – la Federazione degli enti gestori di case popolari –, il toscano Luca Talluri.
Cosa dice? Che le case popolari in Italia sono 805mila ma altre 100mila potrebbero essere rimesse in uso con un piano di investimenti.
La domanda invece? 650mila richieste inevase per accedere agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. A tanto ammonta il numero di famiglie in attesa nelle graduatorie dei Comuni.
E ancora: 50mila nuove sentenze di sfratto ogni anno che sono andate aumentando del 57% in 10 anni. Oltre a 100mila richieste di esecuzione sfratto ogni anno e il gigantesco, quanto non trattato, problema delle esecuzioni immobiliari e dei pignoramenti, con una media negli ultimi cinque anni di 220mila lotti che finiscono in asta, al 70% sul settore residenziale.
Housing sociale: la creatura Cdp-Cariplo
Basteranno i soldi e le misure previsti per far fronte a questo disagio abitativo? Per rispondere occorre capire che cos’è l’housing sociale su cui il governo ha scommesso nella missione 5 del Piano, quella dedicata a Inclusione e coesione, che comprende anche interventi di “Rigenerazione urbana” per il riutilizzo di aree pubbliche e il miglioramento dell’arredo urbano e del tessuto sociale e ambientale – a oggi non meglio dettagliati – in alcune grandi aree metropolitane (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina, Cagliari, Palermo).
Parliamo di edilizia privata sociale finanziata tra il 60 e l’80% da Cassa Depositi e Prestiti attraverso un sistema di fondi immobiliari locali per l’abitare. Nasce come idea in seno alla Fondazione Cariplo nei primi Duemila, come strumento per rispondere alla crisi del ceto medio impoverito.
La platea che dovrebbe servire? In gergo si definisce “zona grigia” degli inquilini: chi è troppo benestante per le case popolari ma non abbastanza per il mercato immobiliare privato delle città. La leggenda vuole che ad innamorarsi dell’housing sociale sia stato direttamente Giuseppe Guzzetti, lo storico e potente capo delle fondazioni bancarie in Italia (oggi 87enne) che per portare avanti il suo disegno partendo da Milano, in Cariplo chiamò dal mondo della finanza londinese Sergio Urbani, attuale Direttore Generale della Fondazione bancaria azionista di Intesa Sanpaolo. Il quale, appena insediato in Cariplo, sulla sua scrivania trova e studia un dossier firmato dall’attuale assessore alla Casa del Comune di Milano, Gabriele Rabaiotti, all’epoca giovane ricercatore del Politecnico di Milano.
Da Cariplo il progetto approda in Cassa Depositi e Prestiti. Che inizia a strutturare nel 2009 un piano nazionale dell’housing sociale. Obiettivo? Realizzare 20mila alloggi in 20 anni con 2,2 miliardi di euro. Che, a leva, avrebbero attirato compartecipazioni di spesa dal settore privato. Il piano non decolla mai. Anche perché la crisi dei mutui si abbatte in quegli anni sul settore bancario e immobiliare e lo stesso Guzzetti nel tempo si defila dal suo ruolo di dominus. Quando nascevano i primi fondi immobiliari si racconta che bastasse una sua telefonata per trovare realtà come Pirelli o Telecom pronte a mettere 10-20 milioni di euro sul piatto per un fondo dedicato all’edilizia privata sociale. Oggi? Sono 9mila gli appartamenti in housing sociale in tutta Italia, per un canone d’affitto medio di 500 euro al mese più spese, mentre altri vengono venduti a prezzi convenzionati o affittati per i primi 8 anni e poi ceduti con patti di futura vendita.
A far fallire, almeno dal punto di vista sociale, la “visione” iniziale della strategia abitativa ci si mettono anche le Regioni: i criteri di reddito per accedervi attraverso una serie di graduatorie gestite privatamente vengono innalzati nel tempo. E oggi, in Lombardia, possono entrare nei quartieri di housing sociale persone o famiglie con Isee fino a 96mila euro annui.
Chi entra in affitto deve avere redditi che superano di almeno tre volte il canone di locazione. Persone quindi perfettamente “solvibili” anche su un ricco mercato immobiliare come la piazza di Milano. Mentre invece non può entrare chi ha subito per esempio uno sfratto. Per citare un altro esempio a Perugia è stato aperto di recente un bando per i primi 67 appartamenti (su 171) realizzati all’Ex Tabacchificio. Per accedervi? Si legge che “la capacità economica del nucleo familiare viene valutata sulla base del “reddito convenzionale” che non deve essere superiore a 60mila euro né inferiore.
Tutti pazzi per il social housing all’italiana
Il settore però è effervescente. Ai numeri, da oltre 10 anni deludenti, fa da contraltare un’importante campagna di marketing e comunicazione. Che batte su quanto sia innovativo creare quartieri in periferia in elevati classi energetiche in chiave di riconversione ambientale e che, nella città contemporanea, sono abitati dal cosiddetto “mix sociale” o “mixitè”: una sorta di melting pot fra autoctoni e stranieri, benestanti e meno, giovani e anziani, diversamente abili che lavorano nelle realtà di vicinato del quartiere stesso.
Solo per fare gli esempi più recenti: all’housing sociale sono destinate importante porzioni delle aree da riqualificare nell’ambito di Reinventing Cities, il bando internazionale promosso dal Comune di Milano e la rete delle grandi città nel mondo “C40” che ha messo a gara aree nei quartieri di Crescenzago, Bovisa, all’Ex Macello di Milano, lo scalo di Lambrate.
Sempre in edilizia convenzionata andranno edificate alcune porzioni degli scali ferroviari dismessi che Ferrovie dello Stato ha venduto ai privati. A Milano negli anni sono nati quartieri che hanno cambiato anche la toponomastica della città: da “Figino Borgo Sostenibile” a “Cenni di Cambiamento” (via Cenni) passando per “Moneta Milano” in via Moneta, il “Cascina Merlata Social Village” accanto ad Expo fino a “Redo Merezzate” nel quartiere di Rogoredo-Santa Giulia, che nel 2026 ospiterà le Olimpiadi invernali. Dove alcuni degli abitanti raccontato di aver comprato per investimento, non per necessità, contando su un rialzo dei prezzi grazie alla manifestazione a cinque cerchi.
Ecco gli uomini dell’housing sociale
Chi sono gli uomini e le donne che devono portare avanti il disegno sull’housing sociale in Italia? Tutti volti riconducibili al mondo di Cdp e Redo sgr, la società benefit emanazione di Cariplo e Intesa Sanpaolo che ha in mano, da quasi monopolista, la partita: da Paola Delmonte, ex Cariplo, poi Cdp e oggi in Redo, vera e propria pasionaria dell’housing sociale e studiosa della materia, a Giordana Ferri presidente della Fondazione Housing Sociale (emanazione di Cariplo) fino all’avvocato Carlo Cerami, presidente di Redo e storico amministrativista di Milano legato al centrosinistra e attualmente consigliere di amministrazione di Cdp. In via Goito è entrata invece nel 2021 come responsabile dei Fondi FIA (Fondi Investimento per l’Abitare) Francesca Maria Silva. Ingegnere, milanese-genovese di nascita, Maria Silva è un’esperta di smart cities e rigenerazione urbana. In passato legata umanamente all’ex ministra della Difesa, Roberta Pinotti (che ne è la madrina), tanto da essere nominata durante il suo dicastero alla presidenza di Difesa Servizi, la società della difesa che gestisce beni immobiliari e servizi, prima di andarsene al termine dell’incarico.
(da Il Fatto Quotidiano)
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