Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
TUTTE FIGURE A CHIAMATA DIRETTA PER FARCI POSARE IL CULO GLI AMICI DEI SOVRANISTI
Domani il Consiglio regionale della Sardegna approverà la norma 107. Che dal
nulla creerà 65 nuove figure apicali in Regione dal costo per le casse pubbliche: almeno 3,5 milioni l’anno (secondo la maggioranza), oltre 6 milioni per le opposizioni.
Secondo un emendamento presentato dal presidente di Regione Sardegna Christian Solinas gli stipendi dei neo-cooptati in Regione saranno caricati sugli enti di provenienza degli stessi. Cioè il dirigente sarà pagato dall’ente dal quale proviene (che si ritroverà così senza un dirigente che però dovrà pagare). Tutte le figure saranno a chiamata diretta.
E saranno:
un segretario generale (costo 285.600 euro l’anno);
3 capi dipartimento (733.400 euro complessivi);
6 “esperti dell’ufficio staff”(805.669);
5 esperti per il Comitato per la legislazione (671.416);
3 addetti di Gabinetto (180.000);
2 addetti al cerimoniale (120.00);
1 autista (60,616 euro).
A questi si aggiungeranno 5 consulenti per gli assessorati (285.600) e 36 addetti (733.400). Tutte figure reclutate a chiamata diretta.
“Così ha voluto il presidente Solinas, il sardista, eletto in parlamento in un seggio blindato della Lega in Lombardia, e che con la Lega in Sardegna governa. Ma il poltronificio” non offre a Solinas solo il potere di dare lavoro, ma anche quello di toglierlo.
La maggioranza ha inserito tre emendamenti, ribattezzati “emendamenti Sardara”, che azzerano uffici di gabinetto e ufficio stampa, che a detta della maggioranza mirano a silurare chi aveva partecipato al famigerato pranzo vietato di Sardara”, conclude il quotidiano.
Il pranzo di Sardara
Il riferimento è al pranzo al ristorante alle Nuove Terme di Sardara nel Medio Campidano. Nel quale c’erano anche altri tre commensali vicini a Solinas: il dg dell’assessorato agli Enti locali Umberto Oppus, l’ex dg di Abbanoa, Sandro Murtas, e l’amministratore straordinario della provincia di Sassari, Pietrino Fois. Il nome è stato fatto dal comandante regionale dei Forestali Antonio Casula, interrogato per tre ore dal pubblico ministero Gianciacomo Pila della procura di Cagliari, ha fatto il nome di Esu. Ieri invece al palazzo di giustizia si è presentato il colonnello Marco Granari, comandante del 151° Reggimento della Brigata Sassari (anche lui uno dei commensali). Il presidente Solinas, quando scoppiò la bomba, negò di esserne a conoscenza.
“Gli elementi che conosciamo oggi cambiano la questione – ha detto Massimo Zedda – al pranzo di Sardara c’era il portavoce del governatore che aveva dichiarato di non essere parte della comitiva ”.
Per l’ex sindaco di Cagliari, “o il presidente è connivente, oppure deve cacciare Esu”. Appare inverosimile che il braccio destro di Solinas, un mercoledì lavorativo, vada a una riunione col gotha dell ’apparato politico-amministrativo del centrodestra sardo, senza che Solinas lo sapesse. “E resta da chiarire il motivo del ‘Sardaragate’ ”, aggiunge Zedda, “di cosa hanno parlato i presenti? Probabilmente della ‘legge del poltronificio’ (la legge 107, che crea 65 nuove poltrone in Regione, dal costo di 6 milioni di euro, ndr)”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
LA SCHIFOSA INSINUAZIONE CHE IL GIOVANE UNIVERSITARIO IRANIANO CHE E’ MORTO INSIEME ALLA FIDANZATA ITALIANA POTREBBE ESSERE STATO UN ATTENTATORE ISLAMICO
Non si fermano neanche di fronte a una tragedia, dando un (doppio) saggio su
come non dovrebbe mai essere e comportarsi il giornalismo.
Protagonista, manco a dirlo, è il quotidiano “Libero”. Che entra a gamba tesa sulla tragedia della funivia precipitata ieri sul Mottarone, con 14 vittime e un bambino di cinque anni orfano dell’intera famiglia in lotta tra la vita e la morte in un ospedale di Torino. A cominciare dal titolo, che mette in correlazione due temi che nulla c’entrano e che, anzi, se associati, diventano a dir poco offensivi.
“E’ la tragedia di chi voleva tornare a vivere” scrivono a caratteri cubitali, strizzando l’occhio agli “aperturisti”, come se su quella funivia ci fossero una e una sola categoria di persone, di più come se si potesse catalogare un gruppo di turisti con una tipologia umana specifica, accidentalmente attorno a cui “Libero” ha costruito tutte le sue (dimenticabili) battaglie contro le chiusure per il Covid.
E ancora: come se fregasse a qualcuno cosa pensassero e da quale motivazione fossero mossi per salire in cima a una montagna per una gita. O, infine, come se gli altri, quelli che ieri, intorno alle 12,30 (orario dell’incidente), si trovavano a casa non volessero tornare a vivere come chiunque altro.
La fantasiosa pista iraniana
Non facesse abbastanza schifo usare la tragedia di 14 persone per la propria propaganda, “Libero” riesce addirittura a superarsi, dedicando un passaggio del sottotitolo alla presenza, nella lista dei deceduti, di un cittadino iraniano, che nella visione ristretta del mondo di un lettore medio di “Libero” (così come dei suoi autori) non è altro che un pericoloso musulmano. Né più né meno. E allora ecco arrivare il capolavoro:
“A bordo pure un iraniano. Non si esclude alcuna pista” scrive “Libero”, lasciando intendere nemmeno tanto velatamente che potrebbe trattarsi di un attentato terroristico di matrice islamica.
Ma chi era il ragazzo iraniano morto sul Mottarone? Si chiamava Mohammadreza Shahaisavandi, 23enne residente a Diamante (Cosenza), studente universitario a Roma, dove per pagarsi gli studi lavorava in un bar.
Era andato a Verbania a trovare la fidanzata, Serena Cosentino, 27enne di Belvedere Marittimo (Cosenza), anche lei morta nella caduta della funivia.
Non esiste alcuna prova – anche remota – di legami tra Shahaisavandi con organizzazioni terroristiche, nessun precedente né alcun elemento anomalo o sospetto sul suo conto, ma è bastata una nazionalità a “Libero” per metterlo gratuitamente sul banco degli imputati senza alcuna prova né la minima dignità o deontologia.
Ma questa non è una novità.
(da NextQuotidiano)
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Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
INTERVISTA A JOZSEF PALINKAS, PRESIDENTE DELL’ACCADEMIA DELLE SCIENZE UNGHERESE
Sistema mediatico, economico, legale, politico, culturale: Viktor Orban e il suo partito Fidesz in Ungheria oggi controllano tutto.
Georgely Karacsony, sindaco di Budapest, sfiderà il premier alle elezioni del prossimo anno, ma attualmente l’opposizione del Paese non è riuscita a fermare nemmeno l’ultimo emendamento che riguarda le università magiare.
Con la nuova legislazione approvata a tempo di record, non saranno più istituti statali, ma verranno gestite da fondazioni guidate da uomini “di vedute nazionaliste” e fedeli al partito.
Ex membro di Fidesz, Jozsef Palinkas, professore di Fisica e presidente dell’Accademia delle scienze ungherese, ha occupato lo scranno più alto del ministero dell’Istruzione nel governo Orban, ma lo ha abbandonato quando ha capito che “il potere che mirano ad esercitare è senza controllo”.
“L’Ungheria è nei guai”. Professor Palinkas, è vero quel che ha detto Karacsony, che sfiderà il premier alle prossime urne?
Verissimo. Sono vicino al suo movimento, pur sapendo che dopo oltre un decennio di controllo della società, c’è poca possibilità di vincere. L’Ungheria è nei guai in molti sensi, un’apatia simile tra la popolazione non si riscontrava dai primi anni Ottanta, quando il Paese era gestito dai quadri del regime sovietico.
Professore, cosa sta succedendo alle università ungheresi?
Per una legge approvata senza consultazioni durante la pandemia, le università ungheresi subiranno un processo anomalo di privatizzazione e saranno controllate da fondazioni, gestite a loro volta da consigli con membri nominati a vita. In inglese si chiamano board, in ungherese curatorium. Avranno il controllo sulla proprietà degli edifici e delle strutture insieme a tutta la strumentazione, anche se sarà lo Stato a continuare a finanziare le università. Le università ungheresi sono importantissimi attori economici della società: alcune ricevono budget che superano quelli di cittadine intere. In molti hanno espresso preoccupazione per la fine dell’autonomia di ricerche, insegnamento e procedure per l’assegnazione dei fondi. Adesso un rettore non verrà eletto, ma sarà il curatorium a nominare fedeli del governo. È un sistema che finisce per favorire alleati, fiancheggiatori o semplici speculatori e che elimina chiunque non accetti l’ideologia di Fidesz.
Quali saranno le conseguenze più gravi per ricerca ed insegnamento?
Non temo per le materie scientifiche, come matematica, fisica o chimica, ma la biologia è già al limite. Di certo mirano al controllo ideologico delle materie umanistiche: in Ungheria c’è un’isteria collettiva che circonda i cosiddetti “gender studies”, che nel Paese vengono associati al movimento Lgbt, e sono diventati argomento vietato.
È stata chiusa la Central European University e verrà aperta un’università cinese.
È politica. Questo non è un Paese che ha più un sistema legale stabile: per far chiudere la Centrale European University della Open Society di George Soros è stato cambiato il regolamento del sistema universitario. Invece l’enorme università cinese – un mastodonte da mezzo milione di metri quadri -, che sarà la più grande in Ungheria, verrà costruita con un miliardo e mezzo di euro preso in prestito dalle banche cinesi. Saremo in debito con Pechino e l’unico senso che credo abbia questa università è essere un fortino cinese a Budapest.
E quindi in Europa.
L’Unione europea può aiutare a cambiare la situazione o influenzarla, ma non interferirà nella politica interna: non ha comunque gli strumenti adeguati per farlo. Potrebbe far pesare la sua voce per le battaglie legali, portare Budapest alla Corta europea, oppure minacciare di elargire fondi solo se ci sarà rispetto dei diritti umani e delle norme di legge, che attualmente sono uno scherzo: in Ungheria non c’è più divisione dei poteri. La situazione in cui versa la nazione oggi però è un problema della popolazione ungherese.
Che non si ribella davvero.
Le persone oggi non sono minacciate nella loro vita quotidiana, ma sanno che se alzano la voce verranno, per esempio, licenziate o che la loro vita sarà resa difficile. Non c’è comunque un sentimento rivoluzionario in giro. C’è solo una cosa che può svegliarli: la pessima situazione economica, che se non cambierà, diventerà una spinta verso il processo di cambiamento. I media sono controllati dallo Stato, nelle zone rurali che costituiscono gran parte del Paese, le persone nei villaggi, per esempio, non sanno della nuova legislazione universitaria o che sta per aprire un’università cinese, ma una cosa gli può interessare.
Cosa?
Dovrebbero essere informati che verrà costruita con soldi che dovremo restituire ai cinesi e allora si opporrebbero.
Lei ha trascorso tutta la vita tra i banchi delle aule universitarie, ma per un periodo, è stato tra gli scranni più alti del potere: il partito di governo lo ha abbandonato dopo aver servito come ministro dell’Istruzione.
Agli albori Fidesz era un partito conservatore, adesso è diventato autoritario. La trasformazione è avvenuta con un processo lento, cominciato subito dopo il 2002, quando Fidesz perse le elezioni. Oggi non lascia spazio alla democrazia e mira al controllo incondizionato della società. Vogliono un potere senza controllo e lo vogliono su tutto, adesso anche sulle università.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
L’AZIENDA LEITNER PUBBLICA L’ELENCO DEGLI INTERVENTI
Sulla funivia del Mottirone, precipitata ieri con 14 vittime, l’ultimo intervento di manutenzione e sicurezza da parte di Leitner era stato svolto il 3 maggio scorso proprio sulle centraline idrauliche dei freni d’emergenza, quelli che, nel caso della cabina in salita, ieri non hanno funzionato.
Il primo dicembre, inoltre, era stato effettuato il “finto taglio”, ovvero la rottura del cavo traente con attivazione immediata del freno d’emergenza: cioè esattamente quello che è avvenuto, e che poi sarebbe dovuto accadere, ieri, quando invece dopo il cedimento del cavo di trazione non c’è stato il blocco del freno e la cabina con 15 persone a bordo è arretrata sempre più velocemente lungo il cavo di sostegno rimasto intatto, scarrucolando in corrispondenza del primo pilone e precipitando.
“Sulla base dei documenti in suo possesso e delle verifiche interne effettuate – scrive la società in una nota – Leitner in relazione alla tragedia avvenuta domenica sull’impianto Stresa-Mottarone, rende noto l’elenco dei controlli e delle manutenzioni portate a termine negli ultimi mesi, secondo le prescrizioni della normativa vigente, sulla base del contratto di manutenzione sottoscritto con la società di gestione Ferrovie del Mottarone. L’ultimo è stato il 3 maggio scorso, con la manutenzione e il controllo delle centraline idrauliche di frenatura dei veicoli”.
“In precedenza – si legge ancora nella nota – dal 29 marzo al 1 aprile, erano stati fatti controlli non distruttivi su tutti i componenti meccanici di sicurezza dell’impianto previsti dalla revisione quinquennale, in scadenza ad agosto 2021. Quindi effettuati in anticipo sui tempi”.
“Ancora prima, il 18 marzo prove di funzionamento dell’intero sistema d’azionamento; il 4 e 5 marzo lubrificazione e controlli dei rulli e delle pulegge delle stazioni; il 1 dicembre 2020 finti tagli (prova che prevede una simulazione della rottura della fune traente e conseguente attivazione del freno d’emergenza) effettuati su entrambe le vetture; il 5 novembre 2020 controllo periodico magnetoinduttivo delle funi traenti (e di tutte le funi dell’impianto) come da disposizione del decreto dirigenziale del ministero dei Trasporti n.144 del 18/05/2016 (periodicità imposta una volta all’anno) con esito positivo”.
(da agenzie)
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Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
COERENZA SOVRANISTA: PECUNIA NON OLET
Correva il 2 febbraio 2018 e Giorgia Meloni era ospite a Otto e Mezzo e discuteva insieme a Lilli Gruber della possibilità dei braccialetti elettronici Amazon per il controllo dei magazzinieri.
Si parla del dibattito all’epoca in corso tra gli esponenti politici sulla questione e la Gruber chiede alla Meloni la sua opinione in merito. La Meloni accusa lo «strapotere della globalizzazione incontrollata» e «lo strapotere di una serie di multinazionali nel mercato mondiale e nella quotidianità».
Accusa poi i grandi gruppi e i grandi capitali che «trattano i lavoratori come se fossero delle bestie». Appello della leader di Fratelli d’Italia agli italiani: «Non comprate su Amazon perché la nostra pigrizia può costarci caro, andate al negozio a difendere la categoria del piccolo commerciante, comprate al dettaglio, sosteniamo i commercianti e gli artigiani italiani»
Siamo nel 2021 è Giorgia Meloni è appena uscita con in libro edito da Rizzoli. Un libro in cui la donna si sveste – o, almeno, è quello che fa credere – dai panni di politica per raccontarsi come donna, come ragazzina e come bambina. Un libro che, come tutti ormai sappiamo bene, è in vendita su Amazon. Appare evidente, alla luce di questi ultimi avvenimenti, come Giorgia Meloni abbia contraddetto se stessa.
Basta andare su Amazon per trovare «Io sono Giorgia. Le mie radici le mie idee» – titolo scelto ad arte – sia in formato kindle che in formato cartaceo. Formato cartaceo che, tra l’altro, è scontato di 0,90 centesimo – portando il prezzo da 18 euro a 17,10 euro -. Quello sconto del quale tanto si discute e che tanti piccoli negozi – e non le grandi catene di distribuzione di libri, le famose multinazionali contro le quali si diceva la Meloni a Otto e mezzo – che non riescono a rendersi competitivi e a entrare nell’ingranaggio Amazon accusano ogni giorno.
Il libro è venduto dall’editore (Rizzoli, in questo caso) ed è l’editore che sceglie di distribuirlo anche su Amazon. A questo punto, viste le forti posizioni assunte da Giorgia Meloni in passato sulla questione Amazon, la scelta sarebbe dovuta ricadere – per coerenza – su un editore che opera diversamente.
Avrebbe dovuto scegliere lei stessa, perché quelle parole non suonassero oggi come una cosa detta per propaganda, di affidare il suo libro a una casa editrice piccola.
(da Giornalettismo)
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Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
EITAN SALVATO DALL’ABBRACCIO DI PAPA’… NESSUN PARENTE SI E’ PRESENTATO PER IL BIMBO DI 9 ANNI MORTO
C’è un solo superstite, il piccolo Eitan, 5 anni, che lotta per sopravvivere all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino: a salvarlo, con ogni probabilità, è stato proprio suo papà, morto nel disastro: “Per essere riuscito a sopravvivere al terribile impatto è probabile che il padre, che era di corporatura robusta, abbia avvolto con un abbraccio suo figlio” specificano oggi fonti mediche del Regina Margherita.
“Partiamo da una evidenza empirica, il cavo (di trazione, ndr)si è tranciato e il sistema di freni di sicurezza, pacificamente, non ha funzionato”, ha spiegato stamane il procuratore di Verbania, Olimpia Bossi, che aggiunge: “Ha funzionato invece per l’altra cabina, che si è bloccata. Logica vorrebbe che si è spezzato il cavo e l’impianto frenante non ha funzionato, ma può anche essere il contrario. Lo dovranno stabilire i consulenti. Ho già parlato col Politecnico di Torino, anche se non ho ancora dato l’incarico – precisa – serviranno ingegneri meccanici e stiamo valutando se servano anche esperti in metallurgia”.
Sono proprio gli accertamenti sui dispositivi di sicurezza a essere in questo momento determinanti: potrebbero essere la causa della caduta della cabinovia, nonostante la manutenzione dell’impianto sembri in regola. E poi controlli sulla cabina di comando. “Penso che procederemo per un reato piuttosto raro, che è quello, in questo caso naturalmente colposo, di attentato alla sicurezza dei trasporti, con conseguenza di disastro colposo – ha spiegato il procuratore Bossi, che sul tema indagati ha specificato: “Le aziende coinvolte sono più d’una, prima dobbiamo nominare i periti per le consulenze tecniche”.
“Dovremo verificare anche la fattispecie dei reati colposi di attentato alla sicurezza dei trasporti, anche in base alla natura pubblica o meno dell’impianto”, ha detto la procuratrice capo Olimpia Bossi. Gli investigatori, che hanno messo sotto sequestro l’area, lavoreranno anche sulla documentazione dell’autunno scorso relativa ai controlli magnetoscopici dei cavi e chiederanno una lunga serie di perizie.
Si attendono nelle prossime ore le prime iscrizioni nel registro degli indagati per consentire gli accertamenti irripetibili che richiedono la presenza dei consulenti di parte. C’è da chiarire soprattutto il fatto che il freno d’emergenza della cabina non abbia funzionato, come ha sottolineato il procuratore e come ribadisce il responsabile provinciale del Soccorso alpino, Matteo Gasparini : “Sono tutte supposizioni, ma credo ci sia stato un doppio problema: la rottura del cavo di trazione e il mancato funzionamento del freno di emergenza. Non sappiamo perché non si sia attivato, mentre nella cabina a valle ha funzionato”.
La mancata attivazione del freno, spiega, “ha fatto sì che la cabina, dopo la rottura del cavo di trazione, abbia preso velocità all’indietro, iniziando a scendere lungo il cavo di sostegno rimasto intatto, e alla fine abbia scarrucolato e sia caduta”.
Il gestore della funivia Stresa-Mottarone si difende: “Cause poco chiare”
“Il gestore della società Ferrovie del Mottarone, Gigi Nerini, è molto provato. Al momento non è chiaro quello che è successo”. Lo dice all’Agi l’avvocato Pasquale Pantano che assiste Nerini nell’inchiesta che dovrà far luce sull’incidente che ha provocato la morte di 14 persone. “Al momento le cause non sono chiare – prosegue Pantano – sappiamo che si è rotto il cavo trainante, il resto sono solo ipotesi. I controlli sono stati fatti in questi anni, è una funivia vecchia ma ‘aggiornatissima’ nel senso che è stata sottoposta a ripetute verifiche”.
Notte tranquilla per Eitan, il bimbo sopravvissuto: “Non resta che sperare”
“Ha passato una notte tranquilla, ora non resta che sperare. Abbiamo messo in campo tutte le nostre eccellenze e stiamo monitorando situazione minuto per minuto”. Così Giovanni La Valle, direttore generale della Città della Salute, questa mattina davanti all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, dove è ricoverato Eitan, il bambino di 5 anni, unico sopravvissuto alla strage. “Attendiamo le prossime 48 ore, la situazione è critica ma fa ben sperare”, aggiunge La Valle.
Nessun parente, invece, si sarebbe ancora fatto vivo con il Regina Margherita per la salma del piccolo Mattia Zorloni, morto in ospedale dopo essere stato trasportato a Torino in elicottero in condizioni disperate.
I suoi genitori usono morti nell’incidente, mentre la sorellastra di Mattia ha scritto un post su Facebook ricordando il suo difficile rapporto con il padre.
(da La Repubblica)
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Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile
SPERANZE PER EITAN, IL PICCOLO SOPRAVVISSUTO
Sulla sponda piemontese del lago Maggiore è arrivata la pioggia a mischiarsi con le lacrime e a lavare via il sangue dalla montagna del Mottarone, dove ieri la rottura di una fune della funivia ha provocato la morte di 14 persone, tra cui due bambini, e ha lasciato orfano l’unico sopravvissuto, un bambino di cinque anni.
L’altro bambino che era stato portato d’urgenza in elicottero al Regina Margherita di Torino non ce l’ha fatta e ora ai parenti non è rimasto che il triste rito del riconoscimento del corpo.
Accertamenti sui dispositivi di sicurezza che potrebbero essere la causa della caduta della cabinovia, nonostante la manutenzione dell’impianto sembrerebbe in regola. E poi controlli sulla cabina di comando.
La procura di Verbania non vuole tralasciare nulla nell’indagine per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose che dovrà fare luce sulla tragedia della funivia Stresa-Mottarone, in cui ieri hanno perso la vita 14 persone.
“Dovremo verificare anche la fattispecie dei reati colposi di attentato alla sicurezza dei trasporti, anche in base alla natura pubblica o meno dell’impianto”, ha detto la procuratrice capo Olimpia Bossi.
Gli investigatori, che hanno messo sotto sequestro l’area, lavoreranno anche sulla documentazione dell’autunno scorso relativa ai controlli magnetoscopici dei cavi e chiederanno una lunga serie di perizie.
Si attendono nelle prossime ore le prime iscrizioni nel registro degli indagati per consentire gli accertamenti irripetibili che richiedono la presenza dei consulenti di parte. Tra gli elementi da chiarire c’è anche il fatto che il freno d’emergenza della cabina non ha funzionato: “Sono tutte supposizioni, ma credo ci sia stato un doppio problema – dice il responsabile provinciale del Soccorso alpino, Matteo Gasparini -: la rottura del cavo e il mancato funzionamento del freno di emergenza. Non sappiamo perché non si sia attivato, mentre nella cabina a valle ha funzionato”.
La mancata attivazione del freno, spiega, “ha fatto sì che la cabina, dopo la rottura del cavo, abbia preso velocità, iniziando a scendere, finendo così catapultata fuori dai cavi di sostegno”.
Nella camera mortuaria dell’ospedale di Pallanza, a Verbania, ci sono le altre 13 salme, composte una vicina all’altra, come erano vicine dentro la cabina che le stava portando in vetta. La vittima più piccola, Tom, aveva due anni ed era figlio di una famiglia di origini israeliane, residente a Pavia: Amit Biran, 30 anni, la moglie Tal Peleg, 26 anni e il fratellino maggiore, unico sopravvissuto. Deceduti nell’incidente inoltre i bisnonni, anche loro di origine israeliana, Itshak Cohen, 82 anni, e la moglie Barbara Cohen Konisky, 70 anni, i nonni di Tal Peleg. Poi una coppia barese di origine è trasferita per lavoro nel Picentino: Roberta Pistolato proprio ieri aveva compiuto 40 anni e avrebbe voluto festeggiare con quella gita il compleanno assieme al marito Angelo Vito Gasparro, 45 anni. Morti anche due fidanzati di Varese, Silvia Malnati, 27 anni, che si era laureata due mesi fa, e Alessandro Merlo, di 29 anni. Un’altra coppia è stata spezzata: lei si chiamava Serena Cosentino, 27 anni, di Diamante, in Calabria, che da un paio di mesi si era trasferita a Verbania perché aveva vinto un concorso come borsista di ricerca al Cnr Istituto di Ricerca sulle Acque; lui era Mohammadreza Shahaisavandi, iraniano, 23 anni, che viveva a Roma dove studiava e lavorava per pagarsi l’università. Erano a un passo dal matrimonio, fissato al 26 giugno, Vittorio Zorloni, 55 anni, ed Elisabetta Persanini, 38, insieme al loro figlio Mattia, il bambino di 6 anni, morto in ospedale.
“Ha passato una notte tranquilla, ora non resta che sperare. Abbiamo messo in campo tutte le nostre eccellenze e stiamo monitorando situazione minuto per minuto”. Così Giovanni La Valle, direttore generale della Città della Salute, questa mattina davanti all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, dove è ricoverato Eitan, il bambino di 5 anni, unico sopravvissuto alla strage. “Attendiamo le prossime 48 ore, la situazione è critica ma fa ben sperare”, aggiunge La Valle.
Il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini sarà questa mattina a Stresa per un vertice dopo la tragedia. Sarà accompagnato dal capo del Dipartimento nazionale della Protezione Civile Fabrizio Curcio. All’incontro parteciperanno il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio con il vicepresidente e assessore alla Montagna Fabio Carosso e l’assessore alle Infrastrutture e Trasporti e alla Protezione Civile Marco Gabusi. Presenti, inoltre, il sindaco di Stresa, Marcella Severino, e il prefetto di Verbania, Angelo Sidoti.
Lo shock del soccorritore intervenuto sul Mottarone: “Sembrava la guerra”
“Sono volontario da 25 anni, e ne ho viste tante, ma mai così. Sembrava una scena di guerra”. Il responsabile provinciale del Soccorso alpino di Verbania, Matteo Gasparini, descrive così la scena che si è trovato di fronte al Mottarone, dove una cabina della funivia è precipitata causando la morte di quattordici persone. “Sono stato anche a Rigopiano – aggiunge – ma una situazione così non l’avevo mai vista”.
(da La Repubblica)
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Maggio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LE NAZIONI PIU’ RICCHE HANNO GIA’ PROTETTO IL 30% DELLA LORO POPOLAZIONE, IN QUELLE POVERE LE PERCENTUALI CROLLANO, IN AFRICA SIAMO SOLO ALL’1,5%
Le campagne di vaccinazione contro il coronavirus proseguono in tutto il mondo. Non alla stessa velocità, chiaramente.
Sono passati ormai sei mesi da quando ci sono state le prime somministrazioni e ora abbiamo Paesi che grazie a una vaccinazione di massa stanno riaprendo, mentre ne abbiamo altri, i più poveri, dove sono state somministrate pochissime dosi.
Come evidenzia anche un articolo del quotidiano spagnolo El Pais, se nell’Unione europea un terzo (33%) dei cittadini ha ricevuto almeno una dose di vaccino, questa percentuale crolla al 15% in America Latina, al 5% in Asia e all’1,5% in Africa.
I Paesi vaccinano quindi a ritmo del proprio Pil: più questo è alto, più velocemente si riesce ad immunizzare la popolazione.
Alcuni dei Paesi che hanno vaccinato più velocemente in assoluto sono Israele, Stati Uniti e Regno Unito. Se guardiamo alla mappa di Our World In Data ci renderemo subito conto che tutti i Paesi colorati con tonalità più scure, quelli cioè che hanno somministrato più dosi di vaccino, sono quelli che appartengono al Nord del mondo.
Lo stesso si noterà subito guardando al grafico che mostra la percentuale di popolazione vaccinata per Regione: in cima alla classifica ci sono il Nord America e l’Europa, con l’Italia che è al di sopra della media europea, che hanno vaccinato circa il 30% dei cittadini totali.
Nettamente al di sotto, intorno a quota 15% troviamo l’America Latina. La media mondiale si attesta intorno al 10%. Al di sotto della media, al 5% troviamo l’Asia e in fondo alla classifica il continente africano.
(da Fanpage)
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Maggio 23rd, 2021 Riccardo Fucile
SE SI FOSSERO ADOTTATE MISURE PIU’ STRINGENTI QUATTRO MESI FA SI SAREBBERO SALVATE ALTRE MIGLIAIA DI PERSONE
Il blocco delle attività produttive ha avuto un effetto diretto sulla riduzione delle
vittime di Covid-19 in Italia. Lo indicano i dati di un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica su Plos One, in cui si stima l’impatto della chiusura di attività non essenziali introdotta nel nostro Paese dal Dl del 25 marzo 2020
L’analisi, condotta da un team di ricerca dell’Università Erasmus di Rotterdam, in Olanda, evidenzia come la politica di contenimento adottata nel primo lockdown in Italia abbia avuto importanti ricadute sulla mortalità, salvando circa 9.500 vite in meno di un mese.
“I nostri risultati – indicano gli autori dello studio – suggeriscono che le chiusure delle attività sono efficaci nel contenere la diffusione del virus e, in definitiva, nel salvare vite umane”.
Gli effetti delle chiusure sono stati più evidenti nei comuni con più settori chiusi, che hanno subito tassi di mortalità inferiori.
“Con una media di attività chiuse del 17,6% – aggiungono i ricercatori – il primo blocco ha ridotto la mortalità di 15,64 unità ogni 100mila abitanti in un periodo di 24 giorni. Considerando che la popolazione in Italia è di 60,36 milioni, questo ammonta a 9.439 vite salvate”. Con un beneficio anche in termini economici, dal momento che una stima del valore di un anno in vita in Europa è di 80mila euro. “Considerando 12 anni di vita media residua delle vittime di Covid – osservano gli studiosi – possiamo calcolare che il beneficio economico della politica è pari a 9 miliardi di euro”.
L’analisi ha inoltre indicato che le chiusure hanno mostrato grandi effetti non solo nelle singole città, anche nei comuni limitrofi, suggerendo l’importanza del coordinamento delle misure di blocco e della centralizzazione delle politiche di contenimento. “Le città più grandi e sviluppate richiamano anche lavoratori da altri comuni. Ci aspettavamo pertanto che la chiusura delle attività nei principali centri urbani potesse avere ricadute positive anche su altre località”.
(da Fanpage)
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