Destra di Popolo.net

COPASIR, PD, M5S E LEU ABBANDONANO I LAVORI: “LA PRESIDENZA DEVE ANDARE A FDI, NON TORNEREMO FINCHE’ C’E’ IL LEGHISTA VOLPI

Maggio 20th, 2021 Riccardo Fucile

PER LEGGE DEVE ANDARE A UN ESPONENTE DELL’OPPOSIZIONE MA DA MESI SALVINI NON MOLLA LA POLTRONA PER UNA RAGIONE: IL PRESIDENTE DEL COPASIR PUO’ AVERE ACCESSO A DOCUMENTI RISERVATI… COSA HA DA NASCONDERE LA LEGA?

Nuova puntata nell’intricato caso Copasir, l’organo parlamentare di sorveglianza sui Servizi, la cui presidenza spetta all’opposizione ma che è ancora nelle mani della Lega. Il Movimento Cinque Stelle e il Partito democratico, con l’accordo di Leu, hanno deciso oggi di abbandonare i lavori “al fine di contribuire alla soluzione della titolarità della presidenza del Comitato medesimo”.
Ad annunciare l’abbandono dei lavori sono Federica Dieni, Maurizio Cattoi e Francesco Castiello (M5S) ed Enrico Borghi, del Partito democratico.
In una nota spiegano anche che prima di lasciare, “nel pieno rispetto delle prerogative istituzionali, e al fine di adempiere ai disposti normativi che stabiliscono le funzioni del Copasir, abbiamo votato la delibera adottata dall’Ufficio di presidenza in ordine all’attivazione di quanto stabilito dall’articolo 34 della legge 124/2007”.
L’articolo in questione prevede che il Copasir “qualora, sulla base degli elementi acquisiti nell’esercizio delle proprie funzioni, deliberi di procedere all’accertamento della correttezza delle condotte poste in essere da appartenenti o da ex appartenenti agli organismi di informazione e sicurezza, può richiedere al presidente del Consiglio dei Ministri di disporre lo svolgimento di inchieste interne”.
Un passaggio burocratico che formalizza la richiesta, già annunciata, a Mario Draghi di attivare l’indagine interna sul famoso incontro in autogrill fra Matteo Renzi e il dirigente dei servizi segreti Marco Mancini, che avrebbe avuto altri colloqui con Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
Nei giorni scorsi Raffaele Volpi, il presidente leghista del Copasir, aveva detto: “Visto che Palazzo Chigi non è molto distante, la cosa migliore da fare secondo me è chiedere a chi ha emanato la direttiva il perché ha ritenuto necessario emanarla. Chi fa un determinato tipo di lavoro ha una regola, quella di riservatezza. Mancini poteva incontrare Renzi? Chiunque sia interno agli apparati ha un obbligo riservatezza e segretezza”.
In attesa delle decisioni di Draghi è però Volpi ad essere nell’occhio del ciclone. Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) un’ora dopo la nascita del governo Draghi hanno rivendicato la guida del Copasir in quanto unica forza di opposizione.
Ma la Lega e Matteo Salvini non hanno accettato l’idea delle dimissioni di Volpi e della sua sostituzione con un parlamentare di Fdi. Vogliono, e Salvini lo ha ribadito anche ieri, che si dimettano tutti i commissari.
Ieri anche Giuseppe Conte aveva invece chiesto che venga rispettata la legge. E il sottosegretario grillino all’interno Carlo Sibilia aveva preannunciato la mossa odierna: “Finché la presidenza del Copasir non andrà all’opposizione il M5s non parteciperà alle riunioni. È una questione di garanzia dei diritti della minoranza e equilibrio dei poteri. Le istituzioni non sono lo zerbino dei partiti”, aveva detto.
L’organismo nel frattempo lavora a ranghi ridotti perchè il vicepresidente Adolfo Urso (Fdi) ed Elio Vito si sono dimessi da tempo. La coppia ha già incontrato la presidente del Senato Casellati e oggi sarà ricevuta dal presidente della Camera Roberto Fico.
(da agenzie)

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PILLON E’ “CRESCIUTO CON BATTIATO”, MA NON CONOSCE NEANCHE I TITOLI DELLE CANZONI

Maggio 19th, 2021 Riccardo Fucile

TRAGICO TRIPLICE ERRORE DEL SENATORE LEGHISTA SU INSTAGRAM

Triplo epic fail di Simone Pillon, il senatore leghista noto ai più per il grande fustigatore omofobo del Ddl Zan.
Che, una volta tanto, abbandona la sua torquemadesca caccia alle streghe per gettarsi nella musica e, in particolare, nell’addio a Franco Battiato, ieri per distacco il trending topic di giornata.
Riuscendo anche qui per farsi malissimo, con una serie di errori da matita blu per chiunque abbia anche una vaga conoscenza della discografia di Battiato.
“Sono cresciuto con le tue canzoni” scrive Pillon su Instagram sotto una foto del Maestro e cantautore siciliano. E comincia ad elencare: “da Voglio vederti ballare all’era del cinghiale bianco, da Paloma alla cura”.
E noi, soliti malpensanti, non abbiamo nessun motivo di credere che non sia vero, che cioè anche Pillon sia cresciuto ascoltando come milioni di italiani alcuni dei più grandi successi di Franco Battiato.
Di sicuro non ne conosce manco per sbaglio i titoli.
Dei quattro citati, Pillon riesce nella non semplice impresa di sbagliarne tre, circa il 75% del totale.
Mica male per uno cresciuto con Battiato. Per i pochi che non lo sapessero, e a mero titolo di cronaca, infatti, “Voglio vederti ballare” era in realtà “Voglio vederti danzare”, Paloma era semplicemente il verso più evocativo di quella hit nota come Cuccurucucù, pezzo più celebre di quel capolavoro di album che risponde al nome de “La voce del padrone” (1981).
E, per essere proprio fiscali, “La cura” si scriverebbe con l’articolo, ma qui entriamo in questioni lana caprina per uno che Battiato lo ha ascoltato con la stessa attenzione con cui ha letto il Ddl Zan.
Va riconosciuto a Pillon di essere riuscito in un’impresa apparentemente impossibile: riuscire a completare un post oltre le tre righe senza inserire al suo interno qualche offesa omofoba, perla oscurantista o insulti all’intelligenza (la propria).
Un passo alla volta, dai.
(da NextQuotidiano)

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NEGLI STATI UNITI, PATRIA DEL LIBERISMO, MOLTI OSPEDALI PORTANO IN TRIBUNALE I PAZIENTI COVID CHE NON POSSONO PAGARE RICOVERO E CURE

Maggio 19th, 2021 Riccardo Fucile

RICHIESTE DI OLTRE 100.000 DOLLARI, SE NON PAGHI TI PIGNORANO LA CASA E PARTE DELLO STIPENDIO: NONOSTANTE MOLTI GOVERNATORI ABBIANO CHIESTO DI BLOCCARE LE CAUSE, VI SONO AZIENDE OSPEDALIERE CHE SE NE FREGANO

La pandemia non è riuscita a mettere un freno ad alcune delle pratiche più aggressive del sistema sanitario degli Stati Uniti, dove milioni di persone si trovano ancora ad affrontare spese mediche “catastrofiche” nonostante le riforme degli ultimi anni.
Nell’ultimo anno infatti, una delle principali catene di ospedali del paese ha continuato a portare in tribunale i propri ex pazienti, chiedendo di rimborsare somme che in alcuni casi hanno superato i 100.000 dollari.
Lo ha riportato CNN, rivelando come Community Health Systems (CHS), che controlla 84 ospedali in tutto il paese, ha aperto circa 19.000 cause nei confronti dei propri ex pazienti da marzo 2020.
Questo nonostante gli appelli lanciati dalle amministrazioni di diversi stati che hanno chiesto agli ospedali di sospendere le cause dopo lo scoppio della pandemia, a cui molte aziende ospedaliere hanno dato seguito.
Non CHS, che secondo CNN ha portato i propri ex pazienti in tribunale per chiedere di pagare somme che vanno da 201 a 162.000 dollari.
L’emittente ha dichiarato che, in molti dei casi, i giudici si sono pronunciati automaticamente a favore dell’azienda dal momento che gli ex pazienti rinunciavano a difendersi, esponendoli al rischio di ricadute finanziarie pesanti in un periodo già segnato da una recessione senza precedenti.
Secondo CNN, quando vincono le cause, gli ospedali possono agire per ipotecare l’abitazione degli ex pazienti o pignorare parte del loro stipendio.
“Al momento sto facendo del mio meglio per non annegare”, ha detto una donna citata da un ospedale di CHS in Oklahoma, in una lettera inviata al tribunale lo scorso ottobre. “Non ho più niente da dare. Se vi prendete il mio assegno, non avrò un posto dove vivere”, ha aggiunto la donna, una lavoratrice part-time senza copertura sanitaria, affermando che il suo compagno aveva perso il lavoro a causa delle chiusure per la pandemia.
Il primo anno della pandemia è stato molto positivo per CHS, dopo quattro anni consecutivi in rosso tornata a far registrare un utile, pari a 511 milioni di dollari, grazie anche ai 705 milioni di dollari ottenuti in finanziamenti federali e statali. Secondo CNN, grazie ai risultati conseguiti, i dirigenti dell’azienda sono stati anche in grado di pagarsi bonus milionari.
Uno studio pubblicato a settembre 2020 sulla rivista scientifica Jama afferma che circa 11 milioni di cittadini statunitensi hanno dovuto affrontare spese mediche “catastrofiche” nel 2017, ultimo anno coperto dallo studio.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per spese sanitarie catastrofiche si intendono quelle superiori al 40 percento del proprio reddito, al netto dei costi per gli alimenti e l’abitazione, in grado cioè di portare le persone all’impoverimento.
Nonostante l’aumento del numero di persone coperte da assicurazioni sanitarie grazie alla riforma del 2010 nota come “Obamacare”, milioni di persone rischiano ancora di diventare povere a causa di spese sanitarie eccessive, in termini di aumento dei premi e di somme spese direttamente per curarsi.
Quasi il 54 percento degli 11 milioni citati dallo studio sono infatti coperti di un’assicurazione privata, ottenuta tramite i datori di lavoro o sui mercati online.
A gennaio la catena Northwell Health ha annunciato che avrebbe smesso di fare causa ai propri ex pazienti, dopo la pubblicazione di un’inchiesta del New York Times.
Il quotidiano aveva rivelato come nel 2020 l’organizzazione, una delle più grandi a New York e New Jersey, avesse presentato più di 2.500 cause contro ex pazienti, contravvenendo alla richiesta fatta a marzo del 2020 dal governatore Andrew Cuomo.
Ad aprile è emerso come il Trinitas Hospital, uno dei più grandi ospedali no-profit del New Jersey, abbia continuato a fare causa ai suoi ex pazienti durante l’anno della pandemia, chiedendo quasi 350.000 dollari in più di dieci azioni legali.
Poco prima l’Health System dell’Università della Virginia (UVA) ha annunciato che avrebbe annullato migliaia di fatture arretrate e ipotechi a ex pazienti, risalenti fino agli anni ’90.
L’annuncio è seguito a un’altra inchiesta di Kaiser Health News (KHN), che nel 2019 aveva rivelato che UVA Health System aveva chiesto più di 100 milioni di dollari in 36.000 cause indette contro ex pazienti nell’arco di sei anni. KHN aveva anche scoperto che l’università impediva agli studenti di completare gli studi che avevano debiti sanitari, una pratica che terminerà, secondo quanto dichiarato da un portavoce di UVA.
(da agenzie)

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BRACCIANTI INVISIBILI ANCHE NELLA PROTESTA: “ASCOLTATECI O LASCEREMO I CAMPI DESERTI”

Maggio 19th, 2021 Riccardo Fucile

LA STORIA DI MAMADOU: “PER MANGIARE ACCETTO LO SFRUTTAMENTO”… LAVORATORI ITALIA E STRANIERI PAGATI 3,5 EURO L’ORA NEL SILENZIO COMPLICE DELLA POLITICA

“Abbiamo manifestato perché per troppo tempo il sangue che scorre lungo la filiera agricola, l’inferno dello sfruttamento, si è scontrato contro il muro dell’indifferenza”. Aboubakar Soumahoro ieri era a Roma, a guidare il corteo dei braccianti.
Sono arrivati fino a piazza Montecitorio, per far salire il loro grido di sofferenza fino alle stanze della politica, per gettare luce su un “dramma disumanizzante che si sta consumando tra le mura di casa loro”.
“La filiera fa oltre 538 miliardi di euro di valore di mercato, ma poi ci sono donne che non hanno la possibilità di fare visite ginecologiche perché non hanno la residenza” dice Soumahoro ad Huffpost, “Ci sono lavoratori a cui è stato negato tutto: lavorano 12 ore al giorno per un salario misero, di 3 euro e 50 all’ora. Dormono nei tuguri, nelle baraccopoli, tra le lamiere. Non possono affittare una casa, non possono permetterselo. Lavorano 20 giornate al mese, ma all’Inps ne vengono notificate quattro, il che significa che non avranno i requisiti per la disoccupazione agricola”.
Si definiscono “invisibili” perché è come se nessuno li vedesse, nessuno si interessasse a loro, nonostante sia anche per il loro sfruttamento che paghiamo poco il cibo che mettiamo sulle nostre tavole.
E quindi è sparendo veramente che sperano di far notare la loro presenza: se le loro richieste non saranno accolte, sciopereranno in piena stagione di raccolto. I campi saranno vuoti, senza nessuno che zappi la terra, che raccolga i prodotti: “Condizioneremo la stagione di raccolta. Il ministro delle politiche agricole dovrebbe venire ad ascoltarci nel fango della miseria e dello sfruttamento. Andasse il ministro del Lavoro a zappare la terra e si renderebbe conto che la maggior parte dei braccianti hanno problemi di schiena. Il presidente Draghi venisse ad ascoltare le nostre ragioni. I campi, in piena stagione, saranno deserti”.
Quello che i manifestanti chiedono – trainati da Soumahoro, italo-ivoriano, attivista della Lega Braccianti – è anche il rilascio del permesso di soggiorno per emergenza sanitaria e il vaccino per tutti: “Serve un permesso di soggiorno per emergenza sanitaria che sia convertibile per attività lavorativa. Uno strumento indispensabile. Ci sono donne che non riescono a fare visite ginecologiche. Viviamo una disuguaglianza vaccinale. Perché non dare l’accesso ai lavoratori, agli invisibili, per metterli in sicurezza? I senza casa, i precari, devono essere vaccinati”.
Un’altra proposta da tempo portata avanti da Soumahoro è l’introduzione della “patente del cibo”: una riforma della filiera agroalimentare che parta dai semi fino alle forchette, che garantisca alle cittadine e ai cittadini un cibo eticamente sano.
Lo Stato deve intervenire per assicurarsi che a zappatori e contadini venga garantito il
rispetto dei diritti salariali, previdenziali, di sicurezza sul lavoro.
La tutela parte dai contadini, passa dai rider e arriva fino ai cittadini: “Uno strumento messo a disposizione dallo Stato e non dalla filiera delle etichette, che vedono aziende pagare strutture terze per dire che loro rispettano diritti. Lanceremo un’iniziativa di legge popolare per elaborare una proposta di legge di riforma della filiera agricola, con l’introduzione della patente del cibo”.
Braccianti, italiani e di altra provenienza geografica subiscono miseria, fame, sfruttamento, caporalato. Gli stessi ai quali durante la pandemia è stato chiesto di continuare a lavorare, a produrre cibo per le famiglie confinate in casa. Indispensabili, ma invisibili. Senza tutele: “Avevamo una norma sul caporalato, la 1369 del 1960, abolita dal governo Berlusconi nel 2003: riguardava il divieto di intermediazione e interposizione nella prestazione di lavoro. È stato distrutto tutto, delegando alla magistratura quello che deve essere il compito della politica, del sindacato, degli ispettori del lavoro, dei centri dell’impiego”.
“È giusto che in Italia mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangano che le briciole? È giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie? È giusto questo?”.
“Accetto lo sfruttamento perché altrimenti non avrei da mangiare”
I braccianti senza diritti sono italiani o stranieri. Per entrambi lavorare in nero significa accogliere un compromesso: lo sfruttamento in cambio del cibo. Senza quel lavoro non avrebbero da mangiare, accettano allora quel lavoro nonostante le condizioni mortificanti.
Ce lo racconta Mamadou, 41 anni, partito dall’Africa nel 2015 e sbarcato a Lampedusa. Nella sua terra d’origine ha lasciato la famiglia, i genitori e il figlio sono morti poco tempo dopo che lui se ne era andato. Ora lui vive nel “Gran Ghetto” di Torretta Antonacci, in provincia di Foggia, dove tra container e baracche dormono numerosi braccianti agricoli. Un mese fa un gruppo di individui armati li ha attaccati, due raid nel giro di 48 ore, in cui i braccianti erano come prede per cacciatori. “Avevano in mano pistole. Avevo paura di morire. È stato terribile”, ricorda Mamadou.
Lui si sveglia tutte le mattine alle 4, poi lavora per circa dodici ore: “Il lavoro in nero costa poco per loro. Alcuni non ci pagano proprio: non ho un documento, non ho un contratto, non posso dimostrare di aver lavorato”. Di Soumahoro parla con ammirazione: “Ci insegna cosa sono i diritti e qui mancano. Ci fa avere del cibo ogni tanto. D’inverno c’è poco lavoro, la gente non ha i soldi neanche per comprarsi da mangiare”.
Forte dell’insegnamento di Soumahoro, Mamadou è pronto a chiedere di più: “Non sappiamo quando questo finirà, continueremo a manifestare per avere un cambiamento. Anche se non possiamo avere tutto quello che chiediamo, ci basta qualcosa per migliorare”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I DIPENDENTI EBREI DI GOOGLE CHE HANNO CHIESTO ALL’AZIENDA DI SCHIERARSI CONTRO IL MASSACRO DEI PALESTINESI

Maggio 19th, 2021 Riccardo Fucile

250 FIRME DI CONDANNA PER IL GOVERNO DI TEL AVIV

All’interno di Google un gruppo di dipendenti ebrei sta prendendo a cuore la questione del conflitto tra Israele e Palestina e sono arrivati a inviare una lettera interna – che attualmente porta 250 firme – al CEO Sundar Pichai.
La richiesta è quella di condannare formalmente gli attacchi e di riconoscere il «danno arrecato ai palestinesi dalle forze armate israeliane e dalla violenza delle bande». Google dovrebbe fornire, secondo i dipendenti in questione, maggiore sostegno ai palestinesi visto quanto sta succedendo.
«Siamo una coalizione di diversi googler ebrei e alleati preoccupati per il dialogo interno sulla violenza politica e razziale in Israele e Palestina – recita la lettera – noi ebrei non sosteniamo le opinioni di coloro che ti hanno scritto cercando di raccogliere sostegno per azioni esclusivamente filo-israeliane e filo-sioniste». Il riferimento è a “Jewglers”, l’ERG ebraico ufficiale di Google.
«Google è il più grande motore di ricerca del mondo e qualsiasi repressione della libertà di espressione che si verifica all’interno dell’azienda è un pericolo non solo per i googler interni ma per tutte le persone in tutto il mondo», affermano.
La richiesta, oltre al supporto diretto, è anche quella di arrivare a una risoluzione di tutti quei contratti commerciali che possano supportare «violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi, come le forze di difesa israeliane».
Oltre a questo viene esplicitamente chiesto di distinguere Israele e il popolo ebraico e di ricordare che antisionismo e antisemitismo non coincidono in alcun modo.
La redazione di The Verge ha contattato l’azienda per commentare la richiesta ma, allo stato attuale delle cose, ancora non c’è stata alcuna dichiarazione in merito.
Le richieste esplicite, tra le altre, sarebbero quella di dare ascolto ai dipendenti Google palestinesi; ci sarebbe poi anche il «finanziamento di aiuti per i palestinesi colpiti dalla violenza militare», ovvero un aiuto alle organizzazioni che sostengono i diritti dei palestinesi e gli sforzi umanitari e di soccorso. Acconsentendo alle richieste così come formulate dai suoi dipendenti, l’azienda dovrebbe schierarsi apertamente e fare la differenza.
(da agenzie)

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IN GERMANIA MINISTRA SI DIMETTE DOPO ACCUSE DI AVER COPIATO LA TESI E RISCHIA DI PERDERE ANCHE IL POSTO DI DOTTORATO

Maggio 19th, 2021 Riccardo Fucile

IN ITALIA NON SI DIMETTONO NEANCHE SE SONO INDAGATI PER CORRUZIONE E SEQUESTRO DI PERSONA

La ministra della Famiglia in Germania, Franziska Giffey, si è dimessa a seguito delle accuse di plagio nella sua tesi di dottorato.
Il sito VroniPlag, che monitora i plagi nelle tesi di dottorato, ha lanciato per primo le accuse nei confronti della ministra, affermando che in 76 delle 205 pagine dell’elaborato, 119 passaggi risultano copiati.
Già nel 2019 il suo lavoro “La via dell’Europa verso i cittadini – La politica della Commissione Ue per la partecipazione della società civile” era stato sottoposto ad un riesame che aveva portato le autorità universitarie ad emettere una nota di biasimo. Lo scorso novembre la 43enne Giffey aveva annunciato che non intendeva più fregiarsi del titolo dottorale. Una nuova analisi del testo è stata avviata dall’Università di Berlino che, secondo la Bild, “potrebbe avere come conseguenza il disconoscimento del dottorato”. La socialdemocratica Giffey è ministra per la Famiglia dal marzo del 2018.
(da agenzie)

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TRA PRECARIATO E PAGHE DA FAME, E’ ALLARME GIOVANI

Maggio 18th, 2021 Riccardo Fucile

LA META’ DEGLI UNDER 35 VIVE CON I GENITORI E LA PENSIONE RESTA UN MIRAGGIO

Sos giovani tra discontinuità lavorativa e basse retribuzioni. Completati gli studi, nei cinque anni successivi, soltanto poco più di uno su tre (il 37,2%) può contare su un lavoro stabile, il 26% è un precario con contratto a termine e un quarto degli under-35 (il 23,7%) risulta disoccupato, mentre il restante 13,1% è uno studente-lavoratore.
E’ quanto emerge dal report realizzato dal Consiglio nazionale del giovani in collaborazione con Eures sulle condizioni e prospettive occupazionali, retributive e contributive degli under-35.
All’interno di tale scenario un’ampia maggioranza (il 58,9% negli ultimi tre anni) indica di ricevere una retribuzione inferiore a 10 mila euro annui (il 23,9% inferiore a 5 mila e il 35% tra 5 e 10 mila), mentre per il 33,7% risulta compresa tra 10 e 20 mila euro e soltanto nel 7,4% dei casi supera i 20 mila euro (cioè 1.650 euro mensili).
E la precarietà sul lavoro diventa precarietà esistenziale.
Il percorso verso l’autonomia resta, per tanti ragazzi, un sogno nel cassetto: il 50,3% degli under-35 vive ancora con i propri genitori, mentre circa quattro giovani su dieci (37,9%) vivono da soli o con il proprio partner.
Tra coloro che possono contare su un lavoro stabile, il 56,3% ha creato un nucleo familiare, rispetto al 33,5% dei coetanei che non è riuscito a farlo a causa di un lavoro discontinuo.
La mancanza di certezze dal punto di vista occupazionale, secondo il report, condiziona anche la scelta di avere figli: soltanto il 6,5% dei giovani tra i 18 e i 35 anni afferma infatti di avere bambini (8,8% tra i lavoratori stabili), mentre un terzo (33%) dichiara di non averne e di non volerne neanche negli anni a venire. Mancano, spesso, le condizioni per mettere su famiglia: solamente il 12% degli under 35 è proprietario della casa in cui abita.
Uno su 10 (11%) ha provato ad acquistare un appartamento e il 7,8% è riuscito ad ottenere un mutuo. Il 40% dei giovani non prova nemmeno a chiederlo perché consapevole della mancanza di requisiti.
E la precarietà lavorativa ed esistenziale si traduce in una sfiducia nei confronti del sistema pensionistico. Il 44,4% pensa che andrà in pensione dopo i 70 anni, il 35,4% tra i 65 e 69 anni ed appena il 10,7% prima dei 65 anni. E, ancora, il 73,9% immagina che l’importo dell’assegno pensionistico che potrà ricevere non gli consentirà di vivere dignitosamente.
(da Open)

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#NOTINOURNAMES: MOLTI GIOVANI EBREI ITALIANI SI DISSOCIANO DALL’ATTACCO DEL GOVERNO DI ISRAELE A GAZA

Maggio 18th, 2021 Riccardo Fucile

C’E’ CHI DICE NO: NO ALLA MILITARIZZAZIONE DELLE COSCIENZE, AL MANICHEISMO CHE CALPESTA LA REALTA’, A UNA NARRAZIONE STRUMENTALE E DI PARTE

C’è chi dice no. Il coraggio di esporsi, pur sapendo che c’è chi tra i “pasdaran” d’Israele in Italia li accuserà di tradimento e di connivenza col nemico.
“Siamo un gruppo di giovani ebree ed ebrei italiani.
In questo momento drammatico e di escalation della violenza sentiamo il bisogno di prendere la parola e dire #NotInOurNames, unendoci e al resto delle comunità ebraiche della diaspora che stanno facendo lo stesso.
Abbiamo già preso posizione come gruppo quest’estate condannando il piano di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo israeliano e il nostro percorso prosegue nella sua formazione e autodefinizione.
Diciamo No
-agli sfratti a Sheikh Jarrah e la conseguente repressione della polizia
-agli ultimi episodi repressivi sulla Spianata delle Moschee
-al governo israeliano che pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei ,in Israele e nella diaspora
-ai giochi di potere (di Netanyahu, Hamas, Abu Mazen) che non tengono conto delle vite umane
-ai linciaggi e gli atti violenti che si stanno verificando in molte città israelian
-al bombardamento su Gaza
-al lancio di razzi indiscriminato da parte di Hamas
-alla riduzione del dibattito a tifo da stadio
-all’utilizzo strumentale della Shoah sia per criticare che per sostenere Israele
-alle posizioni unilaterali e acritiche degli organi comunitari ebraici italiani
-agli eventi di piazza organizzati dalle comunità ebraiche con il sostegno della classe politica italiana, compresi personaggi di estrema destra e razzisti
-alla narrazione mediatica degli eventi in Medio Oriente che non tiene conto di una dinamica tra oppressi e oppressori
-a qualunque iniziativa e discorso che veicoli rappresentazioni islamofobe e antisemite
La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente.
Condanniamo le politiche razziste e di discriminazione nei confronti dei palestinesi.
All’interno delle nostre società riteniamo necessaria ogni forma di solidarietà e mobilitazione, ma ci troviamo spesso in difficoltà. Pur coscienti che antisionismo non sia sinonimo di antisemitismo, osserviamo come un antisemitismo non elaborato, che si riversa più o meno consciamente in alcune delle giuste e legittime critiche alle politiche di Israele, rende alcuni spazi di solidarietà difficili da attraversare.
Si tratta di una impasse dalla quale vogliamo uscire, per combattere efficacemente ogni tipo di oppressione”.

(da Globalist)

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MELONI E SALVINI SOGNANO PALAZZO CHIGI MA SONO TRA I PIU’ ASSENTEISTI IN PARLAMENTO

Maggio 18th, 2021 Riccardo Fucile

LA MELONI HA COLLEZIONATO 5.119 ASSENZE SU 8.414 VOTAZIONI….SALVINI E’ STATO PRESENTE SOLO 1.051 VOLTE SU 6.565 VOTAZIONI IN AULA

Da una parte Matteo Salvini, dall’altra Giorgia Meloni. Ormai la sfida per la leadership nel centrodestra è partita da quando la segretaria di Fratelli d’Italia – complici i sorprendenti sondaggi che danno il suo movimento politico in fortissima ascesa – non ha nascosto il suo desiderio di ambire alla carica di presidente del Consiglio.
Il Capitano del Carroccio, insomma, è avvisato. Prima di capire chi sarà alla fine a candidarsi per Palazzo Chigi, c’è un’altra sfida che accomuna proprio Salvini e Meloni. E non parliamo certamente – ahinoi – di note di merito.
I due leader del centrodestra, infatti, per ora svettano sugli altri per le loro “onorevoli” assenze. I dati emergono dal sempre puntuale monitoraggio di OpenPolis.
Bisogna innanzitutto precisare che – come specificato sulla piattaforma – con assenza si intendono “i casi di non partecipazione al voto: sia quello in cui il parlamentare è fisicamente assente (e non in missione) sia quello in cui è presente ma non vota e non partecipa a determinare il numero legale nella votazione”.
È questo il sistema senza dubbio più affidabile per comprendere la partecipazione in Aula dei parlamentari considerando, come sottolinea ancora OpenPolis, che “attualmente i sistemi di documentazione dei resoconti di Camera e Senato non consentono di distinguere un caso dall’altro. I regolamenti non prevedono la registrazione del motivo dell’assenza al voto del parlamentare”.
E cosa emerge dal monitoraggio al di là di questa precisazione? I deputati con un tasso di assenteismo compreso tra lo 0 e il 25% sono 502, circa l’80% dei componenti l’aula; solo 23 deputati non hanno partecipato a più della metà delle votazioni.
La leader FdI ha saltato 5.119 votazioni su 8.414 totali
A Palazzo Madama invece quasi tutti i senatori rientrano nella fascia compresa tra lo 0 e il 25% di assenze. Solo 21 senatori infatti hanno un tasso d’assenteismo superiore. Ma il bello deve ancora venire.
Andando sui nomi, infatti, emerge che finora la Meloni ha collezionato oltre il 60% di assenze. In numeri, parliamo di 5.119 assenze su 8.414. E c’è chi ha fatto anche peggio. In questa classifica, infatti, a spiccare alla Camera è Michela Vittoria Brambilla: la forzista ha addirittura il 99% delle assenze (ben 8.333 su 8.414).
Sul podio, però, salgono con pieno diritto anche Antonio Angelucci (FI) e Guido Della Frera (Misto): il primo ha collezionato 8.035 assenze, il secondo 7.027. Ma non è tutto. C’è un altro dato curioso: tra i primi venti assenteisti sono quasi tutti o del Gruppo Misto (Vittorio Sgarbi, quarto per assenze, ha 6.513 assenze) o di Forza Italia (Michaela Biancofiore, per dire, è mancata al voto in 4.835 occasioni).
Andrà meglio al Senato? Assolutamente no. Se si escludono i senatori a vita e la presidente del senato Maria Elisabetta Alberti Casellati (che così come Roberto Fico alla camera solitamente non partecipa alle votazioni), possiamo notare come anche in questo caso rientrino nella classifica dei 15 politici con la più elevata percentuale di assenze nomi di rilievo del panorama politico presente e passato.
Tra questi possiamo citare Niccolò Ghedini (FI, 71,4% di assenze), Ignazio La Russa (FdI, 59%), Matteo Renzi (Iv, 39,8%), Emma Bonino (Più Europa, 31,5%), Paolo Romani (ex esponente di FI ora nel Misto, 30,8%) e Daniela Santanché (FdI, 28,8%). Al primo posto tuttavia troviamo il senatore del Pd Tommaso Cerno con il 78,1% di assenze.
Record di missioni per Matteo: ne ha collezionate 5.235
E Salvini? Il suo è sicuramente uno dei dati più curiosi. Per il senatore leghista risultano solo 1.051 presenze su 6.565 voti in Aula. Ma le assenze sono ancora più risicate: soltanto 279. E il resto allora, verrebbe da chiedersi? Tutte missioni.
Non si sa perché, dove, come. Ma quel che sappiamo, perlomeno a leggere i dati di OpenPolis, è che su 6.565 sedute finora tenute Salvini è stato in missione in 5.235 occasioni. Un bel numero considerando che la media delle missioni al Senato è pari a 9,34%, mentre il segretario leghista arriva a quota 79,74%. Un leader anche di missioni, non c’è che dire. E in attesa di capire cosa potrebbe accadere alle prossime elezioni politiche nel centrodestra, è un “primato” niente male.
(da La Notizia)

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