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QUESTI NUMERI DIMOSTRANO CHE L’ITALIA HA DRAMMATICAMENTE BISOGNO DI UNA LEGGE CONTRO L’OMOTRANSFOBIA

Maggio 18th, 2021 Riccardo Fucile

50 RICHIESTE DI AIUTO AL GIORNO, 20.000 L’ANNO… IN EUROPA, TRA I PAESI CHE HANNO ADOTTATO LEGGI A TUTELA, L’ITALIA E’ AGLI ULTIMI POSTI

Finita la festa, forse sarebbe il caso di tornare di corsa all’urgenza politica.
La Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia ricorda il 17 maggio 1990, quando l’Oms rimosse l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali ma quella di ieri è stata inevitabilmente la giornata per riflettere su quel Ddl Zan che è la risposta che ci si aspetta, finite le celebrazioni.
Ci sono i numeri, ad esempio, che qualcuno insiste a negare: Gay Help Line (la linea nazionale antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans gestito dal Gay Center) ieri ha raccontato delle 50 richieste d’aiuto che riceve ogni giorno, per un totale di 20mila all’anno. Numeri spaventosi.
Il 60% delle istanze d’aiuto arrivano da giovani tra i 13 e i 27 anni: in quella fascia d’età uno su due ha subito moderati o gravi problemi in famiglia dopo il coming out. Si arriva addirittura al 70% per quelli che hanno rivelato l’identità di genere.
Il 36% dei minorenni ha ottenuto come reazione la reclusione all’interno delle mura domestiche, tentativi di “conversione” e violenza verbale e fisica. Le notizie che leggiamo sui giornali sono solo uno squarcio della realtà: il 17% dei maggiorenni che si sono dichiarato ha perso improvvisamente il sostegno economico della famiglia.
A tutto questo, poi, si è aggiunta la pandemia che ha moltiplicato le minacce ricevute (dall’11% al 28%) e le discriminazioni sul lavoro (dal 3% al 15%) contribuendo al fenomeno della rinuncia a denunciare. Perché su questo tema bisognerebbe avere il coraggio anche di smettere di considerare le denunce come unica fotografia possibile della realtà.
Il progetto di raccolta dei casi di violenza omofobica e transfobica verificatisi in Italia dal 2012 ad oggi, raccolti da Massimo Battaglio nell’ambito del progetto “Cronache di ordinaria omofobia”, ha messo in fila, dal 2013 al 5 ottobre 2020, 876 casi di omo/transfobia per un totale di 1.166 vittime e quasi quotidianamente se ne registrano di nuovi. E questo è solo l’emerso.
Nella Rainbow Map elaborata ogni anno da Ilga-Europe, che valuta le leggi e le politiche in favore delle persone Lgbti (con Malta in testa con un punteggio del 94%), l’Italia sta tra gli ultimi (con il 22%) mentre la media europea è del 60% (Portogallo 68%, Finlandia, Spagna e Svezia 65%).
I diritti si celebrano principalmente innestando nuove politiche e, guardando i numeri, ci si continua a chiedere cosa si stia aspettando a votare una legge che è lì, pronta, per farci fare un passo in avanti.
(da TPI)

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COME REPORT HA SMENTITO IN UN SOL COLPO LA LEGA E LIBERO

Maggio 18th, 2021 Riccardo Fucile

“ECCO PERCHE’ SOLO FALSE LE ACCUSE DELLA LEGA: NON ABBIAMO MAI INTERVISTATO IL FALSO MEDICO CHE ACCUSA LA REGIONE LOMBARDIA COME RISULTA DALLE TRASCRIZIONI”… “IL FALSO MEDICO HA COME LEGALE IL LEGHISTA COTA”

Ormai se ne inventano di ogni. La trasmissione di Rai Tre Report viene attaccata da destra e manca, ma risponde a ogni colpo.
Prima l’affaire Renzi e Italia Viva e il il falso dossier in cui vi è scritto che la Rai avrebbe pagato 45mila euro una società lussemburghese che avrebbe dovuto girare parte di quei soldi a una fonte.
Ora invece la Lega, tramite il deputato Fabrizio Cecchietti (commissario lombardo) e il capogruppo in Vigilanza Rai Massimiliano Capitanio, è andata all’attacco.
E ha sostenuto che Report avrebbe intervistato Andrea Adessi, un falso medico per “attaccare la Regione Lombardia e Fontana”.
Ma – risponde Sigfrido Ranucci con un post – sul loro sito è facilmente verificabile che questo sia un falso (basti leggere le trascrizioni del pezzo, che lì si possono trovare), e che Report non si sia mai affidato a questa persona.
Il servizio è uno che la squadra di Sigfrido Ranucci ha realizzato per raccontare la gestione del virus nella regione Lombardia, amministrata dal governatore Attilio Fontana, la vice Letizia Moratti e Guido Bertolaso.
Ecco cosa ha scritto Libero, dando fiato alla “denuncia” leghista:
“La foga di dover attaccare Regione Lombardia fa brutti scherzi. Ora scopriamo che uno dei paladini di Report, il sindaco di Robbio, Roberto Francese, si era affidato a un “falso” medico per somministrare i tamponi ai concittadini. Andrea Adessi non avrebbe titolo abilitativo e si sarebbe presentato in tv come medico». Lo dichiarano i deputati della Lega Fabrizio Cecchetti, commissario lombardo, e Massimiliano Capitanio, capogruppo in Vigilanza Rai. Insomma, pur di combattere Attilio Fontana, in una battaglia ostinata e a senso unico, Report, la trasmissione di Rai 3 condotta da Sigfrido Ranucci, si affida… a un falso medico.”
La risposta di Sigfrido Ranucci
In mattinata il conduttore di Report ha risposto a queste (infamanti) accuse. E lo ha fatto affidandosi ai social (sottolineando peraltro che il presunto medico sia assistito dall’avvocato Roberto Cota, leghista ed ex governatore del Piemonte):
“Report non si è mai affidata a un falso medico. Sono false le accuse della Lega, come è facile verificare dalle trascrizioni presenti sul sito. Non abbiamo mai né menzionato né intervistato Andrea Adessi, oggetto di indagini della Procura di Vercelli per abuso di professione, che ha potuto esercitare indisturbato senza controllo delle autorità regionali competenti. Ci eravamo invece occupati del caso Di Robbio e della battaglia del suo sindaco, Roberto Francese, che nei giorni in cui in Lombardia morivano ogni giorno decine di persone anche a causa dell’assenza dei tamponi, ha permesso ai suoi cittadini di accedere ai test sierologici rapidi. La polemica della Lega contro di noi risulta dunque non solo pretestuosa ma destituita di completo fondamento. Tanto più che a quanto ci risulta nei procedimenti giudiziari in cui è stato in passato coinvolto Adessi risulta che il suo legale fosse Roberto Cota, ex capogruppo della Lega alla Camera nonché ex presidente della Regione Piemonte.
(da “NextQuotidiano”)

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COME SALVINI HA PERSO LA BATTAGLIA SUL COPRIFUOCO

Maggio 18th, 2021 Riccardo Fucile

NIENTE ALLENTAMENTO FINO ALLE 24, DA DOMANI SLITTERA’ SOLO ALLE 23… FORZA ITALIA LASCIA SOLA LA LEGA

Da domani il coprifuoco in Italia slitterà alle 23. Mentre Giorgia Meloni soffia sul fuoco dicendo che non c’è nulla da gioire, è Salvini che ha perso la scommessa di ottenere da Draghi un allentamento della misura fino alle 24, come chiedeva la Lega.
“Grazie alle misure adottate, alla cautela della stragrande maggioranza delle persone e all’impatto della campagna di vaccinazione possiamo proseguire il percorso graduale di riaperture. Iniziamo da subito portando il coprifuoco alle 23 e definendo un percorso di ritorno all’attività per diversi settori vitali per il nostro Paese”, spiegava ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, in un post su Facebook, in cui invitava anche alla cautela. “Non dimentichiamo però la prudenza e l’attenzione alle norme fondamentali di prevenzione. La fiducia nella scienza e nelle sue evidenze è un faro irrinunciabile. I dati degli ultimi mesi hanno imposto scelte faticose, talvolta dolorose – aggiunge – oggi invece sono motivo di sollievo”.
Racconta il Fatto che questa volta Salvini ha deciso di non adottare la linea dura come nel precedente CdM che vide l’astensione dei ministri della Lega. Ma che non è per nulla soddisfatto di quello che ha ottenuto. E guarda caso la colpa sarebbe di Speranza:
I voti in cabina di regia e in Consiglio dei ministri dicono che ieri il centrodestra ha deciso di non rompere. Epperò alle 18, quando Matteo Salvini decide di prendere in ostaggio i suoi ministri e sottosegretari per avere delucidazioni sulla cabina di regia appena conclusa, più di un leghista storce la bocca leggendo le indiscrezioni: “È troppo poco”.
Tant’è che poco dopo dai vertici della Lega filtra “soddisfazione per le riaperture” ma “su alcuni fronti serve più coraggio, dalle piscine al chiuso ai matrimoni alle discoteche”. Nel Carroccio parlano di “resistenze di qualcuno”mettendo ancora una volta nel mirino il ministro della Salute Roberto Speranza. Sì, perché delle battaglie leghiste per riaprire tutto e subito, il governo ne ha accolte ben poche
Giorgetti invece, intervistato sul Corriere dice chiaramente di non essere soddisfatto ma punta il dito sulla mancata solidarietà di Forza Italia che secondo il numero due della Lega si è defilata dalla lotta
E perché allora non sembra soddisfatto?
«Perché noi avevamo posto anche altre questioni. Siamo rimasti un po’ da soli a fare questa parte, ma quello che ha stabilito il presidente Draghi va bene».
Perché siete rimasti da soli? E Forza Italia?
«Francamente?».
Francamente…
«Non pervenuta. Francamente, mi sarei atteso qualche sostegno in più, coerentemente con le posizioni che leggo sui giornali».
Ma voi che cosa chiedevate in più?
«L’orario del coprifuoco noi lo vedevamo in maniera diversa. L’idea era: i locali chiudano alle 23, ma si dia la possibilità di rientrare successivamente. Ma questa proposta non è stata accolta
Alla fine della fiera giova ricordare che non sono stati né Speranza né Forza Italia a decidere. È stato il presidente del Consiglio Mario Draghi, come spiega bene Repubblica:
Il premier ricorda davanti ai suoi ministri che il contesto epidemiologico è «decisamente migliorato» ed è anche frutto della campagna vaccinale e di regole di contenimento efficaci, oltreché di comportamenti adeguati. Parla Giancarlo Giorgetti. Mugugna un po’. Sa che Matteo Salvini va dicendo in pubblico che il coprifuoco va abolito e che alla vigilia della riunione di governo gli ha chiesto di battersi per portarlo da subito almeno fino alle 24. Il ministro dello Sviluppo mette agli atti, allora, un minimo di battaglia.
«Presidente – dice durante la cabina di regia – noi siamo per spostarlo a mezzanotte». Anche Maria Stella Gelmini non si mostra ostile a questa possibilità, ma sa già che il punto di caduta sarà le 23. La questione è risolta da Draghi, senza particolari tensioni. Non è opportuno aprire tutto subito, ricorda, «perché dobbiamo misurare gli effetti su ciascun intervento, e questa gradualità ce lo consente». Assicura che l’impianto del decreto è «equilibrato» e capace di tenere assieme le necessarie riaperture e la giusta prudenza rispetto a dati da consolidare
(da “NextQuotidiano”)

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OGGI LO CHIAMA “GRANDE MAESTRO”, MA SALVINI DEFINI’ BATTIATO “PICCOLO UOMO”

Maggio 18th, 2021 Riccardo Fucile

BATTIATO AVEVA DEFINITO LA CLASSE POLITICA “TROIE CHE IN PARLAMENTO FAREBBERO QUALSIASI COSA”… SALVINI EVIDENTEMENTE SI ERA RICONOSCIUTO NEL RIFERIMENTO

“‘Perché sei un essere speciale ed io, avrò cura di te…’ Una preghiera, un ricordo e una canzone per il grande Maestro, Franco Battiato”.
Così Matteo Salvini ha voluto ricordare, con un post pubblicato su tutti i suoi canali social, il cantautore che si è spento, nella notte, nella sua casa di Milo (in provincia di Catania).
In passato, però, il rapporto tra i due non fu dei più idilliaci e l’attuale segretario del Carroccio arrivò a definire il cantautore siciliano perfino “piccolo uomo”.
Ma cosa aveva portato a questa posizione di Matteo Salvini su Battiato? Il tema era, già all’epoca, molto spinoso e controverso.
Così come quella dichiarazione, rilasciata a Bruxelles, del cantautore siciliano – all’epoca dei fatti Assessore al Turismo della Regione Sicilia – riportata da il Fatto Quotidiano: “Queste troie che si trovano in parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile. Aprissero un casino”.
Insomma, in quella occasione (era il 26 marzo del 2013), Franco Battiato aveva utilizzato epiteti controversi da tutta la classe politica. Il suo discorso era riferito, non alle donne ma ai politici in generale. Una critica tout-court al sistema italiano (e non solo) con parlamentari disposti a tutto pur di mantenere il proprio status.
(da NextQuotidiano)

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RIACE, IL PM CHIEDE LA CONDANNA PER MIMMO LUCANO A 7 ANNI E 11 MESI

Maggio 17th, 2021 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE DEL RIESAME DI REGGIO CALABRIA AVEVA DEFINITO “QUADRO INDIZIARIO INCONSISTENTE” LE ACCUSE, MA LA PROCURA DI LOCRI CONTINUA NELLA SUA MISSION NONOSTANTE SIA STATA SMENTITA PERSINO DALLA CASSAZIONE

7 anni e 11 mesi di carcere. È la richiesta di condanna formulata dalla Procura di Locri nei confronti dell’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Mentre per la compagna Lemlem Tesfahun sono stati chiesti 4 anni e 4 mesi. Il ministero dell’Interno, tramite l’avvocatura dello Stato, ha chiesto un risarcimento danni da 10 milioni agli imputati. Il legale del ministero, intervenuto dopo la requisitoria del pm, ha chiesto una provvisionale di 2 milioni di euro.
È agli sgoccioli il processo “Xenia” sulla gestione dei progetti di accoglienza dei migranti nel piccolo comune della Locride. Oggi è stato il giorno della requisitoria del pm Michele Permunian che ha ricostruito l’inchiesta nei confronti di Lucano, accusato di essere il promotore di un’associazione a delinquere che aveva lo scopo di commettere “un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio), così orientando l’esercizio della funzione pubblica del ministero dell’Interno e della prefettura di Reggio Calabria, preposti alla gestione dell’accoglienza dei rifugiati nell’ambito dei progetti Sprar, Cas e Msna e per l’affidamento dei servizi da espletare nell’ambito del Comune di Riace”.
La requisitoria è stata aperta dal procuratore Luigi D’Alessio. Pochi minuti in cui il magistrato ha sottolineato “l’enorme rilievo mediatico” che ha avuto l’inchiesta.
Per respingere l’accusa di aver messo in piedi un processo politico, il procuratore capo di Locri ha aggiunto che “l’indagine è nata nel 2016 e ha attraversato diversi governi
Se per il procuratore D’Alessio tutto è partito da una relazione della prefettura di Reggio Calabria, per il pm Michele Permunian “l’indagine ‘Xenia’ trova le sue origini in primis nella denuncia-querela di Francesco Ruga, un negoziante di Riace”
È lo stesso Ruga che Mimmo Lucano aveva denunciato perché gli mandava messaggi minatori. Il Tribunale del Riesame l’anno scorso aveva spiegato che il commerciante, in realtà, “avrebbe dovuto essere sentito con le garanzie previste dal codice di rito”. In altre parole, oltre a essere “inattendibile” in quanto “pare evidente l’atteggiamento di astio” nei confronti dell’ex sindaco, l’accusatore di Lucano doveva essere iscritto nel registro degli indagati.
E invece la sua testimonianza è stata definita “genuina” dal pm che proprio per la vicenda Ruga contesta a Lucano il reato di concussione.
Quindici in tutto i capi di imputazione addebitati all’ex sindaco di Riace. Lucano è sotto processo pure per abuso d’ufficio, truffa, falsità ideologica, turbativa d’asta, peculato e malversazione a danno dello Stato.
Tutti reati per i quali il gip Domenico Di Croce, nell’ottobre 2018, aveva rigettato la richiesta di arresto della Procura sottolineando “la vaghezza e la genericità del capo d’imputazione”.
Solo per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per alcune irregolarità nell’appalto del servizio di raccolta dei rifiuti nel piccolo Comune della Locride, nell’ottobre 2018 il gip aveva disposto i domiciliari per Lucano, poi trasformati in divieto di dimora dal Tribunale del Riesame e ancora dopo annullati dalla Cassazione. Secondo la Suprema Corte, che aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare, non c’erano indizi di “comportamenti” fraudolenti che Mimmo Lucano.
Nell’aprile 2019 la Cassazione aveva ripreso la Procura anche in merito ai “presunti matrimoni di comodo” tra immigrati e cittadini italiani che sarebbero stati “favoriti” dal sindaco. Nel fascicolo del processo, infatti, non c’è un matrimonio celebrato a Riace. L’unico di cui si parla nelle intercettazioni è stato bloccato proprio da Mimmo Lucano. Per questo, secondo gli ermellini, l’accusa “poggia sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare”.
A contestare, invece, gli altri capi di imputazione, i più gravi, è stato il Riesame di Reggio Calabria quando la Procura di Locri ha chiesto per la seconda volta l’arresto di Lucano.
Mentre ancora stamattina il pm ha affermato che Lucano era il “dominus di un sistema che garantiva un importante afflusso di denaro”, infatti, per il Tribunale della Libertà c’era un “quadro indiziario inconsistente” e “un’assenza di riscontri alle conclusioni formulate dall’ufficio di Procura, fondate su elementi congetturali o presuntivi”.
Ma anche “erroneità del calcolo effettuato dalla polizia giudiziaria in punto di profitto del reato” e “compendio indiziario parzialmente contraddittorio e non univoco”. In sostanza, non c’erano “condotte penalmente rilevanti e la stabilità della compagine associativa appare indimostrata”.
Anche i calcoli della guardia di finanza, secondo il Riesame, erano sbagliati. All’indomani dell’arresto di Lucano, infatti, la Procura aveva accusato l’ex sindaco di Riace di una truffa “con conseguente ingiusto profitto di 10 milioni di euro”.
Per il Riesame, invece, erano semmai di 343mila euro cioè “la differenza tra quanto ottenuto e le spese realmente effettuate”.
Nonostante l’ex sindaco di Riace oggi sia sotto processo per una truffa milionaria che per il Riesame non ha commesso, il procuratore Luigi D’Alessio, in un’intervista rilasciata a “Repubblica” all’indomani dell’operazione “Xenia”, aveva parlato di “2 milioni spariti”. “Riteniamo – erano state le parole del magistrato – che Lucano li abbia utilizzati per fini personali. Abbiamo riscontri di grosse spese di viaggi e di beni per la compagna di Lucano, incompatibili con il suo stipendio da sindaco”.
Riscontri e prove però che non sono mai stati portati davanti al giudice Fulvio Accurso che, durante il processo, ha più volte chiesto se c’è traccia, nelle indagini, del fatto che Lucano tendesse a mantenere i migranti a Riace “per lo specifico fine di avvantaggiare sé stesso”. La risposta degli investigatori ha escluso qualsiasi arricchimento dell’ex sindaco: “Se parliamo da un punto di vista economico, no”.
In sostanza, Lucano non avrebbe guadagnato un euro sulla gestione dei migranti che ha trasformato Riace in un “modello di accoglienza”, riconosciuto in tutto il mondo e in grado di salvare un paesino della Locride che si stava spopolando.
Non riuscendo a dimostrare il ritorno economico, a processo in corso l’accusa ha cavalcato la tesi che il ritorno di Lucano sarebbe stato di tipo politico nonostante l’ex sindaco abbia sempre rifiutato le candidature che gli sono state offerte: da quella a consigliere regionale a quella per le europee passando per le politiche del 2018.
Poche settimane fa, inoltre, prima della chiusura dell’istruttoria dibattimentale, il pubblico ministero di Locri ha chiesto di acquisire agli atti un recente articolo in cui Lucano annunciava la sua candidatura alle prossime regionali al fianco del sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
La richiesta è stata rigettata dal presidente del tribunale Fulvio Accurso perché “sono fatti che non ci riguardano ed estranei al processo”.
“Riteniamo che le conclusioni del pm non si commentano ma si ascoltano per poi replicare quando la difesa prenderà la parola”. Hanno affermato i difensori di Mimmo Lucano, gli avvocati Giuliano Pisapia e Andrea Daqua.
“In ogni caso – aggiungono – riteniamo che il dato emerso dall’istruttoria dibattimentale recepito dalla pubblica accusa diverga, e di molto, da quello che abbiamo recepito noi. Gli esempi sarebbero numerosi ma, in questa sede, basti considerare la testimonianza del Ruga ritenuta, ancora, attendibile dall’ufficio di procura nonostante quanto emerso in udienza nel corso della deposizione del teste. Non condividiamo, dunque, le argomentazioni e conclusioni della pubblica accusa che contesteremo sulla base di quanto emerso, anche documentalmente, nel corso del dibattimento”.
“All’inizio – commenta Lucano – mi hanno accusato di aver fatto sparire milioni di euro, poi il teorema della Procura è cambiato perché il dibattimento ha dimostrato che non era vero e così hanno ripiegato su motivazioni politiche inesistenti. Vogliono ribaltare la realtà. Detto questo, i fatti dimostrano il contrario e ho sempre fiducia nella giustizia. La richiesta così alta di condanna nei miei confronti è l’ennesima dimostrazione che Riace e il modello che avevamo realizzato fanno paura. È stato un ideale politico che hanno voluto distruggere. Non è un caso che comincia tutto nel 2016 quando l’area progressista apre le porte alla criminalizzazione della solidarietà in Italia e in Europa. Dopo arriva Salvini e completa l’opera. Non è nemmeno un caso che oggi a Riace l’accoglienza ancora resiste e la mission continua senza fondi pubblici e tra mille difficoltà. Questa è la risposta più forte. Oggi, come ci aspettavamo, è stata la giornata della Procura. Ma l’ultimo capitolo di questa storia incredibile si deve ancora scrivere”.
Nella prossima udienza, inizieranno le arringhe della difesa. La sentenza è prevista per settembre.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“BRUTTE ANORESSICHE DI MERDA”: INSULTI CONTRO LE GIOVANI IN CURA IN UN CENTRO DI TODI

Maggio 17th, 2021 Riccardo Fucile

LA DIRETTRICE: “PROBLEMA CULTURALE ENORME, SERVE REAGIRE”… CERTO, INTANTO METTENDO IN GALERA QUEI DELINQUENTI

La pandemia da Coronavirus ha portato con sé degli effetti collaterali anche sul fronte della salute psicofisica dei giovani, invisibili ai più: ansia, depressione, incremento di fenomeni di autolesionismo, aumento del consumo di alcol e insorgenza di disturbi alimentari.
Questi ultimi, secondo il report del ministero della Salute, sono aumentati del 30% nel primo semestre del 2020, colpendo principalmente la fascia dei giovani dai 12 ai 16 anni. Un fenomeno in crescita non solo tra giovanissimi, ma anche tra adulti, colpendo indiscriminatamente donne e, sempre più, uomini.
Ma tra i giovanissimi il fenomeno del bullismo può peggiorare la situazione
E la cronaca degli ultimi tempi conferma la lettura del fenomeno in corso. Ne è esempio il profluvio di insulti con cui sono state apostrofate da alcuni adolescenti diverse ospiti del centro Centro per i disturbi del comportamento alimentare di Todi, come riportato da Il Messaggero.
«I ragazzi si sono fermati davanti al palazzo e hanno cominciato con gli insulti. Anoressiche di m****, brutte e giù altre frasi, salvo poi fuggire non appena gli operatori e le ospiti si sono affacciati», ha raccontato la direttrice del centro Dalla Ragione. «È la prima volta che succede qualcosa del genere in 15 anni di attività a Todi», ha osservato.
Il sindaco Antonino Ruggiano lo ha definito «un episodio singolo, brutto, ma isolato nel contesto della città e che di certo non la rappresenta».
E come sottolinea la direttrice del centro Dalla Ragione, «quanto accaduto è una vicenda assurda. Todi è felice di ospitare il Centro per i disturbi del comportamento alimentare che ha fatto conoscere la città come un’eccellenza in questo ambito a livello nazionale e internazionale».
Ma l’episodio non è del tutto isolato. Un fatto simile si era verificato tempo fa anche contro gli ospiti della struttura a Città della Pieve, in provincia di Perugia, dove vengono assistiti giovani e adulti con problemi di obesità. E minimizzare non è mai la strada giusta.
«Siamo di fronte a un problema grandissimo che ha bisogno di un cambiamento culturale soprattutto tra i giovanissimi», dice a Il Messaggero la dottoressa Dalla Ragione. «Il 2 giugno si celebra la Giornata mondiale sui disturbi del comportamento alimentare – aggiunge – una data importante che deve essere messa con urgenza al centro dell’attenzione pubblica». «Per questo – chiosa – servono iniziative sul territorio, per sensibilizzare i giovani e arginare il bullismo, lo stigma e tutte quelle forme di body shaming».
(da agenzie)

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MANCINI, LO 007 DELUSO E LE SPONDE CON SALVINI E RENZI

Maggio 17th, 2021 Riccardo Fucile

I CONTATTI CON IL LEGHISTA E RENZI INIZIANO BEN PRIMA DEGLI “AUTOGRILL”

Nello strano caso di Marco Mancini, il dirigente dei servizi segreti che ambiva a una promozione nell’ultimo giro di nomine, c’è per il momento un punto fermo: nel periodo più buio per il governo Conte-2, quello a cavallo tra dicembre 2020 e gennaio 2021, Mancini ha incontrato Matteo Renzi e Matteo Salvini, come rivelato in due diverte inchieste di Report.
Il contenuto di quei colloqui non è chiaro, nonostante Renzi abbia giurato di aver visto lo 007 all’autogrill di Fiano Romano – era il 23 dicembre 2020 – per un semplice scambio di auguri (e degli ormai famosi babbi di cioccolato).
La faccenda non può però essere sminuita, come dimostra il fatto che nei giorni scorsi il governo sia corso ai ripari con una direttiva che imporrà un’autorizzazione preventiva per gli incontri “politici” dei funzionari dei servizi. Ma cosa sappiamo finora sulle trame intorno a Mancini?
L’agente, salvato in Cassazione dalle accuse sul sequestro di Abu Omar, nel 2014 torna operativo nel Dipartimento informazioni per la sicurezza (Dis, una delle tre agenzie dell’intelligence), quando a Palazzo Chigi c’è Matteo Renzi e la delega ai Servizi è in mano a Marco Minniti.
Passa qualche anno e il suo nome torna di moda all’epoca del primo governo Conte. Nel novembre del 2018 l’avvocato sceglie Gennaro Vecchione come capo del Dis, mentre manda Luciano Carta all’Aise (i Servizi per la sicurezza esterna).
Nel maggio del 2019 – al governo ci sono ancora la Lega e il Movimento 5 Stelle – Repubblica riporta le prime voci che vorrebbero Mancini coinvolto nel giro di poltrone delle vicedirezioni delle Agenzie.
Secondo il quotidiano, lo 007 “si accredita coi 5 Stelle attraverso il sottosegretario Angelo Tofalo” ma “si offre anche a Matteo Salvini, il padrone della nuova maggioranza in cerca di fedeltà all’interno degli apparati”.
E qui tornano in mente le parole di Salvini a Report, con il leghista che ammette di aver incontrato “più volte” Mancini quando era ministro dell’Interno: “L’ho incontrato in ufficio, l’ho incontrato al ministero”. E forse pure a Cervia e persino in autogrill, come confermano a Report fonti autorevoli e come non smentisce Salvini.
In ogni caso, Mancini rimane al suo posto e il Papeete travolge il Conte-1.
Di Mancini si torna a parlare dunque a settembre 2020, quando l’agente ambisce a una vicedirezione approfittando anche della scandenza di alcuni incarichi. Diversi giornali lo indicano come uomo di Conte, che starebbe facendo di tutto per promuoverlo.
Altre testate raccontano i 5 Stelle come i suoi principali sponsor. In realtà Mancini non è amatissimo all’Aise e all’Aisi (i Servizi interni), anche per il rigore che dal Dis ha imposto alle finanze e alle procedure delle due Agenzie.
A novembre 2020 Conte conferma Vecchione a capo del Dis, ma Mancini capisce che per lui non è aria: difficilmente rientrerà nel giro di nomine. E allora inizia a cercare sponde che possano tornargli utili, viste anche le nuvole all’orizzonte del governo giallorosa.
E qui arriviamo all’autogrill e ai nuovi incontri con i due Matteo, con cui i rapporti – abbiamo visto – sono più che oliati da anni di conoscenza, come peraltro ammesso dai due leader politici.
Sono i giorni in cui Renzi insiste col premier affinché non tenga per sé la delega ai Servizi, minacciando di continuo la caduta dell’esecutivo.
Che infatti arriva un mese più tardi, appena dopo la nomina dei nuovi vicedirettori delle Agenzie da parte di Conte: è il 22 gennaio e il nome di Mancini, tra i promossi, non c’è.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“QUI SOLO BOMBE E MACERIE, SUBITO CORRIDOI PER I BAMBINI DI GAZA”

Maggio 17th, 2021 Riccardo Fucile

LE TESTIMONIANZE DI MEDICI SENZA FRONTIERE, OXFARM E SAVE THE CHILDREN

“In queste ore, sotto le bombe israeliane, si stanno costruendo le prossime generazioni di Hamas. Quando cresci con questo – vedi i tuoi genitori morire sotto le bombe, la tua casa distrutta – c’è solo spazio per la rabbia”.
Ely Sok, capo missione di Medici Senza Frontiere a Gaza, condivide con HuffPost la sua preoccupazione per “una spirale di violenza che sta distruggendo intere generazioni di giovani”.
“Ogni bombardamento aereo scava un trauma dentro questi bambini”, gli fa eco Laila Barhoum, policy advisor di Oxfam a Gaza, che implora un cessate il fuoco per questi figli innocenti che invece di giocare si costruiscono bunker fatti di cuscini.
Diciotto anni è l’età media della popolazione che abita nella Striscia, poco più di due milioni di persone per le quali la vita era un incubo già prima dell’escalation iniziata una settimana fa.
Lo sa bene Laila Barhoum, palestinese, che ad HuffPost racconta il dramma del suo popolo. “Per la popolazione di Gaza, la lotta per la sopravvivenza era la norma già prima dell’escalation. L’occupazione israeliana e il blocco imposto da Israele ed Egitto sulla Striscia hanno determinato un’economia deteriorata e servizi ridotti ai minimi termini, con più della metà della popolazione che è priva di mezzi di sostentamento. Con l’escalation, le persone sono chiuse in casa, non hanno accesso al supporto di cui quotidianamente hanno bisogno per vivere. La chiusura dei valichi di frontiera e dei punti di ingresso delle merci ha determinato la penuria di carburante: già normalmente le persone a Gaza hanno quattro ore di elettricità al giorno e la fornitura di servizi essenziali come l’acqua potabile non è garantita. Va da sé che è impossibile aderire alle misure sanitarie anti-Covid, quando devi lottare per salvarti la vita”.
L’unica centrale elettrica della Striscia va verso la chiusura, secondo quanto dichiarato da un portavoce della società di distribuzione dell’energia elettrica di Gaza. I raid israeliani – ha riferito – hanno danneggiato le linee di rifornimento e il personale della compagnia non può raggiungere le aree colpite a causa dei continui bombardamenti. Le scorte di carburante basteranno solo per un paio di giorni, dopodiché sarà blackout assoluto.
Le ong chiedono l’apertura immediata di corridoi umanitari. “La situazione umanitaria è davvero complessa”, afferma il capo missione di MSF. “Hanno completamente chiuso i confini, nessuno può uscire e nessuno può entrare. L’ingresso è precluso anche al personale medico, alle forniture mediche, al carburante necessario per l’elettricità. Gli aiuti internazionali non possono entrare. I continui bombardamenti rendono difficile l’accesso agli ospedali e alle cure mediche: uscire è rischioso, le strade sono danneggiate, alcune strutture non si possono più raggiungere in auto ma solo a piedi”.
La clinica di Msf a Gaza è stata danneggiata da un bombardamento. “Hanno bombardato il palazzo accanto, distruggendo parte della clinica”, spiega Sok. La prospettiva di un blackout terrorizza gli operatori umanitari: “Senza elettricità non è possibile operare, si spegnerebbero le unità di terapia intensiva, la chirurgia, la catena del freddo… sarebbe il caos completo. Per questo stiamo spingendo per avere dei corridori umanitari e far entrare più carburante, visto che anche i generatori di backup sono stati danneggiati o danno segni di cedimento”.
A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono i bambini. Nell’ultima settimana – secondo Save The Children – sono stati uccisi 58 bambini nella Striscia e due nel sud di Israele, e più di mille persone, compresi 366 minori, sono rimaste ferite nel Territorio palestinese, l’equivalente di quasi tre bambini feriti ogni ora, da quando è iniziata l’escalation del 14 maggio tra Israele e gruppi armati nella Striscia. “Ogni volta che c’è un attacco aereo ci spaventiamo. Appena proviamo a uscire e arriviamo alla porta principale, ne arriva un altro e torniamo dentro il più velocemente possibile. Ogni volta che metto la testa sul cuscino, c’è un altro attacco aereo e mi sveglio terrorizzato”, racconta Khaled, 10 anni a Gaza.
“Il figlio di una mia amica ha costruito una fortezza per proteggersi. La maggior parte dei bambini a Gaza trascorre le notti in questo modo, riparandosi con quello che hanno. Insieme alle loro mani che coprono le orecchie”, si legge nella didascalia di una foto condivisa da Laila su Twitter. “Quando ho visto la foto della mia amica ho provato una forte commozione. Talvolta io stessa vorrei avere una fortezza in cui isolarmi e proteggermi… immagino di avere i poteri di Harry Potter per gettare un sortilegio-scudo sui bambini di Gaza. I miei nipoti pendono dalle labbra della madre, cercano nel suo corpo una sicurezza che lei non può dare… è una situazione impossibile per un adulto, figuriamoci per un bambino che non ha gli strumenti e la maturità per capire. L’unica cosa che puoi fare è abbracciarli e dire loro che andrà tutto bene, anche se sai che non è così”.
Secondo Barhoum, la giovane età della popolazione di Gaza è un aspetto troppo spesso trascurato nella narrazione del conflitto. “Stiamo parlando di una popolazione molto giovane. I bambini che sono stati uccisi e quelli che vivono ancora sono bambini che in tutta la loro vita non hanno visto altro che conflitto, escalation, occupazione. Sono bambini che non godono dei basilari diritti umani… Molti continuano a chiedere: ‘perché ci succede questo? Non vogliamo morire… perché dobbiamo sopportare tutto questo?’ Ogni bombardamento aereo scava un trauma dentro di loro, gli impatti psicologici sono devastanti. Per un bambino che oggi ha 14-15 anni, si tratta della quarta volta in cui ritorna questa spirale di escalation e violenza. Sono le persone da cui dipendiamo per ricostruire un paese, sono la generazione maledetta che sta perdendo la vita o i suoi anni migliori a causa dell’occupazione e del conflitto. Continuo a sentire persone sui social media che chiedono ai genitori di essere forti per i loro figli, di proteggerli dalla paura.. ma questi genitori sono stati a loro volta bambini cresciuti nell’occupazione e nella paura. Questi bambini, questi adolescenti vedono attraverso i social media e la tv com’è una vita normale: vorrebbero solo assaggiarne un po’”.
Per la policy advisor di Oxfam, “è sconfortante vedere che siamo entrati nel settimo giorno di escalation. Siamo in un chiaro stato di violenze contro i civili e la comunità internazionale sta fallendo un’altra volta. Dov’è il rispetto della legge internazionale? Dov’è il valore dei diritti umani tanto caro alle democrazie occidentali? Ogni notte, ogni minuto che passa senza fermare le violenze significa più morti, più sofferenza. Dobbiamo rompere questo circolo di violenza con la giustizia e il rispetto dei diritti umani, ciò che a Gaza manca da tempo più di qualsiasi cosa”.
(da Huffingtonpost)

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ASSOCIATED PRESS CHIEDE UN’INCHIESTA INDIPENDENTE SUL BOMBARDAMENTO DEL PALAZZO DEI MEDIA A GAZA

Maggio 17th, 2021 Riccardo Fucile

“ISRAELE SOSTIENE CHE C’ERA UN UFFICIO DI HAMAS? FORNISCA LE PROVE, A NOI NON RISULTA”… “DAVA FASTIDIO LA PRESENZA DI GIORNALISTI STRANIERI, HANNO VOLUTO CHIUDERCI LA BOCCA”

Nella giornata di sabato 15 maggio, l’aviazione israeliana ha bombardato il palazzo dei media (nominato al Jalaa tower) a Gaza city, che ospitava importanti testate giornalistiche come Associated Press e Al Jazeera (qui il video del crollo). Secondo l’esercito israeliano, Hamas usava i giornalisti come scudi e aveva una cellula terroristica all’interno dell’edificio.
Sally Buzbee, al momento ancora direttrice dell’agenzia di stampa Associated Press ma futura direttrice del Washington Post, ha chiesto l’apertura di un’indagine indipendente su quanto accaduto a Gaza due giorni fa. L’Associated Press si è detta inorridita dall’accaduto.
“Abbiamo sentito gli israeliani dire che hanno delle prove”, ha detto Sally Buzbee al programma Reliable Sources della Cnn. “Non sappiamo quali siano queste prove. Pensiamo che sia opportuno a questo punto che ci sia uno sguardo indipendente su ciò che è successo”
Buzbee ha aggiunto: “Non ci stiamo schierando nel conflitto vero e proprio, ma siamo a favore e ciò in cui crediamo è proteggere il diritto del mondo di sapere cosa sta succedendo in questo conflitto o in qualsiasi conflitto. Questa è una storia importante e a causa delle azioni di ieri (domenica ndr.), il mondo ne saprà di meno.
In un’intervista Netanyahu ha detto che nell’edificio vi era anche “un ufficio dell’intelligence dell’organizzazione terroristica palestinese che ordisce e organizza attacchi terroristici contro civili israeliani”.
Secondo la direttrice di AP il governo israeliano non ha fornito prove certe della presenza di cellule terroristiche nel palazzo al-Jalaa.
Associated Press raccontava la Striscia al mondo da quell’edificio, ormai da oltre 15 anni. I suoi reporter hanno riferito di non aver mai notato o sentito nulla di sospetto. Reporters without Borders, organizzazione non governativa con base a Parigi, ha dichiarato di avere la convinzione che “l’esercito israeliano abbia bombardato il palazzo dei media intenzionalmente, contravvenendo alle leggi internazionali”. Aggiungendo che “questi attacchi sono serviti a silenziare, se non a neutralizzare, la voce dei media”.
(da TPI)

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