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INTERVISTA A FINI: “BERLUSCONI NON E’ FINITO, PER ALFANO CONVIVENZA DIFFICILE”

Ottobre 22nd, 2013 Riccardo Fucile

“NON SMETTO, FARO’ POLITICA IN MODO DIVERSO”

Gianfranco Fini, dov’è stato in tutto questo tempo?
«In famiglia. Mi sono goduto le mie figlie. Ho letto più libri quest’estate che in tutti questi anni. Ne ho anche scritto uno».
«Il ventennio», in uscita da Rizzoli. Il protagonista, o l’antagonista, è ovviamente Berlusconi. Lei lo critica sul piano politico. Ma sul piano umano ne parla senza acrimonia, almeno fino al racconto della rottura. Come mai?
«Sarebbe acrimonia verso me stesso. Lo conosco da 30 anni, da quando l’Msi appoggiava le tv private. Per 17 anni siamo stati alleati e abbiamo avuto una stretta frequentazione».
Com’era con lei Berlusconi in privato?
«Sempre seducente e simpatico. Mai autoritario e protervo. Persino l’ultima volta che è venuto da me con Gianni Letta, a chiedermi due cose impossibili – vietare di fatto le intercettazioni e tagliare la prescrizione dei reati -, di fronte al mio rifiuto ha sorriso: “Non voglio litigare con te. Per litigare bisogna essere in due”».
E lei cosa rispose?
«Che per divorziare basta uno solo. Subito dopo mi sono morso la lingua: sua moglie Veronica se n’era appena andata sbattendo la porta. Dal Pdl invece sono stato cacciato io. Se avessi ceduto sulla prescrizione, Berlusconi avrebbe evitato la condanna definitiva in Cassazione. Ma io questo allora non lo sapevo. Nè avrei potuto rispondergli in modo diverso».
Nel libro lei scrive che il Cavaliere non è bugiardo. Ne è sicuro?
«Sì. Berlusconi non mente; rimuove. E’ del tutto incapace di ammettere un errore. Ha bisogno di convincersi che le cose siano andate esattamente come dice lui; altrimenti non riuscirebbe a convincere gli altri».
Lei racconta che nel 2010 Berlusconi motivò così la scelta di Alfano: «È giovane, leale, rispettoso a tal punto da darmi del lei».
«È vero. Berlusconi scelse Alfano non come segretario di partito, ma come suo segretario particolare. Ora Alfano ha dimostrato di avere il “quid”. Ma per lui non sarà  facile restare “diversamente berlusconiano”».
Pensa che la scissione nel Pdl sia inevitabile?
«Non lo so. Temo che non sia possibile convivere nello stesso partito con Berlusconi, esprimendo una posizione diversa. Oggi lui è più debole. Ma continua a voler comandare il Pdl come faceva a Mediaset o al Milan. Se decadrà  da senatore, griderà  che non si può restare al governo con i propri carnefici».
Lei scrive che Berlusconi non è affatto finito.
«Tutt’altro. Ha ancora un vasto consenso, nel Paese e nel suo partito».
A differenza di Alfano, però, lei si era contrapposto frontalmente al Cavaliere.
«È vero che le situazioni sono diverse. Ma anche nel discorso che feci alla direzione del Pdl, il giorno in cui affrontai Berlusconi dicendogli “che fai, mi cacci?”, riconobbi che il leader era lui. Allora emerse il mio grande errore. Ero convinto che si potesse costruire con Berlusconi un partito vero, in cui linee diverse vengono messe ai voti. Ma l’unica volta in cui nel Pdl si è votato davvero, è stato per decretare la mia incompatibilità ».
Pensavamo che lei avesse accettato il partito unico perchè i colonnelli obbedivano già  a Berlusconi.
«Non è questo il motivo. Il Pdl era la risposta del centrodestra alla nascita del Pd, guidato da Veltroni, che era al culmine della sua popolarità . Certo, mi ha fatto soffrire molto il fatto che nessuno dei colonnelli mi abbia difeso».
Di Gasparri lei racconta che, quando dovette lasciare il ministero delle Telecomunicazioni, la attese per ore in anticamera e la «supplicò» di perdonarlo, dicendosi pentito. Di Andrea Ronchi scrive che «persino» lui divenne ministro… .
«Be’, in 250 pagine un paio di cattiverie ci sono».
Di La Russa lei ricorda che non osò riferirgli la richiesta di Berlusconi: tagliare il pizzetto.
«Ricordo anche il dolore che mi diede, quando si piegò al diktat sulla mia espulsione. Da Gasparri non mi aspettavo nulla. Di Matteoli sapevo che era sempre stato “filogovernativo”, in sintonia con la leadership del momento. Alemanno non battè ciglio. Il silenzio di Giorgia Meloni mi confermò che si può essere giovani all’anagrafe ma prudenti e tattici come Matusalemme. Da La Russa però mi aspettavo di più. Per carità , era stato esplicito nel suo dissenso. Ma, insomma, eravamo amici da trent’anni…».
Riscriverebbe la legge Bossi-Fini? Che effetto le fa vedere il suo nome affiancato a quello del fondatore della Lega?
«Sento molte inesattezze frutto di superficialità . Il reato di immigrazione clandestina fu introdotto nel 2009. La Bossi-Fini è del 2002. All’epoca innovò la Turco-Napolitano, conservando più di quello che tolse. Oggi può essere ammodernata, ma credo che l’impianto resti valido, a cominciare dal principio fondamentale: a parte gli studenti, ha diritto al permesso di soggiorno l’immigrato che lavora e ha un reddito».
Per Bossi nel libro lei ha parole quasi affettuose.
«La pensavamo diversamente su quasi tutto, ma mi era diventato simpatico. Mi faceva ragionamenti che duravano mezz’ora: partiva dalla guerra dei Trent’anni e arrivava a disegnare un futuro apocalittico; e guai a interromperlo. Un giorno gli chiesi perchè aveva fatto cadere Berlusconi nel ’94. Quella volta parlò per un’ora».
In sintesi, quale spiegazione diede?
«Che Berlusconi lo voleva fregare, ma non ci avrebbe più provato. Va detto che tra Bossi e Berlusconi c’era una sintonia umana fortissima, che andava ben oltre le cene del lunedì ad Arcore. Il populismo. La diffidenza verso lo Stato».
Lei però scrive che il Cavaliere aveva una malcelata ammirazione per i politici di professione.
«È così. In pubblico ci attaccava, ma in privato era attentissimo a quel che dicevamo Casini e io. Tra i suoi, a parte Gianni Letta e Confalonieri, i più ascoltati sono sempre stati Cicchitto e Pisanu. Berlusconi è un uomo molto intelligente: sa che la politica non si improvvisa».
Lei nomina la Santanchè una volta sola, per dire che si muove «nel disperato tentativo di farsi notare».
«Perchè, non è così? Vada a rivedersi le cose orribili che la signora Pitonessa diceva di Berlusconi, quando faceva la candidata premier di Storace. Io non ho mai usato la sua vita privata contro di lui. E avrei potuto farlo, ogni volta che i giornalisti stranieri mi sollecitavano».
Per Storace invece ha parole di simpatia.
«Rispetto il dissenso, quando è leale. Anche se in Israele io non definii il fascismo “il male assoluto”. Lo dissi a proposito della persecuzione degli ebrei, di cui il fascismo fu corresponsabile».
Perchè allora non chiarì questo punto?
«Perchè qualsiasi cosa avessi detto sarebbe stata interpretata come una retromarcia».
Come spiega la delusione elettorale del centro di Monti e il disastro di Futuro e Libertà ?
«Monti è stato un buon premier e un pessimo candidato premier. La nostra alleanza con lui è apparsa un’operazione di Palazzo. Di una sola cosa vado fiero: il rifiuto di candidarmi al Senato. Era mio dovere guidare le liste alla Camera, anche a rischio di non essere eletto».
C’è un futuro per il centro?
«Non credo. Dal Pd, guidato da due cattolici come Renzi e Letta, non vedo smottamenti in arrivo. E poi il bipolarismo ha messo radici nel Paese. Se c’è un terzo polo, è Grillo».
Com’è stata la sua vita in questi mesi? Quanto le manca la politica?
«La qualità  della vita è migliorata. Ma quarant’anni di politica non si dimenticano. Non voglio smettere: la farò in modo diverso. Una stagione si è chiusa».
I colonnelli che vogliono rifondare la destra la verranno a cercare. Cosa risponderà ?
«Che darò un contributo di idee attraverso la mia nuova fondazione, “Liberadestra”. Dobbiamo ripartire dal programma, non dall’identità . In Italia, come abbiamo sperimentato, la “destra repubblicana” della legalità  e della responsabilità  è debole. Ma non dobbiamo smettere di pensare a come vogliamo l’Italia tra dieci anni. Dobbiamo offrire un progetto al Paese; che è stata poi la mia vera ambizione in tutto questo tempo».

(da “il Corriere della Sera“)

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ESCE IL LIBRO “IL VENTENNIO” DI FINI: “BERLUSCONI E’ IL TRADITORE DELLA DESTRA ITALIANA”

Ottobre 21st, 2013 Riccardo Fucile

“MI CHIESE DI RENDERE IMPOSSIBILI LE INTERCETTAZIONI, GLI DISSI DI NO: SE OGGI E’ UN PREGIUDICATO E’ GRAZIE ANCHE A ME”… NEL LIBRO SI DICE DELUSO DAI COLONNELLI

Nei prossimi giorni, uscirà  il nuovo libro di Gianfranco Fini, “Il Ventennio. Io, Berlusconi e la destra tradita” (Rizzoli).
Ecco alcune anticipazioni di Francesco Borgonovo su “Libero”

Quale sia la posizione di Gianfranco Fini sul centrodestra e su Silvio Berlusconi si evince dalla quarta di copertina del suo nuovo libro.
Nella sua biografia si legge che è stato deputato dal 1983 al 2013, che ha fatto il vicepresidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e il presidente della Camera. Che è stato segretario del Msi, che ha fondato Alleanza Nazionale e Futuro e libertà . Il Pdl non compare nemmeno per sbaglio, come se non valesse la pena nominarlo.
Come sempre, sono le assenze a fare notizia.
Quando, nel 2010, Fini pubblicò il saggio Il futuro della libertà , non citò nemmeno una volta il nome di Berlusconi. In quest’ultimo libro, invece, il Cavaliere è sostanzialmente il protagonista.
Appare quasi in ogni pagina e, come prevedibile, non viene trattato con i guanti. Ma ce n’è anche per ex amici ed ex camerati, nemici vari e eventuali.
Gianfranco ammette di aver fallito con Fli, e ovviamente sostiene di aver fatto bene a imbarcarsi in quell’avventura.
Ecco, in sintesi, alcuni dei contenuti del volume.
Casa di Montecarlo
Se ne parla in un paio di pagine, in cui Fini riassume così la vicenda: un piccolo appartamento di Montecarlo, lasciato in eredità  ad An, era stato venduto, anche perchè fatiscente, a una società  offshore ed era stato affittato dal signor Giancarlo Tulliani. Fini sostiene di esserne uscito senza macchia, nonostante i tentativi della stampa berlusconiana di infangarlo. Tutto qui.
Angelino Alfano
Fini cerca in qualche modo di solidarizzare con lui. Dice di essere positivamente colpito dalla presa di coscienza da parte dei, così li definisce, dirigenti più responsabili del Pdl sulla vicenda della fiducia a Letta. Scrive che, come da copione, i ribelli sono stati bollati come traditori e associati a lui. Gianfranco dice di apprezzare il comportamento di Alfano, Quagliariello, Cicchito, Lupi e altri poichè per la prima volta hanno anteposto l’interesse generale a quello del loro leader. Dice che contro di loro è stato utilizzato il metodo Boffo e che hanno potuto vedere in che modo l’intimidazione e la calunnia vengono spacciati per diritto di cronaca.
Alessandro Sallusti
Fini lo definisce il capobranco dei cani da guardia del Giornale, che abbaiano per ricondurre all’ovile i traditori.
Vittorio Feltri
Il fondatore di Libero ed ex direttore del Giornale viene identificato come responsabile della campagna stampa contro di lui dal 2009 in poi. Fini sostiene che fosse in atto una pianificata strategia denigratoria, ovviamente per volere di Berlusconi. Del resto, spiega, il Giornale non è certamente un quotidiano indipendente nè un giornale di partito, ma è il giornale di famiglia e i suoi attacchi sono in linea con l’idea proprietaria che Berlusconi ha del Pdl. Sono, dice,   purghe mediatiche.
Maurizio Belpietro
In quanto direttore di Libero, secondo Fini è tra i maggiori responsabili della macchina del fango che ha agito contro di lui, assieme perfino al Tg1 spudorato di Augusto Minzolini. La macchina del fango lo avrebbe linciato, sottoposto al metodo Boffo e avrebbe violato la sua privacy.
Daniela Santanchè
Viene nominata solo una volta. Fini dice che, nel 2008, da candidato premier della Destra, attaccò Berlusconi per farsi notare, salvo poi cambiare idea. Le improvvise conversioni sulla via di Arcore, sostiene con ironia, sono eventi miracolosi, imperscrutabili e soprattutto sinceri e disinteressati.
Pier Ferdinando Casini
Fini dice di essere legato a lui da grande amicizia. E confessa di essere dispiaciuto per quel che accadde al momento di fondare il Pdl. Gianfranco si vide con Berlusconi e diede il suo via libera, senza informare Pier. Il quale, saputa la decisione, rimase senza parole. Dopo mesi di incomunicabilità  e gelo, tuttavia, pare che il suo risentimento si sia attenuato. Fini dice che questa cosa lo fece sentire sollevato, perchè sepeva di essere in torto verso di lui. Sensazione mai provata nei confronti di Berlusconi.
Gianni Letta
Fini spiega che non ha mai voluto entrare in Parlamento per coerenza con se stesso, poichè una volta messo piede in un’aula non potrebbe agire senza vincolo di mandato. Il suo vincolo indissolubile – dice – è rispettare e attuare le volontà  e le decisioni di Berlusconi (ecco perchè è l’uomo di cui il Cav si fida di più), sempre e comunque, anche quando le reputa sbagliate.
Mario Monti
Fini lo definisce un buon presidente del Consiglio, che ha aiutato l’Italia soprattutto grazie alla sua personale credibilità . Ma lo considera anche un pessimo candidato premier, in quanto digiuno di politica e incapace di trasmettere le emozioni che hanno un ruolo importante in campagna elettorale. In più, era circondato da troppi soloni convinti di sapere tutto e incapaci di convincere anche un solo elettore, familiari compresi.
Maurizio Gasparri
Quando nel luglio 2010 Fini arrivò al redde rationem col partito e fu giudicato incompatibile dall’ufficio di presidenza (con un comunicato degno degli Apparatnik comunisti, dice), non si meravigliò affatto dell’atteggiamento di Gasparri (che, si capisce leggendo, gli voltò le spalle). Secondo lui, i rapporti erano già  deteriorati al tempo del caso Eluana, quando Gasparri dimostrò zelo da teocon neofita.
Ignazio La Russa
Gianfranco dice di essersi addolorato per come si comportò La Russa. Eravamo amici da trent’anni, racconta, e pensavo che fosse meno remissivo. Gianfranco dice di sapere che il colonnello del Pdl aveva posizioni molto diverse dalle sue, ma non si aspettava che si sarebbe piegato ai diktat berlusconiani.
Giorgia Meloni
Anche su di lei parole dure. Fini dice di averla nominata, appena entrata in Parlamento, vicepresidente della Camera. Ma, al momento del suo addio al Pdl, lei rimase in silenzio e si comportò come una giovane all’anagrafe con la prudenza e la tattica di un Matusalemme.
Gianni Alemanno
Fini si dice dispiaciuto per il fatto che Alemanno non battè ciglio al momento del suo addio al Pdl, benchè come sindaco di Roma potesse godere di una certa autonomia.
Italo Bocchino
Nel libro non si fa cenno ai passati dissidi tra Fini e il suo ex braccio destro. Gianfranco lo presenta come il motore che lavorò infaticabilmente per raggiungere l’obiettivo e mettere in piedi Futuro e Libertà  e sostiene che fu il primo a sperimentare l’esistenza della macchina del fango. Fini racconta che un giorno un esponente forzista del Pdl avrebbe detto a Bocchino: se quello continua, vedrai che attacco farà  il Giornale alla sua famiglia.
Altero Matteoli
Fini lo descrive come un uomo tradizionalmente filogovernativo, naturalmente in sintonia con la leadership del momento, ma comunque corretto nei rapporti personali.
Giorgio Napolitano
Fini lo definisce un presidente esemplare. Dice che si è davvero sacrificato accettando la rielezione e che attualmente è l’unico punto di riferimento per garantire credibilità  alla Repubblica.
Silvio Berlusconi
Dal libro emerge come il vero traditore della destra italiana. Fini comincia parlando della fiducia conferita da Silvio – con farsesca disinvoltura –   al governo Letta, spiegando che egli agisce soltanto per tutelare a qualsiasi costo il suo personale interesse.
Sostiene che il Cav non è finito. Anzi, ipotizza che accentuerà  sempre più la polemica contro tutto e tutti accusando il governo Letta di ogni colpa. Sarà  ogni giorno in campagna elettorale e la sua demagogia non avrà  limiti. Si vedrà  allora se Alfano dirà  ancora di essere «diversamente berlusconiano».
Lo definisce un uomo spregiudicato, oltre che pregiudicato.
E sostiene che, se è stato condannato, è un po’ anche grazie a lui. Ricorda un incontro avvenuto nel 2010, in cui il Cav gli chiese di convincere Giulia Bongiorno, allora presidente della Commissione giustizia alla Camera, a uniformarsi alle proposte del Pdl che, dice, avrebbero reso quasi impossibili le intercettazioni telefoniche.
Se nella primavera 2010 avessi fatto quel che mi chiedeva Silvio – spiega Fini – quasi certamente il primo agosto 2013 non ci sarebbe stata nessuna sentenza della Cassazione e nessuna condanna definitiva. In sostanza, dice, il motivo per cui le loro strade si sono separate è la differenza di vedute sulla giustizia”.

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IL RITORNO DI FINI: UN LIBRO-SCOOP E IL THINK TANK LIBERADESTRA

Ottobre 9th, 2013 Riccardo Fucile

UN LIBRO CHE SI PREANNUNCIA DURISSIMO SU BERLUSCONI E COLONNELLI E L’AVVIO DI UNA FONDAZIONE CHE VEDE ESCLUSI EX AN E FLI

E’ rimasto in silenzio per lunghi mesi, a contemplare i frammenti della defunta Alleanza nazionale disperdersi fin quasi a scomparire. Seduto sulle macerie di Futuro e libertà , spazzata via dalle elezioni.
Ora Gianfranco Fini è pronto a tornare in pista. Con un libro, ormai pronto per essere dato alle stampe.
E con una Fondazione nuova di zecca. Si chiamerà  Liberadestra. Tutto attaccato, ma con il significativo ritorno della parola “Destra”.
Con un veto esplicito: nessun politico dell’ex An o Fli potrà  aderire.
Ci ha lavorato a lungo, nelle settimane infinite che l’hanno visto per la prima volta dopo decenni lontano dal Parlamento.
L’ambizione dell’ex Presidente della Camera è di plasmare un think tank capace di (ri)costruire qualcosa su quelle macerie.
E non è la prima volta che ci prova, visto che anni fa lanciò Fare Futuro, embrione di Fli e prima mossa nella partita a scacchi con il nemico di Arcore.
Non che Fini sia intenzionato a tornare in prima linea. Non ora, comunque.
Lo choc delle Politiche ha tramortito i futuristi sconfitti dal Cavaliere e solo il tempo potrà  rimarginare la ferita.
Ma molto continua a muoversi, a destra. Grandi manovre si scorgono attorno alla Fondazione An, che gode di un patrimonio ingente, ma che solo un accordo tra gli ex colonnelli potrà  scongelare.
E grandi manovre coinvolgono i piccoli gruppi nati dall’esplosione di Alleanza nazionale.
Il 9 ottobre, a Roma, si ritroveranno (quasi) tutti. Non Fratelli d’Italia, però, che pure è l’unico partito ad essere rappresentato in Parlamento.
Gli altri – da Fli a Storace, fino alla Poli Bortone e agli ex An leali a Berlusconi ma comunque esclusi dalle liste – si incontreranno nella Capitale.
Per fare il punto sul futuro, anche in vista delle Europee.
Fini, invece, osserva. Fuori dalla mischia, perchè la sua è una presenza ancora troppo ingombrante.
Meglio un libro, che si annuncia durissimo contro Berlusconi e i colonnelli.
E una Fondazione, Liberadestra. In futuro, chissà .

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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MIRABELLO, FESTA TRICOLORE TRA PESSIMISMO E NOSTALGIA

Settembre 5th, 2013 Riccardo Fucile

ASSENTE (GIUSTAMENTE) FINI, GLI EX AN ORA INVITANO IL LEGHISTA TOSI, NUOVO FORNITORE DI CARTA IGIENICA TRICOLORE

Al via a Mirabello, in provincia di Ferrara, la 32esima edizione della Festa del Tricolore, appuntamento tradizionale fin dai tempi dell’Msi di Giorgio Almirante. Quattro giorni di incontri e dibattiti, che gli organizzatori sperano di trasformare in un punto di partenza per una nuova destra.
“Berlusconi vuole rifondare Forza Italia, perchè noi non possiamo costruire una sorta di Alleanza nazionale rinnovata?” spiega Vittorio Lodi, uno dei principali promotori della festa.
Assente nel programma Gianfranco Fini, che per la prima volta non parteciperà  alla kermesse.
Eppure, solo tre anni fa, proprio a Mirabello, l’ex presidente della Camera fu incoronato leader della destra ex-missina, e raccolse applausi trionfali con un discorso che segnò la rottura definitiva con il Pdl.
Da allora sembra passata un’era.
Oggi il popolo di destra, in bilico tra pessimismo e nostalgia, è alla ricerca di una nuova guida. “Alemanno? Neanche per sogno. Lui e La Russa sono traditori”.
Molti rimangono fedeli a Fini, che vedono ancora come “l’unico erede di Almirante”. Anche se c’è chi pensa già  alle primarie “per far fuori i colonnelli e premiare volti giovani”.
Ai dibattiti saranno invece presenti il sindaco di Verona Tosi, Rosi Bindi, Alemanno, Storace e La Russa.
Un buon motivo per Fini per essere assente ed evitare di frequentare cattive compagnie.

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ORA GLI EX-AN LO AMMETTONO: SU BERLUSCONI AVEVA RAGIONE FINI

Agosto 3rd, 2013 Riccardo Fucile

GRAZIE AL LAVORO DI GIULIA BONGIORNO IN COMMISSIONE GIUSTIZIA OGGI BERLUSCONI NON E’ RIUSCITO A RIMANERE IMPUNITO

Come si dice, il tempo è galantuomo. A tre anni dallo strappo che sancì la fine del berlusconismo di governo, la sentenza Mediaset obbliga a riconsiderare l’ultimo atto di dignità  della destra italiana: l’addio al Pdl di Gianfranco Fini, che proprio sul tema della legalità  e del rispetto della magistratura, nel luglio del 2010, pose fine al sodalizio con il Cavaliere.
L’ex presidente della Camera si è ritirato dalla scena, dopo un rovescio elettorale senza appello, in gran parte legato all’insuccesso del terzo polo montiano.
Ma la voce che serpeggia tra i suoi vecchi amici, in queste ore, è soltanto una: “Forse aveva ragione lui”.
Se lo raccontano sottovoce i luogotenenti della destra sociale di Alemanno, cancellati da Roma e messi alla porta dagli Azzurri.
E se lo dicono persino quelli di Fratelli d’Italia, che hanno costruito la loro piccola zattera di salvataggio ma sanno che difficilmente sopravviveranno nella nuova fase che si è aperta.
Già , perchè ora che il Cavaliere chiama alla nuova “Guerra dei vent’anni”, non sono immaginabili posizioni terziste: o con lui o contro di lui.
L’idea a cui tre anni fa si erano aggrappati gli ex-An, quella di un sistema berlusconiano riformabile dall’interno, è scomparsa all’improvviso.
E con essa i mille alibi messi insieme nell’aprile del 2010, dopo la direzione del “Che fai, mi cacci”, per giustificare la scelta di fedeltà  al Caimano: prima tra tutte, l’irrilevanza o l’inconsistenza dei suoi problemi con la giustizia e la teoria del complotto delle Procure.
Adesso che non è una procura, un tribunale “semplice”, ma una Corte di Cassazione che ha resistito a pressioni inaudite a decretare la colpevolezza del-l’imputato Berlusconi, l’idea che Fini ci avesse visto lungo turba i ragionamenti di quel che resta della destra.
E anche quel che resta della sinistra dovrebbe farci i conti.
Se infatti l’imputato Berlusconi è arrivato al capolinea della sentenza senza beneficiare degli scudi elaborati a dozzine nell’ultima fase della sua permanenza a Palazzo Chigi, lo si deve innanzitutto alla barriera interposta dai finiani, e in particolare da Giulia Buongiorno, nell’ultima e tumultuosa fase del premierato di Berlusconi.
Senza il no sui punti sensibili della riforma della giustizia portata in Parlamento nell’ottobre del 2010, e senza l’opera di contenimento dei “finiani” sul Lodo Alfano, forse anche la storia di questo processo sarebbe stata diversa.
Lo stesso Berlusconi, d’altra parte, lo ha ripetuto in ogni occasione utile: “I nostri sforzi di cambiare la giustizia sono stati puntualmente vanificati perchè Fini e i suoi si sono messi sempre di traverso”.
E allora, forse avevano ragione Fini e i finiani.
Che erano tutt’altro che “traditori”: magari kamikaze, magari troppo in anticipo sui tempi, ma di sicuro più coerenti con la loro storia e più avvertiti degli altri nel prevedere il cupio dissolvi del berlusconismo.
E forse, il momento giusto per staccare definitivamente la spina era quello, nel-l’autunno del 2010, davanti alla evidenza di un premier proteso solo alla tutela delle sue posizioni processuali, delle sue aziende e del suo improponibile stile di vita.
E forse, in quella finestra temporale, si è aperta e chiusa l’ultima opportunità  per la destra politica italiana per riconquistarsi un ruolo autonomo sulla scena nazionale.
Oggi, davanti allo stesso bivio c’è il Pd e ci sono le massime istituzioni dello Stato. Devono scegliere se cercare l’estremo compromesso con un leader impresentabile, nel nome di un astratto concetto di “stabilità ”, oppure prendere atto dello stato delle cose e pronunciare il non possumus che due terzi del Paese si aspetta da loro.
Se sceglieranno la prima strada la storia dovrà  registrare l’ennesimo paradosso italiano: a recitare la parte degli ultimi giapponesi nel conflitto nucleare che il Cavaliere si prepara a scatenare non saranno gli alleati o ex-alleati della destra, i nipotini di Almirante e di Romualdi, ma i pronipoti di Berlinguer e di Moro.
Che tristezza.

Flavia Perina
(da “il Fatto Quotidiano”)

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COMPRAVENDITA PARLAMENTARI: GLI EX FLI CATIA POLIDORI E GRAZIA SILIQUINI SOTTO LA LENTE DEI PM DI NAPOLI

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

TRADIRONO FINI ALL’ULTIMO MOMENTO E SALVARONO BERLUSCONI… UNA DIVENNE VICEMINISTRO, L’ALTRA   POTEVA ENTRARE NEL CDA DELLE POSTE… LA TESTIMONIANZA SEGRETATA DI FINI IN PROCURA A NAPOLI

Due, parallele “campagne acquisti” in Parlamento, datate 2007 e 2010.
Missioni distinte per le modalità  impiegate e per i “registi” incaricati. E due elenchi di presunti “traditori” ricoperti di gratitudine dall’entourage berlusconiano.
Ad esempio.
C’era anche il diniano di ferro ed ex della Margherita Giuseppe Scalera – come già  racconta a verbale l’ex faccendiere “pentito”, Arcangelo Martino – tra i senatori che nel 2007 furono remunerati perchè impallinasse con la sua astensione in aula il governo Prodi?
E tre anni dopo, nel 2010, quali utilità  e vantaggi avrebbero ottenuto Catia Polidori, Grazia Siliquini e Luca Barbareschi del Fli per aver drasticamente voltato le spalle, in circostanze diverse, al presidente Gianfranco Fini?
Scalera, Siliquini e Polidori al momento non risultano indagati.
Ma toccherà  alle Procura di Napoli e Roma separare le semplici illazioni da eventuali evidenze e ricostruire i “patti scellerati” che hanno inquinato la dialettica parlamentare della Repubblica.
Il primo atto sarà  l’udienza preliminare fissata per il 19 luglio a Napoli: il giudice Amelia Primavera dovrà  decidere sulla richiesta di patteggiamento ad un anno e otto mesi per il senatore reo confesso Sergio De Gregorio (“comprato” con 3 milioni di euro), in aula non è escluso possa comparire anche l’imputato Silvio Berlusconi, difeso dagli avvocati Niccolò Ghedini e Michele Cerabona, oltre al coimputato Valter Lavitola.
Si scriverà  la prima pagina sulla corruzione che deviò il corso del governo Prodi.
Un filone che non è estinto, nè all’ombra del Vesuvio, nè a Roma.
Spuntano nomi. Affiorano squarci di vecchie votazioni.
Emerge anche un interrogatorio, rimasto inedito, di Gianfranco Fini, sentito a Napoli come testimone.
È il 5 aprile. Fini non è più parlamentare, chiede riserbo.
Entra nella caserma della Finanza, sentito dai pm Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock che guidano l’inchiesta sull’“Operazione Libertà ” con i colleghi Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio.
Negli uffici del Nucleo di Polizia tributaria guidato dal colonnello Nicola Altiero, Fini parla di Valter Lavitola, dell’operazione “casa di Montecarlo” e non si sottrae, a fine verbale, a riflessioni sulla sorpresa che gli provocò il voto di alcuni dei suoi in quel dicembre 2010.
Dice, in sintesi, Fini: del coinvolgimento di Lavitola nella storia di Montecarlo, e della lettera sequestrata nel computer dell’avvocato Carmelo Pintabona con cui l’ex direttore deL’Avanti!ricattava l’ex premier Berlusconi, l’ex presidente della Camera apprese «dalle agenzie, prima di entrare in una trasmissione televisiva» (disse di getto: «Berlusconi è un corruttore, e ora mi quereli»).
Quanto al coinvolgimento del presidente panamense Ricardo Martinelli, aggiunge Fini, «vi rimando a un capitolo del libro di Italo Bocchino, “Una storia di destra”», in cui il suo ex delfino racconta di essere stato avvicinato da una fonte del Pdl che gli spiffera che dietro l’operazione “Montecarlo” c’è l’aiuto «di Martinelli».
Bocchino e Fini se la ridono: pensano al deputato di An Marco Martinelli.
Ma il versante che costa di più a Fini, al di là  dei verbali, è quello che riguarda il voto di fiducia del 14 dicembre 2010, in cui le due parlamentari Fli, Catia Polidori e Grazia Siliquini, votarono a favore di Berlusconi.
Era notte, la vigilia di quel voto, quando la Polidori, tesissima, rimase chiusa in stanza con Fini e Bocchino.
Lei poi votò contro Fli, come la Siliquini.
La prima diventò viceministro, dopo.
La seconda fu nominata nel Cda delle Poste: ma la Siliquini si aspettava di diventare presidente delle Poste, ci rimase male e tornò in parlamento.
Guarda caso, era lo stesso Cda delle Poste citato da Lavitola nella sua lettera del ricatto: «Berlusconi (…), ho ottenuto da lei che la Ioannucci andasse al Cda delle Poste».

Conchita Sannino

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QUELLI/E CHE SCULETTAVANO INTORNO A FINI

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

QUANDO LE COSE ANDAVANO BENE E FINI LI AVEVA TOLTI DAL SOTTOSCALA DELLA POLITICA, RIPETEVANO A MEMORIA LE TESI DI FLI, ORA SONO TORNATI A PULIRE LE SCALE CON LO SPAZZOLONE E LO STRACCIO

L’occasione di queste poche righe di costume ce la fornisce la visita di Papa Francesco a Lampedusa con la sua denuncia: “Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Per queste persone che erano sui barconi e per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Chi ha pianto per questi uomini? Siamo una società  che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del patire. La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità  di piangere”.
Chi ci segue da anni sa che sul tema siamo sempre andati controcorrente rispetto al becerume imperante in una certa pseudodestra italica, sempre pronta a richiamare i migranti ai loro doveri, ma senza mai rammentare i loro diritti.
Come se destra non fosse rispetto della dignità  umana e delle convenzioni internazionali che il nostro Paese ha firmato.
Come se seguire l’iter legale per l’eventuale rimpatrio di chi non ha titolo per restare nel nostro Paese, fosse una noiosa perdita di tempo e fosse pertanto più rapido provvedere al loro affogamento in mare, magari stipulando convenzioni ad hoc con un criminale esperto nel fare il lavoro sporco per nostro conto.
Concedendogli pure un bonus per il disturbo: tot immigrati affogati, tot chilometri di strade asfaltate.
In quei tempi i parlamentari di Fli erano ancora allineati a Pdl e Lega e votavano norme vergognose.
Poi la svolta di Fini e un approccio diverso: non certo accoglienza senza limiti, ma rispetto della legge e della dignità  umana.
Il manifesto di Bastia Umbra segna il cambiamento, ed ecco che intorno a Fini si manifesta il popolo adorante di sculettatori/trici di professione, di adoratori della “destra moderna”, di convertiti allo studio dei “flussi migratori”.
Sembravano sinceri quando si accapigliavano con i becerodestri nel pretendere rispetto dei diritti e non solo dei doveri o   quando hanno scoperto che esistevano i diritti civili, faceva così chic.
Invece che capire che il tema non poteva essere lasciato alla sinistra, si compiacevano solo di essere stati ammessi nei salotti buoni: non per rivoltarli come un calzino, ma solo per posare le chiappe su una poltrona.
Svanita la prospettiva di trovare collocazione ai loro poco nobili lombi, finita Fli per errori che abbiamo denunciato a tempo debito (raccogliendo gli improperi proprio degli sculettatori/trici perchè osavamo criticarne la gestione) rieccoli mescolarsi ai loro odiati nemici leghisti e pidiellini.
Addio coerenza sui contenuti: i migranti tornano a essere gasparrianamente “clandestini”, il Papa “poteva evitare” certi riconoscimenti ( ai morti, badate bene…) , arrivano nei commenti fin dove neanche la Santanchè   ha osato librare le sue morbide ali.
C’è chi ha bisogno di rifarsi una verginità  politica, c’è chi sculetta altrove.
In politica ci vuole culo, secondo taluni osservatori.
Forse è vero.
Ma con certe facce da culo è sempre meglio non avere nulla a che fare.

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UMBERTO CROPPI: “FLI NON ESISTE PIU’, MA C’E’ CHI GUARDA AL TESORETTO DI AN”

Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile

“FLI DOVEVA ESSERE UNA FASE PER NUOVE AGGREGAZIONI, NON UN PARTITO”… “FINI DOVEVA INDICARE LA ROTTA, NON LASCIARE LA GESTIONE AI COLONNELLI”…”400 MILIONI DI IMMOBILI E 80 MILIONI DI LIQUIDI: IL PATRIMONIO DELLA FONDAZIONE AN SONO CONGELATI DALLE DIVISIONI INTERNE: QUALCUNO ORA SPERA DI AVERE VOCE IN CAPITOLO NELLA SPARTIZIONE”

Dopo aver lasciato il posto di assessore alla Cultura nella giunta Alemanno, Umberto Croppi è stato uno dei più accesi sostenitori della terza via finiana, di un nuovo contenitore che andasse oltre le   appartenenze tradizionali.
Il fallimento di Futuro e Libertà  e l’appoggio al sindaco uscente al ballottaggio annunciato da Roberto Menia, dunque, non possono averlo lasciato indifferente. Intervistato da Intelligo, Croppi non si mostra sorpreso dagli ultimi sviluppi e, sul tentativo di ricomposizione della destra italiana, ha una teoria che farà  discutere.
Cosa pensa dell’appoggio di Fli ad Alemanno per il ballottaggio?
«Fli non c’è più, ammesso che ci sia mai stato. Mi fa solo sorridere la cosa. L’ho scritto anche quando ne ero un dirigente: la metafora del Fli era una esigenza di fase, che Fini aveva anche un po’subito, ma nessuno, Fini soprattutto, aveva mai immaginato che potesse diventare un partito».
In che senso?
«Già  prima del risultato elettorale, si era dimostrato che la consistenza politica di Futuro e Libertà  era inesistente. Dopo si è sostanzialmente sciolto, con l’abbandono di Fini. Fli non c’è più. La dichiarazione di un ex parlamentare, che aveva una carica in questo partito, senza una espressione diretta di chi a Roma aveva costituito Fli, non ha proprio nessun valore».
E allora che senso ha questo endorsement?
«È un’uscita che si giustifica alla luce di un altro motivo. Io non ho mai aderito ad An o al Pdl, quindi non faccio parte di questa storia, ma è in atto un tentativo di ricomposizione di un nucleo di vertice di ex esponenti di Alleanza Nazionale legato alla pura speranza di avere voce in capitolo sul patrimonio della Fondazione An, costituito da 400 milioni di immobili e 80 milioni di liquidi, oggi congelati dalla magistratura proprio a seguito delle divisioni che si erano verificate nel Cda».
I tre anni di vita di Fli, anche alla luce di questo epilogo, sono stati del tutto inutili?
«Sì, perchè Fini ha svolto un altro ruolo. Doveva diventare il coagulo di una aggregazione di tipo nuovo, più vasto, con altri protagonisti. La costituzione di un partito, che lui stesso ha subito, tant’è vero che più volte ha parlato di un superamento di Fli, era una necessità  di passaggio molto limitante, che conteneva già  nella sua nascita tutti gli elementi che l’hanno poi portato a diventare un frammento».
Qualche responsabilità  Fini ce l’ha?
«Certo, è chiaro. Lui aveva tutta la forza per indicare la rotta Invece lo ha fatto nel modo in cui aveva gestito An, cioè immaginando che i colonnelli potessero sgravarlo da responsabilità ».
Ma secondo lei questa “cosa” di destra nascerà ?
«Guardi, non mi riguarda».

Domenico Naso
(da “Intelligo news“)

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L’ADDIO DI FINI ALLA POLITICA E LA “COSA DI DESTRA” CHE PERSEGUE QUALCHE CAPORALE DI FLI

Maggio 6th, 2013 Riccardo Fucile

MA PRIMA QUALCUNO SPIEGHI CHE FINE FARANNO I SOLDI DELLA FONDAZIONE AN E DEL PATTO ELETTORALE CON MONTI

Tra un paio di giorni, l’8 maggio, Fini ha deciso di convocare l’assemblea di quello che rimane di Futuro e Libertà : sarà  quella l’occasione, dopo aver a lungo meditato, in cui comunicherà  il suo addio alla politica.
C’è chi parla di un unico commissario per gestire gli affari contabili correnti (una sorta di liquidatore), chi invece ipotizza una reggenza a cura di un triumvirato con l’obiettivo di mantenere in vita formalmente Fli in attesa di “sistemarsi” al meglio.
Quello che è certo è che Fini non condivide quel progetto di destra che alcuni dei suoi vogliono perseguire.
Riportiamo la sua dichiarazione: “I miei dirigenti vogliono trattare con i colonnelli dell’ex An. Io non mi metto di traverso, ma questa non è la mia strada. Con me nessuna ricomposizione è possibile, nè posso essere l’uomo della riappacificazione. Il mio progetto di destra non è compatibile con quello di Berlusconi”.
Parole che se da un lato dimostrano la coerenza dell’uomo Gianfranco Fini, dall’altro rivelano come le cause della sconfitta elettorale possano anche essere individuate nella scarsa coesione umana e politica della sua classe dirigente.
E’ bastato il “rompete le righe” perchè non vi fosse più un progetto di riferimento, ma solo il tentativo di accasarsi altrove o di “trattare con il nemico”, vantando ancora una minima struttura e relativa percentuale elettorale.
Potremmo postare decine di nobili riferimenti ai “valori di Bastia Umbra” declamati da personaggi che ora le cronache ci riportano, a livello locale e nazionale, come prossimi a rientrare “in caserma”.
Come dopo un sisma, eccoli correre all’impazzata: chi in direzione di chi vuole fermare il loro declino, chi riscopre l’indirizzo nostalgico, chi si rifugia nelle scelte ciniche, chi vanta di avere una vecchia liaison con la sorella d’Italia.
I temi chiave di Fli per cui si erano in apparenza battuti (legalità , diritti civili, cittadinanza, giustizia sociale) vengono venduti ai ferri vecchi, nel timore che possano trovarglieli in casa.
Nessun stupore: come avevano votato per affogare gli immigrati con Silvio e Bobo, possono tornare a farlo senza pudore.
Ma una domanda ci poniamo: non è che qualcuno si stia muovendo anche per mantenere un piede sul tesoretto della Fondazione An, in attesa di un accordo con gli ex nemici, magari domani nuovamente alleati?
Una transazione amichevole, si sa, apre tante porte.
A quanto ammontano i debiti di Fli?
E a che cifra ammonta la percentuale che il partito di Monti deve destinare a Fli, in base a un preciso accordo, dei rimborsi elettorali complessivi che percepirà  ?
Tutti piccoli dettagli che forse andrebbero resi pubblici, così come i progetti in fieri di alcuni ex massimi dirigenti che praticano la respirazione bocca a bocca ai pochi militanti rimasti per accreditarsi un domani magari come capisala al servizio di qualche “consorella”.
Chi vivrà , ne vedrà  delle belle.

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