Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile
L’APPELLO DEL CAPOGRUPPO GRILLINO IN COMUNE A IMPERIA: “RELAZIONI PERICOLOSE” CON AMBIENTI DELLA ‘NDRANGHETA
“Noi chiediamo agli elettori di votare il M5S, ma di non dare preferenze ai candidati in provincia
di Imperia. Ci sono troppe ombre».
Chi parla è Antonio Russo, capogruppo grillino in Comune a Imperia.
Il primo a sollevare il «problema delle relazioni pericolose» che attraversano il M5S nel ponente ligure.
Una storia di amicizia e politica su cui nel M5S della provincia di Imperia si sta consumando una spaccatura profonda, mentre fuori dai confini imperiesi il resto della compagine grillina è in preda ai dubbi: prendere posizione contro oppure fidarsi della strada indicata semplicistica dalla candidata alla presidenza della Liguria, la battagliera Alice Salvatore: «Se ci attaccano è perchè diamo fastidio».
Storia di amicizia e di politica, si diceva.
Due i protagonisti. Il primo: Carmine Mafodda, attivista dell’M5S di Taggia. Porta un cognome scomodo, quello di una famiglia legata alla ‘ndragheta.
Il secondo è il suo amico fraterno, un altro pentastellato, Daniele Comandini, artigiano edile, candidato alle elezioni regionali del 31 maggio, anche lui di Taggia e del meet up “piglia tutto” secondo la denuncia di Russo.
Un passo indietro.
Bisogna bussare alla porta della Casa della Legalità e parlare con Cristian Abbondanza per capire cosa significa il cognome Mafodda nella zona di Taggia: «Si parte dalla sentenza del processo Teardo e si arriva all’inchiesta Maglio 3: quella dei Mafodda è una famiglia di ‘ndragheta con vincolo di sangue, a partire da Luigi, nonno di Carmine».
Alla dinastia «appartengono i figli di Luigi: Aldo, Mario, Rocco e Palmiro, il padre di Carmine».
A Carmine la Casa della Legalità rimprovera di non aver mai preso le distanze dalla famiglia.
Ancora Abbondanza: «C’è un aspetto che dovrebbe far pensare i grillini: nella zona di Taggia alle elezioni politiche e a quelle Europee il Movimento ha preso in media dal 5 all’8% in più di voti rispetto al resto della provincia. Significa che la ‘ndrangheta lo sta usando».
Resta comunque un fatto: anche votando il partito indirettamente si favorisce l’elezioni del favorito e discusso Comandini: l’errore è stato fatto al momento della composizione della lista.
(da “il Secolo XIX“)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL LEADER SI DEFILA DA POSSIBILI TRATTATIVE, MA IL CORTEO IN MARCIA SULLA PERUGIA-ASSISI STA CON DI MAIO: “SU QUESTO SI PUà’ DIALOGARE”
Una lunga marcia, assieme a una folla grondante passione e tifo.
Una processione colorata e caotica, nel nome di quel reddito di cittadinanza che il fondatore Grillo pretende ma sul quale non vuole trattare con i partiti e neppure con la minoranza del Pd, “perchè non parlo con i cassintegrati della politica”.
A parlare con tutti provvederanno i suoi parlamentari, pronti a discutere “sulla nostra proposta” dentro i Palazzi che il leader aborre: anche con Roberto Speranza, voce dei ribelli dem, che ora un tavolo lo invoca. In un giorno di afosa primavera, Beppe Grillo trascina i Cinque Stelle nella marcia Perugia-Assisi, 19 chilometri che alla fine si dilatano fino a 25, causa deviazione.
Camminano, eletti e attivisti del Movimento, anzi corrono: partiti a mezzogiorno arrivano davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli attorno alle 17, in netto anticipo sulla tabella di marcia.
Grillo arriva con un sorrisone, in una ressa da concerto rock.
Rinuncia al discorso di chiusura e se ne va. Tanto ha già raggiunto il suo obiettivo, radunare molta gente e moltissima stampa.
Il Movimento parla di 50 mila partecipanti. Probabilmente troppi (più ragionevole un calcolo attorno ai 20-25 mila), ma il colpo d’occhio è notevole.
Ed è il primo dato: il M5s ha ormai un suo popolo fedele, che di sabato arriva da ogni angolo d’Italia e si sobbarca una marcia da podisti.
Entusiasti, dall’età media non verde (diverse le famiglie), che diffidano dei giornalisti e invocano “onestà ” senza sosta. L’altro elemento, quello politico, lo confermano i parlamentari: la marcia serve a sbloccare la discussione sul reddito di cittadinanza. “Siamo pronti a trattare, discutendo anche di modifiche al nostro ddl — precisa Luigi Di Maio — a patto però di non annacquare la nostra proposta, 780 euro a ogni cittadino sotto la soglia di povertà . Questa marcia serve anche a sensibilizzare il Parlamento”. Gli chiedono del dem Speranza, che venerdì ha proposto un tavolo comune sul reddito.
Di Maio mette un paletto: “Il tavolo è la commissione in Senato, si muovano”. L’importante è discuterne, e in fretta, come ripetono altri big come il deputato Roberto Fico o il senatore Nicola Morra: “Gli altri schieramenti passino ai fatti”. Certo, poi c’è Grillo: “Speranza propone un tavolo? Non commento il nulla, io un tavolo con i cassintegrati della cultura politica non lo faccio, sono vent’anni che promettono e non fanno nulla”.
Ma suona più come un gioco dei ruoli, tra il leader e i “portavoce”.
A Perugia di parlamentari ne compaiono tanti, molti in calzoncini e maglietta, quella della manifestazione: sfondo giallo e un tondo rosso con Grillo disegnato in versione francescana.
Alessandro Di Battista arriva con la madre, Di Maio è il più acclamato. Non c’è Federico Pizzarotti, il sindaco dissidente di Parma. “È rientrato tardissimo da un’iniziativa elettorale, e oggi aveva impegni” spiegano.
C’è però il capogruppo parmense Marco Bosi, che parla di “bella manifestazione su un’ottima proposta”.
I giornalisti chiedono del Grillo-Leaks, il caso delle intercettazioni rubate a lui e (si suppone) ad alcuni parlamentari, finite per qualche ora su un sito. La risposta è standard: “Nelle nostre intercettazioni non si parla di tangenti”.
Si parte dai Giardini del Frontone. Grillo e Gianroberto Casaleggio si materializzano da un camper. Il comico è in maglietta e camiciola bianca, il “guru” indossa uno giaccone a scacchi e l’inseparabile cappellino.
È subito ressa, con il (fragile) cordone di sicurezza che traballa. Grillo dovrebbe fare un discorsetto iniziale, ma è impossibile.
Così si parte, in un delirio di spintoni. I diarchi fanno qualche decina di metri assieme. Poi Casaleggio, accompagnato dal figlio Davide, devia verso un’auto.
Ma qualcosa lo dice: “Al reddito di cittadinanza ci credo, è stato introdotto in tutti i Paesi civili. Il caso Leaks? Nessun commento”.
Beppe Grillo apre così: “Questa non è una marcia per il Movimento, è per tutti i cittadini. Il reddito di cittadinanza non è beneficenza”.
Poi parla anche di tantissimo altro, senza fermarsi. “Mattarella? Ancora non mi sono fatto un’opinione di lui, il giudizio è sospeso”. L’Italicum: “Se ci favorisce? La legge elettorale è come l’oroscopo. Noi la nostra ce l’avevamo, ma quella perfetta non esiste: Nigel Farage in Inghilterra con il 13 per cento si è dovuto dimettere”. Sull’Europa si sofferma: “C’è il rischio di deriva verso la destra estremista, noi siamo un argine. La Grecia deve uscire dall’euro: Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis vengono attaccati perchè dicono cose giuste. Noi per il referendum sulla moneta unica abbiamo già raccolto 800 mila firme”.
Si passa a Ponte San Giovanni, davanti a una sede di Forza Italia aperta (in Umbria si vota). Grillo saluta e mostra il pollice alzato .
Poi entra duro sull’oncologo Umberto Veronesi: “Pubblicizza in tv le mammografie, così forse ottiene più sovvenzioni per il suo istituto”.
Gli risponderà il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: “Pericolosissima disinformazione, le mammografie salvano vite”.
Grillo sale sul camper, cambia la camicia, riparte.
E scandisce: “Reddito di cittadinanza subito, o per i responsabili ci saranno sorprese”. Si arriva ad Assisi. “Questa marcia è bellissima, la dobbiamo a Casaleggio”, è la dedica finale.
Presto Grillo potrebbe riapparire a iniziative elettorali in Campania e Liguria.
O altrove.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
NON SOLO IL M5S, ANCHE I DEM ADESSO PROPONGONO UNA “PAGA” QUASI UNIVERSALE … MA I DISOCCUPATI DOVREBBERO ACCETTARE LE OFFERTE D’IMPIEGO O LA PERDEREBBERO
“La proposta di un salario di cittadinanza la trovo liberista e poco responsabilizzante per lo Stato, che
crede di risolvere i problemi assai diversificati tra le fasce a disagio solo attraverso trasferimenti economici”. Era il 1997, il sottosegretario al Tesoro del governo di centrosinistra Laura Pennacchi, Ds, bocciava così l’idea.
Vent’anni dopo la situazione è molto diversa: il reddito minimo di cittadinanza è stato il primo punto della campagna elettorale del Movimento cinque stelle nel 2013, è al centro di molte proposte della società civile, e anche il Partito democratico ne ha presentate due per non lasciare a Beppe Grillo il monopolio.
Per tutti (o quasi), le tre proposte
Anche se si chiama reddito di cittadinanza, il sussidio proposto dal M5s e dal Pd è soprattutto un aiuto nella transizione tra un lavoro e un altro.
I Cinque stelle propongono di dare 780 euro al mese a tutti gli italiani o cittadini europei (Bruxelles non tollera discriminazioni) che hanno almeno 18 anni.
La somma è calcolata per stare sopra la “soglia di rischio di povertà ” indicata dall’Istat.
Ne beneficiano anche i pensionati che ricevono assegni sotto quella soglia, esclusi i carcerati.
Area riformista, la minoranza del Pd, a firma della deputata Enza Bruno Bossio, propone invece 500 euro che aumentano quanto più è numerosa la famiglia del beneficiario. Non si può cumulare con cassa integrazione o altri aiuti pubblici.
I pensionati sono esclusi. L’altra proposta del Pd è quella firmata da Francesco Laforgia e Gianni Cuperlo e comprende, invece, tutti i maggiorenni e chi è in Italia da almeno dodici mesi.
Il ruolo dei centri per l’impiego
La cittadinanza non basta per aver diritto al reddito. Chi non è in pensione deve essere pronto a lavorare.
Nella proposta M5s, il beneficiario va al centro per l’impiego del suo territorio a dare la propria disponibilità , sia al lavoro che a progetti sociali, artistici o ambientali dei Comuni. I centri per l’impiego cercano un posto adatto a lui.
Non si può rifiutare la proposta se il salario è dignitoso (l’80 per cento di quello che aveva prima della disoccupazione) ed è in un raggio di 50 chilometri ed è raggiungibile in 80 minuti coi mezzi pubblici. Il lavoro deve essere “attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze” del disoccupato.
Dopo tre rifiuti si perde il sussidio, ma per cercare di mantenerlo si può sempre provare a sostenere che le offerte non erano coerenti con le proprie attitudini.
Il Pd con Area riformista è più drastico: chi rifiuta un’offerta dal centro per l’impiego perde il sussidio.
Il testo Cuperlo-Laforgia impone, invece, almeno 2 ore di volontariato settimanali per il beneficiario e la sua famiglia, corsi di formazione, percorsi di sostegno per i genitori, tornare a scuola per chi è nell’età dell’obbligo.
Regioni, centri per l’impiego, Caf cercano le offerte. Qui non c’è l’obbligo di accettare, ma solo di partecipare alla formazione.
Ogni sei mesi si fa una verifica. Tutte queste proposte si reggono sui centri per l’impiego, ma in Italia funzionano molto peggio che in altri Paesi, anche perchè hanno meno risorse.
Incentivi a lavorare ed effetti collaterali
Oltre ad alleviare le sofferenze dovute alla recessione e alle disuguaglianze, dare soldi alle fasce più deboli stimola i consumi, perchè chi guadagna molto poco spende ogni euro aggiuntivo invece di risparmiarlo (come è successo con gli 80 euro del governo Renzi).
I critici si concentrano sulle possibili disparità di trattamento tra situazioni di disagio e sul disincentivo al lavoro. Se da un lato legare il sussidio alle offerte di lavoro spinge a rimanere attivi, dall’altro fissare un compenso minimo (a 780 euro o a 500) può indurre l’inattività . Soprattutto nel caso dei liberi professionisti: un giovane avvocato, architetto o giornalista può preferire un sussidio certo a guadagni bassi e incerti che però gli servirebbero a fare esperienza e a costruire le basi per una carriera futura.
Dove trovare i soldi? Il rebus delle risorse
La proposta più prudente è quella Cuperlo-Laforgia: aumento progressivo delle risorse, da 1,7 a 7,1 miliardi dopo quattro anni, dando l’aiuto “prima a chi sta peggio”. Soldi che arriverebbero soprattutto da un riordino di misure anti-povertà già esistenti, oltre a 600 milioni di tasse sul settore dei giochi e tagli per 3,5 miliardi agli investimenti militari.
L’altra proposta Pd è minimalista: prelievi fiscali sui giochi on line per 500 milioni il primo anno e un miliardo nei due successivi.
Tutt’altro ordine di grandezza nel caso del M5s: uno sforzo da quasi 17 miliardi all’anno con coperture che implicano scelte politiche drastiche, dall’uso della quota dell’8 per mille non assegnata (che oggi finisce comunque in gran parte alla Chiesa), 3,5 miliardi di tagli alla Difesa, imposta sui patrimoni sopra i 2 milioni di euro, 4,5 miliardi di risparmi sugli acquisti della pubblica amministrazione, risparmi sul finanziamento pubblico ai partiti, sugli enti inutili e sugli immobili pubblici.
La proposta di legge è del 2013, alcune coperture nel frattempo sono diventate poco applicabili: la Robin Tax sull’energia che il M5s vorrebbe alzare è stata dichiarata incostituzionale, i prelievi sulle pensioni alte verrebbero bocciati dalla Consulta, i tagli ai partiti sono già stati fatti e chiedere sacrifici a organi che per Costituzione sono autonomi, come Cnel e Banca d’Italia, può essere inutile.
“Ma i soldi si trovano, basta volerlo”, assicura Beppe Grillo.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL CASO ESPLODE SULLE REGIONALI IN LIGURIA PER IL VOTO AD ARMA DI TAGGIA: IL CAPOLISTA IN PROVINCIA DI IMPERIA LEGATO ALLA FAMIGLIA MAFODDA
Sulla ‘ndrangheta la candidata governatrice in Liguria Alice Salvatore, per il M5S, risponde come gli altri, ovvero non risponde. Nulla di più, nulla di meno…
Dal 20 aprile, quando il caso Mafodda – M5S è stato illustrato e documentato alla virgola dalla Casa della Legalità , la Salvatore con il M5S è rimasta in assoluto silenzio.
Proprio la Salvatore affermava che non bisognava rispondere ed il solo chiedere di affrontare la questione era da considerarsi un attacco al M5S.
La Salvatore ed altri portavoce locali si sono, in parallelo, prodigati con difese ed apprezzamenti per l’esponente di quella storica famiglia di ‘ndrangheta che dai tempi di Teardo, oltre a sequestri di persona, omicidi, traffici di droga, armi pesanti, estorsioni, intimidazioni, è nota per essere la “porta voti” al candidato o candidati graditi al sodalizio.
Ora che la “bazzecola” è stata ripresa dalla stampa nazionale la Salvatore dice che è “infamante” accostare il M5S alla ‘ndrangheta, e non – si badi – il rapporto del M5S con l’esponente della famiglia ‘ndranghetista.
Sul merito della questione non risponde.
I fatti reali dicono che Mafodda Carmine (esponente della nota famiglia di ‘ndrangheta da cui mai si è dissociato e distaccato, figlio di quel Palmiro, esponente di spicco della cosca, che mai ha rinnegato) è stato accolto dal M5S, tra i fondatori e responsabili del M5S ad Arma di Taggia.
E’ stato accolto il suo sostegno elettorale.
I fatti reali dicono ancora che nel territorio controllato dalla famiglia Mafodda, agli Atti la «’ndrangheta di Arma di Taggia», il M5S alle elezioni politiche ed europee ha incassato percentuali di voti largamente superiori a quanto raccolto nel resto della Provincia e nelle altre province (anche rispetto a territori dove aveva operato da anni).
I fatti reali dicono che, nonostante anche la denuncia del portavoce del M5S di Imperia Antonio Russo, sull’amicizia fraterna con Mafodda, vantata ed esibita da Comandini Daniele, quest’ultimo sia stato confermato candidato alle regionali come capolista del M5S nell’imperiese.
La Salvatore Alice dovrebbe smettere di parlare della ‘ndrangheta “ectoplasma” e guardare ed affrontare quella in carne ed ossa.
Gli slogan ed i proclami non servono a nulla.
Dovrebbe evitare di citare quanto denunciato da altri come frutto di denunce (mai fatte) dal M5S (a proposito: quali denunce a Magistratura e Reparti Investigativi, Ministero dell’Interno e Prefetture liguri ha promosso in questi anni il M5S?
Quante iniziative contro la ‘ndrangheta ha fatto in Liguria, e nel caso di specie contro gli ‘ndranghetisti – con nomi e cognomi – del ponente ligure?
Allo stesso modo sarebbe anche utile che chiarissero come mai nessuna iniziativa del M5S è stata posta in essere sulla Discarica di Rocca Croaire che proprio ad Arma di Taggia e Castellaro è stata il “paradiso” di tutte le imprese di ‘ndrangheta del ponente ligure, dal savonese all’imperiese.
E’ interessante notare che la Salvatore non cita (più) le operazioni antimafia in Liguria.
Come quelle sugli Sgrò, Pellegrino, Marciano’ e Palamara, Fotia, Gullace, Fameli, Mamone, Nucera, Romeo… e Mafodda.
Sino a qualche tempo fa citava spesso le inchieste “Maglio 3” e “La Svolta”, ora non le cita più. Probabilmente si è accorta che è imbarazzante parlare di inchieste che indicano con chiarezza la «’ndrangheta di Arma di Taggia» ed il controllo di migliaia di voti che questa mantiene, visto che la ‘ndrangheta di Arma di Taggia ha un fulcro che si chiama “famiglia Mafodda” ed affini.
Il contrasto alla ‘ndrangheta passa dall’intransigenza, non dagli slogan.
Serve capire come la ‘ndrangheta si muove e non improvvisare, serve non dimenticarsi il dettaglio che la ‘ndrangheta si regge sul “vincolo di sangue”.
Serve sapere che la ‘ndrangheta non “usa” candidati pregiudicati, li vuole lindi; non punta su un cavallo solo, ma su più cavalli così da rendere ricattabili e condizionabili più soggetti; non ha un colore politico prediletto ma guarda al singolo o ai gruppi che sono disponibili al compromesso.
Servono quindi comportamenti coerenti, intransigenti ed il rifiuto dei voti che puzzano e che poi condizionano.
Serve eliminare ogni possibile punto di contiguità .
Questi sono gli anticorpi. Non le parole.
La Salvatore ed il M5S vogliono dare un segnale? Risolvano la questione Mafodda – M5S – Comandini, in modo netto, inequivocabile e concreto.
Ora – che è già tardi – perchè “infamante” è questa “bazzecola” e l’ostinarsi a non affrontarla e risolverla.
(da Ninin.Liguria.it)
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Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile
DAL M5S DI IMPERIA ESIGONO PULIZIA E CHIEDONO CHE COMANDANI NON SIA CANDIDATO: MA GRILLO NON RISPONDE
Il silenzio ufficiale del M5S continua, come quello di Beppe Grillo.
Se molti dall’interno del M5S avevano chiesto in “privato” di affrontare la questione, oggi la richiesta di affrontarla in mondo pubblico e netto, chiedendo che Daniele Comandani (nella foto con Alberto Cerutti e Mafodda Carmine, promotori del M5S ad Arma di Taggia), capolista del M5S per le regionali nell’imperiese, venga escluso dalla lista dei candidati alle elezioni regionali, viene dal Portavoce del M5S di Imperia.
Antonio Russo, capogruppo del M5S nel Consiglio Comunale di Imperia, infatti, tra il resto dichiara: “…Daniele Comandini, che ha orgogliosamente e pubblicamente sbandierato il suo legame di amicizia con questa persona [Maffodda Carmine, ndr]; anzi di questa sua storica frequentazione di elementi vincolati a cosche mafiose, ne ha fatto un vanto se non uno spot elettorale”
Il caso era stato sollevato dalla Casa della Legalità che aveva evidenziato certi rapporti imbarazzanti, e ogni giorno che passa l’assenza di risposta ufficiale diventa inquietante.
Ecco il testo integrale della dichiarazione del Portavoce del M5S di Imperia, Antonio Russo:
«Il Movimento 5 Stelle fa della questione morale il punto cardine, fermo ed irrinunciabile della sua ragion d’essere. Dai suoi rappresentanti esige una specchiata reputazione, un’assoluta lontananza da coloro che non fanno dell’onestà il loro stile di vita; nessuna macchia o anche solo sospetto deve adombrare la trasparenza e la purezza della loro persona.
Sono regole dure ma necessarie in un mondo dove da troppi anni regna il malaffare, la corruzione e la connivenza con le mafie.
Quindi crediamo sia opportuno che chiunque sia candidato nelle liste del Movimento 5 Stelle debba necessariamente evitare frequentazioni e rapporti con persone vicine, collegate o in qualche modo anche solo sfiorate da influenze mafiose.
Ci riferiamo alla vicenda che vede coinvolto un nostro candidato, Daniele Comandini, colpevole di poco opportune frequentazioni con una persona dal cognome tristemente noto alle cronaca nera del nostro territorio, Carmine Mafodda.
Non entriamo nel merito delle responsabilità reali che questa persona potrebbe avere data la sua parentale appartenenza ad una delle cosche mafiose più attive del ponente, possiamo affermare che a tutt’oggi non esistono pendenze penali a suo carico, ma ci rivolgiamo al nostro candidato Daniele Comandini, che ha orgogliosamente e pubblicamente sbandierato il suo legame di amicizia con questa persona; anzi di questa sua storica frequentazione di elementi vincolati a cosche mafiose, anche se solo per rapporti di parentela, ne ha fatto un vanto se non uno spot elettorale.
Il suo maggior sostenitore e amico fraterno ( per sua stessa ammissione ), il Sig. Carmine Mafodda, è un rampollo della tristemente nota famiglia mafiosa dei Mafodda, che da anni è attiva sul territorio e già oggetto di numerose indagini della magistratura, come si evince dai rapporti della polizia e verbali dei Pubblici Ministeri; ripetiamo che non esiste nulla di penalmente rilevante nella vita del Sig. Carmine Mafodda, ma il solo fatto di portare quel cognome così sinistramente ingombrante dovrebbe indurre il nostro candidato a tenersi alla larga da queste inopportune frequentazioni, a fare un passo indietro e ritirare la sua candidatura, proprio per evitare il generarsi e svilupparsi di false ombre di connivenza tra il nostro Movimento e elementi mafiosi; si deve evitare che si insinuino sospetti di voto di scambio tra il mondo della malavita e i nostri candidati.
Chiediamo formalmente e pubblicamente al Sig. Comandini Daniele, poichè il suo nome è ormai legato a quello di Carmine Mafodda, di ritirare la sua candidatura dalla lista del Movimento 5 Stelle per le elezioni regionali, per il bene e l’interesse del Movimento, perchè noi siamo e dobbiamo restare trasparenti come il vetro, e su un vetro pulito, anche una piccolissima macchia lo trasforma in un vetro sporco».
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
L’ITALICUM A GRILLO VIENE BENE: PREMIO ALLA LISTA E NON ALLA COALIZIONE E BALLOTTAGGIO FAVORISCONO I CINQUESTELLE: DOVE LA TROVANO UNA NORMA PIU’ FAVOREVOLE?
Va in scena la finta opposizione dei grillini sull’Italicum.
Alle quattro del pomeriggio, mentre i suoi in Aula urlano al fascismo, il blog di Beppe Grillo apre così: #Marcia5Stelle per il reddito di cittadinanza, quarta tappa: Firenze. Per trovare un argomento attinente con la giornata va letto il post su Gennaro Migliore, una volta contrario alla legge oggi relatore convertito sulla via del renzismo: Migliore, il trottolino amoroso #noitalicum.
Uno sfottò, al massimo un attacco politico di routine. Solo quando la seduta alla Camera è finita, Grillo twitta: “Scempio #fiducia Italicum: nessun segnale da Mattarella. Dopo moniti di Napolitano, l’estrema unzione silenziosa del Quirinale. Eia eia alalà ”.
E poi: “Alla Camera è emergenza democratica! La Boldrini non muove un dito! Guardate cosa sta succedendo. Accadde solo ai tempi del fascismo”.
Il minimo, considerati i precedenti.
E fuori tempo massimo: “Che Renzi metteva la fiducia – dice un dem – lo sapevano pure i muri. Invece di twittare a cose fatte poteva riempire prima le piazze”.
Invece nessuna chiamata alle armi. Nulla a che vedere con i tempi di Rodotà -tà -tà , quando Grillo improvvisava discese su Roma convocando manifestazioni di fronte al Parlamento.
Il quale Rodotà , tra l’altro, era a un convegno a palazzo Madama, a pochi passi dall’Aula della “vergogna” e non ha lanciato alcuna crociata.
Luigi Di Majo attraversa il Transatlantico con passo rapido.
Scusi, Di Majo, ma di fronte alla fiducia? “Vedremo, se Renzi ci provoca, reagiremo”. Ma la reazione è al minimo sindacale.
In Aula si alza Fabiana Dadone, a nome del gruppo: “E’ un momento buio per quest’Aula e per la democrazia di questo paese. Che urgenza c’era?”.
Di fronte al momento buio però, oltre le urla, il nulla.
Non una manifestazione convocata fuori dalla Camera, come ai tempi dell’elezione del capo dello Stato. Nessuno sale su un tetto.
E dire che, quando i grillini si arrampicarono, lo fecero di fronte all’esame preliminare della verifica della Costituzione: “Roba che sul voto di fiducia sulla legge elettorale dovresti salire sulla torre Eiffel” dice un dissidente cacciato.
Nessuna occupazione della commissione, come pure è accaduto. Nessun Aventino.
Anzi Toninelli, colui che gestisce il dossier per il movimento, dice all’HuffPost con aplomb anglosassone: “L’obiettivo massimo è che l’Italicum non passi. Quello minimo è che esca indebolito con Renzi che prende meno voti rispetto alla maggioranza che ha sulla carta”.
Insomma, uno schiaffetto, non una chiamata alle armi.
E c’è un motivo se i pentastellati fanno la più classica delle pantomime: qualche urlo, opposizione al minimo sindacale e piazze vuote.
Ed è che, proseguono fonti informate, “questa legge ai Cinque stelle va benissimo”.
E non è un caso che il “reggente” Rosato, nel corso del suo intervento, ricorda che — nel corso del primo incontro in streaming — furono proprio i grillini a chiedere il premio alla lista e non alle coalizioni.
Renzi ha diversi ambasciatori che parlano con Di Majo ma anche con i singoli parlamentari: “Ma dove la trova Grillo una legge migliore di così per lui? A Grillo vanno bene i due punti fondamentali della legge elettorale che sono le liste con i capolista bloccati, perchè così stabilisce il gruppo parlamentare, e il ballottaggio, perchè, con questi rapporti di forza, il ballottaggio è tra Renzi e lui”.
Ed è per questo che tutta la tattica dei Cinque stelle, al netto della facciata, non disturba il manovratore.
Anzi, sul voto finale potrebbe arrivare proprio dai cinque stelle un piccolo soccorso a Renzi. “Venti, trenta voti” dicono quelli che con i Cinque Stelle ci parlano.
Un’altra ventina arriveranno invece da Verdini.
In verità sono già arrivati nel voto di oggi sulle pregiudiziali di costituzionalità e hanno bilanciato quella trentina della sinistra dem che hanno votato contro le indicazioni del gruppo.
Perchè è chiaro che pure l’opposizione di Forza Italia è, quantomeno inefficace.
Un azzurro alto in grado dice: “Ma come diavolo facciamo a dire che siamo al fascismo su una legge uguale a quella votata al Senato? Brunetta urla, metà dei nostri la votano. E Berlusconi appare distratto mentre sui giornali leggiamo che è in trattativa con Vivendi per Mediaset. Figuriamoci se riempie le piazze contro il governo”.
Già , figuriamoci. In Aula le urla. Fuori l’opposizione che non c’è.
Una pantomima, appunto.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile
BASTERA’ L’EFFETTO INCHIESTE? REGIONALI DECISIVE, BLUFF O TENDENZA DI LUNGO PERIODO?
L’ultimo dei tanti sondaggi li dà per l’ennesima volta in risalita. 
Il Movimento 5 stelle è ancora lontano dalle incredibili percentuali del febbraio 2013, ma dopo un periodo di vero e proprio crollo, è stabilmente in risalita nelle intenzioni di voto. Ixè, questa mattina, accredita le truppe di Beppe Grillo del 20%.
E il numero “due” è ormai da qualche settimana stabilmente il primo nella quota accreditata ai grillini, che nel recente passato sembravano destinati a stabilizzarsi verso cifre intorno al 15%.
Dati sorprendenti, soprattutto se paragonati alla potenza di fuoco comunicativa e all’attività politica sui grandi temi della pattuglia grillina.
Entrambe, negli ultimi mesi, vicine allo zero.
Il palcoscenico è tutto per l’attivismo di Matteo Renzi e le dinamiche interne del Partito democratico (come tra l’altro il M5s denuncia, dati dei tg alla mano, Roberto Fico in testa).
La parte residuale di taccuini e telecamere è puntata sulle convulsioni di una Forza Italia in preda ad una vera e propria guerra civile.
Sono lontanissimi i tempi in cui si attendeva con trepidazione l’arrivo di Beppe Grillo a Roma, in cui una battuta estemporanea del leader faceva titolo, in cui le pagine dei quotidiani erano piene di retroscena su quel che succedeva dietro il portone della Casaleggio Associati.
Gli ultimi sono stati tempi nei quali le truppe stellate hanno dovuto incassare l’incartamento sull’elezione del Capo dello Stato, la prima defezione organizzata di una pattuglia di parlamentari, e la sostanziale perdita di interesse da parte di Matteo Renzi nell’instaurare un dialogo con la principale forza di opposizione.
E nei quali hanno scontato la rotazione dei capigruppo, che, dopo un primo periodo che ha portato sugli scudi le personalità più forti del gruppo parlamentare, adesso vede avvicendarsi le seconde linee.
Oggi i post del blog finiscono, bene che vada, su un trafiletto nelle pagine interne, e c’è bisogno di un’azione tanto clamorosa quanto controversa come quella di Luigi Di Maio di andare a parlare con le procure che indagano sul rapporto tra cooperative e politica per risalire faticosamente nella foliazione dei giornali e nelle scalette dei tg.
“Non ci sono grandi cose in ballo – spiegano all’Huffpost i comunicatori M5s – forse fra un paio di settimane facciamo il punto sul referendum sull’euro, ma per il resto niente di che”.
Eppure la freccia verde verso l’alto accanto ai numeri nei sondaggi rimane fissa. Complice, probabilmente, il grande numero di inchieste che ha coinvolto amministratori locali e politici nazionali negli ultimi mesi.
Dal Mose all’Expo, passando per l’affaire Incalza e il recentissimo caso Ischia, passando per le iscrizioni sul registro degli indagati di numerosi candidati alla poltrona di governatore, in special modo nelle file del Pd.
Un tasto su cui stanno battendo molto i parlamentari a 5 stelle (vedasi la già citata visita di Di Maio alla procura di Napoli e a quella nazionale dell’Antimafia) e che, a partire dai territori per poi ripercuotersi a livello nazionale, sta alimentando il consenso verso il M5s.
È per questo che proprio le prossime elezioni regionali saranno un test cruciale per verificare la stabilità o, viceversa, l’estemporaneità di questa tendenza.
Numeri alla mano, non ci si aspetta la vittoria degli uomini di Grillo in nessuna delle sette regioni al voto.
Ma lo spartiacque tra percentuali al di sotto del 5%, come avvenuto per esempio in Calabria, e cifre che si avvicinano a quelle nazionali, potrebbe essere fondamentale per i prossimi mesi del Movimento.
Come al solito ci si affida ad attivisti votati sul web dai militanti locali.
Si va dalle 804 preferenze personali di Valeria Ciarambino, campana di Pomigliano D’Arco, concittadina di Di Maio e già candidata non eletta alle elezioni europee, alle 200 del marchigiano Giovanni Maggi, che nel Cv spiega di essersi occupato della comunicazione dei consiglieri comunali di Ancona.
La lista dei candidati trombati alle europee si allunga.
Vi troviamo Alice Salvatore, che proverà a strappare la Liguria alla renziana Paita e al forzista Toti, e Antonella Laricchia, pugliese, che scrive nelle propria presentazione che tra i 32 esami sostenuti (gliene mancano “uno e mezzo” alla laurea) figurano 9 “trenta e lode”.
In Umbria, dopo il ritiro di Laura Alunni, correrà Andrea Liberati, già collaboratore di consiglieri regionali, un’esperienza in America a sostegno della campagna elettorale di Barak Obama, da cui è nato un libro: “Licenziarsi e volare in America per Obama”.
In Toscana, infine, toccherà a Giacomo Giannarelli portare il vessillo, scienziato politico con alle spalle una tesi sulla decrescita felice.
Sei uomini sulle cui spalle grava la responsabilità di alzare l’asticella in una tipologia di elezioni storicamente non congeniale al M5s.
Una responsabilità tanto più pesante quanto più trovano conferme le notizie che vogliono un sostanziale disimpegno di Grillo, che non sembra voglia spendersi in uno di quei tour elettorali che tanto consenso hanno racimolato in vista delle urne.
Fino alla fine di maggio, dunque, lo strano limbo che mescola un sostanziale inattivismo a una crescita nei sondaggi sembra sia destinato a durare.
Una volta chiuse le urne, sarà tutta un’altra storia.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 7th, 2015 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI: “TENGONO BENE PERCHà‰ SONO COERENTI E HANNO PROPOSTE RICONOSCIBILI. IL WEB NON BASTAVA”
Il Movimento che pareva in caduta costante cresce. O comunque “tiene molto bene”. Perchè è
tornato con i suoi parlamentari nelle televisioni, e perchè ha ormai una sua fisionomia riconoscibile: soprattutto, delle proposte fortemente sue, coerenti.
È l’analisi dei sondaggisti, dietro ai numeri che raccontano di un M5S che guadagna consenso.
Un punto e mezzo in più nell’ultimo mese, secondo il sondaggio dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli, apparso domenica scorsa sul Corriere della Sera, che dà i Cinque Stelle al 21,3 per cento.
Saldamente secondi dietro al Pd che è al 35,7 per cento (un punto in meno in quattro settimane) e molto sopra la Lega Nord (13,7) e Forza Italia (13,5).
Ma che ne pensano gli altri sondaggisti?
“Direi che la tendenza è quella, il M5S tiene molto bene” sostiene Roberto Weber, presidente di Ixè. Che spiega: “A noi il M5S risulta attorno al 19 per cento, ma due punti fanno pochissima differenza. Il dato interessante è che, nonostante l’emorragia interna e varie altre difficoltà , tra cui anche diversi errori nel raccontarsi all’esterno, i Cinque Stelle resistono. E questo ci dice nel Movimento si sta aggregando una forma di opposizione che a sinistra non riesce a crearsi. Per dire, in questi giorni stiamo misurando il peso elettorale di Maurizio Landini: oscilla tra il 5 e il 7 per cento. Di fatto non esiste”.
Quindi un’eventuale collaborazione tra Landini e 5Stelle non funzionerebbe?
“Non andrebbe da nessuna parte. Anche perchè per funzionare servirebbe molta elasticità su entrambi i fronti, che io proprio non riscontro”.
Domanda successiva: quanto ha pesato tornare in tv?
“Molto, senza dubbio. Era un errore non andarci, non presentare le proprie idee con volti riconoscibili”.
Intanto si avvicinano le Regionali, sempre molto difficili per il Movimento.
E Weber non si aspetta novità : “Le elezioni amministrative non possono essere favorevoli ai 5 Stelle, che non hanno filiere locali, e soprattutto non hanno interessi da difendere”. Rimane il dato nazionale.
E in quest’ottica il ritorno sul piccolo schermo, benedetto da Grillo poche settimane fa in un’intervista al Corriere della Sera (“Forse è stato un errore non andarci”) pare la chiave di volta.
Anche a detta di Carlo Buttaroni, presidente di Tecnè: “Tornare in tv è stato fondamentale, il web non basta perchè non è un media ma un luogo”.
Buttaroni conferma la crescita dei 5Stelle: “Li stimiamo al 19,5 per cento, lo 0,5 in più rispetto alla settimana scorsa”.
E osserva: “Molti hanno sottovalutato il loro peso, derubricandoli a pura antipolitica. Spesso li hanno dato per spacciati. E invece il M5S ha dimostrato di essere anche molto altro: una forza coerente sui propri principi, che ha delle proposte proprie e altre personalità oltre a Grillo. Tutto questo sta pagando”.
Domanda: quanto ha influito l’essere rimasti fuori dalle inchieste? Buttaroni è scettico: “A mio avviso poco: chi decide di andare a votare fa una scelta per altri fattori. Gli altri, i più delusi, non vanno più alle urne”.
Nicola Piepoli (Istituto Piepoli) risponde da Parigi.
Conferma: “I 5Stelle tengono, eccome: a noi risultano tra il 18 e il 19 per cento, ma un paio di punti di differenza nei sondaggi non sono proprio nulla”.
E prosegue: “Il Movimento resiste perchè c’è grande disorientamento, a sinistra come a destra. Aggrega perchè rappresenta l’alternativa per chi cerca una via, una terza via. I 5Stelle non vengono nè da sinistra nè da destra, sono un posto diverso per chi sa di essere minoranza. Potrebbero diventare maggioranza solo se trovassero un grande leader”.
E il ritorno in tv, quanto ha contato?
“Moltissimo. È come se i Cinque Stelle fossero tornati nel nostro secolo. Prima erano novecenteschi, come quegli italiani che uccidevano i sovrani. In fondo, ancora loro rappresentano quella vena di anarchismo mai sopita in Italia”.
Rimarrebbe il fattore dell’immunità dalla corruzione…
“Quello — replica Piepoli — non lo so davvero pesare. Ma non credo che abbia pesato molto”.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 15th, 2015 Riccardo Fucile
I SETTE CANDIDATI CINQUE STELLE ALLE REGIONALI DI MAGGIO: DALLA 28ENNE FUORI CORSO AL PUBBLICITARIO DI 68 ANNI… PER INCUNEARSI TRA IL PD E LE DESTRE
Gian Roberto Caselggio si era lamentato pochi giorni fa sul Corriere della Sera: “I media ignorano i
candidati del Movimento alle Regionali”.
Eccoli qua i sette nomi del M5S.
Quattro donne e tre uomini, votati dagli iscritti sul web.
Accomunati da parole d’ordine come taglio dei costi della politica, difesa dell’ambiente e microcredito.
Jacopo Berti: giovane imprenditore da Nord-Est
“Quella dentro la Lega è una guerra tra tribù per il potere, non mi interessa”. Il padovano Jacopo Berti ha 31 anni e tanta sicurezza.
La cacciata di Tosi dal Carroccio e la sua conseguente discesa in campo toglierà voti al favorito Zaia, ma lui assicura di non curarsene.
Laureato in Giurisprudenza, piccolo imprenditore (“siamo tre soci, ci occupiamo di commercio on line”) è entrato nel M5S “perchè si occupa delle persone”.
Ha ottenuto la candidatura con 466 voti, battendo la veneziana Erika Baldin che al primo turno era arrivata prima.
Ce l’ha fatta grazie ad accordi tra meet up?
“Assolutamente no, è stata una corsa nella massima trasparenza”. Ha un compito duro nel Veneto delle pmi, “ma io e gli imprenditori parliamo la stessa lingua”.
Però il M5S non ha mai sfondato in regione: “Non sono d’accordo, qui abbiamo avuto il nostro primo sindaco (a Mira, vicino Venezia, ndr)”.
Come priorità ha il taglio dei costi della politica: “Abolirò i vitalizi e recupererò 16 milioni: 10 li userò per il microcredito alle imprese, sei per il referendum sull’autonomia del Veneto”.
Per la campagna elettorale spenderà “tra i 20 e i 50 mila euro”.
Alice Salvatore: nella terra di Grillo
La Liguria è forse la regione dove il M5S attende il risultato migliore, per i precedenti (il 26% nelle scorse Europee, sopra il 30 nelle Politiche 2013) e per il contesto, con un Pd dilaniato dal post primarie e di un centrodestra in frantumi.
Responsabilità in più sulle spalle della genovese Alice Salvatore, 32 anni, candidata grazie a 469 voti su 1502 nelle Quirinarie.
Laureata in lingue, insegnante, è nel M5S dal 2012: “Mi ha convinto il metodo, si rimane cittadini anche dopo essere entrati nelle istituzioni”.
Si era presentata anche alle scorse Europee. L’hanno ricandidata, ma molti del Movimento genovese, a cominciare dal capogruppo Paolo Putti, sostenevano l’esigenza di allearsi a sinistra per vincere.
Mancheranno voti? “Assolutamente no, siamo compatti e Putti lavora sul territorio”. Come primo atto da governatore promette “veri tagli” ai costi della politica: “Ridurrò tutti gli stipendi a 2.500 euro netti e abolirò i vitalizi. Solo con l’elezione di 3 consiglieri dei 5Stelle in una legislatura si risparmierebbe un milione”.
Prevede di spendere “non più di mille euro”.
Giacomo Giannarelli: l’ambientalista non rosso
Proviene da Carrara, la terra degli anarchici: “Ma non sono degno di definirmi tale”. Giacomo Giannarelli ha 36 anni, laurea in Scienze Politiche con tesi sulla decrescita felice e il pallino dell’ambiente.
“Energy manager” secondo la sua definizione, è nel M5S dal 2005 ed è tra i fondatori del meet up di Carrara. Per la candidatura gli sono bastati 258 voti su 2505.
Ostenta fiducia: “Finirà come a Livorno”. Ad aiutarlo potrebbe essere la nuova legge elettorale, che prevede il ballottaggio. “Possiamo essere la grande sorpresa” sostiene, ma c’è anche l’ostacolo della spaccatura nel Movimento toscano, con una pattuglia di consiglieri locali fuoriusciti dal M5S e poi confluiti nel movimento “Percorso comune”.
Assicura : “Non sono preoccupato. Qualcuno è partito per cambiare il Palazzo e invece è stato cambiato”.
Come priorità ha la riorganizzazione dei dirigenti regionali e della sanità , “per cui spendiamo il 70% del bilancio”.
Per la sua campagna finora ha speso 300-400 euro, “ma una previsione ancora non so darla”.
Giovanni Maggi: un “compagno”
“Io sono un uomo di sinistra, il Movimento è sopra”. Giovanni Maggi con i suoi 68 anni è forse il più anziano candidato della storia del M5S.
Tra i fondatori del Movimento radicale ad Ancona, è nei 5Stelle “perchè ho figli e nipoti, devo fare qualcosa per non lasciargli questo schifo”.
Titolare di un’agenzia pubblicitaria, si occupa della comunicazione politica dei consiglieri di Ancona.
Prima obiezione: non è inopportuno candidare un “operativo”?
“Il gruppo di Ancona mi ha chiesto la disponibilità a candidarmi e l’ho fatto. Alla fine gli iscritti mi hanno scelto, ho preso 200 voti (su 1485, ndr).
Seconda obiezione: non sono troppi 68 anni? “No, potrei essere il grimaldello per portare alle urne tanti over 50”.
Rivendica la sua esperienza a sinistra: “Un ex del Pci si trova meglio a parlare con me che con il Pd di Renzi”.
Il primo atto da governatore? “Toglierò la Jacuzzi dall’ufficio dell’ex governatore Spacca. Poi ridurrò i dirigenti e interverrò sulla sanità ”. Spenderà 5 mila euro.
Laura Alunni: insegnante anti lobby
“Vorrei cambiare il sistema di potere umbro, un parastato”. Impegnativa la sfida per la perugina Laura Alunni, 49 anni. Laureata in Giurisprudenza, insegna economia e diritto in un istituto professionale (ma ora è in aspettativa).
Nel M5S dal 2013, ha vinto le Quirinarie con 268 voti su 904.
Successo contestato dalla “concorrente” Maria Luigi D’Amone: “Alunni ha inviato in ritardo di ore la richiesta di candidatura, doveva rimanere fuori”.
L’insegnante è stata anche sul punto di ritirarsi. Ora spiega: “Quel giorno ho cliccato con due ore sulla richiesta per un contrattempo e poi ho chiesto di essere riammessa. Ho ricevuto un tale sostegno che sono andata avanti, mi ha telefonato anche Grillo”.
Il macigno ora è l’Umbricellum, legge elettorale costruitasi su misura dal Pd (dà il 60% dei voti alla lista vincente, senza soglia).
Alunni sostiene: “È palesemente incostituzionale, faremo ricorso in ogni sede”.
Come priorità del programma ha l’ambiente, “partendo dal riciclo dei rifiuti”. Spenderà “almeno 20 mila euro”.
Valeria Ciarambino: Equitalia e Movimento
“C’è chi ha messo del tempo per capire, ma non vedo contraddizioni tra lavoro e impegno politico”.
Valeria Ciarambino, 41 anni, è la candidata presidente del M5S in Campania nonchè una dipendente di Equitalia, di cui il Movimento chiede l’abolizione.
“I 5Stelle prevedono il riassorbimento di tutti i dipendenti nell’Agenzia delle entrate” ricorda lei.
Diplomata al liceo classico, una lunga esperienza nel volontariato, è originaria di Pomigliano d’Arco (Napoli), lo stesso paese di Luigi Di Maio e ciò le è valso la nomea di candidata del vicepresidente della Camera.
Ma Ciarambino reagisce: “Conosco Luigi da anni, chi mi descrive come sua protetta ragiona come nei partiti, sono stata scelta con una votazione trasparente (804 voti su 3705, ndr)”.
Già in lista alle Europee, la sua priorità è la riduzione degli sprechi: “Dimezzeremo stipendi di consiglieri e giunta, taglieremo vitalizi, auto blu e il 70% delle consulenze. Recupereremo 40 milioni all’anno, e con quei soldi aboliremo il ticket sanitario”.
Il costo della campagna? “Non so ancora dare cifre”.
Antonella Laricchia: la più giovane
Per un soffio non è approdata a Bruxelles e ora ci riprova nella sua Puglia.
Antonella Laricchia, 28 anni, laureanda in Architettura di Adelfia (Bari), è candidata alle Regionali dopo aver preso oltre 34 mila voti nelle scorse Europee.
La ricandidatura a stretto giro per alcuni meet up è un problema, ma lei non ha rossori: “Essere disponibili è un dovere, e io non mi tiro indietro. E poi c’è un vantaggio, la gente mi conosce già ”.
Primo punto del suo programma, il reddito minimo garantito: “Stiamo lavorando su una proposta da 680 euro a famiglia, solo tagliando i costi della Regione possiamo recuperare 90 milioni di euro”.
Finora ha speso 4 mila euro.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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