Luglio 16th, 2014 Riccardo Fucile
DA MESI RIPETE: “VOGLIO MOLLARE LA POLITICA”… LA SVOLTA MODERATA NON FA PER LUI
Il primo segnale arrivò lo scorso 4 aprile. Beppe Grillo fu intercettato in aeroporto a Catania, tappa di quel poco profetico “Te la do io l’Europa tour”. Un caffè al duty free, una chiacchiera con il barista, e quelle secche parole all’inviato di Repubblica: “O vinciamo le europee, oppure mi ritiro”.
Il finale di quel film è noto. Una sala conferenze nella periferia sud di Roma, qualche bandiera, i primi dati dello spoglio compulsati con nervosismo. Poi le lapidarie parole di Roberta Lombardi: “Parleremo domani quando avremo i risultati completi. Beppe? Sta già dormendo”.
L’ex comico era lontano dalle coperte, e continuava a guardare attonito lo schermo della tv a Milano, insieme a Gianroberto Casaleggio.
Era la notte tra il 25 e il 26 maggio.
Sono ore di sofferenza. Raccontano che alterni momenti di rabbia con la profonda delusione: “Se vogliono Renzi se lo tengano – sarebbe sbottato – si vede che è questo che desiderano. Io con la politica chiudo”.
Forse solo una reazione a caldo, forse l’embrione di qualcosa di enorme che potrebbe maturare nelle prossime ore.
Da quel giorno, il megafono, il capo politico, il leader carismatico del Movimento 5 stelle non ha più assolto a nessuna delle tre funzioni. Mollò tutto e se ne andò nella sua amata Sardegna.
Guai a chiedere a Filippo Nogarin se la sua ascesa al comune di Livorno sia dovuta anche all’eclissarsi dell’ex comico dalla scena pubblica, allo smantellamento delle barricate erette in vista di quel sorpasso finito un po’ come nell’omonimo film. Ma molti lessero nell’improvviso low profile dei grillini la chiave di un successo che ha del clamoroso.
“Grillo si è fermato al “vaffanculo” — spiega un suo parlamentare — se quello non funziona più non sa che fare, gira a vuoto”.
Perchè le motivazioni che hanno spinto l’ex artista della Rai a continuare a veder stravolta la propria vita, fino a qualche anno prima schiva e riservata, sembravano appese tutte a quel all-in sulle elezioni europee: vinciamo per chiedere che cadano le teste dei nostri avversari.
Nella war room della Casaleggio Associati non ci si è mai posti l’esigenza di elaborare un piano B, non si è mai data la risposta fondamentale alla domanda: e se perdiamo che si fa?
Il filo rosso di una strategia senza sbocchi si riannoda fino allo scorso gennaio.
Grillo arrivò al Senato, per una delle sue stanche e poco risolutive apparizioni a Palazzo. Anche allora, a più di 120 giorni dalle urne e con una campagna elettorale di là da venire, ribadì: “Vinciamo e cambiamo l’Europa e l’Italia, se perdiamo lascio”.
Il tema del grande abbandono è sempre stato agitato come una clava nella storia del M5s: “Se votate Pier Luigi Bersani mi ritiro”, disse appena iniziata l’avventura in Parlamento. Quasi che l’unico confine tra la ribalta e il ritiro dalle scene fosse la sopravvivenza della creatura che lui, e solo lui, ha portato ad uno straordinario 25%.
Formalmente è ancora lì, ma mentalmente sembra aver già mollato.
“Io sono stanco – ha ripetuto ieri a un gruppetto di senatori – non ce la faccio a venire troppo spesso da voi”. A Montecitorio un capannello di giornalisti e addetti ai lavori fotografa la faccenda con una battuta: “C’è solo una persona che sopporta meno di noi di seguire questo magma inconcludente. È Beppe Grillo”.
La linea trattativista portata avanti da Luigi Di Maio e dallo staff milanese lo ha lasciato spiazzato (“Fosse per me non farei mai accordi con questi qua”, diceva non più tardi di 24 ore fa ai suoi).
Sembrano lontani anni luce i tempi in cui un suo coup de theatre davanti all’Ariston di Sanremo in tre minuti spazzava via mediaticamente le polemiche sulle espulsioni. Lontani i momenti in cui una sua telefonata trasformava la notte in giorno, tramutava le nubi in stelle.
Lunedì è arrivato a Roma, si è chiuso dentro il solito hotel. Una giornata solitaria, con la sola incursione degli eletti a Roma e nel Lazio, dal quale è emerso solo la mattina successiva.
“È voluto venire, ma non sa bene nemmeno lui a fare cosa, non c’è un timing di questa due giorni”, spiegava un uomo del cerchio magico non più tardi di ieri.
È come se Grillo non sapesse più che fare della sua creatura, si disinteressi della direzione in cui andare.
È oltre un anno che ripete come un mantra che il Movimento lo ha distolto dal suo lavoro, che prima o poi vorrebbe tornare a farlo.
Ed è oltre un anno che si rincorrono voci su una sua possibile tournèe internazionale.
Perchè Grillo conosce solo il registro della vis polemica, si eccita quando “vede il sangue”, dà il meglio di sè nell’io contro tutti.
Da sempre, da quando batteva i palchi della Rai, non mastica la forma — artistica e politica — del dialogo, è un campione in quella del monologo.
Non voleva andare a parlare con Matteo Renzi, l’ha fatto controvoglia e solo a patto di dare sfogo ad un soliloquio. Anche lontano dallo streaming è riottoso. Quando il Quirinale fissò un incontro – da lui richiesto – prima del previsto provò a spostarlo: era al mare, con la famiglia, prima delle sue priorità , altro che Giorgio Napolitano, annessi e connessi.
Quando si dialoga scatta il cortocircuito.
Di Maio lascia aperta la porta al Pd? Lui verga un post di fuoco contro l’ebetino di Firenze.
Di Maio annuncia la volontà di sedersi al tavolo con Renzi? Lui lascia filtrare che sarà in piazza a spernacchiare le riforme del governo.
Smentito in entrambi i casi, non ha fatto una piega.
Un post scriptum per ritrattare nel primo caso, una secca smentita nel secondo. A contraddirlo, qualche mese fa si guadagnava un’espulsione.
A pensar male, verrebbe quasi da dire che i suoi l’hanno scortato per i luoghi simbolo dei Palazzi della politica per fargli uno sgarbo.
Mesi fa, avrebbe rifiutato sdegnato e mangiato una bistecca in trattoria. Ieri non ha fatto una piega a farsi immortalare prima in una blindatissima buvette, poi nel ristorante del Senato, simbolo mediatico per eccellenza dei privilegi della casta.
Quasi non gliene importasse più nulla, quasi avesse smarrito la bussola del “tutti a casa”.
Pur smentita, la notizia di Casaleggio in cerca di casa a Roma dice che mai come oggi le chiavi del Movimento sono nelle mani sue e del suo staff (Davide in testa).
Perchè Grillo forse non scherzava quando in una splendida giornata dell’ottobre romano si prese il cuore in mano e disse ad alcuni amici: “Lo spettacolo è il mio ambiente la politica è una parentesi, una lunga parentesi. Ma io da lì arrivo e lì voglio tornare”.
Il dilemma è come farlo senza far crollare tutto.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 12th, 2014 Riccardo Fucile
TRA UTRA-ORTODOSSI E FAVOREVOLI AL DIALOGO, IL NUOVO CORSO FAVORISCE IL “MEDIATORE” DI MAIO
Correnti e discussioni. E alla fine, ancora la voce di Beppe Grillo.
Il leader del Movimento Cinque Stelle – intercettato sulla spiaggia di Porto Cervo – dribbla i cronisti e annuncia: «No, niente domande, non rispondo su nulla. Martedì o mercoledì sarò a Roma, vedremo…».
Una presenza, la sua, reclamata dai parlamentari per dare sostegno alle iniziative dei pentastellati contro la riforma del Senato (probabilmente martedì, con un intervento – come rivelano alcune fonti – «sobrio, di contenuto perchè non vogliamo una Camera alta di nominati»).
Ma Grillo farà anche da collante in Parlamento tra le diverse anime dei Cinque Stelle.
Il Movimento sta attraversando in queste settimane uno dei momenti di transizione più complessi della sua storia: la delusione per il voto alle Europee, la rivoluzione nella comunicazione e l’apertura per le riforme con il Pd sono tre passaggi chiave che hanno ridisegnato la struttura e le gerarchie interne al gruppo. Creando malumori.
Ai dissidenti – ma non solo – non sono piaciute le «scelte calate dall’alto» da parte dei due leader e molti tra deputati e senatori hanno chiesto delucidazioni sulla svolta politica.
La doppia riunione dei parlamentari di questa settimana da un lato è servita per ricucire alcuni degli strappi sul metodo adottato, rafforzando la legittimazione alla trattativa con il Pd, dall’altra però ha reso evidenti anche le differenze tra le posizioni dei pentastellati.
Punti di vista frastagliati, divergenti, anche tra chi non oserebbe mettere in discussione le scelte del Movimento.
Così, per esempio, i fedelissimi si sono ritrovati spaccati.
Da una parte ci sono gli ultraortodossi come Laura Castelli, Riccardo Nuti (che ieri ha sottolineato la decisione el M5S, sulla questione riforma del enato, di adottare «una linea di opposizione durissima»), Giorgio Sorial e una parte del gruppo siciliano tutti inclini quella modalità di comunicazione el «o noi o loro» e che mal digeriscono l’idea di un cambio di strategia, dall’altra quei fedelissimi «in sonno», esponenti anche di spicco, che accettano con qualche riserva e un po’ di pragmatismo l’evoluzione degli avvenimenti politici.
A contribuire al mutamento degli equilibri anche i nuovi assetti del gruppo-comunicazione (ieri a Milano per un summit alla Casaleggio associati), che hanno spazzato via le polemiche degli ultimi mesi (rumors indicano un ruolo sempre più di primo piano della consulente Silvia Virgulti).
Si cercano strade inedite (qualcuno giovedì ha anche proposto il coinvolgimento degli intellettuali vicini ai Cinque Stelle nelle prossime iniziative), si affermano anche volti nuovi: i «moderati». Vanno in questa direzione proprio le ultime votazioni in seno a deputati e senatori per eleggere il vice-capogruppo a Montecitorio, Andrea Cecconi, e il capogruppo a Palazzo Madama, Vito Petrocelli.
A dare il segno della svolta, basta un aneddoto.
Un anno fa, quando ci fu la spaccatura sul ballottaggio per la presidenza del Senato tra Renato Schifani e Pietro Grasso, Petrocelli dichiarò: «Io ho votato scheda bianca, ma sono contrario alle espulsioni», tutelando chi si era espresso in modo indipendente.
Nel puzzle, complicatissimo a dire il vero, mancano gli outsider, come Simone Valente, molto attivo nell’assemblea dei deputati di inizio settimana.
E i gruppi a connotazione regionale, come quello dell’Emilia-Romagna, molto coeso sul caso Pizzarotti, un po’ meno sulle posizioni di dialogo con i democratici.
I dissidenti, invece – come Tommaso Currò –, hanno apprezzato l’apertura del tavolo, lamentandosi del metodo.
A fare da ago della bilancia, tra critiche e tensioni, Luigi Di Maio, che dopo le discussioni interne sembra uscito rafforzato nel suo ruolo di leader «istituzionale» per la trattativa.
Intanto, In Europa, continua a far discutere l’esclusione del gruppo Efdd dalle nomine per le commissioni. «Il cordone sanitario non è certo pensato contro gli italiani, ma contro Farage.
Non si può favorire chi si fa eleggere in Parlamento europeo per distruggere lo stesso Parlamento europeo», ha detto il capo della delegazione francese del Ppe a Strasburgo, Alain Lamassoure.
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 10th, 2014 Riccardo Fucile
GRILLO ATTACCA: “IL PATTO DEL NAZARENO? SALVACONDOTTO PER BERLUSCONI”
Sono le undici di sera, i deputati grillini sono riuniti ormai da un paio d’ore, hanno avuto tempo di
discutere di vari provvedimenti in discussione.
Ma il vero cuore dell’incontro, la notte di martedì alla Camera, è la discussione su quello che scuote il Movimento e che, per la prima volta, vede accomunati nel malessere dissidenti e ortodossi.
Prendono la parola in tanti, ed è un coro di richieste di chiarimenti: toni pacati, ma contenuti sferzanti.
Perchè tutta la trattativa con il Pd la sta conducendo Di Maio?
Chi ha deciso di aprire ai dieci punti? «Non ne posso più di questi giochetti», interviene il dissidente Walter Rizzetto.
A difendere Di Maio si alza una sola voce, l’altro enfant prodige del Movimento, Alessandro Di Battista, che invita a fidarsi l’uno dell’altro.
Lui, il vicepresidente della Camera al centro delle polemiche, lascia sfogare tutti e ascolta.
Poi prende la parola, rassicura, spiega che la linea è stata decisa di concerto con Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio consultati al telefono.
E reagisce anche alle accuse di chi lo considera un po’ il «cocco» dei due fondatori: c’è chi li sente tutti i giorni, molto più di me, si difende.
Chi? Mistero.
Una difesa che ha convinto i colleghi infastiditi da tanto solitario protagonismo? «Mica tanto», sospira un dissidente.
Qualcuno, fra loro che per primi chiesero un confronto col Pd ma senza successo, sono oggi perplessi davanti a tanta inquietudine dei «lealisti» da sempre.
«Quando eravamo in due o tre a dire che il metodo non andava bene, eravamo noi a sbagliare…», ricorda Rizzetto. «Ma gli ortodossi lo capiscono ora che viene deciso tutto dall’alto?», sospira un’altra da sempre dialogante, Paola Pinna.
«Certo una cosa è la leadership di Casaleggio, che entrando nel Movimento uno può anche accettare, altra cosa quella di Di Maio: noi lo abbiamo votato vicepresidente della Camera, non segretario del partito», aggiunge.
Nel tardo pomeriggio, c’è un lungo colloquio, nel cortile di Montecitorio, tra Di Maio e Rizzetto.
Poi il vicepresidente sale al primo piano a incontrare i membri delle Commissioni affari costituzionali, e la voce che si diffonde è che, chissà , magari si potrebbe pure cambiare squadra in occasione del prossimo incontro col Pd, visto che uno vale uno.
Un incontro che comunque la settimana prossima dovrebbe tenersi, benchè, ha sottolineato il dem Guerini, dentro al perimetro del patto del Nazareno tra Pd e Forza Italia.
«Il problema è che nessuno conosce questo perimetro», attacca dal blog Beppe Grillo, che avanza «congetture» su cosa possa contenere, senza usare eufemismi: «Il patto è un salvacondotto per il c… di Berlusconi che in cambio garantisce il suo appoggio al governo e al disegno controriformista di Napolitano».
Tuttavia, l’apertura dei Cinque Stelle resta in piedi: scherza Di Maio, «aspettiamo il piccione viaggiatore del Pd…».
Francesca Schianchi
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
INEDITO ASSE TRA VECCHI FALCHI E DISSIDENTI: IL CERCHIO MAGICO DI CASALEGGIO SOTTO ATTACCO, SCONTRO ALL’ASSEMBLEA DEI DEPUTATI
Neanche ventiquattr’ore dopo aver piegato la linea di Beppe Grillo, Luigi Di Maio è costretto a fare i
conti con una clamorosa rivolta interna.
Per certi versi inedita, perchè contro la cabina di regia si saldano vecchi falchi e dissidenti della prima ora.
Qualcuno, in una giornata da brividi, dà forma alla rabbia scrivendo a Grillo.
«Questa trattativa con il Pd – si infuria – va fermata».
Nonostante il volere della Casaleggio associati, tantissimi parlamentari si oppongono al nuovo corso. Ce l’hanno anche con il guru, a causa dello strapotere garantito al cerchio magico.
La tensione, inevitabilmente, si sfoga in un’aspra assemblea iniziata a tarda sera.
E a complicare il quadro di un Movimento in profonda trasformazione arriva pure lo stop agli ambasciatori Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, imposto dalle commissioni affari costituzionali di Camera e Senato.
D’ora in avanti, insomma, le proposte al Pd andranno discusse assieme, perchè il tempo delle deleghe in bianco è scaduto.
«Caro Beppe, così davvero non va», è il senso delle mail spedite al leader. La sua linea è stata messa in discussione, ma il Fondatore comunque si mostra conciliante, ridimensionando il surreale cortocircuito politico a un errore di comunicazione.
Di Maio, intanto, fiuta la tempesta. E prima di presiedere con infaticabile lena l’Aula della Camera, anticipa l’affondo: «Molti mi chiedono chi abbia deciso il doppio turno di lista. Nessuno ha ancora deciso niente. Alla fine valiamo tutti “uno” e potremo votare sul portale». È tardi, però.
I componenti delle commissioni affari costituzionali chiedono a Toninelli di essere coinvolti, vogliono ponderare insieme le nuove mosse.
Un conto, d’altra parte, è intavolare un negoziato, altro sposare d’improvviso il doppio turno.
Giuseppe D’Ambrosio non nasconde le novità : «Abbiamo visto che nella trattativa si è un po’ travalicato. Se prima si discuteva da uno a dieci, ora siamo arrivati a quindici: mi riferisco alle risposte sul Senato e sul doppio turno. Ora è gusto fare una riunione delle commissioni. Poi si passerà dall’assemblea».
Tutto, insomma, sembra tornare in discussione. Il prossimo capogruppo, Andrea Cecconi, come sempre non si sottrae ai quesiti.
Anche i più scomodi: «Il Pd ci ha trattato a pesci in faccia, ma non siamo bambini dell’asilo idioti. La proposta l’abbiamo fatta. Adesso basta, rispondano ».
D’Ambrosio, poi, è ancora più netto: «Io non mi sarei proprio seduto perchè ci preso in giro. Ma ho rispettato la decisione».
La partita, allora, si complica, anche se Lorenzo Guerini annuncia nuove risposte ai grillini e un incontro la prossima settimana.
È l’intera pattuglia dei falchi della prima ora, in realtà , a mostrare segni di nervosismo. Non tanto Alessandro Di Battista – che pure è scomparso dal video e tace da tempo – quanto il board che ha guidato il Movimento nel primo anno in Parlamento.
L’ala romana di Paola Taverna e Roberta Lombardi, silente. Lo zoccolo duro siciliano e calabrese, rappresentato da Riccardo Nuti. Grillini storici come Laura Castelli.
E poi ci sono i dissidenti, esclusi da quel dialogo che pure avevano predicato per mesi. Walter Rizzetto osserva con un certo distacco il duello: «L’avevo detto che la linea andava discussa prima. Ora vedo una gran confusione, tanti “ortodossi” che non condividono il dialogo. Non so come se ne esce».
Toninelli, sfinito da un mese di lavoro intensissimo, non abbandona la speranza di una mediazione: «Le critiche di Colletti? Vabbè, per carità , è un tecnico e ha una sua opinione tecnica. Ci sta. Comunque ne discuteremo in assemblea».
L’unica cosa che non sembra gradire è la critica sul metodo: «La Rete ratificherà le proposte, le commissioni sono coinvolte. Che dobbiamo fare di più?».
Tutto, però, sembra in bilico: «Sulle soluzioni tecniche e sul doppio turno – giura Cecconi – tutto è ancora aperto. D’altra parte è una novità di ieri… ».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
COME IL TANDEM DEI “TRATTATIVISTI” OTTIENE IL CAMBIO DI ROTTA
L’inimmaginabile si consuma tra le tende di broccato e le tele antiche dello studio di Luigi Di Maio. 
In un pomeriggio rivoluzionario, il Movimento cinque stelle pronuncia “dieci sì” al Pd sulla riforma elettorale, mentre il vicepresidente della Camera assume fragorosamente il comando dei pentastellati.
In poche ore, al culmine di un confuso ping pong di accelerazioni e frenate, Gianroberto Casaleggio impone la linea del confronto, piegando Beppe Grillo e mortificando la sua furia telefonica.
L’epicentro del caos è il quartier generale di Di Maio.
È ancora mattino quando il Pd annulla con una nota del capogruppo l’atteso streaming sulle riforme. Serve una risposta scritta, segnalano i democratici. Lo staff comunicazione del Movimento entra in fibrillazione, si decide di convocare al volo una conferenza stampa.
Senza Grillo, che pure qualcuno nel Movimento segnala in arrivo a Roma. «Nessuna spaccatura», ordina il guru.
Di fronte ai giornalisti, Di Maio si dice «esterrefatto» dal Pd e giura che d’ora in avanti parlerà solo con Renzi.
Non ribalta il tavolo, però, perchè questa è la linea del cerchio magico: «Non vogliamo farlo saltare», giura il “reggente”. Come gesto di buona volontà , anzi, i grillini compiono una mossa che complica lo schema del Pd: elencano i dieci sì al confronto, ipotizzano una legge elettorale con il ballottaggio che assegna alla lista vincente il 52% dei seggi.
Per il primo turno suggeriscono proporzionale puro e preferenze.
Pochi minuti e il vicesegretario Lorenzo Guerini lascia intravedere un spiraglio per riaprire la trattativa. È in quel preciso istante che, come un fulmine, si scarica l’ira di Grillo.
Improvvisa, spazza via ogni velleità di dialogo: «Un confronto democratico e trasparente è oggi impossibile ».
Peggio, i grillini «non possono essere trattati come dei paria da sbruffoni della democrazia. Abbraccio i ragazzi che si sono fatti prendere in giro da questi falsi e ipocriti che parlano di 10 punti, del documento… Da consegnare a casa di chi?». L’ultimo ragionamento è un grido di battaglia: «Non concediamo più un millimetro. Basta, adesso opposizione vera e dura. Stiamo scivolando lentamente verso una dittatura a norma di legge».
La base, in rivolta fin dal mattino sul blog e infuriata con i dem, esulta.
Come i falchi: «Abbiamo avuto fin troppa pazienza – dice del Pd Andrea Colletti – noi possiamo stare al tavolo fino a un certo limite, che è stato però valicato».
Tutto finito? Neanche per idea.
Il Movimento vive ore drammatiche, Di Maio chiama a raccolta alcuni fedelissimi come Danilo Toninelli, Ilaria Loquenzi e Silvia Virgulti. Rocco Casalino chiude a chiave la porta. La tensione è altissima, il telefono bollente.
Il vicepresidente, maniche di camicia arrotolate, concorda con il guru la correzione di rotta del comico genovese. Sentono anche Beppe.
Poco dopo sul blog – scopre l’Espresso – scompare per un po’ la parte più dura dello stenografico del leader.
E si assiste a una retromarcia bruschissima: «Il M5S ha il dovere di migliorare la legge elettorale e ci proverà fino in fondo. Tra il mio intervento e la conferenza stampa di Di Maio non vi sono contraddizioni».
Ci sono, invece. Ed esplodono a sera, quando dopo un lavoro certosino affidato ad Aldo Giannuli, arrivano le dieci risposte a Renzi: «Così il Pd non avrà più alibi». Preventiva, arriva pure la precisazione: «Non c’è contraddizione fra il gruppo e Grillo».
La fotografia della rivoluzione consumata tra i pentastellati non sfugge però a nessuno: «Per me Luigi ha segnato un punto – sostiene l’avversario-amico Roberto Giachetti – costringendo Grillo a fare marcia indietro».
La pattuglia parlamentare assiste allibita, disorientata. Tacciono i legionari della prima ora. Ma mugugnano, soprattutto quando a sera scoprono che Di Maio è ospite di Mentana in Tv.
Eppure Beppe aveva ”scomunicato” il piccolo schermo solo pochi giorni prima.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
LA “STRATEGIA DEL CUNEO” E’ UN GIOCO D’AZZARDO
Lo scarto di Beppe Grillo contro il Pd per l’annullamento dell’incontro di ieri non deve sorprendere.
Dimostra che il Movimento 5 Stelle non è passato «dalla protesta alla proposta», come suggeriva il suo capo nei giorni scorsi.
Persegue piuttosto il suo progetto di destabilizzazione con altri mezzi, in apparenza più suadenti e disponibili. Ma proprio per questo non bisogna meravigliarsi nemmeno se nei prossimi giorni Grillo tornerà alla carica con una miscela di insulti e di aperture.
Sta tentando una «strategia del cuneo» per inserirsi in tutte le possibili crepe dell’asse istituzionale tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.
Non è riuscito a farlo saltare col muro contro muro, e prova con un altro metodo.
Per questo, dopo avere tuonato contro gli «sbruffoni della democrazia» ed evocato una «dittatura a norma di legge» instaurata dal premier, Grillo si è affrettato a dire che il dialogo rimane aperto; e a negare contraddizioni col vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, più possibilista.
La verità è che la richiesta di proposte scritte arrivata da Renzi ha spiazzato un M5S che già si preparava a offrire una riforma elettorale «in cento giorni»: quasi una competizione sulla velocità col presidente del Consiglio.
L’altolà di Palazzo Chigi, invece, ha fatto riemergere le pulsioni di Grillo. Ma si sono rivelate un boomerang. Scoprono infatti il nervosismo di un capo che sa quanto il suo movimento sia percorso da malumori sia sui suoi metodi, sia sulla politica verso il governo; e che dopo le europee vuole smentire l’immagine di un voto al M5S inutile, perchè si autoesclude da ogni gioco.
Per questo, seppure strumentale e tardiva, la «strategia del cuneo» è destinata a durare; e lo schiaffo ricevuto dal Pd tende a essere ridimensionato.
La preoccupazione di Grillo è di «esserci»: soprattutto se la legislatura durerà . «Le porte per una discussione sulla legge elettorale per il M5S sono sempre aperte, nè mai le ha chiuse nonostante continue provocazioni», ha dichiarato dopo parole di guerra totale.
Al punto che Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, ha rimarcato lo «stato confusionale» del M5S.
Grillo ritenterà l’aggancio, ma dopo quanto è accaduto, la manovra risulta meno credibile.
Lo stesso capo dello Stato, Giorgio Napolitano, invita a non perdersi in mediazioni inconcludenti. D’altronde, in apparenza Grillo si offre come sponda a Renzi e Berlusconi.
In realtà , i suoi veri interlocutori sono gli avversari del premier e di Berlusconi.
Vengono offerti un’alleanza voti di ricambio a quanti vogliono affossare il patto Renzi-Berlusconi ma temono di ritrovarsi isolati. Non solo.
La proposta di Grillo va letta anche nella prospettiva delle votazioni per il Quirinale, se e quando ci saranno: prevedibilmente il prossimo anno.
Anche lì, il tentativo è di incunearsi in qualsiasi accordo abbozzato dalla maggioranza delle riforme istituzionali; e sparigliare, offrendo le sue truppe parlamentari per candidature alternative.
Ma è un gioco d’azzardo, che sopravvaluta la compattezza del M5S.
Alla fine, Grillo potrebbe rendersi conto che il suo cuneo non ha funzionato; e, partito per spaccare, ritrovarsi spaccato.
Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
L’ALTALENA E’ UN GIOCO INFANTILE: PRIMA O POI BISOGNA SCENDERE E CRESCERE
Ci ha pensato la voce barbuta di Beppe Grillo a suggellare i negoziati con Matteo Renzi e il Partito
democratico sulla riforma della legge elettorale.
Quelli che, fino a ieri, erano interlocutori affidabili («Noi parliamo solo con Renzi») sono diventati, di colpo, avversari biechi e autoritari («Renzi è un ebetino, anzi un ebetone», «criminalità organizzata di stampo democratico», «una dittatura a norma di legge», «sbruffoni della democrazia», «vigliacchi, ipocriti e falsi»: il tutto in 1 minuto e 18 secondi).
Finale melodrammatico, ma istruttivo.
Il Movimento 5 Stelle, per adesso, funziona così. Alterna toni concilianti e insulti, proposte ragionevoli e accuse scomposte. Il pretesto di quest’ultimo scontro non è importante. Se basta un disaccordo sulle preferenze o una lettera non spedita per scatenare tanta furia, non si va lontano. Serve poco che Luigi Di Maio, poi, tenti di incollare i cocci: «Beppe ha il diritto di arrabbiarsi. Ma la proposta di dialogo è sempre aperta».
Certi toni, per quanto sgradevoli, possono servire finchè si tratta di intercettare il malumore (in Italia ce n’è tanto, e giustificato).
Ma non aiutano a costruire un’opposizione, quindi un’alternativa, di cui c’è bisogno. Lo dimostra il voto di maggio.
Il 41% raccolto dal Pd – nessuno dei 186 partiti in lizza alle Europee ha fatto meglio, ricorda il Financial Times – è certo un’apertura di credito verso il governo e una prova di fiducia verso Renzi. Ma è anche una prova di sfiducia verso i suoi avversari, nessuno escluso.
Beppe Grillo, finalmente uscito dalla fase catatonica post elettorale, deve rendersene conto, e informare il suo stato maggiore.
Chi, ogni tanto, sa stupire, affascina; chi stupisce ogni giorno irrita e stanca. L’elenco delle capriole pentastellate è lungo, e non riguarda solo i rapporti con il Pd, partiti male fin dall’arrogante streaming con uno stremato Bersani.
Ci limitiamo alle più spettacolari.
Il 10 luglio 2013 Grillo (accompagnato da Casaleggio e dai capigruppo alla Camera e al Senato) incontrava Giorgio Napolitano al Quirinale.
Uscendo parlava di un «incontro molto piacevole», in cui «la situazione è stata condivisa dal presidente».
Il 30 gennaio 2014 il M5S chiedeva l’impeachment del capo dello Stato per il reato di attentato alla Costituzione. Lo scorso 4 luglio Debora Billi, responsabile web (!) dei Cinquestelle a Montecitorio, twittava: «Se ne è andato Giorgio. Quello sbagliato. #faletti». Poi si scusava su Facebook.
Il 13 maggio Beppe Grillo tuonava contro Expo: «Va fermata, è un’associazione a delinquere!». Ieri, 7 luglio, il gruppo lombardo del M5S ha incontrato il commissario di Expo, Giuseppe Sala, «per avere aggiornamenti dal diretto responsabile in merito allo stato attuale di avanzamento dei lavori, del numero di occupati e della contrattualistica dei volontari».
Potremmo continuare, ma è chiaro. Quello di Grillo è un movimento in altalena: spinte eccessive e frenate improvvise spaventano gli attivisti (di qui le scomuniche e le espulsioni), confondono i simpatizzanti, esasperano gli avversari politici.
Ma l’altalena, per quanto eccitante, resta un gioco infantile.
Prima o poi bisogna scendere, e crescere.
Beppe Severgnini
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
I 10 “FINTI” SàŒ DI GRILLO A RENZI: DIMOSTRARE “RESPONSABILITA'” E FARSI DIRE NO O SI RISCHIA LA FACCIA
Dopo tre giorni di estenuante tira e molla, arriva l’agognata risposta scritta che il Pd aveva chiesto al
M5s.
Dieci domande, dieci punti per capire se il dialogo sulla legge elettorale potrebbe andare avanti. Un ein plein di dieci risposte affermative. Tutte con un lungo corollario, sufficiente, in molti casi, a depotenziare quella secca risposta affermativa fornita dai grillini, lasciando di fatto le posizioni assai distanti.
L’assenso alla necessità di un secondo turno viene per esempio disperso in clausole capestro, almeno a guardare l’impianto di base dell’Italicum.
Il sì al ballottaggio per i 5 stelle è vincolato da un primo turno da svolgersi con un proporzionale puro, con le preferenze e senza soglie di sbarramento.
E impedendo la facoltà a diverse forze politiche di coalizzarsi tra di loro prima del voto.
L’esatto contrario di quanto emerso dal patto del Nazareno.
Anche il sì al premio di maggioranza per il vincitore è in realtà un no: il M5s identifica solo nell’eventuale ballottaggio quel bonus di seggi che, invece, nei piani di Matteo Renzi andrebbe attribuito al partito, o alla coalizione, che al primo turno ottenesse una maggioranza relativa di suffragi al di sopra di una certa soglia (fissata, al momento, al 37%).
Anche le risposte affermative alla riduzione dei collegi elettorali e del vaglio della norma da parte della Corte Costituzionale sono vincolati ad un generico “dipende dall’impianto complessivo della legge e da come la si vorrebbe realizzare”.
E via di seguito: “sì” alla modifica del Titolo V della Costituzione, ma “l’impianto proposto nell’attuale riforma non sia funzionale alla risoluzione dei problemi provocati dalla riforma del 2001”, “sì” alla riduzione dei compensi dei consiglieri regionali, “non si capisce in che modo il Parlamento potrebbe intervenire su questa materia, che dovrebbe essere di competenza regionale”.
Qualche apertura maggiore si avverte sull’abolizione del Cnel e sulla riforma del Senato, a patto che quest’ultimo sia elettivo.
Ancora una volta l’opposto di quel che vorrebbe Renzi.
Insomma, dei dieci “sì” del M5s, a leggere le righe piccole, almeno sette o otto suonano piuttosto come un diniego.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
SONO TUTTI SI’ CON QUALCHE RISERVA: VALEVA LA PENA?
Alla fine, le risposte del Movimento 5 Stelle alle dieci domande del Pd sulle riforme sono arrivate.
Sul blog di Grillo, il M5S ha pubblicato difatti le dieci risposte: formalmente sono tutti “sì”, ma con varie riserve al loro interno e diverse divergenze.
Tra le proposte del Movimento ci sono: un primo turno proporzionale privo di soglie di sbarramento e nel caso in cui nessuno raggiunga la maggioranza al primo turno, è previsto un secondo turno tra i due partiti più votati, al cui vincitore viene assegnato però un premio limitato, solo il 52% dei seggi.
Si parla però di premi per liste, non coalizioni.
I “ni” del M5S.
Disponibilità del Movimento, si legge, anche a far verificare preventivamente la legge elettorale alla Corte costituzionale.
Vago invece il M5S su collegi elettorali (“dipende dall’impianto complessivo”), sul superamento del bicameralismo perfetto (“Non siamo pregiudizialmente contrari”) e, nelle risposte pubblicate sul blog, ci sono molte riserve anche sulla riforma del titolo V (“l’impianto proposto nell’attuale riforma non sia funzionale alla risoluzione dei problemi provocati dalla riforma del 2001”).
“Irrinunciabile il Senato elettivo”.
No secco invece del M5S sul nuovo Senato di Matteo Renzi (“irrinunciabile l’elettività di promo grado dei senatori”) e pugno duro sull’immunità : “La nostra proposta in merito è semplice: affinchè l’immunità non diventi occasione di impunità e tuttavia preservi il parlamentare nella sua essenziale funzione di rappresentante dei cittadini, riteniamo necessario e sufficiente cancellare le immunità attualmente previste, all’infuori della garanzia dell’insindacabilità per le opinioni e i voti espressi”.
La risposta dei Cinque Stelle al Pd: i 10 punti del Pd e le relative risposte
1. Per noi un vincitore ci vuole sempre. L’unico modello che assicura questo oggi in Italia è la legge elettorale che assegna un premio di maggioranza al primo turno o al secondo turno. Il Movimento 5 Stelle, per esempio, ha vinto a Parma, Livorno e Civitavecchia nonostante che (sic) al primo turno abbia preso meno del 20% dei voti. Però poi al ballottaggio ha ottenuto la metà più uno dei votanti. Vi chiediamo: siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore? Noi sì
“Si”
Per noi quello che voi chiamate “vincitore” è il conquistatore di una vittoria di Pirro, che non garantisce in alcun modo la governabilità : speravamo che l’esperienza di “vittoria” con una schiacciante maggioranza nella scorsa legislatura vi fosse stata d’insegnamento, ma evidentemente non è così. Un modello che assicuri la certezza di un vincitore come quello disegnato nella legge Berlusconi-Renzi non esiste pressochè in nessun sistema democratico al mondo. In ogni caso, al fine di evitare un pessima legge elettorale quale è la legge Berlusconi-Renzi nella sua attuale formulazione, e produrre un testo migliore siamo disponibili a prevedere un ballottaggio che dia ad una forza politica la maggioranza dei seggi, a condizione di evitare che la conquista del primo posto si trasformi in una corsa all’ammucchiata di tutto e il suo contrario (come è stato per l’Unione di Romano Prodi e per le coalizioni guidate da Silvio Berlusconi) che ha provocato la caduta anticipata dei rispettivi governi nel 2008 e nel 2011 nonostante la “vittoria”. Per evitarlo, la nostra proposta alternativa è formulata in questi termini:
– un primo turno proporzionale privo di soglie di sbarramento, in modo da consentire a chiunque di correre per il Parlamento e colmare il deficit di rappresentatività che la legge comporta;
– in caso di superamento della soglia del 50% + 1 dei seggi al primo turno, prevediamo un premio di governabilità minimo, che consegnerebbe al vincitore il 52% dei seggi;
– nel caso in cui nessuno raggiunga la maggioranza al primo turno, è previsto un secondo turno tra i due partiti più votati, al cui vincitore viene assegnato il 52% dei seggi.
2. Siete disponibili a assicurare un premio di maggioranza per chi vince, al primo o al secondo turno, non superiore al 15% per assicurare a chi ha vinto di avere un minimo margine di governabilità ? Noi sì.
“Si”
Ferme restando le obiezioni di cui alla precedente risposta, che potranno tuttavia essere sciolte dalla Corte costituzionale nella sede del controllo preventivo previsto nella riforma costituzionale, come già evidenziato siamo disponibili alla previsione di un turno di ballottaggio, nel caso in cui il primo turno non veda nessuna forza politica ottenere la maggioranza dei seggi, con il quale sia possibile attribuire un numero di seggi tali da assicurare a chi ha vinto di avere un minimo margine di maggioranza (la governabilità è un’altra cosa, per noi).
3. Siete disponibili a ridurre l’estensione dei collegi? Noi sì.
“Si”
La riduzione dell’estensione dei collegi è possibile, ma questo e altri elementi tecnici dipendono naturalmente dall’impianto complessivo della legge e da come si vuole concretamente realizzare.
4. Siete disponibile a far verificare preventivamente la legge elettorale alla Corte costituzionale, così da evitare lo stucchevole dibattito “è incostituzionale, è costituzionale”? Noi sì.
“Sì”
Siamo disponibili a far verificare preventivamente la legge elettorale alla Corte costituzionale; quello che tuttavia abbiamo urgenza di capire è in quale modo si dovrebbe introdurre questo controllo e come dovrebbe intervenire sulla legge elettorale in discussione. Il Presidente del Consiglio ha affermato nel corso del nostro ultimo incontro che la legge elettorale sarà approvata e promulgata dopo la prima lettura da parte del Senato della riforma della Costituzione. Il che significa che il controllo non sarà previsto per la legge elettorale in discussione.
Come pensate di risolvere questa contraddizione?
5. Siete disponibili a ridurre il potere delle Regioni modificando il titolo V e riportando in capo allo Stato funzioni come le grandi infrastrutture, l’energia, la promozione turistica? Noi sì.
“Si”
Siamo disponibili ad una modifica del Titolo V, sebbene riteniamo che l’impianto proposto nell’attuale riforma non sia funzionale alla risoluzione dei problemi provocati dalla riforma del 2001. Nel merito, la riforma Renzi del Titolo V prevede l’eliminazione sia della competenza concorrente Stato-Regioni, quella in cui lo Stato dettava i principi, con “leggi-quadro” per ragioni di omogeneità e le Regioni vi davano attuazione con le loro leggi, e della competenza residuale regionale, ovvero della clausola per la quale tutto quanto non era di competenza statale o concorrente spettava alle Regioni.
Nel nuovo quadro vengono definite solo le competenze statali, e quelle regionali non sono più residuali ma sono specificamente elencate. Se il problema che la riforma Renzi mira a risolvere è quello del “chi fa cosa” e quindi del contenzioso che si crea innanzi alla Corte costituzionale bloccando o invalidando numerosissime leggi, non si capisce in che modo questa riforma lo risolverebbe.
La nuova definizione di competenze non sembra essere risolutiva del problema in questione: dove finisce, ad esempio, la “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari” (materia di competenza regionale) e dove iniziano le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute” (di competenza statale)? Quale opera sarà da considerarsi “dotazione infrastrutturale” (regionale) e quale “infrastruttura strategica” (statale)?
A ciò si aggiunga la previsione di una “clausola di supremazia” per la quale “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Anche in questo caso, si pone il problema della grave disfunzione applicativa che può produrre questa disposizione.
Non si capisce, infatti, anzitutto perchè debba provenire dal Governo la proposta per l’utilizzo della clausola di supremazia in ambito legislativo, anzichè dall’organo legislativo che è il Parlamento. È facile immaginare che un Governo incapace di governare, che si regge sull’abuso dell’utilizzo dello strumento della questione di fiducia per imporsi al Parlamento, utilizzerà nello stesso modo la clausola di supremazia per imporsi alle Regioni, facendo rientrare discrezionalmente qualsivoglia legge nel concetto per sua natura amplissimo e difficilmente delimitabile dell'”unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.
Sul ricorso a questa clausola, è facile poi prevedere altro contenzioso paralizzante innanzi alla Consulta.
Inoltre, riteniamo che vadano discusse nello specifico le materie da riportare in capo allo Stato, oltre a quelle elencate, quali ad esempio la Sanità .
6. Siete disponibili ad abbassare l’indennità del consigliere regionale a quella del sindaco del comune capoluogo e eliminare ogni forma di rimborso ai gruppi consiliari delle Regioni? Noi sì
“Sì”
Premettendo che il problema dell’indennità di consigliere regionale e di ogni forma di rimborso elettorale per i gruppi consiliari è stato già risolto dal M5S con il dimezzamento del primo e la restituzione di buona parte del secondo, non solo in sede regionale, ma anche in sede nazionale, non si capisce in che modo il Parlamento potrebbe intervenire su questa materia, che dovrebbe essere di competenza regionale. Il PD governa la maggior parte delle Regioni da molto tempo, per cui non è chiaro che cosa stia aspettando per procedere da solo in questo senso. La risposta a questa domanda è “noi sì, e lo facciamo già ”
7. Siete disponibili a abolire il CNEL? Noi sì.
“Sì.”
A questo proposito, vi chiediamo: considerato che non vi è relazione diretta tra l’abolizione del CNEL e il resto del progetto di riforma, siete disposti a scorporare l’abolizione del CNEL dal resto delle riforme costituzionali, in modo da vederlo approvato ad amplissima maggioranza e in tempi più rapidi?
8. Siete disponibili a superare il bicameralismo perfetto impostando il Senato come assemblea che non si esprime sulla fiducia e non vota il bilancio? Noi sì.
“Si”
Non siamo pregiudizialmente contrari, a condizione che l’esistenza di tale assemblea abbia ancora una precisa funzione nel disegno istituzionale.
9. Siete disponibili a che il ruolo del Senatore non sia più un incarico a tempo pieno e retribuito ma il Senato sia semplicemente espressione delle autonomie territoriali? Noi sì.
“Si”
Che significa che il ruolo del Senatore deve essere un incarico non a tempo pieno e semplice espressione delle autonomie territoriali? Perchè un ruolo importante come quello del rappresentante delle autonomie territoriali non dovrebbe essere a tempo pieno? Che senso avrebbe tale ruolo, al di là di quello che i rappresentanti delle autonomie già fanno nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni? Peraltro, il testo che si va formando attribuisce una serie di poteri al Sentao (elezione del Presidente, dei giudici costituzionali, dei membri laici del Csm, competenza decisionale nelle leggi di riforma costituzionale ecc.) che vanno molto al di là dei poteri locali e che sono inconciliabili con una formazione di secondo grado, per cui, sul punto, riteniamo che in presenza di tali attribuzioni sia irrinunciabile l’elettività di promo grado dei senatori.
Il problema della retribuzione è presto superato: siete disponibili al dimezzamento immediato delle indennità e degli emolumenti di tutti i parlamentari e degli stanziamenti previsti per i gruppi parlamentari?
Noi lo abbiamo già fatto. E per farlo non occorrono complessi procedimenti di revisione costituzionale, ma solo volontà politica seria in tal senso.
10. Siete disponibili a trovare insieme una soluzione sul punto delle guarentigie costituzionali per i membri di Camera e Senato, individuando una soluzione al tema immunità che non diventi occasione di impunità ? Noi sì.
Sì.
La nostra proposta in merito è semplice: affinchè l’immunità non diventi occasione di impunità e tuttavia preservi il parlamentare nella sua essenziale funzione di rappresentante dei cittadini, riteniamo necessario e sufficiente cancellare le immunità attualmente previste, all’infuori della garanzia dell’insindacabilità per le opinioni e i voti espressi.
Contrariamente a quanto si è detto da parte di alcuni organi stampa, non c’è alcuna contraddizione fra l’azione del gruppo parlamentare M5s, compresa la presente lettera, e la reazione di Beppe Grillo che rappresenta solo una diversa articolazione dello stesso discorso politico per il quale l’importante è fare un buona legge elettorale.
Ora noi intendiamo , per senso di responsabilità e per non perdere altro tempo, passare sopra il teatrino che avete messo in piedi e ci auguriamo che non troviate altri pretesti. L’unica cosa a cui teniamo è che si faccia una buona legge elettorale per i cittadini. In questo senso, chiediamo serietà e reale disponibilità a un confronto.
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