Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
ANNULLATO IL VERTICE, IL BULLO DI PONTASSIEVE NON VA NEANCHE ALLA RIUNIONE DI PARTITO
Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, aveva appena risposto a Di Maio dicendo che «anche noi non
vogliamo far saltare il tavolo» quando Beppe Grillo ha messo una pietra tombale sulla trattativa Pd-M5S su riforme e legge elettorale.
«Si prende atto che un confronto democratico e trasparente in Italia è oggi impossibile».
Questo il messaggio sul blog, dove il leader M5S attacca: «Stiamo scivolando lentamente verso una dittatura a norma di legge».
Tempo pochissimi minuti e Matteo Renzi replica via Twitter: «Io sono un ebetino, dice Beppe, ma almeno voi avete capito quali sono gli 8 punti su cui #M5S è pronto a votare con noi? #pochechiacchiere».
E, poco dopo, un altro tweet: ««Non è uno scherzo, sono le regole! Chiediamo un documento scritto per sapere se nel M5S prevale chi vuole costruire o solo chi urla». L’affondo di Grillo arriva in seguito all’annullamento dell’incontro inizialmente previsto per questo pomeriggio tra Renzi e i Cinque Stelle, anche se il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, aveva comunque detto di voler portare avanti il confronto.
E proprio su questo punto, Grillo è intervenuto con un nuovo post per dire che – anche dal suo punto di vista – le porte non restano chiuse. «Per chi non ha capito, o non ha voluto capire, tra il mio intervento di oggi e la conferenza stampa di Di Maio e Toninelli non vi sono contraddizioni, le porte per una discussione sulla legge elettorale per il M5S sono sempre aperte, nè mai le ha chiuse nonostante continue provocazioni. Il M5S ha il dovere come seconda forza politica di migliorare la legge elettorale e ci proverà fino in fondo. Il mio è stato un appello ai parlamentari delle altre forze politiche che hanno a cuore la democrazia perchè ci aiutino a evitare una deriva anticostituzionale legata alle riforme».
Grillo: “Il Pd rifiuta il confronto”
Eppure pochissimi minuti prima le parole di Grillo sembravano andare in direzione opposta. «Si prende atto che Renzi, le cui palle sono sul tavolo di Verdini e Berlusconi, rifiuta con il M5S ogni confronto democratico e che l’Italia dovrà pagarne tutte le conseguenze ».
«Qui andiamo verso una dittatura di stampo legale, una dittatura fatta da questo ebetino, che è un ebetone pericolosissimo, quindi molto sottovalutato anche da me, e questo mi dispiace, ma andiamo verso veramente una grande criminalità organizzata di stampo democratico. Questi sono gli sbruffoni della democrazia. Quindi io esorto veramente le persone, i cittadini, anche i componenti di altri partiti, se hanno ancora un po’ di barlume di democrazia dentro: non si può fare fuori l’opposizione così, fare finta, questa è gente falsa, ipocrita». Poi una frase che forse diventerà l’alibi futuro del Movimento: «Nessuno potrà più imputarci di non aver cercato il dialogo».
Il Pd alla resa dei conti coi «dissidenti»
Al di là dello scontro tra Pd-M5S, questa settimana sarà decisiva per le riforme costituzionali a partire da quella elettorale, con l’approdo in Aula del disegno di legge Boschi. E il dibattito interno al Partito democratico sulla riforma del meccanismo di voto si è riacceso.
Dopo le critiche di Pier Luigi Bersani, ieri è stato Gianni Cuperlo, leader di SinistraDem, a respingere al mittente le critiche di chi a Largo del Nazareno definisce frenatori quanti esprimono posizioni divergenti rispetto alla linea dei vicesegretari e del premier. Renzi non ha intenzione di cedere: «Siamo ad un bivio, adesso ognuno deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni», è la sfida che questa sera, all’assemblea del gruppo, Matteo Renzi lancerà alla ventina di dissidenti dem che minacciano di votare contro il Senato delle Autonomie.
Ma le ultime notizie sono che Renzi non parteciperà all’incontro
Gli altri partiti in fermento
E mentre in casa Pd si continua a discutere, anche gli alleati di governo iniziano a alzare la posta. Ci pensa l’Ncd che – con Angelino Alfano – avverte: la riforma del voto così come è non va. Ad iniziare dalle soglie che devono essere cambiate: «Quella per il premio di maggioranza va alzata al 40%, le diverse soglie di sbarramento andrebbero armonizzate e razionalizzate», dice il leader del Nuovo Centrodestra.
«Ed è inaccettabile – aggiunge – che se in una coalizione la soglia la supera solo un partito il premio vada solo a quello benchè guadagnato con i voti di tutta la coalizione». «Renzi – aggiunge poi Fabrizio Cicchitto – non può forzare su materie come la legge elettorale, che non hanno conseguenze in materia di conti ma solo di quadro politico».
Ma anche l’Udc mostra la propria insofferenza: «L’Italicum così com’è non soddisfa», dice Antonio De Poli facendo convinto il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che «è cominciato il festival del panico dei partitini che vorrebbero soglie più basse».
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
SOLO DOPO DIVERSE ORE SONO ARRIVATE LE SCUSE PATETICHE SENZA DIMISSIONI: “AUGURO AL PRESIDENTE NAPOLITANO UNA VITA LUNGA E SERENA”
Infine Debora Billi si è scusata.
Cercando di frenare la polemica scoppiata in Rete per la sua ‘battuta’.
La responsabile web dei Cinquestelle a Montecitorio aveva scritto “Se ne è andato Giorgio. Quello sbagliato. #faletti”, sul suo profilo twitter con un nemmeno tanto velato riferimento al capo dello Stato.
Un tweet, postato ieri in tarda serata, che ha subito raccolto pesanti denunce da parte dei suoi followers e che è rimbalzata su altri social network.
“Le battute infelici scappano, speriamo stavolta siano scappate per sempre. Desidero scusarmi personalmente con il Presidente Napolitano per l’accaduto, augurandogli naturalmente una vita lunga e serena, e con il M5S a cui ho creato imbarazzo. Non accadrà più”, ha scritto su Facebook.
Non l’aveva fatto subito.
La “giornalista, blogger, estremista, mamma. Resp. Web M5S Montecitorio”, come si definisce sul suo profilo Twitter, nonostante gli attacchi, non aveva rimosso il messaggio ma ne aveva aggiunto uno diverso (“così imparo a rubare le battute”) e poi un altro in cui scriveva: “Madre miserabile” “bestia” “schifosa”… Ahem sì, sono io la maleducata”.
Le critiche erano arrivate però anche dai 5 stelle che le chiedevano di scusarsi.
Patrizia Menchiari, “blogger e cittadina in movimento” di Brescia sintetizza il pensiero di molti senza troppi giri di parole: “Vai a studiarti gli epic fail e impara che scusarti e piantarla è meglio di fare la vittima. Con la tua cazzata danneggi il m5s”.
Ma una che confermi e si dimetti, mai?
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Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL LEADER CINQUESTELLE IERI OSPITE ALLA FESTA DELLL’INDIPENDENZA PRESSO L’AMBASCIATA USA
Movimento a stelle e strisce, certo. Ma soprattutto “Tu vuò fa’ l’americano”, perchè stavolta Beppe
Grillo si sente un po’ meno a casa.
Lontani i tempi del grande feeling, la passione sfiorisce nell’elegante cornice di Villa Taverna.
È lì, nel cuore del party per l’Indipendenza, che il leader si ritrova faccia a faccia con l’ambasciatore John Phillips, senza riuscire a scavalcare un muro di freddezza e formalità .
Fino a quando, dopo tre minuti scarsi, la numero due dell’ambasciata trascina via il Capo: «Adesso dobbiamo andare a sentire la banda… ».
L’esordio a Villa Taverna è da dimenticare.
Smoking nero, papillon in tasca e occhiali griffati “Beppe Grillo”, il Fondatore dei cinquestelle scambia subito una giornalista per la moglie dell’ambasciatore.
Se ne accorge un attimo dopo e rimedia con un baciamano dell’autentica signora Linda Douglass.
Un passo ancora e si ritrova occhi negli occhi con Phillips.
«Ambasciatore – è la prima battuta – ha qualche lamentela per i suoi ospiti? Ci penso io a questi italiani…».
Il problema, però, è che il numero uno della diplomazia Usa nella Capitale lo osserva interdetto, non sembra apprezzare la vena ironica. Resta freddo, fino alle provvidenziali note della banda.
Il leader, però, non demorde. Improvvisa un comizio in giardino, conquista gli invitati italiani e pure l’ambasciatore del Bangladesh.
Parla a ruota libera, oscilla tra Renzi e Farage. Coccolato e reclamato per mille selfie, non risparmia neanche il consueto attacco alla stampa, consegnato al corrispondente del New York Times e della Reuters: «Passate i vostri scarti al Corriere del Sera e a Repubblica? Funziona così, vero?».
E ancora, in un crescendo: «Non mi riconoscete quasi perchè non strabuzzo gli occhi, di solito stampa e tv mi riprendono così: un Hitler, uno cattivo che fa crollare lo spread».
Eppure, mai come adesso Beppe guarda a Washingon e cerca una sponda.
A Bruxelles, si sa, ha scelto di combattere al fianco della destra euroscettica nordeuropea, accanto a chi volta le spalle mentre suona l’Inno alla gioia.
Con gli americani, invece, sogna un assalto comune alle politiche di austerità .
Il sodalizio, d’altra parte, è antico. Nato chissà quando, fortificato all’alba della discesa in campo del comico, si nutre di contatti e incontri.
Addirittura due in un solo giorno, perchè mercoledì sera assieme a Gianroberto Casaleggio Beppe accetta l’invito del consolato degli Stati Uniti nel cortile del Castello Sforzesco di Milano.
Dopo settimane lontani dai radar e un vuoto di potere coperto da Luigi Di Maio, un modo per mostrarsi ancora in campo.
Un tempo, però, tutto filava a meraviglia. Nella primavera del 2008 l’allora ambasciatore Ronald Spogli informò il suo governo di un proficuo incontro con “l’attivista Grillo”, giudicato «interlocutore credibile » per gli Stati Uniti. Poi fu inarrestabile scalata, fino alle Politiche del 2013. Allora, in pieno stallo istituzionale, l’ambasciatore David Thorne si spinse fino a un clamoroso endorsement: «Voi giovani siete il futuro, potete prendere in mano il Paese e agire, come il Movimento, per le riforme e il cambiamento».
Sembra passato un secolo. Un anno e mezzo d’opposizione e il tonfo alle Europee lasciano il segno.
Come il nuovo corso di Phillips, che non sembra puntare fino in fondo sul tornado grillino.
Beppe, comunque, ci prova. Si trattiene fino a tarda sera in ambasciata, conversa dieci minuti con Umberto Bossi passeggiando in un giardino laterale, quello vicino al forno della pizza.
Nessuno osa rovinargli la festa, ricordandogli che una delle principali battaglie dei Cinquestelle in Europa è contro il “Ttip”, il trattato di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa.
Un negoziato riservato che va avanti da mesi, nonostante il Movimento punti il dito contro l’Europa svenduta alle multinazionali americane.
Ciriaco e Nigro
(da “La Repubblica”)
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Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
A UN MESE DALL’ELEZIONE GIUNTA ANCORA IN ALTO MARE… SELEZIONATA E POI MESSA DA PARTE LA TITOLARE DELLA DELEGA ALLA MOBILITA’: “ERA CANDIDATA CON L’ALTRA LISTA”… E SE NE SONO ACCORTI SOLO DOPO LA NOMINA?
La prima in consiglio comunale senza giunta, una squadra di assessori che ancora non c’è a quasi un mese dalla storica vittoria al ballottaggio contro il Pd e ora la nomina e la revoca a uno dei (pochi) assessori selezionati (su 900 curriculum) nel giro di 24 ore. L’inizio del mandato non è certo quello che il sindaco M5s Filippo Nogarin aveva sognato.
L’ultimo caso è stato quello dell’architetto Simona Corradini che Nogarin aveva scelto come assessore alla mobilità e al commercio: era stata scelta dal sindaco tra i 900 curriculum arrivati e nonostante non avesse i “requisiti minimi” necessari per partecipare alla selezione pubblica lanciata a metà maggio dal Movimento 5 Stelle.
La Corradini infatti si era candidata al consiglio comunale di Livorno con la lista civica di sinistra Città Diversa e le regole della selezione escludevano però di poter prendere in considerazione soggetti che si fossero candidati in altre liste.
“Vista la consistenza e lo spessore del curriculum” il sindaco aveva però deciso di fare “un’eccezione”: “Mi assumo io la responsabilità di questo passo — aveva dichiarato Nogarin martedì scorso al momento della nomina — sarebbe un peccato privarsi di una professionalità così alta. L’architetto ha presentato un curriculum di 8 pagine ricco di titoli, pubblicazioni e docenze”.
Ma dopo 24 ore la marcia indietro. Non solo per le polemiche, ma anche per quello che viene definito “aperto confronto” con la sua maggioranza, i 20 M5s che siedono in consiglio comunale.
“Nogarin — si legge in una nota del Comune — dopo un aperto confronto con i consiglieri di maggioranza è tornato sui suoi passi stroncando così sul nascere ogni polemica”.
Tutto da rifare quindi.
Nelle prossime ore ripartiranno quindi i colloqui per scegliere un nuovo assessore al commercio e alla mobilità . “
Il lavoro per arrivare a definire la squadra di governo sembra procedere a rilento. L’ingegnere aerospaziale che è riuscito a sconfiggere il centrosinistra al ballottaggio si è insediato ufficialmente a Palazzo civico l’11 giugno scorso.
La giunta pentastellata è al momento composta soltanto dal vicesindaco Stella Sorgente (che ha le deleghe all’istruzione e alle politiche giovanili) e dall’assessore all’Urbanistica e allo Sviluppo Economico Alessandro Aurigi.
Il resto della squadra è ancora tutto da trovare.
“I colloqui sono in corso, a breve saranno ufficializzate altre deleghe. Serve calma. Il caso Corradini è stato causato anche dalla troppa pressione”.
Troppa pressione dopo un mese?
David Evangelisti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
E NELL’INCHIESTA A TORINO SULLA ‘NDRANGHETA” EMERGE L’ADESIONE DEGLI ARRESTATI AL M5S E A “COMPARE PEPPE”
Partiamo dal primo episodio: il 24 giugno, due “presunti” simpatizzanti del Movimento 5 Stelle si presentano alla portineria del Secolo XIX di Genova protestando per un articolo e pretendendo in modo aggressivo di parlare con gli estensori o con qualche giornalista.
In quel momento – la mattina di San Giovanni – in redazione ci sono pochissimi giornalisti e nessuno che si occupi di politica.
I quasi 9 minuti in cui i due interloquiscono con il malcapitato addetto alla portineria vengono ripresi con un telefonino e postati su Facebook da uno di loro.
Il video, presentato come dimostrazione di stampa disinformata e disinformante, diventa virale (oltre 6mila condivisioni) così come gli insulti, le intimidazioni e tutto il ciarpame che si accompagna ai commenti che pullulano in Rete, tanto più odioso
quando vengono messi all’indice – persino con la fotografia – i giornalisti.
Dopo una dura presa di posizione dell’ordine dei giornalisti contro l’atto di intimidazione e lo “scontro” in portineria, arrivano le tardive scusa del M5S e la condanna dell’atto compiuto da “due singoli cittadini”, come si sono loro stessi definiti.
Peccato che siano balle come dimostra la foto che pubblichiamo.
Si tratta di un iscritto al Meetup del M5S di Genova: non un “estraneo” quindi, ma un iscritto accreditato dal rigorosissimo (sic) regolamento del M5S di Genova (a cui era sfuggita in passato anche una presunta spacciatrice di Sestri Ponente).
Un personaggio che ha anche incassato una condanna in primo grado per le violenze allo stadio.
E arriviamo al secondo episodio che va localizzato a Torino dove si scopre che Gianluca Donato, uno degli ‘ndranghetisti coinvolti (ed arrestato) nell’indagine “San Michele” della locale DDA, postava le foto del VinciamoNoiTour.
Anche ad Antonio Donato, detto “Antonello”, ‘ndranghetuso in proprio e con famiglia, piace Beppe Grillo.
Oltre ai due fratelli arrestati, c’e’ poi il cugino Salvatore Donato che indica come sua sede di lavoro il gruppo Cinquestelle a Roma (che non ha smentito l’imbarazzante collaborazione).
Un ritratto di famiglia molto rassicurante…
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
SI VOTAVA L’ESPULSIONE DI UN GRUPPO DI ISCRITTI… LA CONSIGLIERA COMUNALE NOFERI: “SCHEDE GIA’ COMPILATE, METODI DEGNI DEI PERIODI PIU’ BUI DELLA DEMOCRAZIA”
Una rissa sfiorata, cinque volanti della polizia che piombano al circolo Andrea Del Sarto. 
Parole grosse in strada, tensione e urla fino a notte fonda, tanto da far affacciare i residenti alle finestre infuriati.
Finisce così il “processo” ai dissidenti grillini.
L’assemblea convocata ieri sera alle 21 al solito circolo di via Manara, a Firenze, per discutere l’espulsione o la sospensione di un gruppo di attivisti e militanti, tra cui due ex portavoce dei Cinquestelle fiorentini “rei” di aver firmato, o comunque apertamente sostenuto, una lettera indirizzata al capogruppo alla Camera Luigi Di Maio e proprio a lui consegnata già nei mesi scorsi, prima del voto, solo che all’insaputa del resto dell’assemblea dei grillini fiorentini.
Ieri sera distribuita ai partecipanti all’assemblea una vera e propria lista di proscrizione in cui venivano indicati nome e cognome dei militanti e accanto tre opzioni: l’ espulsione, sospensione per un anno o due anni.
Circostanza che ha sollevato una mezza rivolta, tanto più che nelle urne c’erano schede già votate.
Così almeno sostiene una delle consigliere comunali Cinquestelle, la capogruppo Silvia Noferi che parla di “spettacolo indegno”. .”Metodi degni dei periodi più bui della democrazia”, dice la consigliera grillina, “Una scatola chiusa dai soliti noti prima dell’inizio dell’assemblea, schede di richiesta espulsione di attivisti storici a voto segreto. Votazione in corso durante la discussione. Non si sa quante schede già compilate fossero dentro la scatola. Una gran parte di attivisti tra cui la sottoscritta si è rifiutata di votare in quanto mancanti le più elementari norme di garanzia. La votazione è irregolare. Chi ha organizzato questo spettacolo indecoroso è da espulsione altro che chi ha scritto una lettera di dissenso”.
Quella inviata dai militanti a Di Maio, più che una lettera, era un j’accuse, duro anzi durissimo, in cui si segnalavano carenze di trasparenza all’interno del Movimento, si denunciava il fatto che un gruppetto di 4 persone gestiva da mesi la comunità grillina in contatto con lo Staff di Beppe Grillo (“Ma non esistono tracce scritte di questi rapporti”, si dice), che i candidati nella lista delle amministrative erano per lo più sconosciuti al gruppo storico dei militanti e che i metodi con cui era stata scelta la candidata sindaco, Miriam Amato, erano parecchio discutibili.
“La pagina più nera del Movimento 5 Stelle a Firenze – ha scritto Andrea Vannini, una delle persone finite sotto accusa – ho assistito a ciò che non avrei mai pensato”.
Ernesto Ferrara e Gerardo Adinolfi
(da “La Repubblica”)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA PRIMA MOSSA POLITICA DEL MOVIMENTO COINCIDE CON LA COMPARSA DI DIVERSE FAZIONI…LA DIVISIONE E’ TRA GLI INTEGRALISTI, CRITICHE A DI MAIO… E IN EUROPA DIVERSI ELETTI VOGLIONE ENTRARE NEL GRUPPO DEI VERDI
La prima reazione del fondatore del Movimento cinque stelle, stavolta, è stata di ostentata
soddisfazione.
Ha chiamato Di Maio e Toninelli per dirsi «molto contento» per com’è andato l’incontro con Renzi. Più tardi il blog, attaccando come al solito un giornalista (in questo caso del Corriere), ha tenuto molto a puntualizzare questo: «Renzi si è detto interessato a trovare un punto d’incontro con il Movimento 5 Stelle, e non ha bocciato il Democratellum».
Insomma: se in tante altre occasioni la prima preoccupazione, da un punto di vista mediatico, era sottolineare le divergenze (abissali) col Pd, oggi la prima preoccupazione è mettere l’accento su una possibilità – non scontata, certo, ma una possibilità – di trovare una mediazione con Renzi.
I commenti sul blog sono singolarmente miti.
E «contento» è l’aggettivo che “dà la linea” al grosso delle dichiarazioni “ufficiali”. Toninelli, l’autore principale della stesura della proposta di legge del M5s, si dice «contento della possibilità di un secondo incontro», perchè «il paese ha bisogno di una buona legge elettorale. Con noi entro cento giorni».
Luigi Di Maio – il vicepresidente della Camera in rampante ascesa nel Movimento – scrive su Facebook: «dopo l’incontro con Renzi sono contento che il Democratellum (votato da centinaia di migliaia di cittadini) sia un punto di partenza».
Dal che si deduce che l’incontro per loro è andato ufficialmente bene; anche se, in realtà , Di Maio fa una torsione, a posteriori: dallo streaming è apparso chiaro che il punto di partenza, nella visione del loro interlocutore Renzi, non è il Democratellum, è semmai un doppio turno a cui il Pd non intende rinunciare; ma è vero che c’è una «partenza» di qualcosa, perchè Renzi, sulle preferenze, effettivamente apre una possibilità .
E Di Maio apre, eccome, non solo sulle preferenze; si spinge a dire «non siamo contro i doppi turni».
Questi piccoli slittamenti lasciano capire anche qual è il timore nel M5S: se andasse avanti un dialogo, e se Renzi aprisse davvero sul singolo punto delle preferenze, a quel punto resterebbe in mano al M5S il cerino di dire un eventuale no.
Esiste però, anche, la possibilità opposta (stretta, ma c’è): di un accordo vero.
In cui il M5S offre qualcosa (i collegi piccoli?), non solo chiede (le preferenze). Dipenderà dalla volontà reale dei due contraenti – e dall’abilità e le circostanze – ma questo ci conduce al lato “meno ufficiale” del racconto.
Alcuni nel Movimento, che molto sanno, raccontano questi fatti: nel M5S c’è un malumore molto forte (si stanno creando delle fazioni, un po’ come le vecchie correnti di partito) per come questo incontro è stato calato dall’alto.
Qualcuno dice «è stato un bel match, ma non è detto che un bel match vada in porto». Ed è stata già avanzata formalmente la richiesta – proveniente da tanti parlamentari – che sull’eventuale proposta di Renzi, almeno stavolta, possa esserci un voto on line. Ed è probabile che ci sarà , altrimenti Grillo e Casaleggio metterebbero ancora di più in tensione un Movimento diviso assai, in questa fase (per dire: su un altro tavolo, quello europeo, alcuni europarlamentari M5S – se è vero ciò che sostiene Ulrike Lunacek, presidente del gruppo Ue dei verdi – avrebbero chiesto di entrare nei verdi). Ottenere qualche risultato con Renzi li ricompatterebbe; un nulla di fatto li esporrebbe invece a dinamiche più “balcaniche”.
La divisione, attenzione, non è più quella tra integralisti e dissidenti. No, riguarda gli stessi integralisti. Alcuni di loro chiedono: «Ora si deve votare on line».
E a complicare ulteriormente le cose c’è un particolare su cui si dovrà tornare: parallelo all’ascesa di Di Maio, cresce il numero di quelli che, eufemismo, lo criticano.
Vedremo cosa ne uscirà .
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
L’ARCHITRAVE RESTA IL PATTO DEL NAZARENO
“Avete preso 5 comuni su 8000, un buon risultato”. “La Moretti ha avuto 230mila preferenze alle europee. Quanti voti ha preso il primo di M5S? 30mila?”. E “lei, presidente Di Maio quanto ha preso alle primarie? 182 voti? Noi con 182 preferenze non riusciamo a metterlo in consiglio comunale un candidato”.
Matteo Renzi si presenta a sorpresa all’incontro con la delegazione dei Cinque Stelle, e di battuta in battuta, chiarisce bene chi comanda (lui ovviamente), fa qualche apertura reale, si conquista con lo streaming un palcoscenico che certifica la sua (molto condizionata) disponibilità , detta le sue regole, alle quali chiunque, se vuole, può sedersi al tavolo delle riforme.
La definizione che dà del sistema elettorale proposto dagli avversari, d’altronde, la dice lunga: “Complicatellum” o “Grande Fratellum”.
Montecitorio, ore 14 e 30.
Da una parte c’è il segretario-premier, accompagnato da Alessandra Moretti, eurodeputata, Roberto Speranza, capogruppo a Montecitorio e Deborah Serracchiani, vice segretaria Pd.
Ci si chiede perchè abbia portato la Moretti. “Per fare la battuta sulle preferenze”, commentano gli uomini vicini al premier.
Peraltro nessuno proferisce parola, Renzi apre l’incontro, spiega la sua posizione, conduce e chiude. Come al solito.
Dall’altra parte ci sono Danilo Toninelli, il padre della legge elettorale proporzionale dei Cinque Stelle, il “Democratellum”, Luigi Di Maio, vicecapo-gruppo alla Camera, Giuseppe Brescia e Maurizio Buccarella. Grillo non va.
L’M5S arriva con tutte le intenzioni di dialogare. Il premier confuta, punto per punto, la loro proposta . “Manca la governabilità ”, “non si sa chi vince la sera delle elezioni”, “le preferenze negative favoriscono il voto di scambio”, “porta alle larghe intese”.
I Cinque Stelle, però, sono intenzionati ad uscire dall’angolo. Tutt’altro clima rispetto allo streaming di Renzi con Grillo durante le consultazioni, con il leader M5S evidentemente niente affatto interessato al risultato, ma molto a rubargli la scena mediatica.
Stavolta Di Maio, il vero mediatore, suggerisce un nuovo incontro tra 3-4 giorni. “Vi proporrei di arrivarci con le idee chiare”, chiarisce subito Renzi. Per i maligni vuol dire anche: sentite Beppe Grillo e siate certi di avere un mandato.
Poi pone la sua condizione principale: “Potete prendere in considerazione l’ipotesi di un elemento di ballottaggio che consente di dare la vittoria certa?”.
Cita non a caso la vittoria grillina ai ballottaggi di Parma e Livorno. In cambio, è anche disposto a aprire sulle preferenze. Che le liste bloccate non gli piacciono, che in assoluto preferirebbe i collegi uninominali non è un mistero.
E se su questo Grillo & co. gli possono dare una mano per arginare Forza Italia è tanto di guadagnato.
La fine del match è tutta una lista della spesa, con i famosi paletti irrinunciabili, secondo il più classico metodo renziano (oltre alla governabilità e al ballottaggio, alleanze chiare, collegi più piccoli).
E la domanda: “Siete disponibili a ragionare di riforme costituzionali?”. Apre Di Maio: “Noi non siamo nè contro i doppi turni nè contro i premi”.
Ma poi: “Riaprite il termine per la presentazione degli emendamenti in Senato e noi siamo disponibili a sederci al tavolo delle riforme”. Rapido il premier: “Li avete già presentati”.
Quando Di Maio tira fuori gli impresentabili nelle liste Pd, Renzi si innervosisce. Un po’. Ma se ne vuole solo andare “a lavorare”, come va ribadendo.
Chiude: “Noi metteremo i nostri punti online venerdì”. Poi, casomai, si riparla. E ora, “devo andare a un incontro internazionale”.
Il post-partita è ancor più interessante della partita.
Perchè ognuno la racconta a suo modo.
Grillo scrive sul blog per esprimere soddisfazione. “Renzi non ha bocciato il Democratellum”. E Di Maio in un tweet: “Sono contento che il Democratellum sia un punto di partenza”.
Difficile vederla così, con Renzi che chiarisce che il punto di partenza resta l’Italicum. Tranchant il segretario della Toscana, Parrini: “Per il M5S non deve essere stato bello trovarsi nelle condizioni di non dettare condizioni”.
Berlusconi si agita, e a pranzo vede Romani e Verdini. Il primo si affretta a far sapere che “l’accordo resta sull’Italicum e siamo pronti ad approvarlo al Senato nei tempi previsti”.
Effetti collaterali previsti: il premier sta fermo sulle sue posizioni, gli altri si affannano a dire che sono con lui.
Perchè con l’apertura dei Cinque Stelle può giocare su più fronti. Matteo è soddisfatto, registra il cambio di clima (“Basterebbe soltanto ripensare al primo streaming un anno fa”).
Rispetto a quello con Bersani, a quello con Letta o al suo, complice il 40,8%, è tutto cambiato.
Però, Di Maio afferma che chi vince le elezioni non deve automaticamente governare? “La dice lunga sulla loro idea di cambiare il paese”.
L’architrave resta il patto del Nazareno. Se M5S vuole collaborare, meglio. Se alcuni grillini vogliono entrare in maggioranza, perfetto.
Anche perchè c’è la Cassazione su Ruby che incombe e nessuno può prevedere la reazione di Berlusconi.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
CINQUESTELLE SUBALTERNI E LA REPENTINA SVOLTA “MODERATA” RISCHIA DI ESSERE POCO CREDIBILE
L’ansia di Beppe Grillo di precisare che Matteo Renzi non ha bocciato la sua riforma
elettorale è la conferma della sua subalternità al premier.
L’incontro di ieri tra le due delegazioni, presente a sorpresa il premier, assente il capo del M5S, è stato un po’ falsato dalla caricatura della trasparenza rappresentata dallo streaming, non ha detto molto sul piano delle proposte.
Ma il fatto che il Movimento 5 Stelle abbia reagito dividendosi sul dialogo col Pd, mentre quest’ultimo ha foggiato una compattezza granitica, già dice chi abbia guadagnato di più politicamente.
Nelle intenzioni di Grillo, il dialogo doveva servire a incrinare l’asse tra Palazzo Chigi e Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali.
Ebbene, sembra che sia avvenuto il contrario. Forza Italia ha già fatto sapere di essere pronta a votare il cosiddetto Italicum immediatamente. E la disponibilità del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, ambasciatore di Grillo, a trattare sul ballottaggio e a rivedere Renzi entro tre giorni, lascia capire quanto il Movimento voglia apparire responsabile; e cancellare l’impressione di avere intavolato la trattativa col vero obiettivo di perdere tempo.
È evidente che al suo interno i malumori sono più ramificati di quanto si voglia far credere. E la svolta «moderata» è apparsa troppo repentina per essere credibile.
Ha influito senz’altro il risultato deludente delle elezioni europee del 25 maggio. Ma pesa anche la sterilità della strategia del «no».
Sullo sfondo si intravedono le votazioni sul futuro presidente della Repubblica. Lo lasciano capire gli esponenti del M5S quando dicono che «con la scusa della governabilità si rischia la dittatura. Il partito che vince le elezioni elegge il capo dello Stato». Ma Renzi ieri ha avuto gioco facile nel chiedere se il Movimento è pronto a «ragionare» anche sulle riforme costituzionali.
È arrivato perfino a chiedergli, con un filo di ironia, di presentarsi al prossimo appuntamento «con le idee chiare», perchè il Democratellum, come è chiamata la proposta del M5S, non garantirebbe la stabilità .
Pur riconoscendo il paradosso, Renzi ha sostenuto invece che la nuova legge dovrà garantire «mai più inciuci e mai più larghe intese. Sembra strano che lo diciamo noi, in un contesto di larghe intese».
In effetti, se il governo dovesse andare avanti per i mille giorni indicati dal premier, l’eccezionalità dell’esecutivo diventerebbe meno spiegabile.
Il cambio di passo, lo spostamento del traguardo dai cento giorni di pochi mesi fa ai quasi tre anni del discorso di martedì in Parlamento, sono una prova di saggezza e la presa d’atto delle difficoltà .
Renzi non ha il problema dei bastoni tra le ruote che può mettergli Grillo. Semmai, le difficoltà possono riproporsi dentro la maggioranza di governo e in alcune frange di FI.
Il Nuovo centrodestra prova a reinserire l’elezione diretta dei senatori, che Renzi non vuole nel suo progetto di svuotamento della «Camera alta».
E l’apertura almeno di principio del premier alle preferenze lascia indovinare una duttilità figlia del realismo.
Così com’è, infatti, la bozza di riforma elettorale dell’esecutivo rischia di non passare; o di essere stravolta in Parlamento.
Palazzo Chigi lo sa. E dunque, preferisce non escludere i cambiamenti piuttosto che subirli.
Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera“)
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