Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
“CI SONO STATI MOLTI ERRORI, LA GENTE AVEVA BISOGNO DI SPERANZA. ORA DOBBIAMO RIPARTIRE”
Il sindaco di Parma chiama tutto il Movimento 5 stelle a un’attenta riflessione. Lasciando aperte tutte le possibilità . “I bambini finchè vengono tenuti per mano non riescono a camminare da soli, a un certo punto bisogna lasciarli andare. Altrimenti non ci riescono”.
Il riferimento, anche e soprattutto ai vertici, è molto chiaro.
Sindaco, i giornali dicono che sia una bocciatura anche per lei, il Pd a Parma è tornato a percentuali molto alte. È vero?
A Parma siamo al 19 per cento, in linea con il dato nazionale, molto più alto di quello di Bologna, se vogliamo fare un paragone. Il problema è proprio la trasposizione di risultati locali su un’elezione che era europea. Paragone non affrontabile. Anzi, credo che in tutta la campagna elettorale si sia parlato troppo di Italia e poco di Europa. Probabilmente dire solo no all’euro non era sufficiente. Ed è stato sbagliato personalizzarla: Grillo, Berlusconi e Renzi. Non c’era altro.
La sua è una critica a tutti. Ma anche e soprattutto a Grillo.
Non è una critica, ma una riflessione che oggi dobbiamo imporci: portare la discussione sul piano delle idee e non delle persone
Cioè?
Dobbiamo portare il Movimento 5 stelle a una nuova maturazione. Cambiare i toni. Probabilmente quello che andava bene un anno e mezzo fa non è più efficace oggi. Ce lo dice il risultato. E il mio è un tono assolutamente propositivo. Mi sono sentito con Beppe Grillo quando ho fatto le mie considerazioni sui candidati alle europee e siamo in attesa di vederci. Faccio queste dichiarazioni da sindaco, eletto con il Movimento e dentro al Movimento. Dunque penso al futuro.
Secondo lei Grillo, soprattutto negli ultimi dieci giorni, ha alzato eccessivamente il tono del confronto?
Non è un problema di dieci giorni. Forse l’atteggiamento propositivo, nei toni pacato, andava usato appena siamo entrati in parlamento. Quel giorno dovevamo cambiare l’atteggiamento nei confronti delle istituzioni, dovevamo far capire ai nostri elettori che avevamo ricette e non solo propositi distruttivi. Non critico il lavoro, sempre egregio. Sottolineo ancora il tono. Che doveva essere istituzionale senza stravolgere la nostra natura. Dovevamo cambiare il passo e oggi lo paghiamo.
Però il tono aggressivo imposto dal vostro frontman, Beppe Grillo, vi ha portato al 25,5 per cento. E oggi resta oltre il 20. Non sarebbe esagerato buttare tutto?
Non dico di cambiare tutto, dico di adeguarci. Ce lo dicono i risultati.
Ha vinto la speranza piuttosto che “andate tutti a casa”…
Esattamente. La gente probabilmente aveva bisogno di quello. E da noi non è arrivata.
A cosa si riferisce?
A tutto e a niente. Prendiamo l’Expo: si mettono in galera i colpevoli della corruzione, ma l’opera deve andare avanti. Il no a tutto non funziona. Io lo so meglio di altri perchè amministro un Comune.
Però il Movimento 5 stelle è un partito di opposizione, cambiare l’atteggiamento non vorrebbe dire adattarsi?
Io lo trovo più coerente e al passo con la stagione che si vive. Abbiamo visto che non ha funzionato, si va avanti e si cambia l’approccio. Non c’è niente di drammatico in tutto questo. E lo dico sulla base di quella che è la mia esperienza amministrativa.
Lei chiede a Grillo e a Casaleggio di fare un passo indietro?
Non sono io a doverlo dire. L’importante è chiedersi cosa abbiamo sbagliato. L’intento di Grillo era sempre stato quello di accompagnare tutti — parlo di noi, quelli che hanno fatto parte dall’inizio di questa avventura — fino a un certo punto e poi lasciare la gestione diretta in mano agli attivisti. L’ho già detto: non sono io a dover dire quando. Tutto qui. Non polemizzo. Non lascio. Non accuso nessuno. Giusto per prevenire i titoli. Chiedo di valutare cosa sia giusto fare in un momento delicato come è questo.
Emiliano Liuzzi
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
PREVISTO A BREVE UN FACCIA A FACCIA CON IL SINDACO DI PARMA
“Ma quelli lì ci fanno entrare in aula?”. “Perchè scusa?”. “Perchè se io avessi preso i voti loro, oggi
non si dovrebbero nemmeno far vedere”.
Il ritorno a Roma dei parlamentari del Movimento 5 stelle è mesto.
“Quelli lì”, i deputati del Pd, hanno stampato in faccia il sorriso della vittoria.
L’altra metà del cielo prova a esorcizzarlo con l’ironia, ma l’ammissione che il risultato elettorale sia stato tutt’altro che positivo è sulla bocca di tutti.
Il voto ha gettato sale sulle ferite che sembrano cicatrizzate.
Al Senato i fuoriusciti hanno ripreso fiato, e si apprestano a formare un nuovo gruppo parlamentare.
Alla Camera la situazione è tesa. I più critici mordono il freno, increduli di fronte al tentativo dei più ortodossi di minimizzare la portata del voto.
“Grillo e Casaleggio devono assolutamente legittimare ad esistere chi manifesta un’indole un po’ più mite – sbotta Tommaso Currò – per iniziare ad avere un dialogo interno”.
I talebani da quell’orecchio non ci sentono.
Giuseppe Brescia, il capogruppo alla Camera, ha invitato tramite mail al silenzio fino a quando non si stabilirà una linea comune in assemblea congiunta.
Domani si dovrebbero vedere i deputati, dopodomani i senatori, ma la plenaria è stata rinviata non a caso a martedì o mercoledì della settimana prossima.
Al Senato l’apertura alle riforme di Matteo Renzi è stata respinta al mittente.
Domani scadono i termini per la presentazione degli emendamenti, e i senatori sono stati invitati a non fare nessuna apertura alle proposte del governo.
Basso profilo anche con la televisione. Dopo un’overdose di piccolo schermo, i parlamentari diraderanno le loro apparizioni.
Una misura decisa ieri a Milano, per far calmare le acque e evitare scivoloni fino a quando non si sarà messa a punto un’exit strategy.
Per il momento è presto, e la gran parte dello staff è proiettata sull’organizzazione dello sbarco degli europarlamentari a Strasburgo.
Per il resto, il “teniamo duro su tutta la linea” non è piaciuto ai più dialoganti della Camera. Che, una volta posati i trolley nelle loro case romane, hanno deciso di vedersi subito, questa sera stessa, per fare il punto.
L’obiettivo è scardinare, senza farsi buttare fuori, quel che Currò definisce “un cerchio magico in cui i fedeli servitori di Grillo sono in malafede”.
“Non è possibile che Grillo abbia ragione da un anno su tutto – continua – perchè o è un dio che non si può discutere oppure c’è una paura o una convenienza nel non manifestare mai una propria critica”.
Fino ad oggi quest’area (quindici, venti deputati) ha faticato a trovare una linea comune, disperdendo il dissenso nei rivoli dei singoli motivi di malcontento.
Il problema della leadership sembra però essere risolto.
“In queste ore stiamo sentendo costantemente Federico Pizzarotti – racconta un parlamentare – stiamo cercando di capire insieme a lui cosa fare, come muoverci”.
Il sindaco di Parma è stato uno dei pochi ad esporsi: “O facciamo autocritica per crescere o rimarremo relegati all’opposizione”, ha scritto su Facebook.
Proprio quel che dicono tra di loro gli onorevoli dissenzienti, che sembrano aver trovato in Pizzarotti una figura capace di coagulare le monadi dell’universo critico del M5s.
È in programma un incontro, forse già nei prossimi giorni.
Voci impazzite danno il primo cittadino in arrivo a Roma già in queste ore. Se una data per il confronto de visu ancora non è stata fissata, resta fermo il fatto che il filo diretto è stato stabilito.
Forse Beppe Grillo non verrà direttamente messo sul banco degli imputati, ma da quelle parti si vuole un’assunzione di responsabilità più netta.
Un po’ quello che chiede anche Pizzarotti. Spiega un deputato: “Sì, stiamo organizzando di vederci con lui. Ma che male c’è? Lui ha sempre incontrato tutti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
OLTRE ALLO STIPENDIO BASE DI 6.250 EURO, GLI EUROPARLAMENTARI PERCEPISCONO 305 EURO AL GIORNO DI DIARIA
“Troppi candidati fanno finta di dimenticarsi la rinuncia volontaria alla diaria. Non votateli!”. Aveva le idee chiare, lo scorso 5 aprile, Giuseppe Centrone, un iscritto al Movimento cinque stelle critico con molti partecipanti alle europarlamentarie.
A elezioni avvenute, lo scrive il Velino, che anche fra i 17 grillini che voleranno a Strasburgo, ben pochi si sono impegnati in tal senso.
Cinque per l’esattezza, scrive ancora l’agenzia di stampa.
Non e’ un obbligo, del resto, dal momento che lo stesso blog di Grillo, nelle “Considerazioni aggiuntive per le elezioni europee”, lo scorso 1? aprile aveva specificato: “Ogni candidato potrà liberamente decidere se destinare la sua diaria a un fondo sociale che sara’ scelto dal portavoce degli eletti al Parlamento europeo (chi dovesse optare per questa scelta e’ pregato di inserirla nella propria presentazione)”.
Sta di fatto che – a leggere le dichiarazioni di intenti – solo 5 hanno espressamente preso l’impegno di restituire l’indennità di soggiorno, pari a 304 euro per ogni giorno di presenza all’Europarlamento (alla quale aggiungere altri 152 euro per le riunioni che hanno luogo al di fuori del territorio comunitario).
Fra i “volenterosi” spicca Fabio Massimo Cataldo, praticante avvocato 27enne di Ardea (Roma), secondo degli eletti nel collegio Centro con 38.088 voti. ”
Qualora eletto, decido liberamente di destinare TUTTA la diaria ad un fondo sociale che sara’ scelto a maggioranza dai Cittadini, attraverso i MeetUp del territorio dove insiste il mio collegio elettorale”, ha scritto nella sua presentazione.
Gli altri si limiteranno a destinare soltanto l’eccedenza, al netto dei rimborsi spese.
Come avviene per i parlamentari, in pratica.
E’ il caso di Dario Tamburrano, medico 43enne anche lui di Roma, terzo degli eletti con 28.339 voti: “In caso di elezione destinero’ al fondo sociale l’eccedenza della diaria”.
L’impegno a versare l’indennità di soggiorno (304 euro al giorno) a un fondo sociale manca nelle dichiarazioni d’intenti della maggior parte degli eletti
Un impegno assunto anche da Rosa D’Amato, insegnante di educazione fisica a Taranto che al Sud ha raccolto 41.520 preferenze (“Decido liberamente di destinare la diaria a un fondo sociale che sara’ scelto dal portavoce degli eletti al Parlamento europeo”, ha scritto nella sua presentazione) e da Ignazio Corrao, numero uno al Sud con 70.942 voti e attualmente collaboratore del M5S all’Assemblea regionale siciliana (“Mi impegno a destinare la diaria ad un fondo sociale che sara’ scelto dal portavoce degli eletti al Parlamento europeo”).
Stesso discorso per il milanese Marco Valli, secondo al Nordo-ovest con 21.772 preferenze: “Restituirò la parte eccedente della diaria, indennità ‘ e somme conferite per l’esercizio del mandato al fondo deciso dall’assemblea degli eletti m5s al parlamento europeo”.
Per tutti gli altri? Nessun accenno esplicito.
Insomma, ai 6.250 euro mensili di indennità , ai 4.299 per le spese generali e ai 354 per i rimborsi di viaggio potranno aggiungere, salvo ripensamenti, anche i circa 4 mila della diaria.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
ERA DIVENTATO UN MITO SUL WEB PER IL SUO MANIFESTO ELETTORALE CHE AVEVA SCATENATO IRONIE
Da Venosa arriva una lezione per Giorgia Meloni e Iva Zanicchi. 
In questo comune in provincia di Potenza Nicola Zifarone è stato eletto consigliere per il Movimento 5 Stelle.
Nome a molti sconosciuto, è diventato un mito sul web per il suo manifesto elettorale che ha scatenato l’ironia di tantissimi utenti dei social network.
Zifarone non ha ceduto infatti alla tentazione di ricorrere a photoshop, e la popolarità raggiunta dal suo volto è stata premiata nelle urne aperte domenica per le elezioni comunali di Venosa. Quella di Zifa, come ormai viene chiamato sui social, è la storia di un successo nato sul web.
Il suo manifesto, rilanciato dal blog NonLeggerlo, ha scatenato l’ironia di tutti.
Anche quella di Leonardo Pieraccioni, dice Zifarone in un’intervista rilasciata a Lettera43: “Il regista toscano non è stato offensivo. Anche se ha dimostrato poca intelligenza. Avrei potuto capire la sua provocazione se avesse preso di mira un candidato noto, invece ha solo lucrato su un cittadino comune che ha deciso di impegnarsi in politica per il proprio territorio”, ha affermato leggermente risentito.
Ora però è il momento di festeggiare le 307 preferenze raggiunte, e su twitter è un tripudio per Zifarone: “Ricordate Zifa? Bene, è stato eletto. Ce la possono fare tutti”, scrive un utente.
“Adesso nessuno del movimento 5 stelle dica ‘Mai una gioia’. Obiettivo Zifarone centrato!”, afferma un altro.
E poi c’è chi a stento trattiene le lacrime: “Piango di gioia. Grazie, ora posso andare a dormire felice”.
Finisce così la lunga attesa di molti utenti ansiosi di conoscere i risultati dello spoglio: “Siamo in trepidante attesa del risultato di Zifarone, sapete qualcosa?”; “Qualcuno sa se il mitico Zifa ha salvato la baracca grilina? #vinciamopoi”.
(da “Huffintonpost”)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
LO DICEVA NENNI NEL 1948: “PIAZZE PIENE, URNA VUOTE”
Piazze piene, urne vuote. L’aveva già detto sessant’anni fa il leader socialista Pietro Nenni, durante la campagna elettorale del Fronte popolare nell’aprile 1948.
Comunisti e socialisti erano convinti di vincere non soltanto perchè avevano un’arroganza senza limiti, ma poichè vedevano un mare di gente ai loro comizi.
Nenni era più schietto di Palmiro Togliatti e un giorno se ne uscì con quella profezia. Molto azzeccata dal momento che le sinistre persero il confronto con la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi.
Nel Movimento Cinquestelle nessuno ha avuto l’accortezza di rammentare il monito di Nenni al generalissimo Beppe Grillo. Lui si era convinto di vincere.
Sino all’ultimo lo ha garantito alle sue truppe e ai possibili elettori strillando: «Vinciamo, anzi stravinciamo, abbiamo già vinto!».
Non si rendeva conto di avere di fronte un’illusione ottica: una serie di piazze stracolme. Da comico patentato, avrebbe dovuto pensare che quelle migliaia di persone stavano lì per godersi un show senza pagare il biglietto. Non lo ha fatto. Si è costruito da solo il proprio disastro. E adesso vediamo il perchè.
Il primo motivo sta nel carattere di Grillo. Lui è uno spaccone, un ganassa direbbero in Lombardia. Mentre dalle mie parti, nel Basso Piemonte, userebbero per lui una espressione curiosa: è uno sgiafelaleon, il tipo che si crede capace di prendere a schiaffi anche i leoni.
In versione pagliaccesca, piuttosto che da carogna.
Il capo stellare si è sempre presentato così al proprio pubblico. Con l’aiuto gratuito dei media televisivi, sempre disposti a mandare in onda personaggi e spettacoli da catalogare sotto la rubrica «Strano, ma vero».
L’elenco delle prodezze di Grillo è impressionante. Si va dall’impresa fisico-sportiva di attraversare a nuoto lo Stretto di Messina per comiziare in Sicilia, sino a quelle politico-minacciose.
Tutte offerte, giorno dopo giorno, dal suo blog, testimonianza non contestabile del piacere di stupire e, insieme, di mettere paura.
Grillo non ha mai perso l’occasione per presentarsi come uno pronto a schiaffeggiare i leoni. Anche quando non li aveva di fronte.
Mi è rimasto impresso ciò che ha detto martedì 20 maggio, nell’entrare a Montecitorio per impartire ai suoi gli ultimi ordini prima del voto europeo.
Mentre attendeva l’ascensore, ha scorto due commessi e non ha resistito al gusto della battuta sadica: «Quando verremo qui, licenzieremo un po’di questi signori!».
Renato Brunetta ha commentato: «Ai commessi è andata bene, perchè Grillo non li ha invitati a fare un giro in auto sul suo Suv».
Il Grillo trionfante ci lascia in eredità un ritratto penoso di se stesso.
Costruito senza prudenza con una serie infinita di ganassate.
Dopo la vittoria, faremo i processi ai politici, agli imprenditori, ai giornalisti. Indagheremo a fondo sui loro patrimoni nascosti, sulle falsità , sulle infedeltà fiscali.
Il pugno duro non risparmierà nessuno, come dimostrano le espulsioni dei parlamentari stellati che rifiutano di obbedire ai miei comandi. Grillo era talmente sicuro del proprio potere assoluto da non temere di contraddirsi.
Dopo aver vietato per mesi a senatori e deputati di andare in tivù, all’improvviso gli ha imposto di presentarsi a tutti i talkshow.
Con il risultato di mostrare la fragilità di tanti dei suoi.
E Grillo non è stato il solo a montarsi la testa. Anche il suo socio Gianroberto Casaleggio ha pisciato fuori dal vaso, per usare un lessico da bar.
Aveva sempre taciuto, nella convinzione che il mistero lo rendesse più forte. Ma quattro giorni prima del voto europeo, ha regalato al «Fatto quotidiano» un’intervista sterminata, scritta da Marco Travaglio.
Due paginate pompose e incaute che si chiudevano con tre parole rischiose. Alla domanda se credesse davvero che i grillini sarebbero arrivati davanti al Partito democratico, Casaleggio ha risposto: «Ci credo veramente».
Travaglio gli ha ricordato che Grillo diceva spesso: «Se perdo le elezioni europee, mi ritiro». Replica del guru: «Non ci credo, non è il tipo. Lo dice ogni tanto, per stanchezza. Ma anche lui persegue l’obiettivo di portare i Cinque Stelle al governo. Poi magari si ritira un minuto dopo. Anche se lo fanno ministro».
Però Grillo seguita a ripetere la medesima solfa. E spesso la completa con una spiegazione che non deve sfuggirci: «Se perdo mi ritiro, perchè non sono adatto a questo paese!».
È un corollario interessante dal momento che apre uno spiraglio sulla vera ragione del disastro elettorale del suo partito.
Non essendo adatto all’Italia di oggi, Grillo ha commesso l’errore fatale per un leader politico: non ha saputo capire come sono fatti gli italiani del 2014.
Siamo da sempre un popolo di moderati che non amano le avventure. Lo prova il fatto che per quasi cinquant’anni abbiamo mandato al governo la Democrazia Cristiana.
Pure chi votava il Pci di Togliatti, di Longo e di Berlinguer sapeva di affidarsi a una parrocchia che aveva rinunciato alle velleità rivoluzionarie o estremiste. E garantiva una stabilità senza troppe scosse.
Oggi l’Italia è un paese spaventato dalla crisi economica globale. Teme di diventare sempre più povero. Se possiede dei risparmi in banca, ha paura di vederli falcidiati o addirittura sparire. Le tasse lo opprimono.
Per non parlare del resto: la burocrazia strapotente, la criminalità organizzata, l’immigrazione clandestina senza controllo. Anch’io faccio parte di questa Italia.
E come milioni di altri cittadini, non amo il caos, rifiuto i politici incapaci, pasticcioni, velleitari. Respingo chi promette miracoli che non è in grado di fare. Penso che al governo ci debba stare chi si adopera a farci uscire dal buio sempre in agguato.
Magari sbagliando qualche passaggio, però senza traumi eccessivi. In una parola, non avrei votato Grillo neppure con una rivoltella puntata alla nuca.
Ma oggi il Super comico stellare ha la metà dei voti conquistati dal Pd di Matteo Renzi.
E’ un parolaio dimezzato, un predicatore che si è messo il tappo in bocca da solo. Rimarrà sulla scena a romperci i corbelli, come temo, oppure ci offrirà la sorpresa di ritirarsi a vita privata nella villona ligure?
E’ troppo presto per azzardare un pronostico. Sarà più interessante vedere quale uso farà di questa vittoria il presidente del Consiglio.
L’unico augurio che mi sento di inviare a Renzi è di non montarsi la testa. Quello di domenica 25 maggio è un trionfo legato a tutte le promesse di riforma che ci sta offrendo.
Usi con giudizio la grande occasione che gli hanno offerto gli elettori, compresi i tanti che non possono certo dirsi tifosi del Partito democratico.
Infine dimostri di avere una sola certezza: la guerra alla crisi continua e la strada per arrivare alla vittoria sarà ancora lunga, lunga, lunga.
Giampaolo Pansa
(da “Libero”)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
E LA TV SERVE ….GLI ITALIANI NON VOGLIONO SENTIRE PARLARE DI RIVOLUZIONE
“Casa… Casaleggio, vieni qua. C’è un maalox anche per te”. 
Nel suo video-messaggio di ieri, Beppe Grillo ha usato una cifra stilistica di cui è ahilui assai parco: l’autoironia.
Ha ammesso la batosta, a suo modo un evento in Italia (giusto ieri uno come Gasparri aveva il coraggio di esultare: come se non bastasse già il coraggio di essere Gasparri). Ha giocato sull’hashtag renziano #vinciamopoi, chiudendo con uno sconsolato ma sorridente “vincono loro”.
È stato forse il suo messaggio più riuscito, solo che è arrivato a elezioni concluse. Già che c’era, oltre a incolpare i pensionati troppo moderati e citare If di Kipling e La canzone del maggio di De Andrè (ottimi gusti), Grillo poteva fare un po’ di autocritica.
Lui, come pure il M5s.
Il Movimento non esisterebbe senza Grillo e Casaleggio, e forse entrambi sono ancora fondamentali. Eppure gli errori sono stati tanti.
In primo luogo, una sopravvalutazione incredibile: l’Italia è forse il Paese occidentale meno incline al cambiamento radicale.
Ogni movimento anzitutto di protesta, o comunque di opinione, è sempre stato minoritario.
In Italia è normale che un neo-democristiano come Renzi sbanchi, mentre è oltremodo anomalo che una forza osteggiata da quasi tutti sia sopra il 20 per cento.
Il Movimento ha perso quasi tre milioni di voti in 15 mesi, ma nessuno parlerebbe di asfaltata se Grillo non avesse cocciutamente alimentato il mito irraggiungibile del sorpasso su Renzi: “vinciamo noi” de che?
Forse Grillo e i parlamentari hanno confuso le piazze piene con il consenso elettorale: le adunate oceaniche dimostrano che gli attivisti 5 Stelle sono più partecipi di quelli piddini, ma non è una novità .
Anche Luttazzi aveva i teatri sempre pieni, anche Santoro ha sempre sbancato l’auditel: poi però le elezioni le vinceva Berlusconi.
Grillo e i suoi hanno convinto i già convinti, senza però conquistare gli indecisi. Grillo si è speso con entusiasmo innegabile, ma continua a inciampare nella sua comunicazione satura di iperboli e provocazioni: andava bene all’inizio, ora no.
Se Renzi ha stravinto, è anche per la paura reale di milioni di italiani, convinti che con Grillo al governo sarebbe davvero arrivato un nuovo Pol Pot.
I titoli sul “Grillo fascista” e “M5S nazista” sono figli di una disonestà intellettuale giornalistica quasi senza eguali, ma un po’ te le cerchi se regali assist agli avversari.
Il post su Auschwitz, “Cosa faresti alla Boldrini?”, “Sono oltre Hitler”, i “processi ai giornalisti”. Tutte esagerazioni semantiche, tutti cortocircuiti linguistici che vogliono fungere da catarsi (la violenza verbale per disinnescare l’eventuale violenza reale): vaglielo a spiegare, però, alla casalinga di Voghera.
Grillo se la prende con gli “italiani che galleggiano” e non vogliono cambiare, ma è anche colpa sua se tra gli over 60 il suo movimento non raggiunge il 10%.
Non lo capiscono, ne hanno paura. E andare una volta da Bruno Vespa non basta a conquistare i moderati, ancor più se ci si mostra spumeggianti come artisti ma poco convincenti come forza di governo.
Se quello spazio lo avesse usato Luigi Di Maio, avrebbe avuto meno share ma raccolto più voti.
A differenza delle politiche 2013, molti stavolta hanno votato non “per Grillo” ma “nonostante Grillo”, magari conquistati da Alessandro Di Battista a Bersaglio mobile o più ancora dalla efficacia del M5s come forza di opposizione autentica.
Andare troppo tardi in tivù è stato un altro errore: forse all’inizio non erano pronti, ma il piccolo schermo non è certo morto.
Renzi ha giocato sulla speranza contro la paura: una narrazione da asilo nido, ma Grillo gli ha permesso di farlo.
Come gli ha permesso di insistere sulle semplificazioni dei “grillini che sanno solo dire di no” e che “hanno messo in frigorifero 9 milioni di voti”.
Gli scazzi in streaming con Renzi e il non voler vedere le carte del segretario Pd sono decisioni scellerate, che poi si pagano.
Come si pagano gli attacchi sgangherati contro “l’uomo Napolitano” di Fabrizio Moro a Piazza San Giovanni.
E la figura di Casaleggio continua ad essere percepita come respingente.
Grillo e il Movimento hanno perso perchè si sono sopravvalutati; perchè non hanno ancora imparato che essere coerenti non significa essere talebani; perchè oltre il 20-25% non possono andare; e perchè hanno dimenticato che la maggioranza degli italiani, non appena sente parlare di “rivoluzione”, mette la mano alla fondina.
E cerca subito una nuova balena bianca a cui consegnarsi placidamente.
Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 27th, 2014 Riccardo Fucile
FACCIA A FACCIA DI NOVE ORE… PRIMA MOSSA: ADDIO AI TALK SHOW, NON HANNO PREMIATO
Nove ore. Drammatiche, a tratti. Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, faccia a faccia nel chiuso di un ufficio a Milano.
Con un’unica certezza: «Abbiamo perso. Non è una sconfitta, siamo andati oltre la sconfitta». Serve tempo per metabolizzare lo sfregio elettorale. E la tentazione di mollare assale il leader.
Lo frena però il guru: «Non te lo consentirò — si infiamma — tu sei il Movimento. Altrimenti salta tutto».
«Io ho bisogno di una vacanza — ripete amarissimo il comico — ho bisogno di stare con mia moglie. Sono due mesi che vivo in un camper…».
Continueranno a braccetto, ma la botta è stata così devastante che mille dubbi accompagnano il futuro del Movimento.
Gli errori, innanzitutto. Perchè Casaleggio è infuriato con gli elettori che l’hanno «tradito », con gli italiani che «non vogliono rinunciare ai privilegi e inseguono le promesse».
Pure Grillo se la prende con «l’Italia di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare».
Ma non basta prendersela con loro, nè imprecare. Occorre cambiare.
E a dare retta alle perplessità emerse sull’efficacia della partecipazione ai talk show, l’effetto determinerà il congelamento delle incursioni grilline sul piccolo schermo.
Si può cambiare rotta, fare autocritica e individuare un nuovo orizzonte. I toni, però, quelli davvero Beppe non può nè intende cambiarli.
Faccia a faccia con Casaleggio, alza le mani in segno di resa: «Io mi esprimo così, non so parlare in altro modo». Sarà il guru a bilanciare almeno un po’ le urla di Grillo, cercando di mostrarsi più presente e rassicurante.
Al comico, intanto, spetta la prima controffensiva sul blog senza scomode domande dei cronisti tra i piedi: «Abbiamo il tempo dalla nostra, è ancora presto — sorride indossando una camicia a scacchi e una sahariana grigia — Sono dei numeri che non si aspettava nessuno, abbiamo preso il 21-22% come l’Iva. Però noi siamo il secondo partito. Io sarei anche ottimista. Andiamo avanti? Certo».
Scherza, il Capo del Movimento. È così che ha conquistato un posto fisso sul podio della politica italiana.
E siccome aveva ironizzato sul Maalox, gli tocca ingerire una pasticca in diretta web e offrirne una pure al guru.
Aveva promesso «vinciamo noi», ora è costretto ad accettare lo sfottò dei social con l’hashtag “vinciamo poi”. «Ci state prendendo in giro e vi capisco — sorride — mettete proprio il coltello nella piaga».
C’è spazio pure per uno sketch, serve a rincuorare truppe ancora sotto choc: «Ora Casaleggio è in analisi per capire perchè si è messo il cappellino. State tranquilli, dai, vin… vinciam… Vincono loro». Anche la Rete grillina, traumatizzata dalla batosta, apprezza.
Eppure Beppe non dice mai esplicitamente «resto», preferisce un più generico «resteremo ». Forse per non smentire in modo troppo brutale quanto dichiarato anche su Repubblica lo scorso 3 aprile — “O vinciamo, o stavolta davvero me ne vado a casa. E non scherzo” — di certo perchè il Fondatore ha bisogno di una vacanza.
Vuole volare in Sardegna, chiede solo di staccare la spina girovagando per la splendida costiera ligure. Non adesso, però. Non subito.
C’è da organizzare un viaggio a Bruxelles con Casaleggio, c’è da pianificare l’avventura europea. Non a caso già ieri, nella sede della Casaleggio associati, i cronisti hanno intravisto l’ambasciatore di un partito continentale — qualcuno ipotizza i Verdi, altri gli euroscettici britannici — accompagnato dal capo della comunicazione del Senato Claudio Messora, in pole per trasferirsi nella capitale belga.
L’obiettivo è siglare un’intesa con altre forze e dare vita a un gruppo all’Europarlamento.
Per adesso c’è da fare i conti con quel senso di frustrazione che deprime pure i grillini più ortodossi. Dolore quasi fisico «mi sento come se mi avessero strappato la carne», giura Alessandro Di Battista — oppure sconforto puro: «Nessun commento », allarga le braccia Luigi Di Maio.
Tutti insieme, deputati e senatori, si ritroveranno in un’assemblea congiunta slittata alla prossima settimana per ordine dei vertici pentastellati. Meglio far decantare.
La stessa prudenza che ha consigliato di annullare l’evento che i parlamentari avevano organizzato per ieri davanti Montecitorio.
Non per questo mancheranno i problemi.
I grillini espulsi dal gruppo del Senato, sotto la regia di Francesco Campanella, sono pronti al varo di un nuovo gruppo. E le colombe rimaste nel Movimento sono pronte a tornare alla carica.
Da tempo, anche alla Camera, c’è chi è a un passo dall’addio. Non oggi, però: «Adesso facciamo quadrato attorno a Beppe — premette Walter Rizzetto — sarebbe da villani fare diversamente. Poi ci sarà il tempo per confrontarci. Una riflessione, comunque, dovrà esserci».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Maggio 26th, 2014 Riccardo Fucile
IN CITTA’ IL PD SUPERA IL 50%, GRILLINI FERMI AL 19%
Con le elezioni europee nella “Stalingrado d’Italia”, come Grillo ha definito il comune di Parma conquistato dai 5 stelle e dal sindaco Pizzarotti, è arrivato uno tsunami elettorale.
I dati della città sono definitivi, con tutti i 204 seggi scrutinati: il Pd è al 52,07%, il Movimento 5 stelle al 19,12%.
Certo le Europee sono le Europee. Ma per rendersi conto del flop di Pizzarotti rispetto alle previsioni degli stessi M5s locali basta guardare i dati delle politiche del 2013 con il Pd al 32,8% e M5s al 28,2%.
Insomma oggi il Pd ha guadagnato il 10% e M5s ha perso il 9%.
Al primo turno delle comunali del 2012 Pizzarotti e il Movimento 5 stelle presero il 19,47% (praticamente la stessa percentuale di oggi) e la coalizione del centro sinistra che appoggiava Vincenzo Bernazzoli (poi sconfitto al ballottaggio) arrivò al 34,45. Quasi il 20% di punti in meno rispetto ai dati odierni
“Importante il dato a livello nazionale, abbiamo un Pd a vocazione maggioritaria — afferma il candidato Pd locale alle Europee Nicola Dall’Olio, che ha conquistato 9512 preferenze nel comune di Parma contro le 1270 del candidato grillino Francesco Rossi.
Da notare che Cristina Quintavalla di Tsipras – che come lista ha preso quasi 5 volte meno del M5s – ha toccato quota 1022 preferenze personali, tallonando addirittura il candidato grillino.
“A Parma – continua Dall’Olio – siamo oltre il 50% ed è un risultato che sanziona il fallimento del laboratorio dei Cinque Stelle di Parma, c’è una sanzione di come questa amministrazione non abbia fatto bene ma anche di come il Pd abbia fatto bene non solo a livello nazionale ma anche a livello cittadino. Il dato delle mie preferenze? Molto positivo, fa ben sperare, significa che c’è un ricambio definitivo nel Pd e che le figure che si sono fatte avanti in questi due anni. Ora Pizzarotti e Grillo devono decidere cosa vogliono fare e se vogliono restare insieme, di certo oggi questa amministrazione rappresenta un quinto dei cittadini di Parma”.
GLI ALTRI PARTITI
Forza Italia si è fermata al 10,8%, mentre la Lega Nord ha ampiamente superato lo sbarramento con il 5,87%.
Oltre la soglia del 4% anche l’Altra Europa con Tsipras che chiude lo spoglio con il 4,86%. Fli si ferma al 2,72%, seguito da Ncd-Udc con il 2,35%. Sotto l’1% gli altri. Su di un totale 86.935 voti espressi, le schede bianche sono state 432, le nulle 1.518, pari all’1,74%. Quelle contestate e non assegnate 5.
I dati definitivi sugli eletti devono ancora arrivare, ma è ormai sicuro che nella circoscrizione Nord Est sia passata l’ex ministro Cecile Kyenge e al suo posto tra le fila del Pd nel parlamento italiano lo scranno passa al primo dei non eletti alle Politiche, ossia il collecchiese Giuseppe Romanini, attuale assessore alla Cultura e alle Politiche Scolastiche della Provincia di Parma.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 26th, 2014 Riccardo Fucile
M5S SOTTO SHOCK, CASALEGGIO ORDINA IL SILENZIO
Si va dal “ma non scherziamo”, al “Tutto è possibile, anche lo scioglimento del Movimento”.
Il tonfo del Movimento 5 stelle è talmente fragoroso che le voci sulle dimissioni di Beppe Grillo impazzano.
E le poche che si riescono a raccogliere quando i venti punti percentuali dal Pd si stanno ormai consolidando sono spaesate, e non riescono a dare il polso della situazione.
Da Milano, dove Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno seguito lo spoglio, è partito l’ordine: “Non commentate i risultati, aspettiamo il video di Beppe”.
Sarà l’ex comico a dare la linea via blog, con un messaggio registrato che andrà oggi online.
Sono ore di sofferenza. Raccontano che alterni momenti di rabbia con la profonda delusione: “Se vogliono Renzi se lo tengano – sarebbe sbottato – si vede che è questo che desiderano. Io con la politica chiudo”.
Forse solo una reazione a caldo, forse l’embrione di qualcosa di enorme che potrebbe maturare nelle prossime ore.
Così al mesto comitato elettorale alla periferia di Roma, per evitare parole in libertà , compaiono pochissimi parlamentari.
Sono i fedelissimi Roberta Lombardi e Nicola Morra a chiudersi in una saletta, cellulare attaccato all’orecchio.
Verso le 2.00, quando i dati reali del Viminale riportano già il 40% dei seggi scrutinati, si siedono dietro un tavolo e si trincerano dietro un lessico che di rivoluzionario ha davvero ben poco: “Sono dati ancora troppo disomogenei, aspettiamo almeno l’80%, ci vediamo domani”.
“Grillo è andato a dormire”, chiude la questione Lombardi. Poi si alzano e se ne vanno.
Tutta un’altra storia rispetto a un anno fa, quando un Alessandro Di Battista ancora sconosciuto girava come una trottola davanti alle telecamere e Marta Grande, con lui a festeggiare la trionfale chiusura dello Tsunami Tour, era una presente in pectore della Camera dei deputati.
La consegna del silenzio è rispettata alla lettera.
A microfoni spenti spiegano che i due leader stellati sono lontani dalle braccia di Morfeo: “Pensavamo veramente di arrivare vicini al 30%, Beppe e Gianroberto stanno discutendo su cosa fare adesso”.
La delusione è tanta, e nessuno se la sente di fare previsioni: “Lo sapete com’è Beppe – spiegano dallo staff – per noi non cambia nulla, è una battaglia persa, ma lui è imprevedibile”.
Stando a quanto detto lui stesso, la decisione dovrebbe essere scontata. “Se perdo le europee me ne vado”, proclamò stentoreo lo scorso 28 ottobre calcando i corridoi del Senato, “se perdiamo queste elezioni non ho più voglia di continuare”.
Grillo ha perso, inequivocabilmente. E sarà nell’elaborazione della sconfitta nel bunker di Milano che si giocherà molto del futuro del M5s.
Sui rovesci stellati ha pesato una campagna elettorale giocata tutta sull’alzare l’asticella fino alla vittoria, al voto in più rispetto ai rivali Democratici.
Con queste premesse, un distacco di venti punti percentuali non può che risuonare come un sonoro schiaffone. Una battaglia campale persa su tutta la linea. Circa il 5% in meno rispetto a un anno fa, più di tre milioni di voti persi per strada.
Il rovescio della medaglia sono i segnali di radicamento di un progetto politico la cui tenuta era tutt’altro che assicurata, che più di tanti altri rischiava di subire il contraccolpo di un elettorato volatile, che li aveva alzati sugli scudi in forza di un generico “vaffanculo”.
A distanza di dodici mesi si possono iniziare a cogliere segnali di trasformazione di quello che poteva essere un meteoritico fenomeno di costume in un elemento non secondario nella dialettica politica.
Ma è proprio la logica della contrapposizione, del “vaffa”, l’incapacità di cambiare registro semantico, orizzonte prospettico, ad aver penalizzato il Movimento.
Grillo aveva colto segnali di spaesamento, aveva provato a calibrare l’ultima settimana di campagna elettorale su toni più morbidi, mettendo da parte la rabbia e rispolverando un fiducioso ottimismo.
I sondaggi interni allo staff continuavano a segnalare costantemente un gap dai quattro agli otto punti rispetto al partito di Matteo Renzi, e l’istrionico leader aveva intuito che forse la bussola del paese era orientata sulla speranza più che dalla volontà di rovesciare il tavolo.
Cambiamento di rotta tardivo, anche per limitare i danni.
Su facebook i parlamentari si dividono tra chi si dota di un’inaspettata dose di autoironia come Francesco D’Uva, che riprende l’hashtag al vetriolo #vinciamopoi, a chi si scaglia contro “uno stato di coglioni”, come fa Emanuele Cozzolino.
In mezzo Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia, che parlano di “momenti duri, che fanno male”. Quanto, lo dirà Grillo nelle prossime ore.
Dal blog, ovviamente.
(da “Huffingtonpost“)
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