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PEPPE BRILLO ORA INSULTA ANCHE IL SUO CANDIDATO RODOTA’: “OTTUAGENARIO MIRACOLATO DALLA RETE”

Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile

ENNESIMO SERVIZIETTO DEL GUITTO A BERLUSCONI: ATTACCHI A BERSANI, VENDOLA, RENZI, VETRONI E CIVATI:.. APICELLA STA PREPARANDO “MENO MALE CHE BEPPE C’E'”, IL NUOVO INNO DEL PDL

Attacco di Beppe Grillo ai «maestrini dalla penna rossa» che dopo le comunali hanno osato criticare il M5S.
Dito puntato anche contro Stefano Rodotà , cui Grillo allude come a «un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo di rifondare la sinistra».
Che non sia lo stesso Rodotà  di cui ad aprile Grillo parlava in questi termini?   Rileggiamo: “Rodotà  sarebbe un Presidente che garantirebbe tutti gli italiani, di destra e di sinistra”
Grillo è andato in crisi isterica nei confronti di Rodotà  dopo l’intervista apparsa oggi di Alessandro Trocino sul Corriere della Sera in cui l’ex garante della privacy invitava Grillo ad assumersi le responsabilità  della sconfitta elettorale.
Guai a criticare il dittatore di Sant’Ilario, attore-vate per conto terzi dei Cinquestelle
Ma Grillo ne ha per tutti (ovviamente solo se del Pd)
Dopo aver insultato Rodotà  (come a dire che aver vinto le «quirinarie» ed essere stati il candidato M5S al Colle non dà  diritto a criticare il Movimento, e il suo leader) ha rivolto strali ai «maestrini dalla penna rossa», sempre senza fare i nomi ma attraverso allusioni e soprannomi, cioè a Nichi Vendola, Pier Luigi Bersani, Walter Veltroni, Anna Finocchiaro e anche Matteo Renzi e Pippo Civati.
Vediamo in quali termini: «È tornato in grande spolvero il supercazzolaro che non sa nulla nè di Ilva, nè degli inceneritori concessi alla Marcecaglia», scrive Beppe Grillo con allusione a Nichi Vendola.
«C’è poi lo smacchiatore di Bettola – aggiunge, parlando di Bersani – in grande forma che spiega, con convinzione, che la colpa del governo delle Larghe Intese è del M5S quando il pdmenoelle ha fatto l’impossibile per fottere prima Marini e poi Prodi e non ha neppure preso in considerazione Rodotà . Belin, questo ha perso più battaglie del general Cadorna a Caporetto e ci viene venduto da Floris come Wellington a Trafalgar». I
l leader del Movimento 5 Stelle ne ha anche per Matteo Renzi: «Renzie, lo statista gonfiato, imperversa con le sue ricette e le critiche al M5S su tutti i canali televisivi preda di compiacenti cortigiane come la Gruber. Renzie non è più sindaco di Firenze da tempo, è diventato un venditore a tempo pieno di sè stesso. Vende in giro un sindaco mai usato, come nuovo».
E ancora: «Persino Topo Gigio Veltroni è stato riesumato per discettare delle elezioni, forte della sua esperienza di averle perse tutte, ma proprio tutte.
E poi c’è la claque, quella cattiva e quella buona, quella che attacca a testa bassa, la cui esponente è la Finocchiaro che vuole fuorilegge il M5S, accampata in Parlamento da 8 legislature, e quella buona, alla Pippo Civati, che ha votato Napolitano, non ha fatto i nomi dei 101 che hanno affossato Prodi, che vive in un partito che succhia da anni centinaia di milioni di finanziamenti pubblici, ma però è tanto buonino. Lo vorresti adottare o, in alternativa, lanciargli un bastone da riporto”.
Che Grillo sia nervoso è normale, rischia di veder diminuiti i contatti del suo blog e deve spararla ogni giorno più grosse se vuol garantirsi gli utili.
E poi come si permette Rodotà  di cercare una spiegazione al dimezzamento di consensi dei Cinquestelle, quando una profonda analisi del voto l’ha già  fatta Grillo: “Non è vero che abbiamo perso voti. Abbiamo preso più voti in queste elezioni amministrative rispetto a quelle in cui non ci eravamo presentati”.
Chiaro, no?

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INTERVISTA A RODOTA’ CHE BACCHETTA GRILLO: “DOPO LA SCONFITTA DEVE CAMBIARE”

Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile

“SBAGLIA, DARE COLPA AGLI ELETTORI NON E’ UNA SPIEGAZIONE”

«Non voglio dire che lo prevedevo. Ma non sono affatto sorpreso».
Stefano Rodotà  è uno dei personaggi politici più amati dal Movimento 5 Stelle, che lo avrebbe voluto al Quirinale.
Ora analizza, senza fare sconti, un risultato che è andato ben al di sotto delle aspettative.
Perchè non è sorpreso?
«Per due ragioni. La prima è politica: hanno inciso sul voto i conflitti, le difficoltà  e le polemiche di queste settimane. La seconda è che avevo detto che la parlamentarizzazione dei 5 Stelle non sarebbe stata indolore. E così è stato».
Il passaggio dalla rete al Palazzo, per intenderci
«Faccio una battuta: quando si lavora in Parlamento, non è che di fronte a un emendamento in commissione vado a consultare la rete. Serve un cambiamento di passo».
Che non c’è stato.
«La rete da sola non basta. Non è mai bastata. Guardiamo l’ultima campagna elettorale: Grillo è partito dalla rete, poi ha riempito le piazze reali con lo tsunami tour. Ma ha ricevuto anche un’attenzione continua dalla televisione. Se si vuole sostenere che c’è una discontinuità  radicale con il passato non è così: anche per Obama è stato lo stesso. Si parte dalla rete, ma poi si va oltre».
Il problema è che forse non sono andati abbastanza oltre.
«Non hanno capito che la rete non funziona nello stesso modo in una realtà  locale o su scala nazionale. Puoi lanciare un attacco frontale, ma funziona solo se parli al Paese. In queste elezioni hanno perso i due grandi comunicatori: Grillo e Berlusconi».
Alle Amministrative, poi, contano molto i candidati.
«Sono stato molto colpito dalle dichiarazioni avventate del candidato 5 Stelle di Roma: si è lamentato perchè i media non gli avevano dedicato abbastanza attenzione. Ma come? Non era stata teorizzata l’insignificanza dei vecchi media?».
Forse a qualcosa servono ancora.
«Come serve l’insediamento a livello locale. Il candidato sconosciuto della rete si trova in difficoltà  rispetto a chi ha una forte presenza territoriale. Non è un caso che il partito che ha tenuto di più in queste elezioni sia stato il Pd, nonostante la forte perdita di voti».
Per Grillo è colpa degli elettori.
«L’ho sentita troppe volte questa frase. Elettori immaturi, che non capiscono. Si dice quando si vuole sfuggire a un’analisi. Ma erano gli stessi elettori che li hanno votati alle Politiche. È una reazione emotiva, una spiegazione che non spiega nulla».
Per i 5 Stelle non sono «padri» un po’ ingombranti Grillo e Casaleggio?
«Non voglio fare quello con la matita rossa. Però, certo, non bastano più le loro indicazioni. Un movimento nato dalla rete, che ha svegliato una cultura politica pigra, una volta entrato in Parlamento deve cambiare tutto. E non può dire ai parlamentari: non dovete elaborare strategie».
È proprio quello che ha detto il capogruppo Vito Crimi.
«Le istituzioni fanno brutti scherzi. Penso alle parole di Grillo che contestava l’articolo della Costituzione secondo il quale il parlamentare deve operare senza vincolo di mandato. Ecco, io credo che tutti i parlamentari dovrebbero avere la libertà  di esercitare il proprio mandato, anche se non in una logica individualista. Non si può delegare tutto. I parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà  di lavorare. In alcuni casi lo stanno già  facendo e ho sentito anche interventi di qualità ».
Il risultato deludente non è stato causato anche da un eccesso di chiusura e dalla mancanza di interlocuzione con il Pd?
«Posso anche stabilire la linea del “tutti a casa” e “no a tutti”, ma poi devo valutare le conseguenze. Si deve avere la capacità  di confrontarsi con gli altri in Parlamento. Altrimenti si rischia di alimentare una nuova conventio ad escludendum . E probabilmente c’è anche un problema di inesperienza».
La «verginità » politica è nel dna dei 5 Stelle.
«Non ho mai creduto al valore dell’inesperienza, che rivendicano come verginità  dalle compromissioni. Io ci misi molti mesi a imparare. Il Parlamento richiede competenza. So che stanno cercando di rimediare con bravi consulenti».
E ora?
«Ora Grillo e Casaleggio devono rendersi conto che siamo entrati in una fase nuova e che quello che ha determinato il successo non è un ingrediente che può essere replicato all’infinito. Per esempio: alle Europee cosa faranno? Una campagna fortemente antieuropeista, come Berlusconi? Sarebbe un rischio enorme. Cresce enormemente la responsabilità  della sinistra».
Che non sta messa bene.
«Capisco il sollievo del Pd per il voto, ma ci sono problemi che non si cancellano con un’interpretazione consolatoria. Il Pd è un pezzo fondamentale della sinistra, ma non è tutta la sinistra. E deve guardare anche alla società . Il referendum di Bologna, per esempio: c’era una maggioranza schiacciante, sulla carta, per il finanziamento alle scuole private. E invece questa maggioranza è stata spazzata via».

Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)

Ps. Nella foto che accompagna il post abbiamo voluto ricordare cosa pensava appena nove mesi fa Rodotà  di Grillo….

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CINQUESTELLE: E’ SCONTRO TRA DIALOGANTI E TALEBANI IN UN CLIMA DI INTIMIDAZIONE

Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile

ORA SPUNTA L’IDEA DI UN “GRUPPO PONTE”… STRETTA SUI PARLAMENTARI: “I DECRETI LEGGE PRIMA PRESENTATELI SUL BLOG”

Hanno paura, i dissidenti del Movimento 5 stelle.
La notizia della cena di martedì scorso, quando davanti a pizza e birra hanno condiviso il loro malessere, ha creato più problemi di quanto non si aspettassero.
Il post di Grillo che invita chi pensa ancora ad accordi col Pd «ad avviarsi alla porta», la lettera di Roberta Lombardi che dà  loro delle «merde», l’attacco del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio al dialogante per antonomasia Tommaso Currò, la richiesta di espulsione di Lorenzo Battista da parte di una senatrice, sono i segnali di una stretta che temevano, ma che non credevano potesse arrivare così improvvisa e violenta.
Sonia Alfano, l’altroieri, ha raggiunto alcuni di loro in un ristorante di Roma. E li ha trovati così: confusi e spaventati.
La parlamentare europea ex Idv, un tempo sostenuta da Grillo in persona, ha proposto da tempo un percorso comune nel nome della legalità .
Sa che arrivare a formare un gruppo autonomo in Parlamento non è facile, bisogna essere in 20, ma pensa che «anche se non fossero abbastanza il primo giorno, darebbero il via a un effetto domino che neanche i talebani riuscirebbero a controllare».
È sfiduciata, però: «Mancano di coraggio, aspettano tutti che uno di loro faccia il primo passo».
Soprattutto, sperano in una sorta di “gruppo ponte” che nasca dagli scontenti di centrosinistra, quelli contrari al governo di larghe intese, cui poi aderire una volta capito quel che succede all’interno del gruppo.
«Mi hanno contattato alcuni che prima non conoscevo — racconta l’europarlamentare — mi dicono di aver paura del gruppetto dei “pattugliatori”».
I talebani, sempre loro.
Ieri nel mirino è entrato il senatore Lorenzo Battista per un’intervista rilasciata al Messaggero in cui parlava di un possibile accordo col Pd (nel caso in cui Berlusconi facesse cadere il governo).
Una senatrice ne ha chiesto l’espulsione.
Lui non commenta, non vuole alimentare le polemiche, ma altri, al suo posto, dicono netti: «È una tecnica. Come Grillo che invita sul blog ad andar via, come Crimi che parla di mele marce senza fare nomi. Si chiama intimidazione».
Va quasi peggio a Tommaso Currò, che viene attaccato frontalmente dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio in un post su Facebook.
Se la prende per le parole dette in un’intervista, Di Maio, parla di «malafede», di una persona che vuole male al gruppo, si augura che così ne rimangano in pochi, si chiede che cosa stesse facendo il catanese mentre gli altri erano a lavoro, e insinua: «Forse era a parlare di strategie con la stampa».
Una chiara minaccia di scomunica, alla quale anche il deputato siciliano sceglie di non rispondere.
In un corridoio della Camera fa spallucce e ripete piano: «Dicano quel che vogliono».
Il più vicino a uscire, comunque, sembra essere Adriano Zaccagnini.
Da tempo critico con la gestione del gruppo, dopo l’intervista a Repubblica il deputato a 5 stelle non ha voluto fare altri commenti post voto.
Aspetta la riunione congiunta di oggi per dire quel che pensa, ma annuncia che prima sarà  a un incontro della rivista Left con Salvatore Settis: «Sul manifesto c’è un’immagine molto bella, un agricoltore in un campo di libri con una penna in mano». Poi svela un dettaglio non da poco: «C’è un nuovo protocollo per i nostri disegni di legge. Adesso, prima di presentarli, dovremo metterli per 48 ore sul blog. E poi farli approvare dall’assemblea».
Il che vuol dire che quel po’ di libertà  che alcuni parlamentari si erano concessi finora ha già  fatto in tempo a dar fastidio.
Tancredi Turco, altro dialogante, non ha paura di definire i risultati elettorali «una batosta», e dice che il post di Grillo “Fuori chi vuole accordi col Pd” non lo convince del tutto.
«Io una porticina la lascerei aperta, non sarei così drastico ». Quanto alle espulsioni, «sono certo che Beppe sia come un bravo padre di famiglia. Non caccerà  nessuno per qualche dichiarazione ».
Sarà , ma l’aria è pesante.
Alla vigilia della riunione congiunta di questo pomeriggio alle quattro e mezza, la mail con cui Roberta Lombardi (ufficialmente a casa con la febbre) ha inviato ai deputati tutta la sua rabbia, non fa sperare in un cielo sereno.

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)

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LA LOMBARDI INSULTA I SUOI PARLAMENTARI CHE INFORMANO I MEDIA: “SEI UNA MERDA”

Maggio 29th, 2013 Riccardo Fucile

IL NUOVO GIOCO CINQUESTELLE: LA CACCIA ALLA TALPA.. TENSIONE INTERNA OLTRE IL LIVELLO DI GUARDIA

Chi sarà ? Il calderaio? Il sarto? Il soldato? Il povero?
Se lo chiede Roberta Lombardi alla vigilia della resa dei conti di domani, quando l’assemblea congiunta di deputati e senatori Cinquestelle dovrà  discutere del tracollo elettorale delle comunali.
Se lo chiede e gira la domanda ai suoi deputati in un’email che Europa è in grado di riportare: «Volevo scrivervi qualcosa per condividere con voi questa specie di assedio a cui siamo sottoposti, ma grazie allo stronzo/i che fanno uscire tutto quello che ci scriviamo o diciamo sui giornali, mi è passata la poesia. Grazie per averci tolto anche la possibilità  di parlarci in libertà . Sei una merda, chiunque tu sia. R.».
D’altra parte, se la colpa della liquefazione del consenso, come sostiene Beppe Grillo, non è la linea politica tenuta in questi mesi dal Movimento, non resta che sparare nelle altre due direzioni possibili: verso gli elettori, come ha fatto ieri il leader, e verso l’interno.
«Comunicheremo solo quando avremo realmente qualcosa da comunicare. Intendo dire progetti, proposte, principi e metodi…» aveva provato a dire il deputato Tommaso Currò in un’intervista al Mattino.
La reazione del vicepresidente grillino della camera, Luigi Di Maio, è stata nervosissima: «Ora io non so Tommaso dove abbia passato gli ultimi due mesi, (forse a parlare di strategie con la stampa) ma lo informo che sul sito della Camera e del Senato sono disponibili tutte le proposte di legge, emendamenti e mozioni del Movimento presentate ed approvate. Anche nella sua commissione. Queste dichiarazioni (chiaramente in malafede) mi fanno pensare che c’è chi proprio a questo gruppo non vuole bene (spero restino pochi)”.
I prodromi di una zuffa.
Non certo di una analisi critica intorno al Movimento come “oggetto politico” e ancor meno l’annuncio di quella svolta che la base chiede a gran voce e che le urne di lunedì hanno mostrato in tutta la sua drammatica necessità .

(da “Europa”)

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CINQUESTELLE: “STIAMO ANDANDO A SBATTERE E NESSUNO HA UN DISEGNO CHIARO”

Maggio 29th, 2013 Riccardo Fucile

TRA POCO LA LOMBARDI SARA’ SOSTITUITA DA “TORQUEMADA” NUTI

È come una maionese impazzita, il Movimento 5 stelle in Parlamento.
Nessuno sa più bene dove andare, nè dove va.
Non ha una voce univoca sul risultato delle elezioni amministrative: il consiglio fatto filtrare dalla “comunicazione” è di non commentare. Il risultato è che ognuno dice la sua.
La balcanizzazione riguarda tutti. Anche i dissidenti.
Alcuni di quelli che erano alla cena di martedì scorso si sono rivisti lunedì sera, altri non lo hanno neanche saputo.
Perchè lì dentro si giocano partite diverse.
C’è chi è davvero interessato a uscire dalle dinamiche pesanti del Movimento al più presto possibile, magari formando un gruppo che possa partire dai principi cardine della legalità  e dei beni comuni per attirare i democratici delusi dal governo di larghe intese.
Ma c’è anche chi ha una storia di destra, e guarda a quella parte del campo.
O chi non accetta di farsi controllare ogni singolo scontrino dal futuro capogruppo alla Camera Riccardo Nuti, soprannominato Torquemada, che tra pochi giorni succederà  a Roberta Lombardi.
Non è finita, la storia della diaria.
Non è sopita, almeno in una parte del gruppo.
Sui risultati elettorali, poi, sono in molti a tirare fuori la loro delusione.
«Mi chiedo se Grillo abbia davvero un disegno politico », chiede uno sconsolato Aris Prodani. «Siamo come una macchina lanciata a 200 all’ora che non si accorge di stare andando contro un muro», si sfoga una deputata.
E se per Federica Daga l’esito delle amministrative «è oro, siamo entrati in 200 consigli comunali, avere due consiglieri partendo da zero è già  tantissimo », Mara Mucci pensa che alcuni risultati siano a dir poco deludenti: «Dobbiamo capire che le persone contano. Che sono importanti. A Imola avevamo un signor candidato e abbiamo raggiunto il 19,7 per cento. Altrove non ne siamo stati capaci».
La storia dei portavoce che non importa chi sono, che devono solo eseguire, non le va giù: «Su Facebook qualcuno mi scrive che io non devo pensare. Ma dico: sei fuori? Che ragionamento è?».
Eppure è il metodo, quello che secondo il consulente della comunicazione al Senato Claudio Messora, Grillo e Casaleggio vorrebbero fosse «declinato con purezza». Niente da fare, sono in tanti a considerarlo un’iperbole, un’utopia — se non una distopia irrealizzabile.
Tanto che la confusione ieri ha raggiunto l’ennesima potenza quando si è affrontato il tema riforme.
Il Movimento non riesce a rispondere a domande urgenti come quella sulla legge elettorale: il porcellum va abolito oppure no?
Vito Crimi va a parlare con una delegazione del governo dicendo «massima apertura, valuteremo, forse si può fare un referendum », e mezz’ora dopo arriva una mozione sconosciuta ai più (in assemblea non è passata) che preclude qualsiasi trattativa.
In molti si infuriano: «Discutiamo di tutto e non di come cambiare la Costituzione?», protesta chi quel testo, già  mostrato alle altre parti politiche, non lo ha neanche ricevuto. Figurarsi discusso.
Gli onorevoli a 5 stelle (ma un testo identico sarà  presentato anche al Senato) chiedono che il governo si impegni a ridurre il numero di deputati, senatori e membri dei consigli regionali, eliminando nel contempo le province e dando impulso al processo di accorpamento dei comuni.
I mandati elettorali ricopribili a qualsiasi livello dovranno essere due per legge.
Non si potranno candidare i condannati a oltre dieci mesi con sentenza definitiva. Quanto al modello, presidenzialismo, parlamentarismo, proporzionale o maggioritario, i grillini invocano un referendum di indirizzo.
Di tutto questo si parlerà  probabilmente domani.
L’assemblea, per ora, è stata convocata senza ordine del giorno, ma lì si farà  di certo l’analisi del voto, e di quello che non va.
Che però, secondo gli ortodossi, sono i giornali a ingigantire.
Roberto Fico si ferma in Transatlantico a spiegare ai cronisti che si soffermano troppo sugli aspetti negativi, che non devono continuare a dar voce a dissidenti che non hanno il coraggio di metterci la faccia: «Se trenta davvero vogliono andar via, lo dicano chiaramente, piuttosto che parlare alla stampa. Abbiano il coraggio di uscire allo scoperto. Se non lo fanno siamo al gossip».
Alessio Villarosa, il successore di Riccardo Nuti, a una cronista che gli chiede cosa pensa dei risultati delle amministrative dice solo: «Che vi toglieremo i finanziamenti all’editoria».

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)

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IMPERIA, INCIUCIO GRILLINI-SCAJOLA: “ALLE POLITICHE PRENDEMMO IL 33,65% PERCHE’ SCAJOLA DIROTTO’ I VOTI SU DI NOI”

Maggio 29th, 2013 Riccardo Fucile

LA CONFESSIONE DEL CANDIDATO SINDACO CINQUESTELLE ANTONIO RUSSO… ALLE COMUNALI I GRILLINI ORA SONO CROLLATI ALL’ 8,6%

Il M5S di Imperia ammette: alle politiche di febbraio il M5S (33,65%) incassò i voti spostati da Claudio Scajola in rotta con Eugenio Minasso (anche lui Pdl) che gestì la composizione delle candidature lasciandolo fuori.
Ma non erano i Cinquestelle quelli che volevano mandare tutti a casa, in primis politici come Scajola al centro di indagini?
E poi fanno un accordo da prima Repubblica proprio con il maggior esponente del Pdl nell’imperiese?
Da un lato lo attacchi per la casa “acquistata a sua insaputa” e dall’altro ne incassi i voti?
Non si tratta di illazioni giornalistiche, ma di dichiarazioni rilasciate da Antonio Russo, candidato Cinquestelle alla carica di sindaco a Imperia che, quasi a giustificare l’enorme calo di consensi dei grillini alle comunali (dal 33,65% all’ 8,6%) dichiara: “Il dato delle politiche non è da tenere in considerazione: lo sanno tutti che gran parte di quei voti erano stati spostati da Scajola per fare un dispetto a Minasso”.
Se lo sapevano tutti perchè non ci spiega a come si era arrivati a quell’accordo?
O forse ci vogliono far credere che i Cinquestelle incassarono quei voti “a loro insaputa”?
Ricordiamo bene le polemiche interne al Pdl in quei giorni convulsi, quando Scajola fu estromesso dalla lista delle politiche.
E le dichiarazioni sul fatto che nel suo feudo non avrebbe certo favorito il suo acerrimo nemico Minasso.
“Stiamo valutando su chi far votare” dissero esponenti Pdl vicini a Scajola, vi erano trattative in corso, fecero capire.
E i Cinquestelle sfondarono miracolosamente il muro del 33% in una delle province più difficile, monopolio Pdl da venti anni.
Russo ci spieghi chi trattò l’inciucio e chi non volle prenderne subito le distanze.
O ritiene che l’operazione sia consona a un movimento che vuole davvero mandare tutti a casa?
In realtà  gli elettori a Imperia pare abbiano già  deciso chi mandare a casa: i Cinquestelle.

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RIBELLI CINQUESTELLE, SPUNTA IL PIANO “C’ERAVAMO TANTO AMATI”

Maggio 29th, 2013 Riccardo Fucile

UNA DECINA DI DEPUTATI E SENATORI PRONTA A LASCIARE IL GRUPPO… CASALEGGIO NEL MIRINO…VENERDI CORSI DI RECUPERO IN COMUNICAZIONE

Chi ci crede, nega il calo. O si dice «entusiasta» dei risultati o fa ragionamenti non lontani da formule democristiane tipo: «Abbiamo tenuto».
Oppure, ancora, cerca rimedi: andare di più in televisione (da venerdì gruppi di dieci parlamentari andranno a Milano a «corsi di comunicazione televisiva»); o stare di più sul territorio, magari tornando a quella «settimana corta» tanto cara ai parlamentari di ogni tempo e di ogni partito (ma in questo caso per lavorare, non per oziare).
Ma c’è anche chi ci crede sempre meno.
E quelli preparano una via d’uscita, rumorosa.
«Siamo in dieci, pronti ad andarcene», dice un parlamentare. Questione di tempo. Ma anche di dialettica interna.
Se non si trova una composizione, se non si allenta la stretta del duo Grillo e Casaleggio, un drappello di 5 Stelle è pronta a formare un gruppo separato.
Fervono le trattative con il Pd. Al Senato lo snodo decisivo è la nomina del nuovo capogruppo.
Il diktat di Vito Crimi, che nega ai suoi il diritto di parlare di «strategie politiche e alleanze», fa il paio con la sua volontà  di far cadere «le mele marce».
E il successore di Crimi, da scegliere entro il 15 giugno, può confermare la linea dura o ammorbidirla.
Nel primo caso, un piccolo gruppo di senatori è pronto all’addio.
Operazione «C’eravamo tanto amati», la chiama uno di loro.
La delusione la puoi osservare nei volti tesi in Transatlantico. L’onda lunga subisce per la prima volta un riflusso. Il Movimento si trova in questa temperie, con una base che scalpita, ironizza o si infuria.
E i «cittadini» che minimizzano o sbottano di nascosto.
Su twitter questa è la battuta più gettonata: «Lodevole iniziativa del #m5s, che si dimezza i voti del 50%».
C’è chi attacca Casaleggio e chi è impietoso con Grillo: «Hai buttato 9 milioni di voti relegando questo branco di 163 incapaci all’opposizione».
E chi chiede: «Avete finito di contare gli scontrini?».
Si cerca una via d’uscita. E necessariamente le soluzioni frantumano certezze poco flessibili rispetto alla realtà : il dogma del «tutti in Parlamento sempre» viene messo in discussione, tra gli altri, da Serenella Fucksia e Bartolomeo Pepe.
Un senatore la chiama «settimana corta»: «Se siamo andati male è perchè ci siamo dimenticati del territorio. Perdiamo troppo tempo a Roma in assemblee inutili. Il lunedì e il venerdì è meglio stare a casa, con i nostri elettori».
Parole che stridono un po’ con quelle di Carla Ruocco, pasionaria in bianco. Che se la prende, giustamente, con i troppi assenti: la diaria è legata al voto e non alla presenza. Ma la settimana corta è già  realtà  per molti 5 Stelle. Soltanto che non basta.
Il campano Salvatore Micillo non si capacita dei risultati: «Sono preoccupato. Certo, è comunque un inizio. Ma in molti posti siamo andati male e non ho capito perchè. A Portici, per esempio, c’erano tutte le condizioni per arrivare al ballottaggio. E invece niente».
Colpa degli elettori, urla Grillo. Vero, dice Tatiana Basilio, che nota «un’involuzione dell’umanità » ma non demorde: «Bisogna proseguire nel cammino degli illuminati, nella ricerca della verità ».
Si sentono più al buio Tommaso Currò e Vega Colonnese. Che rilancia articoli critici di Travaglio e Gomez. Walter Rizzetto, uno di quei deputati che non soffre sudditanza verso il fondatore, non ci sta: «Non sono d’accordo con Grillo, non è colpa degli elettori. Dobbiamo riflettere. L’astensionismo è un dato sconfortante».
Matteo Incerti, Comunicazione del Senato, elenca i ballottaggi dei 5 Stelle: «Pomezia (Roma), Martellago (Venezia) e Assemini (Cagliari)».
Bastano? No di certo. E allora si prepara lo sbarco in tv, con cautela.
Rocco Casalino: «Abbiamo appena detto no a Lerner, Santoro e Floris».
Cosa resta? «Le ricette di Benedetta Parodi no – scherza -. Vedrete».

Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera“)

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PRIMA FUGA DA GRILLO, L’ADDIO DI MANDARÀ’: “QUALCOSA SI È ROTTO”

Maggio 29th, 2013 Riccardo Fucile

PER SEGUIRE IL TOUR SI ERA PRESO L’ASPETTATIVA. ORA MOLLA TUTTO

“Ho deciso che quella di oggi sarà  l’ultima puntata di Mi scappa la diretta. E ho deciso di lasciare questo Paese. Sono un vigliacco, non ho intenzione di continuare a lottare. Non ce la faccio più. Il risultato elettorale di ieri è l’ultima goccia. Basta”. Salvo Mandarà  si è svegliato da poco, nel suo appartamento di Abbiategrasso.
E come ogni mattina, si mette davanti alla telecamera e registra la puntata del suo canale casalingo: 15 minuti di analisi del mondo, rigorosamente a 5 Stelle.
Ieri, però, è l’ultima. Ventiquattro ore dopo aver assistito al tracollo elettorale del Movimento che era diventato quasi la sua ragione di vita, decide che ne ha abbastanza.
Prende le valigie e se ne va. Sei mesi fa, era dicembre, si era addirittura preso l’aspettativa dal lavoro per dedicarsi anima e corpo alla campagna di Grillo.
Lui, ingegnere elettronico, siciliano trapiantato al Nord, si era inventato l’hang out, una versione riveduta e corretta della video chat, una sorta di comunità  virtuale in cui si poteva mandare in diretta un comizio in corso a Treviso, commentarlo da Tokyo e corredarlo con immagini in arrivo da Londra.
“Rimarrà  nei libri di storia” dicevano di lui gli attivisti che lo ammiravano sotto al palco di piazza San Giovanni, a febbraio.
Sempre lì, a un passo da Beppe a riprendere con quello strano aggeggio ogni frammento dello Tsunami Tour, su e giù dal camper dove, suo malgrado, gli avevano affibbiato l’ingrato compito di lavare i piatti.
E adesso basta. “Viviamo in un Paese in cui 8 milioni e 700 mila persone votano M5S e danno l’illusione a un coglione come me che gli italiani si siano svegliati — dice Mandarà  nel video d’addio -. Invece non è così, forse solo un milione o due di quelli si è svegliato davvero, gli altri si sono girati dall’altra parte e hanno ricominciato a dormire. Io non voglio più vivere in uno Stato di merda come questo perchè c’è un popolo di merda. Sono un vigliacco, avete ragione a pensarlo. Ma io qui non resto”.
Non tutti la prendono bene. C’è chi gli rimprovera di mollare tutto alla prima sconfitta.
Il deputato Ferdinando Aliberti scrive su Facebook: “Sto piangendo. Piango perchè se Salvo scrive questo vuol dire che qualcosa s’è rotto. Non l’Italia, quella è rotta da decenni, ma nella lotta che abbiamo iniziato insieme. Sì, sono triste e delle elezioni non me ne fotte un cazzo”.
Lo sconforto è tale che Mandarà  è costretto a replicare, a spiegare in un post che la disfatta elettorale non è l’unica ragione, che ha problemi a casa, che vuol far crescere suo figlio in un altro posto.
“Se fossi single e senza figli, rimarrei qui in trincea…” prova a convincerli Salvo.
Ma la verità  è che qui la guerra ha preso un’altra piega. E si è costretti a imbracciare nuove armi.
Mentre il simbolo dell’autarchia informativa fa i bagagli, quindici parlamentari sono in partenza per Milano.
Venerdì comincia il primo turno di corso di comunicazione televisiva. Lezioni di piccolo schermo tenute da esperti scelti da Grillo e Casaleggio che prima o poi toccheranno a tutti i deputati e senatori.
Hanno capito che la Rete non basta, ma non vogliono farsi schiacciare dal mezzo.
Conoscere le regole è indispensabile per non farsi manovrare. E poi, da questa batosta elettorale, alcuni Cinque Stelle hanno cominciato anche a capire quanto è importante il rapporto con il territorio.
Fa tanto di vecchia politica, così come la condizione necessaria per mantenerlo: la settimana corta.
Dopo tre mesi in Parlamento deputati e senatori si stanno liberando della retorica del lavoro dal lunedì al venerdì.
Se si sta sempre nei palazzi, è difficile spiegare fuori quello che si sta facendo. Così, tra una proposta e l’altra, si insinua anche quella di dedicare l’inizio e il fine settimana alle attività  nei dintorni di casa.
Sarà  uno degli argomenti di cui discuteranno probabilmente anche nell’assemblea congiunta di domani, la prima dopo il flop delle amministrative.
Per i malpancisti, i risultati delle urne rappresentano un ulteriore prova del fatto che il Movimento sta sbagliando.
“Caporetto era niente”, fulmina il deputato friulano Aris Prodani.
“Non si può incolpare chi non ci ha votato. Bisogna ritornare a sentire la base, i simpatizzanti e gli elettori, per capire se si aspettavano altro, se sono delusi”, dice il deputato Walter Rizzetto. Si sarebbe “giocato la partita in altro modo”, il senatore Lorenzo Battista .
E Mara Mucci da Imola dice: “È arrivato il momento di iniziare a parlare di politica”.
Presto, visto che i ballottaggi sono tra poco più di una settimana e i Cinque Stelle possono muovere la bilancia in molte città . A Roma per esempio.
La sfida tra Ignazio Marino e Gianni Alemanno è considerata alla stregua di un nuovo caso Grasso. Astenersi e rischiare di far vincere un nemico o scegliere il “meno peggio”?
Marino è molto apprezzato dai grillini, che hanno sottoscritto molte delle sue proposte di legge da senatore.
Marcello De Vito, il candidato sconfitto, per evitare di caricarsi di una responsabilità  eccessiva aveva parlato dell’ipotesi di una consultazione on line tra gli attivisti.
Ieri sera, però, un tweet del M5S Roma lo ha anticipato: “Votare è un dovere, votare Marino o Alemanno un errore”.

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TUTTI A CASA, FLOP DI GRILLO; NESSUN COMUNE A CINQUESTELLE

Maggio 28th, 2013 Riccardo Fucile

RISSA IN SENATO SUL “DIVIETO” DI PARLARE DI STRATEGIA POLITICA… BOOMERANG COMUNICAZIONE: D’ORA IN POI PARLAMENTARI IN TV

Alle dieci di sera, messo sul tavolo il magro bottino di queste elezioni amministrative, il deputato Cinque Stelle Alessandro Di Battista è già  in televisione.
A Piazzapulita, a fianco dello sconfitto candidato sindaco di Roma, interloquisce con Corrado Formigli come un Mastrangeli qualunque.
Se si cerca il vero risultato delle comunali di fine maggio, eccolo: di corsa sul piccolo schermo, che fin qui abbiamo sbagliato tutto.
Quando lo scrutinio è praticamente finito, il Movimento di Beppe Grillo fa il bilancio: nemmeno un sindaco grillino, un solo ballottaggio a Pomezia (paesotto operaio alle porte di Roma), circa 400 consiglieri eletti: in media, meno di uno per Comune.
E la percentuale massima è quella di Ancona, 15 per cento.
Dieci punti in meno delle politiche di tre mesi fa.
Non si mischiano le mele con le pere, si ostinano a ripetere i Cinque Stelle e sul piano dei numeri hanno ragione.
Ma per capire che, dalle parti dello staff, i risultati elettorali non siano quelli attesi, basta guardare la faccia di Matteo Ponzano, volto unico de La Cosa.
Quattro sere fa arringava la folla dal palco di piazza del Popolo, ora cerca di consolare gli ascoltatori che chattano delusi: “Tenete botta, state tranquilli. Il cambiamento….lo sapevamo…queste battaglie…contro un sistema così corrotto ci vuole parecchio, parecchio tempo…”.
Un paio di secondi, poi il collegamento si interrompe.
E mentre tutte le tv parlano di proiezioni e di voti, su La Cosa va in onda “Sorpasso d’asino”. Un documentario sulla decrescita felice, “a passo lento”.
È lì, che i toni degli ascoltatori si fanno più gravi. Quando capiscono che nè dal blog, nè dalla sua televisione ufficiale qualcuno abbia voglia di prendersi la briga, di spiegare cos’è successo. Restano in silenzio fino alle 22.35 quando Paolo Becchi liquiderà  i titoli sul crollo dei 5 Stelle: “Banalità ”.
Eppure, voti alla mano, se il paragone con le politiche è sbagliato, quello con le regionali, non dà  maggior conforto.
Prendiamo il Comune di Brescia, la città  di Vito Crimi.
Laura Gamba, candidata sindaco, arriva a 5 mila voti, poco più del 6 per cento.
Solo tre mesi fa, Silvana Carcano, candidata al Pirellone, negli stessi seggi ne prendeva 12 mila, il doppio.
Non va meglio a Roma, a casa di Roberta Lombardi, dove Marcello De Vito si ferma intorno al 13 per cento, lontanissimo dal ballottaggio che sembrava a portata di mano.
O ancora prendiamo Massa, dove vive Laura Bottici, questore del Senato: ha perso il 20 per cento in 90 giorni.
Per non parlare di Siena: nella città  del Monte dei Paschi, per cui i Cinque Stelle hanno chiesto una commissione di inchiesta parlamentare, il Movimento si ferma all’8 per cento.
Non va meglio a Nord Est, dove Casaleggio era passato a caccia di imprenditori: 7 per cento scarso a Vicenza e Treviso.
Si consolano con Ancona: 15 per cento dei voti, il miglior risultato nazionale.
“Andrea Quattrini ha lavorato bene come consigliere comunale e adesso ha riscosso — spiega il deputato marchigiano Andrea Cecconi — Noi siamo un partito ideologico, alle comunali valgono ancora le persone”.
Cecconi non è stupito dei risultati. Dice che quelli strani erano quelli di febbraio: “La fiducia che i cittadini ci avevano dato era eccessiva, ora siamo in linea con le nostre possibilità  e facoltà ”.
È che stavolta, molti di quelli che avevano scelto i Cinque Stelle forse sono rimasti a casa: “Probabilmente quell’italiano su due che non è andato a votare – dice il deputato Massimo Artini – alle politiche aveva scelto noi”.
Da Cepagatti, provincia di Pescara, Daniele Del Grosso, invita a non drammatizzare: “Qui anche quelli che hanno votato noi alle politiche preferiscono affidarsi al candidato sindaco farmacista, al parente, a quello che ti può fare un favore…”.
Al Senato invece l’hanno presa in maniera meno sportiva.
Alcuni sono furibondi con Crimi che al Corriere ha detto che gli eletti non devono parlare di alleanze e strategie, altri se la prende con i colleghi sempre pronti a gonfiare il dissenso.
Ieri, durante lo spoglio, erano riuniti in una accesissima riunione.
Una senatrice urla contro il collega Lorenzo Battista: “Stai sempre a parlare di strategie!”.
Lui esce dalla stanza beffardo: “Ma De Vito non era quello che a Roma doveva andare al ballottaggio?

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano“)

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