Destra di Popolo.net

LACRIME, URLA E VOTI: LA RIVOLTA DEI GRILLINI SICILIANI DIVIDE IL MOVIMENTO

Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile

TRA PAURA DI FAR VINCERE SCHIFANI E FEDELTA’ ALLA LINEA…I SENATORI GRILLINI SI SPACCANO E UNA DECINA SCEGLIE IL MENO PEGGIO

“Io un mafioso presidente del Senato non lo votooooo! ”. La voce di donna tuona dietro la porta della commissione Industria, terzo piano di palazzo Madama.
I 54 senatori Cinque Stelle, da quasi due ore sono chiusi lì dentro, a scannarsi su chi votare al ballottaggio tra Pietro Grasso e Renato Schifani.
Vorrebbero restare fuori dai giochi, ma il Pd non ha i numeri e senza di loro, rischia di vincere il candidato del Pdl.
I montiani sono riuniti pochi metri più in là , bisognerebbe capire che fanno: ma il rischio, nel segreto dell’urna, si corre lo stesso.
A dare battaglia sono i sei siciliani, capitanati da Mario Giarrusso.
Sono loro a spiegare ai colleghi che non si scherza, che se viene rieletto Schifani quando tornano a casa gli fanno “un mazzo così”.
Urlano, piangono, battono i pugni sul tavolo, per quattro volte partono gli applausi, sui computer si controlla cosa dice la base.
Nessuna risposta nemmeno dalla Rete: “È spaccata a metà ”.
Qualcuno se la prende con Casaleggio: se ci fosse la piattaforma, potremmo chiedere agli attivisti cosa fare.
Altri si lamentano perchè Grillo li ha buttati in acqua, “come bambini che non sanno nuotare” (ieri, nessun post, solo un commento sul nuovo papa e le “affinità  tra il francescanesimo e il M5S”).
Arriva un messaggio di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo. Li implora di votare Grasso.
Di nuovo lacrime, di nuovo urla.
Dentro ci sono le telecamere della tv danese alle prese con un documentario sul Movimento.
I cronisti italiani sono fuori, ma sentono tutto.
Due minuti prima delle 16, esce un collaboratore: “Scusate, siamo alle battute finali, dovreste spostarvi”.
Troppo tardi. “Mario sei scorretto! – grida un’altra donna rivolgendosi a Giarrusso – Io non mi voglio assumere la responsabilità  di votare nè quello del Pd nè quello del Pdl”. Vito Crimi, il capogruppo, cerca di riportare la calma: “Potete stare zitti? Vogliamo votare? ”.
Raccontano che anche lui, siciliano trapiantato a Brescia, sia dilaniato dai dubbi.
Ma non può spaccare il gruppo al secondo giorno di legislatura. Alla fine non votano. Non si vogliono contare.
Il toscano Maurizio Romani esce piuttosto provato.
Recita il solito mantra: “Uno vale uno”. E mai come questa volta è vero.
Il gruppo ha deciso: libertà  di coscienza. Ma non si può ammettere davanti ai giornalisti.
I siciliani lo scrivono su Face-book, Crimi dichiara che il gruppo “ritiene di non modificare le proprie intenzioni di voto”.
Scheda bianca, nulla, astensione? Non risponde e così permette a chi non se la sente “di vedere rieletta una persona come Schifani” di muoversi liberamente nella nebbia del voto segreto.
Alla fine sono una decina i Cinque Stelle che scrivono il nome di Grasso sulla scheda. Ai 6 siciliani (Giarrusso, Campanella, Santangelo, Catalfo, Bocchino e Bertorotta) si aggiungono il napoletano Bartolomeo Pepe, il calabrese Maurizio Molinari, il pugliese Maurizio Buccarella, forse anche Luis Alberto Orellana.
Per inquadrarli basta osservare il momento della proclamazione di Grasso presidente. Quando si annuncia il risultato, i Cinque Stelle non applaudono.
I siciliani sembrano statue di cera. I piemontesi Carlo Martelli e Alberto Airola li osservano: Martelli li indica e scuote la testa.
Intanto Schifani è andato a stringere la mano a Grasso: parte un secondo applauso.
I siciliani si alzano, guardano verso i banchi di dietro. Niente, gli altri sono tutti seduti. Terzo applauso, la proclamazione.
Giarrusso si alza, fa cenno ai compagni. Stavolta sono tutti in piedi, ma non applaude nessuno.
Quando Grasso comincia a parlare, Giarrusso si arrende, batte la mani.
Lo fanno in una decina. Lui si gira verso la pugliese Barbara Lezzi, allarga le braccia come a dire “su, dai”.
Lei resta immobile.
È la prima immagine del movimento, messe a nudo dalla mossa del Pd.
I Cinque Stelle dicono che per loro è già  una vittoria, che senza i grillini in Parlamento, Laura Boldrini e Pietro Grasso non sarebbero mai arrivati dove sono.
Ma lo smacco è evidente: quando hanno letto i nomi dei candidati del Pd, ieri mattina, sono rimasti tutti di sasso.
Delusi perchè su questi nomi un dialogo si poteva intavolare; arrabbiati perchè alla fine la Camera anzichè a loro, che hanno il 25 per cento, è andata a Sel che ha poco più del 3; risentiti perchè il Pd per la prima volta li ha messi con le spalle al muro. “Vogliono farci sbilanciare – spiega il deputato Andrea Cecconi – Ma per noi sarebbe il suicidio”.
Il rischio di restare in piccionaia, però, non è da meno.
Adesso la partita è per i questori, le presidenze delle commissioni, magari il Copasir. Ieri, una delegazione di deputati ha già  posto il problema alla presidente Boldrini: vorrebbero due vicepresidenti, un questore (Carla Ruocco e Laura Castelli in pole position) e un segretario.
“Ci spettano come primo partito – dicono – Ma è una prassi che non è scritta in nessun regolamento”.

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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GRILLO SI AMMALA DI BERLUSCONISMO: “CHI HA TRADITO SE NE VADA”

Marzo 17th, 2013 Riccardo Fucile

MA CHI NON SA COMPRENDERE LA PROPRIA BASE TORNI A FARE I BAGNI A NERVI… IL NEO DITTATORE MINACCIA: “CHI NON HA RISPETTATO LE DECISIONI PRESE A MAGGIORANZA NE TRAGGA LE CONSEGUENZE”

Chiamato alla prima vera prova della democrazia rappresentativa il Movimento 5 Stelle si è lacerato. Diviso.
Nella scelta se optare per la scheda bianca o per sostenere Piero Grasso alla presidenza del Senato.
Alla fine alcuni di loro hanno sostenuto il magistrato per lo scranno più alto di palazzo Madama e in serata è arrivato il commento di Beppe Grillo, sul suo popolare blog.
«Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo», del voto segreto e a maggioranza «ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze», ha scritto Grillo sul suo blog invitando alle dimissioni quei senatori del M5S che oggi in Aula al Senato, a suo dire, non hanno rispettato il «codice di comportamento degli eletti».
«Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sua azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il Movimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarino il loro voto».
Quella dei senatori grillini a Palazzo Madama è stata una giornata lunga.
Scandita, come mai prima, da discussioni, spaccature. Da una crepa che ha innescato nel MoVimento un confronto duro, serrato.
Al centro, la scelta di non sostenere il senatore del Pd alla presidenza del Senato.
Una scelta che per qualcuno è stata in linea con l’impostazione del MoVimento. Per altri, “un errore” che va contro i valori dei Cinque Stelle.
E, alla fine, tra i senatori di Grillo non manca chi va contro l’ordine di scuderia, e vota l’ex procuratore antimafia.
Alla fine Vito Crimi ammette: “Abbiamo mantenuto la linea. Per alcuni c’è stato un voto secondo coscienza, ma una cosa è la presidenza del Senato, un’altra il voto di fiducia al governo”.
Tutto inizia con la riunione del pomeriggio. E’ lo stesso Luis Alberto Orellana, senatore, che ammette: “Non c’è stata unanimità  per decidere se votare Piero Grasso o mantenere la linea tenuta fino ad ora”.
Una riunione turbolenta. Da cui provengono “applausi, ma anche urla e rumori”.
E pugni sul tavolo: gesti che scalfiscono il monolitismo del MoVimento.
Poco prima della fine della riunione, Rosario Petrocelli, eletto in Basilicata, abbandona l’incontro scuro in volto, senza rilasciare nessuna dichiarazione alla stampa. Ancora: qualche senatore uscendo, scuote ancora la testa e contesta la decisione.
Lo scambio di battute dei senatori grillini, è rivelatorio: “Dai non te la prendere, non siamo un partito”. La reazione di una collega: “Insomma, pensavo fossimo cresciuti un po’”.
E anche la prossemica è rivelatoria. Si passa dal blocco compatto ai capannelli.
Come quello che si riunisce proprio intorno a Orelliana durante lo spoglio: diversi senatori parlano in gruppo, in piedi in varie zone dell’emiciclo.
Poi le indiscrezioni sulla decisione presa: per alzata di mano si sceglie di non votare Pietro Grasso. E non mancano le indiscrezioni: “Se vince Schifani quando torniamo a casa a noi siciliani ci fanno un mazzo tanto…”.
E’ quanto avrebbe detto un senatore siciliano durante la riunione dei grillini. Poi l’ammissione: “Molti di noi hanno detto che voteranno Grasso”.
Proprio in rete si gioca per i grillini un’altra partita.
Forse quella più importante per la loro ragione sociale.
Su Twitter nasce un hashtag, #M5SpiùL che fa il verso al modo con cui Grillo chiama il Pd (PdmenoL).
In definitiva, due le cose che vengono rimproverate ai senatori 5 Stelle: la mancanza di diretta streaming della loro riunione per decidere l’atteggiamento da tenere al ballottaggio, e la stessa indecisione di fronte alla scelta tra Schifani e Grasso.
”Uno è l’ex procuratore nazionale antimafia l’altro accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Scelta difficile, Beppe”.
Ancora: “Oggi al Senato i grillini ci mostreranno il lato oscuro delle stelle”.
Se Grillo pensa di gestire questa base come se gestisse una caserma ha poco da minacciare espulsioni, meglio farebbe a pensare a fare i bagni a Nervi: la bella stagione si avvicina.

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MARTA GRANDE SULLE ORME DI GIANNINO: LA CINQUESTELLE LA LAUREA CITATA SUL CURRICULUM NON L’HA CONSEGUITA

Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile

SUL SITO DEL M5S LA ATTACCANO: “HA SPACCIATO UN CORSO COME UNA LAUREA, ORA CHIARISCA”

La deputata del Movimento 5 Stelle Marta Grande è in possesso di una laurea in Alabama e ha frequentato un corso in Cina, però i titoli non sono riconosciuti in Italia, tanto da non comparire sul curriculum di Montecitorio.
A riportarlo Enrico Paoli su “Libero”, che parte dal curriculum presentato sul sito del Movimento:
“Sono nata a Civitavecchia dove ho conseguito il diploma scientifico; mi laureo nel 2009 in lingue e commercio internazionale presso l’Università  dell’Alabama in Huntsville. Successivamente, tornata in Italia, conseguo un Master in Studi Europei. Attualmente mi sto laureando in Relazioni Internazionali presso l’Università  di Roma Tre. Nell’estate 2012 seguo un corso in relazioni internazionali alla Peking University in Cina, in particolare sulla transizione di potere a livello internazionale, il declino occidentale e le nuove relazioni internazionali del ventunesimo secolo”.
Cercando su Wikipedia, Paoli scopre che i titoli sono “bachelor”, ovvero diplomi biennali che in Italia non equivalgono a una laurea.
Alle 13.43 di ieri la pagina riporta tra i titoli di studio la «Laurea in lingue e commercio internazionale».
Nella nota biografica, però, si specifica che si tratta di un «Bachelor of Art».
Paoli dice di aver parlato direttamente con Marta Grande, che ha confermato la laurea, salvo tornare su Wikipedia e trovare un aggiornamente alle 14.59 in cui la laurea è sparita e tra i titoli di studio compare solo il «Bachelor of Arts in Foreign Languages and International Trade».
Nelle note si legge: «Dal 2007 al 2009, a Huntsville negli Stati Uniti d’America, ha frequentato il Corso Flit — Foreign Languages and International Trade (Corso di Lingue straniere e commercio internazionale)» e nel nel 2009 consegue il relativo «Bachelor of Arts, diploma universitario». Attualmente, dal 2010, sta frequentando il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali all’Università  degli Studi Roma Tre.
Sul caso delle sue lauree e del loro valore legale si è scatenato un putiferio.
Così la grillina attacca i “pennivendoli” .
Aver cercato di fare chiarezza sui suoi titoli, come è stato con Oscar Giannino prima e Guido Crosetto per la grillina è un reato di lesa maestà .
MA il quadro non è limpido.
Già , perchè nel curriculum – prontamente modificato – Marta Grande definiva “laurea” un titolo di studio che in Italia non viene considerato tale.
E questo è un fatto, a prescindere dalle eventuali “lacune” del sistema di riconoscimento di titoli accademici in Italia.
La grillina Marta Grande, sui suoi titoli accademici, ha precisato: “”In nessun luogo ricordo di aver discusso in merito alla validità  o meno della mia laurea conseguita in USA, di quanto o come questa possa avere una validità  legale nel nostro paese”.
Allora perchè sul suo curriculum definiva “laurea” quel titolo?
E ancora: Ho conseguito una laurea Bechelor of Art in Alabama, cui si accede dopo aver superato un esame dopo le scuole superiori. Un documento del consolato di Miami attesta a chiare lettere che il titolo ha valenza, cosa del resto ovvia, sul territorio statunitense ed offre la possibilità  di continuare gli studi iscrivendosi ad un master di primo livello”.
E su quello italiano, chiediamo noi?
Quindi Marta Grande continua nella sua tirata: “Altra cosa è il corso che quest’estate ho seguito a Pechino, sempre in studi internazionali. Attualmente sono iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’università  degli studi Roma Tre, per il conseguimento della quale – precisa – devo solamente discutere la tesi, cosa che per la verità  avevo preventivato di fare poche settimane prima della mia elezione alla Camera e che per ragionevoli motivi ho dovuto posticipare, mi auguro solo di qualche mese”.
Insomma, ne deduciamo, la laurea non ce l’ha.
Per inciso sul sito www.movimento5stelle.it è in corso una discussione proprio sui suoi titoli di studio. E i toni sono tutt’altro che assolutori.
C’è chi chiede spiegazioni, chi scrive che “la cosa grave non è che abbia fatto un corso di 63 ore negli states, ma che abbia tentato di spacciarlo come una laurea come si legge chiaramente dal cv presente su internet”, chi le ricorda che “più tempo passa, meno sarà  credibile l’eventuale giustificazione” e chi punta il dito contro Grillo, o chi per lui, non ha controllato con attenzione i curriculum.
Forse anche quelli sul sito del M5S sono “pennivendoli”…
E come se non bastasse la Grande ha anche parlato dei suoi titoli accademici ai microfoni di Radio24 a La Zanzara.
“Il titolo che ho preso in Alabama non è valido per i concorsi pubblici. Questa situazione si deve dal fatto che gli Stati Uniti non stanno in Schengen e dunque non c’è un riconoscimento automatico, ma questo non significa che non esista”.
“Ma Shengen non c’entra”, fanno osservare i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo: “Sì, certo. I titoli presi nel territorio europeo sono validi nel territorio europeo, per Shenghen. Non c’è un’equipollenza con gli Stati Uniti”, ha risposto la Grande.
Fine della commedia.

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OMBRE DI PARENTOPOLI SULLE DIMISSIONI DELLA SENATRICE A CINQUESTELLE: UNA CORDATA PER FARLA ELEGGERE?

Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile

GIOVANNA MANGILI LASCIA LO SCRANNO AL SENATO, IL MARITO E’ CONSIGLIERE COMUNALE: SONO AL CENTRO DI UNA FEROCE POLEMICA TRA GRILLINI

Salta la prima cittadina Cinque Stelle. E la motivazione potrebbe essere una parentopoli grillina. Giovanna Mangili all’apertura dei lavori parlamentari a si è dimessa «per motivi personali».
Una motivazione troppo vaga, che da subito ha suscitato dubbi.
ISCRITTA AL MOVIMENTO NEL 2012 –
Alla base della decisione ci sarebbe una polemica interna tra gli esponenti lombardi del M5S. Mangili è infatti sposata con Walter Mio, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle a Cesano Maderno (Monza).
Inoltre è stata eletta con pochi voti e si è iscritta al Movimento solo nell’ottobre del 2012.
In occasione delle Parlamentarie, le primarie web convocate dal M5s per eleggere i candidati alle elezioni politiche, Mangili aveva ottenuto 231 voti, guadagnandosi il posto da capolista al Senato in Lombardia, seguita dall’attuale capogruppo a Palazzo Madama Vito Crimi.
E alcuni attivisti avevano parlato di cordate per farla eleggere, dirottando su di lei i voti degli elettori di Monza-Brianza.
Polemiche interni quindi che avrebbero portato Mangili a rassegnare le dimissioni da Palazzo Madama, «per ridare dignità  ad una persona che ha sopportato in silenzio attacchi e per non danneggiare un Movimento che ha sempre sostenuto e che sempre sosterrà ».
IL MARITO –
A difenderla ci pensa però il marito e consigliere comunale del M5S Walter Mio che si Facebook scrive: «Alle accuse di inciuci, presunte impossibili ridicole cordate e parentopoli brianzole abbiamo deciso di rispondere con un gesto forte e chiaro: le dimissioni da senatrice di mia moglie Giovanna Mangili. Un modo deciso ed inequivocabile per dimostrare a quanti hanno sparso veleno sul desiderio di facili poltrone familiari».
LA POLEMICA SUI MEETUP –
Le parole di Mio non placano però le polemiche. Sul MeetUp lombardo (il forum di discussione usato dai Cinque Stelle e dai sostenitori) si scatena una discussione furibonda tra gli attivisti. Molti gridano alla parentopoli.
E alcuni si spingono a denunciare casi di manovre precedenti alle candidature anche per le elezioni regionali in Lombardia.

(da “il Corriere della Sera”)

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GIA’ FINITA LA LUNA DI MIELE GRILLINA: A PARMA PIZZAROTTI CONTESTATO DAI DIPENDENTI COMUNALI

Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile

IL SINDACO QUASI AGGREDITO “BASTA TAGLI NI BUSTA PAGA, VOGLIONO FARCI LAVORARE A COTTIMO”

Fischi e urla, cartelli e bandiere.
A Parma i Portici del Grano diventano teatro di una nuova protesta e nel mirino questa volta c’è il sindaco Cinque stelle Federico Pizzarotti.
A manifestare sono i suoi dipendenti comunali, oltre 250 persone tra vigili, sportellisti, maestre e messi che da mesi protestano contro i tagli alle indennità  e al fondo di produttività , che da gennaio 2013 hanno portato a riduzioni dai 50 ai 200 euro sulle buste paga dei lavoratori che si aggirano intorno al migliaio di euro. Il tutto, a detta dei sindacati, senza che l’amministrazione comunicasse la decisione ai diretti interessati.
Così, dopo un periodo di trattative andate a vuoto per rivedere alcuni aspetti del contratto decentrato, lavoratori e sindacati hanno deciso di scendere in piazza. Il presidio, cominciato in modo pacifico in concomitanza con il consiglio comunale, è degenerato proprio con l’arrivo del primo cittadino.
Pizzarotti è stato circondato dalla folla e ha tentato invano di parlare, ma i dipendenti gli hanno urlato contro, facendo risuonare i fischietti sotto il Municipio.
Attimi di tensione in cui sono volati insulti rivolti al primo cittadino, letteralmente assalito dai lavoratori. “Buffone! Vergogna! Rivogliamo i nostri soldi!”, e ancora: “Dobbiamo usare i vaffa di Beppe Grillo per parlare con te?”.
Solo alcune delle frasi con cui i dipendenti hanno attaccato Pizzarotti, che di fronte all’assedio dei manifestanti, ha risposto alle domande dei giornalisti nel frastuono, rifiutandosi di parlare con i rappresentanti dei sindacati perchè impossibilitato dai continui cori di protesta.
“Ho cercato il dialogo e non ho nessun problema a confrontarmi, ma se scendo e trovo solo persone che fischiano e offendono, allora forse sono loro a non volere il dialogo — ha detto il sindaco — Qui si fa muro contro muro e così non si va da nessuna parte”. Pizzarotti ha promesso che nelle prossime settimane incontrerà  i lavoratori.
“Con alcuni di loro ho già  parlato e mi hanno capito, ma l’accordo si deve basare non sulla mera contrapposizione. Siamo in difficoltà , ma stiamo cercando una soluzione per alleviare i disagi. Ho presentato tre proposte ai sindacati, ma le hanno respinte”.
Diversa l’opinione dei rappresentanti delle sigle Fp Cgil, Uil Fpl, Fp Cisl e Diccap Sulp Pm, che dicono di avere inviato a loro volta controproposte rimaste inascoltate. “Oggi i lavoratori del Comune nono sono più considerati tali — si legge nel comunicato unitario — all’amministrazione piacerebbe una sorta di figura libero professionale che a seconda delle condizioni dovrebbe percepire una retribuzione a cottimo”.
L’entità  del fondo di produttività  per il 2013 (che nel 2012 è stato già  tagliato di 300mila euro) non è ancora stato comunicato ai sindacati, anche se la scadenza è il 31 marzo.
Il sindaco aveva promesso di incrementarlo, ma intanto da gennaio 189 vigili urbani e 85 lavoratori si sono ritrovati stipendi ridotti delle indennità , senza che venissero avvisati.
“Il sindaco scappa e ci nega il confronto — spiega Sauro Salati di Cgil insieme ai colleghi di Cisl e Uil, Annalisa Albertazzi e Gianni Fazio — Contestiamo il metodo e il fatto che siano stati disattesi gli accordi precedenti”.
A dicembre infatti in un incontro di fronte al prefetto Pizzarotti aveva promesso che si sarebbe fatto carico del problema, poi a gennaio la sorpresa.
A ciò si aggiunge la questione degli agenti di polizia municipale (ancora senza un comandante), che devono ancora essere pagati per i servizi delle notti effettuate da giugno a dicembre 2012, e che per protesta hanno interrotto i turni notturni nel weekend.
Quando il sindaco ha lasciato la piazza per risalire in Comune, i lavoratori hanno invaso il Municipio e alcuni hanno fatto irruzione nella sala del consiglio, al punto che il presidente Marco Vagnozzi ha dovuto chiedere ai vigili di bloccare l’ingresso al pubblico.
I dipendenti dopo circa mezz’ora sono tornati a gridare sotto i Portici, fino a bloccare il traffico della centrale via Repubblica.
Solo verso le 19 sotto il palazzo comunale è tornata la pace.
I lavoratori pubblici non sono i primi ad invadere i Portici del Grano contro Pizzarotti. A febbraio erano state le famiglie a protestare contro i rincari delle rette di asili e materne, e qualche settimana dopo il primo cittadino si era confrontato con gli indignados.
Quella volta però, a differenza di questa, il dialogo, o almeno un tentativo riuscito, c’era stato.

Silvia Bia
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL NIPOTE ENRICO: L’AVVOCATO DI GRILLO CHE AMA I GESSATI E LE ARMI ANTICHE

Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile

CON LA REGISTRAZIONE DELLO STATUTO E’ DIVENTATO IL NUMERO DUE DEI CINQUESTELLE

«Maltratta la moglie cameriera, cuoco rinviato a giudizio». Che poi, nel caso specifico, il vicepresidente del Movimento 5 Stelle era dalla parte giusta, quella della cameriera
La scoperta di un vero statuto e di un vero organigramma di M5S comporta la sorpresa della loro esistenza e quella dell’attribuzione di cariche interne a personaggi non esattamente celebri, che non si chiamano Casaleggio, ma di famiglia.
L’avvocato Enrico Grillo, nipote di Beppe, è quanto di più diverso si possa immaginare dall’ex comico, a cominciare dall’aspetto, ma sono ormai dieci anni che lo rappresenta nei tribunali di mezza Italia.
È figlio di Andrea, fratello maggiore di Beppe e titolare dell’azienda di famiglia che produceva cannelli per saldatura e oggi è specializzata nella riparazione di macchine da ufficio.
«Me lo portò il papà , che si era laureato da poco, e così lo presi a bottega». Giovanni Scopesi, decano dei penalisti genovesi, gli insegnò il mestiere.
«Una buona persona. Molto elegante e molto simpatico. Certo, mai avrei immaginato di trovarlo impegnato in politica, alla guida del primo partito…».
L’ironia venata di affetto si spiega con il profilo basso tenuto dall’altro Grillo di M5S, avvocato di bella presenza e di grande riserbo.
La prima dote, unita alla disponibilità , lo ha portato spesso a rappresentare legali famosi che non potevano essere presenti in aula.
«Mi faceva fare bella figura» ricorda Scopesi.
Nel gennaio del 2002 gli toccò una mattina da tregenda per interposta persona.
Fu Enrico a fare le veci di Carlo Taormina, impossibilitato ad essere in aula, nella sentenza di appello contro Stefano Diamante, in quegli anni diventato celebre in quanto accusato di avere ucciso la madre per non farle scoprire una laurea mai conseguita.
Assolto in primo grado, Diamante scelse Taormina per il proseguimento del processo. Fu condannato a trent’anni. Enrico Grillo si mise in proprio l’anno dopo, aprendo uno studio nel centro di Genova, dove tiene in bella vista anche una collezione di armi antiche, una delle sue passioni che non sembrano collimare con quelle dello zio, come le grisaglie e i gessati che indossa.
Ama le auto veloci, gira su un Suv, ha l’aria di uno che si gode la vita.
«Sempre disponibile e gentile. In un ambiente pettegolo come il nostro – dice un suo collega di Genova – non ha nemici e non troverai nessuno che ne parli male»
Non è un principe del foro, quello no. A spulciare le cronache locali non ci si imbatte spesso nel suo nome, sorte condivisa con il segretario di M5S, Enrico Maria Nadasi, commercialista di Beppe Grillo e genero del notaio Federico Solimena, che invece ebbe una certa notorietà  ai tempi della vicenda della contessa Francesca Vacca Agusta.
La difesa di un poliziotto accusato di spacciare droga, la moglie cameriera, poco altro, molto penale «bianco», che fa meno notizia.
E da qualche anno, cliente piuttosto monopolizzante. Lo zio.
L’avvocato Enrico ha cominciato ben presto a seguire Beppe Grillo nelle sue scorribande.
Nel 2005 è lui a costruire la cornice legale della campagna di Parlamento pulito, nel 2007 si occupa della stesura dei quesiti referendaria che verranno lanciati al V day.
E intanto gira l’Italia, da Modena alla Val di Susa a querelare e denunciare, a difendere da denunce e querele.
Diventa, nei fatti, il legale di M5S e dei suoi militanti.
Non il classico attivista, non una toga di lusso, ma una persona di fiducia.
Per ricoprire la carica di numero due in un movimento che di fatto non la prevede, a Beppe Grillo può anche bastare.
E il cuoco, alla fine, è stato anche condannato.

Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera“)

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LA BANCA VENDE ALL’ASTA LA CASA DELL’AUTISTA DI GRILLO CON I DEBITI IN COSTA RICA

Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile

LA RETE DELLE 13 SOCIETA’ DI WALTER VEZZOLI NASCONDE AFFARI FINITI MALE E IMPOSTE NON PAGATE

A distanza di una settimana dallo scoop dell’Espresso sulle 13 società  anonime dell’autista di Beppe Grillo in Costa Rica, Walter Vezzoli, è possibile fare un po’ di chiarezza partendo dalle carte disponibili su Internet nel Registro Nacional del Costa Rica.
Si scopre che l’ex cognato di Grillo non somiglia molto al cognato di Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani.
Vezzoli, ex compagno di Nadereh Tadjik (la sorella di Parvin, la moglie iraniana del leader 5 stelle) dalla quale ha avuto un figlio, non ha lasciato dietro di sè in Costa Rica “grandi investimenti” come qualcuno ha detto (anche se L’Espresso non lo ha mai scritto) bensì grandi debiti.
Vezzoli è intestatario di 13 società  anonime, meno trasparenti di una qualsiasi società  italiana.
Le ‘sociedad’ non pagano da due anni le imposte al registro delle imprese e sono iscritte nella Consulta Pàºblica de Morosidad perchè in Costa Rica la legge impone di pubblicare l’elenco dei contribuenti morosi.
Il debito fiscale complessivo è una sciocchezza, 3.000 euro, ma non sembra indice di grande attività  e ricchezza.
Anche il capitale sociale versato non è di 130 mila dollari, cioè 10 mila dollari per ciascuna delle 13 ‘sociedad anonima’, come è stato detto: solo due società  sono capitalizzate in dollari mentre le altre 11 hanno un capitale di 10 mila colon, pari a 20 dollari. Totale: 20.220 dollari.
Ovviamente le società  potrebbero celare un attivo di milioni di dollari perchè bilancio e soci non sono pubblici.
Quindi, sulla consistenza patrimoniale e sulla titolarità  reale degli investimenti bisogna fidarsi delle dichiarazioni dell’autista di Grillo che sostiene di avere fondato le società  in Costa Rica per fare attività  commerciale nel paese nel quale viveva per molti mesi all’anno con la compagna e il figlio.
Non per nascondere gli intestatari dei suoi investimenti in altri paesi.
Effettivamente basta digitare il nome dell’autista per scoprire che Vezzoli è intestatario di una casa a Tamarindo, nella provincia di Guanacaste: 320 metri più un terreno del valore fiscale di 140 mila euro.
La casa è stata comprata grazie a un mutuo, è gravata da un’ipoteca di secondo grado ed è stata messa all’asta dal Banco Nacional de Costa Rica il 21 ottobre 2011 — come risulta dal bollettino ufficiale — perchè Vezzoli non è riuscito a pagare nemmeno le rate del suo debito.
Vezzoli risulta intestatario anche di una Mercedes 3000, bella e gloriosa, ma immatricolata nel 1982.
“Dopo aver preso un prestito di 140 mila dollari ho rimborsato 60 mila dollari e poi ho smesso. Ora – spiega Vezzoli – me ne chiedono altri 180 mila ma mi sembra una follia e sto trattando per chiudere a una cifra più umana. La Mercedes l’ho venduta di recente a 3 mila e 500 dollari”.
Al Registro Nacional il trasferimento dell’auto non risulta ancora.
Sul sito del Registro Nacional chiunque, senza pagare un euro, può scoprire le società , immobili e i loro gravami e persino le barche e i velivoli intestati a ciascuno.
I documenti che L’Espresso ha pubblicato sul sito sono stati scaricati solo alle 15 e 30 del martedì, alla vigilia della chiusura in tipografia del settimanale.
La scelta di pubblicare subito lo scoop ha probabilmente impedito di approfondire alcune sfaccettature della vicenda.
Restano aperte, anche dopo la lettura delle carte, alcune questioni: perchè creare ben 13 società  se i capitali erano così risicati?
Replica Vezzoli: “La Scuba Diving S. A. commercializzava prodotti della Cressi Sub. Ma ha venduto solo seimila euro di attrezzature. La Ecofeudo doveva costruire il villaggio ecosostenibile, ma è rimasto un sogno.
Le altre società  chiamate tutte Condominio Mandala ecc.. erano state create con quattro soci dello studio legale GHP associados, per costruire villette su un terreno che vale 80 mila dollari. Ma non siamo andati avanti. La Armonia Parvin era il negozio di prodotti naturali di Nadereh”.
Sulla bacheca Facebook di Vezzoli, la 46enne Valentina Orsini ha scritto: “Ho vissuto in Costa Rica per svariati anni, in una bellissima spiaggia dove ho incontrato belle persone, Walter e Nadere erano tra loro. Eravamo un bel gruppo di gente che si erano trovate per caso uniti dallo spirito di cambiamento, di movimento, di conoscenza e soprattutto di espressione libera di sè stessi, si faceva il surf, si guardavano i tramonti in spiaggia, si faceva musica, si dipingeva, si creava il desiderio di una vita diversa, ricca di emozioni e a dimensione umana… ci si ripuliva l’anima di fronte all’ oceano con gente sul tuo stesso cammino. Non giravano capitali. Nessuno di noi era arrivato dall’italia col malloppo. Walter aveva preso in gestione la discoteca e si lavorava. Enrico, il presunto spacciatore, mi faccio proprio due risate, e sua moglie avevano e hanno tuttora un negozio di artigianato, lei lavora l’argento molto bene fa belle cose. Nadere’ a un certo momento apre il suo negozietto di erboristeria, niente di misterioso nessuna strana copertura cari giornalisti. Quello e’ stato proprio un bel periodo di vita che ci ha insegnato a capire che una vita diversa in una società  migliore, aperta e trasparente e’ possibile e che avere un sogno da seguire è una cosa normale. Aprite le vostre menti e godetevi la vita! ”.

Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SICILIA, I GRILLINI RESTITUISCONO 77.000 EURO MA SUL WEB SCOPPIA LA POLEMICA: “SI TRATTENGONO SOMME DA 600 A 2.000 EURO SENZA MOTIVO”

Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile

I MILITANTI CONTESTANO GLI ELETTI: “POCA TRASPARENZA NEI CRITERI DI GESTIONE DEI FONDI”

E’ ormai per loro una consuetudine, ostentata in un Palazzo che con fatica sposa la linea dell’austerity.
I quindici deputati grillini, anche a febbraio, hanno rinunciato a buona parte dello stipendio.
Hanno trattenuto, come nei due mesi precedenti, 2.500 euro cui però vanno aggiunte le somme ritenute necessarie per affrontare le spese (vitto, alloggio e trasporti soprattutto).
Un “sacrificio”, quello degli esponenti di “5 stelle”, che ha prodotto un accantonamento complessivo di 76.673 euro.
Soldi congelati nel conto generale dell’Ars in attesa dell’istituzione del fondo per le microimprese previsto nel disegno di legge della finanziaria.
Per le microimprese, finora, sono stati messi da parte quasi 280 mila euro.
“A fine anno   –   commenta il capogruppo del Movimento, Giancarlo Cancelleri   –   si arriverà  a sfiorare quota un milione di euro. E questa somma potrebbe anche essere maggiore, se a questo fondo confluiranno versamenti di altri politici, che finora, purtroppo, devo dirlo con grande amarezza, non sono arrivati”.
Un riferimento non casuale ai “tagli” ai propri emolumenti annunciati ma non praticati da deputati e membri di governo.
Fra cui lo stesso presidente Crocetta.
Un’iniziativa senza precedenti, quella di “5 stelle”.
Ma il meccanismo messo a punto dai grillini del-l’Ars, quello che prevede la trattenuta di una somma pari alle spese sostenute, provoca nette differenze, fra un deputato e l’altro, nei redditi effettivi.
E fa discutere, sul blog di “Sicilia 5 stelle”, i simpatizzanti del movimento.
I rimborsi spese più sostanziosi sono quelli documentati dal siracusano Stefano Zito: 2.116 euro.
Zito è seguito dal vicepresidente dell’Ars Antonio Venturino (1.898).
Cifre lontane da quelle trattenute come rimborso da Claudia La Rocca: solo 609 euro. Varia soprattutto la spesa per il pernottamento: se Zito, per quanto riguarda il mese di febbraio, indica 1.354 euro come spese di alloggio, l’alcamese Valentina Palmeri si ferma a quota 27.
E anche un palermitano come Giorgio Ciaccio (pur fra i più sobri nelle spese) mette a rimborso 500 euro per “affitto casa”.
Pur avendo la residenza nella stessa città  dove lavora.
I costi di trasporto vengono calcolati, si precisa, sulla base delle tariffe Aci.
Eppure il bagherese Salvatore Siragusa presenta una nota spese di 858 euro per le spese della benzina.
E se Vanessa Ferreri, originaria di Acate (220 chilometri da Palermo) trattiene 733 euro per le spese di trasporto, Matteo Mangiacavallo da Sciacca (96 chilometri da Palermo) ne trattiene oltre 400 in più.
Giampiero Trizzino, fino a ieri sera, non aveva dato notizia della busta paga percepita e dell’entità  della somma restituita.
Ferma restando la bontà  dell’operazione “restitution”, i conti non sempre tornano. Cancelleri replica così: “Tutte le spese sono giustificate: nel caso di Zito, ha dovuto dare un congruo anticipo sull’affitto, mentre Siragusa ha viaggiato molto per incontrare i nostri gruppi sparsi sul territorio”.
Di certo, sul blog “Sicilia 5 stelle” non mancano le critiche.
Lux, ad esempio, contesta Venturino perchè a dicembre, a fronte di indennità  pari a 11.700 euro, ne ha restituiti solo 4.500.
Il vicepresidente dell’Ars ha risposto sempre sul web, dicendo che ha dovuto anticipare tre mensilità  per l’affitto dell’appartamento a Palermo.
E che, per via della carica, “ha dovuto affrontare qualche spesa di rappresentanza in più rispetto ad altri cittadini a 5 stelle”.
Replica che ha suscitato altre critiche.
Davide, Marco, Carmelo gli chiedono di postare tutte le fatture delle spese di rappresentanza: “Ne va della serietà  del movimento”, scrive Tony.
Tutti apprezzano il gesto, molti restano perplessi.
Francesco Di Stefano ricorda che “ci sono lavoratori pendolari e altri che devono sostenere spese di affitto, benzina, treno, senza alcun aver diritto ad alcun rimborso”. “Mi sa che pian piano si prenda gusto a trattenere soldi in più: sarebbe più opportuno trattenere 3 mila euro in più al netto di tutte le spese”, scrive Davide.
Il web non perdona.
Neppure chi ne ha fatto un totem.

Emanuele Lauria
(da “La Repubblica”)

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NELLO STATUTO M5S GRILLO AFFERMA CHE ” GLI ELETTI NON HANNO VINCOLO DI MANDATO”, L’OPPOSTO DI QUANTO HA SOSTENUTO DIECI GIORNI FA

Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile

DEMOCRAZIA PARTECIPATA? SI’, CON UN CONSIGLIO DIRETTIVO COMPOSTO DA LUI, SUO NIPOTE E IL SUO COMMERCIALISTA… E’ L’ASSEMBLEA ENTRO APRILE COME MAI NON E’ STATA ANCORA FISSATA?

Dal cappello a cilindro di Grillo è spuntato a sorpresa lo statuto dei 5 stelle (pubblicato da l’Huffington Post).
Nell’atto costitutivo dell’ «Associazione Movimento 5 stelle», depositato il 18 dicembre scorso presso il notaio D’Amore di Cogoleto (Genova), si legge che Beppe Grillo è il presidente, suo nipote Enrico Grillo il vicepresidente e segretario è il commercialista Enrico Maria Nadasi.
L’atto costitutivo e lo statuto spiegano che il titolare del simbolo dei cinque stelle e del blog beppegrillo.it è l’ex comico.
L’obiettivo del movimento, si legge, «è la convivenza armoniosa tra gli uomini, attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità  personali dell’individuo».
I valori fondanti sono «libertà , uguaglianza, dignità , solidarietà , fratellanza e rispetto». Tutti indicati in grassetto.
Ma nel testo, si legge anche che «gli eletti eserciteranno le loro funzioni senza vincolo di mandato».
Proprio quell’articolo 67 della Costituzione che Grillo ha recentemente demolito sul suo blog parlando di «circonvenzione di elettore».
Nello statuto si legge anche che, come tutte le associazioni, anche i 5 stelle hanno un’assemblea, da convocare almeno una volta l’anno entro il mese di aprile, e un consiglio direttivo, composto da Grillo, dal nipote e dal commercialista.
Peccato che nessuno ne sappia nulla.

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