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DECADENZA BERLUSCONI, LA GIUNTA DEL SENATO VOTA SI’, CONTRARIO SOLO IL PDL

Ottobre 14th, 2013 Riccardo Fucile

RESPINTO IL TENTATIVO DEL CENTRODESTRA DI RINVIARE L’APPROVAZIONE DELLA RELAZIONE

Primo passo verso la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore.
La giunta per le elezioni di palazzo Madama ha approvato la relazione illustrata dal presidente Dario Stefano che chiedeva l’allontanamento del leader del Pdl dal suo scranno in base alla legge Severino.
Si sono espressi a favore Pd, M5S e Scelta Civica, insieme ad Enrico Buemi del Psi, mentre il Pdl ha votato contro.
La seduta è durata circa tre ore.
Il presidente Dario Stefano ha letto la sua relazione di 41 pagine, frrutto della Camera di consiglio tenuta nella scorsa seduta.
I membri del Pdl hanno puntato a ottenere un rinvio, ma sono stati stoppati in particolare dal senatore Pd Felice Casson, che ha manifestato l’intenzione di andare avanti a oltranza. anche tutta la notte.
”Il regolamento prevede che il voto sulla relazione avvenga immediatamente dopo l’illustrazione del testo. Quindi, dovrebbe avvenire già  stasera”, aveva avvertito l’ex magistrato.
Da qui la rinuncia dei colleghi del Pdl già  iscritti a parlare e il voto immediato.
La giunta per le elezioni del Senato ha dato quindi, a larghissima maggioranza, parere favorevole alla decadenza di Silvio Berlusconi in base alla legge Severino che sancisce l’incandidabilità  di chi ha subito condanne definitive per determinati tipi di reati, come nel caso del leader Pdl nel processo per i diritrti Tv Mediaset (quattro anni di reclusione per frode fiscale).
La decisione definitiva spetta ora all’aula del Senato.

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DECADENZA, IL PD: “NIENTE VOTO SEGRETO PER SILVIO”, IL PDL INSISTE MA E’ IN MINORANZA

Ottobre 14th, 2013 Riccardo Fucile

 DOMANI LA GIUNTA, A FINE MESE LA DECISIONE IN AULA

La notizia è ghiotta.
Il Pd, con un distinguo non da poco, non vuole abolire del tutto, e soprattutto adesso, il voto segreto, ma vuole quello palese sulla decadenza di Berlusconi da senatore.
Una posizione destinata ad arroventare un clima già  bollente giusto nella settimana in cui, nell’ordine, si vota (oggi alle 18)in giunta per le immunità  ed elezioni la relazione del presidente Dario Stefà no sulla decadenza; si discute (domani) nella giunta per regolamento del Senato la richiesta dell’M5S di eliminare il voto segreto; si riunisce (sabato 19) la Corte d’appello di Milano per ricalcolare la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici rispedita lì dalla Cassazione il primo agosto.
La seconda notizia è che il Pdl, già  oggi, farà  di tutto per rinviare il voto sulla relazione di Stefà no.
Un escamotage per guadagnare tempo in vista dell’inevitabile voto in aula.
Così raccontano le indiscrezioni da palazzo Sant’Ivo alla Sapienza.
Ma Stefà no che andrà  avanti. Leggerà  il suo testo che sarà  votato dalla stessa maggioranza che il 4 ottobre si è pronunciata a favore della decadenza dopo l’udienza pubblica.
D’accordo Pd, M5S, Sel, Sc, Psi. Contro Pdl, Lega, Gal.
Ma proprio l’identica maggioranza può diventare nuovamente protagonista domani nella giunta per il regolamento.
Al vertice il presidente del Senato Pietro Grasso, 13 componenti.
Qui è approdata la richiesta dei grillini di abolire il voto segreto, possibile in Parlamento quando in ballo c’è una questione che attiene alla persona, per sostituirlo con quello palese.
Proprio qui si materializza la novità  della posizione del Pd. Presente in giunta anche con due esponenti di spicco come il capogruppo Luigi Zanda e la presidente della commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro.
Ebbene, l’idea dei Dem è che la richiesta dei grillini non può essere accolta in toto, per almeno due buone ragioni.
La prima: non si possono cambiare le regole proprio alla vigilia di un appuntamento come quello della decadenza di Berlusconi.
La seconda: comunque il voto segreto va mantenuto quando si decide effettivamente su una richiesta della magistratura che attiene alla libertà  personale del parlamentare e sulla quale ci può essere un fumus persecutionis.
Fatta questa premessa, il Pd ritiene che una riflessione vada fatta sulla legge Severino, applicata per la prima volta per far decadere un parlamentare (ed è un caso che sia capitato proprio a Berlusconi), e che parte dal presupposto che una decisione della magistratura c’è già  stata, una sentenza della Cassazione per sua stessa natura definitiva.
Quindi il Senato non è chiamato a dare un voto che poi avrà  una conseguenza giudiziaria. Il Senato vota sulla correttezza della sua composizione, si pronuncia sul fatto se un condannato definitivo per un reato grave (la frode fiscale) e con una pena pesante (4 anni) possa continuare a svolgere regolarmente il suo ruolo, oppure se debba lasciare il posto a un altro con la fedina penale pulita.
Qui sta il punto.
E qui il Pd ha deciso per il voto palese. Lo proporrà  in giunta, dove è certo che a quel punto lo scontro sarà  durissimo perchè la pattuglia del Pdl – i lealisti “falchi” Nitto Palma, Donato Bruno, Anna Maria Bernini – nonchè Roberto Calderoli della Lega, per certo non saranno favorevoli.
Pronti a dire che quello del Pd è solo un escamotage per chiedere il voto palese per Berlusconi, senza neppure cambiare il regolamento.
Sono già  pronti a gridare allo scandalo per una decisione contro il Cavaliere. Ma i numeri anche stavolta, come per la giunta delle immunità , sono “contro” l’ex premier. La maggioranza – Pd, Svp, Sel, Sc, M5S – batte ampiamente 8 a 5 (il presidente Grasso non vota) Pdl, Lega e Gal.
Anche se l’M5S non ottiene il massimo del risultato – sempre il voto palese – è scontato che voti a favore di quello comunque palese per Berlusconi.
I tempi in vista dell’aula sulla decadenza.
È assai probabile che la giunta del regolamento avrà  bisogno di un approfondimento tecnico e procedurale sulla questione del voto palese sulla decadenza. Ma non dovrebbe servire a molto.
Il voto potrebbe esserci la prossima settimana, dopodiche i capigruppo dovrebbero mettere in calendario la decadenza di Berlusconi per la quale il presidente Grasso, a quel punto, non potrà  accettare la richiesta di voto segreto.
Si può andare in aula l’ultima settimana di ottobre.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A STEFÁNO: “ATTENDERE L’INTERDIZIONE? IMPOSSIBILE. MA QUANDO ARRIVERÁ DOVREMO RIVOTARE”

Ottobre 14th, 2013 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA PER LE ELEZIONI: “OGGI DIRO’ PERCHE’ IL CAVALIERE DEVE LASCIARE IL SEGGIO”

«Grande civiltà  parlamentare votare a scrutinio palese».
Lo dice Dario Stefà no, il presidente della giunta per le elezioni e immunità  del Senato, mai famosa come in queste ore
Dal Pdl si vocifera di un possibile rinvio della seduta. È così?
«Non ne sono a conoscenza. Il fatto che l’assemblea del Senato sia stata sconvocata semmai agevola i nostri lavori e dà  certezza sui tempi. I termini sono stretti: entro 20 giorni dal 4 ottobre la relazione dev’essere nella disponibilità  del presidente del Senato e negli stampati».
Il Pdl lamenta un accanimento sul suo leader, costretto ai servizi sociali e ora in bilico al Senato.
«Ovviamente le modalità  di espiazione della condanna non sono di nostra competenza. Ma voglio chiarire un punto: si è parlato di accanimento della giunta a proposito della tempistica. È uno slogan che non rispetta i fatti. Non abbiamo usato il bilancino da farmacista per termini e scadenze: abbiamo garantito ben 20 giorniiniziali per la difesa, abbiamo dato i tempi richiesti al relatore per la proposta, con Grasso abbiamo stabilito la seduta pubblica non all’esatta scadenza dei 10 giorni; io stesso ho convocato per oggi, non una settimana fa, la giunta».
Perchè propone la decadenza immediata?
«Non sono io a proporre. La maggioranza della giunta ha già  deciso di proporre all’assemblea la mancata convalida (decadenza) del senatore Berlusconi applicando la legge. La mia relazione ricostruisce solo i fatti e richiama norme e giurisprudenza, anchestraniera. Solo argomentazioni di merito».
Interdizione ormai prossima. Perchè non si poteva aspettare quell’esclusione obbligatoria dei magistrati?
«Francamente è una questione che non capisco. Primo perchè incandidabilità  e interdizione sono istituti diversi, con effetti differenti. Secondo, perchè la decisione della Cassazione ha reso applicabile solo l’incandidabilità  sopravvenuta e non ancora l’interdizione, quindi la giunta era obbligata a iniziare da lì. Infine, la decadenza da interdizione deve seguire lestesse procedure parlamentari: come dimostra il caso Previti, anche dopo la condanna definitiva alla pena dell’interdizione dai pubblici uffici (in quel caso addirittura perpetua) è sempre la Camera di appartenenza a dover pronunciare la decadenza».
Rinvio alla Consulta e in Lussemburgo della legge Severino. Non sarebbe stata un’utile via di fuga?
«La giunta non è un «giudice a quo» per sollevare un incidente di costituzionalità , nè può (“da giudice a giudice”) decidere un rinvio pregiudiziale di tipo interpretativoalla Corte di giustizia».
Si aspetta sorprese dal voto?
«La giunta non deve rivotare decisioni già  prese, ma approvare le motivazioni della mia relazione, che ho voluto tenere sui binari tecnici, senza dissertazioni storico- politiche. Sono fiducioso che questo possa essere apprezzato. Magari la sorpresa potrebbe essere qualche espressione positiva anche di esponenti che hanno sostenuto la tesi della convalida».
In aula si può creare uno schieramento salva Silvio?
«Sin dall’inizio, forse ingenuamente ma convintamente, ho detto che sarebbe un segnale di grande civiltà  parlamentare se i gruppi trovassero una soluzione unanime, magari anche chiedendo a Grasso di adottare il voto palese. Sarebbe un segnale di sintonia con i cittadini che ci chiedono trasparenza. Allo stesso modo sarebbe un’inutile forzatura modificare il Regolamento sulle modalità  di voto per questa circostanza».

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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BERLUSCONI STUDIA L’ULTIMA MOSSA: “CONGELARE IL VOTO DOPO L’INTERDIZIONE”

Ottobre 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL TENTATIVO DI GUADAGNARE ANCORA QUALCHE MESE E’   L’OBIETTIVO DEL CAVALIERE

Le parole più pesanti sono per Napolitano. «Almeno oggi mi aspettavo un piccolo segnale, invece nulla, come al solito, sul Colle c’è solo indifferenza per il mio funerale politico».
Berlusconi lo sapeva bene che sarebbe finita così, tuttavia non si può definire certo un uomo rassegnato. Tutt’altro.
A palazzo Grazioli, nelle stesse ore in cui la giunta lo espelle da palazzo Madama, lui mastica amaro, ma non si arrende. Non è nello stile dell’uomo, pur provato dalle ultime sconfitte politiche.
Tant’è che continua a dire: «Di certo, non mi dimetto prima che si voti la decadenza». Adesso c’è un’ultima trincea da scavare, evitare che il voto della giunta diventi definitivo.
L’obiettivo primigenio è bloccarlo proprio, in seconda battuta c’è il tentativo di rinviarlo il più possibile, sfruttando la prossima decisione della Corte di appello di Milano sull’interdizione, in programma per il 19 ottobre.
Berlusconi sa bene che, in questa ultima partita a scacchi, non dovrà  sbagliare una mossa.
Anche in questo caso vorrebbe un segnale incoraggiante dal Colle, ma non si fa troppe illusioni. Il suo jolly è il voto segreto, che già  adesso il capogruppo Schifani dà  per scontato.
Tant’è che in piena sala stampa precisa: «Ho fatto il presidente per cinque anni e ricordo come in occasione del voto su De Gregorio sia stato proprio Zanda a ricordare al sottoscritto come il voto dovesse essere segreto. E segreto fu».
Voto segreto, il potenziale alleato per Berlusconi, l’incubo per il Pd.
I democratici non fanno mistero di temerlo, ne parlano di continuo riservatamente e ufficialmente, denunciano il pericolo.
Per un Casson che, finita la giunta, spende parole di certezza sul suo partito – «stavolta sono tranquillo, voteremo tutti compatti per la decadenza» – molti altri sono convinti che l’M5S stia tramando nell’ombra, e leggono nel delirante messaggio di Crimi proprio il primo segnale per far saltare la decadenza.
Una parte dei senatori pentastellati potrebbe votare per salvare Berlusconi destabilizzando il Pd.
Su questo, ovviamente, conta Berlusconi.
Il quale però vuole salvare solo se stesso senza far cadere il governo. Un’operazione da vero alchimista e con molte incognite.
Tra queste, c’è il presidente del Senato Piero Grasso e quel sistema democratico che prevede il voto in aula sul calendario dei lavori.
Prima decidono i capigruppo, ma se non sono d’accordo si vota in aula.
Lì la stessa maggioranza del voto in giunta può battere il Pdl.
Se il presidente della giunta Stefà no invia in settimana la sua relazione, da quella seguente ogni giorno è buono.
Anche prima del 19 ottobre. L’unico ostacolo è la richiesta grillina sul voto palese di cui si dovrà  occupare la giunta per il regolamento.
Al massimo si va a finire a fine ottobre.
Ma l’ex premier sta tessendo una manovra assai più insidiosa. Mira a guadagnare più tempo per la sua decadenza, che inevitabilmente scatterà  quando sarà  chiuso l’iter dell’interdizione dai pubblici uffici, la pena accessoria fissata in 5 anni nel primo e secondo grado del processo Mediaset, ma stoppata dalla Cassazione per cui non dovrebbe superare i 3 anni.
L’udienza a Milano è il 19 ottobre. A decisione presa, i giudici dovranno stendere le motivazioni. Ovviamente, la misura è appellabile.
Ma Berlusconi potrebbe anche rinunciare alla Suprema corte. A quel punto toccherebbe al Senato, prima la giunta e poi l’aula, che deve prendere atto dell’interdizione avvenuta, di un Berlusconi che non può più essere parlamentare. Serve un voto, anche in questo caso, come per la Severino.
Allora ecco il piano.
Il Pdl si prepara a chiedere a Grasso di bloccare il voto in aula sulla decadenza frutto della legge Severino per aspettare quello sull’interdizione.
Se la Severino è legge contestata, se merita la Consulta e il giudizio delle corti di Strasburgo e Lussemburgo, invece la procedura sull’interdizione è ormai sperimentata, va de plano.
Certo, comporta anch’essa un lungo dibattito, prima in giunta e poi in aula, il solito gioco di maggioranza e minoranza, ma non ha – secondo il Pdl – i dubbi e le incertezze interpretative della Severino.
Che vantaggio ne avrebbe Berlusconi? Per almeno due o tre mesi in più resterebbe senatore.
Proprio quelli nei quali si compirà  il difficile passaggio dalla sua vita di uomo libero a quella di uomo affidato ai servizi sociali per via della condanna Mediaset dove la tagliola della decisione scatta il 15 ottobre.
Il carro della decadenza da interdizione può fermare quello della decadenza da legge Severino?
Secondo il Pdl non solo è possibile, ma è obbligatorio. Al Senato, i giuristi sono convinti del contrario, che la Severino non debba affatto fermarsi.
Al massimo, se l’interdizione arriva, farà  il suo regolare cammino in giunta, mentre la Severino si chiude in aula.
Ma per il Pdl e Berlusconi è l’opposto.
L’ordine di scuderia è aspettare l’interdizione a tutti i costi e fermare la Severino.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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DECADENZA CAVALIERE: ORA FANNO FINTA DI LITIGARE SUL VOTO SEGRETO O PALESE

Ottobre 4th, 2013 Riccardo Fucile

I CINQUESTELLE CHIEDONO IL VOTO PALESE SAPENDO CHE NON POTRA’ ESSERCI… IL PDL E’ CONTRARIO E LE MODALITA’ DI VOTAZIONE PREVISTE NON LO CONSENTONO IN TEMPI BREVI … ENTRO IL 18 OTTOBRE POTREBBE ARRIVARE IL VOTO DEFINITIVO

Ora che la giunta ha proposto la decadenza per Silvio Berlusconi, si accende lo scontro sul voto segreto al Senato.
Il Movimento cinque stelle non ha dubbi: “Chiediamo – dice la capogruppo Paola Taverna – il voto palese”.
E spiega: “Per evitare il voto segreto in aula basta che il Pd e le altre forze politiche che si erano espresse a favore del voto palese appoggino la proposta di modifica del regolamento depositata da M5s”.
D’accordo in questo senso è il senatore del Pd, Felice Casson: “Noi – dice – abbiamo già  chiesto pubblicamente che si voti in maniera palese. Per due motivi: uno è di ordine politico in modo che ciascuno si prenda le proprie responsabilità  e abbia il coraggio delle proprie idee. Il secondo motivo è che la questione della decadenza non è istituto di tipo personale ma uno strumento a tutela della istituzione” per evitare che condannati siedano in Parlamento.
Assolutamente contrario, il capogruppo del Pdl Renato Schifani: “Il regolamento è chiaro – spiega – a meno che il presidente Grasso non intenda alterare il regolamento. Io ho fatto per anni il presidente del Senato e ricordo che sul caso di De Gregorio fu proprio Zanda, per il Pd, a chiedermi che il voto fosse segreto”.
Sembra un gioco a scaricabile in vista di qualche “scherzo” nel segreto dell’urna.   Perchè con il regolamento attuale (e non certo modificabile in poche settimane, con un Pdl tra l’altro contrario) prevede solo il voto segreto.
Detto questo, Berlusconi potrebbe non essere più senatore già  nella settimana che va dal 14 al 20 ottobre.
Ora manca solo il voto finale del Senato. Per arrivare al redde rationem mancano ancora alcune tappe.
Il 9 ottobre il dispositivo con la proposta di decadenza per Berlusconi verrà  approvato dalla Giunta stessa e poi comunicato al presidente del Senato Pietro Grasso.
Già  dal giorno dopo, il 10 ottobre, può essere convocata la conferenza dei capigruppo per mettere in calendario il voto a Palazzo Madama.
A questo punto, niente preclude che si arrivi in aula in un giorno fissato tra il 14 e il 18 ottobre.
Uno degli elementi che può intralciare il percorso della decadenza del Cavaliere – come si è già  detto – è lo scontro tra i partiti sulla possibilità  di scegliere il voto palese. Per il regolamento del Senato, articolo 113, lo scrutinio è segreto.
Nella stessa settimana intanto ci sono già  due giorni segnati nel calendario di Berlusconi.
Il 15 ottobre il Cavaliere dovrà  scegliere tra l’affidamento ai servizi sociali e gli arresti domiciliari.
Mentre il 19 la corte d’Appello di Milano ricalcolerà  il periodo di interdizione dai pubblici uffici, come richiesto dalla Cassazione nella sentenza del primo agosto scorso.

(da “Huffingtonpost“)

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“SILVIO MI HA PUGNALATO, ORA STO CON ALFANO”: INTERVISTA A DI GIACOMO, IL PDIELLINO CHE SUBENTRERA’ IN SENATO AL CAVALIERE

Ottobre 4th, 2013 Riccardo Fucile

“BERLUSCONI NON HA I CRITERI MORALI PER STARE IN SENATO, LO DICE LA COSTITUZIONE”

Silvio Berlusconi non possiede i criteri morali per ricoprire la carica di parlamentare?
“Non lo dico io, lo dicono i tre gradi di giudizio ai quali è stato sottoposto. Chi viene condannato a quattro anni di carcere non risponde ai requisiti che la stessa Costituzione prevede”.
Ulisse Di Giacomo, primo dei non eletti in Molise che dovrebbe subentrare a Palazzo Madama al posto del Cavaliere, non fa sconti nè al partito nè al suo leader.
“Ho fatto sapere che ero stato invitato alla seduta pubblica. Se avessero voluto avrebbero potuto contattarmi per confrontarci e consigliarci sul da fare. Nessuno ha risposto, così, insieme al mio legale, abbiamo deciso di presentarci”.
Di Giacomo, dopo che il suo avvocato è intervenuto per contestare le tesi difensive del Cav, non si pone il problema di eventuali reazioni: “Neanche a me a suo tempo ha fatto piacere sapere della mia estromissione dal Senato tramite la stampa. Nessuno ebbe la correttezza e la dignità  di avvertirmi. Io oggi mi riservo di fare tutti i passi necessari per tutelarmi”.
Così ha deciso di farsi rappresentare alla seduta pubblica di oggi.
Certo. C’era il mio legale perchè io ero la controparte, e dovevo comportarmi di conseguenza.
Le argomentazioni del suo avvocato contro le tesi di Berlusconi sono state particolarmente aspre.
Sono tutte osservazioni che derivano da sentenze della magistratura. Proprio in Molise abbiamo avuto i primi due casi di applicazione della legge Severino, riguardanti due consiglieri regionali. Il Consiglio di stato non ha consentito loro di candidarsi, confermando la piena costituzionalità  della norma. Non sono considerazioni mie.
Quindi non sono valide le obiezioni sulla irretroattività  e sullo status particolare di un parlamentare?
Assolutamente no. Il caso è chiaro, questi elementi non ci sono. E’ ovvio che un senatore gode di un’ulteriore tutela, ma questo non significa nulla i fini della moralità  di chi ricopre una carica pubblica.
Sta dicendo che Berlusconi non è moralmente degno di far parte del Parlamento?
Di criteri di moralità  parla chiaramente il Consiglio di stato, anche per questo il problema della retroattività  della legge non si pone.
Ma lei che dice?
Non lo dico io, lo dicono i tre gradi di giudizio ai quali è stato sottoposto il Cavaliere. Chi viene condannato a quattro anni di carcere non risponde ai requisiti che la stessa Costituzione prevede.
Ha sentito il presidente in questi giorni?
No, ma ho fatto sapere al mio partito dell’invito che mi è stato recapitato. Se avessero voluto avrebbero potuto contattarmi per confrontarci e consigliarci sul da fare. Nessuno ha risposto, così, insieme al mio legale, abbiamo deciso di presentarci.
Una volta senatore si iscriverà  al gruppo del Pdl?
Non lo so ancora. Mi aspetto magari che qualcuno si accorga del mio subentro, si accorga che finalmente anche il Molise verrà  rappresentato in Senato. E che me lo domandi.
Sarà  difficile che la accolgano a braccia aperte.
Può anche essere che sia complicato. Può anche darsi che non sarò io a chiedere di entrarci. Comunque, dopo tutto quello che mi hanno fatto, non vedo cos’altro possano farmi.
Cosa le hanno fatto?
Non mi ha fatto certo piacere sapere della mia estromissione dal Senato tramite la stampa. Nessuno ebbe la correttezza e la dignità  di avvertirmi. Così io oggi mi riservo di fare tutti i passi necessari per tutelarmi, perchè quella fu una coltellata alle spalle.
Decisa da Berlusconi?
Non so chi la decise, sicuramente Berlusconi la fece.
Il suo rapporto con il Cavaliere è finito?
Credo che sia ancora il padre nobile del centrodestra. Che poi possa concretamente essere ancora il riferimento è da vedere, stanno succedendo tante cose, è difficile dirlo.
Nella partita interna al Pdl lei sta dunque con Angelino Alfano?
In tempi non sospetti, subito dopo la sentenza della Cassazione sui diritti televisivi, ho detto che se fossi potuto entrare in Senato avrei sostenuto il governo. Ho anticipato gli eventi che poi sono stato oggetto di dibattito nel partito. E ancora adesso dico che occorre estrema moderazione, che è la cifra storica del nostro partito.

(da “Huffington Post“)

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DECADENZA, IL GIORNO DEL VOTO: COMMISSARI RIUNITI, IN GIORNATA LA DECISIONE

Ottobre 4th, 2013 Riccardo Fucile

ASSENTI GLI AVVOCATI DI BERLUSCONI: “ORGANISMO NON IMPARZIALE”

E’ durata poco più di un’ora, nella sala Koch di Palazzo Madama, la seduta pubblica della Giunta delle elezioni che deve decidere della decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, dopo la condanna definitiva per frode fiscale nel caso dei diritti tv Mediaset.
I commissari sono adesso riuniti nella saletta della commissione Ambiente per iniziare la Camera di consiglio.
E’ difficile prevedere quanto durerà  la riunione a porte chiuse della Giunta, anche se da più parti si è ipotizzato una conclusione dei lavori in giornata. Stando alle dichiarazioni che si sono rincorse i questi giorni, il voto per la decadenza dovrebbe essere scontato.
La vera battaglia si combatterà  in Aula, che nei prossimi giorni sarà  chiamata a ratificare la decisione presa dalla Giunta. Tutti gli articoli sulla decandenza
Le forze politiche arrivano all’appuntamento schierate su posizioni contrapposte: il Pdl si stringe attorno al proprio leader e sostiene la tesi della non applicabilità  della legge Severino, che prevede appunto la decadenza dei condannati, perchè al momento in cui fu commesso il reato la legge non era ancora in vigore.
Pd e Movimento Cinque Stelle sono invece orientati per un voto favorevole alla decadenza.
Assenti i legali del Cavaliere.
Gli avvocati di Silvio Berlusconi non si sono presentati all’udienza pubblica. Una scelta che può significare che la battaglia in Giunta viene data già  per persa.
Franco Coppi, Piero Longo e Niccolò Ghedini motivano la loro assenza facendo appello al diritto a un ‘giudizio imparziale’: “Molti dei componenti della Giunta delle elezioni del Senato si sono già  più volte espressi per la decadenza del presidente Berlusconi – spiegano i legali del Cavaliere -. Non vi è dunque possibilità  alcuna di difesa nè vi è alcuna ragione per presentarsi di fronte a un organo che ha già  anticipato, a mezzo stampa, la propria decisione. Nessuna acquiescenza nè legittimazione può essere offerta a chi non solo non è, ma neppure appare imparziale. Il non partecipare era dunque non più una scelta, ma un obbligo”. E annunciano un ricorso: “”Non vi è dubbio che anche questa ulteriore violazione dei diritti costituzionali e dei principi della Convenzione Europea troverà  adeguato rimedio nelle sedi competenti”.
Silenzio per Lampedusa.
Il presidente della Giunta, Dario Stefà no, aprendo la seduta, ha ricordato la tragedia di Lampedusa e ha invitato gli altri componenti a osservare un minuto di silenzio.
Prime schermaglie.
A seduta appena iniziata, il presidente ha respinto una pregiudiziale avanzata da parte di una componente della Giunta, Elisabetta Alberti Casellati (Pdl), non essendo consentite in questa fase. “Non le do la parola” ha tagliato corto Stefano, citando i poteri che gli derivano dal Regolamento dell’organismo.
Poi, dopo aver illustrato i punti cardine della memoria difensiva del Cavaliere e le posizioni in campo, ricorda ai componenti del tribunalino senatoriale, che “il numero legale fissato nella maggioranza dei componenti è applicabile anche alla Giunta in camera di consiglio”.
Non sono ammesse dunque variazioni numeriche. “In Camera di consiglio- chiarisce Stefà no- non sono ammessi componenti arrivati in ritardo o che dovessero allontanarsi dalla riunione della giunta in seduta pubblica”.
Fuoco amico dell’aspirante senatore.
Il primo intervento di merito – e di fatto l’unico – è stato quello dell’avvocato Salvatore Di Pardo, in rappresentanza di Ulisse Di Giacomo, del Pdl, già  senatore nella passata legislatura, che si discosta dal suo gruppo.
Di Giacomo è infatti il primo dei non eletti in Molise, la regione dove è stato eletto Berlusconi, e in caso di decadenza sarebbe lui a subentrare al posto dell’ex premier a Palazzo Madama.
Inoltre è già  data per certa la sua adesione al gruppo degli “alfaniani” che hanno preso le distanze dal leader.
Il legale ha subito contestato i rilievi del Cavaliere, che nei giorni scorsi ha chiesto la ricusazione di una decina di membri della Giunta per manifesto pregiudizio. “Nessun senatore è imparziale – ha ricordato -, i giudizi sono sempre politici, da una parte e dall’altra. I senatori non sono giudici e non devono essere terzi. Questa è una garanzia non una penalizzazione”.
Di Pardo ha ricordato che se Berlusconi fosse stato trattato come un cittadino qualunque, a quest’ora non sarebbe già  più senatore , così come avvenuto nel caso di tutti gli altri politici, “perchè la giurisprudenza sulla legge Severino è granitica, il Consiglio di Stato ha già  chiarito tutto. “La legge deve essere uguale per tutti”, ha ribadito l’avvocato.

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ULTIMA SEDUTA SULLA DECADENZA: PER SILVIO IL GIORNO DEL GIUDIZIO

Ottobre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

MA I GRILLINI POTREBBERO SALVARE IL CAVALIERE

Countdown prossimo allo zero per Berlusconi e per la sua decadenza da senatore.
In giunta per le immunità  almeno, perchè in aula, tra un paio di settimane, la conta dei voti è ancora tutta da vedere. Incombe lo scrutinio segreto.
Anche se loro smentiscono recisamente, continua il tam tam su un possibile “scherzetto” dei grillini, i quali potrebbero salvare il Cavaliere con l’obiettivo di mettere nei guai il Pd, facendolo apparire come un partito che ha salvato Letta col solo obiettivo di graziare Berlusconi.
Un fatto è certo, e basta guardare la tabella dei numeri in aula: i pentastellati sono determinanti per una secca vittoria del fronte della decadenza.
Se dovessero mutare strategia, il destino dell’ex premier cambierebbe radicalmente. Il chiacchiericcio su possibili sorprese nell’M5S dura da giorni e ha già  sortito nel gruppo, proprio per negare una simile soluzione, la perentoria richiesta a tutti gli altri di votare sempre a scrutinio palese, con tanto di ddl depositato, ma l’indiscrezione di una sorpresa nell’urna non si arresta. Sarebbe un’operazione singolare visto l’impegno dei grillini in giunta, a partire dal capogruppo Giarrusso, con Crimi, Buccarella e Fuksia, per far decadere Berlusconi il più in fretta possibile. Ma tant’è, dello scenario che li vedrebbe “traditori” nel segreto del voto bisogna pur dar conto.
I numeri, del resto, sono quelli che sono.
Se si segue lo schema degli schieramenti emersi ingiunta – e che si consolideranno col voto definitivo dopo la camera di consiglio prevista per domani – da una parte ecco 108 Pd, che dovrebbero votare per la decadenza con i 20 di Scelta civica, i 7 di Sel e, sulla carta, con i 50 grillini.
Se fosse così non ci sarebbe storia, saremmo a quota 185 e sul fronte opposto sconfitti i 91 del Pdl, che anche dopo la scissione non dovrebbe precipitare l’ex leader, i 16 leghisti, i 10 di Gal. Siamo a 117.
Restano 5 senatori a vita, 4grillini ormai nel Misto, i 10 delle Autonomia, tra cui il Psi che voterà  contro il Cavaliere.
È ben evidente che i grillini sono l’ago della bilancia, soprattutto perchè non si possono escludere sia nel Pd che tra i centristi dei nemicidella decadenza.
Ma la giunta rispetterà  i tempi, deciderà  domani o entro le 48 ore stabilite per regolamento, oppure già  lì potrebbero esserci sorprese legate alla spaccatura del Pdl?
Può accadere che il nuovo gruppo degli alfaniani determini un riequilibrio dei numeri in giunta che oggi sono pesantemente contrari a Berlusconi?
Dario Stefà no, senatore di Sel e presidente della giunta per le elezioni, esclude drasticamente sorprese. La sua replica è secca: «La decadenza di Berlusconi? E che problema c’è? Si va avanti, non cambia nulla».
Il dubbio, che per tutto il pomeriggio serpeggia nella rete, e tra Twitter e Facebook, è che la nascita del nuovo gruppo comporti una rivoluzione dei componenti anche in giunta, dove si contano 6 Pdl, tre fedeli al Cavaliere, Caliendo, Casellati e Malan, e tre alfaniani, Augello, D’Ascola, Giovanardi.
A protestare, comunque, dovrebbe essere il Pdl, anche se i tre transfughi hanno dichiarato a gran voce che Berlusconi è una vittima, Giovanardi ha parlato addirittura di una «mascalzonata ».
Ma comunque la questione non esiste.
Secondo il regolamento di palazzo Madama la giunta è inamovibile, non sono previste sostituzioni, nè dimissioni, tranne gravissimi casi di reiterata e prolungata assenza.
Tant’è che quando, di recente, il capogruppo Pdl Schifani ha chiesto al presidente del Senato Grasso di cambiare i membri della giunta, “rei” di aver dichiarato come voteranno, si è sentito rispondere che la richiesta era irricevibile proprio a norma di regolamento.
Nessun rinvio dunque, domani si vota.
Buone fonti della giunta accreditano l’ipotesi che si finisca in serata.
Scontato il verdetto, proposta all’aula la decadenza di Berlusconi.

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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CACCIA ALLA STAMPELLA: LA CONTA AL SENATO SENZA PDL

Settembre 28th, 2013 Riccardo Fucile

 IL PD MINACCIA: “LA MAGGIORANZA SI TROVA”… IPOTESI ESECUTIVO DI MINORANZA, MA C’È ANCHE CHI RICORDA CHE MONTI HA RETTO GLI AFFARI CORRENTI PER 5 MESI

Lo spauracchio, nemmeno troppo velato, lo agita un autorevole esponente dei senatori democratici.
Dice che una maggioranza, Pdl o no, si deve trovare. E si troverà .
Non solo perchè il Porcellum passerà  solo a dicembre il vaglio della Corte Costituzionale, ma perchè se si torna a votare con la legge firmata da Calderoli, ci si ritrova al punto di partenza: senza vincitori, condannati alle larghe intese.
Così, la caccia al senatore è già  aperta. Non deve necessariamente votare la fiducia all’esecutivo di scopo. Può anche semplicemente fare in modo che nasca “un governo di minoranza” .
Se ne era discusso a lungo, già  ai tempi dell’esploratore Bersani. Poi, Napolitano disse che, di soluzioni rattoppate, non era aria.
Ma adesso sono passati sei mesi, tante cose sono cambiate e ci si può persino accontentare.
Accordi preventivi non sono ancora stati siglati, ma basta questa minaccia a mettere il Pdl di fronte alle sue responsabilità : con o senza di voi, si va avanti comunque.
Non si tratterebbe, almeno questo è il messaggio che fanno filtrare i più vicini al premier, di un Letta-bis: l’attuale primo ministro non ha intenzione di intestarsi nessun prosieguo.
Piuttosto, un esecutivo nato di nuovo sotto l’egida di Giorgio Napolitano, pronto a verificare l’esistenza di nuove “maggioranze”.
I numeri con cui costruire la nuova intesa contano già  alcune prese di posizione pubbliche.
C’è Paolo Naccarato, con la pattuglia di 10 senatori di Gal (Giulio Tremonti, a dire il vero, si tira fuori) che non ha intenzione di seguire i vecchi amici pidiellini e annuncia “tradimenti” illustri (al momento, al Senato, non hanno firmato le dimissioni in bianco Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello).
Ci sono i 4 ex senatori grillini, che tutti danno già  per acquisiti, ci sono altrettanti dissidenti M5S che di fronte a un governo finalizzato a cambiare la legge elettorali sarebbero pronti a fare il grande salto.
Non hanno gradito che il capogruppo uscente Nicola Morra abbia liquidato come un “bluff” le dimissioni dei Pdl.
Scrive Luis Orellana: “Sarà  vero o no. È poco importante. È importante invece proporre una soluzione seria e responsabile al Paese e capire chi ci sta”.
Ci starebbero i senatori di Sel (sono 7): ieri è stato lo stesso Nichi Vendola a invocare un esecutivo per “cancellare il Porcellum e avviare l’Italia verso la ripresa”.
La Lega invece è secca: “Se la scorsa volta ci siamo astenuti, stavolta voteremo contro”, spiega il capogruppo a palazzo Madama Massimo Bitonci.
Sa anche lui che le elezioni subito non sono realistiche. Ma sostiene che si può tirare avanti fino a febbraio anche “a Camere sciolte”.
Sembrerebbe una follia, invece, non è detto che non stia in piedi.
Tra le ipotesi che lo stesso entourage lettiano non esclude, c’è quella di una “lunga gestione degli affari correnti”.
Tradotto, significa che lunedì o martedì Letta esce sfiduciato dal Parlamento. Napolitano avvia le consultazioni e perde un discreto tempo alla ricerca di nuove soluzioni.
Alla fine però, il Quirinale si trova costretto a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni al massimo entro 70 giorni.
Il Parlamento può comunque legiferare e addirittura si cita un caso scuola in cui il Presidente potrebbe autorizzare il governo ad emanare un decreto in maniera elettorale.
Fantascienza, pura teoria. Eppure c’è chi fa notare che la lunga gestione degli affari correnti ha un precedente molto ravvicinato.
Di mezzo ci sono state le elezioni, ma Mario Monti ha sbrigato l’ordinaria amministrazione dal 9 dicembre al 28 aprile: quasi cinque mesi.

Paolo Zanca

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