Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
A SETTE MESI DALLE ELEZIONI NON SI E’ ANCORA INSEDIATA, SCONTRI PER OTTENERE LA PRESIDENZA
In pochi se ne sono accorti. 
Distratti dal governo delle larghe intese, dall’Imu e dall’Iva, dal nodo della decadenza di Silvio Berlusconi, i parlamentari italiani sembrano essersi completamente dimenticati della commissione parlamentare antimafia.
A sette mesi dall’apertura della nuova legislatura, la diciassettesima, tra i banchi di Palazzo Madama e Montecitorio non si è ancora insediata la “commissione bicamerale d’inchiesta sul fenomeno delle mafie” che in quanto commissione speciale deve essere varata con apposita legge all’inizio di ogni legislatura.
La prima commissione antimafia fu varata nel 1962 dopo l’input lanciato ben quattro anni prima da Ferruccio Parri.
Da allora, ad ogni inizio di legislatura, il parlamento ha impiegato un massimo di due mesi per nominare i 25 deputati e i 25 senatori chiamati a far parte della commissione che ha sede a Palazzo San Macuto, e quindi eleggerne il presidente.
Unica eccezione la settima legislatura, quando tra il 1976 e il 1979 il Parlamento non riconfermò la commissione speciale.
“In quel periodo ci fu un calo di attenzione nei confronti di Cosa Nostra — racconta Francesco Forgione, presidente della commissione tra il 2006 e il 2008 — nonostante la relazione di minoranza del Pci del 1976, firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova, facesse già cenno all’istituzione del 416 bis”.
Erano gli anni dei governi di Giulio Andreotti, dell’allarme terrorismo e dell’omicidio di Aldo Moro: il 6 gennaio del 1980,però, l’assassinio di Piersanti Mattarella ricordò al Parlamento che Cosa Nostra non si era ancora estinta.
E poco dopo fu nuovamente varata la commissione d’indagine sulla piovra.
Adesso a ricordare ai parlamentari la presenza capillare delle mafie nel Paese non ci sono più — per fortuna — gli omicidi eccellenti firmati dai kalashnikov.
Rimangono, però, nero su bianco i numeri della potenza economica della criminalità organizzata in Italia: 3.500 immobili, 1.500 imprese, denaro liquido per 5 miliardi. Solo una piccola percentuale rispetto ai 170 miliardi di euro di fatturato della criminalità organizzata: il 10 per cento del Pil.
“Per tutte queste ragioni non c’è più tempo da perdere. I partiti evitino la retorica antimafiosa e smettano di nascondersi dietro simboli e simulacri. Le vittime innocenti della mafie e tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese meritano di più. Attivino piuttosto subito la Commissione parlamentare antimafia indicando presto un’agenda di lavori urgenti da compiere, di inchieste da svolgere” scrive l’associazione romana DaSud nella petizione pubblicata in queste ore online per chiedere immediatamente l’insediamento della commissione antimafia.
Una petizione condivisa anche da alcune forze politiche, come Sinistra Ecologia e Libertà che con il deputato Erasmo Palazzotto fa uno screening dell’attuale situazione giudiziaria che con un rapido tratto di penna lega la politica a Cosa Nostra.
“Le motivazioni della sentenza di condanna per Marcello Dell’Utri, il processo in corso a carico del senatore del Pdl Antonio D’Alì, quello che vede la richiesta di condanna a 10 anni per l’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo: sono solo alcuni esempi di come le interazioni tra politica e mafia richiedano il massimo grado di attenzione e sorveglianza, un compito per cui diventa essenziale il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia”.
Alla Camera il disegno di legge numero 825, che disciplinava “l’Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e delle altre associazioni criminali, anche straniere” era già stato approvato ai primi di giugno. Stessa cosa anche al Senato.
E i vari partiti avrebbero già designato i parlamentari chiamati a far parte della commissione. Solo che adesso tocca ai presidenti di Camera e Senato convocare la seduta comune per eleggere il presidente della nuova commissione antimafia.
Una convocazione che tarda ad arrivare: Pd, Pdl e Scelta Civica non riescono infatti a mettersi d’accordo sul nome da elevare sulla poltrona più alta di Palazzo San Macuto. Ed è per questo che la presidente della Camera Laura Boldrini ha strigliato i capigruppo, intimandogli di risolvere le beghe interne ed eleggere un presidente.
E siccome ogni partito rivendica quel posto per un suo parlamentare, il rischio è che le larghe intese si lacerino ancora una volta.
Il risultato è che fino ad oggi si è preferito evitare l’argomento, aspettando un’intesa che sblocchi la questione, salvaguardando l’alleanza che consente ad Enrico Letta di governare.
Nel frattempo fuori dal Parlamento la lotta a Cosa Nostra di magistrati e investigatori continua: sempre oggi (26 settembre), per esempio, a Palermo tornano in aula inquirenti e imputati del processo sulla trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato. Lo stesso Stato incapace d’insediare una commissione antimafia dopo 7 mesi di legislatura.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
LE LARGHE INTESE SALTANO SULLE DONAZIONI DEI PRIVATI… IN AULA SENZA ACCORDO, SI VA VERSO L’ENNESIMO RINVIO
Stavolta, la colpa è di quello che ormai i deputati della Commissione Affari Costituzionali definiscono solo “il tetto”.
E la rottura è plateale.
La legge sul finanziamento ai partiti torna in Aula oggi, senza accordo.
Ieri un vertice di maggioranza con i due capigruppo del Pdl, Renato Brunetta e Renato Schifani e Roberto Speranza, presenti i relatori del testo Emanuele Fiano (Pd) E Maria Stella Gelmini (Pdl) è finito proprio di fronte all’impossibilità di superare l’ostacolo: il Pdl non vuole che ci sia un tetto al finanziamento dei privati ai partiti, il Pd lo considera un punto irrinunciabile.
Brunetta se n’è andato bruscamente, la Commissione ha alzato bandiera bianca, interrompendo i suoi lavori, e oggi si va in Aula al buio.
Sono passati 4 mesi da quando il Parlamento ha cominciato a discutere (o forse meglio a cavillare) sulla proposta del governo di abolire il finanziamento pubblico ai partiti, e si riparte da un muro contro muro.
Che prelude a un ulteriore slittamento, magari con rinvio in Commissione.
Nel nome del reciproco bene, Pd e Pdl hanno trovato l’accordo su due punti.
È passato l’altro ieri un emendamento del Pd che prevede la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti.
C’è un problema di coperture, però: per adesso sono previsti 15 milioni di euro.
Troppi secondo il deputato Francesco Sanna (vicinissimo a Letta) che presenterà un emendamento per ridurli. Il Pd è pronto poi ad andare incontro al Pdl sul cosiddetto “salva Forza Italia”, quello in cui si dice che le agevolazioni “si applicano ai partiti a cui dichiari di far riferimento almeno la metà più uno dei candidati eletti sotto il medesimo simbolo alle più recenti elezioni per il rinnovo di Camera e Senato”.
Muore il Pdl, nasce Forza Italia, e accede alle “contribuzioni” volontarie. Maria Elena Boschi (renziana) assicura: “Ma non potranno avere i rimborsi residui da qui al 2017”. Mentre il relatore del Pd, Emanuele Fiano: “Bisognerà vedere come ripresentano l’emenda-mente. Ma noi non abbiamo nulla in contrario”.
Poi gli interessi vanno in rotta di collisione. Tuona l’avvocato berluscones Francesco Paolo Sisto, presidente della Commissione: “Se arriva un testo del governo e il Pd presenta un emendamento che rimette tutto in discussione è il Pd che disconosce quel testo”.
In effetti, il tetto nel testo dell’esecutivo non c’era. Ma i Democratici lo considerano irrinunciabile: “Ne va del rispetto della Costituzione”, dichiara Danilo Leva, responsabile Giustizia. Una mediazione la stanno cercando Francesco Sanna e Gianclaudio Bressa, con un emendamento in cui inseriscono la gradualità del tetto: un privato potrebbe donare 100mila euro o una somma pari al 10 per cento del partito prescelto nel 2015, nel 2016 100mila euro o il 5%, nel 2017 100mila euro o il 3%. Mediazione che per adesso non va bene al Pdl. E i grillini? Dicono dal Pd che cercheranno anche i loro voti, ma il tetto loro lo vogliono, ma molto più basso.
Presenteranno una loro proposta alternativa, che prevede per i partiti soltanto il finanziamento dei privati, con un tetto di cinquemila euro l’anno per ciascun donatore.
E poi, c’è il reato di finanziamento illecito: il Pdl ripresenta l’emendamento secondo il quale salta il passaggio per cui non basta l’iscrizione nel bilancio della società , ma è obbligatoria la delibera della società stessa.
I Democratici sentono puzza di colpo di spugna sui processi del passato. Sarebbe un salva — Verdini, insomma. Il testo arriva in Aula oggi pomeriggio.
L’indicazione è prendere tempo: non è che al governo manchino grane. E quindi si comincia a votare dagli emendamenti su cui si è d’accordo.
Si potrebbe slittare direttamente a martedì prossimo.
Enrico Letta ha più volte minacciato il decreto, se la maggioranza non si accorda. Ma quale decreto farebbe? Quello sul testo originario o sulle modifiche chieste dal suo partito?
Ieri intanto il Senato ha approvato l’emendamento presentato dal relatore del dl Cultura, Marcucci (Pd): 3 milioni di euro in favore di 103 fondazioni culturali tra cui anche la fondazione Sturzo, l’Istituto Gramsci e la Fondazione Bettino Craxi.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
UN CAVILLO PDL PER DARE IL 2×1000 ALLA CREATURA DI BERLUSCONI… IL DDL SUL FINANZIAMENTO PUBBLICO È IN ALTO MARE: E LETTA PENSA AL DECRETO
È ormai una corsa contro il tempo per impedire che la tagliola di un decreto, minacciato più volte da Enrico Letta, piombi sul lavoro parlamentare mandando in aria gli accordi sottili — e non sempre chiari — tra Pd e Pdl per rendere meno traumatica possibile la “rinuncia” al finanziamento pubblico dei partiti.
Il ddl, rientrato in commissione Affari costituzionali dieci giorni fa dopo che si era riscontrata in aula alla Camera, l’impossibilità di trovare una quadra, passerà lunedì per l’ultimo tentativo di mediazione in commissione.
“Partiremo alle tre del pomeriggio e andremo anche in notturna — spiega Sergio Boccadutri, capogruppo di Sel in Affari costituzionali — se servirà ci prenderemo anche martedì mattina pur di mandare il aula il ddl entro il pomeriggio per l’inizio della discussione; ormai siamo fuori tempo massimo, ma su alcuni punti prevedo che l’accordo sarà difficile da trovare”.
Uno di questi punti, su cui il Pd e Sel stanno facendo muro (ma chissà quanto sia solido) è l’emendamento presentato da Maurizio Bianconi del Pdl (firmatari anche Francesco Saverio Romano, Elena Centemero e Laura Ravetto), ribattezzato per necessità di sintesi “salva Forza Italia”.
Nel testo si prevede che il finanziamento derivante dalla donazione privata del 2à—1000 possa andare anche a quei partiti politici non presenti nella legislatura precedente all’approvazione della legge se certificata la loro esistenza dalla “metà più uno dei candidati eletti sotto il medesimo simbolo (nel caso il Pdl, ndr) alle più recenti elezioni”.
In pratica, se la metà più uno degli attuali parlamentari del Pdl diranno che esiste Forza Italia, il finanziamento potrà andare tranquillamente anche alla rinata creatura berlusconiana, ma non ai partiti nuovi di zecca.
Una discriminazione, dunque. E, soprattutto, un favore grosso come una casa a Berlusconi. Ma non solo.
C’è un altro punto che desta vere ondate di piena in commissione.
Si tratta del tetto per le donazioni private, che il Pd vorrebbe al massimo a 100 mila euro e che il Pdl, invece, vuole fissare a un milione.
Chiara la finalità , “ma se mettiamo un milione — sostiene sempre Boccadutri — è come se non mettessimo nessun tetto, e questo non può passare”.
Nodi da sciogliere che, in questi due primi casi, forse potranno trovare una mediazione all’ultimo tuffo.
Resterà invece lo scontro sull’emendamento di Sel, firmato proprio da Boccadutri, che impedisce le donazioni a chi è condannato in via definitiva per corruzione o frode fiscale (un vero emendamento contro Berlusconi) e sull’altro, il 5.50, dove si riformulano le modalità di applicazione del reato di finanziamento illecito ai partiti, che non sarà comunque applicabile in via retroattiva (come qualcuno del Pdl voleva) ma provoca parecchi mal di pancia.
C’è poi un ultimo dato.
Nella fretta di presentare alle Camere il ddl, il governo ha cancellato alcuni passaggi della precedente legge che riguardavano i controlli sulle donazioni e dunque in commissione sono stati ripristinati, nell’articolo 7, alcuni di questi paletti, creando ulteriori frizioni.
Tra chi sta lavorando al ddl per cercare di portare a casa un risultato “più onorevole possibile, laddove possibile” si digeriscono male le minacce di Letta: “Francamente — commenta Boccadutri — stanno diventando un po’ patetiche. Un decreto impedirebbe il miglioramento del testo con diversi emendamenti, alcuni già approvati e altri, come quello presentato da Sel, che non trovano ancora l’accordo nella maggioranza”.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
AUSPICA UN ACCORDO TRA I GRUPPI PER CONSENTIRE UNA DEROGA AL REGOLAMENTO
«Sì al voto palese in aula ». Come si decise per Previti nel 2007, anche se lui si presentava dimissionario. Lo
dice Dario Stefà no, il presidente della giunta per le elezioni del Senato, a poche ore dalla auto-nomina a relatore sull’affaire Berlusconi. Che esprime «massimo rispetto per le decisioni della magistratura», visto che «siamo in uno Stato di diritto»
Che succede con lei, uomo di Sel, come relatore? Una svolta a sinistra? Vendola al potere? Una nuova minaccia per Berlusconi?
«Magari fosse così semplice. Una cosa è la battaglia politica, che mi vede impegnato tutti i giorni in Senato, in piena sintonia col partito e il nostro elettorato, altro è un compito istituzionale, che deve restare scevro da condizionamenti politici».
Perchè si è auto scelto?
«Ci ho riflettuto a lungo, pur avendo ricevuto molteplici sollecitazioni. È consuetudine che il presidente riferisca direttamente sul caso, per cui mi sono convinto che la soluzione più istituzionale fosse quella di assumere questo ruolo. Sarà più facile riuscire a mantenere sereno il confronto, ma pure sottrarlo a eventuali dinamiche di governo».
In giunta c’è una maggioranza “diversa”, Pd-M5S-Sel-Sc. Il governoregge?
“Dovrebbe dirlo chi lo sostiene. Sotto il profilo costituzionale, non c’è alcun nesso tra la procedura in giunta e i meccanismi fiduciari dell’esecutivo. Per dirla fuori dalle formule: se pure il governo dovesse cadere domattina, la procedura della giunta — per legge — non si arresterebbe».
La giunta lavora ma tutti pensano al voto segreto in aula. Lei che ci dice? Berlusconi compra o non compra?
«Guardi, a costo di sembrarle ingenuo, continuo a credere alla solidità di una convinzione che ogni senatore dovrebbe maturare in coscienza e non per appartenenza partitica. Se così è, non credo cambi molto tra voto segreto o palese».
Favorevole a cancellare il voto segreto?
«Sono in ballo esigenze diverse: da sempre il voto riguardante iparlamentari avviene a scrutinio segreto, ma è pur vero che l’attuale contesto storico chiede la massima trasparenza nelle decisioni. Sarei soddisfatto se, come avvenne nella seduta della Camera del 31 luglio 2007 per Previti, vi fosse un accordo unanime fra i gruppi per consentire in deroga il voto palese».
Prima Mediaset, poi Mondadori. Nelle carte dei giudici Berlusconi è sempre il dominus delle sue imprese, quindi anche dell’illegalità . Lei che idea si è fatto?
«Ho letto gli atti con molta at-tenzione. Per mia cultura, poichè siamo in uno Stato di diritto, va espresso massimo rispetto per le decisioni della magistratura. Sempre».
Il video. Che effetto le ha fatto mentre la giunta doveva decidere? Un colpo basso? Un’interferenza? Il grido del naufrago? O solo un film già visto?
«Non ho mai votato Berlusconi, sono un parlamentare eletto nelle liste di Sel: le mie valutazioni sono alquanto scontate. Parallelamente però, da presidente della giunta, devo dire di non essermi sentito coinvolto, anche perchè il video non fa alcun riferimento al nostro lavoro».
La gente si chiede: è possibile che per far decadere dal Senato uno che per legge non ha diritto di starci si perdano tre mesi?
«So bene cosa pensano i cittadini, ogni giorno ricevo centinaia di email. E so anche bene che il 9 settembre ci si aspettava la decisione della giunta. Ma occorre essere realistici: il relatore Augello ha presentato 71 pagine di relazione, meritevoli di approfondimenti. A soli 9 giorni da quella data, la giunta ha votato. Rispettando quell’”immediatamente” della legge Severino. Non era affatto scontato».
Berlusconi si è difeso nel processo con il fior fiore degli avvocati. Che senso ha, adesso, che venga a difendersi pure in giunta? Da cosa? Dai magistrati o da voi?
«Il senso è tutto nella legge, che certo oggi non invento io. Il contraddittorio è un principio sacro, senza che ciò significhi che gli interessati debbano sfuggire alla fermezza del collegio».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Settembre 18th, 2013 Riccardo Fucile
LA GIUNTA DELLE ELEZIONI DEL SENATO HA BOCCIATO CON 15 VOTI A 1 LA RELAZIONE DEL SENATORE DEL PDL… UDIENZA PUBBLICA TRA 10 GIORNI
Primo passo verso la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.
La Giunta delle elezioni e delle immunità di Palazzo Madama ha bocciato la relazione di Andrea Augello (Pdl), nel procedimento a carico dell’ex premier.
I no sono stati 15, un solo voto a favore (quello dello stesso Augello).
Il nuovo relatore sarà il presidente della giunta, Dario Stefà no (Sel), che ha dichiarato a questo punto “contestata l’elezione di Berlusconi”.
Nervi tesi nell’organismo di Palazzo Madama. Al momento della bocciatura delle questioni preliminari (con 14 no e 9 si la prima; 14 no e 9 si la seconda), i senatori di Pdl, Lega e Gal hanno lasciato la Giunta per protesta.
Augello aveva chiesto la convalida dell’elezione di Berlusconi e quindi il mantenimento del seggio di senatore, nonostante la condanna a 4 anni per frode fiscale.
Elezione contestata. Diverso, come detto, l’esito del voto.
“Essendo stata respinta la relazione del relatore e quindi la convalida dell’elezione” – ha spiegato Stefà no – si è aperta di fatto la fase della contestazione.
Il presidente della giunta ha anche ufficializzato di aver “ritenuto di assumere la responsabilità dell’incarico di relatore” con l’auspicio di “proseguire un percorso istituzionale scevro da appartenenze di partito”.
“La prossima seduta non sarà prima di 10 giorni” – ha concluso il senatore di Sel. Un’udienza pubblica nella quale Berlusconi potrà difendersi insieme ai suoi legali.
Videomessaggio irrilevante. Non ha pesato, soprattutto in casa democratica, il videomessaggio del leader del Pdl,
“Ci sono leggi e costituzione da rispettare, e il discorso di Berlusconi non riguarda la giunta – ha sottolineato Felice Casson -. Nel Pd non ci saranno variazioni. Se vogliono 3, 5, 6 votazioni, gliele daremo. Non cambia nulla”, ha aggiunto il senatore Pd.
Toni simili dalla collega, Stefania Pezzopane: “La giunta va avanti, non contro, ma per il rispetto della legge e della costituzione. L’intervento di Berlusconi prima della giunta? irrilevante”.
Scintille in mattinata. I primi segnali dello scontro si erano registrati già in mattinata, dopo la replica di Augello, con una querelle sulle modalità di voto previste.
Il Pdl chiedeva 3 distinte votazioni (come si è poi verificato), mentre il Pd era per il voto unico.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 18th, 2013 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA, ORE DECISIVE PER BERLUSCONI… DOPO LA BOCCIATURA DI AUGELLO CI SARA’ UN NUOVO RELATORE
Intorno alle dieci di stasera, il dado dovrebbe essere tratto. 
La Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato, dopo le dichiarazioni di voto degli otto capigruppo, dieci minuti a testa, si pronuncerà .
Il risultato atteso è di quindici a otto, anzi di otto a quindici perchè si vota a favore della proposta del relatore, Andrea Augello, Pdl, di convalidare l’elezione del senatore Berlusconi.
A quel punto, il presidente della Giunta, Dario Stefano, già stasera o al massimo domani mattina nominerà il nuovo relatore tra i senatori che hanno bocciato la relazione.
E potrebbe avocare a sè il compito di formulare la proposta di decadenza di Berlusconi.
Stasera, dunque, il giro di boa della Giunta.
Il traguardo, però, è ancora lontano. Nelle prossime ore, forse già domani, il presidente Dario Stefano e il presidente del Senato, Piero Grasso, potrebbero fissare la data (non prima di dieci giorni) dell’udienza pubblica.
Sempre che Silvio Berlusconi non si dimetta prima da senatore, come lasciano intendere diversi esponenti politici.
Era il primo agosto quando la sezione feriale penale della Cassazione confermava la condanna a quattro anni per frode fiscale di Silvio Berlusconi.
E la Giunta delle elezioni già il 7 agosto decideva di fissare per il 9 settembre l’avvio della procedura per la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, fissando per quella data la relazione di Andrea Augello, Pdl.
Il 28 agosto, la difesa di Berlusconi aveva depositato sei pareri pro veritate, e prima del 9 settembre, la stessa istanza inviata a Strasburgo, alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Sembra passato un secolo, anche se fino alle due del pomeriggio di ieri, e stasera prima del voto con le dichiarazioni dei capigruppo, nella sala della Giunta, si sono ribadite e si ribadiranno le ragioni contrapposte tra chi, Pdl e Gal, si è schierato per l’incostituzionalità della legge Severino (Lucio Malan, Pdl, ha citato gli Aventiniani espulsi da Mussolini per una sorta di «indegnità morale») e chi coerentemente ha invocato la sua applicazione, Pd, M5S, Scelta civica (ma dovrebbero votare contro la proposta Augello anche il presidente della Giunta, Stefano, Sel, e il socialista Buemi).
Proprio l’ex Guardasigilli Paola Severino ha voluto precisare: «Dopo un lungo e accurato approfondimento, fummo tutti d’accordo nell’approvare quel testo. La sua applicazione spetti al Parlamento».
Il dibattito si è snodato lungo due direttrici, l’incostituzionalità della retroattività della legge Severino, e la presunta legittimazione della Giunta a sollevare davanti alla Consulta l’incostituzionalità stessa della legge.
Giusto ieri, per pochi minuti, ha avuto un momento di pubblicità la proposta del socialista Buemi di sospendere la procedura di decadenza di Berlusconi seguendo l’applicazione della Severino, ma di legarla alla «interdizione» (la ridefinizione delle pene accessorie sarà definita il 18 settembre dall’Appello di Milano).
Proposta irricevibile perchè, come è noto, la pena accessoria della interdizione deve essere ancora definita.
Anche il dibattito sul voto palese in Aula, al di là delle dichiarazioni di fede (M5S ha presentato una proposta di modifica del regolamento) lascia il tempo che trova.
Come, del resto, il ricorso in Cassazione presentato da due avvocati «senza alcun vincolo di mandato o rappresentanza con gli imputati» per chiedere l’annullamento della sentenza di condanna nei confronti di Berlusconi per un difetto di composizione del collegio giudicante (composto da quattro giudici penali e un civile).
Un ricorso bollato dal senatore Felice Casson come una «inutile provocazione»: «L’articolo 7 bis dell’Ordinamento giudiziario recita che «la violazione dei criteri per l’assegnazione degli affari non determina in nessun caso la nullità dei provvedimenti adottati».
Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)
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Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
SIA DICHIARATO DECADUTO PERCHE’ INTERDETTO DALLA SENTENZA, NON PER LE NORME DELLA SEVERINO
Enrico Buemi, il senatore socialista che durante i lavori della Giunta per le elezioni e le immunità si è
polemicamente opposto ai “diktat” del Pd, getta sul tavolo della questione Berlusconi una proposta destinata inevitabilmente a far discutere, ma che indica una concreta via d’uscita dalle sabbie mobili in cui la vita politica italiana si è infilata nel giudizio sulla decadenza da senatore del Cav.
E dichiara: “La mia proposta, oltre ad avere dei supporti giuridici inconfutabili, ha anche un obiettivo politico. Le sentenze vanno eseguite, rispettando la legge”.
Buemi propone, in sintesi, che Berlusconi sia dichiarato decaduto dalla giunta perchè interdetto dai pubblici uffici con una sentenza passata in giudicato e non per le norme contenute nella legge Severino, avversata dal Pdl che la ritiene inconstituzionale perchè retroattiva, che potrebbe essere impugnata.
Questa la strada maestra per uscire dallo scontro tra le opposte posizioni, indicata dal senatore socialista durante il suo intervento.
Bisognerebbe seguire una diversa procedura, ma i tempi resterebbero esattamente gli stessi.
Con la sola differenza che l’effetto dell’operatività della decisione della Giunta rimarrebbe sospeso fino a quando la Corte d’Appello di Milano, rideterminando gli anni di interdizione, così come richiesto dalla Cassazione, comporterà come conseguenza la comunicazione al Senato della cancellazione di Silvio Berlusconi dalle liste elettorali.
La proposta di Buemi consiste dunque nel posporre la questione dell’incandidabilità a quella della interdizione facendola valutare, a norma di regolamento, da un comitato ristretto della Giunta presieduto dalla vicepresidente Stefania Pezzopane.
Buemi ha proposto un accordo fra i gruppi per considerare già acquisite tutte le risultanze istruttorie agli atti sul caso Berlusconi, sentenza di Cassazione compresa, in modo tale da non aggiungere “un solo giorno alla tempistica già definita”.
Poi, nella seduta della Giunta alla quale il comitato riferirà ad horas, tutti i componenti potrebbero votare la decadenza di Berlusconi a motivo della sua interdizione “con efficacia differita al momento in cui il segretario comunale del Comune di Milano comunicherà al Presidente del Senato che ha cancellato dalle liste elettorali il senatore Berlusconi”.
In pratica, Berlusconi sarebbe dichiarato di fatto decaduto, ma resterebbe in carica fino alla conclusione della procedura legata al rinvio della Cassazione alla Corte d’Appello di Milano per la ridefinizione della durata dell’interdizione dai pubblici uffici del leader del Pdl.
“Se l’unanimità rappresenta una garanzia, politica prima ancora che giuridica, avremo tutti incassato equamente la nostra porzione di risultato – ha fatto notare Buemi ai senatori della Giunta – e, chissà , anche la possibilità che in Assemblea la proposta della Giunta passi senza alcun voto”.
Durante una pausa dei lavori, Buemi si è detto convinto che il suo piano “abbia avuto apprezzamenti inaspettati anche dal Movimento 5 Stelle”. Siamo tutti concordi, credo, nella difesa dell’autonomia del Parlamento”, ha aggiunto, sottolineando le difficoltà a digerire le “ingerenze che provengono dalle norme contenute nella legge Severino”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
IL DIBATTITO SUL VOTO SEGRETO
Il dibattito pro o contro il voto segreto in Senato sulla decadenza di B. dà la misura definitiva dell’abisso in cui sono precipitati i partiti.
E chi non se ne rende conto, accettando anche soltanto di discuterne, non fa che aggravare la sua posizione.
In un altro paese tutti i senatori, senza distinzione di colore, voterebbero senz’indugio per espellere un pregiudicato per frode fiscale e non farvelo tornare mai più.
E solo in un postaccio come il Parlamento italiano qualcuno può temere che non lo faccia neppure la metà più uno dei senatori.
Intendiamoci: è ovvio che, in assoluto, il voto segreto è una vergogna. I cosiddetti rappresentanti del popolo devono rendere conto ai cittadini in ogni momento, senza poter tirare la pietra e nascondere la mano.
Anche e soprattutto per i cosiddetti “casi di coscienza” che finora han giustificato il ricorso allo scrutinio segreto.
Ma questo semmai può dirlo Grillo, o qualcuno dei suoi appena arrivato in Parlamento: non chi ha sempre praticato il voto segreto (Grasso e Napolitano sono stati eletti solo grazie a quello) e ora vorrebbe abolirlo proprio sulla decadenza di B., con una mossa contra personam che non solo è una forzatura giuridica e un regalo a chi vuol gabellare B. per un perseguitato.
È anche la prova provata che, grazie al Porcellum, i partiti hanno portato in Parlamento troppa gente senza princìpi, scrupoli, dignità .
Del Pdl si sapeva: i parlamentari li ha nominati personalmente B. secondo il criterio della fedeltà cieca e assoluta.
Gente disposta a votare mozioni come quella su Ruby nipote di Mubarak è capace di tutto: anche di approvare la legge Severino per cacciare i condannati e poi, nove mesi dopo, di sostenere che non vale per i già condannati, ma solo per chi lo sarà per reati ancora da commettere.
Ma il Pd? Non aveva fatto le primarie? Non aveva rinnovato la sua rappresentanza con forze fresche e pulite? Così ci avevano raccontato.
Poi, alla prima prova, almeno 101 (ma forse 120) neoeletti si sono rivelati uguali o peggiori dei precedessori: capaci al mattino di acclamare Prodi presidente della Repubblica e nel pomeriggio di votargli contro per compiacere B.
I capicorrente li conoscono uno per uno, eppure non hanno preso provvedimenti, anzi custodiscono da cinque mesi il segreto su quei 101-120 nomi con un’omertà degna di Cosa Nostra.
E ora scoprono all’improvviso che, se — come vuole la prassi per le decisioni sui singoli — si vota a scrutinio segreto sulla decadenza di B., la banda dei franchi traditori potrebbe tornare in azione, salvare il Caimano e distruggere definitivamente il partito.
Così, anzichè smascherare i felloni, chiedono di cambiare le regole in corsa per ottenere il voto palese.
O preparano trucchetti da magliari, come quello suggerito da Miguel Gotor, già geniale spin doctor di Bersani: “I 108 senatori Pd infilino nella buca solo l’indice della mano sinistra, così è fisicamente impossibile un voto diverso dal Sì. Ci mettiamo d’accordo con alcuni fotografi che riprendono la scena, postiamo tutto sui social network ed evitiamo guai”
Cos’è, uno scherzo? Per legge i cittadini, quando vanno a votare, devono consegnare i cellulari prima di entrare in cabina per non rendere il voto riconoscibile: e chi ha fatto questa legge la viola spudoratamente perchè non si fida neppure di se stesso?
Ma che partito è quello che non riesce neppure a garantire la decadenza, imposta dalla legge, di un condannato per frode fiscale?
Questo dovrebbero chiedersi gli elettori che affollano le feste del Pd e sognano a buon diritto rappresentanti migliori.
Anzichè rallegrarsi per la presunta “trasparenza” mostrata dal partito con la richiesta di voto palese, dovrebbero inchiodare i leader con una semplice domanda: ma che gente ci avete fatto votare alle primarie?
Possibile che, invertendo i criteri di selezione delle candidature, il prodotto non cambi?
C’è un virus nell’aria delle aule parlamentari che corrompe tutto e tutti, o c’è qualcosa che ancora non sappiamo?
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
LE ALTERNATIVE SONO DELLA VEDOVA, LO MORO E GIARRUSSO
Stefà no in pole, ma anche Della Vedova, Lo Moro, Giarrusso. Ma soprattutto Stefà no. 
Lui, Dario Stefà no di Sel, il presidente della giunta per le elezioni e le immunità del Senato, che finora ha navigato in un mare pieno di scogli a pelo d’acqua senza affondare la nave, potrebbe essere il nuovo relatore sull’affaire Berlusconi.
Un incarico che avrebbe un valore puramente istituzionale, proprio per schiarire un clima che, già così, non potrebbe essere più avvelenato.
A tre giorni dal voto su Berlusconi in giunta, di questo si parla.
L’esito della consultazione appare ormai scontato. Il relatore pidiellino uscente Andrea Augello bocciato.
Com’è prevedibile che cosa succederà dopo, il calendario che tra giunta e aula porterà alla definitiva decadenza del Cavaliere.
Ma proprio su questo percorso, che comincerà giovedì mattina, ha un peso la figura del relatore, colui che non solo farà materialmente la proposta di decadenza, ma che gestirà anche il “processo” in giunta – “processo” pubblico che Stefà no vorrebbe anche mettere sul web per un’immediata fruibilità mediatica e per garantire altrettanta trasparenza – e poi la difficile fase dell’aula.
Saranno giorni pesanti, i prossimi.
Giorni su cui incombe l’aggressività del Pdl, pronto a cogliere ogni slabbratura.
In giunta il cammino è già scritto. Oggi riunione alle 15. Domattina alle 9,anche se Nitto Palma, il presidente della commissione Giustizia, continua a fissare in contemporanea appuntamenti della sua commissione, pur sapendo che ci sono vari membri della giunta impegnati a Sant’Ivo alla Sapienza.
Dopodomani, ancora alle 9, con la replica di Augello, a sera le dichiarazioni di voto, per 10 minuti ciascuno, e il voto.
Otto gruppi, fa 80 minuti. Entro le 22 si saprà chi è per la decadenza di Berlusconi.
A quel punto, ecco il problema del nuovo relatore, scelta che il regolamento affida allo stesso presidente.
Questione di cui ovviamente di sta discutendo. Un dibattito all’interno della giunta e tra i partiti, che si può compendiare nei termini che seguono.
Allora. Pareva certo che il compito dovesse assumerlo un esponente del Pd. Il nome più accreditato era quello di Doris Lo Moro, ex giudice prima in Calabria e poi a Roma, ex sindaco di Lamezia Terme, ex assessore regionale della Calabria.
Autrice, nella scorsa legislatura, proprio di una proposta sulle regole per garantire liste pulite (fuori anche i condannati in primo grado).
Poi il clima politico si arroventa ogni giorno di più, e la decadenza di Berlusconi diventa un affare del governo, una questione su cui può cadere Letta, oggetto di uno scontro durissimo tra Pd e Pdl.
A quel punto, nel Pd, si stanno facendo due conti per capire se davvero conviene che un loro esponente faccia il relatore, il che equivarrebbe a un’ulteriore sovraesposizione.
Il ragionamento in casa dem è questo: noi stiamo applicando la legge, la legge si applica a Berlusconi, quindi votiamo per la sua decadenza.
Politicamente, però, un passo indietro potrebbe essere utile.
Per questo si ipotizza che a svolgere quel ruolo possa essere chiamato Benedetto Della Vedova, l’uomo di Monti in giunta, autore giusto la settimana scorsa di un piccolo “lodo” per uscire dal gap delle pregiudiziali poste da Augello.
Ma anche Sc è in maggioranza. Escluso lui, restano due alternative, scegliere l’M5S oppure l’auto incarico di Stefano.
L’ipotesi Giarrusso – Mario Michele Giarrusso, l’avvocato catanese che è capogruppo dei 5 stelle – rischia però di esasperare ulteriormente il clima.
Rimane Stefà no che affiderebbe a se stesso il mandato.
Nessuna anomalia, basti pensare che è prassi consolidata quella per cui nelle commissioni parlamentari il presidente sceglie di quali disegni di legge essere relatore.
E Stefà no che ne dice? Non dice. A domanda sul relatore risponde: “Non ci ho ancora pensato”.
Evidentemente è già entrato nella parte.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
argomento: Parlamento | Commenta »