Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
PD, CINQUESTELLE, LEGA E UDC PER LA TRASPARENZA IN AULA
La Lega rompe il fronte di centrodestra sul caso Berlusconi e si schiera contro il voto segreto in Aula sulla decadenza: “La Lega Nord – annuncia il capogruppo leghista al Senato, Massimo Bitonci – chiederà la votazione palese quando arriverà in Aula al Senato il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Su questa vicenda riteniamo che ogni partito debba assumersi in maniera limpida le proprie responsabilità davanti ai cittadini senza sotterfugi o giochi politici”.
Ieri era stato il Movimento cinque stelle (M5S) a chiedere il voto palese sulla vicenda.
Sulla richiesta di voto palese è intervenuto dalla festa dell’Udc Renato Schifani, capogruppo Pdl al Senato: “Il regolamento è chiaro e prevede il voto segreto a meno che non si realizzino nuove maggioranze anche in termini di regolamenti, ma non vi sarebbero i tempi. Sinora – ha aggiunto – la prassi è stata ampiamente violata, le regole procedurali per fortuna no”.
“Si è sempre votato con voto segreto – precisato poi a Sky Tg24 -. Credo che i parlamentari debbano essere lasciati liberi nel segreto dell’urna quando deliberano e votano su argomenti che riguardano la persona. Questo è il nostro regolamento, è stato sempre applicato così, non vedo per quale motivo possa essere modificato”.
Scontro Schifani-Latorre.
Alla festa dell’Udc a Chianciano, Schifani ha avuto un serrato e anche teso confronto con il senatore Pd Nicola Latorre, che a un certo punto ha “suggerito” che Berlusconi dia le dimissioni prima del voto del Parlamento sulla sua decadenza perchè “aiuterebbe il Paese” e sarebbe un “atto di generosità “.
Piccatissima la replica dell’ex presidente del Senato. “Le tue provocazioni confermano la volontà del Pd di soffiare sul fuoco, di rompere quest’esperienza che ha voluto Silvio Berlusconi. Siamo diversi caro Latorre. Non me ne vado solo per rispetto a questa platea”.
Dal canto suo, dopo essersi detto “esterrefatto” dalla reazione di Schifani davanti alla stessa platea, il democratico Latorre si è spinto fino ad augurarsi “che si voti con voto palese, bisogna avere il coraggio delle proprie posizioni, ancor più in passaggio così delicato. So bene quello che prevede il regolamento: il voto palese sarebbe un segnale importante perchè in un momento così delicato tutti devono prendersi le proprie responsabilità “. Latorre si è poi detto “assolutamente tranquillo, il Pd è compatto su questo”.
Dello stesso avviso il senatore Udc Pier Ferdinando Casini: “Il regolamento del Senato è inequivocabile e prevede voto segreto. Sotto il profilo personale mi augurerei la trasparenza di un voto palese perchè è giusto che in quella sede ciascuno si assuma la propria responsabilità , in Senato, davanti agli italiani”.
Alla festa nazionale dell’Udc c’era anche il ministro della Difesa, Mario Mauro, che ha definito una “farsa” quella costruita da Pdl e Pd attorno al caso Berlusconi: “Se non vogliono più il governo Letta, se ne assumano la responsabilità di fronte a famiglie e imprese”.
“No al voto segreto in aula del Senato sulla decadenza di Berlusconi” anche da Antonio Di Pietro, direttamente dalla festa dell’Idv.
“Chi non ha il coraggio di votare palesemente – ha detto l’ex pm – che cosa ci sta a fare in Parlamento? Abbiano la dignità di rinunciare alla segretezza del voto”.
Ancora dalla festa dell’Udc, un altro membro del governo, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, predica “serenità e rispetto della legge”.
“Non dobbiamo avere paura della verità , dobbiamo andare fino in fondo ma dopo aver fatto tutto” evidenzia il ministro intervenendo sul caso Berlusconi.
“Io sono stata firmataria con entusiasmo della legge Severino”, ricorda la Cancellieri, sottolineando come, essendo la sua prima applicazione, la legge “va discussa e soppesata” concernendo anche un leader di un grande partito.
E nel caso in cui la Corte europea accogliesse le ragioni del ricorso presentato da Berlusconi, “il governo italiano – ha assicurato Cancellieri – trarrebbe le conseguenze e si difenderebbe con la massima fierezza”.
Dalla Festa di Scelta civica, in corso invece a Caorle, il senatore Pd Felice Casson ha escluso di poter diventare il nuovo relatore sul caso Mediaset in giunta nell’eventualità che dal voto di mercoledì sulle pregiudiziali derivino le dimissioni di Augello. Secondo Casson, “per mercoledì non ci sarà nessuna sorpresa nel voto in giunta”. “Direi che i giochi sono fatti – ha aggiunto – nel senso che i temi sono stati sviscerati. La materia è molto chiara, la Costituzione è chiara e la legge è molto chiara. E quindi si voterà per passare alla fase successiva per la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore”.
“Non credo che si tratti di definire tempi lunghi o corti, ma di definire un processo nel rispetto dei regolamenti, quindi, anche del diritto di difesa”.
Così il presidente della Giunta per le elezioni del Senato, Dario Stefano. “Credo che non sia necessario spingere sull’acceleratore in una procedura fine a se stessa, ma sia necessario assumerci la responsabilità di essere rigorosi, seri e nel rispetto della legge”.
“Mercoledì – ha continuato Stefano – è una giornata in cui proseguiremo un procedimento avviato già da qualche settimana, ovvero nello spirito della legge Severino immediatamente dopo la notifica di una sentenza da parte del Tribunale di Milano. Eviterei di caricare però quella data e quell’appuntamento di significati eccessivi, se non quelli di un procedimento che stiamo realizzando all’interno di un recinto di regole e procedure che dobbiamo ossequiare per rendere la decisione più seria”.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
LO SCRUTINIO SEGRETO TERRORIZZA IL PD… E IN SCELTA CIVICA C’E’ GIA’ CHI TRATTA
Denis Verdini, fidato “contabile” di Arcore, ha stupito anche un inguaribile ottimista come Silvio
Berlusconi: «Presidente, in Aula c’è il voto segreto. Non avranno i numeri per farti decadere, ce la possiamo fare».
Previsione a dir poco azzardata, sulla carta, perchè per ribaltare un’espulsione che appare certa dovrebbe convincere decine di senatori.
Quarantatre, per la precisione.
Numeri alla mano, infatti, la somma dei parlamentari di Pdl (91), Lega (16) e Gal (10) si ferma a quota 117.
La maggioranza è 161. Ma visto che il Presidente non vota, per salvare il leader del Pdl servono 160 schede a favore di Berlusconi.
Vetta impervia, certo, eppure ad Arcore puntano a fare proseliti nel campo avverso.
Nel partito del “non voto” e fra i peones incupiti dal rischio delle urne, ma anche fra gli inquieti di Scelta civica e in un Pd ancora sotto choc per i 101 che affossarono Romani Prodi.
Il veleno scorre copioso, tra gli scranni di Palazzo Madama.
E i grillini hanno gioco facile a gettare ombre sul partito delle largheintese.
Sentite il capogruppo Nicola Morra: «Noi chiederemo il voto palese, vedremo se il Pd ci sosterrà . Altri, e non il M5S, hanno il problema della doppia verità . Per noi Berlusconi era già ineleggibile, ma non per il Pd. Almeno ci mettano la faccia».
Parole dure e un pizzico di propaganda, forse.
Eppure nel Pd il terrore di urne infauste è reale e cresce ora dopo ora.
Due giorni fa, a Montecitorio, il ministro Graziano Delrio sussurrava: «Non dobbiamo dare a Berlusconi il tempo di organizzarsi…».
Se Berlusconi decidesse di non dimettersi, sfidando l’Aula, tutti guarderebbero a eventuali franchi tiratori dem: «Occhi aperti — avverte Pippo Civati — ma non voglioneanche immaginare che tornino i 101. Sarebbe la fine del Pd. Non reggeremmo».
L’incubo peggiore, però, è un altro.
Prevede un blitz dei cinquestelle nel segreto dell’urna e un clamoroso sostegno dei grillini al Cavaliere.
Ugo Sposetti non si nasconde: «I dalemiani pronti a sostenere Berlusconi? A parte che io sono migliorista, ma comunque chi lo dice è un mascalzone. Il Pd non ha alcun interesse a fare una cosa del genere».
Piuttosto, domanda l’ex tesoriere dei Ds, «chi vuole destabilizzare la politica italiana e il governo?».
La risposta non si fa attendere: «Il M5S. Ecco, secondo me sono pronti a salvare il leader del Pdl. È lo stesso schema di vent’anni fa, quando Lega e MSI salvarono Craxi».
Mentre il Partito democratico è alle prese con il pallottoliere, dalle parti di Arcore si alimenta una fiammella che sembrava già spenta.
Il sottosegretario Michaela Biancofiore è tra quelli pronti a scommettere sulla “conversione” in Aula: «Pd e Giunta sono fuori legge e vogliono decidere prima di eventuali ricorsi?
Vogliono bruciare Berlusconi come Giordano Bruno? Bene, penso che fra i democratici ci siano persone intellettualmente oneste pronte a votare in Aula contro la decadenza».
E poi c’è Scelta civica. Può contare su venti, preziosissimi voti.
Nulla è ancora deciso, ma a molti non è sfuggito l’attivismo di Pier Ferdinando Casini.
Il leader dell’Udc coltiva il confronto con i mille ambasciatori di via dell’Umiltà . Come lui, anche il ministro Mario Mauro.
Di certo, i due possono contare su sette o otto senatori e continuano a predicare il verbo della stabilità di governo.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL VOTO FINALE A META’ OTTOBRE
Il Pdl accetta il calendario. Il primo voto sulla decadenza di Berlusconi ci sarà mercoledì 18 settembre, dopo le 20 e trenta. Probabilmente nella notte.
Dopo altre sedute tra lunedì e martedì.
Attenzione: sarà solo il voto sulla relazione di Andrea Augello, il relatore pidiellino che si è dichiarato contro la decadenza e contro la legge Severino e che oggi si dice convinto che «Berlusconi non si dimetterà ».
Per i due voti davvero determinanti sull’effettiva decadenza dell’ex premier da senatore bisognerà aspettare la prima settimana di ottobre per il voto in giunta e quelle immediatamente successive per l’aula. Grosso modo saremo a metà ottobre
C’è voluta non solo un’altra seduta a Sant’Ivo alla Sapienza per deciderlo, ma soprattutto un mini tavolo tra i big del Senato – i capigruppo Pdl Schifani e Pd Zanda – per respingere le ultime resistenze dei berlusconiani che chiedevano almeno di arrivare a giovedì.
Alla fine si è chiuso su mercoledì.
Da Barletta il presidente del Senato Grasso parla di «una condivisione di tempi e di regole per portare avanti quello che è nelle cose».
Zanda di «un risultato raggiunto in modo equilibrato ».
Il cappello politico ce lo mette il segretario del Pd Epifani: «Oggi sono più rasserenato, sono contento che si sia raggiunta un’intesa». Poi: «La legge è uguale per tutti».
Un preannuncio del risultato del voto. L’M5S avrebbe voluto andare a oltranza, ma alla fine accetta l’intesa perchè «24 ore non cambiano nulla, l’importante è che ci sia una data certa » (Crimi).
Si sblocca l’impasse, questo conta.
Il presidente della giunta per le immunità Stefà no già indica il prossimo cammino: «Bocciata la relazione Augello, nel giro di pochi minuti sarà nominato un nuovo relatore all’interno della maggioranza che si è creata, quindi ci saranno 10 giorni per l’udienza pubblica. Il senatore Berlusconi potrà difendersi di persona o tramite i suoi legali».
Sempre Stefà no: «È presumibile che questa udienza dove, se lo chiederà , sarà sentito anche Berlusconi, si metterà in Rete»
Non è notizia da poco quest’ultima. Perchè il Cavaliere potrebbe sfruttare l’occasione per rendere pubblico tutta la sua “collera” contro la Severino e contro i giudici.
Quella legge tratteggiata come «incostituzionale e contraria alle norme europee» dal relatore Augello che la prossima settimana finirà il suo mandato.
Stefà no potrebbe scegliere come nuovo relatore la Pd Doris Lo Moro, ex giudice ed ex sindaco Pd di Lamezia Terme
Una legge che già ieri, in giunta, è stata pienamente sdoganata da Felice Casson, in una vera e propria contro relazione che ha raggiunto le 40 pagine.
La voce opposta a quella di Augello.
Cos’è la Severino? «Nè una sanzione penale, nè amministrativa, per cui non si pone il problema della retroattività ».
Ancora: «Una legge in linea con la Costituzione e con il diritto europeo».
Quindi non ha alcun fondamento l’idea di sottoporla al giudizio della Consulta, nè tantomeno quella di rinviarla alla Corte di giustizia del Lussemburgo, perchè è dimostrato da decisioni e sentenze che il diritto europeo ammette autonome scelte nazionali sul piano della candidabilità . In ogni caso, secondo Casson, la giunta per le immunità non è titolata a sollevare nè conflitti, nè altro, come dimostra la storia stessa delle giunte tra Camera e Senato.
Liana Milella
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
IL REGOLAMENTO DE SENATO IMPORREBBE A TUTTI I PARTITI DI PUBBLICARE I LORO CONTI SU INTERNET
Trasparenza? No grazie. 
Nonostante scandali e proteste sui costi della politica, i partiti ancora non si sono messi in regola con le nuove norme approvate mesi fa che impongono la pubblicazione on line delle spese dei gruppi parlamentari.
Lo rivela un’inchiesta del settimanale ‘l’Espresso’ nel numero in edicola venerdì 13 settembre.
Mancano all’appello i conti del Pdl e della Lega. Compito in bianco anche per Scelta Civica.
E perfino i Cinquestelle, sbarcati in parlamento cavalcando le campagne anticasta, si sono adeguati all’andazzo generale: i conti restano nei cassetti .
Come rivela ‘l’Espresso’, solo il Pd e il gruppo dei partiti autonomisti (altoatesini, valdostani e altri minori) hanno messo in rete sul loro sito internet il dettaglio delle spese dei primi quattro mesi della legislatura, da marzo a luglio.
Questo, infatti, è quanto prevede il nuovo regolamento approvato dal Senato, il 16 gennaio, in piena campagna elettorale.
Ogni quadrimestre, recita la norma, ciascun gruppo deve pubblicare in rete “gli estremi dei mandati di pagamento, assegni e bonifici bancari”.
Le disposizioni del Senato sono molto più stringenti (chissà perchè) rispetto a quelle sulla stessa materia varate dalla Camera solo un paio di mesi prima (novembre 2012). A Montecitorio è sufficiente presentare un resoconto annuale della gestione del gruppo, accompagnato dall’ok formale di una società di revisione.
Non è invece richiesta la pubblicazione online dei giustificativi di spesa, obbligatoria al Senato.
Queste regole sono però rimaste in buona parte lettera morta, visto che la maggioranza dei partiti ha pensato bene di far finta di niente.
E così, alla voce trasparenza del sito “PdlSenato” non c’è niente che faccia riferimento al rendiconto di entrate e uscite.
Idem per quanto riguarda Scelta Civica.
E il gruppo Grandi Autonomie e Libertà , meglio noto come Grande Sud, alla voce amministrazione ha messo in rete una pagina vuota.
Dai numeri del rendiconto si scopre invece che il gruppo dei senatori Pd ha speso un milione e 350 mila euro alla voce stipendi e contributi dei 46 dipendenti (più sette collaboratori) del gruppo.
Poi ci sono le spese varie. Alla voce “auto presidente” sono associate uscite per oltre 2 mila euro tra metà marzo e fine luglio.
Per presidente si intende con ogni probabilità il capogruppo Luigi Zanda.
Vittorio Malagutti e Andrea Palladino
(da “l’Espresso“)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
OGGI NUOVA RIUNIONE SULLE DATE… SI VOTERà€ A METà€ OTTOBRE: TEMPO UTILE PERCHà‰ I BERLUSCONES TROVINO I 44 SENATORI NECESSARI A SALVARE IL CAVALIERE
Ci hanno messo due ore per stilare il calendario e, dopo le due ore, il calendario non c’era. 
L’incertezza è l’unica certezza per la Giunta del Senato che può far decadere o salvare lo scranno di Silvio Berlusconi.
Infastidito (e chissà se pentito) per la retromarcia di martedì sera, il Partito democratico — assieme al Movimento Cinque Stelle — ieri ha cercato di bruciare i tempi, compresa la relazione di Andrea Augello, e aveva indicato il voto per lunedì o martedì. Ma il Pdl voleva 15 giorni di discussioni: niente unanimità , niente accordo.
Oggi seduta nel pomeriggio, ci riprovano. Ma per l’esito finale si dovrà aspettare metà ottobre: l’aula di palazzo Madama si esprime a scrutinio segreto, ai berlusconiani mancano 44 senatori.
C’è spazio e modo per la caccia al franco tiratore, specialità del Cavaliere.
Torniamo negli uffici di Sant’Ivo alla Sapienza, magnifica sede in cui i 23 senatori in Giunta hanno trascorso e trascorreranno parecchie ore.
Il socialista Enrico Buemi, eletto con i democratici, ne aveva calcolato una quindicina per bocciare o promuovere il testo di Augello infarcito con le pregiudiziali ribattezzate in preliminari, cioè i tre tentativi di girare la gestione all’esterno fra Corte di Lussemburgo e Corte Costituzionale .
Il Movimento Cinque Stelle è disposto a lavorare anche nel fine settimana, dunque oggi, domani e anche domenica se occorre. Il Partito democratico, stavolta in sintonia con Scelta Civica, ha preferito non esagerare e indicare lunedì o martedì.
Oggi sapremo.
Chiusa la parentesi di Augello, la maggioranza dovrebbe nominare un proprio relatore e la decadenza, almeno in Giunta, sarebbe sancita in una settimana, l’ultima di settembre.
A quel punto, ci sarà un’attesa, e si pronostica spettacolare, riunione pubblica con Berlusconi in persona o un suo legale rappresentante, ma non Niccolò Ghedini perchè parlamentare.
Ci sono al massimo dieci giorni di riflessioni e burocrazia prima di comunicare la decisione a palazzo Madama.
Qualcuno ipotizza che il Pdl potrebbe far allungare l’agenda chiedendo ulteriori dieci giorni: esiste un cavillo nel regolamento, ci possono riuscire.
Ricevuta la posta dai colleghi in Giunta, la prima o la seconda settimana di ottobre, il presidente Pietro Grasso potrebbe convocare i 321 senatori, compresi i sei a vita, per le votazioni su Berlusconi.
Ma si sovrappongo due date: il 15 ottobre finisce la finestra elettorale per l’inverno, poi se ne riparlerebbe nel 2014; il 19 la Corte d’Appello di Milano inizia a ricalcolare la pena accessoria ai quattro anni di condanna in Cassazione per il Cavaliere.
Ora queste sono ipotesi, anche ottimistiche, con tanti “se”: se il Pdl non s’inventa nuova arzigogoli procedurali; se non minacciano di mandare a casa Enrico Letta; se non monita il Quirinale; se il Pd non risente le pressioni.
E al Senato, ammesso che siano tutti presenti e tutti siano intenzionati a votare, lo scudo del Cavaliere parte da 117 voti.
La maggioranza è quota 161 e i berlusconiani proveranno la caccia dei 44 dai democratici ai centristi di Monti, nessuno escluso.
Il voto è segreto. E gli agguati, da Romano Prodi in giù, non sono fenomeni improbabili da quelle parti.
Anche perchè l’addio parlamentare di Berlusconi potrebbe provocare tanti addii e tanti sommovimenti interni ai partiti rivali o alleati di governo.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA O DOPO CHE LA CORTE D’APPELLO RICALCOLI L’INTERDIZIONE ?
“Initium sapientiae timor domini”. Sull’altare di Sant’Ivo alla Sapienza, onnipresente nelle cronache di questi giorni non per la cupola di Borromini o per lo splendido cortile di Giacomo della Porta, ma per la concomitanza con i locali della Giunta delle elezioni del Senato, campeggia un’incisione che suona come monito per i commissari che stanno decidendo le sorti di Silvio Berlusconi.
Che oggi sono tornati a dividersi, con Pd e M5s che spingono per arrivare al voto sulla relazione di Andrea Augello già martedì e il Pdl, che aveva proposto uno spostamento di due settimane, su tutte le furie.
Alla fine si voterà tra mercoledì e giovedì. Ma, superata la confusa fase delle schermaglie procedurali, la strada che porta all’allontanamento del Cavaliere dall’emiciclo di Palazzo Madama appare inequivocabilmente segnata.
Gli allibratori di Palazzo hanno concentrato le proprie scommesse su un nuovo tema: sarà il voto politico dell’Aula a decretare la decadenza del leader del Pdl o la decisione della Corte d’appello di Milano, che si riunirà il prossimo 19 ottobre per ricalcolare i termini dell’interdizione dai pubblici uffici che escluderà de iure il Cav dalle aule parlamentari?
Regolamento alla mano, senza ulteriori dilazioni dei tempi la scure della politica dovrebbe precedere, anche se di poco, la mannaia delle toghe.
È previsto per domani alle ore 15.00 l’avvio della discussione della relazione di Andrea Augello.
Il senatore pidiellino ha proposto la convalida di Berlusconi nel suo seggio.
Una richiesta che, prima del voto, dovrà essere dibattuta con dovizia di particolari. Proprio per questo il regolamento prevede tempi d’intervento ampi: 20 minuti per membro, più 60 minuti finali per ogni gruppo. Il calcolo è presto fatto.
Se ognuno dei ventidue componenti e ciascuno degli otto gruppi decidesse di sfruttare appieno il minutaggio a disposizione, se ne avrà per un totale di 920 minuti, poco più di 15 ore.
Le prime cinque verranno esaurite domani, e per il voto serviranno probabilmente altre due sedute, che dovrebbero essere fissate entrambe per la prossima settimana o poco oltre.
Intorno al 20 settembre, la proposta di Augello risulterà comunque bocciata. Un nodo politico di non poco conto, che ha già messo in fibrillazione i falchi del Pdl: “In quel caso si certificherebbe la morte dell’attuale maggioranza e la nascita di un equilibrio alternativo”, hanno tuonato in coro Renato Brunetta e Daniele Capezzone.
Se si aprirà o meno la crisi è presto per dirlo. Di sicuro sarà quello il primo vero voto politico dirimente per le sorti del governo.
I governisti di entrambi gli schieramenti saranno interessati a far slittare di qualche giorno la decisione sulla proposta di Augello.
Più ci si avvicina al 15 ottobre, data della chiusura della finestra elettorale d’autunno, più sarà complicato per il Pdl arrivare in tempo allo scioglimento delle Camere per arrivare ad un voto a novembre, e tutto sarebbe rimandato ai primi mesi dell’anno nuovo.
Dalla bocciatura della relazione di Augello la strada sarebbe segnata, ma le sorprese potrebbero essere dietro l’angolo.
Il presidente, Dario Stefano dovrà nominare uno nuovo relatore, scelto nella maggioranza che avrà votato contro la proposta del senatore pidiellino (dunque, verosimilmente, tra Pd, M5s e Scelta civica).
L’iter ripartirebbe daccapo, ma con tempi più brevi. Soprattutto Democratici e 5 stelle rinuncerebbero a parte dello spazio a loro disposizione: sarebbero sufficienti un paio di sedute per arrivare ad un altro voto, intorno al 25-27 settembre, questa volta avverso al Cavaliere.
La sua elezione risulterebbe tecnicamente “contestata”.
A questo punto Berlusconi avrebbe cinque giorni per presentare ulteriori elementi che dovranno essere valutati in una seduta pubblica, fissata entro dieci giorni dal voto di contestazione.
Tra la fine della prima e l’inizio della seconda settimana di ottobre – quando i tempi per andare al voto saranno ormai sfumati – avrà dunque luogo una riunione a porte aperte nella quale lo stesso Berlusconi (o un suo legale, ad eccezione di Nicolò Ghedini, anch’egli senatore e dunque incompatibile nel ruolo) avrà il diritto di essere ascoltato. Immediatamente dopo la Giunta dovrà riunirsi e trasmettera all’aula (entro venti giorni, ma i tempi, assicurano fonti interne, sarebbero in quel caso brevissimi) la decisione della decadenza del Cavaliere dal suo seggio di Palazzo Madama.
A quel punto Pietro Grasso dovrà fissare la data della seduta dell’Aula in cui, a scrutinio segreto, si sancirà ufficialmente l’allontanamento del Cav dalle aule parlamentari.
E, per anticipare i magistrati di Milano, il presidente del Senato avrà a disposizione all’incirca due settimane, fino al 17 ottobre.
C’è un codicillo, però, che potrebbe far guadagnare ancora qualche giorno sia a Berlusconi che ai teorici del dilatamento dei tempi.
Un codicillo del regolamento della giunta recita infatti: “Nell’ipotesi in cui la decisione della Giunta sia in tutto o in parte non definitiva, si riaprono i termini di cui all’articolo 15”. Si ripartirebbe, in pratica, dalla procedura prevista per la seduta pubblica.
Insomma, altri dieci giorni di tempo, forse proprio quelli ‘utili’ a far slittare il voto dell’Aula a dopo la sentenza meneghina.
Al netto di colpi di scena dell’ultimo momento, ovviamente.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
E’ COMPARSO A SINISTRA MENTRE LA SINISTRA SCOMPARIVA…UN PASSATO NELLA MARGHERITA, POI IN REGIONE NELLA GIUNTA VENDOLA, INFINE A PRESIEDERE LA GIUNTA CHE DEVE DECIDERE SULLA DECADENZA DEL CAVALIERE
Ok, le pregiudiziali sono importanti. Il relatore Andrea Augello (Pdl) ne ha presentate tre, il collega
Lucio Malan ne preferisce una singola, monogama.
Ma le pregiudiziali, in questa Giunta per le elezioni e le immunità infoltita di nuove comparse e antichi ritorni, possono aumentare senza controllo.
Per dire, ci sono almeno tre pregiudiziali sul presidente: si dice e si scrive Stefano, Stefà no o Stefanò? Urge controllare il regolamento.
Il trucco di Dario Stefà no non è il cognome, e nemmeno il ciuffo un po’ precario e un po’ ribelle e no, neppure, il colore catramato dei capelli e, non scherzate, il baffetto inciso con il righello.
Il trucco di Stefà no è l’evoluzione politica: il salentino di Scorrano, e qui non fatevi venire dubbi su dove cada l’accento, è comparso a sinistra mentre la sinistra scompariva. Un capolavoro.
Docente universitario di Economia a Lecce, dirigente di Confindustria in Puglia, imprenditore solido e non sappiamo se solidale, Stefà no ha esordito con la Margherita: consigliere regionale, capogruppo di un partito in estinzione e in fusione. A Stefà no compete l’arte di occupare il deserto, tanto qualcuno ti noterà .
E così Nichi Vendola, inguaiato per le inchieste giudiziarie dei vari Tedesco e Frisullo, fu costretto a fare un rimpasto e, per impastare bene e dialogare con i cattolici, scelse l’ambizioso Dario: assessore, Agricoltura e deleghe miste.
Il presidente, che può far decadere il senatore Berlusconi, oltre a coprire più zone del campo politico, ama farsi corteggiare, tirare un po’ di qua e un po’ di là .
Per il secondo mandato, Vendola doveva abbindolare il centro e proprio al centro, scontento di un Partito democratico troppo di sinistra, Stefà no stava per approdare.
In campagna elettorale, tre anni fa, in Puglia lo conoscevano tutti, e si chiedevano: l’ex assessore lascia il Pd e va con l’Udc?
L’autore del libro dal titolo onnicomprensivo “Come mettere un punto a capo. Diario di bordo” — presentato con Pier Ferdinando Casini in visita pastorale a Lecce, ovvio aveva fretta di rispondere: “Le biglie non sono ancora ferme. Vi farò sapere”.
E nel frattempo, però, sosteneva Adriana Poli Bortone (ex An) a Lecce e il casiniano Ferrarese a Brindisi.
Ma più oscillava, più per Vendola era necessario, non soltanto utile.
Stefà no, impresario di se stesso, costruì con mani democristiane — tanti voti, tanto potere — una lista in supporto al candidato di Sinistra e Libertà e, sempre con affascinante lentezza, si prese un pezzo di Sel.
Il governatore non poteva evitare la ricompensa: un posto per il Senato.
Proiettato a Palazzo Madama, il salentino si sentiva un po’ disperso: mollata la seggiola di assessore, tumulato il desiderio di governare col Pd, faceva dichiarazioni a caso.
Un giorno chiese la parole in aula. Era serio, contrito, quasi in ascesi. I colleghi fecero silenzio. E disse: “La tipografia non stampa più i cosiddetti bollettini e questo disservizio lede le prerogative parlamentari”. Non s’era ambientato bene.
Pazienza, però. Perchè Stefà no ha i suoi tempi.
La divisione aritmetica di poltrone e poltroncine ha catapultato l’ex Margherita in Giunta per le Elezioni e le Immunità : non semplice componente, addirittura presidente.
Ha debuttato giurando: “Saremo all’altezza del Paese”. Poi gli è scoppiato tra i piedi il petardo Berlusconi. E ha reagito: “Andiamoci piano: non è che io schiaccio un bottone e, puff, mi scompare il nemico, come fossimo alla Playstation”.
Ascoltata la sentenza di condanna in Cassazione, tra interviste e interventi, s’è fatto avanti, s’è fatto vedere.
Come a dire: eccomi, ci sono. È il momento.
Ha promesso: “Ci metteremo un mese”. Lunedì sera le telecamere erano attratte da quest’uomo di Scorrano e lui sorrideva, s’avvicinava e forse ricordava le fotografie fra le vigne in Salento o con Michele Placido e Lino Banfi che colorano l’aggiornatissimo sito ufficiale.
Bruno Vespa l’ha convocato a Porta a Porta e lui, rigoroso e puntuale, ha interrotto la Giunta (casualità ?) e si è fiondato negli studi Rai.
Poi s’è sentito pure insultare. Alessandro Sallusti l’ha definito un comunista.
Carlo Tecce
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Settembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO IL MURO CONTRO MURO, IN SENATO SI DECIDE DI PROSEGUIRE CON LA DISCUSSIONE GENERALE: OCCORRERANNO ALTRI DIECI GIORNI
Sembrava davvero Giunta l’ora di Silvio Berlusconi e, per ritorsione, di Enrico Letta.
Per una decina di ore il muro contro muro democratico denunciato da Renato Schifani,aveva retto senza segni di crepe.
In serata, però, già ai primi ingressi e ai primi ghigni, s’era capito che non si sarebbe votato nulla e che la decadenza del senatore di Arcore, eletto in Molise, sarebbe scivolata a nuove sedute e nuovi calendari.
Faceva sospettare il mesto arrivo del sempre loquace Dario Stefà no, il presidente di Sel.
Ci vuole la solita passerella del socialista Buemi, verso le 22, per avere la certezza: “Ci vogliono almeno 920 minuti per votare. dice facendo calcoli empirici e volutamente spettacolari — Andiamo concordi verso una discussione sul merito”.
Augello s’è preso una rivincita: nessuno ha toccato le pregiudiziali, il confine che il Pdl aveva delimitato per percepire la disponibilità dei democratici, e si ricomincia quasi da zero con una decina di giorni in più. E un po’ di spazio per dialoghi e trattative varie.
Chissà se avranno influito di più le pressioni dei berlusconiani, le minacce a Palazzo Chigi oppure la “convivenza nazionale” evocata da Giorgio Napolitano.
La giornata s’è aperta come se non si fosse mai conclusa la seduta di lunedì. I
l Partito democratico non s’era mosso di un millimetro, deciso, fermo: le pregiudiziali di Augello, che rinvierebbero la pratica altrove, vengono votate (e respinte) insieme.
I rappresentanti pd in Giunta si sono riuniti a mezzogiorno. Hanno fatto in fretta, non c’era nulla da aggiungere e nulla da eccepire.
Quasi in contemporanea, il Pdl ha convocato i suoi senatori: speranze azzerate, si va in guerra o, peggio, in campagna elettorale Quirinale permettendo.
Da Renato Brunetta a Daniela Santanchè, tutti, affilavano le lame per l’incontro fissato per questo pomeriggio fra il Cavaliere e i gruppi parlamentari.
Il Gran Consiglio — prontamente cancellato — per decretare la fine del governo Letta con una schiumosa rabbia di contorno.
Qualcosa sarà successo. E non va ricercato nell’incompiuto tentativo di Lucio Malan, il biondo berlusconiano, di presentare una quarta pregiudiziale.
Il Partito democratico ha iniziato a indebolire il muro quando ha accettato la retromarcia tattica di Augello: le pregiudiziali diventano preliminari e confluiscono nel testo finale. In soldoni: il Pd asseconda le richieste del Pdl e provoca uno slittamento, forse minimo e non determinante per le sorti di Berlusconi, ma comunque uno slittamento che fa ricomparire un’intesa fra gli alleati di governo e isola il M5S.
Non finisce qui, però.
Perchè l’agognata relazione di Augello è un cantiere che si alimenta di pagine e appunti: ieri ha letto una postilla di 25 pagine, un’integrazione contro la legge Severino, ma non s’intravedono le conclusione.
Il relatore non dice se il senatore Berlusconi va fatto decadere o va salvato e così, sfruttando un caso che fa “giurisprudenza”, dicono, ci si arrampica per un sentiero sconosciuto e lunghissimo. L’ex magistrato Casson se ne lamenta: “Augello non fa le conclusioni”.
Le farà , poi, e saranno “dubitative”: propone la decadenza con astuzia perchè legata a una serie di pareri esterni, cioè o della Corte di Lussemburgo o della Corte Costituzionale.
Ma i democratici avevano l’occasione per evitare la melina Pdl: potevano applicare il regolamento, come avevano puntualmente precisato e spiegato lunedì, bocciare le pregiudiziali e costringere Augello a una ritirata immediata con le dimissioni.
Potevano prendere la guida in Giunta, nominare un relatore di maggioranza e serrare qualsiasi via di fuga per il Cavaliere.
Avevano un’occasione, una da chiudere la partita, e l’hanno sprecata goffamente.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 10th, 2013 Riccardo Fucile
ECCO TUTTO QUELLO CHE PUO’ ACCADERE
Augello amico o nemico di SB (Silvio Berlusconi)?
Augello abile avvocato o sprovveduto relatore?
Un Augello che sopravvive o un Augello che chiude la partita in quattro ore di relazione? Augello ha azzeccato la mossa giusta o ha precipitato se stesso e il Pdl verso la crisi?
Un fatto è certo. Comunque avesse parlato Augello, niente avrebbe fermato, o potrebbe fermare domani, e nei prossimi giorni, o nelle prossime (poche) settimane, il cammino della decadenza in giunta.
Per una semplice ragione. SB si può salvare solo se la legge Severino cade.
Se la legge sopravvive a se stessa, SB chiude la sua storia di senatore. E quella di futuro parlamentare.
Se vince la Severino, Berlusconi perde.
Il teorema è matematicamente semplice, ma anche drammaticamente chiaro.
Per capirlo – contro ogni regola storico-giornalistica – partiamo dalla previsione di cosa accadrà stasera alle 20, anzichè cominciare dalla cronaca di ieri.
Che succede se il Pdl diserta la seduta per fermare la giunta?
Accade solo che la giunta va avanti senza quelli del Pdl. Il numero legale è garantito dalla metà più uno dei componenti. Pd-M5S-SeL-Sc fa 14 contro 9. Quindi non c’è storia.
Che succede se la nuova maggioranza (Pd, M5S, Sel, Sc) boccia le tre pregiudiziali di Augello?
Non ci sono dubbi su come andrà a finire stasera. Le tre proposte del relatore Andrea Augello saranno stoppate. Tutte e tre assieme. In un colpo solo. Per mano della nuova maggioranza dopo una brevissima discussione. Ciò vorrà dire che la legge Severino ha passato il suo primo vaglio parlamentare. Che una giunta per le elezioni e immunità , nel pieno delle sue funzioni, ha stabilito dopo un voto non risicato, nè di stretta misura, che la legge è applicabile. Che non deve fare alcun tagliando. Nè in Europa, nè in Italia. Di più, quel voto vorrà dire che la giunta non è titolata a promuovere quei ricorsi.
E dopo questo en plein la Severino sarà sdoganata e acquisterà la forza per contrapporsi a SB e per determinare il suo allontanamento dal Senato?
Dopo 40 giorni di discussione sui pregi e sui difetti della Severino, sulla sua negata costituzionalità , tutto svanirà come in un bolla di sapone e si andrà a discutere del caso concreto, di SB e della sua decadenza.
Ha fatto la mossa giusta Augello nel presentare le tre pregiudiziali? Era un passo obbligato? O poteva farne a meno e andare direttamente alla proposta sulla decadenza?
Diciamo la verità . In questi giorni, chiamando Augello, lo si sentiva rispondere nel seguente modo: «Io sono il relatore. Quindi non posso ignorare quanto sostiene la difesa. Devo tenerne conto». Il punto è qui. Se Augello fosse stato del Pd, e non del Pdl, forse avrebbe potuto buttare nel cestino tutti i dubbi di SB sulla Severino. Quelli dei costituzionalisti. Quelli dello studio Ghedini contenuti nel ricorso a Strasburgo. Quelli del Pd dicono che «Augello ha fatto l’avvocato difensore di SB».
Il Pdl ha fatto i complimenti ad Augello?
Non se ne ha notizia.
Quali sono i tre argomenti forti di Augello?
Il relatore porta sentenze per provare che la giunta è un “giudice” e può sollevare questioni di costituzionalità . Cita articoli della Costituzione (10) per dire che la Severino li viola. Cita le norme Ue per dimostrare che la legge è in contrasto e deve essere rinviata in Lussemburgo.
Ci sono nella relazione frasi di Augello filo- SB?
Di sicuro c’è un’impostazione che agevola la difesa di SB. Pur se punteggiata da ricorrenti espressioni come «sforzo effettuato con lealtà ». Da segnalare questo passaggio: «Il relatore si rende perfettamente conto che esigenze e pressioni di tipo politico incombono su ciascun componente della giunta e questo non giova alla serenità delle valutazioni». Passaggio importante: la Severino è come l’interdizione, quindi va considerata come conseguenza penale, quindi non può essere retroattiva.
La sua scelta strategica comporterà un’accelerazione o una decelerazione sulla decadenza di SB?
Nei fatti l’impostazione di Augello accelera la decadenza. Per due motivi. Innanzitutto mette in mostra e consolida la maggioranza Pd-M5S-Sel- Sc. Poi fa precipitare subito il voto.
Augello farà ancora il relatore o sarà costretto a lasciare l’incarico dopo il voto sulle pregiudiziali?
Durante il suo discorso Augello ha detto: «Non sono un uomo per tutte le stagioni. Se mi bocciate mi dimetto». Il vice presidente Pdl Giacomo Caliendo lo ha interrotto con un «poi vedremo, poi vedremo». Quando è uscito dalla giunta Augello ha cambiato idea: «Potrebbero chiamarmi a fare una proposta conclusiva che porterebbe a un voto e ad aprire la procedura di contestazione». Quindi Augello pensa di superare il no alle pregiudiziali, ma la maggioranza è del parere opposto, lo vuole bocciare già oggi e sostituirlo con un altro.
Perchè su tre pregiudiziali è possibile fare un solo voto?
È stato il presidente Dario Stefà no a stroncare il dibattito. «Se ci sono delle pregiudiziali si applica l’articolo 93 del regolamento del Senato che prevede un solo voto». Ira furibonda di Caliendo: «Non scherziamo, quello riguarda gli ordini del giorno». Protesta isolata. Si va avanti così.
È vero che l’obiettivo del Pdl è prendere tempo solo per agganciare la Corte di appello sull’interdizione, e a quel punto non ricorrere in Cassazione e strappare la grazia a Napolitano?
È un dubbio che da ieri serpeggia in giunta. Ma i tempi non sono compatibili. Se la maggioranza oggi vota le pregiudiziali, poi nomina un altro relatore e dà a SB due settimane per la sua difesa, siamo a fine settembre e tutto si può chiudere in una settimana. Certo, poi manca il voto dell’aula. E ci si arriverebbe proprio mentre a Milano si riunisce la Corte di appello.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
argomento: Giustizia, governo, Parlamento | Commenta »