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ALFANO INCONTRA I DISSIDENTI PDL CHE SAREBBERO ARRIVATI A SETTANTA

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

PER ADESSO NESSUNA DECISIONE E’ STATA ANCORA PRESA SULLA COSTITUZIONE DEI GRUPPI AUTONOMI

“Due classi dirigenti incompatibili”. La chiosa sulla giornata di ordinaria follia del Pdl porta la firma di Gaetano Quagliariello.
Per tutta la serata, infatti, è stato annunciato un incontro tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. Il ministro dell’Interno, però, si è presentato alla riunione dei dissidenti e non a palazzo Grazioli, anche se si rincorrono le voci di una sua “estrema proposta” al Cavaliere (che è rimasto per tutta la sera nella sua residenza in compagnia dei fedelissimi Ghedini, Letta, Biancofiore, Brunetta).
L’obiettivo del vicepremier, a quanto pare, sarebbe quello di far saltare definitivamente il banco all’interno di Forza Italia.
QUANTI DISSIDENTI?
Alfano non si è presentato a palazzo Grazioli ed è andato invece alla riunione dei dissidenti, in compagnia degli altri ministri Pdl (ad eccezione di Nunzia Di Girolamo). In ogni caso, l’operazione degli ‘scissionisti’ è già  pronta: basta l’ok di Alfano e si parte. Sui particolari della fronda mancano solo i dettagli.
L’attivissimo Fabrizio Cicchitto, infatti, ha chiesto e ricevuto il via libera per la nascita delle nuove creature politiche del centrodestra diviso.
Con nomi e numeri ancora in divenire, i dissidenti hanno dunque deciso di vedersi per stabilire una linea comune. E lo hanno fatto in tarda serata al Montecitorio meeting center, di fronte alla sede della Camera.
Il primo a dare i numeri è stato Cicchitto alla Camera: “Parlo per almeno 20 senatori e 20 deputati” ha detto l’ex socialista, che al contempo ha allontanato ogni ipotesi di ricomposizione anche perchè il “Pdl sembra un ospedale psichiatrico”.
Più ottimistiche le stime di Formigoni: “Siamo partiti da 25 deputati e 25 senatori, ora siamo più di 70″.
A far da contraltare la presa di posizione del ministro dell’Agricoltura Nunzia De Girolamo, che ha detto di non saper nulla della formazione dei gruppi autonomi e di rimanere fedele a Silvio Berlusconi.
GRUPPI “FANTASMA”
Sarà  così? Un fondo di verità  c’è, ed è legato ancora una volta alla nascita dei fantomatici gruppi autonomi, al ruolo avuto da Cicchitto, ai tempi dell’operazione e a come questa è stata comunicata a chi vi ha aderito.
A quanto pare, sarebbe stata tutta colpa di una fotocopia.
La ricostruzione è degna di un romanzo d’appendice. In mattinata ai piani alti di Montecitorio arriva un foglio fotocopiato con l’annuncio della costituzione di un nuovo gruppo sottoscritto da 24 deputati provenienti dalle file pidielline.
E sulla base di questa fotocopia Cicchitto chiede di intervenire dopo Epifani in dichiarazione di voto. In rappresentanza del nuovo organismo. Infatti Cicchitto interviene.
Ma la fotocopia, nel frattempo, scompare. Senza che venga sostituita da nessun documento ufficiale.
Le versioni sul perchè divergono: c’è chi dice che non si è voluto forzare la mano prima che si prendesse analoga decisione anche al Senato e c’è chi dice che forse è meglio aspettare la decadenza del Cavaliere dal mandato di parlamentare prima di fare uno strappo del genere.
Chi aveva firmato glissa, dicendo che in realtà  non c’era ancora nulla di deciso. S
i arriva così all’incontro notturno dei dissidenti, fatto apposta per confrontarsi e ufficializzare la costituzione dei nuovi gruppi.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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LE LACRIME DI VERDINI: “SILVIO, SE VOTI LA FIDUCIA SIAMO MORTI, NON FARTI UMILIARE”

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

E ANGELINO NON RISPONDE PIU’ AL TELEFONO AL CAPO

È davanti alla resa che Denis Verdini ha gli occhi bagnati di pianto: “Se voti la fiducia — dice a Berlusconi — siamo morti. Silvio, fidati, non farti umiliare”.
Il più duro, tre ore di sonno, foglio di carta alla mano con i numeri che non tornano più, è in una stanzetta con Berlusconi.
È appena uscito Paolo Romani, il mediatore, che alle 12,30 cammina in Transatlantico rassicurando che il Cavaliere ha di nuovo cambiato idea: “Farà  a breve una dichiarazione in Aula lui, per dire che vota la fiducia”.
Sono le parole di Romani che il Cavaliere ripete a Denis: “Rischiamo l’isolamento, a questo punto dobbiamo votare la fiducia”.
L’ultima valutazione, sbagliata, del Cavaliere è che votando la fiducia si ferma l’operazione dei gruppi autonomi. E si rallenta la scissione.
Esausto, appannato nei pensieri, Berlusconi cambia idea ogni minuto.
Perchè per la prima volta è iniziata la frana.
Alla riunione mattutina, su 90 senatori ce ne sono solo 60. Circola un documento a favore del governo con 23 firme in calce raccolte dall’ex ministro Sacconi.
Verdini, l’uomo delle conte impossibili, l’eroe del 14 dicembre è una maschera di ghiaccio: “Stamattina erano 16 — sbotta — si sono spostati tutti i calabresi”.
Via Scopelliti, tradimento imprevisto.
Il Sud del Pdl è all’asta: “Se andiamo dritti sulla sfiducia — dicono le colombe a Berlusconi — arrivano a trenta, anche di più”.
Sono i siciliani, tutti messi in lista da Renato Schifani a giocare su più tavoli.
Il capogruppo assicura al Cavaliere che rimarrà  con lui. Ma i suoi sono in uscita. Verdini ha gli occhiali incollati sulla testa. Ha passato la mattinata a “massaggiare” gli indecisi: “Silvio, così è la resa. C’è una maggioranza senza di noi, ma non regge. Se ci accodiamo siamo irrilevanti. Ragiona. Questi il gruppo lo fanno e si portano dietro tutti i ministri. Che ca… votiamo a fare il governo? Come lo spieghiamo al tuo popolo? Perchè tu, Silvio un popolo ce l’hai.”
Gli occhi di Verdini sono bagnati.
Berlusconi compulsa nervosamente il telefonino. Alfano non risponde. Non lo fa da ore.
Ogni tentativo a vuoto è una pugnalata. Nell’ora più difficile si sente solo.
Angelino sta tradendo. Con “Casini”, Con i centristi.
Per la prima volta sente che gli manca la forza della rabbia. Non accusa.
A Maria Rosaria Rossi dice che ha voglia di tornare a Milano per staccare un attimo. Ma attorno sta franando tutto.
Quando arriva alla Camera, Cicchitto ha già  depositato l’elenco degli scissionisti. Per il nuovo gruppo.
Ci sono tutti gli ex ministri. I numeri dicono che alla Camera sono dodici. Al Senato 23.
Quando il Cavaliere riunisce i gruppi parlamentari ritrova un sussulto di rabbia: “Con Alfano segretario — dice — siamo arrivati al 12”. Ma la botta fa ancora male.
Il voto di fiducia non ha fermato nulla.
È stata una resa. La prima, vera resa.
Quella che per la prima volta ha fatto piangere il più duro.

(da “Huffingtonpost”)

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ALFANO FORMA IL GRUPPO ALLA CAMERA, ECCO I NOMI

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

CI SONO TUTTI I MINISTRI, SAREBBERO GIA’ 26

La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha accettato la richiesta avanzata da diversi deputati del Pdl, con primo firmatario Fabrizio Cicchitto, per la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare a Montecitorio.
Ecco i 26 nomi dei deputati che hanno dato la disponibilità  a Fabrizio Cicchitto ad entrare nel nuovo gruppo che farà  riferimento ad Angelino Alfano. Oltre a Cicchitto e al segretario del pdl, ci sono: Gioacchino Alfano, Paolo Alli, Maurizio Bernardo, Dorina Bianchi, Antonio Bosco, Raffaele Calabrò, Giuseppe Castiglione, Fabrizio Cicchitto, Enrico Costa, Nunzia de Girolamo, Riccardo Gallo, Vincenzo Garofalo, Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi, Dore Misuraca, Antonino Minardo, Alessandro Pagano, Filippo Piccone, Vincenzo Piso, Sergio Pizzolante, Eugenia Roccella, Barbara Saltamartini, Rosanna Scopelliti, Paolo Tancredi, Taffaello Vignali.
Fonti parlamentari spiegano però che in realtà  non è ancora del tutto definitiva la costituzione del gruppo che alla fine potrebbe anche non nascere perchè, viene spiegato, non tutti sono ancora convinti dell’opportunità .
Il gruppo pdl alla attualmente conta alla camera 97 deputati.
Da regolamento, per costituire un gruppo autonomo bastano 20 adesioni.

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PDL, SCISSIONE O NON SCISSIONE? QUAGLIARELLO E FORMIGONI SPINGONO PER IL NUOVO GRUPPO, LUPI FRENA, ALFANO INDECISO

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IN COMUNE LA CHIUSURA NEI CONFRONTI DEI FALCHI… POSSIBILE CHE UNA PARTE SI TENGA IL PDL E L’ALTRA VADA IN FORZA ITALIA

Nessuna marcia indietro, anzi. Perchè quella del gruppo autonomo, sempre targato Pdl, non è una mossa contro Silvio Berlusconi ma contro chi negli ultimi giorni, nelle ultime settimane lo ha consigliato e in qualche modo diretto.
Dunque i dissidenti si manifesteranno: non più nel pallottoliere, perchè con il sì alla fiducia – dopo l’annuncio in Aula di Berlusconi – unirà  falchi e colombe, anche alla Camera.
Ma nelle prossime ore, già  da stasera quando i 25 si riuniranno al Senato, e nei prossimi giorni.
“Il gruppo autonomo si farà “, conferma Roberto Formigoni, e si farà  soprattutto alla luce della scelta di Berlusconi di votare la fiducia.
“Io ho provato anche stanotte a convincerlo” e dunque si farà  non contro di lui, “noi continueremo a difenderlo sempre”.
Semmai, si farà  “contro chi ci ha dato dei traditori. Segnalo che invece siamo diventati prodi pionieri”.
Quei dirigenti – Verdini, Capezzone, Santanchè, Ghedini – che ora, dice Maurizio Lupi “dovranno rimangiarsi le parole”.
Perchè nonostante il sì comune al Governo Letta resta un nodo di fondo, il fatto che nel partito “ci sono due classi dirigenti incompatibili” ribadisce Gaetano Quagliariello.
E che una delle due, con il sì alla fiducia, ha perso.
A frenare però sulla creazione di un gruppo autonomo è poco dopo lo stesso Lupi.
“La nuova maggioranza non c’è, nel senso che” quella attuale è la stessa maggioranza “che ha voluto fortemente questo governo”.
Di certo, per andare avanti con il nuovo gruppo, bisognerà  che Angelino Alfano dia la sua esplicita copertura, anche se i ‘pionieri’ la danno per certa nei prossimi giorni. E a quel punto, confidano, “saremo molti di più”.
E se si procederà  ancora, sarà  poi sul simbolo la questione. Il nuovo gruppo, diceva stamani Formigoni, “dovrebbe potersi chiamare Pdl perchè è nelle disponibilità  di Alfano” anche se sul sito dell’Ufficio brevetti e marchi risulta di titolarità  di Berlusconi.
Ma la scelta per Formigoni è obbligata, “dobbiamo sottolineare che noi siamo una forza di centrodestra” oltrechè ancorata al Popolarsimo europeo.
Anche perchè, ragiona Maurizio Sacconi, “siamo stati noi” con la scelta di rinnovare la fiducia a questo Governo, “ad essere più coerenti con lo spirito del Pdl” che fu, non certo quello dei falchi che ha portato alla rottura e ad una scissione.
Una mossa, questa sul simbolo, che metterebbe la neo formazione al riparo anche per quanto riguarda i rimborsi elettorali per le ultime tranches di finanziamento pubblico.
Ma il primo passo è l’impegno chiaro di Alfano, che cambiarebbe, e di molto, il peso politico dell’operazione dissidenza.
È in quel caso che, per dirla con il sondaggista Renato Mannheimer, la nuova forza partirebbe con un potenziale elettorale che oscilla tra il 10 e il 15 per cento.
Ed è anche in quel caso che si capirà  quanto margine abbia ancora Scelta civica come forza autonoma: il cammino ora sarà  parallelo tra i due gruppi e allo stato non risultano firme civiche tra quelle del neo gruppo in formazione.
Ma basterebbe la presenza di Alfano, e la prova provata che il nuovo centrodestra sarebbe così de-berlusconizzato, per far saltare il tappo mettendo la formazione creata da Mario Monti a rischio tenuta: esploderebbero i malpancismi tra i cattolici del gruppo al Senato come Luigi Marino, ma anche quelli opposti dell’anima laica e liberale del partito: Lanzillotta, Ichino, Maran e lo stesso capogruppo Gianluca Susta.
Malumori che Casini conosce e che conosce anche Mario Mauro, da sempre più favorevoli all’approdo di centrodestra europeo.
“Con Scelta civica – dice Formigoni – ci sarà  collaborazione, forse anche altro: ma sia chiaro che ci volesse venire con noi dovrà  sapere che questo sarà  un movimento di centro-destra”.
E niente altro.

(da “Huffington Post“)

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ALLA RIUNIONE DEI SENATORI PDL PRESENTI SOLO 53 SU 91: 27 HANNO VOTATO NO ALLA FIDUCIA, BEN 24 SI’, 2 SONO USCITI

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

TRA I 38 ASSENTI VI SONO I 23 DISSIDENTI E 15 IN ATTESA DEGLI EVENTI

Nel corso della riunione con Silvio Berlusconi, 27 senatori Pdl hanno votato per sfiduciare il governo Letta, 24 per votare a favore del governo e 2 per uscire dall’Aula al momento del voto.
E’ quanto si apprende da fonti interne al Pdl.
La linea che e’ prevalsa e’ quella di votare la sfiducia al governo Letta, ma non passa inosservato che su 91 senatori totali fossero presenti solo in 53, di cui solo 27 si sono espressi per la linea dura, in pratica meno di uno su tre.
In sintonia con i sondaggi che danno solo un elettore su tre del Pdl su posizioni ultras.
Un elemento che fa riflettere sui futuri sviluppi.

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PDL, ALTRA RETROMARCIA, RIPREVALGONO I FALCHI: NO A LETTA

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

MENTRE I DISSIDENTI ANNUNCIANO LA NASCITA DI UN NUOVO GRUPPO DI 35 SENATORI, DALLA RIUNIONE DEI FEDELISSIMI DEL CAVALIERE EMERGE LA LINEA DEL NO A COMPROMESSI… E SILVIO SI ADEGUA

«Vediamo che succede… Sentiamo il discorso di Letta e poi decidiamo» aveva già  detto nella mattinata il Cavaliere, lasciando intuire la possibilità  di un passo indietro rispetto al muro contro muro degli ultimi giorni.
Passo indietro che, però, non gli sarebbe bastato a scongiurare la spaccatura del suo partito, visto che i dissidenti hanno espresso l’ intenzione di dar vita comunque a un gruppo autonomo.
«Prendiamo una decisione comune per non deludere il nostro popolo» aveva fatto sapere poco prima Silvio Berlusconi, poi la notizia che il gruppo del Pdl al Senato, riunito con lo stesso Cavaliere, ha messo ai voti la decisione se dire sì o no all’esecutivo.
E dopo una convulsa riunione con Silvio Berlusconi, il gruppo del Pdl al Senato ha deciso che voterà  la sfiducia al governo Letta.
Hanno riprevalso i falchi, contrari a ogni passo indietro.
Nel frattempo Formigoni dichiarava a Mentana su la La7:   “ci raduneremo nel pomeriggio, probabilmente decideremo comunque di dare vita a gruppi parlamentari autonomi. Ci sono i numeri per costituire un gruppo autonomo tra 25 del Pdl, 10 di Gal e probabilmente qualcun altro che potrebbe aggiungersi”.
“I destini sono separati. Fine”. Così la deputata del Pdl Maria Stella Gelmini commenta la risoluzione in favore della fiducia al governo firmata da 23 senatori Pdl. “È già  pronto il nuovo gruppo. Ma di che parliamo?

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IL RUGGITO DEI DISSIDENTI: “NON SIAMO TRADITORI”

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

“SARA’ DURISSIMA, MA PRIMA VIENE IL PAESE”…L’ULTIMO CONSULTO AL RISTORANTE, QUAGLIARELLO: “PENSO ALLE MIE FIGLIE”

«Oh bedda matri!» sbotta Domenico Scilipoti quando gli chiedono, alla fine di un suo contortissimo elogio della «responsabilità  », se anche lui dirà  addio a Berlusconi, lui che una volta lo salvò tradendo Di Pietro.
«A mmia…» ricomincia, prima di tornare all’italiano, «a me stanno a cuore gli interessi del Paese, che non si può permettere una crisi al buio: lo dicevo nel 2010 e lo dico nel 2013».
Dunque voterà  la fiducia al governo? «Deciderò pensando a quel benedetto articolo 67 della Costituzione. Ha presente? Ogni membro del Parlamento esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato… ».
Sono le quattro del pomeriggio, e nel salone Garibaldi di Palazzo Madama il senatore che ha inventato lo “scilipotismo”, il pronto soccorso al vincitore in bilico, sorride all’idea di essere corteggiato da chi ieri lo sbeffeggiava, anche se al momento qui di corteggiatori non se ne vedono.
E non si vedono neanche gli scissionisti, quelli che si preparano a essere bollati come traditori dalle tv e dai giornali del tradito.
«A quest’ora stanno facendo i conti e tirando le somme» confida il portavoce di uno dei ministri dimissionati, spiegandomi che la spaccatura del Pdl ormai non è più solo una tentazione.
Già , ma dove sono? Qui non se ne vede uno solo. Dall’aula esce Sacconi, ma corre via sussurrando “no comment”.
Giù nel cortile, davanti al bar dei dipendenti, il senatore siciliano Pippo Pagano sta telefonando: fisico asciutto, baffetti curatissimi, lui è uno dei tre catanesi, con Castiglione e Torrisi, che si sono rifiutati di firmare la lettera di dimissioni da parlamentare.
Dove va, senatore? «È tutto molto triste» risponde lui, posando la borsa di cuoio gonfia di carte. Tristezza per la rottura di Berlusconi che non vuol rassegnarsi alla decadenza da senatore? «Le ragioni di Berlusconi si possono capire: ha ragione da vendere. Ma poi ci sono anche le ragioni del Paese, no? Adesso devo andare, si riunisce la commissione e poi abbiamo una riunione dopo l’altra…». Ma certo, si capisce.
Al Senato, dove Letta sta per sfidare Berlusconi a mettere le carte in tavola, l’atmosfera è quasi surreale.
In aula manca il numero legale e i pochi presenti sciamano lentamente verso la buvette, domandando notizie ai giornalisti: rompono o non rompono?
La risposta non ce l’ha nessuno. Finchè, alle 16,22, l’Ansa batte una dichiarazione di Carlo Giovanardi che suona come l’annuncio ufficiale della separazione dei gruppi: «Voteremo la fiducia. Abbiamo i numeri, siamo più di quaranta…».
In un attimo il salone del Senato si svuota:i senatori tornano negli loro uffici, i cronisti corrono ai computer. Giovanardi però non è qui. E non è neanche a Roma.
Al cellulare però risponde subito, e conferma tutto, con quel suo vocione tondo da democristiano modenese. Allora è vero che ve ne andate? «Un momento: io non vado da nessuna parte. Sono iscritto al Pdl, sono stato eletto col Pdl e sono membro del gruppo del Pdl. Sono quelli che vogliono fare Forza Italia, casomai, che escono dal Pdl. Noi voteremo la fiducia non perchè non vogliamo difendere Berlusconi dalla grande mascalzonata che gli stanno facendo al Senato. Su quello lui ha e avrà  tutta la nostra solidarietà , è fuori discussione. Ma questa storia delle dimissioni, prima dei parlamentari e poi dei ministri…».
È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso? «Diciamo che è una mossa che non ha avuto grande consenso, nel Paese e neanche tra i ministri. Ma scusi, guardate chi l’ha decisa. Capezzone era un radicale. La Santanchè era la candidata della Destra e diceva peste e corna di Berlusconi. Bondi ha un passato da comunista. Io invece che sono sempre stato democristiano ragiono in un altro modo: fa bene Alfano a dire che dobbiamo votare tutti la fiducia al governo. E se qualcuno non ci sta, deve spiegare lui il motivo, non so se è chiaro».
Quello che è chiaro è che ormai la frattura c’è. Ma gli altri, dove sono gli altri?
Una pattuglia è stata avvistata ai tavoli del ristorante “Fortunato” all’ora di pranzo. «Hanno mangiato di corsa e poi sono andati via» racconta il cameriere. Un altro gruppo, alla stessa ora, sta salendo le scale degli uffici della presidenza del Consiglio all’inizio di via del Tritone, proprio mentre i quattro membri del governo “dimissionati” – usciti con un sospiro di sollievo da Palazzo Grazioli – sono riuniti a Palazzo Chigi a fare il punto con Letta.
Gaetano Quagliariello, scendendo le scale della presidenza del Consiglio, confida a un collega il suo stato d’animo: «Siamo solo all’inizio, lo so. Domani quelli con cui ho lavorato per vent’anni mi daranno del traditore. Sarà  durissima. Ma io penso alle mie figlie, che un giorno mi domanderanno: papà  tu c’eri, perchè hai permesso che tutto questo avvenisse? E io, quel giorno, voglio poter rispondere senza abbassare lo sguardo».

Sebastiano Messina

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LA RABBIA DI SILVIO: «ANGELINO LA PAGHERAI, TI TRATTERO’ COME FINI”

Ottobre 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IL GIORNO DELLA SCISSIONE, ALFANO SFIDA BERLUSCONI

È il giorno della scissione, dei berlusconiani che voltano le spalle a Berlusconi, del tanto atteso «parricidio » dell’eterno delfino Alfano.
Si va alla conta, al Senato. Ma la notte è stata lunga, lunghissima. Fitta di trattative, di telefonate, di tentativi estremi di conquistare ogni singolo parlamentare borderline, ogni peone, ogni potenziale dissidente.
Verdini e Santanchè e lo stesso Cavaliere non hanno fatto altro per ore. A mezzanotte Berlusconi convoca in extremis Alfano, che però non recede. I ministri restano compatti.
Il vicepremier lascia Palazzo Grazioli mezz’ora dopo. Il capo invece vacilla, resta con Verdini e Ghedini, è assalito dai dubbi nella notte, è tentato dalla retromarcia, teme di finire ai margini.
Ma alla fine le posizioni restano immutate, i falchi insistono: bisogna votare la sfiducia nonostante la fronda dei ministri. I due si rivedranno stamattina presto, ma siamo alla deflagrazione finale.
Va in frantumi il Pdl. Da oggi sarà  un’altracosa. E Marina Berlusconi scalda già  i motori di Forza Italia con la benedizione del padre.
IL CAVALIERE ALLA SFIDA FINAL
«Pensano solo a spaccarci e a farmi arrestare: con questi signori non voglio avere più a che fare e i nostri che li voteranno saranno dei traditori».
Alle 21, a Palazzo Grazioli il Cavaliere tira le conclusioni del vertice di «guerra» piùdrammatico dell’era berlusconiana.
Attorno a lui, solo i fedelissimi, i coordinatori, i capigruppo, Gelmini, Bonaiuti, Galan, Gasparri, Nitto Palma, Ghedini, Fitto e il solo ministro De Girolamo.
Brunetta e Schifani provano a convincere il capo a compiere un’ultima retromarcia «per il bene del Paese». Tentativo fallito.
Gli altri quattro ministri, guidati da Alfano, sono già  reinsediati a Palazzo Chigi, dimissioni respinte dal pre-mier Letta. Sono già  altra cosa, altra storia, altro partito.
Si presenterà  a Palazzo Madama di prima mattina, il leader: «Li voglio vedere in faccia uno per uno, i traditori, voglio vedere se avranno il coraggio di votarmi contro» tuona.
Si sente abbandonato, soprattutto dal capo dello Stato, col quale ormai ogni canale di comunicazione è interrotto, dopo l’incidente della telefonata trasmessa da Piazza Pulita: «Mi vuole politicamentemorto e ci sta raggiunge».
LA CONTA
Si chiamerà  forse Pdl-Ppe, il nuovo gruppo che nascerà . Quel che conta nelle prossime ore è il pallottoliere. Quanti seguiranno la fronda del segretario.
«Non sono più di dieci, credimi presidente » ha rassicurato ancora una volta Denis Verdini nel vertice serale, quello dello strappo.
Un bluff, secondo lui e la Santanchè.
Berlusconi, raccontano, in realtà  molti dubbi li coltiva. Ma sa di non avere più chance. Di non potere più tornare indietro, dopo che per una giornata tutti gli approcci e i tentativi di mediazione per rientrare e votare la fiducia – avanzati a più riprese al premier Letta tramite lo zio Gianni – sono falliti: rimpasto per lasciare a Carfagna e Gelmini il posto di Lorenzin e De Girolamo, un decreto per stoppare l’aumento dell’Iva, il rinvio a fine ottobre del voto finale sulla decadenza di Berlusconi in aula al Senato.
Proposte irricevibili, come le hanno bollate Letta e Franceschini. Non ci sono più margini di manovra, di trattativa.
E il discorso di fuoco del premier Letta lo sancirà  stamattina, «invotabile» per il leader Pdl. Il Cavaliere è spalle al muro, non ha alternative: vota la sfiducia.
Ma quanti lo seguiranno? «Siamo più di quaranta, sufficienti a formare il gruppo» fa di conto nel pomeriggio il dissidente Carlo Giovanardi.
A sentire loro è un fiume carsico che oggi si farà  piena. «Chiaro che non possiamo che stare dalla parte del segretario» annuncia il sottosegretario (non dimissionario) Giuseppe Castiglione, fondamentale colonna siciliana del partito.
Almeno tre senatori con lui. «Dunque Berlusconi si rassegna e fare la minoranza del Pdl?» chiede quasi ironico il senatore di lungo corso Paolo Naccarato. Ottimisti, forse. Il capogruppo Schifani fino a sera stava col capo.
E con lui si schierano i senatori lombardi guidati da Mantovani (ma Paolo Romani non va al vertice serale con Berlusconi). E quelli veneti di Galan.
A ora di pranzo a Palazzo Madama si va al corpo a corpo.
LA TRATTATIVA
Gianni Letta raggiunge il premier a Palazzo Chigi a ora di pranzo. C’è anche Alfano. Si discute di una «onorevole via d’uscita» per far rientrare Berlusconi che si sarebbe reso conto dei rischi dello strappo compiuto.
L’ipotesi avanzata è di non votare la fiducia oggi. Far finta che nulla sia successo. Dichiarazioni in aula ma nessuna mozione da sottoporre al voto dell’aula. Tornerà  con le pive nel sacco.
A Palazzo Grazioli a quel punto, è ora di pranzo, in un susseguirsi frenetico di vertici, capiscono per la prima volta che le strade sono sbarrate. «Non vogliono fare prigionieri, ci vogliono morti» per dirla alla Verdini.
Nonostante tutto, fino al primo pomeriggio, Berlusconi resta convinto che sia tutto un bluff, che i ministri «traditori» non abbiano i numeri. E così spedisce alle 15 al mensile “Tempi”una lettera di fuoco contro Letta e Napolitano.
E i giudici, ovvio. Confermando l’apertura della crisi, come farà  oggi con un’intervista a Panorama.
IL PARRICIDIO
È a quel punto, a inizio pomeriggio, che Angelino Alfano, riunito coi ministri, decide di alzare il tiro come mai aveva fatto prima.
«Rimango fermamente convinto che tutto il nostro partito domanidebba votare la fiducia a Letta. Non ci sono gruppi e gruppetti» scrive in una nota.
È l’ultimatum che non ti aspetti, la vendetta del delfino che riconquista il “quid”. Conseguenza del vertice notturno a Palazzo Grazioli e degli altri incontri in mattinata con Berlusconi consumati con toni drammatici, vana l’ultima offerta del capo, il coordinamento di Forza Italia.
«Presidente, noi andremo fino in fondo, voteremo la fiducia e saremo la maggioranza, è un errore non farlo, ci auguriamo che anche tu dia questa indicazione » osa alla fine Alfano.
«Ti stai comportando da traditore, mi stai voltando le spalle, ma farete la fine di Casini e Fini» avrebbe attaccato il Cavaliere.
A ora di cena, i fedelissimi riuniti dal capo e i ministri a Palazzo Chigi sono la visione plastica dell’avvio della scissione.
Un sondaggio di Pagnoncelli in serata a Ballarò accredita i moderati di Alfano di un 10-15per cento.
Le sottosegretarie Biancofiore e Vicari, berlusconiane, si dimettono, ma saranno le uniche a farlo.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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SI VA ALLA CONTA: L’ULTIMA SERA DEL CAV, LA RABBIA DI SILVIO, IL PIANTO DELLA LORENZIN, LA TELEFONATA DI BARROSO

Ottobre 1st, 2013 Riccardo Fucile

BERLUSCONI SCEGLIE DI VOTARE LA SFIDUCIA AL GOVERNO LETTA

“A questo punto se voto la fiducia è finita, abbasso il capo e poi le procure mi fanno fuori. Passiamo all’opposizione. Voglio vedere se mi arrestano e soprattutto voglio vedere quanto dura un governo di traditori”.
Esausto. Sofferente per lo strappo umano che si è consumato col figlioccio, è a notte fonda che Silvio Berlusconi opta per la conta.
Al termine di una giornata drammatica. Che sancisce, almeno per ora, la scissione del Pdl.
È la decisione più difficile. Vissuta con dolore fisico.
Sulla quale si consuma uno psicodramma per tutta la giornata. Indeciso per tutta la giornata, suggestionato da emozioni e ragionamenti contrastanti il Cavaliere ha un moto di reazione quasi istintiva dopo che da palazzo Chigi esce il comunicato che annuncia che il premier respinge le dimissioni dei ministri.
Berlusconi lo legge mesto: “Si sono messi d’accordo sin dal primo momento”. L’ombra del complotto avvolge ogni mossa di Angelino.
Berlusconi vede un’operazione a tavolino, messa a punto col Quirinale. E che ha subito un’accelerazione con la vittoria della Merkel alle elezioni tedesche: vogliono annullarmi in Italia e sbattermi fuori dal Ppe.
Proprio il fronte europeo resta bollente per tutto il giorno.
È quando arriva la telefonata del presidente della Commissione europea Barroso che Berlusconi resta di sasso: “Se comprometti la tenuta del governo Letta — è il ragionamento di Barroso — comprometti la stabilità  economica europea”.
Un pressing che aiuta a metà  pomeriggio il lavoro delle colombe.
Che tentano con la benedizione del Capo un’ultima mediazione con Letta: nuovo programma e rimpasto totale.
Mettendo dentro qualche berlusconiano puro. Frana a palazzo Chigi, dove Enrico Letta è un muro.
Letta (Gianni) suggerisce il rimpasto senza un voto di “fiducia”. Ma il premier è insormontabile: chiarimento vero o rottura.
Nè arrivano aperture sul dossier che Berlusconi mette nelle mani di Gianni Letta, un rinvio del voto sulla decadenza.
Per i falchi è il segno che Letta ha deciso di spaccare il Pdl. Un’impressione confermata dalle dichiarazioni di Epifani e di Franceschini.
Silvio Berlusconi, chiuso a Grazioli in riunione permanente, oscilla, sente il colpo.
La via d’uscita per rinviare la questione della decadenza non c’è.
E c’è il “tradimento”. Nel momento più difficile. Vive la rottura di Alfano come una fucilata.
Ma l’intervista al settimana di Cl Tempi — guarda caso, proprio il mondo da cui viene la fronda al Senato — è il segnale che i margini si sono ristretti. Ecco che il Cavaliere si chiude nel bunker con i fedelissimi: Gelmini, Matteoli, Fitto, Capezzone, Gasparri, De Girolamo.
Alfano si rinchiude con i ministri a palazzo Chigi.
È un dramma. A palazzo Chigi Beatrice Lorenzin ha una crisi di pianto. A palazzo Grazioli il confronto è schietto, vero.
Gasparri tenta un’ultima mediazione: votiamo la fiducia e poi vediamo, ma salviamo l’unità  del partito. Già  l’unità  del partito. Ma la conta è già  iniziata. E nella conta si vedrà  se e come finisce un’epoca.
Il pallottoliere di Verdini dice che i dissidenti sono tra i dieci e i venti. Buoni per fare un governicchio, non di più.
Il pallottoliere di Lupi e Mario Mauro, artefici dell’operazione scissione segna quota trenta.
Pensano che è solo l’inizio: “Tra una settimana diventano cinquanta” dicono parlamentari di Cl.
È una frattura che non sarà  sancita solo nel voto di fiducia. Ma anche nella nascita di un nuovo gruppo.
È stata una precisa richiesta di Letta: “Angelino, non voglio un voto in ordine sparso. L’operazione ha senso se fate da subito, un gruppo parlamentare”.
Che dia il senso della nascita di una destra democratica, europea, non più berlusconiana.
Anche le colombe sanno che il Cavaliere in Aula Letta farà  un discorso invotabile per Berlusconi. E’ scissione.
L’ultimo ruggito del leone è per rincuorare uno stato maggiore tramortito. “Non ce la faranno a governare con questi numeri. Gli faremo fare la fine di Prodi”.
Il problema è che però stavolta il partito ha un leader dimezzato.
E a questo punto Marina la invocano tutti i fedelissimi. Tutti.

(da “Huffington Post”)

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