Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX RADICALE IN POLE, MA PONE LE PRIMARIE COME CONDIZIONE
«Io penso che Matteo abbia già deciso, che voglia candidare me. Almeno, così va dicendo in
giro».
A Montecitorio circolano pochissimi parlamentari, la gran parte continua a godersi lunghe vacanze. Roberto Giachetti invece presiede l’Aula. E quando incrocia un amico, si confida.
Il suo nome circola insistentemente per il Campidoglio e Renzi potrebbe lanciarlo già durante la direzione nazionale di metà gennaio.
«Non so — si mantiene cauto con l’interlocutore – immagino che prima dovremo incontrarci. Perchè io ancora non ci ho parlato, mi credi?».
Chi lo ascolta tentenna, il renziano doc insiste: «Io davvero preferirei non candidarmi. Se però me lo chiedono, almeno vediamo a quali condizioni».
Non si tratta di garanzie personali, semmai del percorso politico migliore: «Ad esempio le primarie. Senza, il mio nome non esiste».
Le primarie, appunto. Ecco lo snodo intorno al quale l’avventura del vicepresidente democratico della Camera si incrocia con la rivolta della base del centrosinistra capitolino.
A Roma, è cronaca, Stefano Fassina ha bruciato tutti sul tempo annunciando la propria candidatura per il dopo Marino. Molti degli amministratori di Sel si sono opposti, preferirebbero contarsi nei gazebo.
Per dare forza alla battaglia, hanno già fissato un evento simbolo: il prossimo 23 gennaio, assieme ai presidenti di municipio del centrosinistra, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (Pd) e il suo vice Massimiliano Smeriglio (Sel) riempiranno il teatro Brancaccio.
E chiederanno primarie unitarie per il centrosinistra “di governo”. Vent’anni di collaborazione che, ricorda in ogni circostanza Smeriglio, è impossibile archiviare a cuor leggero: «La partita è ancora tutta da giocare».
Il modello del “partito degli amministratori” romani è naturalmente quello di Giuliano Pisapia, che in un appello pubblico firmato assieme ai sindaci di Cagliari e Genova ha chiesto di preservare l’esperienza delle primarie del centrosinistra.
A Milano, in realtà , Sel deciderà solo a metà mese se partecipare, ma i dirigenti locali vogliono l’alleanza con il Pd e chiedono ufficialmente un candidato unico che sfidi nei gazebo il renziano Giuseppe Sala.
Stessa linea di una fetta dei vendoliani bolognesi e di molti amministratori di altre realtà comunali.
A Roma, però, pesa la netta chiusura di Fassina: «Il Pd della Capitale — attacca l’ex dem – è dominato dal Nazareno. È fisiologico che in un partito ci siano posizioni diverse, ma abbiamo fatto una scelta».
Un autentico muro, di fronte al quale però non si arrendono i mediatori.
Chiedono a Fassina un passo indietro e sognano l’apertura di un tavolo per le primarie. Uno schema che non dispiace a Giachetti: «Penso che il mio nome metterebbe in difficoltà molti di loro – ha confidato in queste ore – Non è facile girarsi dall’altra parte, abbiamo lavorato dieci anni insieme quando c’era Rutelli sindaco. Se rompono, rischiano di stare all’opposizione per dieci anni…».
In realtà non è solo questione di sentimenti, o di comuni trascorsi al Campidoglio.
C’è il calcolo politico del Pd, la convinzione che il voto utile penalizzi chi spacca la coalizione.
Lo certifica anche il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato: «Non pensino che forzando la mano sulle amministrative noi cambiamo l’Italicum perchè capiamo che sono indispensabili. Anzi, si separerebbero definitivamente da noi».
Il nome dell’ex radicale Giachetti, che nel frattempo ha incassato anche l’endorsement di Marco Pannella («lo voterei a occhi chiusi»), resta insomma in pole.
Lo sostengono anche alcuni giovani dem renziani di Roma, che guidati da Tobia Zevi preparano una Leopolda nella Capitale.
Molto comunque si deciderà durante la direzione nazionale del Pd. E tanto dipenderà dalla pressione della base.
A partire da quella del “partito degli amministratori” convocati al teatro Brancaccio.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
INVECE CHE INVESTIRE PER RIDURRE LE LISTE DI ATTESA SI PROSPETTA LA SOLITA SOLUZIONE
Dopo le polemiche sui festeggiamenti di Capodanno, che in un primo momento sembrava voler far saltare, arriva altro carbone sulla testa del commissario capitolino Francesco Paolo Tronca, alla vigilia della festività della Befana.
E’ colpa della soluzione che avrebbe trovato alla crisi degli asili nido e delle scuole materne romane: annosa questione per i romani più piccoli, che da anni devono battersi a colpi di dichiarazioni dei redditi e ricorsi per guadagnare il proprio posto nella scuola pubblica.
A sorpresa, tra i titoli della cronaca cittadina, arriva il piano che sarebbe contenuto nel documento unico di programmazione 2016-2018 in cui il commissario avrebbe riportato che, per far fronte alla richiesta dei bambini in lista d’attesa, “sarebbero necessari ulteriori fondi, per un importo pari a 6 milioni e 500 mila 613 euro l’anno per la copertura delle spese di gestione”.
Dato che non c’è speranza di trovare queste risorse “si propone di avviare un progressivo passaggio alla gestione in concessione, che consentirebbe una minor spesa per ciascuna struttura stimata in 450 mila euro annui”, assicura l’analisi commissariale.
Stesso discorso per le materne: per esaurire le liste d’attesa servirebbero altre “90 sezioni nuove a tempo pieno, e ulteriori fondi per un importo pari a 12 milioni e 375 mila euro l’anno”.
Per questo l’idea è una “progressiva statalizzazione delle scuole dell’infanzia”.
Questo scenario fa sobbalzare sulla sedia anche gli ex consiglieri capitolini del Pd che per arrivare alla gestione commissariale hanno sacrificato volontariamente il proprio posto in aula Giulio Cesare.
Dopo essersi uniti al coro pro-Capodanno, oggi si aggiungono a quello anti-privatizzazione: “Vogliamo un incontro con Tronca”, chiedono a mezzo stampa.
“A Roma esiste già un sistema integrato pubblico-privato di gestione dei servizi educativi” .
Utile, a loro avviso “vista la complessità del settore e la delicatezza delle persone a cui il servizio si rivolge, un confronto immediato con il subcommissario delegato in materia”. Anche i sindacati confederali chiedono un incontro urgente al commissario, preoccupati della tutela delle oltre 6mila educatrici e insegnanti capitoline.
Insorgono i minisindaci e i miniassessori della capitale: “Faremo le barricate” annuncia Andrea Catarci, presidente del municipio VII. “Il commissario Tronca non batte un colpo sui problemi specifici segnalati dai municipi, territorio per territorio. Al contrario, dimenticandosi del carattere provvisorio e ademocratico della sua carica, rilancia la malsana idea di privatizzare gli asili nido”.
Di azzeramento delle liste d’attesa si parlava anche nel programma della giunta Marino, ma la situazione resta evidentemente irrisolta.
Stefano Fassina, candidato sindaco di Sinistra Italiana, chiede al commissario Tronca “di fermarsi e chiediamo al governo di dare indicazioni politiche chiare al commissario di Roma affinchè cambi radicalmente rotta”.
Tronca in una nota precisa che tutte le scelte ipotizzate “sono coerenti con il percorso tracciato dalla precedente amministrazione, nonchè con il piano di rientro che aveva già prescritto un programma di ristrutturazione della spesa nel settore dei nidi”.
Ma non è finita qui: il Messaggero dà conto di altri particolari che emergono dal Documento unico di programmazione 2016-2018 del Campidoglio.
In particolare il piano prevede l’affidamento in gestione ai privati (per sette o otto anni) dei monumenti che necessitano di lavori urgenti di restauro.
Tra i monumenti, ci sarebbero il Fontanone del Gianicolo (360 mila euro il costo dell’intervento), una parte delle scuderie di Villa Torlonia (300mila euro), l’Arco dei quattro venti (150mila euro) e il complesso monumentale delle serre (700mila euro) di Villa Pamphilj, due padiglioni di Villa Aldobrandini (un milione di euro), i Casali del Sepolcro di Priscilla sulla via Appia Antica (384mila euro), il casale e la torre dell’area archeologica del Sepolcro degli Scipioni (300mila euro). Il lavoro più imponente riguarda l’allestimento dell’area del Teatro di Marcello: un lavoro imponente da 7,5 milioni di euro.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
LA FRASE SUGLI AUTOBUS DI ROMA DIVIDE GLI STUDIOSI… LUI REPLICA: “NON LO LASCIO ALLA LE PEN”
C’è maretta tra gli studiosi gramsciani. Pietra dello scandalo: lo slogan della campagna che da
un paio di settimane campeggia su tutti gli autobus e le pensiline di Roma.
“Odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti”.
Solo che, al posto della firma del filosofo sardo fondatore del Pci, compare il ben più prosaico motto: «Io amo Roma. E tu?».
Ovvero il claim con cui Alfio Marchini, imprenditore a capo di un movimento civico, per la seconda volta in tre anni proverà a scalare il colle capitolino.
Orgoglioso della scelta, che rivendica: «È una mia idea, non vedo proprio perchè dobbiamo lasciare Gramsci ostaggio della Le Pen, che dice di avere i suoi libri sul comodino ».
E per nulla imbarazzato dall’evidente contraddizione, visto che la sua corsa potrebbe essere sostenuta – ma ancora non è certo – da alcuni pezzi del centrodestra: «È giunto il tempo di raccontarci senza finzioni che la capitale d’Italia è stata uccisa dall’indifferenza, che ha lasciato campo libero a tutti i poteri marci che l’hanno depredata», taglia corto Marchini.
«Roma non ne può più! Anche di chi, da sinistra, ha chiuso gli occhi davanti al saccheggio morale, culturale e civile della città . O vogliamo prenderci in giro e sostenere che sia tutta colpa della destra? Basta con ipocrisie e stucchevoli buonismi».
Sia come sia, l’utilizzo del brano tratto da La città futura, il numero unico del giornale pubblicato nel febbraio 1917 con lo scopo di ”educare e formare” i giovani socialisti alla “disciplina politica”, non è piaciuto affatto a Guido Liguori, docente di Storia all’università della Calabria e presidente della International Gramsci Society Italia. «Marchini nella sua campagna per le comunali cita pure Gramsci (senza nominarlo). Il comunista sardo ridotto a pubblicità subliminale. Schifo profondo», ha tuonato il professore su Facebook.
Una condanna senza appello, per il candidato sindaco. Accusato di sfruttare per bieche ragioni elettorali il padre della sinistra italiana.
«Che però è citato, piccolo, in basso a destra, come prevede la legge», precisa Marchini. In soccorso del quale arriva Beppe Vacca, uno dei maggiori studiosi del marxismo contemporaneo nonchè presidente della Fondazione Gramsci: «Non vedo cosa ci sia di male», dice.
«È un grande slogan, chiunque lo usi, che citi o no l’autore, è legittimo che lo faccia ed è auspicabile che ne tragga vantaggio. A parte il fatto che è lo stesso concetto utilizzato pure da Papa Francesco».
Il dibattito è aperto.
Giovanna Vitale
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
STIME SOTTO IL 10%, SALLUSTI DISTACCATO DI 20 PUNTI DA SALA…A ROMA LA MELONI TENTENNA, STORACE SI AUTOCANDIDA CON L’APPOGGIO DI ALEMANNO E IL CAOS E’ COMPLETO
Correre ovunque con liste civiche. Abbandonare nelle grandi città il drappo ormai lacero e stracciato (e perdente) di Forza Italia.
È la “pazza idea” che tenta Silvio Berlusconi, come lui stesso va raccontando nelle telefonate ricevute a cavallo di Capodanno.
Troppo alto il rischio di un bagno di sangue al voto di giugno a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli.
Il colpo di grazia è arrivato – tutt’altro che imprevisto – dal sondaggio realizzato dalla Lorien consulting e reso pubblico l’ultimo giorno del 2015: il partito del Cavaliere precipita al 9 per cento su base nazionale, dunque ormai sotto la fatidica soglia di galleggiamento del 10.
E questo, nonostante l’ultimo mese di battage mediatico dell’ex premier.
Poco più clementi i numeri degli ultimi sondaggi di Alessandra Ghisleri che collocano Fi sopra quella soglia. Ma la sostanza non cambia.
“Non possiamo certificare il fallimento, se quello fosse il dato nazionale alle amministrative, sarebbe la fine” è lo sfogo di un Berlusconi assai demoralizzato.
Da qui l’ipotesi illustrata ai più fidati, di presentarsi alle amministrative con liste civiche, magari piazzando i consiglieri forzisti uscenti nelle liste personali dei candidati sindaci. Addio Fi.
Il motivo è lampante: il voto di primavera sarà l’ultimo banco di prova prima delle Politiche e se ratificasse quel tracollo e quel distacco dal Carroccio, le chiavi della lista unica con l’Italicum passerebbero a Salvini. Per Berlusconi e i suoi non più del 30 per cento dei posti. Un disastro, appunto, che Berlusconi vorrebbe risparmiarsi.
“Fi torni faro della coalizione con Lega e Fdi” è l’utopia che rilancia Mariastella Gelmini, coordinatrice in Lombardia.
Ma anche nelle città i sondaggi non si discostano da quelli nazionali. Proprio a Milano tornano a salire le quotazioni diuna candidatura di Alessandro Sallusti, perchè nell’ultimo rilevamento recapitato ad Arcore è emerso che con lui Forza Italia raggiungerebbe almeno il 16 per cento, con un altro candidato meno marcato scenderebbe sotto il 10. Sebbene il direttore del Giornale resti a una ventina di punti di distacco da Giuseppe Sala, sempre che l’ex commissario Expo vinca le primarie del centrosinistra.
Ancora più complicata la situazione a Roma. Giorgia Meloni è a un passo dalla candidatura, sebbene ancora tentenni.
Ma con lei e senza un proprio uomo Fi nella Capitale precipita nei sondaggi ben al di sotto del 10 (si parla del 6-7). “Alfio Marchini non può essere il candidato del centrodestra” si ostina a ripetere la leader di Fdi.
Intanto Francesco Storace rompe gli indugi e minaccia di correre lui, sostenuto (per ora) dal solo Gianni Alemanno. Insomma, il caos.
In questo quadro, Salvini lancia segnali di crescente insofferenza. “Se questi di Fi continuano a fare giochetti, alle amministrative corriamo al primo turno da soli con la Meloni” è lo sfogo raccolto dai suoi.
Berlusconi è convinto di ricomporre il quadro con un nuovo incontro a tre subito dopo l’Epifania (il 5 si vedranno a Roma gli sherpa dei tre partiti al tavolo di Altero Matteoli). Intanto, la manifestazione unitaria del centrodestra a Roma è già slittata dal 6 al 20 febbraio.
È una corsa al si salvi chi può. I governatori Giovanni Toti e Roberto Maroni la settimana scorsa hanno pranzato a Milano e pianificato una manifestazione da tenere insieme a Bergamo dall’eloquente titolo “Il centrodestra che vince”.
Il loro, sottinteso: senza sigle di partito ma col solo logo delle due regioni nel simbolo.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 1st, 2016 Riccardo Fucile
INCOGNITA MARINO: “I ROMANI MI CHIAMANO, NON SARO’ INDIFFERENTE”
La situazione in vista delle amministrative di giugno nelle grandi città è ancora magmatica. Tuttavia, la conferenza stampa di fine anno del premier Matteo Renzi ha chiarito alcuni aspetti, determinanti soprattutto per la Capitale: non ci sarà alcun rinvio del voto (probabile il 12 giugno) e nel centrosinistra ci saranno le primarie il 6 marzo.
Nel Pd i candidati in campo saranno definiti sono dopo la pausa natalizia.
Forte è il pressing dei renziani per Roberto Giachetti. Il vicepresidente della Camera, renziano da sempre e già capo segreteria e capo di gabinetto dal 1993 al 2001 del sindaco Francesco Rutelli , sarà oggi in visita al carcere di Rebibbia insieme al leader dei radicali Marco Pannella per portare i «consueti auguri di buon anno ai detenuti».
Tuttavia, dopo la burrascosa uscita di scena dell’ex sindaco Ignazio Marino, la partita per il Pd pare tutta in salita.
Da una parte c’è, nonostante i tentativi di ricucire, la rottura con Sel , che presenta Stefano Fassina come candidato.
C’è poi l’incognita proprio dell’ex primo cittadino, che ieri ha scritto su Facebook: «Da romano, non sono e non sarò indifferente alle aspettative che tanti cittadini ancora hanno e che mi chiamano direttamente in causa. Le romane e i romani non la daranno vinta a chi con un colpo di mano vorrebbe riportare Roma alle logiche di spartizione e di sottogoverno».
Se Marino dovesse scendere in campo come candidato sindaco di una propria lista potrebbe drenare ulteriori voti al Pd e rendere proibitiva al centrosinistra la partecipazione al ballottaggio.
A Roma, chi sente il vento in poppa dopo gli scandali di Mafia Capitale, sono i 5 stelle.
Il nome del candidato sarà scelto a febbraio: si parla di una doppia votazione online, prima sui 233 che hanno inviato le loro candidature, poi i più votati (i primi 15-20) verranno sottoposti al giudizio della rete.
È probabile che a esser scelto sia uno dei 4 ex consiglieri. E già si parla di tensioni tra l’ex capogruppo Marcello De Vito e la consigliera Virginia Raggi, la legale di 37 anni, considerata da alcuni nel movimento come la favorita.
A Milano, nel caso delle primarie del centrosinistra (previste per il 7 febbraio), a sfidare il commissario Expo Giuseppe Sala c’è Francesca Balzani, vicesindaca di Milano, e Pierfrancesco Majorino, assessore alle politiche sociali.
Balzani, ieri, rispondendo all’ipotesi di alleanza con Sel, ha detto che una «coalizione ampia è più dinamica».
Nel centrodestra, Silvio Berlusconi è orientato ad aspettare l’esito delle primarie del centrosinistra prima di scegliere il suo candidato per Milano.
La vittoria di Balzani sul più moderato Sala aumenterebbe le chance di un candidato più identitario come Alessandro Sallusti.
Per Roma, la partita è più complicata. Qui gioca un ruolo importante Giorgia Meloni, leader di FdI, che una volta sciolta la sua riserva potrebbe essere la candidata anche di Fi. Anche se una parte degli azzurri e alcuni esponenti moderati vedrebbero bene l’appoggio all’imprenditore indipendente Alfio Marchini.
An. Mari
(da “il Sole24ore”)
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Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
“IN DUE MESI E’ MESSA PEGGIO CHE CON ALEMANNO”…”IL CASO SMOG? SE CI FOSSI ANCORA IO CHISSA’ COSA DIREBBERO”
“Roma sta morendo asfissiata non solo per lo smog, ma per mancanza di politica e di democrazia. Renzi la
sta governando da palazzo Chigi, aveva promesso soldi e l’arrivo dei super eroi, e invece la città sta peggio che con Alemanno: dalla neve da spalare siamo passati al guano degli uccelli che infesta i lungoteveri”.
Ignazio Marino, ex sindaco disarcionato dal Pd due mesi fa, torna a parlare a tutto campo del caos romano con Huffpost.
“Tronca e Gabrielli? Non sarebbe giusto attribuire a loro responsabilità politiche che sono tutte in capo al premier. Voto rinviato? Una capitale europea non può stare due anni senza democrazia, la gente andrebbe a manifestare sotto palazzo Chigi”.
Alcune sue mosse recenti, come la visita nelle Marche a Max Fanelli, malato di Sla che chiede una legge sul fine-vita, potevano far pensare a un ritorno del chirurgo all’antico impegno sui diritti civili.
E invece Marino è impegnato full time sulla Capitale. E sfida il premier: “Venga con me a fare una passeggiata in un quartiere di periferia della Capitale. Così vediamo con chi si è rotto il rapporto dei romani…”.
“Io penso in primo luogo alla missione incompiuta a Roma —spiega l’ex sindaco-. Dopo un anno di lavoro intensissimo avevamo individuato le criticità che durano da decenni, dai rifiuti alle rotaie del metrò che da quarant’anni non vengono sostituite fino alle illegalità di Ostia a cui, nella Legge di Stabilità , Pd di Renzi e Ncd di Alfano stavano per fare un regalo, prima che io denunciassi la cosa in rete e li costringessi a fare retromarcia…”.
Lei sembra una sorta di capo dell’opposizione all’attuale squadra che governa Roma…
“E’ l’amore per la mia città che sta morendo asfissiata non solo per lo smog, ma anche per la mancanza di politica e di democrazia. Palazzo Chigi ha deciso di rimuovere la politica da Roma, e così adesso tornano avanti le lobby, i potentati e il sottogoverno. A far traboccare il vaso, e dunque a prendere la decisione di cacciare il sindaco eletto democraticamente dai romani, ha contribuito in modo pesante il fatto che io mi sia opposto all’idea di Giovanni Malagò e di Luca di Montezemolo di realizzare il villaggio olimpico in un’area verde di Tor Vergata. L’assessore Caudo ed io volevamo progettarlo in un’altra area, tra la Flaminia e la Salaria, dove già esiste un vecchio collegamento ferroviario che si può trasformare in una metropolitana di superficie. L’idea non piaceva a chi vuole edificare nuove aree, realizzare quindicimila appartamenti in un ennesimo quartiere-ghetto: questa è la visione condivisa da palazzo Chigi. E vedrà che il prefetto Tronca, quando dovrà decidere, indicherà Tor Vergata. Non ho la palla di vetro, ma ho imparato a capire dove vanno gli interessi…”.
La sua è un’accusa grave nei confronti di Montezemolo e Malagò.
Non è un’accusa, solo una constatazione. Se li interroga proveranno a incantarla con tante spiegazioni per giustificare la scelta di Tor Vergata, tipo che gli atleti si muovono sui pullman e non su rotaia. Ma io penso ai cittadini che abiteranno quelle aree dopo, che non si muovono certo su auto di lusso o con gli autisti, ma resteranno ingolfati nel traffico”.
Che giudizio dà , obiettivamente, di questi due mesi a Roma?
Noto intanto il comportamento di certa stampa evidentemente orientata. Se ci fossi ancora io non oso immaginare cosa direbbe il Tg1. Ma ora Roma è governata direttamente da Palazzo Chigi e dunque anche i media si adeguano. Renzi aveva annunciato l’arrivo dei super eroi e di un sacco di soldi statali, la città pulita, i problemi risolti. E invece per la prima volta ci troviamo, io vivo a Roma dal 1969, con la chiusura dei lungoteveri per il guano degli uccelli. Peggio della neve di Alemanno! (ride). Siamo all’impraticabilità da guano di Matteo Renzi, che è assai più maleodorante della neve di Alemanno”.
In effetti questa vicenda del guano in pieno centro colpisce chiunque passi da Roma in queste settimane.
Evidentemente Renzi e i suoi 19 consiglieri-accoltellatori si sono occupati di allontanare una amministrazione sana, e si sono disinteressati di cose semplici come i dissuasori sonori che andavano installati prima che i 4 milioni di uccelli arrivassero. Capisco, questi sono solo piccoli pensieri da amministratore che non passano per la mente a uomini di governo come il premier. Lui ha avuto la possibilità di amministrare una città , Firenze, che è poco più grande di Ostia…”.
E tuttavia a Roma ora c’è il prefetto Tronca…
Insisto, non sarebbe giusto nè onesto attribuire responsabilità , che sono politiche, al prefetto Tronca. E’ di Matteo Renzi la responsabilità politica del blocco del piano che a settembre il consiglio comunale aveva approvato per la gestione di 11 miliardi, il contratto per la pulizia di Roma nei prossimi 15 anni. Avevamo posto tre condizioni, tutte e tre sospese. Si trattava di condizioni che miravano all’efficientamento del servizio e spingevano la società dei rifiuti Ama verso un percorso di aziendalizzazione anche con la ricerca di partner privati. Le scelte che abbiamo fatto su Ama hanno portato a un risparmio di 30 milioni nel 2015. Vedremo se ora il governo accetterà che vengano scalati dalla tasse locali.
Dopo la giunta Alemanno, la sua e questi due mesi di commissariamento —con i risultati che vediamo- tra cittadini e osservatori si alimenta la convinzione che Roma sia ingovernabile a prescindere da chi siede in Campidoglio.
Roma da due mesi ha la più alta forma di governo possibile: è governata da Palazzo Chigi. Semmai sono i risultati che sono al minimo storico. Non si era mai vista una confusione tale sul tema delle polveri sottili. Nelle altre capitali come Parigi si aprono gratis le metropolitane. A Roma invece si chiude la metro all’ora di pranzo.
Era stata chiusa in anticipo a Natale anche gli altri anni..
Sì, ma il governo di una città serve proprio a prendere delle decisioni dopo aver analizzato le diverse situazioni. Non è mica un computer che agisce in automatico. E’ evidente che in caso di emergenza smog i mezzi pubblici devono essere potenziati.
Il commissario non ha responsabilità ?
I prefetti rispondono al ministro dell’Interno e non possono avere il compito di decisioni che spettano alla politica. Tronca non ha corso alle elezioni, è stato mandato dal governo. E tuttavia anche alcune recenti nomine in Campidoglio fanno capire che il ministro dell’Interno e i suoi amici hanno voglia di tornare al passato, al clima di nebbia che c’era prima di noi. Una sorta di normalizzazione della città .
Il Pd e Renzi che guadagno ne trarrebbero?
Il passato è molto rimpianto da una parte della classe dirigente romana che con la trasparenza ha perso privilegi acquisiti. Io credo che a palazzo Chigi siano sensibili a queste esigenze.
In questi giorni si parla di una proposta di legge del Pd per rinviare le elezioni a Roma. Cosa ne pensa?
Renzi governa sulla base dei sondaggi, come Berlusconi. E non c’è bisogno di grandi sondaggi per capire che oggi il Pd a Roma è messo molto male. Il Pd sta lavorando alacremente contro Roma, la città si è rivoltata contro la manovra di palazzo che dalla stanza di un notaio mi ha estromesso, e di super eroi non c’è traccia. Per questo credo che pensino al voto nel 2017, magari insieme alle politiche. Ma una capitale europea come Roma non può essere governata dalla polizia per 2 anni. Sarebbe una scelta grave e inaccettabile e io credo che i romani andrebbero a manifestare sotto palazzo Chigi.
Lei appare molto combattivo, ma in questi due mesi avrà pure fatto una riflessione su come è fallita la sua amministrazione. Molti la paragonano a quel medico che dice ‘l’operazione è andata bene, ma poi il malato peggiora. Quali errori si attribuisce?
Di errori ce ne sono stati come è inevitabile per chi vuole portare il cambiamento. Per esempio c’è stato da parte nostra un deficit di comunicazione, che va imputato a me. Ma la responsabilità è anche dei media: io chiudo Malagrotta e i giornali parlano della Panda rossa; io apro le spiagge di Ostia e i giornali parlano dell’elicottero dei Casamonica; io cambio i vertici delle aziende e i giornali fanno campagne sulla sporcizia. Ora la città è ugualmente sporca ma i giornali tacciono. Io ritengo che i giornali romani rispondano a interessi che evidentemente io non conosco.
E tuttavia dopo Mafia Capitale lei ha avuto una grande occasione di ripartenza e l’ha sprecata con alcune gaffe come il viaggio negli Usa dietro al Papa.
Io un errore l’ho commesso prima delle elezioni del 2013: non ho esaminato per nulla i curriculum dei consiglieri candidati dal Pd. Se lo avessi fatto, su alcuni avrei espresso delle perplessità . Non ho preteso che il Pd candidasse solo persone cristalline e motivate dall’amore per Roma. Pensi che, pur di spingerli alle dimissioni per allontanare me, ad alcuni di loro è stata promessa la presidenza di alcuni municipi: solo che la stessa poltrona è stata promessa a più persone in alcuni municipi come il II, il V e il VI…”.
Al suo posto, un altro professionista come lei vorrebbe dimenticare l’esperienza romana, e forse la politica tutta. Lei invece vuole andare avanti. Ma come? Partecipando alle primarie Pd? Con una sua lista civica?
Questa riflessione è prematura. Certo, Renzi al Tg1 ha detto di avermi cacciato perchè si era rotto il rapporto con la città . Bene, io lo sfido a fare un giro insieme in un quartiere popolare di Roma. Così verifichiamo con chi il rapporto si è realmente rotto. Stamattina al mercato di Primavalle in tanti mi hanno fermato per una foto, per incitarmi a non dargliela vinta. La cosa che più mi ha commosso è che tutti mi chiamavano sindaco.
Lei ritiene dunque che i romani abbiano nostalgia di lei?
I romani non tollerano che il loro sindaco si decida altrove. Non tollerano che arrivi qualcuno da Firenze e indichi chi deve governare Roma. Anche tra chi non ha votato per me la cosa che è stata fatta da Renzi ai romani viene considerata inaccettabile. I romani non vogliono che a decidere per loro sia un fiorentino.
Dunque vuol dire che il premier ha accresciuto la popolarità di Marino tra i romani?
Questa è la mia valutazione. E credo che i 19 consiglieri accoltellatori avranno molte difficoltà a farsi rieleggere. Non ci si candida con la spada del sovrano sulla spalla.
Lei sfiderebbe alle primarie un renziano come Roberto Giachetti?
Vedo che più che una corsa alle primarie c’è una corsa a fuggire dalle primarie. Vedo che tutti i nomi che girano poi si fanno da parte. Mi pare che lo stesso Giachetti abbia detto che lo farebbe solo se costretto e per ordine superiore del sovrano. E che anche il prefetto Gabrielli si sia già chiamato fuori, come anche Malagò. Eppure il ruolo di sindaco della capitale dovrebbe generare entusiasmo. La verità è che tutti sanno bene —anche se non riescono a dirlo al sovrano – che la ferita di ottobre penalizzerà il Pd. Il partito ha solo una possibilità : chiedere scusa alla città per aver allontanato il sindaco eletto democraticamente.
In questi mesi ha sentito qualcuno del Pd? Qualcuno le è stato vicino?
Il commissario del Pd di Roma mi è stato molto vicino, in prima fila nell’affilare i coltelli e poi colpirmi.
Intendo dopo la sua uscita dal Campidoglio…
Ho sentito molti dirigenti e amministratori del Pd di tutta Italia, e mi hanno detto che non condividono questa manovra di palazzo.
Vuole fare qualche nome?
Si tratta di colloqui confidenziali, con amici e persone che, anche al di là delle opinioni politiche, ritengono che in un partito come il nostro la democrazia e la libertà di pensiero debbano sempre prevalere, nonostante Renzi.
Uscirà un libro con i suoi diari di due anni in Campidoglio?
“Scrivere mi piace molto, è una passione che non nascondo e coltivo da sempre”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 24th, 2015 Riccardo Fucile
“ECCO IL MIO PIANO SU DECORO, CAMPO ROM E MUNICIPALIZZATE”
“Ormai in Italia sono diventati tutti di sinistra e la sinistra sembra ispirarsi alla destra liberale che in
Italia non è mai nata. La confusione ideologica regna sovrana”.
Lo dice in un’intervista al Tempo Alfio Marchini spiegando che il suo piano per Roma mette in testa decoro, campi rom e buche.
“A Roma serve un grande progetto di rinascita preciso e concreto che si potrà realizzare solo con una robusta maggioranza in consiglio. Ma il passato ci insegna che se le maggioranze si decidono a tavolino come semplice spartizione tra partiti si va a sbattere. Ci deve essere discontinuità non solo nelle sigle ma anche nel metodo”, afferma.
“Mi sottraggo al toto nomi. In questi due anni ho dimostrato di amare Roma più del mio tornaconto personale. Abbiamo rifiutato poltrone e prebende e siamo stati i primi a invocare le dimissioni di Marino e il commissario. Per me Roma viene prima di tutto. Siamo un movimento civico e libero sempre al servizio dei romani”.
Marchini dice che si alleerà “con chi condividerà il piano industriale per Roma che presenteremo e le prime dieci delibere che chi vincerà si dovrà impegnare ad adottare: dal decoro alla manutenzione della strade, alla riforma di Roma Capitale, al piano di riorganizzazione delle municipalizzate, ai campi rom, al nuovo modello di governo di Roma con i quartieri e i cittadini protagonisti. Una città che attiri i giovani e tuteli e valorizzi il ruolo degli anziani”.
Non un manifesto ma “un elenco di azioni concrete individuando risorse e modalità di attuazione. Di bei programmi elettorali sono pieni i cassetti del Campidoglio”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
ALLO SPORT LUCIA FUNARI, IN GIUNTA CON ALEMANNO E SOTTO INCHIESTA PER CORRUZIONE…AL LAVORO CLORINDA ACETI, DIRIGENTE DELLA LISTA DEI 101, COINVOLTA IN UN APPALTO “ANOMALO”
Se per Roma il prefetto Gabrielli ha voluto un dream-team per gestire il post Mafia capitale, più
modestamente il commissario straordinario Tronca con le sue nomine ha nel silenzio sorpreso tutti.
E la sorpresa è che tra le ultime designazioni a capo dei dipartimenti — sorta di assessorati nella gestione straordinaria del dopo-Marino — compaiono un ex assessore finito sotto inchiesta per corruzione — tirata in ballo anche da Salvatore Buzzi — e una dipendente del Comune che compare nella lista dei 101 stilata da Gabrielli sul malaffare romano.
Si tratta dell’ex-assessore della giunta Alemanno, Lucia Funari e del dirigente Clorinda Aceti.
Per loro Tronca ha previsto che si occuperanno rispettivamente di sport e qualità della vita — la prima — e di formazione e lavoro, la seconda. Le nomine di Tronca, per ironia della sorte “obbediscono” al piano triennale anticorruzione voluto da Ignazio Marino che prevede un turn-over nelle posizioni apicali dell’amministrazione.
Trasparenza e rinnovamento che nei due casi non tengono conto nè delle risultanze delle inchieste sulla corruzione e su Mafia Capitale nè delle indagini svolte dalla Commissione d’accesso al Comune di Roma che all’inizio di agosto consegnò al prefetto Gabrielli il suo atto d’accusa contro il Campidoglio «infiltrato».
A finire in quella relazione — e nella black list di 101 nomi, atto ancora riservato, che compone la fitta trama della corruzione romana all’interno dell’amministrazione — c’è la dipendente Aceti — a oggi non indagata — che Tronca ha nominato. Il suo nome è legato a una gara di appalto, quando la Aceti era al Dipartimento Patrimonio, le cui procedure sono state definite dalla Commissione “opache e anomale”.
Il sospetto dei commissari è che su quella gara si sarebbe celato l’interesse occulto dell’imprenditore Mauro Balini — presidente del porto di Ostia — accusato di bancarotta e “legato — secondo l’inchiesta prefettizia — alle organizzazioni mafiosi operanti ad Ostia”. Vicenda su cui sono in corso ulteriori indagini sia interne all’amministrazione capitolina che alla Procura.
Il nome della Funari riporta l’orologio indietro alla giunta Alemanno quando — era il 2012 — dirigeva l’assessorato al Patrimonio.
Secondo la Procura sarebbe stata al centro di episodi di corruzione riguardanti la gestione di mercati e parcheggi. Il primo ottobre del 2014 per lei è scattata la perquisizione e l’iscrizione nel registro degli indagati insieme a imprenditori e dipendenti pubblici nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Caporale e del Pm Letizia Golfieri.
Negli interrogatori del 23 e 24 giugno scorso Salvatore Buzzi ha trascinato la Funari — ritornata per qualche mese al suo posto di dirigente alla Mobilità — nel gorgo di Mafia Capitale. L’ex-assessore — dice Buzzi — era nel suo libro paga.
“Le davo 10mila euro al mese per ottenere le proroghe dei servizi dell’emergenza alloggiativa. Complessivamente, le ho portato in ufficio 100 mila euro”.
La Funari ha annunciato querela ma sul suo operato si erano già accesi anche i riflettori del Campidoglio nell’era Marino su una serie di procedimenti amministrativi
Nicola Biondo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER FA TESTARE NEI SONDAGGI, A SUA INSAPUTA, LA SUA CANDIDATURA A PRIMO CITTADINO… LA MELONI NON VUOLE MARCHINI, MA HA PAURA DI PRESENTARSI IN PRIMA PERSONA
Nell’ora buona di domanda e risposta sotto i riflettori e le telecamere della tradizionale presentazione del libro di Bruno Vespa, Silvio Berlusconi si è guardato bene dal raccontare al giornalista-scrittore quel che ha rivelato 24 ore prima a Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
Ovvero che nella disperata caccia a un candidato per Roma, il suo pallino si è fermato proprio sul conduttore di Porta a Porta.
“Lo sto facendo testare dai sondaggi – ha spiegato ai due leader di Lega e Fdi ricevuti ad Arcore martedì sera – Sarebbe un’ottima soluzione, se lui accettasse”.
Già , perchè, come ha rivelato il Cavaliere, il diretto interessato non sarebbe stato nemmeno informato.
Vespa – inconsapevole davvero o meno – una domanda su come finirà a Roma e Milano l’ha pure piazzata, al Tempio di Adriano.
Con vaga risposta del leader di Forza Italia: “Decideremo nei primi mesi del 2016”.
Se è per questo, Berlusconi ha raccontato ai due giovani leader di centrodestra che sta facendo testare sempre per la Capitale anche il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dei Carabinieri dal 2009 al gennaio di quest’anno.
E questo dà la misura dell’impasse in cui è impantanato il centrodestra.
La Meloni ha ribadito l’altra sera a cena che lei preferirebbe non correre, compirebbe il passo solo se “costretta” dall’assenza di qualsiasi alternativa.
Ma ancora una volta ha confermato il veto irremovibile su Alfio Marchini.
E tanto è bastato – raccontano anche da fonti forziste – per far archiviare una volta per tutte la candidatura dell’imprenditore che pure tanto piaceva all’ex premier: “È troppo divisivo”.
Quanto a Milano, Berlusconi a Vespa rivela di avere in programma “in settimana un incontro con Stefano Parisi, che è stato city manager che consigliammo ad Albertini”. Figura non di grande notorietà che, a quanto sembra, avrebbe in realtà già declinato l’offerta.
Il leader forzista tornerà alla carica. E intanto stronca di fatto (e in pubblico) la candidatura di Alessandro Sallusti: “Con grande generosità si è messo a disposizione, ma ha anche esplicitato che la sua disponibilità può essere ritirata ove trovassimo un candidato che ritenessimo capace di vincere”. Come dire: lui non lo è.
Ma tra la consueta accusa a Giorgio Napolitano (“Mi impose lui ne 2011 le dimissioni”) e l’attacco a Renzi (“Non siamo in democrazia, suo governo illegittimo, fossi in Mattarella scioglierei le Camere”), il leader di Forza Italia si è lanciato in un endorsement più spinto del solito in favore dell’imprenditore Diego Della Valle. Confermando le voci che vogliono Berlusconi sempre più tentato dal sostenere la “discesa in campo”.
“Sceglieremo il candidato premier con un accordo o con primarie molto regolamentate – è la premessa non scontata – Della Valle? Non posso designarlo solo io, ma non è certo un avversario. Magari scendesse in campo e facesse le scarpe alla sinistra”.
E giù applausi della claque di una sala, che pure non è più quella gremitissima degli anni d’oro.
Berlusconi ad ogni modo c’è, con lui bisognerà fare i conti. “Ma prenderò una decisione sul mio ruolo quando la corte di Strasburgo darà la sentenza sulla corte di Cassazione”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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