Dicembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
IN SINISTRA ITALIANA E’ GIA’ L’ORA DEI TORMENTI
Ignazio Marino è tornato e a sinistra-sinistra scoppiano già i tormenti e le divisioni tra chi vorrebbe una nuova candidatura del chirurgo a sindaco di Roma e chi invece sostiene Stefano Fassina, che è in campo da una settimana: “Chi sostiamo? Andiamo divisioni o corriamo insieme?”
Il dato, intanto, è che il Pd organizza i banchetti (a Roma nel week end ce ne saranno 100, forse 200) e l’ex primo cittadino defenestrato, negli stessi giorni e dopo settimane di silenzio, riappare in giro per la città .
Giovedì sera ha partecipato all’assemblea pubblica organizzata dagli ex consiglieri comunali di Sinistra Ecologia e Libertà , il giorno seguente è ospite del minisindaco del IV Municipio Marco Scipioni e sabato sarà al teatro San Genesio per un’iniziativa organizzata dalla Lista civica che porta il suo nome.
Questo tour ha tutta l’aria di essere un tour elettorale e anche Marino si comporta come chi si candiderà alle prossime elezioni per sfidare i dem o comunque per dare loro fastidio dopo “le 26 coltellate” che lo hanno cacciato dal Campidoglio.
Marino, prima di andare all’assemblea di Sel, lancia su Facebook un messaggio chiaro, quasi un appello: “Dobbiamo far prevalere il partito dei cittadini a quello della nazione”, scrive.
“Dobbiamo contrapporre il partito delle idee e delle persone – aggiunge – a quello dei prefetti e dei commissari. Dobbiamo in poche parole tornare presto alla partecipazione democratica”.
I militanti, durante l’incontro, acclamano più volte il chirurgo: “Sei il nostro sindaco”, grida qualcuno di Sel.
Un altro chiede di far parlare subito il primo cittadino ‘decaduto’. Nel movimento Sinistra italiana (formato da Sel, dai fuoriusciti dal Pd e da M5S), che la scorsa settimana da un teatro di Ostia ha lanciato la candidatura di Fassina, si nascondono non pochi ultrà di Marino.
Basti ricordare che i militanti di Sel non hanno mai mandato giù la decisione presa dal partito l’estate scorsa di togliere l’appoggio al sindaco e di uscire dalla Giunta. Così come non hanno apprezzato, nei primi giorni della crisi capitolina, gli attacchi che i consiglieri hanno rivolto al primo cittadino, salvo poi fare retromarcia.
La base è quindi in subbuglio, o per meglio dire è confusa: davanti a sè ha da una parte la candidatura di Fassina e dall’altra Ignazio Marino, tentato dal ‘bis’ e che passa da un palco all’altro e da un comizio e a un dibattito.
Paolo Cento di Sel, conoscitore della realtà romana, riassume così la situazione, quasi l’equivoco, che si sta creando: “Ho lanciato a Marino la proposta di giocare in squadra e lui credo abbia recitato questo messaggio. Vedremo…”.
Fassina racconta che l’assemblea di giovedì sera con l’ex sindaco “è servita a fare un bilancio del gruppo consiliare. Adesso ci vuole discontinuità anche con il centrosinistra di cui Marino è stato interprete e poi vittima. Se si può ricandidare? Certo, come un qualsiasi altro cittadino a meno che il Pd non cambi ad personam le norme”.
Ma l’esponente di Sinistra italiana sottolinea che la sua candidatura è in campo e che si “va avanti” su questa strada.
Invece “se e come andare avanti con Marino si vedrà “. Di certo, adesso, non si può parlare di un percorso comune e rimane il problema di come spiegarlo ai militanti.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“PENSO A UN SENATO ROMANO CON VANZINA”
Renzi ha detto di Alfio Marchini: «Marchini non è in partita». Ma lui, il candidato sindaco più
corteggiato della capitale, la bolla come una battuta infelice «più degna di un giudice di X Factor che di un premier», dice a Corrierelive.
E sogna un Senato romano, con Vanzina senatore a vita, dove recuperare quel senso civico che manca alla città .
Possibile che sarà proprio lui, l’imprenditore che si candida senza partiti, pur avendone un passato pieno, a conquistare Roma?
«Ho imparato sulla mia pelle che impossibile è un’opinione. Era impossibile tre anni che prendessimo il 3%, è successo. Era impossibile che Marino andasse a casa, è successo. Credo sinceramente che l’infelice battuta di Renzi sia più degna di un Crozza-giudice di X factor che un premier alle prese con una nazione in guerra».
Renzi ha paura di un modello Marchini?
«No, credo sia concentrato su cose più importanti, come la guerra, o il Pil che non cresce»
«Le buche contano di più delle ideologie»
Da membro della famiglia di sinistra a fuoriuscito: «Di una cosa bisogna farsene una ragione: gli estremismi ideologici non possono generare quei cambiamenti che ci aspettiamo. C’è bisogno di un estremismo del buon senso. Soprattutto quando si parla dell’amministrativo: c’è bisogno di cose concrete, delle buche da coprire, degli autobus che arrivino in tempo. Il vecchio schematismo centrosinistra-centrodestra dove di giorno fanno finta di litigare e di giorno spartiscono tutto, si è realizzato. E non ci è piaciuto. La nostra famiglia si muove in un percorso ideologico libertà di religione, parola, dal bisogno e dalle paure. Gli estremismi hanno creato una società piena di paure. Il welfare così com’è non sta in piedi e non vedo nessuna ricetta seria».
Ma della famiglia di centrosinistra, della cena con D’Alema, Cuccia, etc.- cosa resta a Marchini?
«Non c’è futuro senza memoria, piuttosto che per la rottamazione sono per un cambiamento, che però tenga conto del passato: quel bisogno di tenere insieme una comunità va conservato».
Il senso del civismo
Il partito della nazione? «E’ un progetto che non esiste, che sta sulla carta, credo che abbiamo bisogno di altro: noi siamo un movimento civico. Colui che capisce che la propria felicità non è un discorso individuale ma legato a quello degli altri, intraprende un percorso civico. La politica dovrebbe contenere il civismo, se non lo contiene non va bene. Non vedo questa preoccupazione del civismo come se dovesse togliere qualcosa a qualcuno».
Possibile vincere le elezioni a Roma senza avere un partito?
«I fatti hanno un senso: era mai credibile , avrebbe mai scommesso che il Pd del 40% avrebbe cacciato Marino?», ribadisce Marchini.
La questione Marino
Vero che senza la sua di firma i 19 consiglieri non avrebbero firmato per le dimissioni di Marino?
«Nessuno mi ha chiesto una mano, noi ci eravamo già autosospesi a giugno, avevamo detto che quel governo della città non poteva andare avanti. Non c’è stato nessun annuncio trionfale da parte mia, ma dal notaio si è registrato che quel vecchio meccanismo non era più in grado di governare la città . Se non c’erano i nostri voti, Marino non sarebbe andato a casa».
«Siamo come Ciudadanos di Rivera»
Perchè la gente dovrebbe votare Marchini e non i 5 Stelle?
«E’ lo stesso motivo per cui in Spagna si vota Ciudadanos di Albert Rivera e non più Podemos: per spezzare il bipolarismo».
Se Marchini diventasse sindaco, il progetto dello stadio della Roma che fine farebbe? «Andrebbe potenziato sulla parte infrastrutturale», dice Marchini, che non ha nascosto in passato di non approvare quel progetto.
Ma sulla questione alleanze Marchini glissa: «Ho grandissimo rispetto per i partiti, per quanto reputo che abbiano fallito in questi anni a Roma: ma io presenterò insieme a una squadra straordinaria un’idea programmatica di Roma, è qualcosa di diverso. Noi abbiamo un’identità che non può essere cambiata. Un movimento civico incide politicamente. Per sgombrare il campo, che faremo? Stiamo presentando un piano quinquennale di Roma. Le prime dieci delibere sono già scritte, per cui dopo Natale andranno su internet, verranno pubblicate e i cittadini potranno intervenire. Non è il programma che vale tutto e nulla, ma una delibera che funziona».
Le priorità
I primi problemi di Roma?
«Sicurezza; lavoro; i trasporti e le strade lasciate a colabrodo; la semplificazione; e i rifiuti. Poi c’è il decoro: ci sono ancora 500 persone che lavorano nell’Ufficio decoro, di cui 300 giardinieri, che potrebbero essere messi in strada con una pettorina e occuparsi degli spazi dei municipi».
Prima i tram e poi la metro
Secondo Marchini, «abbiamo la possibilità di potenziare in tempi molto brevi la copertura tranviaria. Una linea che va sul lungotevere, ad esempio. L’8 che possa arrivare fino al Colosseo. Un’altra linea che passa da Caracalla e torni indietro. Sono cose che hai tempo di fare in cinque anni. La metro C è importante come opera, va razionalizzata, ma non dimentichiamoci che non siamo Parigi nè Londra. Quindi prima diamo ossigeno al traffico, liberiamo le risorse, poi ci ragioniamo sulla metro C. Atac? Ha un problema strutturale, non ha una contabilità industriale, fatta per fare utile sugli investimenti, ma è destrutturata, va reimpostata in maniera intelligente. Prima devo renderla efficiente, poi devo pensare se c’è troppo personale. C’è gente che non paga? Facciamo i tornelli. Gli autobus? Il 70% ha nove anni di vita, il 70% dei costi di manutenzione è dovuto al fatto che sono mezzi vecchi, devi fare investimenti seri e puntuali. Una volta che hai rimesso in moto l’azienda, e eliminate le ruberie, si può pensare a una razionalizzazione. Se fa una newco e trasporta le problematiche di quella vecchia, non si cambia niente».
Vanzina senatore a vita di Roma
Come si può combattere lo scarso senso civico dei romani?
«Galli della Loggia ha fatto una foto oggettiva: questa situazione secondo me non si può riprendere senza uno sforzo collettivo. Se aboliscono il Senato, a Roma costruiamo il Senato: senatori a vita per la città di Roma, gratuitamente. Voglio fare Enrico Vanzina senatore a vita per Roma, voglio istituire un servizio civile per Roma, un obbligo fondamentale per chi vuole legare la propria felicità alla città a cui appartiene. Ho già detto ai miei figli che dovranno farlo per 5 anni».
Quindi al referendum Marchini voterà per o contro il referendum sulle riforme?
«Io credo che se si aveva un po’ più di coraggio e si andava verso l’abolizione del Senato, sarebbe stato più semplice. Da un punto di vista complessivo democratico, non credo che i padri della nostra Costituzione sarebbero tanto contenti di questa riforma, io la sto studiando».
Antonello Venditti potrebbe entrare in Senato?
«No, lo lasciamo cantare. Lo svago è fondamentale, i giovani devono poter venire e stare bene, anche gratuitamente».
Uno scambio con la Chiesa
Roma deve essere «Capitale del Paese, europea, del Mediterraneo e della Santa Sede», dice Marchini.
«Noi dobbiamo rivendicare con fermezza il primato delle forze laiche e repubblicane per la gestione dell’amministrazione. Corcolle, ad esempio: è un quartiere abbandonato, dove hanno un problema drammatico. Ci sono centinaia di bambini che non hanno un asilo nido, poi ci sono tante parrocchie che hanno delle sale vuote. Allora dobbiamo chiedere alla Chiesa che metta a disposizione quelle strutture. Dobbiamo usare il rapporto con la Chiesa perchè ciascuno possa fare la sua parte: non paghi l’Imu ma mi metti a disposizione quei locali. E io ti fornisco anche la vigilanza. Lo dico da cattolico praticante credente e peccatore».
«Siamo in guerra»
«Penso che il Papa abbia in mente cose più importanti di me, penso che stia portando avanti un’opera di cristianizzazione fondamentale. Anche la religione cristiana ha avuto momenti di fondamentalismo, ma ora stiamo vivendo quella islamica: è una vera e propria guerra, che porterà a una redifinizione dei confini dei Paesi del Mediterraneo. Roma oggi è una città a rischio, ma come tutte».
Il contratto coi romani? «No, grazie»
Da Berlusconi ha ricevuto degli endorsement che ha detto di «apprezzare tanto più perchè non richiesti», ma al contrario di quanto fece il leader di Fi a Porta a Porta nel 2001, Alfio Marchini si rifiuta di firmare un contratto con i romani.
Al termine dell’intervista a CorriereTv, il giornalista Tommaso Labate ha proposto a Marchini di firmare in diretta un «contratto con i romani» ma l’imprenditore si è gentilmente rifiutato: «Il contratto no – ha detto sorridendo – siamo seri».
Valentina Santarpia
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX RADICALE CONFIDA: “NON VORREI, MA SE ME LO CHIEDESSE MATTEO NON POTREI DIRGLI DI NO”
Nella sfida delle città , destinata nella primavera 2016 a condizionare il futuro del governo Renzi, il vuoto più assillante finora ha riguardato il candidato del Pd per Roma, vale a dire l’epicentro della prossima battaglia elettorale.
Ma ora, dopo un setaccio durato settimane e rivelatosi sterile, il presidente del Consiglio è tornato ad una sua vecchia idea: con un Pd in emorragia di consensi, Renzi ritiene che il candidato più adatto per risalire la china potrebbe essere Roberto Giachetti.
E cioè a dire, un personaggio fuori dagli schemi: ex radicale, anticonformista ma non troppo, l’armadio privo di “scheletri”, un lessico diretto e verace, Giachetti a palazzo Chigi viene considerato il più competitivo in un futuro scontro con il candidato dalla lingua veloce e tagliente: quello del Cinque Stelle (ancora un mister x) ed eventualmente con la romanissima Giorgia Meloni, leader dei Fratellli d’Italia, ancora incerta se lanciarsi nella mischia capitolina.
Certo, la propensione di Renzi per Giachetti non è ancora una scelta definitiva.
E non tanto per la resistenza del diretto interessato. Agli amici, Giachetti lo ripete da settimane: «Io non vorrei proprio farlo il candidato sindaco. Ma se me lo chiedesse Renzi, come farei a dire di no?».
Per ora il premier-segretario si è preso tutto il tempo necessario: proponendo primarie il 20 marzo per tutte le città chiamate al voto, Renzi ha implicitamente confermato il ritardo e l’imbarazzo nella scelta in alcune importanti realtà .
E d’altra parte in un turno amministrativo che coinvolgerà le cinque città politicamente più importanti (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli), la sfida della capitale sarà decisiva per valutare vincitori e vinti dell’intero test.
Ma dopo aver attivamente concorso alla caduta del sindaco in carica, Ignazio Marino, e dopo aver preso atto di sondaggi che danno il Pd in picchiata, Renzi cerca un candidato che lo copra con l’elettorato “indignato”, oltretutto in un contesto nel quale anche i candidati sindaci vengono scelti in base alla “tenuta” televisiva.
Tratti di profilo che hanno portato Renzi a valutare sempre più concretamente l’ipotesi Giachetti.
Cinquattaquattro anni, romano, figlio di un architetto, prima tessera radicale nel 1979, redattore di Radio radicale in Parlamento (faceva le interviste ai politici della Prima Repubblica), un legame politico mai tradito con le sue radici “pannelliane”, nel 1993 Giachetti entra in Campidoglio, dove diventa capo di gabinetto del sindaco Francesco Rutelli, un precedente che potrebbe pesare.
Deputato dal 2001, vice-presidente della Camera dal 2013, Giachetti è accreditato dai colleghi di tutti i partiti di un sesto senso nel comprendere dove stia “andando” l’aula, in questo aiutato da una serie di rapporti personali con alcuni capofila parlamentari, a cominciare dal pentasellato Luigi Di Maio.
E d’altra parte il convegno su Roma promosso dall’ex sindaco Francesco Rutelli (nel corso del quale sono intervenute diverse personalità con competenze e proposte sulla capitale), ha contribuito a sottolineare il vuoto progettuale e la scarsa apertura che sinora hanno connotato tutto il mondo renziano nella vicenda Roma.
Un dato a più riprese evidenziato nel convegno di Rutelli, (da David Sassoli e Ileana Argentin), nel corso del quale le parole più acuminate le ha pronunciate una personalità come il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, che per Roma e per l’Italia ha messo in guardia dal pericolo crescente dell’«uomo solo al comando» e ha definito «pura demenza» l’ambizione di chi volesse fare il king maker del futuro sindaco di Roma.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Novembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
PROTESTA A OLTRANZA DEGLI AUTISTI CHE DA QUATTRO MESI NON RICEVONO LO STIPENDIO
Seicentomila romani senza bus. Da sei giorni un quinto del territorio della capitale è
tagliato fuori. Un black out pressochè totale nel trasporto pubblico a una settimana e mezzo dall’inizio dell’Anno Santo e con 35 milioni di pellegrini in arrivo a Roma. L’autorità di garanzia per gli scioperi lancia l’allarme.
È ormai una corsa contro il tempo per scongiurare la paralisi dell’inaugurazione giubilare l’8 dicembre
Intere borgate isolat
A lasciare a piedi le periferie romane è lo sciopero degli autisti della Tpl che non ricevono lo stipendio da mesi e che perciò hanno bloccato la circolazione.
Nel mirino della mobilitazione proprio le borgate e i quartieri dove si trovano decine di case per le vacanze e ostelli religiosi, cioè quelle strutture ricettive che garantiscono ai turisti accoglienza a tariffa economica.
Il blocco dei bus andrà avanti a oltranza, senza nessun preavviso e al di fuori di ogni mediazione sindacale.
Protesta selvaggia, cittadini appiedati. La paralisi nel trasporto che taglia fuori le periferie dalla città eterna sono per il prefetto Franco Gabrielli «l’emergenza delle emergenze».
Il commissario Francesco Paolo Tronca si è impegnato ad agevolare il pagamento dei crediti da parte del comune, mentre il garante per gli scioperi, Roberto Alesse prepara l’estensione della moratoria per il Giubileo anche ai sindacati che non hanno firmato al ministero delle Infrastrutture l’intesa anti-scioperi. La società Tpl gestisce un’ampia parte delle linee di bus periferiche .
Secondo i dati dell’Agenzia per la mobilità della capitale, da sei giorni risultano in circolazione solo 12 collegamenti sui 103.
Oltre 20%della città isolate. I bus restano parcheggiati nei depositi. Al deposito della Maglianella la tensione alle stelle. Ieri sera il comune ha liquidato 12 milioni di euro per il pagamento degli stipendi. Non basta.
Ritardi record e linee ferme
Un anno e mezzo di retribuzioni a singhiozzo dei 1800 autisti ha messo ora fuori gioco quartieri popolosi come Casalotti, Selva Candida, Palmarola, Ottavia, Lucchina, Monte Mario Alta.
Tra la stazione ferroviaria Ottavia e Palmarola quattro km a piedi per studenti e lavoratori. Stessa sorte per le zone servite dal deposito di via Raffaele Costi in zona Nomentana: out snodi nevralgici come Casilina, Tiburtina Prenestina.
«Il commissario Tronca mi ha detto che modulerà il piano bus su due tempistiche: a dicembre la versione provvisoria e a gennaio quella definitiva», getta acqua sul fuoco Gabrielli. Primavalle, Torrevecchia, Val Melaina, Fidene, Serpentara, Casal Boccone, Conca d’Oro, Tufello, Bufalotta.
Si estende la mappa del disagio coi pendolari sul piede di guerra. «E’ una penalizzazione ulteriore per noi che già abitiamo in zone degradate», lamenta Mario Giordani, infermiere in servizio a un’ora e mezzo di tragitto da casa.
«E’ incivile uscire la mattina, aspettare un’ora finchè non passa una vettura e poi non avere la certezza di trovarne un’altra per tornare la sera», aggiunge Mara Lombardi. Accanto a lei una badante moldava si infuria sotto la pensilina affollata di persone in attesa: «Ho pagato 250 euro di abbonamento annuale e da una settimana mi tocca spendere per il taxi tutto quello che guadagno con l’assistenza ad un’anziana perchè se non mi presento, perdo il lavoro».
Nelle borgate la protesta accomuna italiani e stranieri. «Non riesco ad arrivare in fabbrica, ieri ho dovuto chiedere le ferie al titolare dell’azienda- allarga le braccia un operaio egiziano».
Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)
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Novembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
IN CAMPO UFFICIALMENTE SOLO MARCHINI E FASSINA… BERLUSCONI POTREBBE INDICARE LA MELONI, MA IN FORZA ITALIA C’E’ MOLTA PERPLESSITA’… NEL PD E’ NEBBIA FITTA
Saranno amministrative all’insegna dell’ordine sparso.
A sinistra non c’è mai stata tanta frammentazione mentre a destra, al momento, si è nella fase delle giravolte.
Le certezze al momento sono due: gli unici candidati ufficiali per il dopo Marino si chiamano Alfio Marchini e Stefano Fassina.
Il Pd non ha ancora un candidato ma attorno al partito di Matteo Renzi c’è una galassia di candidati.
Il primo è Fassina, in campo per Sinistra italiana, il movimento nato da Sel e dai fuoriusciti dal Pd e dal Movimento 5 Stelle.
L’ex viceministro lancia la sua campagna elettorale in un luogo simbolo: Ostia, lido periferico di Roma e culla dell’infiltrazione della criminalità mafiosa nella Capitale.
“Io – ha detto Fassina – ci metto la faccia: propongo la mia candidatura che andrà ovviamente verificata con le mille realtà dell’associazionismo presenti nella città , con le forze economiche e sociali, con quelle politiche”.
Dunque, dialogo con la società civile ma anche ricerca di alleanze.
“Chiederò un incontro a Ignazio Marino presto, come lo chiederò anche agli ex sindaci del centrosinistra Rutelli e Veltroni. Con Marino dobbiamo dialogare”.
Eppure c’è chi, tra i consiglieri uscenti di Sel, vorrebbe proprio l’ex primo cittadino come candidato. Dal canto suo Marino non esclude un suo ritorno in campo, dopo essere stato vittima di quelle che ha definito le “26 coltellate dei consiglieri del Pd”.
Dice che ci sta pensando e nel frattempo osserva chi lo contende.
Nell’agone è sceso anche il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi, ex consigliere capitolino ed eletto nella lista civica di Ignazio Marino.
A lui guarda il movimento ‘Possibile’ con cui si sta costruendo la candidatura.
“Ringrazio Pippo Civati e gli altri che in questi giorni hanno manifestato interesse nei miei riguardi – dice Magi – da Italia Unica, ai socialisti, a Stefano Fassina che oggi mi invita a ‘fare squadra’. Ora bisogna verificare se le nostre analisi e proposte possono rappresentare un terreno comune”.
Sta di fatto che resta sempre l’incognita Marino. Nei piani di Possibile non dovrebbe ricandidarsi per lasciare spazio al nuovo.
E il Pd? Non ha ancor deciso chi schierare. Franco Gabrielli resterebbe il candidato preferito dai vertici del Nazareno e su di lui prosegue il pressing, nonostante il prefetto abbia già opposto un fermo “no”.
L’idea di candidare il ministro della Salute Beatrice Lorenzin o quello della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, sarebbe tramontata.
Anche il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, non ne vuole sapere.
Nel toto-nomi c’è anche quello di Giovanni Malagò, presidente del Coni e persona molto stimata da Renzi, di Michela Di Biase (ex consigliera comunale del Pd e moglie del ministro Franceschini) e di Carlo Fuortes, numero uno del teatro dell’Opera e autore del successo dell’Auditorium. La girandola delle possibili o impossibili candidature sembra dunque irrefrenabile.
Nella Pd capitolino inoltre è tornata a circolare l’ipotesi, e per alcuni la speranza, che Alfio Marchini – sia pure convintissimo di non voler aderire a nessun schieramento – possa invece concorrere alle primarie del centrosinistra, soprattutto se l’avversario scelto dal centrodestra per il Campidoglio sarà Giorgia Meloni.
Infatti Silvio Berlusconi, che in un primo momento aveva fatto un endorsement a favore di Marchini, dopo la manifestazione di Bologna al fianco della Lega Nord di Matteo Salvini, sembra propendere verso la leader di Fratelli d’Italia. Ma anche no.
Un pezzo degli azzurri romani, capitanati da Francesco Giro, ritengono ancora Marchini il candidato giusto.
E lo stesso Berlusconi nei suoi discorsi privati continua a difendere l’opportunità di una scelta civica: “Marchini andrebbe benissimo”.
I giochi sono ancora aperti. Intanto sabato torna in pista, con le sue proposte per la Capitale, Francesco Rutelli, per due volte sindaco in Campidiglio.
Tuttavia l’ex leader della Margherita ha tenuto più volte a sottolineare che l’evento non sarà l’occasione per l’annuncio di una sua quarta ricandidatura. Piuttosto, l’ha voluto chiamare, una “Francescana”, cioè una Leopolda romana in salsa rutelliana.
Tra gli oratori sarà presente Alfio Marchini. E non a caso per molti sarà il battesimo di una lista civica.
Il blog di Beppe Grillo ha invece aperto le “candidature del MoVimento 5 Stelle per le comunali di Roma” che dovranno essere presentate entro il 4 dicembre.
L’aspirante candidato sindaco o consigliere per partecipare dovrà risultare non iscritto ad “alcun partito o movimento politico e dovrà essere iscritto al MoVimento 5 Stelle”.
Per questa condizione, tuttavia, non vengono indicati limiti temporali. Invece non sono previsti ‘papi stranieri’ perchè i candidati dovranno risiedere nella Capitale.
Resta da capire però se le primarie saranno fatte su scala nazionale o solo locale. E se davvero Grillo e Casaleggio vogliono espugnare Roma.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
INCHIESTA SULL’ASSEGNAZIONE DEI BANCHI IN PIAZZA NAVONA PER LE FESTE NATALIZIE
Monopolista nella Città Eterna. Lo smercio di bibite, caldarroste, panini e piccoli souvenir
sui camion bar piazzati strategicamente al Colosseo e ai Fori Imperiali, come a due passi dal colonnato di San Pietro o ai piedi di Trinità di Monti, da sempre è nelle mani della famiglia Tredicine.
Che è passata più o meno indenne tra scandali e inchieste giudiziarie.
Fino a far arrivare il rampollo Giordano – grazie alla militanza nel Pdl – a sedersi sugli scranni del Campidoglio ad appena 24 anni e, addirittura, a farlo diventare vicepresidente del Consiglio comunale nella giunta Marino.
Un’ascesa apparentemente inarrestabile, quella del figliol prodigo, che è stata però interrotta bruscamente con l’arresto nell’inchiesta su Mafia Capitale. Ma tant’è. Evidentemente il potere degli esclusivisti del ristoro «mordi e fuggi» al servizio dei turisti non è stato intaccato dalle indagini capaci di provocare un terremoto.
E, nel vuoto della politica e (forse) nella distrazione generale, la famiglia era riuscita ad assestare un altro colpo decisivo per alimentare ulteriormente l’immensa ricchezza accumulata negli anni, con le amministrazioni di tutti i colori politici.
Ecco dunque, che a sorpresa (ma sarà poi veramente così?) i Tredicine si aggiudicano una consistente fetta del bando (pubblico) per la gestione dei banchi natalizi a piazza Navona. «Ma possibile che nessuno se ne sia accorto?», ci si chiede in giro per questa Capitale già martoriata dagli affari sporchi di quel Mondo di Mezzo nelle mani di Buzzi e Carminati. Pare (forse) che sia proprio così.
E quando di questa quantomeno inopportuna assegnazione – cogestita da Comune e Municipio del centro storico – ne cominciano a parlare i giornali, ecco la precipitosa marcia indietro.
Indaga Cantone, autorizzazione sospesa.
Ma per tutti i vincitori del bando. Non si sa mai…
Flavio Haver
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO CENSIS: “LE PERIFERIE ROMANE SONO PIU’ COESE DELLE BANLIEU PARIGINE”
Oramai esiste una «via italiana» all’integrazione degli immigrati, una via controversa, non uniforme e meno «reclamizzata» rispetto ai modelli delle banlieue parigine e delle innercities londinesi, ma con caratteristiche tali che finora hanno impedito alle nostre periferie di trasformarsi in polveriere.
Lo sostiene un interessante rapporto del Censis «Rischio banlieue per Roma?» che, pur circoscrivendo l’analisi alle periferie della capitale francese e di quella italiana, consente di allargare il campo visivo a tutta la realtà nazionale.
Spiega Massimiliano Valerii, nuovo direttore generale del Censis: «La delusione per la mancata ascesa sociale è un propellente molto più forte in Francia rispetto all’Italia, dove nel periodo 2012-2015 i titolari di impresa stranieri sono aumentati del 12,9% mentre le imprese guidate da italiani sono diminuite del 4,7%. Per un complesso di ragioni storiche e sociali, nelle banlieue parigine si determina una concentrazione di luoghi escludenti, nei quali finisce per incepparsi il meccanismo relazionale: l’Islam diventa la grammatica quotidiana e quindi anche un veicolo di rancore».
Una «apartheid» sociale e urbanistica ancora prima che religiosa, quella di Parigi, nella quale l’Islam diventa un propellente?
Certo la realtà di Roma è diversa da quella più critica del Triveneto, certo l’immigrazione di religione musulmana in Italia non ha assolutamente le proporzioni di quella francese, eppure anche la situazione romana è interessante: anche perchè in evoluzione, con una possibile evoluzione negativa.
A Roma l’immigrazione straniera è diventata una componente strutturale della città : «Gli stranieri iscritti in anagrafe sono 363.000, più che raddoppiati rispetto al 2000 (+115%), mentre gli italiani sono diminuiti del 5,2%», «l’incidenza sulla popolazione complessiva è passata dal 6% del 2000 al 12,7% del 2014» e quanto alla demografia «è stata salvata dalle donne immigrate: il saldo è ancora positivo (+2%) grazie agli stranieri».
Certo, a Roma convivono diverse confessioni religiose (i musulmani sono il 20% rispetto al 30% di ortodossi della comunità rumena), ma il vero valore aggiunto è rappresentato finora dalla mancanza di zone ad altissima concentrazione di immigrati.
In sostanza le periferie romane «sono più coese delle banlieue parigine», anche perchè a Roma c’è un «interclassismo» sociale ed etnico sia nei quartieri centrali che in quelli periferici che «finora l’ha preservata dal costituirsi di territori come veri e propri “santuari” del disagio sociale».
Finora, perchè nell’ultimo periodo si sta intensificando la concentrazione, in particolare dei musulmani, nel quartiere di Centocelle e dunque anche la diversità romana sta diventando a rischio.
Dall’analisi parallela della banlieue parigina per eccellenza, la Seine Saint Denis, si scopre che in tutto il dipartimento c’è una presenza media del 28,4% di stranieri, ma la quota sale in alcuni comuni del dipartimento a oltre il 42%.
E da queste percentuali sono escluse le seconde e terze generazioni, i cosiddetti beurs, perchè sono francesi a tutti gli effetti.
Quartieri nei quali la concentrazione etnica si incrocia con la concentrazione di disagio sociale: accanto ad un tasso di povertà del 24% e ad una quota di proprietari della propria abitazione del 26%, «l’islam è molto visibile per le macellerie che si definiscono hallal, per la presenza di donne che indossano l’hijab e per la molteplicità di organismi sociali e culturali che vi si richiamano esplicitamente» e quindi «se è una forzatura l’immagine della banlieue islamica come corpo straniero in terra di Francia, è però indubbio che in alcuni contesti», «l’islam si è andato affermando come un potente organismo identitario, organizzativo, socio-culturale, capace appunto di veicolare senso di appartenenza, modelli di comportamento e sistemi di regole in grado di imporsi in contesti connotati da alto rischio di anomia».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL GIUBILEO SECONDO RENZI E SOLO UNA SLIDE, QUATTRINI SOLO ANNUNCIATI E SUPERPOTERI NON PERVENUTI
Il 13 marzo 2015 papa Francesco annuncia a sorpresa il Giubileo straordinario della Misericordia: si parte l’8 dicembre.
Il premier Matteo Renzi commenta: “Sono sicuro che, come già nel 2000, Roma si farà trovare pronta: l’Italia, che quest’anno ospita l’Expo, saprà fare la sua parte anche in questa occasione”.
Il 14 marzo il sindaco Ignazio Marino propone “una gestione minimalista dell’evento, senza sfarzi nè grandiosità :come, conoscendolo, vorrebbe il Papa. Avremo costi straordinari”. E ricorda che il 27 aprile 2014, per la beatificazione di Paolo VI e Giovanni Paolo II, arrivarono in città 1,5 milioni di pellegrini e quella giornata costò 7 milioni di euro, quindi “Roma deve ricevere risorse straordinarie. Il governo ci ha promesso un allentamento dei vincoli del patto di stabilità degli enti locali, che ci permetta di poter investire risorse già a disposizione ma bloccate dal patto”.
Il governo conferma: basteranno 30 milioni per opere di ordinaria manutenzione.
Ma il 15 marzo già si litiga sull’idea dei renziani di espropriare Marino e far gestire il Giubileo da un commissario straordinario (si parla di Francesco Rutelli, che però si sfila).
Orfini e Marino, all’unisono, rispondono picche: basta il sindaco Marino.
Il ministro Angelino Alfano assicura che “la cabina c’è già , al Viminale” e presto “saranno costituti gruppi di lavoro ad hoc”.
Poi, per cinque mesi, non se ne parla più. Fino al 6 agosto, quando il vicesindaco Marco Causi annuncia che Renzi varerà il decreto Giubileo nel Consiglio dei ministri del 27 agosto, “sia per la parte ordinamentale della vicenda Giubileo (le deroghe normative necessarie a stringere i tempi delle opere) sia per quella organizzativa e per le altre richieste della giunta per attrezzare la città a questo straordinario appuntamento. Confidiamo che ciò permetta di affrontare, pur in tempi davvero stretti, gli impegni del Campidoglio per il Giubileo”.
In effetti il Giubileo è stato annunciato da 150 giorni e non c’è ancora un euro (nemmeno i 30 miseri milioni promessi) nè un progetto.
Il 27 agosto il governo non vara alcun decreto, con la scusa che Marino è in vacanza (peccato che i decreti li faccia il governo,non il sindaco).
Tra un“fare in fretta” e un “non c’è un minuto da perdere”, se ne va un altro mese e mezzo.Finchè l’8 ottobre, di buon mattino, Renzi ordina a Orfini di cacciare Marino. Che si dimette in serata, annunciando però che potrebbe ripensarci.
Il 19 ottobre il premier garantisce al Tg5: “Certo che ce la facciamo per il Giubileo. Ci dicevano che non ce la facevamo con Expo e invece oggi registriamo lunghissime code. Sono assolutamente certo che, grazie anche all’ottima collaborazione con il Vaticano, porteremo a casa dei risultati evidenti di buona amministrazione per sistemare al meglio il Giubileo e magari, perchè no, per investire anche su Roma che si merita un po’ più di cura e di attenzione”.
Quindi fa il decreto? No che non lo fa. C’è tempo: ben un mese e mezzo al via. Hai voglia. Il 31 ottobre, sciolto il Consiglio comunale davanti al notaio dopo che Marino ha ritirato le dimissioni, arriva il commissario scelto da Renzi: il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, che incontra il Papa ancor prima del premier e giura: “Adatterò il modello Expo per il Giubileo”.
Stampa e tv lo inseguono anche alla toilette,dipingendolo come un supereroe.
Poi il governo fa sapere che Tronca non si occuperà del Giubileo, affidato in esclusiva a un altro commissario, ovviamente straordinario: il celebre super-prefetto Franco Gabrielli, con tanto di Dream Team e Cabina di Regia scelti da Renzi in persona, che da Palazzo Chigi dirigerà personalmente le operazioni con la sola forza del pensiero (“Ridaremo fiducia alla Capitale”).
La dipartita di Marino fa il primo miracolo: i soldi “pronti subito” per il Giubileo decuplicano da 30 a 300milioni. Wow!
Del decreto con stanziamenti e destinazioni, però, nemmeno l’ombra.
Tanto c’è tempo: ben cinque settimane.
Il 4 novembre, 34 giorni prima dell’apertura dell’Anno Santo, Renzi fa sapere che “il Giubileo non sarà un grande evento, ma un’occasione dedicata agli ultimi, al valore delle periferie”. Ecco: le periferie.
E i soldi? Secondo alcuni giornali saranno 300 milioni, secondo altri 200, o forse 150. Comunque arrivano, dà i. Intanto Tronca e Gabrielli litigano sulla ripartizione dei compiti.
Il Dream Team sfuma, il super-commissario straordinario attende sempre la nomina, e si stenta a notare anche il commissario ordinario, Tronca, già praticamente evaporato (per dire: decide la domenica senz’auto ma si dimentica di comunicarlo alla cittadinanza, mentre tutti continuano a consultare lo staff di Marino non sapendo con chi parlare).
Il decreto invece è annunciato per il 13 novembre, e secondo la stampa viene addirittura varato.
Renzi, mattacchione, lo chiama “Decreto Happy Days”. Purtroppo, nella migliore tradizione orale da Omero ai giorni nostri, non c’è il testo.
Solo una slide affidata ad aruspici, indovini, lettori di labbra e fondi di caffè. Ai quali par di capire che per il Giubileo ci sono 200 milioni, ma non subito, con calma.
E i superpoteri all’Arcangelo Gabrielli? E il Dream Team? Non pervenuti.
Tanto c’è tempo: ben tre settimane, roba che se fai un buco non ce la fai neppure a riempirlo.
Intanto a Parigi accade una cosetta da niente e in Germania rinviano persino le partite amichevoli. Ma in Italia guai a mettere in dubbio il Giubileo.
Santità , guardi come siamo ridotti. Si metta una mano sulla coscienza. Ci faccia la grazia.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
ROMA: IL COMMISSARIO BRANCOLA NEL BUIO, NON SI CAPISCE CHI DECIDE SU COSA
Dice Francesco Paolo Tronca che “un prefetto non deve mai essere preoccupato, perchè
altrimenti la preoccupazione alla fine si trasforma in negatività ”.
Così, il successore “straordinario” di Ignazio Marino non si preoccupa. E poco importa se nelle sue due prime settimane in Campidoglio, la “negatività ” lo ha seguito come un’ombra.
Colpa del calendario, si dirà : ma dal 1 novembre a oggi, il commissario chiamato a rimettere in piedi Roma ha passato la maggior parte del suo tempo a deporre corone.
Due volte al cimitero del Verano, poi gli omaggi di rito alla Sinagoga, alla lapide di Porta San Paolo e alle Fosse Ardeatine,poi all’Altare della Patria per la festa delle forze armate, di nuovo a messa, stavolta all’Ara Coeli, per ricordare i caduti di Nassiriya, infine la tragedia di Parigi: e pure qui, c’è chi nota che il Campidoglio, anzichè colorarsi del tricolore francese,ha preferito spegnere prima la Fontana di Trevi e poi il Colosseo.
Il buio a Roma, in effetti, non è per niente passato.
Quindici giorni sono nulla, sia chiaro, ma i poteri taumaturgici che sembrava possedere il prefetto, al momento, non si intuiscono nemmeno.
Le cronache di inizio mese celebravano “l’entusiasmo”, “l’orgoglio”, l’assenza di “tentennamenti”.
Ma il “buongiorno” alla città che Tronca ha dato il primo novembre dal balconcino affacciato sui Fori imperiali per ora non si è tradotto in nulla di concreto.
Ha spostato la scrivania, sostenendo che là dove stava con Marino era a rischio cecchini. E pare sia lì seduto a “scremare le priorità tra le priorità ”.
Ha incontrato i sindacati, ma non gli ex consiglieri comunali che volevano tentare di non buttare all’aria il lavoro degli ultimi due anni.
Non ha ancora nominato le posizioni apicali dell’amministrazione, salvo riconfermare il capo del cerimoniale, lo stesso Francesco Piazza che accompagnò Marino nell’infausto viaggio a Filadefia.
Secondo mandato anche per Rossella Matarazzo, dirigente della polizia di Stato che era già vicecapo di gabinetto del sindaco Pd.Così,paradossalmente, chi oggi vuole interloquire con il Campidoglio è ancora costretto (e, a questo punto, non è detto che sia un male) a parlare con chi faceva parte dello staff di Ignazio Marino, lo sfiduciato.
Ma le risposte scarseggiano.
Per dire: i direttori dei teatri romani dal giorno degli attentati a Parigi aspettano che qualcuno li convochi per capire come gestire la sicurezza (non sarà competenza del Campidoglio, ma almeno una telefonata la gradirebbero).
Oppure: da ieri è chiuso lo “stadio”diCaracalla,unimpianto sportivo appena messo a nuovo.
La Federazione atletica leggera aveva avuto rassicurazioni sul fatto che una soluzione transitoria si sarebbe trovata, nonostante le dimissioni del sindaco: “Ma l’avvento del commissario Tronca ha bloccato ogni procedura: oggi negli uffici capitolini sembra non esserci nessuno che può prendersi la responsabilità di decidere”.
Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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