CON DUE ALLEATI ALLO SFASCIO E UN CAMPO LARGO SEMPRE PIU’ AZZOPPATO DALL’AMBIZIONE SFRENATA DI POTERE DEI CONTE E DELLE SCHLEIN, UN VANNACCI CHE NON SI SA COME NEUTRALIZZARE, UN FUTURO ECONOMICO SEMPRE PIU’ FOSCO (EUFEMISMO), PER GIORGIA MELONI IL VOTO ANTICIPATO PRIMA ARRIVA, MEGLIO E’
IL VOTO FINALE DELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE È PREVISTO PER L’8 OTTOBRE COL VOTO DI FIDUCIA. E TRA GLI ALLEATI LIEVITA IL SOSPETTONE CHE ALLA DUCETTA NON DISPIACEREBBE PER NIENTE CHE IL MELLONELLUM VENGA SILURATO… E MENTRE I DERELETTI SALVINI E TAJANI, CONTRARISSIMI AL VOTO ANTICIPATO (IL GIORNO DOPO L’APERTURA DELLE URNE FINIREBBERO AI GIARDINETTI), PROVANO A BLINDARE I GRUPPI, I FRATELLI D’ITALIA GIA’ RAGIONANO DI CAPILISTA E PREFERENZE
Quando la concentrazione deve essere massima, il silenzio è d’oro. Con questo mantra i deputati di centrodestra si apprestano ad accogliere a Montecitorio il testo della legge elettorale per il via libera definitivo: nessun commento, nessuna risposta al cannoneggiare di attacchi da parte delle opposizioni, con Simona Bonafé del Pd che ha parlato di «cancellazione dell’identità di genere» e il Movimento 5 Stelle, con Vittoria Baldino, che ha definito il Melonellum «incostituzionale» e «moralmente riprovevole».
L’ordine di scuderia, arrivato dai leader ai rispettivi capigruppo, è quello di sorvegliare i propri parlamentari, impedire defezioni e marcare stretti i deputati, e soprattutto le deputate, che domani – quando inizieranno le votazioni – potrebbero tradire nel segreto dell’urna.
«Alle 16:15 saremo in aula», ha assicurato il presidente della commissione Affari costituzionali Nazario Pagano, che in mattinata completerà l’esame degli emendamenti.
Il cammino è disseminato di rischi e la sensazione, in Transatlantico, è che anche tra alleati ci si inizi a guardare con sospetto.
Del resto, la minaccia è arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni, che in più sedi – non ultima la riunione del Consiglio dei ministri di qualche giorno fa – ha fatto capire che se la legge non passa lei ne trarrà le conseguenze, dimettendosi per tornare al voto.
Anche per questo sugli articoli verrà posta la questione di fiducia: in caso di franchi tiratori all’opera e bocciatura, Meloni avrà gioco facile a trarne le conseguenze.
Tra gli alleati, nei ranghi di Forza Italia e Lega, proprio questa paura sta serpeggiando: non è che la premier voglia provocare l’incidente, così da avere il perfetto casus belli per andare a elezioni anticipate, facendo saltare contemporaneamente anche il Melonellum, che a conti fatti e con la variabile Vannacci non garantisce più una vittoria certa?
Il dubbio è alimentato dall’esito delle suppletive di Reggio Calabria, dove il partito del generale si è fermato sì all’11 per cento e in condizioni particolari di bassa affluenza, ma quella doppia cifra basta ad alimentare il sospetto che Futuro nazionale possa scompaginare ogni calcolo.
Sentite, fonti vicine al dossier elettorale smentiscono la ricostruzione: «Meloni è convinta che con la nuova legge le elezioni diventeranno una corsa a due, azzerando Vannacci: sarà lei contro il nome scelto dal campo largo. Tutto il resto sono invenzioni».
A scanso di ogni equivoco, i big leghisti e azzurri ostentano tranquillità. L’unico a esprimerla ad alta voce, però, è il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè durante un evento pubblico: «Non c’è la percezione di diserzioni nascoste».
Lui parla di percezione, ma la certezza è che il controllo sarà capillare proprio per non servire a Meloni l’appiglio per tornare al voto, proprio nel momento in cui la Lega ha annunciato un congresso straordinario e Forza Italia sta vivendo un momento di riequilibrio interno tra le forze più vicine alla famiglia Berlusconi e gli allineati al segretario Antonio Tajani.
Conviene? I peones di Fratelli d’Italia, invece, già stanno ragionando di capilista e preferenze. I posti bloccati saranno appannaggio di ministri e sottosegretari uscenti, per le preferenze andrà fatto un attento lavoro di screening interno per individuare chi le ha, a differenza di come si fece nel 2022 sotto il controllo di Francesco Lollobrigida.
Ecco perché a scaldare i motori ci sarebbero molti dirigenti locali, mentre a temere di più sono i parlamentari uscenti senza radicamento e che sono stati meno abili a diventare riconoscibili per la leader.
In ogni caso – è il ragionamento che filtra – FdI non risentirà di un calo drastico di eletti, anche in caso di sconfitta e con Vannacci fuori dalla coalizione. Secondo una simulazione del Centro italiano studi elettorali della Luiss con i numeri della Camera, FdI passerebbe da 118 deputati attuali a 89 in caso di premio di maggioranza al campo largo e 112 in caso di sconfitta ma senza che scatti il premio.
La suggestione è quella di trasformare FdI nel «partito della nazione» e questa legge elettorale sarebbe stata pensata proprio per creare un sistema bipolare che catalizzi i voti su due leader contrapposti. Un bipolarismo che, a oggi, attirerebbe su Meloni anche il consenso dei due partiti minori del centrodestra, che verrebbero eventualmente ricompensati con posti nel listone del premio di maggioranza .
Chi la frequenta in questi giorni, però, la descrive come «stremata», soprattutto da dopo il comizio di Bari per festeggiare il governo più longevo. Dunque non disponibile a tirare avanti davvero per un altro anno. Intanto un passo alla volta, ora con la legge elettorale.
(da Dagoreport)
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