DOPO LA CONDANNA DEI TRE 007 EGIZIANI, RITENUTI COLPEVOLI DI AVER TORTURATO GIULIO REGENI, IL GOVERNO PRENDE TEMPO SUI 150 MILA EURO CHE IL CAIRO DOVREBBE DARE ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, CHE SI È COSTITUITA PARTE CIVILE NEL PROCESSO
LA MELONI SOSTIENE CHE, PER RICHIEDERE LA CIFRA, LA SENTENZA DEVE ESSERE DEFINITIVA, MA NON È VERO – LA RAGIONE È POLITICA: CHIEDERE LA CIFRA AD AL-SISI SIGNIFICHEREBBE PRESENTARGLI IL CONTO DI UNA SENTENZA ITALIANA CHE HA CONDANNATO TRE UOMINI DEI SUOI APPARATI PER IL SEQUESTRO DI REGENI
La risposta arriva ventiquattr’ore dopo. Giorgia Meloni replica all’intervista a Repubblica di Paola e Claudio Regeni chiarendo che il governo non ha intenzione di muovere alcun passo in questo momento contro l’Egitto. «Siamo di fronte a una sentenza che non è definitiva, mancano ancora dei gradi di giudizio». Quando la sentenza passerà in giudicato, aggiunge, «chiaramente andrà dato seguito».
Il problema è che così Palazzo Chigi si infila in una strada piuttosto stretta. Perché nella sentenza della Corte d’assise di Roma ci sono anche le provvisionali, immediatamente esecutive: quelle riconosciute alla famiglia Regeni e quella da 150 mila euro assegnata proprio alla presidenza del Consiglio, che nel processo si è costituita parte civile. E per chiedere l’esecuzione di quelle somme non serve aspettare né l’appello né la Cassazione.
A ricordarlo alla presidente del Consiglio sono stati proprio i Regeni insieme con la loro avvocata Alessandra Ballerini. «Come risulta evidente dalla semplice lettura dell’articolo 540 del codice di procedura penale nonché dallo stesso dispositivo della sentenza, la provvisionale di 150 mila euro assegnata alla presidenza del Consiglio dei ministri, costituitasi parte civile nel processo, è immediatamente esecutiva». Dunque, «non bisogna attendere che la sentenza diventi definitiva».
Ed è qui che la questione da giudiziaria diventa politica. Perché chiedere all’Egitto di dare esecuzione alla provvisionale non sarebbe un passaggio neutro. Significherebbe presentare al Cairo il conto di una sentenza italiana che ha condannato tre uomini dei suoi apparati per il sequestro di Giulio Regeni. Un’iniziativa che l’Egitto potrebbe considerare ostile. E questo il governo italiano lo sa bene.
Lo ha spiegato in queste ore il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, rivendicando la necessità di tenere conto di un «equilibrio generale nei rapporti con l’Egitto». E lo ha ribadito Meloni: «Non sono tra coloro che ritengono che per risolvere questo problema chiudere i rapporti diplomatici con l’Egitto aiuti, piuttosto che creare maggiori difficoltà».
Tra quelle difficoltà c’è anche il caso di Nessy Guerra, la ragazza di Sanremo bloccata in Egitto insieme alla figlia di tre anni e condannata in appello a sei mesi di carcere per presunto adulterio. Una vicenda sulla quale l’Italia sta trattando con il Cairo e che rende ancora più evidente la delicatezza dei rapporti con Al Sisi.
È esattamente su questo punto che i Regeni, nell’intervista a Repubblica, rovesciano il ragionamento: per essere credibili non bisogna cedere ai ricatti. Perché altrimenti il rischio è che la necessità di proteggere un italiano diventi ogni volta lo strumento per impedire all’Italia di alzare la voce sull’italiano precedente.
Fu il governo Gentiloni a rimandare l’ambasciatore in Egitto dopo il richiamo deciso durante il governo Renzi. Così come fu il governo Draghi a decidere che la presidenza del Consiglio si costituisse parte civile nel processo, costituzione che poi Meloni ha confermato. Quella stessa parte civile alla quale oggi la Corte riconosce 150 mila euro di provvisionale.
(da agenzie)
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