ECCO COME IL PENTAGONO PUNTA A SCARICARE TRUMP
HANNO MESSO PER ISCRITTO CHE LA GUERRA IN CORSO NON E PIU’ SOSTENIBILE
A Washington è successo qualcosa che non si vedeva dagli ultimi anni del Vietnam. I vertici delle forze armate americane hanno messo per iscritto che la guerra in corso non è più sostenibile, hanno continuato ad eseguire gli ordini, e poi hanno fatto in modo che il paese lo venisse a sapere. Non è un ammutinamento. È un’operazione di salvataggio del proprio didietro, quella che nel gergo militare americano si chiama cover your ass, condotta con la freddezza di chi sta già scrivendo la propria memoria difensiva per un processo che si terrà fra due o tre anni.
I fatti sono questi. Nel registro riservato che fotografa ogni due settimane la disponibilità delle forze americane nel mondo, il Secretary of Defense Orders Book, edizione del 14 agosto, i comandi per l’Europa, l’Indo-Pacifico e l’America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto all’ordine di prolungare fino al 2027 il dispiegamento di oltre cinquantamila uomini in Medio Oriente con la formula tecnica del non-concur. Non siamo d’accordo, ma obbediremo. L’ammiraglio Daryl Caudle ha messo a verbale che soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare. Il generale Alexus Grynkewich, che comanda in Europa, ha dichiarato di non disporre di navi sufficienti per assolvere i propri compiti. E tutti insieme hanno segnalato che le scorte di Patriot, THAAD e Tomahawk sono esaurite. Il giudizio complessivo, riferito dal Washington Post che ha pubblicato lo scoop il 30 agosto, è inequivocabile. Dopo sei mesi l’operazione si è spinta troppo oltre ed è durata troppo a lungo.
Chi conosce il funzionamento delle grandi burocrazie sa leggere un atto di questo genere. Il non-concur non ferma nulla. L’ordine viene eseguito comunque, le navi restano dove sono e i cinquantamila uomini non tornano a casa. Proprio perché non produce effetti operativi immediati, il suo significato è interamente rivolto al futuro. È un documento di archivio, destinato a consentire che un domani si possa stabilire chi aveva avvertito e chi, ciononostante, aveva ordinato.
Che questa sia la lettura corretta lo ha certificato la reazione della Casa Bianca. Il portavoce del Pentagono ha parlato di tradimento, e pochi giorni dopo il dipartimento ha rimosso dalla rete interna classificata i documenti in questione.
Il Pentagono ha smesso di credere che questa guerra possa essere vinta e ha cominciato a scontare in anticipo la sconfitta politica di chi l’ha voluta. Non soltanto quella elettorale di novembre. Il calcolo è più a lungo termine.
Le piroette della Casa Bianca in questi sei mesi si spiegano solo così. Ad aprile il presidente prometteva di distruggere ogni centrale elettrica e ogni ponte dell’Iran, cioè la civiltà materiale di un paese di novanta milioni di abitanti. A giugno firmava a Versailles il memorandum di Islamabad. Fine delle sanzioni, sblocco dei fondi congelati e un piano di ricostruzione da almeno trecento miliardi di dollari da destinare… al nemico. Nella storia delle guerre è il vincitore che impone riparazioni al vinto. Qui il presunto vincitore prometteva di pagare i danni al presunto sconfitto pur di potersi ritirare proclamando la vittoria. Due giorni dopo la firma, Trump definiva quei trecento miliardi una fake news dei democratici. Oggi, scaduti i sessanta giorni e con Hormuz mai riaperto, lo stesso presidente accetta di fatto la chiusura dei due stretti della penisola arabica. Il 10 settembre l’Arabia Saudita ha chiesto un intervento americano contro gli Houthi e se l’è visto rifiutare.
Il memorandum di Islamabad fu la prima traccia visibile della pressione del Pentagono, due mesi prima che il registro degli ordini finisse sui giornali. Con una differenza sostanziale, però, perché allora i militari glielo dissero in privato e lui obbedì, mentre ora lo hanno messo agli atti e lo hanno fatto sapere al paese.
Non è la prima volta, ed è il punto che dovrebbe far riflettere gli sprovveduti adoratori della forza militare americana. Dal disastro del Vietnam nacque la dottrina Weinberger-Powell, secondo cui cui non si combatte senza obiettivi chiari e senza sostegno popolare. La formula elegante con cui i militari scaricarono sui civili una guerra che avevano chiesto, pianificato e perduto.
Dall’Iraq scaturì la rivolta dei generali in pensione contro Rumsfeld, con identico effetto. Ogni volta l’apparato esce dalla crisi intatto, con un bilancio accresciuto, mentre il conto politico viene pagato dall’inquilino provvisorio della Casa Bianca. Questa volta l’inquilino è Trump, circostanza che rende l’operazione più facile, perché scaricare un presidente in caduta è una prodezza alla portata di tutti.
(da il Fatto Quotidiano)
Leave a Reply