GARLASCO, CHIUSA L’INCHIESTA: «I RIS DI PARMA SAPEVANO CHE STASI ERA INNOCENTE GIÀ NEL 2007, MA NASCOSERO LA PROVA DEL DNA SUI PEDALI»
È LA CONCLUSIONE BOMBA RAGGIUNTA DALLA PROCURA DI PAVIA: UN PRIMO ESAME DEL RIS EVIDENZIO’ CHE IL PRESUNTO DNA TROVATO SULLA BICI DI STASI ERA SOVRAPPONIBILE A QUELLO DELLA VITTIMA MA, IL GIORNO SUCCESSIVO A QUEL RISULTATO, QUALCUNO AI RIS DI PARMA EFFETTUÒ IN SEGRETO DUE NUOVE PROVE CHE SFATARONO IL PRIMO RISULTATO. LE TRACCE DI QUEGLI ESAMI NON COMPARVERO MAI NEL FASCICOLO D’INDAGINE E NON VENNERO DATE ALLA PROCURA. COME MAI? IL PRESUNTO DNA DELLA VITTIMA RINVENUTO FU UNA PROVA FONDAMENTALE PER L’ARRESTO DI STASI
Dopo quasi due anni di indagini, la nuova inchiesta dei pm di Pavia sul delitto di Garlasco arriva alla più clamorosa delle ipotesi. Non solo secondo i magistrati diretti da Fabio Napoleone e i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, Alberto Stasi è stato condannato ingiustamente a 16 anni per omicidio, ma la sua innocenza era già evidente nel 2007, prima del fermo, quando due test di controllo sul famoso «materiale altamente cellulato» — che inizialmente si disse fosse sangue — trovato sui pedali nella bicicletta Umberto Dei e diventato uno dei sette elementi su cui si è basata la condanna in Cassazione, erano risultati negativi.
Tuttavia di quegli esiti non ce ne è mai stata traccia negli atti dell’indagine, né gli inquirenti ne hanno mai parlato durante i cinque processi che hanno portato alla condanna definitiva dell’ex fidanzato.
La scoperta è arrivata grazie ai «dati grezzi» e ai documenti recuperati proprio al Ris Parma dalla procura di Pavia. L’analisi di quel materiale compiuta sia dai consulenti genetici dei legali di Stasi, sia in modo autonomo da quello della Procura, ha portato a identici risultati.
Nei giorni scorsi i pm di Pavia e i carabinieri del colonnello Antonio Coppola hanno interrogato alcuni carabinieri della Ris che si occuparono delle analisi. E venerdì è toccato al loro comandante Luciano Garofano.
Tutto ruota intorno al famoso campione di materiale genetico della vittima repertato l’11 settembre 2007 durante le prime indagini dagli uomini dell’allora comandante Garofano, sui pedali della bicicletta da uomo sequestrata a Stasi. Il giorno precedente il mezzo era stato sottoposto a ispezione ed esame luminol e al combur test (per cercare tracce di sangue), entrambi risultati negativi. I Ris hanno poi effettuato due campionamenti sui pedali denominati «bu_p1» e «bu_p2» infine uniti in un unico campione chiamato «bu_p».
I genetisti di Parma avevano poi effettuato l’estrazione e la quantificazione di quel campione. Il primo esame era però stato «inibito» e quindi negativo. Tre giorni dopo, il 19 settembre, i Ris avevano proceduto alla purificazione di quel campione (bu_p) e a un secondo tentativo di quantificazione. Al contrario dei risultati di tre giorni prima, il risultato di quel test era stato però sorprendente: 2,78 nanogrammi. Un quantitativo «enorme» di dna se paragonato al primo esame negativo. Inoltre il campione era risultato «perfetto», ossia senza impurità e «rumore di fondo».
Quel dna era perfettamente sovrapponibile a quello della vittima, Chiara Poggi. Il giorno successivo a quel risultato «decisivo», qualcuno però ai Ris di Parma effettuò in segreto due nuove prove di «verifica». Entrambe furono negative ma le tracce di quegli esami non comparvero mai nel fascicolo d’indagine e mai vennero date alla procura. E mai nessun carabiniere, né il generale Garofano, parlò mai di quelle prove.
Il ritrovamento del dna di Chiara Poggi sui pedali all’epoca fu un elemento decisivo che fece scattare — alle 14.10 del 24 settembre — sulla base della relazione preliminare dei Ris alla pm Rosa Muscio, il fermo di Stasi. Provvedimento che poi non venne convalidato dalla gip di Vigevano Giulia Pravon (il 28 settembre) con scarcerazione di Stasi e senza alcuna misura cautelare. […]
Quanto sostiene oggi la procura di Pavia è clamoroso: il giorno dopo quell’esame, il 20 settembre 2007, nei laboratori dei Ris di Parma qualcuno ripeté per due volte il test senza lasciare la minima traccia negli atti e soprattutto senza dare conto del doppio esito negativo.
Decisivi i «raw data», i dati grezzi, di cui la procura di Pavia è entrata in possesso dai Ris il 6 novembre 2025, ossia i «registri» delle macchine usate in laboratorio per effettuare i test. In quei file, non modificabili, è stata trovata traccia delle due contro-analisi risultate negative ma mai comunicate alle parti (e alla pm di Vigevano) né mai inserite nel fascicolo.
(da il Corriere della Sera)
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