IL VERDETTO CHE SVELA LE TRAME DEL REGIME
IL “CORRIERE DELLA SERA”: “AL DI LÀ DEL VERDETTO RESTA LA LOGICA: SE AL RAPIMENTO SONO SEGUITE LE TORTURE E L’ASSASSINIO, È INEVITABILE DEDURRE CHE PURE QUEI CRIMINI SIANO STATI COMMESSI ALL’INTERNO DELLO STESSO DISEGNO CHE FA CAPO ALLE FORZE DI SICUREZZA DEL CAIRO…”
Le condanne di tre imputati su quattro per sequestro di persona hanno un significato preciso: Giulio Regeni fu rapito da quei tre appartenenti alla National security egiziana che lo hanno «monitorato» prima di farlo sparire. Dopodiché Giulio ricomparve cadavere, con evidenti segni di tortura, ma per le percosse e l’omicidio l’unico accusato anche di quei reati (giudicato colpevole del sequestro) è stato assolto. Vuol dire che le prove raccolte a suo carico, essenzialmente testimoniali, non sono state ritenute sufficienti a condannarlo.
La giustizia italiana è arrivata fin qui. Ma al di là del verdetto resta la logica: se al rapimento sono seguite le torture e l’assassinio, è inevitabile dedurre che pure quei crimini siano stati commessi all’interno dello stesso disegno che fa capo alle forze di sicurezza del Cairo. Nonostante non sia stato possibile individuare i responsabili con nomi e cognomi, anche (e soprattutto) a causa dei mille ostacoli frapposti dall’Egitto prima alle indagini e poi al processo.
È questa la sintesi di una sentenza che può essere definita «a metà strada» tra le ragioni di accusa e difesa, tanto da consentire dichiarazioni soddisfatte sia ai pubblici ministeri e ai familiari di Regeni, sia agli avvocati d’ufficio chiamati ad assistere gli imputati-fantasma.
Assenti ieri come sempre. Tuttavia quel traguardo di metà strada rimane certamente un successo per chi non s’è arreso all’impunità di un crimine per il quale è dovuta intervenire la Corte costituzionale a stabilire che non ci si poteva fermare di fronte al boicottaggio di uno Stato estero.
Già arrivare a un dibattimento e portarlo a termine è stata una vittoria insperata e impensabile dieci anni fa, aveva ammonito ieri mattina, prima dell’ultima udienza, l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini.
Perché è stato un processo faticoso, attraverso il quale lo Stato di diritto s’è affermato su un regime che ha eroso ogni forma di separazione dei poteri, con le sue strutture politiche, militari, investigative, di intelligence e giudiziarie dirette da «un’unica regia», come ha spiegato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco nella sua requisitoria.
Un regime che identificò il 28enne ricercatore friulano come potenziale pericolo, trasformandolo in un «bersaglio politico attenzionato» dalle forze di sicurezza. Che l’hanno stretto in una ragnatela fino a soffocarlo, e poi hanno costruito «mattone dopo mattone», dal giorno dopo il ritrovamento del cadavere, un muro a propria protezione.
A partire dall’autopsia eseguita al Cairo, al di fuori dei protocolli internazionali, per sostenere che le lesioni della vittima erano compatibili con una morte da incidente stradale.
Quel muro ha costituto un intralcio costante, e ha interrogato fin dall’inizio i governi italiani che si sono succeduti in questi dieci anni. Perché i rapporti diplomatici, economici e commerciali con il regime di Al Sisi sono (e restano) un problema che ha sempre affiancato la difficile ricerca della verità sulla fine di Giulio.
Dal momento in cui, nell’aprile 2016, da Roma fu richiamato l’ambasciatore al Cairo per via della cooperazione giudiziaria negata e solo successivamente accennata, a quando […] ne fu rimandato uno nuovo in virtù della promessa di un’ulteriore collaborazione.
Rilevatasi del tutto inefficace, se non truffaldina. Preludio all’interruzione definitiva di ogni tipo di relazione tra le due autorità giudiziarie.
A dicembre 2020 la Procura generale della Repubblica araba (con al vertice un magistrato diverso da quello che in precedenza aveva interloquito con i colleghi italiani) redasse un memorandum che accusava i pubblici ministeri romani di avere violato — loro — le regole e i trattati internazionali giungendo a «conclusioni illogiche» e non conformi al diritto.
Un altro mattone del muro eretto per nascondere la verità. Da quel momento la mancata collaborazione egiziana s’è trasformata in aperta ostilità, tesa a impedire il processo, nascosta dietro la tesi di Regeni ucciso da qualche forza oscura che voleva incastrare le forze di sicurezza del Cairo per danneggiare le relazioni tra i due Paesi.
Ora la sentenza emessa da una corte d’assise ha a sua volta rigettato questa ricostruzione, e torna a interrogare entrambi i governi. Facendo gravare su quello italiano la responsabilità di una mossa per provare — almeno provare — a farla eseguire.
A cominciare dai risarcimenti alle parti civili (famiglia Regeni e presidenza del Consiglio) come sottolineato dall’avvocata Ballerini. Nella consapevolezza che se pure sull’altra sponda del Mediterraneo non si dovesse muovere nulla, da questa parte del mare una magistratura autonoma e indipendente ha affermato il principio ribadito ancora dal procuratore Colaiocco nel suo atto d’accusa: «Nonostante dieci anni di depistaggi, omissioni, falsità e protezioni istituzionali, il diritto alla verità e alla giurisdizione non è stato cancellato»
(da Corriere della Sera)
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