LA STORIA DEGLI “STIPENDI FARAONICI” DI REPORT NON E’ COME VE LA STANNO RACCONTANDO
CIFRE LORDE, SPESE DI PRODUZIONE E PARTITE IVA: IL TENTATIVO DELI MEDIA SOVRANISTI DI MINARE LA REPUTAZIONE DEI GIORNALISTI DELLA REDAZIONE CHE PRESENTANO QUERELA PER DIFFAMAZIONE
La vicenda di Lavitola e dell’attentato a Sigfrido Ranucci non riguarda più il solo conduttore, ma si sta trasformando in una lotta di sopravvivenza per Report. Lo dimostra la pubblicazione su Il Tempo di ieri dell’articolo che denuncia i presunti “stipendi faraonici” degli inviati del programma. Una trasmissione che da ore è finita nel mirino di una parte politica e di un pezzo di opinione pubblica, anche a causa della diffusione di questi dati.
Ranucci e la squadra di Report: “Cifre false”
I numeri sono stati contestati da Ranucci stesso e dalla squadra di Report, che ha annunciato un’azione legale contro il quotidiano, perché rivela “cifre false sugli stipendi” e soprattutto per l’effetto a catena generato dalla pubblicazione, capace di innescare un danno reputazionale a tutta la squadra del programma, che in questo momento è già in una situazione precaria.
L’articolo de Il Tempo entra a gamba tesa sul lavoro di Report e, più in generale, sul giornalismo di inchiesta. Lo fa da una parte soffiando sul fuoco dell’indignazione con l’efficacissima benzina dei “soldi degli italiani”, dall’altra pubblicando cifre che, lette in modo decontestualizzato, lasciano credere che gli inviati di Report intaschino centinaia di migliaia di euro all’anno. Non è così.
La verità sugli “stipendi faraonici” di Report
Come si legge nel comunicato della redazione e nelle parole di Ranucci, e come precisa anche Il Tempo nel passaggio finale di un articolo intitolato “Reportopoli” (non c’è bisogno di sottolineare cosa pesi di più), quelle cifre indicate sono lorde e vanno divise per numero di inchieste. Ma ci sono una serie di motivi per cui sono tutt’altro che faraoniche. Si tratta innanzitutto di inchieste dalla durata imprecisata, che potrebbero portare via mesi. Inchieste che portano con sé, come è nella natura delle inchieste, il rischio di non andare a buon fine, perché non è detto che si trovi ciò che si cerca. E se non si trova qualcosa di sostanziale l’inchiesta non si pubblica, quindi non viene pagata.
A questo c’è da aggiungere un elemento, ovvero che buona parte delle giornaliste e dei giornalisti di Report collabora con il programma ma non è dipendente Rai, persone che quindi hanno una partita Iva e vengono pagati in base a quanto producono, ammesso che questo accada come specificato prima. Ma qui subentra un altro aspetto, che è la parte più importante di quello che non si dice sulle cifre spiattellate da Il Tempo: i costi di produzione. Nei “compensi faraonici” rientrano le spese di vitto, alloggio, spostamenti, che a volte possono portare all’estero, anche molto lontano dall’Italia. Spese eventuali alle quali si può aggiungere quella di collaboratori che contribuiscono alla realizzazione dei servizi, a carico di chi è titolare dell’inchiesta. Tradotto, non lo paga la Rai. E non stiamo considerando un costo ulteriore che è quello legato alla remunerazione del lavoro di redazione, quello che contribuisce a rilegare e revisionare i servizi realizzati da giornaliste e giornalisti.
È alla luce di tutti questi elementi che le cifre pubblicate da Il Tempo andrebbero lette, per ridimensionare innanzitutto l’aggettivo “faraonici” accostato ai compensi e anche per farsi un’idea propria sul senso e l’importanza del lavoro di inchiesta. Senza queste precisazioni si rischia di colpevolizzare il lavoro di professionisti d’inchiesta, strumentalizzandone i guadagni per esigenze di bottega politica all’interno di una vicenda, quella che riguarda Ranucci, già di per sé surreale.
(da Fanpage)
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