LEGGE ELETTORALE, UN PREMIERATO IN MASCHERA
IL COSTITUZIONALISTA AINIS “LA NUOVA RIFORMA NASCE PER TIRARE UNO SGAMBETTO AL CENTROSINISTRA”
Non è un voto, è un’ordalia. Un giudizio di Dio sul bene e sul male, che si proietta sul
destino della legislatura, sulla futura carriera della premier, infine (e forse soprattutto) sulla pensione dei parlamentari. Sfumerebbe, se giovedì la Camera rifiutasse di timbrare la sesta legge elettorale degli ultimi trent’anni. Giacché a quel punto il finale è già stato scritto, anzi minacciato: dimissioni, crisi di governo, scioglimento anticipato delle assemblee legislative.
Ecco, c’è anzitutto un vizio di metodo in questa vicenda normativa. C’è un esercizio muscolare, c’è una forzatura, c’è un sopruso. Non solo verso l’opposizione, le cui ragioni sono rimaste inascoltate, mentre le regole del gioco andrebbero viceversa scritte di concerto fra tutti i giocatori. Anche nei confronti della stessa maggioranza, prima bacchettata («vigliacchetti e irresponsabili», quando a luglio venne respinto l’emendamento sulle preferenze), poi blindata con i voti di fiducia (che si esprimono a scrutinio palese, quindi chi sgarra va dietro la lavagna). «Sta’ attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. In questo caso il governo Meloni l’ha chiesta per tre volte.
Insomma, una marcia a passo dell’oca, che tuttavia si veste d’amorosi sensi. «Mi ami, mi vuoi bene?» domanda il governo alle sue truppe cammellate. «Dimmelo di nuovo, dimmelo una volta, due, tre». Ma questa richiesta deriva da un moto di sfiducia verso la stessa maggioranza, altrimenti non avrebbe senso.
Difatti la questione di fiducia è un espediente tecnico per superare l’ostruzionismo delle opposizioni, di cui stavolta non c’è traccia. Oppure serve per serrare i ranghi d’una maggioranza risicata, mentre il gabinetto Meloni ha numeri larghi in Parlamento. Eppure esordì alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia nei suoi primi 18 mesi — un record. Evidentemente questo governo s’affida alla fiducia perché non ha uomini fidati.
Dopo di che il (cattivo) metodo si riflette anche sul merito della nuova legge elettorale. Perché anzitutto mette un bavaglio a noi elettori, ci impedisce d’esprimere una scelta consapevole. Restano, e anzi si moltiplicano, i listini bloccati. Restano le pluricandidature (cinque). E in molti casi non è possibile nemmeno conoscere in anticipo i nomi degli eleggibili, giacché i candidati in posizioni inferiori nel listino — che in teoria verrebbero selezionati con le preferenze — entreranno in Parlamento sulla base di calcoli complessi, legati ai resti e alle percentuali finali dei partiti.
Se c’entreranno, dato che soltanto i partiti maggiori potranno eleggere candidati oltre al capolista. Quanti? Bene che vada, il 10 per cento della rappresentanza. Mentre il Rosatellum — la legge in vigore dal 2017 — pur con tutti i suoi difetti assegna il 37 per cento dei seggi nei collegi uninominali, dove l’elettore sceglie una persona, oltre al simbolo d’un partito. Un arretramento, ma del resto al peggio non c’è fine.
In secondo luogo, si profila uno sbarramento — anzi, una montagna da scalare — per le forze politiche che intendano affacciarsi per la prima volta in Parlamento. E questo è forse il punto di più evidente incostituzionalità della nuova disciplina. Che moltiplica per quattro le sottoscrizioni necessarie a presentare la lista: da 1.500 a 6.000 per ciascun collegio.
Significa, su base nazionale, l’obbligo di raccogliere 450mila firme. E oltretutto senza la sottoscrizione online, ammessa invece per i referendum. Da qui un contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che vieta le discriminazioni irragionevoli. Nonché con l’articolo 49, che attribuisce a tutti i cittadini il diritto di concorrere a determinare la politica nazionale.
C’è allora, in vista, già il secondo tempo di questa partita. Si giocherà davanti alla Consulta, mentre intanto si preparano i ricorsi, le carte bollate. Su vari fronti, non solo rispetto alle sottoscrizioni. È legittimo un premio di maggioranza che trasforma il 42 per cento dei consensi nel 55 per cento dei seggi?
Qual è la soglia oltre la quale in nome della governabilità si strangola il valore della rappresentanza? Ed è legittimo assegnare il premio su scala nazionale anche al Senato, che andrebbe viceversa eletto — dichiara l’articolo 57 della Costituzione — «a base regionale»? È infine legittima l’indicazione preventiva e obbligatoria del futuro premier da parte di ciascuna coalizione? O invece non lede — sia pure con una formuletta ipocrita — le prerogative del capo dello Stato?
Sì, l’ipocrisia. Non sarà incostituzionale, però è immorale. Difatti lo sappiamo tutti: la nuova legge elettorale nasce per tirare uno sgambetto al centrosinistra, mettendolo in difficoltà sulla scelta del leader e abrogando i collegi uninominali, dove la volta scorsa il centrodestra vinse a mani basse, ma solo perché dall’altro lato i partiti si presentarono divisi. E nasce dalla frustrazione per il naufragio del premierato, «la madre di tutte le riforme». Sicché entra in scena la zia: un premierato in maschera, con l’abito della legge elettorale
Michele Ainis
(da “Repubblica”)
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