MARINE LE PEN VIENE DATA AL 36 PER CENTO AL PRIMO TURNO. I RIVALI NEANCHE RAGGIUNGONO IL VENTI, MA QUESTO NON SIGNIFICA CHE MARINE ABBIA LA VITTORIA IN TASCA (DEVE ESSERE PIÙ FORTE AL SECONDO TURNO). UN FRANCESE SU TRE VOTEREBBE PER UNA TRUFFATRICE CERTIFICATA
LE MOSSE DEGLI AVVERSARI: AL CENTRO CI SONO GLI EX PREMIER ÉDOUARD PHILIPPE E GABRIEL ATTAL. TRA I SOCIALISTI SI È FATTA AVANTI SÉGOLÈNE ROYAL, E NON È ESCLUSO FACCIA ALTRETTANTO L’EX COMPAGNO E GIÀ PRESIDENTE HOLLANDE, FORSE IL SEGRETARIO DEL PARTITO OLIVIER FAURE. E CHISSÀ CHE FARÀ RAPHAËL GLUCKSMANN
C’è un’umoralità contagiosa, segno dei tempi incerti, attorno alle questioni della politica. Ci si aggrappa a un’ultima notizia per disegnare scenari quando bisognerebbe tenere invece conto della radici lunghe di certe storie prima di trarre conclusioni affrettate.
L’ultimo caso è quello di Marine Le Pen che “vola” nei sondaggi per le presidenziali francesi dell’anno prossimo, “sbaraglia” ogni possibile avversario al doppio turno, “accelera” nella sua corsa verso l’Eliseo. E questo perché il suo indice di gradimento è salito di quattro punti dopo la sentenza d’appello in cui è stata condannata a tre anni di reclusione (due condonati, uno con braccialetto elettronico) per appropriazione indebita di fondi pubblici del Parlamento europeo, usati in realtà per il suo partito. Di fatto una truffa a danno dei cittadini.
Come succede spesso, davanti a quella reclamata come “un’ingiustizia”, lei si proclama da sempre innocente, si serrano i ranghi dei simpatizzanti che accorrono a sostegno senza indugio. E tuttavia il 36 per cento toccato, che è ovviamente un ottimo risultato contro eventuali candidati che neanche raggiungono il venti, non è affatto una garanzia di riuscita.
Lo stanno a dimostrare la storia, il sistema elettorale francese a doppio turno, la distanza dalle urne con tutte le incognite del caso, compresa quella più ostica per la quale Le Pen potrebbe essere costretta a condurre la campagna elettorale con il braccialetto elettronico: non un bel vedere per chi potrebbe sedere sulla poltrona del “monarca repubblicano”, quale è considerato per i suoi poteri il presidente della République.
Un piccolo esercizio di memoria imporrebbe cautela. Giusto tre anni fa, alle legislative, il Rassemblement national, il partito dei Le Pen erede del Front national, aveva racimolato 10 milioni 647.914 voti, pari al 33,21 per cento. Primo assoluto e con quasi due milioni di vantaggio sul secondo, il Nuovo fronte popolare delle sinistre. Quanto tutti vaticinavano l’ingresso nella stanza dei bottoni degli ex impresentabili di colore nero riverniciati nel “blue Marine”, ecco che al secondo turno tutto si ribalta, la solita pregiudiziale contro l’estrema destra produce un’alleanza tra la sinistra e il centro e regge per l’ennesima volta il Fronte repubblicano eretto fin dal 2002 quando fu il capostipite Jean-Marie Le Pen a tentare la scalata al cielo. Arrivato incredibilmente al ballottaggio, racimolò un penoso 17,79 per cento contro Jacques Chirac.
Marine Le Pen si iscrive alla corsa per la prima volta nel 2012, ben 14 anni fa, e si piazza terza con il 17,90, battutissima da François Hollande e Nicolas Sarkozy. Ci riprova nel 2017 e per poco con il 21,30 soffia il secondo posto a Fillon, si scontra al secondo turno con Emmanuel Macron che la doppia, 66,1 a 33,9. I duellanti si ritrovano a faccia a faccia cinque anni dopo, nel 2022, e Le Pen per la terza volta soccombe 58,54 a 41,46. Pur turandosi il naso, arriva a sostegno di Macron il soccorso rosso della sinistra per lo slogan “tutti meno Marine”, che sarà la linea guida, come abbiamo visto, anche nelle legislative del 2024.
Nonostante una progressione notevole, c’è un soffitto di cristallo che l’estrema destra post-fascista non riesce a sfondare. Per farlo dovrebbe superare il 50 per cento ed essere più forte di quella conventio ad excludendum che da 25 anni coalizza tutto il resto del sistema politico. E non c’è nulla che autorizzi ad immaginare il contrario stavolta.
Marine Le Pen “vola” al 36 per cento non sapendo, per ora, chi saranno i contendenti nel grande magma che avvolge il centro nel dopo-Macron (dopo due mandati è ineleggibile e comunque i suoi dieci anni al potere finiscono con un indice di gradimento molto molto basso) e il lato opposto dell’emiciclo perennemente diviso prima di coagularsi attorno a un candidato pur di sconfiggere la “grande nemica”.
Semmai il problema è il caos che regna tra quel che resta del macronismo e la sinistra dal rosa socialdemocratico al rosso fuoco della frangia più radicale. Al centro ci sono almeno due galli nel pollaio, entrambi ex premier come Édouard Philippe e Gabriel Attal. Tra i socialisti gli iscritti alla corsa che si sfideranno nelle primarie, potrebbero toccare un numero record. Si è fatta avanti Ségolène Royal, 72 anni e prima donna al ballottaggio nel 2007 contro Sarkozy, e non è escluso faccia altrettanto l’ex compagno e già presidente François Hollande, più i due deputati Philippe Brun e Jérôme Guedj, forse il segretario del partito Olivier Faure. E chissà che farà Raphaël Glucksmann, un outsider che si potrebbe rivelare particolarmente ostico.
I verdi avranno qualcuno ancora coperto, mentre la France insoumise conterà al solito sull’intramontabile Jean-Luc Mélenchon. Ben sapendo che un eventuale suo approdo al secondo turno potrebbe provocare una coalizione per escluderlo uguale e contraria a quella contro la destra: sarebbe lo scontro tra due estremismi, l’unica possibilità di riuscita per Le Pen.
Le speranze di Le Pen
Le Pen conta sul perfezionamento della lunga fase di “dédiabolisation” con cui ha cercato di ripulirsi delle scorie di fascismo. Conta anche sul ticket con il suo giovane delfino Jordan Bardella, 31 anni e prescelto nel caso come primo ministro: lei a racimolare i voti popolari con le incursioni nei mercatini di paese, lui a rassicurare i grandi imprenditori a cui si sente affine per la quota di ideologia liberista. Ma non è detto che le due posture si sommino e potrebbe persino succedere che si danneggino.
(da Domani)
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