OLTRE AGLI SCAZZI NEI DUE SCHIERAMENTI POLITICI, RESTA IL NULLA, LO STORICO GIANNI OLIVA: “OGGI PER LA SINISTRA QUALI SONO LE PAROLE D’ORDINE? LA PACE? LA SCUOLA? IL RIARMO? LA SANITÀ PER TUTTI? IN ATTESA DI RISPOSTE, IL TEMA È FERMO AL DILEMMA SCHLEIN, CONTE O UN FEDERATORE; PRIMARIE SÌ, PRIMARIE NO”
“PER LA DESTRA IL PROBLEMA È ANCORA PIÙ GRAVE: CEDUTA L’IDENTITÀ PIÙ RUVIDA A VANNACCI, RESTA DA COSTRUIRE UN MODELLO DI LIBERALISMO MODERNO, SENZA NESSUN RIFERIMENTO CUI GUARDARE NÉ UN RETROTERRA DI CULTURA POLITICA CUI ATTINGERE. ALLORA SULLA BASE DI CHE COSA UN CITTADINO SCEGLIE PER CHI VOTARE?”
La politica italiana di questi giorni è un gran ridefinirsi di perimetri: movimenti aggregativi al
centro per l’area riformista, nostalgie nordiste nella Lega, il campo largo in trattoria con le sole componenti di sinistra, la destra indecisa tra cultura di governo e velleità identitarie, Vannacci che sguazza nelle provocazioni e fa incetta di arrabbiati, nostalgici e delusi. Ma al di là delle autodefinizioni, che cosa c’è dietro i “perimetri”?
Paradossalmente, il mondo della post-ideologia ha cristallizzato le ideologie stesse: con la differenza che la sinistra comunista o il moderatismo democristiano si traducevano in programmi definiti e divergenti, mentre le autodefinizioni di oggi si fermano all’enunciazione di principio di una specificità che nessuno riesce a spiegare.
“Riformismo” è una parola rassicurante, sa di misura, di rifiuto della radicalità, di convergenze. È un atteggiamento radicato nella cultura dell’Italia repubblicana. Ma se dovessimo raccogliere il progetto “riformista” in cinque parole d’ordine, che cosa scriveremmo? Nulla: e infatti possiamo solo indicare nomi più o meno improbabili, carneadi emergenti o vecchie volpi, da Maraio a Renzi, da Onorato a Magi.
Lo stesso vale per la sinistra, con la sua suggestione storica di giustizia sociale e diritti: quali sono le parole d’ordine? La pace? La scuola? Il riarmo? La sanità per tutti? In attesa di risposte, il tema è fermo al dilemma Schlein, Conte o un federatore; primarie sì, primarie no.
Per la destra il problema è ancora più grave: ceduta l’identità più ruvida a Vannacci, resta da costruire un modello di liberalismo moderno, senza nessun riferimento cui guardare né un retroterra di cultura politica cui attingere.
Nell’incapacità degli uni e degli altri di definirsi in positivo, restano le risse verbali, l’unica regola in questa geometria delle distanze, che sembra un gioco ed invece è la nostra classe dirigente.
E allora sulla base di che cosa un cittadino sceglie per chi votare? Qualcuno vota in base alle vecchie ideologie, in un atto di affetto alla memoria e nella consapevolezza di una cristallizzazione post-ideologica fuori dal tempo; qualcun altro spinto dall’impulso dell’ultima ora, in una logica dove la dichiarazione più recente cancella il pregresso (ad esempio la capacità di rispondere agli attacchi di Trump è vincente, anche se pochi mesi prima lo si è candidato al Nobel per la pace); qualcun altro ancora vota in base alla rabbia, seguendo chi ha la capacità di scovare il bersaglio elettoralmente più redditizio. E molti altri (troppi) abdicano e non votano proprio.
Si dice che ogni popolo ha la classe dirigente che si merita: ma è davvero così…? Davvero meritiamo una classe dirigente che vive di strategie elettorali anziché di progetti per il Paese?
(da agenzie)
Leave a Reply