Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
MARJORIE TAYLOR GREENE, VOCE DEI FAN DELUSI, CHIEDE CHE SANO DESECRETATI TUTTI I DOCUMENTI SULLA SPARATORIA, TROPPE COSE NON TORNANO
A quasi due anni e mezzo dall’attentato contro Donald Trump durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, una delle voci storiche del trumpismo ha rotto il fronte e aperto un nuovo terreno di scontro interno.
L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, in rotta col tycoon, ha rilanciato i dubbi della base Maga e ha chiesto al presidente degli Stati Uniti di fare chiarezza sull’episodio chiave della campagna elettorale del 2024: l’attentato in cui Trump rimase ferito al lobo dell’orecchio, mentre un suo sostenitore morì. Il killer, Thomas Matthew Crooks, 20 anni, sdraiato sul tetto di un edificio a trecento metri di distanza dal palco, fu ucciso dai cecchini del Secret Service.
Molti considerano quell’episodio la svolta che portò Trump a risalire nei sondaggi e a conquistare per la seconda volta la Casa Bianca. Fin da subito i complottisti avevano seminato dubbi, a cominciare dalle poche informazioni sulla ferita del presidente, coperta da una enorme garza, poi tolta giorni dopo senza che sulla cartilagine dell’orecchio fosse rimasta traccia. Inoltre, era apparso strano il comportamento degli agenti del Secret Service: non erano intervenuti per fermare il killer, nonostante la gente ne avesse segnalato la presenza, e subito dopo l’esplosione del primo colpo gli agenti non avevano spinto a terra il tycoon, per proteggerlo, ma si erano abbassati loro, dandogli la possibilità di ergersi con la testa e mostrare il pugno, urlando «fight fight fight», grido di battaglia diventato slogan vincente della campagna. I fotografi, sotto il palco, erano stati fatti insolitamente avvicinare dall’organizzazione: uno degli scatti, ripreso dal basso, mostrò il presidente con il pugno e, sullo sfondo, la bandiera americana. Quell’immagine mise il sigillo all’immagine del leader “forte e invincibile” di cui l’America aveva bisogno.
Adesso una parte della base Maga – delusa dall’entrata in guerra con l’Iran e dalla gestione dello scandalo Epstein – ha rilanciato i sospetti che l’attentato fosse una messa in scena. Nessuno ha pagato per le falle della sicurezza. Anzi, il capo della scorta, Sean Curran, è stato promosso. «Il presidente Trump – ha scritto l’ex deputata su X – dovrebbe fare chiarezza. Perché non lo fa? Questa è la domanda». E la domanda, nel mondo Maga, rappresta una trappola. Se non risponderà, Trump, che aveva fatto della trasparenza il suo mantra, aumenterà i sospetti. Se accoglierà la richiesta, legittimerà un teoria complottista priva di prove. La storia del finto attentato, in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso, potrebbe indebolire un presidente già in calo di consensi.
(da Repubbica)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IL 7% DEGLI ITALIANI APPROVA L’OPERATO DEL PRESIDENTE USA, PERSINO TRA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA IL CONSENSO NON SUPERA IL 15%… ECCO PERCHE’ LA TRASFORMISTA HA FATTO UNA LEGGERA MARCIA INDIETRO
Le prese di distanza di Giorgia Meloni da Donald Trump non si spiegano solo con la
reazione politica e umana agli attacchi rivolti al Papa dal presidente Usa, ma anche con un elemento più oggettivo, a cui la premier guarda con crescente attenzione dal momento della sconfitta referendaria: i numeri.
Solo il 7% degli italiani, secondo l’ultimo sondaggio Youtrend per Sky, approva l’operato di Trump nel conflitto con l’Iran, persino tra gli elettori di centrodestra il consenso non supera il 15% di giudizi positivi, mentre un altro sondaggio Youtrend sulla popolarità dei leader internazionali in Italia, pubblicato a marzo su L’Espresso, assegna al leader Usa un gradimento netto del 14%. Una zavorra difficilmente sostenibile per il centrodestra in un momento storico in cui la politica estera è tornata centrale nelle dinamiche politiche.
Certo, non è con la politica internazionale che si vincono o si perdono le elezioni in questo Paese, eppure i conflitti e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno fatto irruzione improvvisa e plateale anche nel contesto più intimo del portafoglio familiare, generando un aumento dei costi e un’impennata dei prezzi di benzina e diesel che il governo ha solo potuto limitare. Non solo: gli scenari di guerra hanno inevitabilmente dominato l’agenda mediatica di questi anni. E se i media si focalizzano sulla politica internazionale, quest’ultima finisce per incidere, anche solo indirettamente, nella costruzione del consenso e negli scenari politici. Ecco, dunque, una delle ragioni della mossa di Giorgia Meloni.
Con le elezioni politiche in vista, presumibilmente nel 2027, la leader del centrodestra deve oggi risolvere diverse questioni aperte per preparare al meglio una campagna elettorale che sarà più dura rispetto alle aspettative iniziali della destra. In un contesto di conflitti globali e prezzi che volano, le risorse per varare interventi economici importanti, che un tempo avremmo definito “elettorali”,
scarseggiano, e il governo ha quindi bisogno di affrontare alcuni nodi critici sul piano del consenso. L’alleanza con Trump, che in questo nuovo mandato sembra voler intervenire anche nelle campagne elettorali dei Paesi alleati, è la prima. E la prossima potrebbe coinvolgere Netanyahu, l’impopolarissimo presidente israeliano, che ultimamente ha avuto diverse tensioni con il nostro esecutivo.
Certo, l’operazione presenta anche dei limiti e dei rischi. Se strategicamente coincide con l’abiura di un caposaldo della propria visione geopolitica, ovvero la funzione esercitata nell’ultimo anno e mezzo da Giorgia Meloni di trait d’union tra il governo americano e l’Unione Europea, il problema maggiore è legato al tempismo di questo allontanamento, che può apparire tardivo agli italiani, e chiaramente legato alla sconfitta elettorale. Il giudizio su Trump in questo Paese non è cambiato con l’attacco al Papa, il suo gradimento in Italia è sempre stato molto basso ed è da tempo ai minimi termini. La posizione della presidente del Consiglio è invece cambiata solo ora: un posizionamento corretto strategicamente ma forse intempestivo, difficile da raccontare come autentico.
Saranno mesi di strategie e pre-tattiche, e per la prima volta da decenni la politica estera e i posizionamenti geopolitici entreranno nel dibattito interno sul posizionamento delle coalizioni. Per il centrosinistra, potrebbe essere un vantaggio competitivo inatteso.
(da repubblica.it)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
DAL FLOP DELLA MANIFESTAZIONE LEGHISTA AI GUAI SULLE NOMINE, DALLE CANDIDATURE ALLA CRISI DI HORMUZ, SINO AI RAPPORTI CON USA ED EUROPA: LA MAGGIORANZA NELLA CONFUSIONE PIU’ TOTALE
Ok, una botta è una botta. Ma è passato ormai un mese dal referendum sulla giustizia. E trenta giorni sono sufficienti per andare oltre, per tornare a una specie di normalità, anche dopo una sconfitta che fa male.
Per la destra al governo, invece, è come se si fosse rotto un incantesimo. Da quel giorno sono arrivate, in rapida successione, epurazioni, liti interne alla maggioranza, clamorosi flop politici e un totale stallo dell’azione di governo.
Mettiamo in fila giusto le ultime, per rendere l’idea.
Sabato si è svolta la manifestazione dei Patrioti Europei a Milano organizzata dalla Lega e da Matteo Salvini. Doveva essere per promuovere la remigrazione e doveva prevedere ospiti e partecipazione di tutta la coalizione. Poi la Lega ha cambiato idea, e ammorbidito i toni, non graditi a Fratelli d’Italia e sopratutto a Forza Italia, in cui si registra una sempre maggiore insofferenza dei due Berlusconi. Niente da fare: in piazza non si sono visti meloniani e forzasti. E nemmeno gente sotto il palco, visto che la piazza era semivuota.
Peraltro, Salvini dal palco di Milano, è ritornato a essere uno scatenato promoter di Putin e dell’appeasement con la Russia, mentre Meloni continua a sostenere l’Ucraina e Zelensky nella loro resistenza a oltranza. Che faranno al prossimo giro di rifinanziamenti all’Ucraina e conferma delle sanzioni alla Russia? Salvini continuerà a dire una cosa e farne un’altra? Vedremo.
Mentre Salvini urlava dal palco, tuttavia, Meloni aveva altre gatte da pelare: ad esempio, quella di Giuseppina Di Foggia, attuale ad di Terna, neo nominata presidente Eni, cui spetterebbero 7,3 milioni di euro di buonuscita, da contratto. Secondo Meloni dovrebbe rinunciarvi, poiché promossa dal governo. Lei invece si appella a quel che ha firmato. Sono passati giorni, e non se ne viene a capo.
Così come la destra non viene a capo nemmeno nella scelta del candidato sindaco di Milano. Ignazio La Russa, presidente del Senato col gusto della fronda e delle dichiarazioni improvvide candida a sindaco Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, senza dirlo a nessuno. Meloni tace, Forza Italia e Lega, che ci avevano fatto più di un pensierino, si arrabbiano.
Nel frattempo, ci sarebbe da governare un Paese e una crisi economica in arrivo. E Meloni non si capisce che vuole fare. Rompe con Trump a causa degli “inaccettabili” attacchi al Papa, ma l’America rimane il nostro primo fornitore di gas liquido naturale, peraltro caro come il fuoco, mentre dal Qatar, che copre il 10-12% del nostro fabbisogno, hanno smesso di arrivare idrocarburi. Che si fa, quindi? Rimaniamo appesi ad Algeria, Azerbaigian e agli umori del presidente Usa, che dal giorno dello “strappo” non perdere occasione di attaccare Meloni e promette vendetta? Anche qui, non è dato sapere.
Ciliegina sulla torta, non si capisce che posizione abbia il governo sull’Europa. Meloni si è riavvicinata a Macron, Merz e Von der Leyen, oppure si sta preparando alla guerra per chiedere di buttare all’aria il nuovo patto di stabilità e crescita, da lei stessa firmato, che dovrebbe entrare in vigore quest’anno? Soprattutto: come concilia la posizione di Forza Italia, vicina a quella dei cristiano democratici tedeschi che non vogliono toccare le regole europee, e quella della Lega di Salvini, che ha preso il posto lasciato libero da Victor Orban, e che vorrebbe andare all’assalto di Bruxelles e delle sue regole? Buio totale, pure qua.
Buon ultima grana, l’emendamento contenuto nel decreto sicurezza che premia gli avvocati dei migranti che convincono i loro assistiti ad andarsene dall’Italia. Una legge che ha scatenato le proteste di giuristi e avvocati, secondo cui aiutare il governo nella remigrazione ““non rientra tra le proprie competenze istituzionali”. Ma se non altro, nel dare addosso agli stranieri, il governo è ancora unito e compatto. Almeno per ora.
(da Fanpage)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA E NOI MODERATI SI SMARCANO DAL PROVVEDIMENTO, CHE RISCHIA DI ESSERE CESTINATO DA MATTARELLA… AVVOCATI, MAGISTRATI E OPPOSIZIONI VANNO ALL’ATTACCO: “LA MISURA È INCOMPATIBILE CON LA COSTITUZIONE E CON LA DEONTOLOGIA PROFESSIONALE”
Una maggioranza già tesa che si spacca, di nuovo, di fronte alla rivolta di avvocati,
magistrati e centrosinistra sull’emendamento pro-rimpatri. I tempi che stringono sulla conversione del Dl Sicurezza: che arriva da domani in aula alla Camera per il sì definitivo, e non lascia varchi alla soppressione di quella norma che prevede incentivi agli avvocati nel caso in cui i loro assistiti scelgano di tornare ai Paesi d’origine. E il faro acceso del Quirinale.
Che, come è facile immaginare, dopo un weekend improntato alla rituale e più silenziosa vigilanza, non potrà che esercitare la sua moral suasion su una misura gravata da evidenti profili di incostituzionalità. La destra fa sapere che tirerà dritto. In fondo «la norma, una volta approvata, non è applicabile subito».
FdI tiene il punto, spalleggiata dalla Lega che, secondo i rumors del Palazzo, è la vera autrice dell’emendamento che incentiva con ben 615 euro per l’avvocato, mediante una convenzione con il Consiglio nazionale forense, i rimpatri dei clienti-migranti: norma che portava la firma di tutti gli alleati. Oggi però si smarcano sia Forza Italia, che già annuncia un intervento normativo «dopo un incontro con tutte le parti»; sia Noi Moderati.
Che attraverso Gaetano Scalise annuncia «una chiara presa di distanza», parla senza mezzi termini di «forzatura normativa» e sottolinea che «la funzione dell’avvocato non può vedere la propria attività condizionata da un incentivo economico legato al risultato».
Avvocati, magistrati e opposizioni sulle barricate contro la norma, inserita nel dl sicurezza, che prevede soldi per i legali che favoriscono i rimpatri volontari. Una scelta che ha indignato i più, ma su cui il governo non sembra intenzionato ad arretrare. E il senatore Alberto Balboni di FdI riduce la polemica «ad un equivoco». L’idea, spiega, «è quella di coprire le spese stragiudiziali»
Poco importa che gli stessi avvocati abbiano bollato la norma come «incompatibile con la Carta Costituzionale e con la deontologia». Da Fratelli d’Italia nessun ripensamento e la maggioranza si spacca. Da Noi Moderati prendono le «distanze» da una «forzatura normativa che rischia di incidere in modo improprio sull’assetto e sulla funzione costituzionale della difesa tecnica».
E il responsabile giustizia del partito, Gaetano Scalise, sottolinea l’importanza di «confrontarsi con l’avvocatura» e di «rivedere, se non eliminare», il provvedimento. Strada scelta anche da Forza Italia. «Il decreto sicurezza va approvato, ma questa norma necessita di regole attuative», spiega il presidente di FI alla Camera Enrico Costa. «Presenteremo un ordine del giorno così da poter discutere con le parti in causa e intervenire laddove è necessario».
Girano voci che ci siano riserve del Quirinale. Ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era a Palermo e dal suo mondo non è uscita mezza parola, ma l’ipotesi non è da escludere. Sicurezza e immigrazione restano parole chiave per il governo.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile
INDAGATO DEL DEO, EX N° 2 DEL DIS: PECULATO DA 5 MILIONI
Una struttura di spionaggio parallela, con pezzi dei Servizi (della vecchia gestione), imprese e politica. Alcune aziende amiche dalle ottime entrature facilitate negli appalti, a gestire le centrali di ascolto. Sono in corso perquisizioni della procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla squadra Fiore, la centrale di spionaggio abusiva che per anni avrebbe lavorato a Roma. E sulla Maticmind, società fondata dall’imprenditore Carmine Saladino, che poi lo scorso anno ha ceduto la sue quote.
L’indagine è condotta dal procuratore aggiunto Stefano Pesci e dai pm Vittorio Bonfanti e Alessia Natale. Riflettori sono puntati anche sul lavoro dell’ex numero due dell’Aisi, il servizio interno, Giuseppe Del Deo, uscito lo scorso anno dall’intelligence con un pensionamento a poco più di 50 anni e oggi altissimo dirigente di Cerved.
Secondo l’impostazione della procura di Roma, Squadra Fiore ha lavorato per anni come agenzia abusiva di informazioni grazie ai rapporti diretti proprio all’interno dei Servizi. Tra gli indagati c’è Samuele Calamucci, l’hacker che lavorava per Equalize, la centrale di spionaggio milanese con cui ci sono diversi punti di contatto.
(da Repubblica)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
SOTTO LA LENTE C’È L’ASSOCIAZIONE “ART GLOBAL”, GUIDATA DA ANGIOLINA MARCHESE, DOCENTE DI ARTE CHE HA TESSUTO RAPPORTI CON ESPONENTI DI DESTRA E INONDATO I SUOI SOCIAL CON SELFIE CON I VARI TAJANI, GASPARRI E FONTANA IN “STILE CLAUDIA CONTE”… SECONDO L’ESPOSTO, LA ONLUS HA PROMOSSO EVENTI “CULTURALI” IN SALE ISTITUZIONALI, PRESENTATI COME GRATUITI, MENTRE AGLI ARTISTI SAREBBERO STATI RICHIESTI DAI 100 AI 400 EURO PER POTER ESPORRE LE LORO OPERE. IL TUTTO “SENZA RICEVUTE FISCALI” – UNO DEI CONTATTI CON LA MARCHESE SAREBBE STATO IL DEPUTATO DI FDI ALDO MATTIA, CHE REPLICA: “HO FATTO UN EVENTO ALLA CAMERA CON LEI, MA DI QUESTO ESPOSTO NON NE SO NULLA”
Sale istituzionali di alto profilo – dalla Biblioteca del Senato alla Sala Regina della
Camera dei deputati – utilizzate per eventi culturali che oggi finiscono al centro di un esposto presentato alla Guardia di Finanza.
È da questo punto che prende avvio la denuncia presentata dalla giornalista Barbara Castellani, che ricostruisce un sistema di organizzazione di eventi culturali ospitati
in sedi pubbliche di prestigio, formalmente presentati come iniziative senza scopo di lucro.
Nella pratica però, secondo la denuncia in cambio dell’autorevolezza e della credibilità di un selfie in quelle sedi prestigiose, al fianco di politici, gli ospiti erano disposti a pagare dai 50 ai 400 euro alla onlus pur di partecipare
Al centro dell’esposto c’è l’associazione culturale Art Global, guidata da Angiolina Marchese, una docente calabrese che diventa artista quando mette piede a Roma dove insegna in un liceo artistico. Poi inizia a gravitare attorno alla destra: da Tajani a Fontana, da Gasparri a Sgarbi coi quali si fa selfie che inondando i suoi social.
Secondo quanto riportato, gli eventi venivano presentati come gratuiti e culturali, mentre — stando alle testimonianze raccolte — agli artisti partecipanti sarebbero stati richiesti contributi economici che variavano a seconda dell’ospitata: per esporre propri quadri si sborsavano anche 400 euro, per una semplice presenza alla kermesse 100. Il tutto “senza emissione di ricevute fiscali”, scrive la giornalista nell’esposto in cui dichiara di aver lavorato più volte gratuitamente o per compensi simbolici, convinta della natura no profit delle iniziative.
Sul piano politico, la vicenda si intreccia con il nome dell’onorevole Aldo Mattia, esponente di Fratelli d’Italia, già al centro di una polemica il 15 marzo 2026 durante la campagna per il referendum costituzionale.
In quell’occasione, un video girato a Genzano di Lucania lo mostrava mentre invitava i presenti a sostenere il “Sì” facendo riferimento a dinamiche di consenso legate a rapporti personali e familiari, con espressioni che avevano suscitato forti reazioni anche per alcuni commenti ingiuriosi rivolti alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein.
Il suo nome è stato accostato alla vicenda della onlus in quanto sembra che la presidente di Art Global si rivolgesse sempre a lui per le sale di Camera e Senato. Interpellato sulla vicenda, lo stesso Aldo Mattia ha respinto qualsiasi coinvolgimento diretto, chiarendo i termini della sua conoscenza con l’organizzatrice. «Ho fatto un evento in Sala Regina alla Camera con lei, ma di questo esposto non ne so nulla. L’ho conosciuta qualche tempo fa a Sant’Angelo delle Fratte: me la presentò il sindaco dicendo che era una brava persona. Se ha sbagliato affari suoi, pagherà», taglia corto.
Secondo una stima prudenziale riportata nell’esposto, “ogni evento potrebbe generare incassi compresi tra 1.500 e 24.000 euro, considerando una partecipazione variabile tra 30 e 60 artisti con contributi individuali tra i 50 e i 400 euro; su base annuale, ipotizzando una frequenza di due o tre eventi al mese, i proventi complessivi potrebbero oscillare tra 36.000 e 864.000 euro.
Una dinamica che, se confermata, trasformerebbe quello che veniva presentato come un progetto associativo senza scopo di lucro in un sistema stabile di organizzazione di eventi con caratteristiche assimilabili a un’attività d’impresa.
Gli eventi presentati con il patrocinio di enti istituzionali e con la partecipazione di personalità note svolti in contesti istituzionali di particolare prestigio, sono elencati nell’esposto e molto ben sponsorizzati sui social e sul sito dell’associazione: Biblioteca del Senato della Repubblica “Giovanni Spadolini” (Sala degli Atti Parlamentari, Piazza della Minerva 38, Roma) – evento del 23 gennaio 2026 “Premio Roma, Regina della Storia”; Parlamento Europeo – sede di Roma – evento del 14 aprile 2025 “Arte & Musica”; Spazio Europa – evento del 21 ottobre 2025 “Voci d’Europa – L’Arte contro il Bullismo”; Camera dei Deputati 13 aprile 2026.
Sul piano giuridico, la vicenda viene inquadrata dalla giornalista nell’ambito del reato di truffa. Il punto centrale, secondo l’esposto, sarebbe rappresentato dalla presunta divergenza tra la narrazione fornita ai partecipanti — quella di eventi culturali gratuiti e privi di finalità lucrative — e la realtà dei fatti, che vedrebbe invece la richiesta sistematica di pagamenti.
In questo schema, l’utilizzo di sedi istituzionali assumerebbe un ruolo determinante: non solo come location, ma come elemento capace di rafforzare la credibilità dell’iniziativa e di indurre in errore sia i professionisti coinvolti sia gli artisti partecipanti.
Accanto alla truffa, vengono ipotizzati anche profili più gravi, come la truffa aggravata ai danni dello Stato, proprio in ragione del coinvolgimento di strutture pubbliche, e possibili violazioni in materia fiscale legate alla mancata dichiarazione dei proventi.
Al momento, quella contenuta nell’esposto resta una ricostruzione che dovrà essere verificata dagli inquirenti. Tuttavia, la vicenda apre interrogativi più ampi sull’utilizzo degli spazi istituzionali e sui controlli effettuati in merito alla natura delle iniziative ospitate.
(da Dagoreport)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “ANCHE IL COMIZIO SCONCLUSIONATO DI SALVINI È FIGLIO DI QUESTA PERDITA DI CERTEZZE. GLI RESTANO, LA SPONSORIZZAZIONE DEL GAS RUSSO E LA RICHIESTA DI SFORARE IL PATTO DI STABILITÀ, SENZA FARE I CONTI COL PERCHÉ DELLA CRISI”
«Senza paura»: era stata pensata e convocata così, come un grido di battaglia, la manifestazione leghista a piazza Duomo, quando il mondo sovranista era ancora intero. Prima del referendum italiano, delle elezioni ungheresi, della blasfemia trumpiana sul Papa, della scomunica americana di Giorgia Meloni, in piena euforia da Board of peace e Nobel per la pace all’inquilino della Casa Bianca.
Matteo Salvini, allora, scommettendo sui successi qui, lì (a Budapest) e in ogni dove (Trump) aveva chiamato a raccolta il fior fiore di quel mondo, proponendosi come il suo autentico interprete italiano, secondo il solito copione di Pontida.
Dentro c’era la consueta sfida a Giorgia Meloni (da destra), col retropensiero (e l’ambizione) del Viminale – lutto mai elaborato – in caso di vittoria alle prossime politiche. Di fatto, l’apertura di una lunga campagna elettorale, non a caso il canovaccio iniziale prevedeva titoli sulla re-migrazione. Peccato che quel mondo, nel frattempo, è andato a pezzi.
Ecco, lo svolgimento ci racconta di un mondo “senza bussola”. Incapace, dopo quello che è successo, di una analisi concreta della situazione concreta: pressoché innominato Orban se non da Salvini per un «abbraccio» di solidarietà, innominati Trump, Netanyahu, l’Iran, Hormuz, il Libano, l’attualità.
Pare un “cantagiro sovranista” dove si intonano gli evergreen, senza relazione col qui ed ora: l’invasione islamica (come la mettiamo col Mediterraneo in fiamme che, semmai, la favorisce?), la difesa della cristianità (come la mettiamo con l’attacco al Papa?), la lotta al globalismo (come la mettiamo con la nuova egemonia che porta guerre e crisi energetica?), la perfida Europa, eccetera, eccetera.
E tuttavia numeri e scarso entusiasmo della piazza segnalano, dopo i voti italo-ungheresi, un principio di sconnessione sentimentale rispetto al popolo, il primo dopo un decennio di vittorie e narrazioni trionfalistiche, proprio perché viene elusa la questione del “che fare”.
Anche il comizio sconclusionato di Salvini è figlio di questa perdita di certezze, resa più acuta, nel caso del leader leghista, dalla necessità di un ravvedimento, sia pur poco convinto, quantomeno sul Papa, difeso a mezza bocca, e sul non rinnovo del Memorandum con Israele («non lo conosco ma sono d’accordo»).
Gli restano, come certezze, la sponsorizzazione del gas russo e la richiesta di sforare il patto di Stabilità, senza fare i conti col perché della crisi, compresi i ritardi atavici di un Paese che non si è liberato dal fossile e continua a vedere il green come un demonio.
È evidente il problema di un nuovo racconto popolare, con la forza evocativa di quello precedente. Però, se il problema è comune a tutta la destra, la risposta segnala una differenza non banale
Giorgia Meloni dovrà inventare un nuovo racconto, ma ha trovato un posizionamento giusto, che risponde all’interesse nazionale italiano, su gas russ
Memorandum con Israele, Volenterosi. Se terrà, può essere l’apertura di una nuova fase.
Salvini resta invece incatenato al posizionamento precedente, senza poterlo però rivendicare fino in fondo, viste le circostanze. E senza poter neanche supplire con i risultati incassati stando al governo come partito – la lista, dal fisco all’Autonomia, è lunga – e come ministro.
Pensate un po’: la manifestazione è stata aperta da un trattore, perché il nostro ha molto a cuore gli agricoltori al punto, però, da trascurare gli autotrasportatori, pur essendo ministro dei Trasporti: «Dal Mit nessuna risposta, anzi abbiamo letto interviste al ministro dove non si capiva se era davvero lui a parlare, oppure Crozza».
Lo ha detto Paolo Uggè, il presidente delle associazioni del settore. Uno che stava nel governo Berlusconi. Visto l’esito della manifestazione, era meglio dedicargli un pomeriggio per evitare cinque giorni di sciopero
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI HA ANNUNCIATO DI VOLERE “RIQUERELARE” ROBERTO SAVIANO, DOPO L’ASSOLUZIONE DELLO SCRITTORE DALL’ACCUSA DI DIFFAMAZIONE PER AVERLO DEFINITO “MINISTRO DEL MALAFFARE”. MA NEL 2024 LO STESSO SALVINI HA VOTATO LA LEGGE NORDIO CHE VIETA AL PM DI RICORRERE IN APPELLO CONTRO UN’ASSOLUZIONE, SE DI MEZZO C’È UN REATO SOTTO I 4 ANNI QUINDI È IMPOSSIBILE PRESENTARE RICORSO
Salvini nel 2024 ha votato la legge Nordio che tra varie nefandezze giuridiche
(vial’abuso d’ufficio) vieta pure al pm di ricorrere in appello contro un’assoluzione, se di mezzo c’è un reato sotto i 4 anni. La diffamazione, contestata da Salvini a Roberto Saviano, è tra questi.
Ecco il destino “tafazziano” di Salvini, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno, che non solo perde la querela scatenata otto anni fa contro Saviano, che lo battezzò “ministro della malavita”, ma per via di una legge che da patron della Lega ha votato, non può ribaltare la sentenza con un processo d’appello.
Ahimè consapevole, ipotizza e minaccia una nuova querela, ma è una strada chiusa perché è vietato chiedere un nuovo processo se c’è già stato un proscioglimento. L’articolo 649 del codice di procedura è di facile lettura e non lascia dubbi. Ma l’indomito Salvini insiste.
Eccolo all’assalto, a sentenza appena fresca: “Lo riquerelerò per questo”, Saviano s’intende. “Ci riproverò. Magari troverò un altro giudice di sinistra che dirà che mi può dare del delinquente, del camorrista, del malavitoso”.
Non ci sono dubbi sul fatto che la legge Nordio si applica al nostro caso. Pur se i fatti sono del 2018, la sentenza è arrivata adesso, quindi vale la legge del 2024, come conferma la Cassazione per il principio del tempus regit actum.
Il Guardasigilli Nordio ha introdotto il divieto di fare appello contro le sentenze di proscioglimento per i reati a citazione diretta, come la diffamazione a mezzo stampa, per i quali non è prevista l’udienza preliminare.
Insomma, Salvini si è legato le mani da solo. Senza quella norma il pm, peraltro in questo caso favorevole all’assoluzione come ha argomentato Sergio Colaiocco, avrebbe potuto ricorrere in appello. Oggi non può più farlo.
(da il Fatto Quotidiano)
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Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI ROMA HA SCOPERTO CHE IL COMMANDO CHE HA PIAZZATO LA BOMBA, IL 16 OTTOBRE SCORSO, È ARRIVATO DALLA CAMPANIA E LÌ È TORNATO SUBITO. A BORDO DELL’AUTO NERA C’ERANO TRE PERSONE E NON È STATO UN GESTO DIMOSTRATIVO: L’ORDIGNO AVREBBE POTUTO UCCIDERE… AGLI ATTI DELL’INDAGINE C’È L’INTERCETTAZIONE DI ROBERTO CAVAZZANA, PROPRIETARIO DEL CANTIERE NAVALE VITTORIA DI ADRIA CHE, POCHI GIORNI DOPO ALL’ESPLOSIONE, DICE: “HAI VISTO CHE ‘REPORT’ NON HA PIÙ FATTO UN CAZZO?”
«Hai visto che Report non ha più fatto un cazzo?». È il 30 ottobre 2025 quando Roberto Cavazzana, proprietario del Cantiere navale Vittoria di Adria, pronuncia queste parole. Sono trascorsi solo pochi giorni dall’attentato a Sigfrido Ranucci e la prima inchiesta della trasmissione di Rai tre sul cantiere non è ancora andata in onda.
Oggi quelle parole, riferite in una memoria dell’ex ad del cantiere Francescomaria Tuccillo, sono finite agli atti dell’inchiesta della procura di Roma che indaga sulla bomba piazzata nei pressi dell’abitazione del giornalista.
E che, come raccontato nelle scorse settimane, non solo ha individuato l’auto su cui avrebbe viaggiato il commando di attentatori, ma ha anche una pista che porterebbe dritta alla camorra.
Ambienti criminali di quei territori dove, secondo una lettera anonima arrivata alla redazione del programma, insistono alcune realtà imprenditoriali che avrebbero avuto interessi proprio attorno al cantiere navale della provincia di Rovigo.
Questa sera Report, con la nuova inchiesta di Daniele Autieri, svelerà il contenuto di quella lettera, secondo cui dietro all’attentato ci sarebbe un politico della
provincia di Caserta. «Un deputato», si legge nella missiva, collegato a famiglie camorristiche, avrebbe fatto da «tramite tra gli esecutori e i mandanti».P
oi tornerà anche a raccontare i misteri del Cantiere Vittoria, l’azienda strategica sottoposta al golden power dell’ufficio della presidenza del Consiglio perché produce motovedette militari per la Guardia di finanza, ma anche per la guardia costiera tunisina, libica, cipriota, maltese e dell’Oman. Stavolta è la provenienza dei fondi con cui Cavazzana ha completato l’acquisto del cantiere a venire analizzata.
Dopo che un manager con un passato in CasaPound e nella Fiamma Tricolore, Francesco Osanna, non riesce a concludere l’affare, subentra Cavazzana. L’imprenditore, che si aggiudica all’asta l’azienda dopo la liquidazione gestita da un commercialista vicino a Fratelli d’Italia, investe 8,2 milioni di euro ma a pochi giorni dal rogito si scopre che non ha liquidità.
Ad aiutarlo sarà una società della provincia di Caserta, la Arkipiù di Giuseppe D’Onofrio, con entrature nelle istituzioni e il figlio dipendente di Palazzo Chigi, la quale gli salda cinque milioni di euro di fatture: secondo l’Agenzia delle entrate si tratterebbe però di soldi maturati con crediti fiscali per lavori fittizi, il cui avanzamento era stato certificato dai direttori dei lavori di un consorzio, la rete Het, dello stesso Cavazzana.
Ma c’è dell’altro. La rete Het di Cavazzana negli ultimi mesi del 2025 ha versato 3,3 milioni di euro alla società Pev, per lavori che nessuno ha mai realizzato. Una società che ha una sede fantasma nel casertano, a San Marcellino, che si legherebbe ai contenuti della lettera anonima arrivata a Report.
La Pev è posseduta da Enrico Petrarca, candidatosi nel 2016 al comune di San Marcellino a sostegno dell’aspirante sindaco Anacleto Colombiano, oggi presidente della provincia di Caserta sostenuto dal parlamentare meloniano Gimmi Cangiano, che proprio a San Marcellino ha il suo feudo elettorale. Inoltre Petrarca è legato da una parentela diretta a Mario Coscione, detto o’ Russo, vicino al boss Carmine Zagaria e descritto dagli inquirenti come l’uomo di fiducia di Carmine Morelli, elemento di spicco del clan dei Casalesi.
I rapporti tra Cavazzana, Enrico Petrarca e suo fratello, titolari della Pev, sembrano poi molto stretti. Dalla fine di agosto del 2025 lo stesso Cavazzana si è recato tre giorni nel casertano, nelle zone dove si trovano la Pev e la Arkipiù. Un viaggio
organizzato subito dopo aver saputo che Report aveva avviato la sua inchiesta sul cantiere navale. Ancora. Dalla fine di settembre a tutto il mese di ottobre 2025, i Petrarca sarebbero partiti più volte da San Marcellino per raggiungere Rovigo. In almeno una di queste occasioni ci sarebbe stato anche Coscione.
Secondo le ricostruzioni dell’Agenzia delle entrate, prima e dopo l’attentato a Ranucci le società di Cavazzana hanno versato alla Pev oltre un milione di euro per lavori fittizi. E il 18 novembre, il giorno dopo la puntata di Report sul cantiere, l’auto in uso a uno dei Petrarca ha raggiunto Rovigo. Per fare cosa? Domande a cui risponderanno gli inquirenti.
(da Dagoreport)
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