Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
NON BASTAVA SENTIRE SALVINI CITARE DE ANDRE’, CI MANCAVA LA ZAKHAROVA CHE CITA RODARI SENZA AVERLO LETTO
Fa una certa impressione sentire la signora Zakharova, portavoce del governo russo, citare Gianni Rodari. Lei è tra le voci più violente e sprezzanti di quel regime bellicoso, lui il più gentile, sorridente e pacifico di tutti i poeti, quello che si rivolgeva ai bambini perché non ancora guastati dal potere e dal pregiudizio.
È un poco, all’ennesima potenza, come quando Salvini applaude De André, che è l’opposto antropologico, prima ancora che politico, del capo leghista — non per caso il più putiniano tra i politici italiani. Quando non si hanno poeti a portata di mano, si è costretti a ricorrere ai poeti altrui.
Rodari è una celebrità in Russia (anche in Russia) per meriti poetici che confliggono, uno per uno, con il potere, con la sopraffazione, con il conformismo e con la guerra. «Ci sono cose da non fare mai/ né di giorno né di notte/ né per mare né per terra: /per esempio la guerra».
Provi Zakharova a scandire davanti ai microfoni dei quali dispone (e dei quali nessuna opposizione russa può disporre) questa semplice quartina di Rodari: passerebbe per pazza. Verrebbe destituita dopo dieci secondi. Se le va bene, per i suoi meriti pregressi, riuscirebbe a evitare il polonio con il quale vengono avvelenati i nemici del Capo, e le galere nelle quali vengono rinchiusi.
Comunista, internazionalista, umanista e laico, Rodari credeva nell’educazione e nella fantasia come leve per cambiare gli esseri umani, a partire dall’infanzia. Che cosa di educato e di fantasioso abbia mai prodotto, in pubblico, il regime del quale Zakharova è megafono, non è ancora chiaro. I carri armati? Perché, invece di citare Rodari, Zakharova non prova a leggerlo?
(da Repubblica)
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Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
TELEFONINI “RIPULITI” DEI RAPPORTI CON GLI 007 E RICOSTRUITI DAI PM… MANCANO ANCHE CENNI AL CASO CARBON-CREDIT… LAVITOLA PER CONTO DI CHI HA AGITO? QUALCUNO CHE VOLEVA FAR CHIUDERE REPORT?
C’è quello che i carabinieri stanno trovando nei telefoni di Valter Lavitola. Ma,
soprattutto, c’è quello che non stanno trovando. In vista dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, prevista per la prossima settimana, e dell’interrogatorio davanti ai pm di Roma, gli investigatori stanno analizzando i cellulari sequestrati all’ex direttore dell’Avanti! in un momento di grande tensione. Ieri è stato aggredito in carcere, schiaffeggiato da alcuni detenuti: niente di grave, dicono fonti della Penitenziaria (oggi comunque il suo legale ne capirà di più), ma spiega molto del clima che si respira attorno a lui.
I cellulari potranno raccontare molto. Quello acquisito durante la perquisizione di luglio e quello trovato al momento dell’arresto. E il primo dato che emerge è che i dispositivi sono stati «puliti». Molte delle conversazioni che gli investigatori si aspettavano di trovare non ci sono più.
Non è necessariamente una sorpresa. Lavitola sapeva da tempo che l’indagine si stava avvicinando a lui. Lo aveva capito quando erano stati individuati e arrestati gli esecutori materiali dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e, nelle settimane successive, aveva più volte mostrato la convinzione che prima o poi i carabinieri sarebbero arrivati anche da lui. «Quello che c’è ce lo voleva far trovare», ragiona uno degli investigatori impegnati nell’inchiesta.
È questa la chiave con cui adesso vengono letti i contenuti recuperati dai telefoni. Mancano, per esempio, molte delle chat con Ranucci. Su questo, però, la spiegazione può essere meno significativa: i due utilizzavano anche sistemi di messaggistica con cancellazione automatica delle conversazioni e dunque l’assenza dei messaggi, da sola, non dimostra una bonifica volontaria.
Più interessante per chi indaga è ciò che manca su altri fronti. Nei dispositivi non risultano praticamente contatti con esponenti dei Servizi, rapporti che invece — secondo quanto ricostruito dagli investigatori attraverso altre fonti — Lavitola aveva. E sono pochissime anche le tracce relative alla vicenda dei Carbon Credit, uno dei dossier sui quali l’ex direttore dell’Avanti! si era mosso negli ultimi tempi. L’analisi forense dei telefoni dovrà ora stabilire se e cosa sia stato cancellato e, soprattutto, quando.
Di Report, invece, si parla. Nei telefoni sono rimasti diversi messaggi e riferimenti nei quali Lavitola raccontava rapporti, informazioni e possibilità di intervento sulla trasmissione. Su questo punto Ranucci è sempre stato netto, davanti alle accuse di possibili infuenze del faccendiere nella trasmissione: erano «millanterie», ricostruzioni con le quali Lavitola accreditava un’influenza sul programma che in realtà non aveva. Restano però documentati i rapporti con alcuni giornalisti della redazione. A cominciare dai contatti con il cronista che, su indicazione dello stesso Ranucci, si stava occupando della vicenda dei Cantieri Vittoria. Contatti già ricostruiti nell’informativa dei carabinieri e che ora vengono riletti insieme al materiale recuperato dai telefoni.
(da Repubblica)
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Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“MAD VLAD”, SPIAZZATO DALLA DUREZZA DI MODI, HA RISPOSTO PICCATO: “CI STIAMO MUOVENDO SU QUESTA STRADA”. A SUON DI MISSILI BALISTICI, DRONI E BOMBARDAMENTI…
Ma se nell’incontro con Xi il tema dell’Ucraina è emerso «solo di sfuggita», […] un forte messaggio di pace è arrivato invece dal primo ministro indiano Narendra Modi. «Ogni giorno di guerra fa arretrare l’umanità. Dobbiamo lavorare per porre fine alle ostilità», ha detto Modi al presidente russo.
«Dobbiamo passare da una guerra senza fine alla fine della guerra», ha aggiunto. Putin, in risposta, ha affermato che la Russia «si sta muovendo in questa direzione». Al momento, però, non sembra che il messaggio di pace abbia effetto sul presidente russo, che ha respinto ripetutamente la possibilità di un cessate il fuoco prima del raggiungimento degli obiettivi della sua «operazione militare speciale», in primo luogo il ritiro delle truppe ucraine dal Donbass.
Secondo fonti anonime vicine al Cremlino citate dall’Economist, Putin sarebbe determinato a raggiungere almeno il suo obiettivo minimo, la conquista del Donbass. «Mi impiccheranno», avrebbe detto Putin in una conversazione con i suoi collaboratori, secondo le stesse fonti.
(da agenzie)
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Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL “CALIGOLA DI MAR-A-LAGO” HA TENTATO DI RINOMINARE IL “KENNEDY CENTER” IN “THE DONALD J. TRUMP AND THE JOHN F. KENNEDY CENTER” MA UN GIUDICE LO HA FERMATO – L’AEROPORTO INTERNAZIONALE DI PALM BEACH ORA SI CHIAMA AEROPORTO INTERNAZIONALE “PRESIDENTE DONALD J. TRUMP”, E LA STRADA DALL’AEROPORTO VERSO MAR-A-LAGO: “PRESIDENT TRUMP BOULEVARD”
«Il prodotto è il nome». Molti anni fa, prima del reality show che lo lanciò verso la
presidenza degli Stati Uniti, tra una bancarotta e l’altra dei suoi business (ma non rischiava mai soldi suoi), Trump rivelò il segreto del suo successo: il marchio è suo, le varie attività e i vari prodotti — casinò, alberghi, golf club, università, bistecche, vodka, acqua minerale, la lista è lunghissima — generalmente non lo sono. Ma conta il nome, il resto è un problema del licenziatario.
Karoline Leavitt, la portavoce che ha appena lasciato la Casa Bianca, l’ha definito «brander in chief» giocando sul ruolo di comandante in capo delle forze armate: è il creatore di brand in capo. Per questo regolarmente cambia i nomi a tutto quello che vede: ministeri, golfi, laghi, caserme, montagne, non importa tanto cosa, importa il brand. Ha anche provato a firmare personalmente le banconote ma per legge è una prerogativa del ministro del Tesoro.
Harry Truman, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ribattezzò il dipartimento della Guerra in dipartimento della Difesa. Cosa che a Trump era sempre sembrata «woke» e allora ecco il nuovo, cioè vecchio, nome che torna in auge.
Il rebranding al momento è cartaceo, hanno cambiato i siti internet e la carta intestata, Pete Hegseth, suo fedelissimo, si definisce «ministro della Guerra», non della Difesa, ma non avendo svolto tutti i passaggi di legge necessari per l’effettivo cambio di nome è probabile che il prossimo presidente ignori la riforma.
Trump ha cambiato il Golfo del Messico in Golfo dell’America, ha annullato la decisione di Obama che era tornato al nome originario del monte McKinley, Denali. Ultimo in ordine di tempo: il cambio da Lago Ontario a Lago America, tramite ordine esecutivo firmato il 27 agosto nel mezzo del guaio dei dazi con il Canada.
Trump non sopporta il minimo riferimento a quello che definisce in modo molto generico «woke», ecco così che il National Renewable Energy Laboratory che studia le rinnovabili è ora il National Laboratory of the Rockies. […]
Nel 2025 Hegseth e Trump hanno ripristinato i vecchi nomi. Idem per la Marina: cambiati i nomi di corazzate, stabilita una «classe Trump» di una fantomatica «flotta d’oro» non ancora formata (di solito le corazzate prendono il nome dagli Stati). Ancora aperta la questione del Kennedy Center:il consiglio d’amministrazione aveva aggiunto «The Donald J. Trump and The John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts» sulla facciata nel dicembre 2025, ma un giudice ha ordinato la cancellazione del nome di Trump. Ora c’è un telone: Trump minaccia di demolirlo se venisse disattesa la sua volontà.
L’aeroporto internazionale di Palm Beach ora si chiama Aeroporto internazionale presidente Donald J. Trump, e la strada dall’aeroporto verso Mar-a-Lago: «President Donald J. Trump Boulevard». […]
E poi in ordine sparso: ecco i Conti Trump, conti di piccolo risparmio per bambini nella finanziaria 2025, il TrumpRx che è il sito federale di sconti sui farmaci, la Trump Gold Card per avere un percorso accelerato verso la cittadinanza americana (costa 1 milione di dollari più commissioni). […]
Idem la storica Penn Station di New York che voleva ribattezzare Trump Station, lasciando allibito il senatore democratico Chuck Schumer che da allora Trump chiama «il palestinese» (è ebreo). Quello che potrebbe fare, però, sarebbe nominare il nuovo terminal «Donald J. Trump Terminal».
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL 24% DEL PERSONALE SCOLASTICO AMMETTE CHE LA PROFESSIONE INCIDE NEGATIVAMENTE SULLA SALUTE MENTALE, UN 22% SULLA SALUTE FISICA – TRA I PROBLEMI EVIDENZIATI CI SONO LA GESTIONE DEI CONFLITTI TRA STUDENTI E I RAPPORTI SEMPRE PIU’ COMPLICATI CON GENITORI E COLLEGHI
“La riapertura delle scuole è il momento più temuto dal corpo docente”. A dirlo è la linguista Beatrice Cristalli, autrice della voce “Burn-out” sul portale Treccani, nella nuova rubrica L’alfabeto del lavoro.
E i numeri danno ragione a questa lettura: quasi il 50% degli insegnanti delle secondarie di primo grado dichiara di vivere situazioni di stress cronico. Una docenza che pesa. Il 24% del personale scolastico ammette che la professione incide negativamente sulla salute mentale, un ulteriore 22% sulla salute fisica.
I dati emergono da un approfondimento dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, ripreso dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. L’ansia da rientro non risparmia le vacanze: il pensiero del ritorno in cattedra compromette il riposo estivo di molti insegnanti. Le cause del malessere sono molteplici e strutturali.
Dalla gestione dei conflitti tra studenti ai rapporti sempre più complessi con genitori e colleghi. La burocrazia soffoca: aumentano gli adempimenti amministrativi, i messaggi professionali invadono il tempo libero. […]
Lo stress lavoro-correlato non è un fenomeno improvviso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce come “conseguente a uno stress cronico sul luogo di lavoro non gestito con successo”. I segnali sono progressivi e spesso sottovalutati: insonnia, affaticamento persistente, irritabilità, difficoltà di concentrazione. Si aggiungono sintomi fisici come cefalea, tensioni muscolari, tachicardia e disturbi gastrointestinali.
Il fenomeno va oltre i confini nazionali. Il 29% dei lavoratori europei soffre di stress, depressione o ansia collegati all’attività professionale, mentre oltre il 40% opera costantemente sotto pressione per tempi e carichi eccessivi. A rivelarlo è l’indagine Osh Pulse 2025 dell’agenzia europea Eu-Osha.
In Italia il quadro si aggrava. L’Inail ha registrato 98.463 denunce di malattia professionale nel 2025, con un incremento dell’11,3% rispetto all’anno precedente. La sesta Indagine Inapp sulla Qualità del lavoro, condotta su 20mila occupati, evidenzia che il 57% è esposto a un significativo carico psicologico ed emotivo. Il 18% ritiene che il proprio lavoro rappresenti un rischio per la salute.
La trasformazione digitale aggiunge pressioni. Lo studio segnala livelli di stress superiori alla media tra chi utilizza strumenti di intelligenza artificiale: 76,2% contro il 70,6%. I cambiamenti organizzativi e tecnologici rendono sempre più strategica la prevenzione dei rischi psicosociali.
(da orizzontescuola.it)
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Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile
RISPONDE L’ALTRO EGOCENTRICO CONTE: “L’IPOTESI CHE IL PARTITO PIÙ FORTE PRENDA TUTTO NON È SOSTENIBILE, EQUIVALE A DEGRADARE GLI ALLEATI A CESPUGLI… SE INVECE PREMIER DIVENTASSE IL LEDER DEL PARTITO PIU’ DEBOLE NON SAREBBE PRENDERE PER IL CULO GLI ELETTORI?… AVANTI COSI’ E A VOTARE CI ANDRETE SOLO VOI DUE
Sì, è vero. Tutto vero. Il centrosinistra non ha ancora né un programma né un
candidato leader. Però Elly Schlein una sua road map in testa l’ha già. E non solo per il programma. Anche per le primarie. Il fatto è che, come spesso le accade, ha confidato la sua strategia a pochi. Anzi pochissimi.
Del resto, come darle torto dal momento che più di mezzo Pd sembra remare contro i gazebo. Pure tra chi l’ha sostenuta al Congresso. È il caso di Roberto Speranza. O di Andrea Orlando, secondo il quale «il dibattito va portato in una sede di confronto interno al partito senza dare per scontato che si arrivi davvero a una nuova legge elettorale».
Due leader del Correntone di Montepulciano (che, sia detto per inciso e anche per far capire di che si sta parlando, sta con Schlein) su tre preferirebbero evitare questa conta. Il terzo, Dario Franceschini, smentisce di lavorare contro le primarie, benché molti dem sostengano che si stia muovendo proprio con questo obiettivo. Nega qualsiasi retro pensiero anche Goffredo Bettini, il quale ricorda che il suo giornale, cioè Rinascita , «non si schiera». Poi c’è il governatore della Toscana Eugenio Giani che confessa di «essere freddo» sulla consultazione. Il che lo accomuna al presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale e al di lui predecessore Stefano Bonaccini. Insomma, non è un caso se Filippo Sensi dica di «essere rimasto l’unico nel Pd o giù di lì a sostenere le primarie».
Ma chi più di ogni altro vuole i gazebo è Schlein. Solo che preferirebbe non parlarne ora.
«Adesso dobbiamo martellare il governo sull’economia», è l’incitamento che dà ai suoi, mentre prepara la contromanovra dell’opposizione insieme agli alleati, per dimostrare che la coalizione «c’è ed è pronta a governare».
Secondo lei le primarie sono «inevitabili». E non vanno tenute troppo presto onde evitare che le più che probabili successive polemiche abbiano una ricaduta negativa sull’esito del voto. Meglio che siano quasi a ridosso delle elezioni perché poi c’è la campagna elettorale che silenzia tutte (o quasi) le diatribe. Le primarie convengono a Schlein perché così lega il Pd alla sua candidatura. E perché, pur andando al voto da segretaria prorogata, dato che il congresso non si farà e il suo mandato scade prima delle politiche, come candidata premier avrà comunque la forza per imporre la sua linea anche sulle liste elettorali. Certo, se la riforma elettorale non andasse in porto le primarie non sarebbero più così scontate.
Ma la segretaria spiega ai suoi: «A quel punto varrà la regola che vige in tutti i Paesi democratici, la guida va al partito della coalizione che prende più voti, i nostri elettori non sopporterebbero giochini di palazzo».
E Conte? Oggi Rinascita pubblica un suo articolo sul multiculturalismo e ieri, a In Onda , su la 7, il leader del M5S, dopo aver chiarito che Sigfrido Ranucci non sarà un candidato M5S, come pure si è ipotizzato, ha fatto capire che le primarie non sono state la sua prima scelta: «Ci siamo rassegnati». Meglio quelle comunque che nominare Schlein: «L’ipotesi che il partito più forte prenda tutto non è sostenibile, equivale a degradare gli alleati a cespugli e l’elettorato si sentirebbe di recitare una parte da non coprotagonista». Come a dire chi vota M5S in quel caso non voterebbe la coalizione alle politiche. Un avvertimento a Schlein. E nemmeno tanto mascherato.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile
IN RISPOSTA ALL’ATTACCO, BERLINO CHIUDE IL CONSOLATO DI MOSCA A BONN E LA “CASA RUSSA DELLA SCIENZA E DELLA CULTURA” – RUTTE: “I TENTATIVI DI MOSCA DI INTIMIDIRCI FALLIRANNO”
“La Russia ha la responsabilità dell’attacco ibrido a Lipsia del 4 agosto”. Lo ha detto il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt, in conferenza stampa a Berlino con il ministro degli esteri Johann Wadephul. Il ministro ha citato le prove valutate dai servizi e degli enti deputati alla sicurezza in Germania.
“Questa mattina ho parlato con il cancelliere Merz per discutere dell’attacco ibrido all’aeroporto di Lipsia. Gli ho assicurato che l’Ue è pienamente solidale con la Germania di fronte a questo attacco da parte della Russia.
Manterremo l’Ue unita nonostante questi atti gravi e sempre più intensi. Il governo tedesco ha adottato misure decise. E il messaggio è chiaro: gli attacchi ibridi non rimarranno senza una risposta chiara.” Lo scrive su X Ursula von der Leyen spiegando che il dossier domani sarà sul tavolo dell’incontro con il segretario generale della Nato Mark Rutte.
“Il consolato tedesco in Russia viene chiuso dal 18 settembre. Il contratto della Casa russa viene risolto. Inaspriremo i controlli sulle persone”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Johann Wadephul a Berlino, elencando le misure contro la Russia dopo gli attacchi ibridi a Lipsia.
“Ho appena parlato con il Cancelliere Merz. La Nato è pienamente solidale con la Germania dopo l’attacco ibrido russo a Lipsia del 14 agosto. Le prove sono inequivocabili. E accolgo con favore le misure annunciate dalla Germania in risposta”.
Lo scrive sui social il Segretario generale della Nato Mark Rutte, ribadendo che “la Nato continuerà a rafforzare la sua capacità di dissuadere e difendere tutti gli Alleati da qualsiasi minaccia, comprese azioni maligne come quelle viste a Lipsia e altrove nell’Alleanza. I tentativi russi di intimidirci, di minare la nostra unità e volontà di sostenere l’Ucraina sono vani e falliranno”.
(da agenzie)
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Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile
EMILIO GIULIANA, REFERENTE IN TRENTINO DI FUTURO NAZIONALE, PARTECIPERA’ AL RADUNO – BONELLI (AVS): “PIANTEDOSI HA IL DOVERE DI APPLICARE LA LEGGE MANCINO E IMPEDIRE CHE L’ITALIA DIVENTI UNA ZONA FRANCA PER LE ORGANIZZAZIONI E LA PROPAGANDA NEONAZISTA”
Dopo l’organizzazione dello “Squadrismo fest”, ora l’evento con i neonazisti a Dro
(Trento), in compagnia di una organizzazione classificata come terrorista dal governo inglese. Futuro nazionale ormai non fa più nulla per dissociarsi dall’estremismo nero e anzi, lo rivendica.
Dal 3 al 6 settembre infatti va in scena “Ritorno a Camelot 2026”, l’appuntamento organizzato dal Veneto Fronte Skinheads che dovrebbe richiamare militanti dell’estrema destra da diversi Paesi europei. E che vedrà schierati almeno 120-140 uomini delle forze dell’ordine, come è emerso nel corso del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza riunito a Trento durante il quale sono state decise una serie di misure per la sicurezza e prescrizioni.
La novità è che all’iniziativa parteciperà infatti anche il referente trentino di Futuro Nazionale, il partito fondato dal generale in pensione Roberto Vannacci. Ad annunciarlo, in un’intervista all’Adige, è stato lo stesso responsabile provinciale di Fn, Emilio Giuliana.
Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, commenta: «Giuliana ha aggiunto che il fatto che Blood & Honour sia classificata come organizzazione terroristica dal governo britannico per lui non sarebbe un problema.
È una dichiarazione gravissima, che certifica come un partito che siede o ambisce a sedere in Parlamento europeo consideri irrilevante il fatto di muoversi nell’orbita di una rete neonazista sanzionata per terrorismo da un governo estero».
Il raduno di Dro prevede quattro giorni di concerti della scena Rac, Rock Against Communism. Nella locandina compaiono una decina di band, tra cui Acciaio Vincente, Nativi, Topi Neri, Daspo, Sokyra Peruna e Gesta Bellica, oltre all’annuncio di altri «European special guests».
Secondo Bonelli, nel materiale legato all’appuntamento ci sarebbero riferimenti alla Gioventù hitleriana e testi che inneggiano apertamente alla violenza politica: «Combatti, combatti fino alla morte», «Reagisci, reagisci a suon di botte», «Colpisci, colpisci il rosso infame», «Distruggi, distruggi chi ci vuole male!».
Bonelli aveva già annunciato nei giorni scorsi un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiedendogli di impedirne lo svolgimento.“Ritorno a Camelot”, del resto, ha una storia che viene da lontano. Già negli anni Novanta la galassia skinhead italiana e i suoi rapporti internazionali erano finiti sotto l’attenzione degli investigatori.
Una manifestazione venne vietata nel 1992, mentre nel 2016 il raduno tornò a provocare polemiche a Revine Lago, nel Trevigiano, anche per la presenza annunciata di gruppi riconducibili alla scena di Blood & Honour.
Da qui la nuova richiesta al Viminale, questa volta con un riferimento esplicito alla legge Mancino: “Torno a chiedere al ministro Piantedosi di non fare finta di nulla e di applicarla fino in fondo. Il ministro dell’Interno ha il dovere di applicare la legge e di impedire che l’Italia diventi una zona franca per le organizzazioni e la propaganda neonazista”, aggiunge Bonelli.
(da Repubblica)
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Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile
REYKJAVIK ADERISCE ALLO SPAZIO ECONOMICO EUROPEO: HA ACCESSO AL MERCATO UNICO E ALLO SPAZIO SCHENGEN, QUINDI GODE DEI VANTAGGI DELL’UE SENZA PAGARNE I COSTI. SI AGGIUNGA CHE IL CREMLINO HA SICURAMENTE SCATENATO I SUOI TROLL PER INFLUENZARE LA SCELTA, COME FA SEMPRE
Più della geopolitica poté il merluzzo. L’Islanda ha bocciato di misura, con il 52,8% no contro il 47,2% di sì, la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea, nelle urne di un referendum che, sabato, ha visto l’82,5% di affluenza. In termini assoluti, si è trattato di un distacco di circa 12.600 voti sui 270 mila aventi diritto.
La piccola isola dell’Artico aveva interrotto nel 2013 le trattative per l’ingresso nell’Ue (sarebbe diventato lo Stato meno popoloso), avviate pochi anni prima sulla scia della crisi finanziaria che portò al crac del sistema bancario nazionale
Il governo di centrosinistra filo-Ue aveva promesso di indire un referendum sulla ripresa dell’integrazione Ue entro il 2027, salvo decidere di anticipare l’appuntamento proprio per via delle tensioni attorno all’Artico – area dove anche Cina e Russia mostrano una presenza sempre più assertiva –, e mentre la stessa Ue prova (a fatica) a ritagliarsi un proprio ruolo autonomo dagli Usa sulla scena globale e in materia di difesa collettiva.
Tuttavia, in campagna elettorale più che la sicurezza ha prevalso il tema della sovranità sui diritti di pesca, lo stesso che aveva portato alla battuta d’arresto di 13 anni fa, quando al potere era un governo conservatore. Il settore ittico, da solo, rappresenta oltre l’8% del Pil e quasi la metà dei volumi di export.
Mentre la capitale Reykjavík e i pochi altri distretti urbani si sono espressi a maggioranza per il sì, sono state le aree rurali a far prevalere il no, nel timore dichiarato di consegnare “chiavi in mano” le ricche acque islandesi ai pescherecci del resto dell’Ue. Non è la prima volta che il tema polarizza il confronto: negli Anni Settanta, l’Islanda “combatté” le cosiddette Cod Wars (“Guerre del merluzzo”) con il Regno Unito, riuscendo a difendere con successo le proprie risorse ittiche. Reykjavík, in realtà, è già piuttosto integrata nelle strutture Ue, pur non avendo diritto di voto nel Consiglio o una rappresentanza parlamentare.
Al pari della Norvegia, l’Islanda è membro sia dello Spazio Schengen di libera circolazione interne delle persone sia dello Spazio economico europeo, che estende il mercato interno dell’Ue ad alcuni Paesi non membri, chiamati a recepire il grosso della legislazione tecnica che arriva da Bruxelles. Secondo vari analisti, proprio questi stretti legami avrebbero spinto gli elettori a difendere lo “status quo”.
Fonti di intelligence riassumono: «In Islanda registriamo un rilevante volume di comunicazioni referendarie ingannevoli, con fonti euroscettiche straniere ad amplificare la narrativa del No. Stiamo quantificando le attività di origine russa».
Un altro campione Osint mostra come il No sia stato promosso il 29 agosto dal profilo filorusso Ussrlife – attivo dal 2018, 40 mila follower su X, con 25 mila messaggi da Chimki, presso Mosca: «Non ci serve Bruxelles per decidere come vivere e fare affari», così scatenando la fobia dei pescatori. Alle 9.16 del 30, Global Dissident, 42.438 follower, fa del No un manifesto: sovranità patriottica islandese contro von der Leyen. Alle 10.38 SlavicNetworks, 33.246 follower, attacca il Parlamento Ue che «non può nemmeno scrivere leggi».
A mezzogiorno tocca a ZeroHedge, 3,4 milioni di follower, “Iceland rejects EU entry talks”, 37 secondi più tardi Blockchain Daily, 55.636 follower, rilancia, cambiando “entry” in “accession”. È la tecnica dell’engagement farming, account minori in scia agli influencer, i profili si danno autorità a vicenda, gli utenti abboccano, i burattinai restano in ombra.
I reporter di Follow the Money scoprono che 25 brand controllano il 75% delle licenze di pesca in Islanda, investendo nel 2024 1,5 miliardi di euro in patria e 344 milioni all’estero. Il pesce esportato verso l’Unione vale 1,4 miliardi. Árvakur, editore mainstream di Morgunblaðið e mbl.is, che sul web raggiunge l’89% degli islandesi fra 12 e 80 anni, è in mano al cartello del pesce e, pur con bilanci in rosso, incassa nel 2026 una ricapitalizzazione di 600 milioni di corone, quattro milioni di euro.
(da Avvenire)
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