Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SONO STATI LIBERATI L’IMPRENDITORE LUIGI GASPERIN, L’ATTIVISTA BIAGIO PILIERI, E SI SPERA PER MARIO BURLÒ… IL PATTEGGIAMENTO CONCESSO IN ITALIA AD ALEX SAAB, MINISTRO DELL’INDUSTRIA DI MADURO, E DELLA MOGLIE CAMILLA FABBRI, HA CONTRIBUITO A SBLOCCARE LA SITUAZIONE, INSIEME ALLA TELA DIPLOMATICA DEL VATICANO, CHE MANTIENE NEL PAESE SUDAMERICANO UNA FITTA RETE DI CONTATTI
Alberto Trentini è il nome più conosciuto fra gli italiani tenuti prigionieri per mesi nelle carceri venezuelane. Oltre a lui, altri 27 connazionali, alcuni con doppio passaporto italo-venezuelano, hanno subito l’arresto, quasi sempre arbitrario, sotto il regime di Nicolás Maduro. Le loro storie e le loro «colpe» sono diverse: finiti dietro le sbarre perché coinvolti in attività politiche o professionali considerate «ostili», o semplicemente perché hanno espresso opinioni contrarie al regime.
Nel famigerato El Helicoide, l’abnorme struttura carceraria che Donald Trump ha definito «una camera di tortura nel centro di Caracas», nota per essere il teatro dei brutali interrogatori del Servizio di intelligence Sebin.
Da lì, ieri, sono usciti i primi prigionieri. Tra loro Biagio Pilieri, figlio di immigrati siciliani, ex sindaco del comune di Bruzual, arrestato il 28 agosto 2024 per le sue attività politiche.
È stato scarcerato l’imprenditore Luigi Gasperin, che in passato aveva gestito numerosi appalti della compagnia petrolifera di Stato.
E si spera per Mario Burlò, che era partito da Torino nel 2024 per andare a caccia di nuove opportunità imprenditoriali in Venezuela. Non è più tornato.
Hugo Marino è l’italo-venezuelano che da più anni langue nelle carceri del regime.
Scomparso nel 2019, per lungo tempo non è riuscito a comunicare con la sua famiglia.
Daniel Enrique Echenagucia, imprenditore di Avellino, fu invece arrestato con la famiglia il 2 agosto 2024. I parenti vennero rilasciati dopo poco, lui è rimasto desaparecido per varie settimane prima della sua ricomparsa nel carcere di El Rodeo, lo stesso di Trentini.
Fiato sospeso anche per Gerardo Coticchia Guerra, Juan Carlos Marruffo Capozzi e Perkins Rocha.
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“OPEN” FA IL DEBUNKING DI UN VIDEO VIRALE CHE RAFFIGURA UN’ANZIANA DONNA IN LACRIME CON IN MANO LA BANDIERA VENEZUELANA: IL FILMATO FAKE CONDIVISO ANCHE DA ELON MUSK PRESENTA I TIPICI ERRORI DELL’AI. AD ESEMPIO, LA BANDIERA SVENTOLATA DIETRO L’ANZIANA SIGNORA SEMBRA LEGATA A UN’ASTA CHE SPARISCE IMPROVVISAMENTE”
Circola un video dove diversi venezuelani starebbero ringraziando Donald Trump, tra
gioia e pianti, per la cattura di Nicolás Maduro. Tra le prime persone raffigurate troviamo un’anziana donna in lacrime con in mano la bandiera venezuelana. Le scene, però, non sono reali.
Il video è stato condiviso il 4 gennaio 2026 su Facebook e poi rilanciato anche da Elon Musk.
Il filmato è stato creato con l’intelligenza artificiale.
La clip proviene da un account TikTok che pubblica contenuti generati artificialmente.
Analisi
Il video viene condiviso con la seguente narrazione:
I venezuelani piangono in ginocchio ringraziando Trump e l’America per averli liberati da Nicolas Maduro Ho aggiunto i sottotitoli in inglese così puoi capirli
“Il popolo piange per la sua libertà, grazie agli Stati Uniti per
averci liberato”
“L’eroe, grazie Donald Trump”
Il video risulta ripreso dall’account X Wall Street Apes, condiviso anche da Elon Musk.
Gli errori dell’Intelligenza Artificiale
C’è chi ha chiesto a Grok, l’AI di Elon Musk, di verificare le scene riprese nel video, ottenendo un fact-check del tutto scorrett
In realtà, già dai primi fotogrammi sono presenti i tipici errori dell’AI. Ad esempio, la bandiera sventolata dietro l’anziana signora sembra legata a un’asta che sparisce improvvisamente, per poi comparire staccata dalla bandiera stessa.
Inoltre, ad un certo punto, i colori blu e giallo della bandiera vengono improvvisamente invertiti.
Un’altra bandiera viene erroneamente generata dall’AI, mostrando numerose stelle bianche (troppe) nella fascia blu.
Le targhe delle auto presenti nelle scene contengono caratteri privi di significato, incoerenti con quelle venezuelane.
La fonte del video
Il video è stato inizialmente pubblicato dall’account TikTok @curiousmindusa. Attualmente, risulta rimosso.
Conclusioni
Il video dei presunti venezuelani che ringraziano Trump per la cattura di Nicolás Maduro risulta creato con l’Intelligenza Artificiale.
(da Open)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
COME RISCRIVERE LA STORIA
Reprimere il dissenso interno, bollare come “terrorista” chiunque osi opporsi alle misure dell’Esecutivo e, infine, riscrivere la storia creando una realtà parallela, alternativa ai fatti.
Non è una distopia futura, qualcosa che stiamo ipotizzando possa accadere prossimamente, è la cronaca di ciò che avviene negli Stati Uniti non da oggi, ma da un anno: da quando Donald Trump si è insediato nuovamente alla Casa Bianca per un secondo mandato che ha ben poco a che vedere con la parentesi 2017-2021.
Siamo di fronte alla mutazione genetica della democrazia americana e, di riflesso, degli equilibri globali.
Trump non è più un incidente della storia, ma il faro ideologico di un’internazionale di estrema destra ormai consolidata.
Una rete che collega Washington a Roma con Giorgia Meloni, passa per la Budapest di Viktor Orbán, salda i legami con Vox in Spagna, il Rassemblement National in Francia, l’AfD in Germania e Wilders nei Paesi Bassi. Un asse che attraversa l’Atlantico trovando sponda in Javier Milei in Argentina e che ora vede il Cile pronto a cadere con l’ascesa di un nostalgico di Pinochet. È un cambiamento sismico nella gestione del potere
L’ICE e le prove di forza di Trump
È in questo scenario, dominato dalla contro-narrazione e dalla post-verità, che si consuma la tragedia di Renee Nicole Good. Una donna bianca, madre, cittadina statunitense, uccisa a sangue freddo a Minneapolis e immediatamente etichettata dalla Casa Bianca come “terrorista interna”. La sua colpa? Secondo l’accusa di Trump aver tentato di investire un agente dell’ICE, la polizia speciale per l’immigrazione che da mesi, su ordine presidenziale, setaccia le città — con un accanimento chirurgico verso quelle a guida democratica — in vere e proprie retate. Il video però mostra un’altra realtà, la donna si stava allontanando quando un agente ha sparato dal finestrino.
Queste operazioni che non sono solo polizia, ma spettacolo, performance muscolare ad uso e consumo delle telecamere, esattamente come è avvenuto per la deportazione di Maduro da Caracas. Una prova di forza.
Un potere assoluto e senza controllo
Questa è la dottrina del potere trumpiano. Lo ha detto lui stesso, senza filtri, giusto ieri: i soli limiti che riconosce sono quelli della propria morale. Nessuna legge quindi, nessuna Costituzione può imporre confini al nuovo monarca. E ciò che accade oggi nelle strade di Minneapolis influenzerà il nostro mondo domani, se non già nelle prossime ore. Viviamo in un sistema interconnesso che sta subendo strattoni violenti: il diritto internazionale e umanitario, l’architettura nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, vengono smantellati pezzo per pezzo. Trump ha già ritirato nelle ore scorse gli Stati Uniti da 66 agenzie internazionali, scegliendo un isolamento splendido e aggressivo, secondo la sua visione. Cambiamento climatico, cooperazione, diplomazia multilaterale: per il Presidente non
sono opportunità, ma fastidiosi bavagli. Le sue azioni devono essere “al di fuori della legge”, personali, imprevedibili.
Immunità totale per l’ICE
La conferma definitiva è arrivata nelle ultime ventiquattr’ore. Mentre l’agente che ha sparato a Renee Nicole Good, del quale non abbiamo ancora l’identità, si vedeva garantire “immunità totale” dal vicepresidente J.D. Vance, gli agenti federali dell’FBI estromettevano la polizia locale del Minnesota dalle indagini, bloccando l’accesso ai documenti e quindi alle prove. Il messaggio di Washington è chiaro: questo è un affare di Stato e lo gestisce il monarca. Dalla conferenza stampa di ieri, e dalle parole del responsabile per la sicurezza nazionale, la sentenza è già scritta: l’agente è un eroe, la vittima una terrorista.
In un mondo dove la separazione dei poteri era il cardine per evitare derive totalitarie, quella regola è stata cancellata. Oggi, la legge è la volontà di un solo uomo. Oggi, il re assoluto degli Stati Uniti e del mondo si chiama Donald Trump.
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
I DECRETI SICUREZZA SVELANO LO STATO DI POLIZIA CUI AMBISCE IL GOVERNO SOVRANISTA
Una donna – poetessa, attivista a difesa dei migranti – manifesta in modo non
violento contro un’operazione di polizia. Un poliziotto le spara, mentre sta cercando di andarsene con la sua auto, e altri poliziotti ne rallentano i soccorsi. La donna, trentasette anni, madre di tre figli, muore. Le autorità, dalla portavoce del dipartimento per la sicurezza interna sino al presidente, dicono che gli agenti hanno agito per legittima difesa, nonostante ci siano immagini chiarissime che smentiscono clamorosamente questa versione.
Quel che avete appena letto è accaduto ieri, negli Stati Uniti d’America, a Minneapolis.
La donna si chiamava Renee Nicole Good
E a dire che la donna era “un’agitatrice professionista” che ha “violentemente, volontariamente e brutalmente investito l’agente”, è stato Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo più potente del mondo.
Domanda: una cosa del genere potrebbe succedere anche da noi?
Se la vostra risposta è no, beh, andatevi a rileggere il decreto sicurezza che il governo ha approvato nel giugno del 2025, con un voto di fiducia, e quello che si appresta ad approvare ora.
Perché in quel decreto, che ci crediate o meno, c’è una storia molto, troppo simile a quella di Renee Nicole Good.
C’è la criminalizzazione di chi dissente e fa resistenza passiva. Come quello che stava facendo Renee Nicole Good.
C’è la tutela penale rafforzata, con l’aumento delle pene per ch resiste contro le forze dell’ordine, come stava facendo Renee Nicole Good.
C’è l’estensione del concetto di legittima difesa, che è ciò a cui si è appigliata la polizia per difendere chi ha ucciso Renee Nicole Good.
C’è un fondo per la tutela legale dei poliziotti indagati durante il servizio, come quelli – se mai saranno davvero indagati – che hanno ucciso Renee Nicole Good.
Quasi dimenticavo: nel nuovo decreto sicurezza, quello che il governo sta presentando ora, oltre a un’ulteriore estensione della legittima difesa, c’è lo scudo penale per gli agenti in servizio, che non saranno automaticamente indagati in casi come quelli che hanno portato alla morte di Renee Nicole Good.
Forse no, quindi. Forse oggi qualcosa del genere non potrebbe succedere anche da noi. Non ancora, perlomeno.
Ma il governo, con i suoi decreti sicurezza, sta facendo di tutto per andare nella direzione dell’America di Trump.
La direzione verso un Paese in cui una donna di 37 anni, madre di tre figli, può morire semplicemente per aver manifestato il proprio dissenso, in modo non violento, contro un’azione di polizia che riteneva sbagliata. Mentre il governo di quel Paese, anziché onorarla e renderle giustizia, la dipinge come una pericolosa criminale, difendendo a spada tratta chi l’ha uccisa.
A proposito di sicurezza: siamo sicuri che sia la direzione giusta?
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
INDEGNO CHE UN PRESIDENTE SOLIDARIZZI CON UBN PISTOLERO IN DIVISA SENZA ATTENDERE CHE LA MAGISTRATURA ACCERTI LE RESPONSABILITA’ DI UN OMICIDIO
Non se ne può più di parlare di Trump, ma sembra impossibile parlare d’altro: è come una macchia che si allarga sulla tovaglia fino a diventare il colore dominante. E la tovaglia è il diritto internazionale, il galateo istituzionale e tutte le altre «fottute cazzate», direbbe lui, con cui in Occidente ci siamo baloccati per oltre mezzo secolo, finendo addirittura per crederci.
Prendiamo l’ultima tragedia consumatasi a Minneapolis. Non è la prima volta che negli Stati Ingrugniti d’America un poliziotto ammazza a bruciapelo una persona, stavolta una casalinga incensurata, solo perché si è rifiutata di scendere dall’automobile.
Ma è la prima volta che il Presidente in carica solidarizza immediatamente con il pistolero e se la prende con la vittima, sostenendo che se l’è andata a cercare, nonostante le immagini smentiscano le sue parole.
Qualcuno starà pensando: Putin e Xi Jinping fanno così dasempre. Già, ma loro non guidano nazioni libere, dove la polizia risponde alla Legge invece che al despota. Trump ancora sì, in teoria.
Dovrebbe sapere che, se il capo di uno Stato democratico assolve un pistolero in divisa prima che lo abbia fatto un giudice al termine di un regolare processo, autorizza qualunque altro poliziotto malintenzionato a togliere il freno a mano agli istinti. Il problema è che Trump lo sa benissimo. E il problema ancora più grave è che lo sanno anche i suoi estimatori.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA RELIGIONE USATA COME SPONSOR DELLA GUERRA
Putin non è il primo – c’è da temere neanche l’ultimo – dei capi di Stato che invocano
la religione come mandante della guerra, o come suo benevolo sponsor. Lo ha fatto in occasione del Natale ortodosso, accostando il ruolo di Cristo Salvatore a quello dei soldati russi: anche loro sono salvatori, ha detto, perché difendono la Russia per ordine del Signore.
Che la salvezza promessa dal messaggio cristiano abbia per oggetto l’umanità intera, certo non questa o quella nazione, è cosa che basterebbe da sola a rendere ovvia la natura blasfema di tutti i Gott mit uns di questo mondo: uno sporco trucco, o una patologica torsione ideologica, che cancella in partenza l’universalismo religioso e quello evangelico in particolare, e arruola Dio nel piccolo cortile delle Nazioni: una unità di misura che, in rapporto allo spirito con il quale ogni essere umano guarda alle stelle e riflette sulla sua vita e sulla sua morte, vale quanto una caccola.
Ma c’è qualcosa di ancora peggiore di un capo politico che mette Dio sulla punta dei cannoni. Sono i preti che assistono (accanto a Putin ce n’era un manipolo) e benedicono quell’orrore. E non fanno una piega, per pusillanimità o perché anche loro coinvolti
nell’odio per il nemico e nella smania di sopraffazione nazionalista. E non battono ciglio quando vedono che la fede della quale dovrebbero essere testimoni e protettori viene usata come pretesto bellico. Preti traditori del Dio che dicono di servire, e lo svendono alla politica e alla guerra.
(da Repubblica)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DISPIEGARE L’ICE SENZA CONTROLLO E CON BRUTALITA’ MOSTRA L’OBIETTIVO VERO DI TRUMP: ESASPERARE IL CONFLITTO, PRODURRE REAZIONI VIOLENTE E GIUSTIFICARE LA REPRESSIONE
Aveva trentasette anni e un figlio di sei Renee Good, la donna di Minneapolis uccisa con tre colpi al volto da un agente dell’Ice, l’agenzia del dipartimento della Homeland Security responsabile per l’immigrazione trasformatasi in questi mesi in una sorta di polizia privata dell’esecutivo. Svolgeva il ruolo di legal observer: persone che monitorano l’operato delle polizie, locali e federali, e il loro rispetto delle regole. E come altri si era recata in un quartiere di Minneapolis dove l’Ice aveva lanciato uno dei suoi periodici rastrellamenti: in questo caso contro quella comunità somala che il presidente ha definito a più riprese «immondizia».
I video, scioccanti, paiono inequivoci, anche se è doveroso ora
attendere che le indagini facciano il loro corso. L’impressione è che Good possa avere agito con goffaggine, in preda al panico, ma non che la sua intenzione fosse di usare l’auto contro l’agente, giustificandone in ultimo la reazione, come sostengono le autorità federali. È probabile che nella risposta dell’agente abbia agito il combinato disposto di dilettantismo e senso d’impunità che pare contraddistinguere l’operato di persone chiaramente impreparate come molti di quelli che lavorano per l’Ice.
L’agenzia sta procedendo a reclutare a ritmo accelerato, senza i necessari criteri selettivi e, pare, privilegiando logiche di appartenenza ideologica: i suoi dipendenti sono più che raddoppiati in meno di un anno e dovrebbero crescere di quattro volte durante il mandato di Trump. Per ragioni di sicurezza personale – asseriscono – operano mascherati e privi di identificativo, il che ne facilita l’azione arbitraria e discrezionale, alimentando il rischio che ai raid di volta in volta si aggiungano membri di gruppi paramilitari del suprematismo bianco.
Il presidente Trump e la segretaria della Homeland Security, Kristi Noem, hanno subito preso le difese dell’agente, arrivando a presentare la sua azione come una forma di autodifesa o, addirittura, di risposta a un «atto di terrorismo interno». Reazioni attese, queste, e nondimeno illustrative dell’assenza di responsabilità e di senso delle istituzioni da parte di chi guida oggi il paese se non della deliberata volontà di alzare la soglia dello scontro.
Perché questo è chiaramente l’obiettivo di Donald Trump: esasperare il conflitto, produrre reazioni violente, e giustificare
un’ulteriore stretta repressiva e autoritaria. Ci si muove in altre parole su un crinale sottile e pericolosissimo, a maggior ragione in un anno elettorale come questo, con proiezioni e sondaggi che al momento lasciano prefigurare la riconquista quasi certa della Camera da parte dei democratici.
Acuire lo scontro serve a vari scopi. Legittima innanzitutto l’escalation nei raid dell’Ice, negli arresti arbitrari e nelle espulsioni. Permette, in secondo luogo, di intensificare il conflitto con le autorità statali e municipali governate dai democratici, con l’obiettivo ultimo di piegare la dialettica del federalismo ancor più a vantaggio del potere federale.
Consente, infine, di alimentare quella narrazione emergenziale a cui si appoggia sistematicamente l’amministrazione repubblicana per giustificare l’adozione di misure straordinarie se non la creazione di un vero e proprio stato di eccezione.
Che potrebbe anche essere invocato per adottare provvedimenti restrittivi nell’accesso al voto il novembre prossimo.
È un chiaro slittamento autoritario, quello in atto da quasi un anno. Contro il quale si sono attivati finora due forme di resistenza: due contropoteri. Quello, istituzionale, dei tribunali, che hanno bloccato numerosi provvedimenti dell’esecutivo e che in questo 2026 coinvolgerà molto anche la Corte Suprema, che proprio sull’abuso presidenziale nella federalizzazione e dispiegamento della Guardia nazionale a Chicago si è recentemente pronunciata contro l’amministrazione. E quello della mobilitazione popolare, fatta di proteste, manifestazioni, resistenza non-violenta e, quando vi è stata la possibilità, voto, come nel ciclo elettorale del novembre scorso.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DA 10.000 A 100.000 DOLLARI AI GROENLANDESI
Comprarla o conquistarla con la forza? Il governo di Donald Trump continua a
mantenersi ambiguo sulla strategia da seguire per far sua la Groenlandia. Ma stando a quanto riporta Reuters, ci sarebbe anche un altro piano allo studio degli Usa. Che passerebbe per la seduzione (economica) degli abitanti dell’isola dell’Artico. Funzionari statunitensi starebbero, infatti, valutando l’ipotesi di offrire pagamenti una tantum ai groenlandesi per incentivare una separazione dalla Danimarca e una possibile annessione agli Stati Uniti. Le cifre discusse, sebbene ancora poco chiare, oscillerebbero tra i 10 mila e i 100 mila dollari a persona, per un costo complessivo che potrebbe arrivare a circa 6 miliardi.
Le ipotesi valutate dalla Casa Bianca
L’ipotesi si inserisce in un quadro più ampio di scenari valutati dalla Casa Bianca, che comprendono anche mosse diplomatiche, come la stipula di un accordo di Libera Associazione (Compact of Free Association), e nella peggior delle ipotesi, l’intervento militare, per ottenere il controllo dell’isola. La Groenlandia è considerata strategica – secondo Donald Trump – per la sicurezza nazionale. Giustificazione che sottintende anche l’interesse del presidente statunitense per le ingenti risorse minerarie del territorio, nonostante il loro sfruttamento risulti complesso a causa della carenza di manodopera e di infrastrutture.
Cosa pensano Danimarca e Groenlandia
Le autorità di Danimarca e Groenlandia hanno respinto con fermezza ogni ipotesi di annessione. «Ora basta… Niente più fantasie sull’annessione», ha scritto domenica su Facebook il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen. I leader europei hanno ribadito che qualsiasi decisione sul futuro
dell’isola spetta esclusivamente a Copenhagen e Nuuk, membri della Nato. E anche se la maggioranza dei groenlandesi, in totale 57 mila, si dichiara favorevole all’indipendenza, i sondaggi indicano una netta contrarietà all’ingresso negli Stati Uniti. Anzi, le pressioni e le minacce di Trump potrebbero aver prodotto l’effetto opposto, rinsaldando il legame con il Paese scandinavo.
(da agenzie
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SONDAGGIO: GLI ELETTORI USA RITENGONO CHE IL BLITZ SIA STATO ILLEGALE
Donald Trump finisce sotto al Congresso Usa dopo il blitz militare con cui ha fatto arrestare il dittatore venezuelano Nicolas Maduro. Oggi il Senato Usa ha votato per portare in aula una risoluzione per impedire al presidente di assumere qualsiasi altra iniziativa militare contro il Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso. Il voto procedurale sulla risoluzione è passato con 52 voti contro 47, segno che cinque Repubblicani si sono allineati ai Democratici contro la Casa Bianca. Si tratta di Rand Paul, Todd Young, Lisa Murkowski e Josh Hawley. Un segnale di disapprovazione chiaro verso i modi spicci di Trump, che comunque secondo Bloomberg intende mettere il veto alla risoluzione se sarà approvata. «Il Congresso deve far valere la sua autorità in materia di guerra anche quando un’operazione militare ha successo, altrimenti si rischia che il paese sia governato in stato di emergenza», ha detto il senatore conservatore Rand Paul, che nei mesi scorsi aveva votato a favore anche di altre risoluzioni per limitare i poteri di guerra di Trump dopo i raid contro le navi per il trasporto di droga.
L’elettorato Usa spaccato sull’operazione Maduro
Ma che ne pensano invece gli americani del blitz militare con cui le forze speciali Usa hanno catturato Maduro, facendo secondo Caracas un centinaio di morti? Dopo le prime ore di incredulità e giorni di dubbi, arrivano le prime risposte. L’opinione pubblica statunitense è nel complesso spaccata. In tutti i sensi. In media, secondo un sondaggio YouGov appena pubblicato, solo il 39% dei cittadini adulti approva l’operazione militare condotta in Venezuela, mentre il 46% la boccia (il restante 16% non ha le idee chiare). Ma a ben vedere il giudizio è diametralmente opposto a seconda dell’appartenenza politica. A sostenere l’azione ad alto rischio condotta dalla Cia sono tre quarti degli elettori Repubblicani (74%). Tra gli altri elettori solo il 14% dei Democratici ed il 22% degli indipendenti sostiene l’operazione condotta.
Il blitz illegale e la narrazione (vincente) di Trump
Vuoi per la riuscita del blitz, vuoi per la comunicazione battente sulla lotta al narcotraffico e l’accaparramento del petrolio venezuelano, Trump insomma sembrerebbe aver convinto al momento i suoi elettori di quanto fatto, vincendo l’isolazionismo di fondo del mondo MAGA che chiede ai governanti Usa di
concentrarsi in primis sulle questioni (economiche e culturali) interne. Come nota Axios, in autunno alle stesse domande appena tre elettori Repubblicani su dieci dicevano di sostenere un’eventuale azione militare Usa in Venezuela, e ancora la scorsa settimana, alla vigilia della segretissima operazione, quasi la metà di quel bacino elettorale non era affatto convinta fosse il caso di avventurarsi in tentativi del genere. Eppure a molti anche negli Usa non sfugge che quel blitz armato ai sensi del diritto internazionale sia ingiustificabile. Lo riconosce come illegale nel complesso il 46% dei cittadini Usa. Sarebbe legale invece per il 24%, mentre un 30% non ha le idee chiare in proposito. Tra i Democratici non ci sono dubbi: l’operazione era illegale per oltre tre quarti di loro. Ma anche tra i Repubblicani solo il 55% pensa fosse legale. Una buona fetta di elettori di Trump insomma pensa che la Casa Bianca abbia fatto bene a catturare Maduro in barba ad ogni trattato o norma internazionale.
(da agenzie)
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