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IL PRETENDENTE AL NOBEL PER LA PACE, DONALD TRUMP ATTACCA IL VENEZUELA: IL PRESIDENTE NICOLAS MADURO, CATTURATO E PORTATO FUORI DAL PAESE INSIEME ALLA MOGLIE

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

TRUMP COME I CAPI DI UNO STATO TERRORISTA: MADURO E’ STATO CATTURATO DA UNA DIVISIONE DELLA “DELTA FORCE”, L’UNITA’ PER LE MISSIONI SPECIALI

“Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie”. Lo scrive il presidente degli Stati Uniti su Truth. “L’operazione è stata condotta in collaborazione con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno dettagli”.
“Una buona pianificazione e truppe eccellenti. E’ stata un’operazione brillante”. Lo ha detto Donald Trump in merito alla missione con cui è stato catturato Nicolas Maduro in un’intervista riportata dal New York Times. A chi gli chiedeva se avesse chiesto l’autorizzazione al Congresso per agire e quali fossero i prossimi passi per il Venezuela, Trump ha risposto che avrebbe affrontato questi temi durante la conferenza stampa.
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha scritto su X che sarebbero stati colpiti in Venezuela obiettivi istituzionali e militari a Caracas, tra cui il Palacio Federal Legislativo sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, dove si trova il mausoleo di Hugo Chávez. Petro riferisce inoltre dell’attivazione del piano di difesa al palazzo presidenziale Miraflores. Petro lo indica come un “bilancio al momento confermato”, elencando i singoli siti colpiti.
Stando all’elenco condiviso da Petro, oltre alla sede del Parlamento venezuelano e al mausoleo che ospita i resti di Chávez, entrambi obiettivi altamente simbolici, sarebbe stato colpito anche il Fuerte Tiuna, il principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota, nel centro della capitale, che sarebbe stata resa inoperativa.
Tra gli altri obiettivi menzionati compaiono la base n.3 dei caccia F-16 a Barquisimeto, la base militare di elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di Charallave, a sud di Caracas. Inoltre, sempre per Petro, un blackout elettrico avrebbe interessato ampie zone della capitale, dal centro al sud della città.
Il regime iraniano ha condannato “fermamente l’attacco militare degli Stati Uniti” contro il Venezuela, schierandosi al fianco del presidente de facto, Nicolás Maduro Moro, uno dei suoi principali alleati politici e strategici. La presa di posizione di Teheran è arrivata dopo una serie di esplosioni che hanno scosso Caracas e altre città del Paese sudamericano questa mattina.
In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato quella che ha definito una “flagrante violazione della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale del Venezuela”, accusando Washington di aver compiuto un atto di “aggressione illegale”. La Repubblica islamica ha inoltre criticato l’uso della forza da parte degli Stati Uniti, ribadendo il sostegno al governo di Caracas e richiamando il rispetto del diritto internazionale. La dichiarazione si inserisce nel quadro dell’asse politico tra Teheran e Caracas, rafforzatosi negli ultimi anni anche sul piano economico e strategico.
(da agenzie)

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CHE FINE HA FATTO RAMZAN KADYROV? IN RUSSIA LA SUA SCOMPARSA DALLA SCENA PUBBLICA È ORMAI COSA NOTA, SI DÀ PER SCONTATO SIA RICOVERATO IN UN OSPEDALE MA ALCUNI BLOGGER RUSSI LO DESCRIVONO IN FIN DI VITA, O ADDIRITTURA GIÀ MORTO

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2019 “NOVAYA GAZETA EUROPE” RIVELO’ LA SUA NECROSI AL PANCREAS … UN BEL PROBLEMA PER PUTIN CHE HA UTILIZZATO KADYROV COME STRUMENTO DELLA REPRESSIONE A GROZNY: LA SUA POSSIBILE SCOMPARSA RISCHIA DI RIMETTERE IN DISCUSSIONE IL CONTROLLO DI MOSCA SULLA CECENIA

Che fine ha fatto Ramzan Kadyrov? In Russia la sua scomparsa dalla scena pubblica è ormai cosa nota, si dà per scontato sia ricoverato in un ospedale della capitale: i blogger russi e i media delle opposizioni all’estero lo raccontano in fin di vita, o addirittura già morto. La notizia è ripresa anche dai media ucraini.
Il Cremlino per ora tace, ma la cosa non sorprende affatto. Del resto, che la salute del 49enne leader ceceno fedele alleato di Putin, sia per il controllo della Cecenia che per la guerra in Ucraina, fosse cagionevole è notizia nota già da tempo.
Nel 2019 Novaya Gazeta Europe rivelava la sua necrosi al pancreas, che lo costringeva a intense cure. Un quadro medico preoccupante, che a maggio lo ha condotto a dichiarare in pubblico che «la malattia e la morte sono nel destino di ogni individuo». La vigilia di Natale è stato ricoverato poco prima di una riunione del Consiglio di Stato. […] l’uscita di scena di Kadyrov potrebbe rappresentare un problema per Putin. «La sua assenza all’ultima seduta del Consiglio di Stato apre a
preoccupanti incognite per il regime e ne rappresenta l’intrinseca fragilità», scrive.
A suo dire, lo stile accentratore con cui Putin guida il Paese si rivela vulnerabile ogni volta che un fedelissimo viene a mancare. Sin dalla sanguinosa guerra civile cecena alla fine degli anni Novanta, Mosca ha sempre lavorato con i collaborazionisti per reprimere i separatisti. Putin all’inizio del suo governo nel Duemila ha utilizzato Kadyrov come strumento della repressione a Grozny. Ma adesso la sua possibile scomparsa rischia di rimettere in discussione il controllo di Mosca sulla Cecenia.
(da agenzie)

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I SOVRANISTI ACCELERANO SULLA NUOVA LEGGE ELETTORALE: “A GENNAIO IL TESTO”

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA MAGGIORANZA CERCA L’INTESA INTERNA SU PROPORZIONALE CON PREMIO E IL NODO PREFERENZE

È molto più di un buon proposito per l’anno nuovo: alla riapertura delle Camere, dopo l’Epifania, il centrodestra imprimerà uno sprint al dossier legge elettorale. Con l’intenzione di chiudere quanto prima il confronto all’interno della maggioranza e aprire quello con le opposizioni, già inasprite dalle ipotesi circolate senza che potessero toccare palla. «Prevediamo un’accelerazione alla ripresa, gennaio è il mese giusto per entrare nel vivo», garantisce Alessandro Battilocchio, deputato di Forza Italia che siede con il vicesegretario azzurro Stefano Benigni al tavolo di coalizione sul sistema di voto.
L’ultimo incontro con gli alleati – la questione è in mano a Giovanni Donzelli per FdI, Andrea Paganella e Roberto Calderoli per la Lega – si è tenuto ai primi di dicembre. Poi lo stop per il rush finale sulla legge di Bilancio. Dopo aver vagliato tre modelli in uno studio intitolato “Analisi sulla legge elettorale per il 2027”, un accordo di massima, nel centrodestra, è già stato raggiunto. La proposta si svilupperà intorno a un proporzionale con premio di maggioranza: del 55% dei seggi per chi ottiene almeno il 40% dei consensi, fino al 60% se la coalizione raggiunge il 45%. Questo lo scheletro. Restano però da sciogliere nodi di prima grandezza. Quattro principalmente. In testa: le preferenze, spinte da Giorgia Meloni ma indigeste alla Lega e a una parte di FI («Ci sarebbe il rischio di incidenti parlamentari con il voto segreto», si sibila tra gli alleati). E poi ancora: l’indicazione del candidato premier sulla scheda, idea accarezzata dai Fratelli e bocciata esplicitamente dal leader
azzurro Antonio Tajani. La soglia di sbarramento definita al 3% per tutte le forze politiche dentro e fuori dalle coalizioni. E un’ultima questione tecnica: l’ampiezza dei collegi plurinominali, da confermare o rivedere alla luce dell’ultimo censimento.
Da questi punti riprenderà la trattativa. Senza l’ambizione di definire tutti i dettagli. «L’idea è arrivare a un testo base da portare in commissione e lì avviare un percorso di costruzione», spiega Benigni: «Sulle preferenze, per dire, si può anche intervenire in un secondo momento». L’urgenza è mettere i primi mattoni. Arrivare a una bozza. Perché il conto alla rovescia è iniziato: «Mancano circa 500 giorni alle elezioni del 2027», ragiona il capogruppo azzurro Maurizio Gasparri, convinto che l’iter non debba aspettare il referendum sulla giustizia di primavera: «Il Parlamento mica chiude nel frattempo». E per dirla con il deputato dem Federico Fornaro, esperto in materia, «per la legge elettorale vale la stessa regola del ciclismo: se la volata inizia troppo presto, si arriva alla fine senza fiato, ma pochi secondi di ritardo possono costare il traguardo».
Le opposizioni aspettano il testo e intanto storcono il naso sul metodo. «Sulle riforme abbiamo visto solo forzature, se avvieranno un confronto in maniera trasparente porteremo le nostre idee come facemmo all’inizio della legislatura, incontrando Meloni», dice Alessandro Alfieri, responsabile Riforme della segreteria Pd. Suggestione: un giro di consultazioni come quelle che la presidente del Consiglio fece sul premierato. Pur tirando dritto, alla fine, davanti alle obiezioni del centrosinistra. Sul modello di legge elettorale in progress, ce
ne sono già tante: «A quel che trapela non c’è niente – commenta il senatore dem Dario Parrini – che possa rispondere allo scollamento tra elettori ed eletti».
Colucci (5S): “La maggioranza ci coinvolga, noi siamo per il ritorno al proporzionale”
“Il sistema di voto ora ci danneggia ma non gli permetteremo di cambiarlo per vincere. Sì alla governabilità, no a un premio troppo ampio
Alfonso Colucci, notaio e deputato M5S, è l’uomo di fiducia di Giuseppe Conte quando si parla di regolamenti e codicilli. Ora ha in mano, per la forza politica, la partita sulla legge elettorale: «La maggioranza ci coinvolga, è grave che non l’abbia ancora fatto».
Il centrodestra lavora a un proporzionale con premio. Vi può piacere?
«Siamo da sempre a favore del proporzionale, ma un premio di maggioranza che addirittura arrivi ad assegnare il 60% dei seggi è troppo pesante. Mortificherebbe la rappresentatività».
Va abbassata la percentuale?
«In generale il premio serve a preservare la governabilità. Ma così alto rischia di alterare il risultato».
In ogni caso il Rosatellum va rivisto?
«È una legge elettorale scritta, a suo tempo, per creare uno svantaggio al M5S. Ma è la maggioranza a volerla cambiare, noi vogliamo incidere sulla riforma».
I partiti progressisti, questa volta uniti, potrebbero mettere in difficoltà il centrodestra nei collegi uninominali, con l’attuale sistema.
«Non abbiamo mai affrontato il tema sulla base della nostra convenienza. Ma una cosa è chiara: se pensano di cambiare le regole del gioco per vincere, oltretutto a fine legislatura, non glielo permetteremoCome si può essere a favore del proporzionale e allo stesso tempo immaginare un’alleanza dell’opposizione alle urne?
«Se la legge elettorale riconosce un premio di maggioranza è inevitabile che emergano logiche di coalizione».
Ognun per sé in campagna elettorale, insieme se si vince?
«No, io credo che ai cittadini italiani si debba presentare, prima del voto, un progetto che racconti come vogliamo cambiare l’Italia. La formulazione di un’alternativa chiara al governo Meloni sarà assolutamente necessaria».
Preferenze sì o n«Esamineremo il provvedimento nel complesso. Il cittadino ha il diritto di scegliere direttamente i propri rappresentanti».
Indicazione del premier sulla scheda?
«Contrari. Contrasta con l’articolo 92 della Carta perché invaderebbe le prerogative del capo dello Stato. Sarebbe una sorta di editio minor del premierato».
(da agenzie)

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SCERIFFO O IMMOBILIARISTA?

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

CON QUALE LEGITTIMITA’ TRUMP INTERVIENE O MINACCIA PAESI STRANIERI? … SI MUOVE SOLO PER INTERESSI PERSONALI

Si torna a sperare per l’Iran, malgrado ci sia illusi già troppe volte che il potere teocratico avesse i giorni contati. Al tempo stesso ci si domanda a quale titolo Trump dichiari che gli Stati Uniti “sono pronti a intervenire” se il regime dovesse uccidere i manifestanti. A parte che ne ha già uccisi sei, e dunque la Casa Bianca dovrebbe rendere noto il numero di morti oltre il quale scatta l’intervento; ma, ripeto: a che titolo? Con quale autorità? Sulla base di quale mandato, di quale investitura morale?
Si è sempre detto, dal dopoguerra in poi, che gli Stati Uniti sono “lo sceriffo del mondo”. Ma l’incarico non era ufficiale, diciamo così. Tanto è vero che buona parte delle sue imprese, raramente lodevoli e certo non concordate con la cosiddetta comunità internazionale, lo sceriffo ha dovuto dissimularle: l’esempio
classico è il colpo di Stato in Cile.
Con Trump, anche l’ultimo velame di ipocrisia (ma l’ipocrisia, a volte, genera anche condizioni più decenti di convivenza) è caduto. Ai governi sgraditi si minaccia direttamente l’intervento — in Venezuela, che ha la doppia disgrazia di avere Maduro al governo e di essere molto vicino agli Usa, è già in atto — , sia pure nella forma edificante della “lotta al traffico di droga”.
Se il criterio fosse l’ostilità ai regimi autoritari, l’interventismo americano rimarrebbe ugualmente sprovvisto di qualunque legittimità, ma almeno avrebbe un movente riconoscibile e non infamante.
Ma dalla Seconda Guerra in poi così non è stato; e tanto meno lo è adesso. Gli ottimi rapporti di Trump con la Corea del Nord e i pessimi con i Paesi europei dicono che non è certo il tasso di democrazia che lo porta a giudicare il mondo. È l’appetibilità economica dei diversi lotti del pianeta. Che l’Iran abbia un futuro immobiliare, proprio come Gaza?
(da repubblica.it)

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BARELLI (FORZA ITALIA) HA FIRMATO LA RIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI, MA HA UN CONTENZIOSO APERTO DA 500.000 EURO

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2022 BARELLI E’ STATO CONDANNATO PROPRIO DALLA CORTE DEI CONTI A RISARCIRE LO STATO PER QUELLA CIFRA A CAUSA DI UNA DOPPIA FATTURAZIONE

La riforma della Corte dei Conti, varata in fretta a fine anno dal centrodestra in Parlamento, ha tre firme. Quella del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti; quella del deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato; e quella del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli. La particolarità di quest’ultimo, però, è che Barelli ha un contenzioso non da poco aperto proprio con la Corte dei Conti. Quasi 500mila euro, che Barelli nel 2022 è stato condannato a risarcire. Il caso ora è davanti alla Corte di Cassazione, in attesa di una pronuncia definitiva.
Barelli non è l’unico ad avere precedenti con i magistrati contabili. Un altro firmatario della riforma in questione (approvata a dicembre), De Corato, nel 2017 venne condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 21.763 euro al Comune di Milano, nell’ambito dell’indagine che constatò oltre un milione di danno erariale durante la gestione di Letizia Moratti (De Corato era vicesindaco). Nel caso del capogruppo di Forza Italia, però, le cifre sono ben più alte e la vicenda giudiziaria non si è ancora chiusa.
Barelli è stato presidente della Fin (Federazione italiana nuoto, anche detta Federnuoto) dall’ottobre del 2000. Il caso riguarda alcuni fondi stanziati dal ministero dell’Economia tra il 2005 e il 2008. In breve: dal 2009, la società Coni Servizi (controllata dal ministero) aveva ceduto alla Fin le piscine del Foro Italico e dello stadio Flaminio, impegnandosi a pagare eventuali lavori di manutenzione straordinaria; nel 2014, proprio per questi lavori di manutenzione, la Coni Servizi aveva versato alla Fin circa 1,1
milioni di euro.
Poi, però, era emerso che qualcosa nei conti non tornava. Secondo la Coni, quei lavori erano già stati pagati in buona parte con dei fondi erogati dal ministero dell’Economia tra il 2005 e il 2008. Le stesse fatture pagate due volte, quindi, per una cifra stimata di 826mila euro.
La vicenda, sul piano penale, è finita con un’archiviazione della Procura di Roma. Sul piano contabile, invece, la Corte dei Conti nel 2022 ha ribaltato la propria sentenza di primo grado ed è arrivata una condanna. A Barelli è stato imposto di rimborsare circa 495mila euro, mentre il resto del ‘buco’ è stato addebitato alla stessa Coni Servizi, che aveva gestito i soldi senza fare i dovuti controlli.
Nei confronti di Barelli negli anni sono arrivate anche altre accuse, poi superate. A settembre 2022, ad esempio, era stato sospeso dalla presidenza della Federnuoto da parte della Federazione internazionale della disciplina. A gennaio 2024 la Corte arbitrale dello Sport (Cas) di Losanna, il massimo tribunale in materia sportiva, ha invece stabilito che il parlamentare poteva continuare a occupare la carica.
È aperto, invece, il procedimento con la Corte dei Conti. Dopo la condanna in secondo grado c’è stato un ricorso alla Corte di Cassazione, e lo stesso Barelli nel 2023 ne ha anche annunciato uno alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. A quanto risulta, su nessuno dei due fronti sono ancora arrivati responsi definitivi.
Resta aperta, quindi, la questione dell’opportunità che a firmare la riforma della Corte dei Conti sia un parlamentare che ha un
caso di queste dimensioni ancora in sospeso. Peraltro, la riforma è stata contestata dai giudici contabili, e una delle misure più discusse è quella che riduce l’entità dei rimborsi in caso di condanna. Infatti, il testo afferma che gli amministratori condannati possono essere chiamati a risarcire al massimo il 30% del danno causato.
(da Il Fatto Quotidiano)

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NIENTE CONTROLLI: SEMPLIFICARE E’ IL SOLITO PRETESTO

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA RIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI SI TRADUCE IN UN SALVACONDOTTO PER GLI AMMINISTRATORI PUBBLICI

Smantellare semplificando. È tutto terribilmente chiaro. E anche la riforma della Corte dei Conti voluta dal governo Meloni lo è. È coerente con l’intento di fare a pezzi il sistema dei controlli di legalità, liberandosi da «lacci e lacciuoli». Rappresentando sempre un altro Paese. Non quello infognato nel malaffare, irretito nelle spire delle mafie, ma uno di adamantina purezza impantanato nella palude di odiose verifiche sulla regolarità di procedure e spese. Che non si rassegna all’idea che sia superfluo, se non dannoso, pretendere il pagamento di un prezzo per il danno da negligenza, colpa e dolo. Una vera assurdità. Inciampo intollerabile. Frena l’economia, mortifica la comprovata capacità di pianificazione strategica degli investimenti pubblici e, sì, è u
riflesso di sfiducia anche verso certa imprenditoria munificamente assistita. Dopo lo svuotamento dell’abuso d’ufficio, dopo l’indebolimento dell’Autorità nazionale anticorruzione, in simultanea con la campagna referendaria per una resa dei conti con giudici e pm, è il turno dei magistrati contabili.
Il metodo non cambia: contrabbandare impunità invocando efficienza e rapidità. Il meccanismo, va riconosciuto, ha una sua felpata eleganza. La riforma prevede che gli atti delle amministrazioni pubbliche siano sottoposti a chiamata al visto preventivo della Corte dei Conti, con un termine di trenta giorni per la risposta. Se i giudici contabili non si pronunciano entro quel limite, scatta il silenzio-assenso. L’atto è automaticamente legittimato.
Come dire a un controllore di verificare tutti i biglietti di un treno in corsa stipato all’inverosimile, avvertendolo che se non fa in tempo, tutti i passeggeri viaggiano gratis. Saranno in tanti ad agitare qualunque foglietto stropicciato spacciandolo per il titolo di viaggio e i controllori, mai abbastanza, dovranno fare spallucce.
Un overbooking strutturale indotto, un sistema inceppato con la trasparenza, che produce salvacondotti. I trenta giorni, novanta in casi estremi, scadranno sistematicamente. Poi tutto evapora. E gli amministratori pubblici avranno il loro via libera. A prescindere. Chi sbaglia pagherà, certo, ma molto meno. Salvo per i casi di dolo, la responsabilità erariale per colpa e negligenza è limitata a un terzo dell’ammontare effettivo del danno e non può comunque superare due anni di stipendio lordo.
Si accorcia il quanto e si allunga il quando, dal momento che si ritoccano anche i termini di prescrizione.
La vicepresidente forzista del Senato Licia Ronzulli non difetta di sincerità e ha rivendicato l’intento parlando di un altro passo per rendere il Paese più moderno, efficiente e meno ingabbiato dalle sbarre di eccessivi controlli. Ha esplicitato l’obiettivo di alleggerire il peso di troppe responsabilità sulle spalle di chi amministra la cosa pubblica e ha fatto riferimento proprio all’eliminazione dell’abuso d’ufficio. Altri hanno evocato la sindrome da firma per assimilare la riforma all’antidoto contro il male che ha finora paralizzato la buona amministrazione
Altro che fondi bloccati per incapacità, sprechi, sperperi, mazzette, appalti truccati e impunità diffusa. Il problema, scopriamo, non è la penuria di controlli ma il suo contrario, l’eccesso.
Come la responsabilità. Che ha il suo opposto in un prefisso. O in una riforma. Irresponsabilità. Bastava così poco.
(da lespresso.it)

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NEGLI ULTIMI 13 ANNI LA RICCHEZZA REALE DELLE FAMIGLIE ITALIANE E’ SCESA DEL 2%

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

SI ALLARGA IL DIVARIO CON FRANCIA E GERMANIA

Negli ultimi tredici anni la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta molto meno rispetto a quella degli altri grandi Paesi dell’area euro e, al netto dell’inflazione, si è di fatto ridotta. Dal dicembre 2012 al giugno 2025 l’incremento complessivo è stato del 20,6%, contro il 45,1% registrato in Francia e addirittura il 108,2% in Germania, mentre la media dell’area euro si è attestata al 66,2%. Considerando che nello stesso periodo l’indice di rivalutazione monetaria è salito a 1,22, per le famiglie italiane il bilancio è negativo: in termini reali la ricchezza si è contratta di circa il 2%. È quanto emerge da un’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl, sindacato dei lavoratori delle banche, delle assicurazioni, della finanza, della riscossione delle authority, basata sui dati della Bce sulla distribuzione della ricchezza.
Nel 2025 la ricchezza netta complessiva delle famiglie italiane ammontava a 10.991,5 miliardi di euro, pari al 16,6% del totale dell’area euro, una quota in forte calo rispetto al 22,9% del 2012. Più contenuto, invece, l’aumento dell’indebitamento: i debiti delle famiglie italiane rappresentano il 10,1% di quelli dell’area euro (792,3 miliardi su 7.825,5) e sono cresciuti del 13,3% nel periodo considerato, contro il 27,9% della media dell’eurozona, il 39,5% della Germania e il 52,6% della Francia.
Il sorpasso da parte degli altri Paesi emerge con chiarezza anche guardando alla ricchezza media per famiglia. A fine 2012 quella italiana, pari a circa 375.600 euro, superava sia quella francese (325.100 euro) sia quella tedesca (228.500 euro). A metà 2025 la situazione si è ribaltata: la ricchezza media delle famiglie italiane è salita a 438.700 euro, sotto quella delle famiglie francesi (442.200 euro) e soprattutto di quelle tedesche (461.600 euro).
Parallelamente si accentua la polarizzazione sociale. Secondo i dati più recenti, il 50% più povero della popolazione detiene appena il 7,4% della ricchezza complessiva. Al contrario, il 10% più ricco controlla il 59,9% della ricchezza totale e il 5% più abbiente ne concentra da solo il 49,4%, il valore più elevato tra i grandi Paesi europei. Solo Austria, Croazia e Lituania presentano livelli di concentrazione superiori.
“I dati mostrano con chiarezza che l’Italia è un Paese in cui le disuguaglianze diventano sempre più ampie. Si fa sempre più preoccupante, inoltre, il divario con le altre grandi economie continentali”, commenta il segretario generale di First Cisl,
Riccardo Colombani. Per Colombani, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese “è leva fondamentale per la riduzione delle diseguaglianze” ma servono anche “investimenti ingenti per vincere la sfida delle molteplici e contestuali trasformazioni in atto” ed è “centrale il ruolo del risparmio, che va canalizzato verso l’economia reale”.
(da agenzie)

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NEL 2026 MELONI AVRÀ UN GROSSO PROBLEMA: CON LA FINE DEL RECOVERY DOVRÀ DIRE ADDIO ALLA VAGONATA DI MILIARDI DA BRUXELLES CHE HANNO PERMESSO ALL’ECONOMIA ITALIANA DI NON CADERE IN RECESSIONE

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

IN PIÙ QUEST’ANNO IL GOVERNO DEVE RISPETTARE GLI IMPEGNI SUGLI ACQUISTI DI ARMI, CON SALVINI PRONTO A METTERSI DI TRAVERSO. SENZA DIMENTICARE GLI EFFETTI DEI DAZI DELL’AMICO TRUMP

La scadenza del Pnrr, i possibili effetti dei dazi, la spesa militare da aumentare, e quindi il rapporto con gli alleati, in primis la Lega. Ma senza dimenticare Forza Italia, che sta attraversando una fase di rinnovamento interno come testimonia l’impegno del presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto, in veste di possibile alternativa ad Antonio Tajani.
Durante i brindisi di fine anno, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ammesso – tra il serio e il faceto – che il 2026 sarà ancora più complicato dell’anno appena trascorso. […]
Certo, la macchina della propaganda governativa funziona ancora a pieno regime. Ieri è stata diffusa la notizia della telefonata tra la premier e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per un aggiornamento sui dossier geopolitici più complicati.
Tuttavia, c’è il fronte interno che pesa, il follow the money che non può essere ignorato: dinanzi all’indebolimento dell’economia lo storytelling è chiamato a fare gli straordinari. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha rappresentato la scialuppa di salvataggio del Pil. La spinta è destinata per forza di cose a terminare: a giugno 2026 suona il gong per il Recovery plan, che peraltro è stato ereditato da Giuseppe Conte e Mario Draghi.
La manovra, approvata con grande fatica, non sarà affatto sufficiente a garantire lo slancio nell’anno che porta alle elezioni. Il voto alle politiche potrebbe essere lontano poco più di dodici mesi. Da Fratelli d’Italia alla Lega, nessuno in privato fa più mistero di un possibile anticipo delle urne in primavera invece che in autunno
Meloni deve arrivarci con qualcosa tangibile e non può essere il taglietto alle tasse appena fatto al ceto medio. Le stime parlano di una crescita anemica, il famoso zerovirgola sempre più vicino allo zero. Sulle pensioni non si possono fare voli pindarici.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha lasciato intendere che al massimo può essere sterilizzato l’aumento dell’età pensionabile nel 2027, peraltro inserito dalla manovra dal governo. Di miracoli, dunque, non se ne vedono. L’incognita degli effetti dei dazi non può essere trascurata.
Prima della scadenza del Pnrr e dei conseguenti problemi sull’economia, c’è la madre di tutte le battaglie: le riforme della Costituzione. In ordine temporale, in primavera arriva il referendum sulla separazione delle carriere, vessillo berlusconiano di cui si è appropriata Meloni. Lo snodo è cruciale. Non a caso il tasso di politicizzazione è già alto.
L’esito del voto diventerà decisivo anche per il percorso dell’altra grande riforma, il premierato, finita in naftalina, sebbene i vertici di FdI confermino l’intenzione di andare avanti.
Se i cittadini approvassero la separazione delle carriere, cadrebbe il tabù della bocciatura per chiunque tenti di modificare la Costituzione. Si aprirebbe l’autostrada per rivedere il sistema istituzionale della Repubblica, in favore della “donna forte al comando”. La premier che fa e disfa.
La questione incrocia, poi, l’altra eterna promessa della Lega, l’ennesima riforma decisiva: l’introduzione dell’autonomia differenziata. Dopo lo stop della Corte costituzionale, il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, sta tentando tutte le soluzioni per rimettere la questione sul tavolo. Il tema non è secondario.
Il leader leghista, Matteo Salvini, si gioca il futuro politico nei prossimi 12-18 mesi: dopo una serie di disastri, a cominciare dalla gestione della vicenda-Ponte sullo Stretto, il vicepremier deve uscire dall’angolo. La bandiera autonomista può avere una certa presa almeno al Nord.
Peraltro ora c’è Luca Zaia in libera uscita. La poltrona di consolazione, che la Lega vorrà dispensare, non sarà un impegno gravoso come quello di presidente della regione Veneto. Può insomma lavorare di più alla vita del partito.
Per questo il ministro delle Infrastrutture non deve farsi schiacciare. Il caso degli aiuti militari all’Ucraina e la lite sull’aumento dell’età pensionabile in manovra (poi in parte corretto) rappresenta solo un primo passo verso un inevitabile aumento della tensione interna.
La mediazione è stata individuata a fatica con un’arrampicata sugli specchi. Ma il 2026 è l’anno degli impegni da rispettare sulla spesa militare che non esalta i salviniani di stretta osservanza. Del resto il rispetto degli impegni assunti con la Nato e l’Europa, presta il fianco agli attacchi delle opposizioni, pronte a gridare contri i tagli alla spesa sociale, a favore dell’acquisto di armi.
(da Domani)

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KYRYLO BUDANOV, CHI E’ IL LEGGENDARIO “UOMO SENZA SORRISO”, NUOVO BRACCIO DESTRO DI ZELENSKY

Gennaio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

UN PASSATO OPERATIVO NEI PARACADUTISTI, DA 5 ANNI CAPO DEI SERVIZI SEGRETI, FALLITI DIECI ATTENTATI RUSSI PER ELIMINARLO, SOPRAVVISSUTA ANCHE LA MOGLIE AVVELENATA DAI RUSSI… CONSIDERATO UN GENIO PER COME RIESCE A GIUSTIZIARE I GENERALI RUSSI ANCHE IN PIENO CENTRO A MOSCA, ATTRAVERSO LA RETE CHE HA CREATO IN RUSSIA

Enigmatico e imperturbabile, il nuovo capo di gabinetto della presidenza ucraina viene da uno degli uffici più delicati a Kiev: quello di capo delle agenzie di intelligence.
Kyrylo Budanov, nominato oggi da Volodymyr Zelensky per sostituire Andriy Yermak travolto da uno scandalo di corruzione, si e’ costruito una reputazione leggendaria in Ucraina con una serie di audaci operazioni contro la Russia.
Definito l’uomo «senza sorriso», era sconosciuto al pubblico quando fu nominato capo del servizio di intelligence militare GUR nell’agosto 2020. Originario di Kiev, ha compiuto i primi studi all’istituto di formazione dei paracadutisti a Odessa ed e’ qui che fu dispiegato nel 2014, quando la Russia alimentò un conflitto separatista nell’est del Paese.
L’unica informazione resa pubblica sulle sue attività lì è che prese parte al raid di un commando in Crimea nel 2016 in cui furono uccisi alcuni agenti russi. Lo stesso Budanov non ha mai parlato molto del suo servizio tranne che per rivelare di essere stato ferito tre volte. Una ferita da arma da fuoco al gomito lo ha lasciato con una visibile rigidità al braccio destro. Secondo un portavoce della GUR, è stato preso di mira in «piu’ di 10» attentati.

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