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APPALTI TRUCCATI, NOMINE E CONCORSI PILOTATI: L’EX GOVERNATORE DELLA SICILIA TOTO’ CUFFARO IN ARRESTO PER CORRUZIONE

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

L’EX GOVERNATORE AVREBBE CONTRIBUITO A TRUCCARE CONCORDI PUBBLICI, NOMINE NELLA SANITA’ E APPALTI

L’ex governatore della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, è stato arrestato per corruzione nell’ambito dell’indagine della Procura di Palermo sugli appalti in Sicilia. Cuffaro è ora agli arresti
domiciliari e per altri due indagati eccellenti, invece, non è stata emessa alcuna misura cautelare: il deputato nazionale, Saverio Romano, e il deputato della democrazia cristiana Carmelo Pace risultano indagati a piede libero.
Al centro dell’indagine della Procura di Palermo, è finito l’ex presidente della Regione, Cuffaro, e una sorta di comitato d’affari di cui l’ex governatore sarebbe stato dominus. Secondo l’accusa, il comitato avrebbe deciso nomine ai vertici della sanità, appalti e truccato concorsi pubblici. Al vertice della “piramide”, vi sarebbe stato proprio l’ex governatore che avrebbe disposto accordi e promesso ricompense a coloro che avessero accettato le sue richieste.
Sotto la lente di ingrandimento dei magistrati sono finite in particolare la gara ausiliariato, bandita dall’Asp di Siracusa, e il concorso pubblico per 15 posti a tempo indeterminato per operatore socio-sanitario nell’azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello di Palermo. Il direttore dell’Asp di Siracusa, Alessandro Maria Caltagirone, la cui nomina sarebbe stata sponsorizzata proprio da Cuffaro, avrebbe fatto vincere la gara alla Dussmann Service Srl su indicazione proprio dell’ex governatore, ottenendo in cambio un miglioramento dei contratti di due dipendenti.
Per truccare la gara, secondo i pm, i componenti della commissione aggiudicatrice sarebbero stati conniventi, permettendo che vincesse la Dussmann Service Srl, in cambio di contratti migliori per alcuni dipendenti e con la promessa di altri subappalti per ditte “amiche”. Per Marchese e Dammone,
rappresentante legale e funzionario commerciale della Srl “vincitrice” della gara, è stato disposto l’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria e il divieto di esercitare attività di impresa per un anno.

(da agenzie)

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PERCHE’ FEDERICA MOGHERINI E’ INDAGATA, COSA C’E’ NELL’INCHIESTA

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO GLI INQUIRENTI SAREBBE STATA INFORMATA IN ANTICIPO DEI REQUISITI RICHIESTI PER VINCERE UN BANDO

Martedì 2 dicembre la polizia belga e gli agenti della Procura europea (Eppo) hanno perquisito le abitazioni di tre persone, fermate per essere interrogate: tra di loro c’era anche Federica Mogherini, 52 anni, ex ministra degli Esteri italiana e Alta rappresentate dell’Ue per gli Affari esteri, dal 2020 rettrice del Collegio d’Europa. Le altre due persone erano, stando alle ricostruzioni emerse, il diplomatico italiano Stefano Sannino e l’italo-belga Cesare Zegretti. I tre sono stati rilasciati nella notte, perché non ritenuti a rischio di fuga, e informati delle accuse a loro carico: frode negli appalti pubblici e corruzione, conflitto di interessi e violazione del segreto professionale.
informazioni sul bando sarebbero state condivise “con uno dei candidati”, ovvero proprio il Collegio.
Il Collegio d’Europa esiste dal 1949, ed è una delle istituzioni più prestigiose per la formazione di politici e amministratori europei. È formalmente indipendente dall’Unione europea, anche se riceve spesso finanziamenti pubblici.
Su cosa si concentra l’inchiesta che ha portato al fermo di
Mogherini
L’indagine riguarda in particolare un bando che prometteva alcune centinaia di migliaia di euro per l’assegnazione di un nuovo progetto sperimentale: l’Accademia diplomatica dell’Unione europea. Si tratta di un corso di nove mesi, dedicato specificamente ai futuri diplomatici. Il bando fu lanciato a marzo del 2022. Parteciparono sei istituti di alto livello, ma alla fine vinse il Collegio d’Europa. Arrivarono 130mila euro subito, e poi oltre 600mila euro per il vitto e l’alloggio degli studenti.
L’anno successivo, per il rinnovo della sperimentazione dell’Accademia, il Collegio vinse di nuovo il bando: circa 960mila euro. Dal 2024, l’Accademia è stata resa permanente. Il Servizio per l’azione esterna dell’Ue le ha erogato 1,7 milioni di euro quell’anno, e altri 1,7 milioni per il 2025-2026.
l punto è come venne vinto quel primo bando. Per gli investigatori c’è il “forte sospetto” che il Collegio d’Europa sia stato favorito. In particolare, Mogherini o altri rappresentanti sarebbero stati messi a conoscenza dei requisiti prima degli altri partecipanti.
Il palazzo acquistato a Bruges giusto in tempo per il bando
La cosa che più ha attirato l’attenzione della Procura è l’acquisto di un immobile a Bruges, dove il Collegio ha la sua sede principale. L’edificio, costato 3,2 milioni di euro, fu acquistato a marzo del 2022, quasi in contemporanea con l’apertura del bando, e fu poi trasformato in un dormitorio per gli studenti dell’Accademia. Ma, secondo fonti informate, il Collegio
avrebbe iniziato a valutarlo già nei mesi precedenti.
Il punto è che l’acquisto sarebbe avvenuto in un periodo di difficoltà economica, per l’istituto. Ma sarebbe stato provvidenziale: il bando per l’Accademia, infatti, richiedeva di inserire nella candidatura anche le informazioni sulle “infrastrutture” per l’accoglienza degli studenti. Cosa che, grazie al nuovo dormitorio appena comprato, il Collegio potè fare, battendo la concorrenza.
In quel periodo, come detto, Mogherini era rettrice del Collegio d’Europa. Sannino, che aveva lavorato per lei quando era ministra degli Esteri in Italia, occupava invece una posizione nel Servizio per l’azione esterna dell’Ue, che gestiva il bando.
(da Fanpage)

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STOP GRADUALE AL GAS RUSSO, DALL’AUTUNNO 2027 L’UE NON NE IMPORTERA’ PIU’: ”MAI PIU’ DIPENDENTI DA MOSCA”

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

TRACCIATO UN PERCORSO ANCHE PER IL GREGGIO CHE UNGHERIA E SLOVACCHIA CONTINUANO A COMPRARE DAL CREMLINO

In Europa entrerà sempre meno gas russo, fino allo zero assoluto tra due anni. È stata trovata un’intesa nel trilogo tra il Consiglio Ue, il Parlamento e la Commissione, che hanno optato per una riduzione graduale – e non shock – delle importazioni. Il divieto, appunto a diminuzione progressiva, sarò giuridicamente vincolante per tutti i Paesi membri a partire dalla fine del 2026 per il gas naturale liquefatto (gnl) e dall’autunno 2027 per il gas. Il regolamento verrà ratificato prima dai 27 Paesi membri e poi dalla Plenaria del Parlamento europeo.
Le date dell’intesa: quando ci sarà lo stop definitivo
Stando ai primi dettagli dell’intesa emersi finora, il divieto scatterà sei settimane dopo la sua ratifica definitiva. I contratti di fornitura a breve termine e conclusi prima del 17 giugno 2025 dovranno essere tassativamente interrotti entro il 25 aprile 2026 per il gas naturale liquefatto e dal 17 giugno 2026 per il gas proveniente da gasdotto. Più permissivi i termini per i contratti con scadenza più in là nel tempo, che dovranno essere troncati rispettivamente entro il 1° gennaio 2027 e il 30 settembre 2027, a condizione che gli obiettivi di riempimento degli stoccaggi siano rispettati. Nel caso non lo fossero, la data ultima e definitiva sarò il 1° novembre 2027.
Le reazioni da Bruxelles: «Ora aiutiamo ancora di più Kiev»
«Oggi è una giornata storica per l’Unione europea», ha commentato con soddisfazione la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. «Molti pensavano che non sarebbe stato possibile, invece oggi è successo. Ho sempre saputo che avremmo potuto farlo. Ora siamo pronti ad aprire collaborazioni con nuovi partner affidabili. Questo è solo l’inizio di un vero successo europeo». Von der Leyen ha poi ribadito la promessa già fatta diverse volte all’Ucraina: «Inverno dopo inverno abbiamo aiutato Kiev e il suo sistema energetico: ripareremo le infrastrutture e lo faremo ancora». Anche la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha festeggiato l’intesa: «Decisione che colpisce al cuore la macchina di finanziamento della guerra russa», ha scritto su X. «Finalmente, e per sempre, stiamo chiudendo il rubinetto del gas russo. Non torneremo mai più alla nostra pericolosa dipendenza dalla Russia», ha sottolineato il commissario Dan Jorgensen.
Il percorso personalizzato e il nodo del petrolio in Ungheria e Slovacchia
Nell’ambito del regolamento, saranno poi i singoli governi dei Paesi membri a interfacciarsi con Bruxelles per scandire una tabella di marcia personalizzata per raggiungere l’indipendenza completa dalle forniture di Mosca. Ci sarà un regime di autorizzazione preventiva su tutto l’import di gas, anche non russo, in modo tale da garantire che il divieto sia effettivamente rispettato. Chi violerà il divieto sarà sanzionato ma ci sarà la possibilità di sospendere la validità del regolamento nel caso in cui uno o più Paesi membri rischi di perdere «la sicurezza dell’approvvigionamento energetico». Ci sarà un percorso parallelo anche per Slovacchia e Ungheria per portare i due Paesi a una indipendenza totale dal greggio russo, al momento importato per oltre l’80% del totale.
(da agenzie)

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SE L’ULTIMO GIGANTE BIANCO SI PIEGA ALLA CRISI CLIMATICA

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

IL DESTINO DI QUESTI GIGANTI E’ IRREVERSIBILE, ORMAI ANCHE IL PERITO MORENO SI RITIRA

El Calafate (Patagonia), novembre 2025. Una comoda passerella di metallo permette da qualche anno di arrivare proprio in faccia al fronte glaciale del Perito Moreno, uno dei ghiacciai più famosi del mondo, non solo per le sue cospicue dimensioni, ma soprattutto perché negli ultimi secoli era rimasto più o meno stabile o, addirittura, risultava in avanzamento. In un contesto naturale che vede i ghiacciai di tutto il mondo arretrare sotto i colpi della crisi climatica, il Perito Moreno, figlio dello Hielo Patagonico Sur, con i suoi 260 chilometri quadrati e i 30 km di lunghezza era un’eccezione, che gli valeva il ruolo di testimone per i negazionisti del riscaldamento globale: ma quale arretramento, non lo vedete che, invece, il Perito Moreno avanza?
La passeggiata davanti al ghiacciaio avviene in una cornice particolare: puoi scorgere prima il fronte attraverso le bacche
rosse del bosco antistante e accoglierne infine l’ampiezza, quasi frontalmente, alla fine del percorso. A causa della densità e della composizione, il ghiaccio assume tinte blu-azzurre intense e le mantiene anche nei frammenti che vanno alla deriva sul lago Argentino. Ogni tanto forti schiocchi e colpi veri e propri raccontano meglio di molte immagini come il ghiacciaio si stia muovendo. Ai colpi può seguire l’apertura di fratture e il distacco di piccoli iceberg che si allontaneranno progressivamente. Così che, a distanza di qualche chilometro, sarà il contrasto fra l’azzurro del ghiaccio, il colore lattescente delle acque di fusione ricche di particelle minerali e il verde della prateria l’attrazione cromatica ineludibile di un territorio sconfinato.
Mi fermo a osservare il fronte: una sessantina di metri di spessore che finiscono in una cuspide che divide in due bracci lo specchio d’acqua antistante. Improvvisamente un altro colpo sordo e l’affondamento di un pezzo di ghiaccio fra spruzzi e polvere, poi il riemergere di un parallelepipedo ialino che dondola, si assesta e poi si arrende al distacco.
Francisco Pascasio Moreno, nominato Perito perché esperto in questioni territoriali, era stato chiamato a dirimere problematiche di confine con il Cile nel 1896. Insieme all’omologo «perito» cileno (Diego Barros Arana) doveva decidere l’esatto andamento del confine nazionale sulla Cordigliera andina lungo la linea degli spartiacque più alti. Esistevano già studi corposi a riguardo, ma Moreno decise di battere palmo a palmo il territorio per
verificare la soluzione più giusta.
La sua metodologia ebbe successo soprattutto per gli argentini e venne così salutato come un eroe nazionale, attribuendo il suo nome al ghiacciaio che, peraltro, egli non riuscì mai neanche a visitare. Nel 1903 venne ricompensato con una enorme dazione di terre in Patagonia, ma Francisco Moreno non volle possederle, decidendo di donarle per costituire il primo parco nazionale argentino e battendosi per la conservazione e la tutela dell’ambiente naturale patagonico fino alla sua morte nel 1919.
Del ghiacciaio Perito Moreno erano famose due caratteristiche, l’avanzamento costante e la drammatica rottura del fronte. Quest’ultima consisteva in un fenomeno apparentemente ciclico che avveniva ogni 4-5 anni: la penisola di Magellano, che divide in due il braccio d’acqua al fronte del ghiacciaio, si salda temporaneamente con la terraferma antistante per via del movimento dei ghiacci. La diga regge per qualche anno, ma viene improvvisamente rotta dalla pressione dell’acqua del braccio settentrionale che si riversa in quello meridionale, nel frattempo abbassatosi di livello attraverso i suoi emissari.
Per quanto riguarda l’avanzamento, secondo alcuni studiosi il fenomeno derivava dalla “cattura” di parte della neve che avrebbe alimentato altri ghiacciai vicini, secondo altri soprattutto da una specie di «cuscino» di acqua di fusione costantemente presente alla base della lingua glaciale che avrebbe conferito una maggiore mobilità al ghiacciaio nel suo complesso
Giova ricordare che un ghiacciaio è un elemento geomorfologico
dinamico della crosta terrestre che registra fedelmente ogni variazione di temperature dell’atmosfera e degli oceani. I ghiacciai si muovono scorrendo sulla superficie e raspando materiali rocciosi di ogni tipo, che possono essere spostati al fronte quando avanza, o lasciati indietro quando il ghiacciaio si ritira.
Quando fa più caldo il ghiacciaio si frattura sempre più vistosamente e il fronte si rompe dando luogo al fenomeno dei frammenti alla deriva che chiamiamo iceberg, un termine che non ha corrispettivo italiano (dove gli iceberg non sono noti), ma che in lingua argentina si chiamano tempanos (sostantivo coniato proprio in Patagonia, dove erano conosciuti fino dal tempo degli spagnoli).
Da qualche anno anche il Perito Moreno si è arreso alla crisi climatica. Almeno dal 2007, quando alcuni ricercatori hanno misurato una perdita di circa 15 metri di spessore ai margini della lingua glaciale principale: il ghiacciaio che avanzava si era bloccato. Nel 2019 è stato rilevato che il contatto della base glaciale con il suo fondo roccioso si era perso e che il ritiro stava accelerando. Nel 2024 nuovi rilievi radar e satellitari mettono in luce una media di ritiro di 5,5 metri/anno fra il 2019 e il 2024, contro gli 0,34 metri fra il 2000 e il 2019. Si è infine scoperto che una dorsale subglaciale potrebbe essere stata alla base dell’anomalo comportamento del Perito Moreno, cioè della sua precedente stabilità rispetto agli altri ghiacciai del mondo. Questa stessa dorsale, oggi di fronte a una profondità di acqua
maggiore, potrebbe essere un elemento di ulteriore accelerazione dei processi di fusione attuali. Anche il Perito Moreno arretra.
Con un battello adattato mi faccio strada fra gli iceberg dei ghiacciai patagonici, navigando su acque profonde fino a 150 metri e con temperature di circa 5°C. Rimango affascinato dal colore azzurro profondo dei piccoli iceberg e riesco a distinguere il rumore dei processi di fusione in atto: uno sgocciolamento continuo che misura il tempo inesorabile della loro scomparsa. Ci vorrà per fortuna ancora del tempo, ma il destino di questi giganti custodi del nostro clima è segnato e irreversibile, almeno alla scala dei tempi dell’uomo. E ci ricorda che i ghiacciai più piccoli sono già da anni sul viale del declino: qualche decennio ancora e quelli alpini saranno perduti.
Con i ghiacciai svanisce la capacità di resistere al riscaldamento climatico e la riserva più rilevante di acqua dolce che ci sia al mondo. Ma si perde anche una bellezza irripetibile, un ritmo armonico, un’ispirazione interiore che facciamo appena in tempo a consegnare alla memoria di chi ci ha prestato il pianeta e non immaginava certo di riaverlo indietro senza questi protagonisti all’apparenza imperturbabili.
Mario Tozzi
(da lastampa.it)

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LA DEMOCRAZIA DA RICOSTRUIRE

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

NON SERVE UNA COSTITUZIONE TUTTA NUOVA, SERVE PIUTTOSTO PRENDERE SUL SERIO IL SUO PRINCIPIO FONDATIVO: LA SOVRANITA’ POPOLARE

La democrazia italiana è ormai un corpo essiccato. Ne rimane la forma, ne osserviamo le sembianze; e ci appaiono illese rispetto a come vennero disegnate otto decenni fa, per mano dell’Assemblea costituente. Persiste la medesima forma di governo — “parlamentare”, è questa la sua denominazione.
E in effetti a Roma continua ad abitare un Parlamento, così come un governo e un capo dello Stato, le cui prerogative formali non sono mai state negate, né corrette. Al centro non meno che in periferia si tengono elezioni per rinnovare una quantità di organi (anche troppi), e si tengono a cadenza regolare. Nella terra di mezzo tra società politica e società civile disputa una quantità di partiti e sindacati (anche troppi), ciascuno con la propria bandierina. E su tutti vigila una quantità di tribunali e controllori della più varia risma (anche troppi).
Ma le apparenze ingannano, come si suol dire; e non è mai stato così vero. Giacché la sostanza della democrazia italiana, di ciò che ne rimane, è divaricata dal suo aspetto formale. Le leggi le scrive il Consiglio dei ministri, inondando le Camere d’una pioggia di decreti. Le ulteriori regole della nostra convivenza
provengono dalla magistratura, che una legislazione confusa e alluvionale obbliga a scegliere fiore da fiore, e anche a stabilire di che colore è il fiore.
Ciascuno s’esercita nel mestiere altrui, è questo lo spettacolo perenne. D’altronde anche gli eletti si sono impossessati del mestiere che un tempo toccava agli elettori. Le consultazioni nazionali avvengono sotto dettatura, con i listini bloccati dove i capipartito decidono l’elenco dei promossi. Ma pure quelle locali trovano un esito per lo più scritto in anticipo, e infatti non c’è stata alcuna sorpresa nelle sette elezioni regionali degli ultimi due mesi.
Insomma, la democrazia è divenuta una finzione. E allora perché mai dovremmo crederci? Difatti il teatro si sta svuotando dei propri spettatori. Ci allarmammo, propagando alti lamenti, quando la partecipazione crollò al 60 per cento del corpo elettorale. Adesso viaggia poco sopra il 40 per cento. E di questo passo lo sciopero del voto finirà per risucchiarci in una crisi terminale della democrazia, come nel Saggio sulla lucidità di José Saramago, dove un diluvio di schede bianche viene contrastato con le maniere forti dal governo.
Tuttavia l’astensionismo è l’effetto della crisi, non la sua scaturigine. Le cause dipendono dal senso d’impotenza che ti morde alla gola quando scopri che il copione è già tutto scritto, e a te resta soltanto d’applaudire. Dipendono dal ritiro della delega verso politici che percepisci come mediocri o in malafede, salvo magari consegnare i tuoi destini, per un’ultima speranza o per
disperazione, al capo carismatico che saprà risollevarli.
E dipendono, infine, dal brodo culturale nel quale siamo immersi. Questo è il tempo della disintermediazione, che ha messo in crisi tutti i gruppi sociali dei quali facevamo parte — la scuola, il quartiere, l’oratorio, la fabbrica, il partito. Ed è un tempo digitale, nel quale ogni attività della nostra esistenza — il lavoro, la corrispondenza, gli acquisti, le riunioni — si svolge attraverso lo schermo d’un computer.
Sicché è questa l’urgenza che ci attende. Dobbiamo ricostruire una democrazia bene ordinata, in cui ciascuno s’attenga al proprio ruolo, senza invadere le competenze altrui. Una democrazia responsabile, fondata sull’accountability, sul rendere conto dei fatti e dei misfatti; e con meccanismi che la rendano cogente, dato che alle nostre latitudini, dal Garante della privacy in giù (o in su), non si dimette mai nessuno.
Sarebbe prezioso, per esempio, l’antico istituto del recall — ossia la revoca degli eletti immeritevoli, attraverso un referendum personale indetto in corso di mandato — che tutt’oggi trova applicazione in mezzo mondo, dalla Svizzera agli Stati Uniti, dal Canada al Giappone.
E infine dobbiamo usare l’innovazione digitale contro se stessa, contro la sua vocazione autoritaria. Come? Rafforzando il referendum e consentendo il voto online in ogni consultazione elettorale, come avviene in Estonia e in varie altre contrade.
Ma per rinvigorire la democrazia italiana non serve una Costituzione tutta nuova. Serve piuttosto prendere sul serio il suo
principio fondativo: la sovranità popolare.
Michele Ainis
(da repubblica.it)

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IL 68% DEGLI ADOLESCENTI NON SI ARRUOLEREBBE IN CASO DI GUERRA

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

LA CONSULTAZIONE DELL’AUTORITA’ GARANTE PER L’INFANZIA RIVOLTA A RAGAZZI E RAGAZZE TRA I 14 E I 18 ANNI

Il 68% degli adolescenti di un campione provvisorio di 4.000 non si arruolerebbe se l’Italia entrasse in guerra. E a sorpresa è la televisione e non internet il mezzo da cui si informano. Sono i primi risultati della consultazione pubblica rivolta a ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni promossa dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’Adolescenza allo scopo di indagare le loro percezioni sulla guerra e sui conflitti. Alla domanda “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione?” la maggioranza esprime il proprio disaccordo. Tra i maschi la percentuale è del 60,2% e tra le femmine il 73,6%.
Iniziativa per colmare un vuoto di informazione
“L’iniziativa è stata avviata per colmare un vuoto di
informazione sul sentiment degli adolescenti in relazione ai conflitti in corso e allo scopo di fornire alle istituzioni spunti di riflessione” dice l’Autorità garante Marina Terragni. Come ti informi sulla guerra? Quali emozioni provi davanti alle immagini dei conflitti? Cosa pensi del ruolo della tua generazione nella costruzione della pace? Qual è il tuo rapporto con la violenza, la paura e l’idea di responsabilità? Come gestisci i conflitti quotidiani in famiglia, a scuola, tra coetanei e online?
Il questionario
Il questionario si articola in 32 domande ed è stato realizzato nel settembre scorso in collaborazione con la Consulta delle ragazze e dei ragazzi dell’Autorità garante e con il supporto dello psicologo e psicoterapeuta Diego Miscioscia, socio fondatore dell’istituto Il Minotauro, autore di “La guerra è finita Psicopatologia della guerra e sviluppo delle competenze mentali della pace”, e da sempre impegnato nella costruzione della pace, spirito pienamente condiviso da Agia. “Da una primissima analisi dei dati – la rilevazione è ancora in corso sul sito iopartecipo.garanteinfanzia.org e si chiuderà il prossimo 19 dicembre – emerge che la guerra è una delle principali preoccupazioni per i ragazzi: una preoccupazione superiore a quella per il climate change. Inoltre, è la televisione – e non internet o i giornali – il medium a cui prevalentemente si rivolgono per avere informazioni credibili” osserva Terragni.
(da agenzie)

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MIGRANTI, CENTRI IN ALBANIA, GOVERNO DENUNCIATO ALLA CORTE DEI CONTI PER DANNO ERARIALE: “FINO A 18 VOLTE I COSTI SOSTENUTI IN ITALIA”

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

ACTIONAID HA CONSEGNATO L’ESPOSTO ALLA MAGISTRATURA CONTABILE E UN ALTRO ALL’ANAC PER “IRREGOLARITA’ DELL’APPALTO DI GESTIONE DELLE STRUTTURE”

Il flop dei centri in Albania si è trasformato in un potenziale danno erariale al vaglio dei magistrati contabili. ActionAid ha consegnato alla Corte dei Conti un esposto di sessanta pagine indirizzato alla procura regionale del Lazio, per denunciare quello che definisce “uno sperpero ingiustificabile di denaro pubblico” e che, dati alla mano, si sarebbe potuto limitare se non addirittura prevedere. L’obiettivo è far accertare se esistano i presupposti per un’azione erariale rispetto alle violazioni contestate nella gestione dei centri. Parallelamente, un’altra segnalazione è stata inviata all’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) per presunte irregolarità nell’affidamento dell’appalto di gestione. La richiesta di intervento alla Corte dei Conti e all’ANAC è ritenuta “cruciale nel caso di persone formalmente in custodia dello Stato, ma concretamente in mano a società private e cooperative”.
I dati inediti sono pubblicati in un focus all’interno del progetto “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari. Che denuncino un quadro di spese fuori scala e organizzazione caotica fin
dall’iniziale allestimento dei centri, partito con uno stanziamento di 39,2 milioni di euro, poi lievitati rapidamente a 65 milioni con il “Decreto PNRR 2”, trasferendo la competenza dai ministeri dell’Interno e della Giustizia alla Difesa. Per un impegno complessivo che è così salito a 73,48 milioni di euro. A fronte degli stanziamenti, la Farnesina ha pubblicato bandi per 82 milioni, firmato contratti per oltre 74 milioni – quasi tutti tramite affidamenti diretti – ed erogato più di 61 milioni per i soli allestimenti. Con una capienza reale di 400 posti a fine marzo 2025, il costo per singolo posto supera i 153.000 euro. Costo che ActionAid giudica del tutto ingiustificabile: “Oltre undici volte” il costo dell’allestimento di un posto nel Ctra di Modica (inaugurato nel 2023) a pieno regime, dove la spesa superava di poco ai 6.400 euro.
Il quadro peggiora guardando poi ai costi giornalieri. Nel Cpr di Gjader la spesa per detenuto è quasi tripla rispetto a un Cpr in Italia. Se a Macomer, in Sardegna, vitto e alloggio per il personale di polizia costano 5.884,80 euro al giorno, in Albania – per appena 120 ore di effettiva operatività tra ottobre e dicembre 2024 – la spesa è stata di 105.616 euro al giorno, quasi diciotto volte di più. Tutto questo mentre, alla fine del 2024, un quinto dei posti disponibili nei Cpr italiani risultava comunque vuoto. Non solo. Le stesse procedure che si voleva trasferire in Albania avevano già evidenziato ostacoli giuridici nazionali ed europei e risultati operativi fallimentari nei centri italiani: nessuna convalida per i trattenuti a Modica nel 2023, e appena 5
rimpatri su 166 persone transitate tra Modica e Porto Empedocle nel 2024, circa il 3%. Insomma, come sarebbe finita era ampiamente prevedibile.
Come non bastasse, le risorse risultano sottratte ad altri capitoli fondamentali: 15,8 milioni arrivano dal Fondo per esigenze indifferibili, previsto per le emergenze; 10 milioni dal Fondo straordinario della Difesa; 47,7 milioni da tagli ai bilanci di dodici ministeri. L’avvocato Antonello Ciervo, coordinatore del team legale di ActionAid, parla di “soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia, al welfare e ai servizi, ma anche ai fondi per la gestione delle emergenze”, sottolineando come la distorsione nell’uso delle risorse sia aggravata dall’illegittimità del modello dei centri albanesi. Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid, aggiunge che “l’ostinazione nel tenere in vita un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente”, attraverso continui nuovi stanziamenti, spostamenti di competenze e cambi di regole, ha prodotto una perdita per l’erario che non può essere liquidata come un semplice errore tecnico. A confermare l’impatto del “passaggio aggiuntivo” rappresentato dalla detenzione off-shore è il dettaglio delle spese accessorie: il ministero della Difesa ha sostenuto oltre 2,6 milioni di euro tra manutenzione della nave Libra, trasferte e indennità di missione per Carabinieri e personale della Marina. Il ministero della Giustizia ha firmato contratti per quasi 2 milioni ed erogato 1,2 milioni, fino a maggio 2025, per il penitenziario di Gjader, una struttura mai utilizzata e mai completata. Anche il
ministero della Salute ha autorizzato spese per quasi 4,8 milioni ed effettuato pagamenti per 1,2 milioni, nonostante gli uffici dell’Usmaf in Albania siano vuoti da marzo.
C’è poi la questione della trasparenza. “Scarsa”, secondo ActionAid, quella per l’affidamento dell’appalto di gestione da 133 milioni di euro. La cooperativa Medihospes si è aggiudicata la procedura – negoziata senza bando – dopo una manifestazione di interesse, risultando l’unica tra le tre cooperative selezionate dalla Prefettura di Roma a presentare un’offerta. La segnalazione ad ANAC rileva che non sarebbe stata neppure verificata la rilevanza internazionale dell’appalto, che al contrario avrebbe imposto una procedura più aperta. A oltre un anno e mezzo dall’aggiudicazione, poi, non è stato ancora stipulato alcun contratto, e gli unici documenti emessi per consentire la partenza dei lavori sono i due verbali di esecuzione anticipata in urgenza. Il report “Trattenuti” avverte anche del rischio di “cattura istituzionale”, “cioè che le scelte pubbliche finiscano per dipendere troppo da un solo operatore, che risulta quindi necessario coinvolgere”, si legge. Secondo il rapporto, la Prefettura di Roma ha finito per dipendere in modo strutturale da Medihospes, che ha concentrato quote altissime della gestione dei centri di accoglienza straordinaria (Cas) di Roma e mantenuto la posizione dominante “nonostante sanzioni e infrazioni documentate” e continuando a ottenere incarichi e ad ampliarsi, fino a risultare l’unica partecipante alla gara per l’operazione albanese. Dinamica che, si legge, ha ridotto quasi a zero la concorrenza, espellendo di fatto le piccole cooperative sociali incapaci di reggere i volumi e i ribassi economici richiesti.
(da agenzie)

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MULTINAZIONALI, I PROFITTI NASCOSTI: ECCO QUANTO SOLDI PERDIAMO

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

MULTINAZIONALI: QUANTI SOLDI RUBANO AI CITTADINI?

I paradisi fiscali non stanno solo in sperdute isole dei Caraibi. La maggior parte del denaro sottratto al fisco finisce in Paesi occidentali che garantiscono regimi tributari vantaggiosi e un’elevata dose di segretezza, e dove ogni anno le multinazionali trasferiscono in media 1.100 miliardi di dollari, il 16% dei loro profitti (Qui pag. 19 e 21). Parliamo di centinaia di miliardi che ogni anno vengono rubati agli Stati. Di fatto sono dunque loro, i grandi colossi, a mettere le mani in tasca ai cittadini, sottraendo risorse destinate ai servizi pubblici essenziali come scuola, sanità e infrastrutture. Vediamo come funzionano i meccanismi ai confini della legalità negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nell’Unione europea.
In 6 anni trasferiti 6.550 miliardi di dollari
Si chiama pianificazione fiscale aggressiva ed è una forma di elusione che sfrutta le differenze e le lacune tra i vari ordinamenti a vantaggio delle grandi aziende. Secondo l’ultimo rapporto del Tax Justice Network, organizzazione non governativa che da anni monitora l’effetto dei paradisi fiscali sull’economia mondiale, tra il 2016 e il 2021 le grandi aziende
hanno trasferito oltre 6.550 miliardi di dollari in Paesi a bassa tassazione, facendo sparire circa 1.717 miliardi di entrate fiscali. In testa della classifica ci sono le corporation statunitensi, che hanno sottratto al fisco 495 miliardi di risorse pubbliche.
Ma come funziona in pratica questo meccanismo che si chiama Transfer pricing, e consente di non pagare tutte le tasse dove gli utili sono stati effettivamente prodotti? La multinazionale americana che opera in diversi Stati europei gonfia i costi delle sue controllate ubicate in Paesi ad alta tassazione (come Italia o Francia) attraverso la vendita dei diritti di brevetto o altri beni immateriali. In questo modo riduce gli utili locali e trasferisce i profitti alla filiale del gruppo situata in Lussemburgo, dove le imposte sono enormemente più basse. Grazie a queste strategie, le aziende statunitensi hanno registrato il 24% dei loro profitti globali in Paesi dove le imposte sono minime. Le destinazioni più gettonate sono l’Irlanda, Gibilterra e gli stessi Stati Uniti.
Stati Uniti
Proprio gli Usa sono diventati uno dei principali paradisi fiscali al mondo. Da anni ormai 6 Stati (Delaware, Wyoming, New Mexico, Nevada, Alaska e South Dakota) offrono tassazione agevolata o anonimato societario.
Il salto di qualità è arrivato nel 2017, durante la prima presidenza Trump, con l’entrata in vigore del Tax Cuts and Jobs Act, norma federale che ha ridotto l’aliquota sui redditi delle aziende dal 35% al 21% e introdotto un ulteriore sconto sul rientro dei profitti generati all’estero. Le prime ad approfittarne sono state
le Big Tech, che hanno riportato in patria buona parte dei profitti parcheggiati principalmente in Lussemburgo, Bermuda, Paesi Bassi e Porto Rico. Quindi sommando la riduzione dell’aliquota e lo sconto per il rimpatrio, Meta lo scorso anno ha avuto una tassazione dell’8,4%. Nel 2016 la sua aliquota effettiva sugli utili superava il 33%. Chi non ha ottenuto vantaggi sono i cittadini americani: i salari pagati dalle multinazionali sono rimasti stazionari, l’occupazione non è cresciuta, mentre il fisco ha perso 574 miliardi di dollari, di cui quasi la metà imputabili ad aziende statunitensi.
Con Trump II per le multinazionali Usa va ancora meglio: il presidente ha annunciato il ritiro dall’accordo Ocse sulla Global Minimum Tax approvata da più di 140 Paesi in tutto il mondo nel 2021 e l’uscita degli Stati Uniti dai negoziati per l’istituzione di una Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale. In più ha minacciato dazi doganali ai Paesi che impongono tasse sul digitale o stabiliscono limiti normativi all’operatività delle aziende tecnologiche statunitensi: «Gli Stati Uniti – taglia corto il Tax Justice Network – sono diventati una chiara minaccia alla sovranità fiscale dei Paesi, inclusa la propria».
Gran Bretagna
Il Regno Unito è responsabile del 23% delle perdite fiscali globali generate dai grandi gruppi (Qui pag.8). Ad esempio, le Isole Vergini Britanniche e le Isole Cayman non applicano alcuna imposta sul reddito delle società e non richiedono la
presentazione e la pubblicazione dei bilanci aziendali. E infatti in queste due isole c’è la più alta concentrazione al mondo di società registrate in rapporto alla popolazione. Se la cavano bene anche le isole del Canale (Man, Jersey e Guernsey). Alle Bermuda non si pagano tasse su dividendi e plusvalenze. Questi territori autonomi, tra l’altro, facilitano il trasferimento di flussi finanziari illeciti e sono usati per ripulire utili che provengono da evasione fiscale e riciclaggio di denaro. Al centro di tutta la rete c’è la City di Londra, che fa da snodo finanziario: qui le società convogliano i profitti «dopo averli dirottati attraverso le giurisdizioni satellite, in modo da pagare meno tasse altrove» (Qui pag.25). Ma questo enorme flusso di denaro che viaggia da una parte all’altra del mondo non produce alcun beneficio alla popolazione britannica. Complessivamente le multinazionali che operano nel Regno Unito hanno causato allo Stato tra il 2016 e il 2021 una perdita di gettito di oltre 53 miliardi di dollari. Dall’anno fiscale 2024 saranno tenute però a pagare la Global Minimum Tax che impone ai gruppi con un fatturato globale superiore a 750 milioni di euro una tassa minima del 15% sui profitti, indipendentemente da dove vengono realizzati.
Unione europea
Anche nella Ue si applicherà la tassa minima globale e come per Londra la prima dichiarazione dovrà essere presentata entro il 30 giugno 2026. In più le multinazionali dovranno pubblicare un report annuale con informazioni su ricavi, utili e imposte versate in ciascun Paese membro in modo da incentivare la trasparenza
fiscale. Nell’Unione il quadro resta tuttavia variegato: oggi esistono 27 sistemi fiscali distinti e grandi differenze sulle imposte societarie che vanno dal 29,9% della Germania al 9% dell’Ungheria.
Come Bruxelles combatte l’elusione fiscale
Le multinazionali nella Ue sono obbligate a:
1) versare la Global Minimum Tax
2) pubblicare un report annuale con informazioni su ricavi, utili e imposte versate in ogni Paese membro
Tasse societarie in Europa
Il potere di introdurre, eliminare o modificare le imposte resta di competenza degli Stati
Per adottare direttive fiscali comuni serve l’unanimità, ma gli sforzi di Bruxelles per armonizzare le aliquote sono ostacolati da una lunga lista di Paesi considerati veri e propri paradisi fiscali all’interno dell’Unione, tra cui Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Malta e Cipro. Il Lussemburgo è la seconda piazza finanziaria al mondo per fondi d’investimento (5,6 trilioni di euro di asset gestiti), sede di 115 banche internazionali e di numerose multinazionali, tra cui ArcelorMittal, Amazon, Spotify e la holding Aylo, la più grande società mondiale nel settore del porno online. Qui l’imposta nominale sulle società è del 23,87%, ma la tassazione effettiva di tante holding risulta molto più bassa perché il Granducato offre imposte ridotte o nulle su royalties, dividendi e interessi. Nel 2014 lo scandalo LuxLeaks ha svelato accordi segreti tra il fisco lussemburghese e almeno 350 aziende
e banche internazionali tra cui Apple, Amazon, Ikea, Pepsi, UniCredit e Intesa Sanpaolo, che pagavano anche meno dell’1% di tasse sugli utili.
L’Irlanda è la sede dei quartier generali europei di Apple, Microsoft, Meta, Google, Shein e di giganti farmaceutici come Pfizer e Eli Lilly. Qui si applica un’aliquota sulle società del 12,5%, una delle più basse d’Europa. Nel corso degli anni molte multinazionali hanno ridotto ulteriormente il carico fiscale ricorrendo a complesse triangolazioni finanziarie che garantiscono forti deduzioni e detrazioni così da abbassare drasticamente la base imponibile. Apple era arrivata a pagare come imposta societaria lo0,05%, tant’è che nel 2016 la Commissione europea le ha inflitto una multa da 13 miliardi di euro.
L’esito finale di questo sistema è una perdita secca per iaggiori Paesi dell’Unione, quelli più popolati e che più hanno bisogno di gettito fiscale per garantire servizi di qualità ai loro cittadini.
Sempre dal 2016 al 2021 alla Francia sono stati sottratti 116 miliardi, alla Germania 110, alla Spagna 33, all’Italia 22 e alla Polonia 17.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)

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LE VILLE DI SALVINI E MELONI, LE DIMORE DI DURIGON E RENZI: TUTTI GLI AFFARI IMMOBILIARI DI CHI VA AL GOVERNO

Dicembre 3rd, 2025 Riccardo Fucile

SENZA DIMENTICARE LA MOGLIE DI LA RUSSA E IL COMPAGNO DELLA SANTANCHE’… TRA SCONTI, PRESTITI DI AMICI E CONFLITTI DI INTERESSE

Sulla politica estera e sul fisco sono talvolta in disaccordo, ma sugli affari immobiliari viaggiano all’unisono. Entrambi contrari alla revisione del catasto e ora entrambi proprietari di ville, classificate come villini. Così hanno pagato meno tasse all’atto dell’acquisto. Ma non per responsabilità loro, sia chiaro. Il risparmio fiscale dipende dalle classificazioni decise da tecnici, professionisti e da censimenti desueti. Un fatto è certo: ora la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il vicepremier, ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, hanno in comune l’acquisto di una bella casa di un certo livello. Mentre le italiane e gli italiani aspettano il piano per l’edilizia residenziale, i rappresentanti del governo hanno investito nel mattone di lusso.
Così ha fatto la prima ministra, così il numero due dell’esecutivo. Ma ancora prima (tra il governo Draghi e Meloni) anche il potente sottosegretario leghista Claudio Durigon ha concluso un ottimo colpo, così come la moglie di Ignazio La Russa, con il compagno dell’amica ministra, Daniela Santanchè.
L’aria di governo arricchisce anche il portafoglio immobiliare. Sconti, affari e interessi che questo giornale ha rivelato e che, a
tre anni dall’insediamento del governo, compongono una mappa di potere e mattone.
Salvini, reggia senza piscin
Salvini e la compagna Verdini hanno fatto un affare. Hanno trovato – ha spiegato lo staff del ministro – l’annuncio su un sito e comprato alla cifra fissata dai venditori: 1,35 milioni di euro per quasi 700 metri quadrati. La villa si compone di un seminterrato abitabile, un piano terra, un primo e secondo piano, in tutto 28 vani. Lì Francesca Verdini, figlia dell’ex senatore pluricondannato Denis, ha spostato anche la sede legale della sua creatura societaria, Casa Rossa srl. Nell’atto di acquisto, firmato dal notaio Alfredo Maria Becchetti (leghista doc), viene indicata la classificazione dell’immobile: A7. Formalmente non si tratta quindi di una villa, e così la normativa prevede un risparmio. Vantaggi inaccessibili per chi abita un immobile di tipo A/8. Ma questo è dovuto alla classificazione che prescinde dalla volontà dei compratori. Certamente una revisione del catasto porterebbe a una redistribuzione delle risorse e dei carichi fiscali, revisione alla quale sia Salvini che Meloni si oppongono.
Anche la presidente del Consiglio ha comprato casa pagandola 1 milione e 250mila euro. Meloni, però, si ferma a 433 metri quadri totali, 18 vani, una scala interna, una piscina (che il vicepremier non ha) e tre corti di pertinenza esclusiva, di cui una al piano terra e due al piano seminterrato. Anche la zona è diversa.
La presidente del Consiglio ha comprato a pochi passi dal quartiere Spinaceto, nella zona residenziale di Mostacciano. Non proprio esclusiva e rinomata come quella scelta dal leghista: zona Camilluccia, Roma nord.
L’affare del sottosegretario
Prima di lui era arrivato in quel quadrante di lusso e riservatezza un altro leghista, il potente sottosegretario, Claudio Durigon. Già uomo di governo nel governo Conte I e in quello del premier Mario Draghi, poi dimissionario. Niente villa per lui, ma un appartamento principesco. Immobile comprato a un prezzo scontatissimo all’interno di un complesso residenziale di proprietà dell’Enpaia, ente previdenziale del settore agricolo. L’atto d’acquisto è del 23 giugno 2022. Durigon e la moglie Alessia Botta hanno acquistato per appena 469mila euro un appartamento di otto vani, di 170 metri quadri catastali complessivi, con terrazzo angolare e balcone. Compreso nel prezzo anche un box auto: solo quest’ultimo, a prezzi attuali di mercato, vale oltre 50mila euro.
Nell’atto di vendita si leggeva: «Il prezzo di vendita è stato determinato con le riduzioni di sconto previste nelle linee guida rispetto al valore determinato», dalle stime di una società terza, la Arc Re, che ha fatto la valutazione del patrimonio che Enpaia ha messo sul mercato. Durigon conosceva benissimo quell’immobile perché dal novembre 2017 ne era affittuario. All’epoca il politico era vicesegretario del sindacato di destra Ugl e si avvicinava alla Lega. Sconti, lavori e affari che proprio Domani aveva svelato, così come il colpo grosso messo a segno dai coniugi di La Russa e Santanchè, coppia indivisibile.
La Russa-Santanchè
Si è trattato di un acquisto mordi e fuggi: la villa, in zona Forte dei Marmi, è una residenza di lusso immersa nel verde del Parco della Versiliana, 350 metri quadrati su tre livelli, con giardino e piscina.
La consorte del presidente del Senato, Laura Di Cicco, e il compagno della ministra, Dimitri Kunz, hanno comprato e hanno rivenduto in meno di un’ora guadagnando un milione di euro. L’affare si è chiuso il 12 gennaio 2023. Il compratore è l’imprenditore Antonio Rapisarda, che acquistava a 3,45 milioni. Kunz e Di Cicco avevano comprato quello stesso immobile per 2,45 milioni. E lo avevano fatto solo 58 minuti prima di cedere quello stesso immobile a Rapisarda. Un fiuto per gli affari da Guinness dei primati. Sull’operazione la procura di Milano aveva aperto un fascicolo, non sono mai stati iscritti i politici e i loro familiari, ma ora i pm hanno chiesto l’archiviazione. Sempre in Toscana l’ex primo ministro Matteo Renzi aveva comprato la sua magione, da 1,3 milioni di euro, grazie a un prestito da 700mila euro ricevuto dalla madre di un imprenditore già finanziatore della fondazione Open, soldi poi tutti restituiti. Tutto regolare, ovviamente. Il piano casa per chi va al governo è sempre pronto.
(da editorialedomani)

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