“QUI NESSUNO E’ STRANIERO” E’ L’ANIMA DELLA SCUOLA DANEO E DEI GENOVESI, UNA LEZIONE PER L’ITALIA
SUI BANCHI DI LEGNO DELLA SCUOLA SI SEDEVA IL FIGLIO DELL’AVVOCATO DEL QUATIERE “BENE” DI CASTELLETTO E DI CARIGNANO ACCANTO ALLA FIGLIA DEL CAMALLO DEL PORTO O DELLA PROSTITUTA DEI VICOLI: SI DIVIDEVANO LE MATITE, CI SI PASSAVA I QUADERNI, L’UGUAGLIANZA ERA NELL’ORDINARIO DI UNA MATTINA QUALUNQUE, LA DANEO E’ SEMPRE STATA COSI0, GENOVA E’ SEMPRE STATA COSI’… E’ UNA CITTA’ FATTA DA CHI PARTE E DA CHI SBARCA, NOI CAMMINIAMO IN UNA STRADA DOVE IL MONDO PASSA DA SEMPRE E NON SARANNO I VOSTRI RIDICOLI RECINTI A CAMBIARCI
Mia nonna ha insegnato alla Daneo per quarant’anni. È nata nel 1935. Negli anni Settanta mio nonno le disse che poteva anche smettere di lavorare, che in casa un solo stipendio bastava. Era la grammatica di quell’epoca. Lei rifiutò senza fare grossi comizi e si tenne stretto il suo posto. Insegnare è sempre stato il suo spazio civile.
I voti per lei non esistevano. Diceva che appiccicare un numero a un bambino è il sistema più rapido per perderlo e che la scuola deve dare strumenti a chi ne ha meno, non distribuire pagelle.
Stava dietro a tutte e tutti, con una pazienza ostinata, senza concedere niente al caso. La porta dell’aula la chiudeva e le lezioni si facevano molto spesso fuori. Prendeva per mano bambine e bambini e s’addentrava nei caruggi, convinta che la cultura non fosse soltanto una nozione da mandato a memoria sui libri. Così le pietre dei palazzi dei Rolli, le edicole votive, le targhe di marmo consumate dalla salsedine e le banchine del porto diventavano i documenti su cui studiare la storia, la geografia e l’architettura.
Ieri l’ho chiamata per chiederle se avesse saputo della polizia arrampicata sui cancelli della scuola per staccare un lungo lenzuolo disegnato a pennarello. “Qui nessun* è stranier*”, c’era scritto sopra. L’avevano appeso le bambine e i bambini per la fiaccolata della pace, per rispondere alle uscite ministeriali sui tetti di presenze e alle ossessioni securitarie di chi vorrebbe misurare la convivenza a percentuale.
Mia nonna è sempre stata una donna priva di qualunque concessione al sentimentale: va dritta al punto oggi come a trent’anni. Ha liquidato la faccenda con una frase sola: “Non sanno mica cos’è quella scuola e non sanno mica cos’è questa città”.
Ha ragione. Nei suoi racconti la Daneo non è mai stata una teoria pedagogica, ma una realtà fisica, un’esperienza sociale quotidiana.
Sui banchi di legno consumati sedeva il figlio dell’avvocato di Castelletto o del professionista di Carignano accanto alla figlia della donna che lavorava nei vicoli la notte, al figlio dello scaricatore della Compagnia Unica e alla bambina arrivata dal mare due giorni prima. Si dividevano le matite, ci si passava i quaderni, si lavorava insieme. L’uguaglianza, insomma, la si faceva nell’ordinario di una mattina qualunque, prima ancora che a qualcuno venisse in mente di catalogare la gente per classe o per provenienza.
La Daneo funziona così da sempre. Genova funziona così da sempre. Ha le spalle di ardesia piantate nella roccia e il petto aperto sull’acqua: è una città fatta da chi parte e da chi sbarca. Pretendere di applicare qui i tetti percentuali del ministero o di recintare l’integrazione con i timbri della burocrazia è una stonatura ridicola, la pretesa di chi non ha mai camminato in una strada dove il mondo passa da sempre. E continuerà a passare.
(da Fanpage)
Leave a Reply