SUL FRONTE DEL DONBASS A TERNY, DOVE GLI UCRAINI PORTANO AVANTI LA CONTROFFENSIVA “VENTI UOMINI ALLA VOLTA”
DI GIORNO SI SPARA SULLE POSTAZIONI NEMICHE, DI NOTTE TRUPPE SCELTE AVANZANO
Il carrarmato ucraino, fabbricazione sovietica, spara da sotto il faggio
spogliato dal gelo di dicembre, non proprio una protezione a prova d’artiglieria russa. Hanno quattro tank, quelli del Battaglione Karpatska Sich. Li devono sistemare, riparare, ripulire ogni giorno: “Danno tanti problemi”, spiega il comandante Svat. Siamo con lui e il vice, Briton, tornato dal Sud dell’Inghilterra per la guerra e che alla guerra ha già regalato il medio della mano destra, al nuovo e ultimo fronte dell’Est. La prima linea di Terny. I russi sono laggù, a quattro chilometri. Fanteria, Gruppo Wagner, ceceni: ogni trenta secondi segnalano la loro presenza con una botta su una casa, in un campo. Sfiorano il giardino dove si sono sistemati i carristi ucraini chiedendo spazio ai tacchini.
Truppe scelte
I migliori ragazzi dell’esercito nazionale, hanno tra i ventidue e i venticinque anni, sono qui. I volontari sono diventati arruolati e nove mesi di Donbass hanno iniettato nelle ossa di tutti un’esperienza da veterani. E’ arrivata in queste ore anche la Brigata numero 40, fa volume. Alto Donbass, di nuovo a cavallo tra Lugansk e Donetsk. Metà delle case sono piegate, senza tetto, bucate. Nelle altre si sono adattati “i migliori”, che ogni giorno, a turno, devono portare in avanti la riconquista.
Lyman, liberata due mesi fa, è solo trenta chilometri alle spalle: la pioggia, e soprattutto le unità nemicihe risalitie dal Sud, hanno rallentato la controffensiva iniziata a settembre. E lo stesso villaggio, con i suoi tacchini, è stato conquistato, perduto, adesso ripreso. La posizione del lago, ora di fronte, ora alle spalle, segnava l’andamento della battaglia. Tre feriti al giorno, è costata sul tereno la controffensiva. In una casupola con un carrarmato parcheggiato fuori – ha persino una croce rossa sula corazza – hanno sistemato il pronto soccoro, medico e infermiera donne. Il lago ora si sta gelando.
La controffensiva
“Siamo riusciti a tagliare le due strade che, da sud a nord, mettono in comunicazione Kreminna e Svatove”, dà il quadro il comandante: “I russi non possono più usarle, se lo fanno li colpiamo”.
Inizia così, villaggio per villaggio, all’Est, al Sud, l’avanzata delle forze ucraine, da mesi: tagliano i movimenti avversari e cercano un graduale, spesso lento, avvicinamento da più versanti. Fino all’accerchiamento, che costringe ad arretrare o ad arrendersi. “Di giorno spariamo sulle postazioni nemiche. Con i tank, i mortai, da più lontano con le batterie dei razzi Himars. Di notte, solo di notte, i nostri Btr portano in avanti venti uomini. Venti ogni notte. Per dieci gioni il terreno era un pantano, non potevamo spostarci. Ora la terra è dura e abbiamo ripreso gli avvicinamenti al nemico”. I veicoli militari tornano indietro, a fari spenti, e i venti migliori, quelli di turno, allungano il sacco a pelo nella faggeta. Con l’alba, inizieranno a scavare trincee: “A volte non c’è spazio per portarti la pala, scavi con il coltello”. Due, tre giorni per ricavare il nuovo riparo, e quando hai finito “hai fatto conquistare al tuo Paese altri duecento metri d’Ucraina”.
Si combatte con intensità, qui, anche per dare respiro a quelli di Bakhmut, assediati nel tritacarne. La cosa più dura nel quotidiano al fronte “è non avere mai una pausa per le tue orecchie”. Questo lo dice il responsabile dell’ultima casa visitata, un soldato semplice, ciabatte, calze e kalashnikov ancora a tracolla. Il comandante raduna i ragazzi in ogni appartamento, li rincuora, li motiva, offre loro la situazione generale. “I russi tirano proiettili anche di notte”, ancora il soldato. E per rallentare l’avanzata, e togliersi qualche soddisfazione, “riempiono di mine tutta l’area”. Il carrista Sheva, qui da Kiev, ha avuto l’onore di una sua foto inviata in giro per il mondo dal presidente Zelensky in persona. Assicura: “Noi andiamo avanti e così, solo così, metteremo fine a questa maledetta guerra”. Nello scantinato di un appartamento rimasto intatto c’è Vasylyna, portavoce della prima linea: “Lo so, il comandante dice che so fare un gran Borsch, la nostra zuppa, ma qui la cosa è troppo seria per scherzare sulle donne”.
Le due donne rimaste a Terny
Due donne sono le uniche civilI rimaste, a Terny. Due amiche. Si spostano in bicicletta tra le strade di fango indurito. Meno sei, meno sette all’ora di pranzo. Il vice Briton spiega: “I ragazzi sono stremati, ma puoi vedere da te, non ce n’è uno che si tira indietro. Hanno problemi a casa, madri che non ce la fanno ad andare avanti, ma non lasciano il fronte. Qui hanno cibo, vestiti per l’inverno e quando glie la spieghi capiscono la disciplina. Siamo tutti stremati. Vorremmo vederci il mondiale di calcio, mi dicono ci sia un grande Brasile, ma non ho visto un highlight. È il momento più bello dell’anno, a casa si prepara il Natale, ma noi da qui non possiamo muoverci. Non c’è bisogno di dirselo, noi andiamo avanti fino a quando tutto il territorio ucraino non tona a casa, Crimea compresa. Poi siamo adulti, sappiamo che questa non è solo una guerra del nostro Paese e se un giorno un superiore mi farà una telefonata – ‘fermatevi, abbiamo raggiunto un compromesso, basta morti, bisogna iniziare a ricostruire’ – ubbidirò. Oggi, però, noi viviamo per riprenderci quei duecento metri ogni notte”.
(da La Stampa)
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