VIGILANZA RAI, LA PROROGATIO DELLE POLTRONE
LE CARICHE PUBBLICE ANDREBBERO ATTRIBUITE PER COMPETENZA
Le chiamano poltrone, ma sono cariche pubbliche, sono pezzi viventi delle nostre istituzioni. Che andrebbero attribuite per competenza, non per appartenenza a questo o a quel partito. E che reclamano «disciplina ed onore», dichiara l’articolo 54 della Costituzione. Ma queste regole auree sono da sempre disattese. Oggi più di ieri.
È un male antico, battezzato già nel 1949 dal giurista Giuseppe Maranini con un termine poi entrato nell’uso comune: la «partitocrazia», il predominio dei partiti politici su ogni ganglio della cosa pubblica. E che si manifesta attraverso la pratica della «lottizzazione», nel senso indicato per la prima volta dal giornalista Alberto Ronchey nel 1974: ossia la spartizione scientifica degli incarichi all’interno di enti, istituzioni e aziende pubbliche fra i partiti e le correnti di partito. Come mostra una battuta in voga ai tempi della prima Repubblica: «Per assumere cinque giornalisti in Rai devi scegliere due democristiani, un comunista, un socialista e uno bravo».Ecco, la Rai. È il boccone più succulento per gli appetiti dei politici, ed è anche il teatro d’una commedia all’italiana. Rappresentata, per esempio, nel 2002, quando si dimisero via via i membri del Consiglio d’amministrazione, che tuttavia continuò a operare con gli unici due sopravvissuti: Baldassarre e Albertoni, il cda Smart. O nel 2008, quando Riccardo Villari fu eletto presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai in quota all’opposizione, ma contro la volontà dell’opposizione; rimase incatenato per mesi sul suo scranno, tant’è che per cacciarlo si dovettero dimettere in massa tutti gli altri componenti. O come sta accadendo adesso, in questi giorni.
Sta di fatto che la Commissione di vigilanza venne istituita per legge nel 1975 — dopo alcune pronunzie della Corte costituzionale — per sottrarre il servizio pubblico radiotelevisivo al controllo del governo. Tra le sue funzioni c’è la nomina del presidente Rai: eletto dal Cda, ma ratificato dalla Commissione con i due terzi dei voti, comprendendo perciò anche l’opposizione. Sennonché ormai da un paio d’anni la maggioranza propone un nome (Simona Agnes) che non raggiunge i consensi necessari. Da qui lo stallo: sedute disertate, Commissione paralizzata per effetto di un «ostruzionismo di maggioranza», come lo definiva Piero Calamandrei. Da qui, infine, dimissioni dei consiglieri di minoranza, e a seguire di tutti gli altri consiglieri.
C’è qualche differenza tra le pratiche spartitorie del passato e quelle più recenti? Sì, c’è una doppia differenza. In primo luogo, un tempo i partiti politici erano organismi vivi, mentre adesso va in scena una partitocrazia senza partiti, dove regna un capo circondato da mille cortigiani. In secondo luogo, i vecchi partiti sapevano dividersi il menù; viceversa ora s’azzuffano, giacché il tuo alleato di governo è anche il tuo rivale, il tuo peggior nemico. Sarà per questo che le caselle vuote si moltiplicano, un mese dopo l’altro. Il presidente della Consob è scaduto l’8 marzo, e non c’è ancora un successore. Idem all’Antitrust, dal 5 maggio. Mentre alla Privacy manca un componente dal 17 gennaio. Un esercito a ranghi ridotti.
Per rimediare a ogni vacanza prolungata, sussiste un antico istituto: la prorogatio dei membri scaduti. Vale per il Consiglio superiore della magistratura, che infatti nel 2022 rimase in proroga per circa sei mesi. Ma non vale nella maggior parte dei casi. Da qui, per esempio, i digiuni di Pannella, che nel 2002 bevve le proprie urine in diretta tv, per opporsi alla mancata elezione dei giudici costituzionali. Ma da qui l’esigenza di un rimedio generale.
Poteri sostitutivi, ecco la soluzione. Gli stessi che l’articolo 120 della Costituzione conferisce allo Stato contro le inadempienze delle Regioni. In questo caso c’è già un arbitro che può supplire all’inerzia degli organi competenti: il presidente della Repubblica. Provveda lui alle nomine, se dopo un paio di mesi la casella resta vuota. Magari non da solo, per non addossargli una responsabilità eccessiva e perché non si sa mai, domani magari un Trump italiano potrebbe varcare il Quirinale. Affianchiamogli i presidenti delle due massime autorità giurisdizionali: Consulta e Cassazione. Sarebbe una piccola riforma, ma più potente d’uno sparo.
(da Repubblica)
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