Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
QUANTO ANCORA L’ESTABLISHMENT DEL “GOOD OLD PARTY” POTRA’ SOPPORTARE LE MATTANE DI TRUMP E IL SUO GRADIMENTO CHE STA ANDANDO A PICCO? INTANTO, IL SENATO, A MAGGIORANZA REPUBBLICANA, LIMITA I POTERI DEL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO
Donald Trump continua a scivolare nei sondaggi, trascinando con sé verso il basso
anche la reputazione degli Stati Uniti sul palcoscenico globale. Ieri però ha ripetuto che la guerra in Iran era giusta, necessaria e utile, nonostante il Senato abbia approvato con 50 voti favorevoli la risoluzione per impedirgli di tornare a bombardare.
Simbolica, ma politicamente pesante per le quattro defezioni repubblicane. Lui comunque ha “trollato” i rivali con la minaccia di correre per il terzo mandato, nonostante sia vietato dalla Costituzione.
Durante il comizio Trump ha ripetuto che gli Usa sono «il Paese più caldo al mondo», ma secondo il rilevamento mensile dell’American Research Group, il suo tasso di gradimento è sceso al 30%, con un 66% degli americani che non approva il suo operato. Il mese scorso lo stesso sondaggio aveva rivelato che il 31% degli americani approvava Trump e il 64% invece lo bocciava, quindi la flessione continua, anche senza una forte accelerazione. Peggio ancora vanno le cose sull’economia, dove solo il 26% dei cittadini approva le sue scelte, sullo sfondo dell’inflazione tornata a salire per la guerra in Iran.
Sono livelli di popolarità che negli anni delle elezioni presidenziali condannano alla sconfitta l’inquilino della Casa Bianca, ma nel voto midterm di novembre minacciano di penalizzare i repubblicani tanto al Congresso.
Un altro dato significativo è quello rilanciato dal Washington Post sull’affluenza alle urne durante le primarie in corso in tutto il paese. Gli elettori democratici stanno dimostrando una grande motivazione a votare, anche negli stati repubblicani, e questo minaccia il Gop su base nazionale. Finora 12,6 milioni di sostenitori del partito di opposizione hanno partecipato, contro 8,6 milioni di quello del presidente.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
URLA E DISSENSI: “SUPREMATISTI DI PEZZA, SIAMO TORNATI ALLE LEGGI RAZZIALI DEL 1938”… NOI SIAMO PER LA “REMIGRAZIONE” DELLA FECCIA RAZZISTA E LA BONIFICAZIONE DELLE FOGNE
Duro scontro quello di ieri sera, 22 giugno, alla Camera nell’ambito dei lavori per il Piano Casa, che ha visto approvare, con 168 sì, la legge di conversione del decreto legge n. 66/2026. Il testo è ora trasmesso al Senato per la conversione definitiva entro il 6 luglio. Clima di fuoco, tra urla e porte sbattute, nato da una serie di dichiarazioni degli esponenti di Futuro Nazionale, tra cui l’insinuazione mossa dall’onorevole Rossano Sasso che cittadini stranieri di nome Abdul e Mohammed, grazie alla tutela della sinistra e di un «centrodestra sbiadito, timoroso e pavido» possano rubare il posto nelle case popolari ai ben più italiani Giuseppe e Maria. Così è esplosa l’ira del Pd che ha gridato alle «leggi razziali», mentre l’onorevole dem Ouidad Bakkali ha deciso di abbandonare l’Aula in segno di protesta. Open l’ha raggiunta per un commento.
Bakkali (Pd): quello degli esponenti di Futuro Nazionale è «squadrismo parlamentare»
Alla domanda su cosa l’abbia maggiormente spinta ad abbandonare l’Aula ieri durante la votazione sul Piano Casa, l’onorevole Bakkali è molto chiara: «La mia uscita avviene dopo aver ascoltato tutti gli interventi dei deputati di Futuro Nazionale». Non solo quindi l’intervento del deputato Sasso, che ha rappresentato solo il culmine di un’«escalation» con una «modalità da squadrismo parlamentare». «Ho provato con la voce a dire che stava dicendo cose inaccettabili», ma «per
preservare la dignità delle persone, delle comunità, anche religiose», continua, «l’ultimo atto di protesta è stato sbattere materialmente la porta di quell’Aula».
Si riferisce alle affermazioni dell’onorevole FnV Rossano Sasso, che ha parlato di una sinistra e di una maggioranza che rincorrono i «filo-islamisti, gli amici dei musulmani». A loro, in uno scenario in cui nelle «nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe», ma «abbiamo Abdul», ha rivolto l’accorato appello: «Non rincorrete Abdul e Mohammed! Date una mano a Giuseppe e Maria! Sono soldi degli italiani!». Bakkali sbotta all’idea che qualsiasi bambino o ragazzo possa sentirsi offeso, quando magari è nato nello stesso reparto di maternità degli italiani “doc” sassiani, Giuseppe e Maria.
L’ideologia suprematista di FnV e “l’assenza”del presidente della Camera
«Quello che Sasso vuole far passare è che loro sono quelli che preservano il diritto supremo, perché la loro è un’ideologia suprematista, dell’italiano puro sangue». Sfida, però Bakkali, a trovare un rappresentante di questa italianità pura: «l’italianità è un concetto plurale dalla sua fondazione». La sua è anche una denuncia sulla mancanza di moderazione delle discussioni in Aula, un luogo che ormai sente «non sicuro e non democratico» e «un palco dove, senza nessuna regola e nessun autocontrollo, poter dire qualsiasi cosa». A essersi macchiato di questa colpa, secondo la deputata, sarebbe stato il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Ci sono alcuni passaggi che io credo sia la Presidenza della Camera a dover fermare in maniera istituzionale».
La necessità, secondo la deputata dem, è quella di limitare il gioco compiuto da FnV con le sue dichiarazioni «borderline», che non risparmiano nessuno, ricorda, dalla comunità LGBT, ai migranti, fino alla stessa maggioranza: «C’è un grande assente in tutto questo, che è l’altro pezzo di destra. Ieri è stato silente tutto il tempo, prima e dopo, e non reagisce a nulla di tutto quello che fa Vannacci».
Ma quali vantaggi agli stranieri?
E quando le si chiede se sia vero che questo nuovo Piano Casa, così formulato, offre eccessiva garanzia ai cittadini stranieri o di origine straniera, la risposta di Bakkali tradisce una forte ironia: «Qui il problema non è a chi vengono assegnate le case popolari. È che qui non ci sono le case popolari e che, per quelle che già ci
sono, non ci sono sforzi sufficienti per ristrutturarle, per riaprirle».
Un piano – continua – «che sembra più una speculazione edilizia molto piegata sul privato, più che sulle esigenze pubbliche di emergenza abitativa», tagliando fuori protagonisti istituzionali come regioni e comuni. E sul suo ordine del giorno, bocciato alle votazioni, per un’azione di valorizzazione della residenzialità universitaria, commenta: «Le residenze universitarie dovrebbero essere poste in un piano casa come priorità per i giovani».
Il sostegno dell’opposizione: le affermazioni di FnV un richiamo «alle leggi razziali»
Immediato il sostegno alla deputata Bakkali mostrato dai compagni di partito, ma anche da esponenti di AVS, M5s e persino Azione. Il dem Federico Fornaro ha affermato che FnV ha «superato un limite» e ha parlato di affermazioni che fanno correre la memoria «al ’38 e alle leggi razziali». Matteo Richetti, capogruppo di Azione alla Camera, ha poi denunciato gli insulti che da giorni colpiscono la collega Bakkali: «Non ci si può nascondere dietro slogan vergognosi per alimentare odio».
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA REPUBBLICANA SI SPACCA E SI ALLEA CON I DEMOCRATICI
Il Senato degli Stati Uniti, nonostante sia controllato da una maggioranza repubblicana,
ha votato contro la linea di Donald Trump sul conflitto in Medio Oriente. Con 50 voti a favore e 48 contrari, l’aula di Capitol Hill ha approvato una risoluzione che punta a limitare i poteri di guerra del presidente in Iran, chiedendo lo stop alle operazioni militari a meno che non arrivi una formale e preventiva autorizzazione da parte del Congresso.
Uno strappo politico con la Casa Bianca
Anche se l’iniziativa ha un valore prettamente simbolico e non vincolante, l’esito della votazione rappresenta un durissimo segnale politico e una netta rottura interna tra il Grand Old Party e il capo della Casa Bianca. Il fronte conservatore si è letteralmente spaccato sul dossier iraniano: decisivo è stato il passaggio di quattro senatori repubblicani, che hanno scelto di voltare le spalle al proprio presidente per unire le forze con l’opposizione democratica e frenare l’escalation.
Fetterman e gli equilibri in aula
La votazione ravvicinata ha registrato un’eccezione speculare anche sul fronte opposto. Tra i banchi dei democratici si è infatti smarcato il solo John Fetterman: il senatore è stato l’unico esponente dell’opposizione a schierarsi contro la risoluzione, rifiutando di porre un freno ai poteri d’azione di Trump. Nonostante la parziale compensazione, l’approvazione del documento fotografa un momento di forte tensione istituzionale e una crescente insofferenza del Parlamento americano verso le decisioni unilaterali della presidenza in politica estera, proprio mentre
riflettori globali sono puntati sulle delicate manovre diplomatiche attorno a Teheran.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCEICCO AL THANI SI PRENDE VILLA CERTOSA, FINISCE L’ERA DEI BERLUSCONI… LA DINASTIA REALE DEL QATAR L’HA PAGATA 350 MILIONI DI EURO
Porto Rotondo Se non è stata già venduta può essere solo questione di ore, ma la bandiera del Qatar comunque sventola a Punta Lada. Villa Certosa, residenza da mille una notte affacciata sul golfo di Marinella, passa di mano dagli eredi Berlusconi alla famiglia Al Thani, dinastia reale che governa il Qatar da oltre 150 anni e guida l’economia globale attraverso il fondo sovrano che attinge da un patrimonio stimato in centinaia di miliardi di dollari, frutto di immense riserve di petrolio e gas naturale. Tanti soldi e investimenti pesanti, anche in Gallura, dalla Costa Smeralda al Mater Olbia hospital. E tanti soldi sarebbe costata anche la villa di Porto Rotondo: 350 milioni di euro, comunque meno dei 500 di cui si è favoleggiato da un anno a questa parte.
La fine di un’epoca
Indiscrezioni, naturalmente. Il passaggio di mano di Villa Certosa segna definitivamente la fine di un’epoca, peraltro già avviata al crepuscolo con la morte di Silvio Berlusconi il 12 giugno 2023. Da quel momento i figli del Cavaliere non hanno mai mostrato interesse per quella residenza estiva così ingombrante, sempre al centro dell’attenzione e portatrice di pettegolezzi, scandali e rogne di ogni tipo. Così la messa in vendita con voci di trattative che si sono inseguite di anno in anno. Titolare dell’affaire Villa Certosa sarebbe – il condizionale è d’obbligo nel mercato immobiliare di lusso – la Constellation hotels holding Ltd Sca, società di investimenti con sede in Lussemburgo che nell’arsenale finanziario qatariota è il braccio immobiliare, europeo e globale, della famiglia, soprattutto del ricchissimo sceicco Hamad bin Jassim Al Thani, ex ministro degli affari esteri e primo ministro del Qatar dal 2007 al 2013.
La società immobiliare
La Constellation hotels holding Ltd Sca è specializzata nella proprietà a lungo termine, nello sviluppo e nell’acquisizione di hotel di lusso e immobili commerciali di pregio. In pratica, acquista proprietà storiche a cinque stelle nelle capitali del mondo (Londra, Parigi, Roma, New York), ma invece di gestire direttamente gli immobili di solito stipula accordi di gestione a lungo termine con marchi alberghieri internazionali affermati come InterContinental hotels group (Ihg) e Hyatt. Nel suo portafoglio ci sono grandi hotel come l’InterContinental Parigi (330 milioni di euro), l’InterContinental Londra Park Lane (457 milioni di dollari), The St. Regis Roma (150 milioni di euro) e ancora l’Hyatt Regency Parigi-Charles de Gaulle. Visto il modus operandi della Contellation hotels holding Ltd Sca c’è da chiedersi quale futuro si prospetta all’orizzonte di Villa Certosa: abitazione privata? Residenza in affitto per nababbi in vacanza sul modello della Villa H2O a Lu Impostu? Tutto è possibile.
Il Puc di Olbia e le proprietà di Al Thani
Il nome della società lussemburghese è saltato fuori quasi per caso venerdì scorso durante la maratona in consiglio comunale per l’esame delle osservazioni al Puc di Olbia. Una in particolare, protocollata dall’ufficio urbanistica con il numero 28729 del 6 marzo 2026. Sarebbe stato un banale trasferimento di volumetrie da una particella a un’altra, ma quando si tratta di Villa Certosa la banalità non esiste. Meglio approfondire, allora, così si scopre che titolare dell’osservazione al Puc è la società Constellation hotel holding Ltd Sca e non la solita Idra Immobiliare (oggi passata alla Fininvest real estate) custode abituale delle case e dei terreni di Berlusconi. Per sapere chi c’è dietro la società lussemburghese basta un clic e salta fuori la ricchezza straordinaria di Hamad bin Jassim Al Thani (patrimonio netto personale 1,2 miliardi di dollari). La residenza dello sceicco a Doha è il palazzo Al Wajba, ci sono poi un attico a Manhattan, il super yacht Al Mirqab in banchina e appeso a una parete una versione di “Les femmes d’Alger” di Picasso, comprato a un’asta record per 180 milioni di dollari. Due passi a Porto Rotondo, invece, per scoprire che tutti sanno tutto ma ancora sul futuro di Villa Certosa nessuna comunicazione ufficiale.
(da La Nuova Sardegna)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
CROLLANO LE FAVOLETTE DEL GOVERNO, LA PREMIER AVEVA ASSICURATO CHE L’ITALIA NON SAREBBE STATA COINVOLTA
I partiti di opposizione chiedono alla premier Giorgia Meloni di riferire rispetto alle
affermazioni del segretario generale della Nato Mark Rutte che in un’intervista a Fox News ha sottolineato il sostegno europeo all’azione militare Usa contro l’Iran, rilevando che migliaia di voli sono partiti da basi europee per supportare la missione: “Comprendo perfettamente la delusione – ha spiegato -, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme”.
Le dichiarazioni del segretario Nato hanno provocato una dura reazione dell’opposizione. Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, afferma: “Secondo Rutte le basi in Italia ‘hanno svolto un ruolo massiccio’ a sostegno della guerra illegale di Trump e Netanyahu all’Iran, contraria ai nostri principi e ai nostri interessi. Giorgia Meloni aveva assicurato che l’Italia non sarebbe stata coinvolta, e invece si apprende che almeno 500 aerei Usa sarebbero decollati dal territorio italiano, confermando le preoccupazioni che avevamo manifestato in Parlamento, ricevendo vaghe rassicurazioni dal Governo”. L’esponente dem chiede: “Altro che i botta e risposta sui social network, altro che ‘momento Sigonella’! Il governo italiano, e in primo luogo la presidente del Consiglio, ha il dovere di chiarire con urgenza queste gravi affermazioni”.
Per il presidente M5S, Giuseppe Conte, “crollano le favolette del Governo e dei suoi trombettieri. Le parole di Rutte ci confermano quello che abbiamo sempre sostenuto. Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana. Meno male che Meloni ha dichiarato ‘non condanno né condivido’: se avesse condiviso ne sarebbero partiti 5000?”.
Duro l’intervento del capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra Peppe De Cristofaro che commenta: “Il governo venga in aula a spiegare se quanto affermato dal segretario generale della Nato Mark Rutte corrisponde al vero. Giorgia Meloni ha sempre detto che l’Italia non è in guerra e non intende partecipare ad azioni offensive dirette e che l’uso delle installazioni resta limitato alle finalità concordate e al mero supporto logistico e difensivo. Ma soprattutto ha più volte affermato la centralità del Parlamento sull’utilizzo delle basi. Oggi scopriamo dal segretario Nato Rutte che non è vero”.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
UNA NOTIZIA CHE RIDIMENSIONA GIORGIA MELONI E LA SUA POSTURA CON LA SCHIENA DRITTA DI FRONTE ALLE RICHIESTE DI TRUMP (AD APRILE, IL GOVERNO HA NEGATO L’AUTORIZZAZIONE A SIGONELLA, EVIDENTEMENTE PER RAGIONI TECNICHE)
Il segretario generale della Nato Mark Rutte in un’intervista a Fox News ha sottolineato il sostegno europeo all’azione militare Usa contro l’Iran, rilevando che migliaia di voli sono partiti da basi europee per supportare la missione.
“Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme.”
“Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo”, ha affermato Rutte. “Un Paese come la Romania, nella sua capitale Bucarest – ha aggiunto Rutte – ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne. Quindi tutto questo sta accadendo”.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
MARCELLO SORGI: “DA DE GASPERI IN POI NON C’È MAI STATO UN PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ITALIANO IN CATTIVI RAPPORTI CON WASHINGTON. E PROPRIO PER QUESTO OGGI A PALAZZO CHIGI NON SI SA DA DOVE RIPARTIRE PER RICUCIRE CON ‘THE DONALD’”
La sfilata degli Alpini in cui Meloni è apparsa felice e sorridente, tra i militari con il
caratteristico cappello con la piuma e le due ali di folla che li festeggiavano, si può considerare il via all’ultimo anno in carica della premier prima delle elezioni in cui si giocherà la riconferma o il ritorno all’opposizione.
D’improvviso, la premier ha avuto una trovata come le succede quand’è in difficoltà. E che si tratti di uno dei momenti più complicati da quand’è a Palazzo Chigi non ci sono dubbi.
Mai le relazioni politiche con gli Stati Uniti, gli alleati strategici più importanti, si erano così consumate in pochi giorni, checché ne dicano il ministro degli Esteri Tajani e quello della Difesa Crosetto, che sognano di riallacciare il filo atlantico al più presto.
Mai l’ardita costruzione con cui Meloni si era presentata ai partner europei come “ponte” verso gli Usa e agli americani come guardiana dei rapporti con l’Europa era franata tutt’insieme. Peggio di così.
Ma proprio perché ormai la politica estera, come la politica tout court, non viaggia per trattative, accordi, documenti tradizionali, ma si nutre di immagini a sorpresa (la famosa foto che Trump accusa Meloni di aver “implorato” di avere), i quadretti con gli alpini sembrano fatti apposta per finire sui social e solleticare l’attenzione del presidente americano, un uomo da riconquistare quasi come un amante deluso, passi il paragone non certo appropriato.
E dunque: ci sono i militari di uno dei corpi delle Forze Armate a cui la gente è più affezionata; ci sono i veterani, una categoria che nell’immaginario americano riveste un rispetto particolare; c’è il popolo che ai due lati della sfilata esprime il proprio attaccamento a chi porta la divisa. E in mezzo a tutti loro c’è lei, Giorgia, che saluta e ringrazia con il tipico gesto delle mani giunte, incassando l’affetto che è suo e dei soldati.
Trump, tiè!, viene da immaginare, pensando alle frasi sulla crisi di popolarità che l’inquilino della Casa Bianca le aveva rivolto.
Forse è stata un’imprudenza, da parte di Meloni, man mano che le cose con Trump andavano peggio – dalla “sgradita” difesa del Papa alla crisi di “Sigonella 2” – lasciare che tutto andasse così, sperare che il tempo potesse essere una medicina, o addirittura affidarsi alla foto cercata e trovata al G7 di Evian.
Stavolta sì, occorreva subito cercare un rimedio, quantomeno un cerotto in attesa che la ferita cominciasse a rimarginarsi. E invece niente. In fondo, all’epoca di “Sigonella 1”, quarant’anni fa, Craxi, dopo aver evitato per due giorni di rispondere al telefono a Reagan e all’ambasciatore americano, si adoperò per una rapida soluzione, e nel giro di una settimana si ritrovò di nuovo invitato alla Casa Bianca.
Altri tempi, si dirà. E non c’è dubbio che sia così. Eppure – Meloni è la prima a saperlo – la rottura con Trump è il primo serio incidente che, se non sarà risolto al più presto, può mettere in discussione il ruolo di Meloni come capo del centrodestra, candidata a succedere a se stessa e a governare nei prossimi anni.
Da De Gasperi in poi infatti non c’è mai stato un presidente del consiglio italiano in cattivi rapporti con Washington, senza distinzione tra presidenti repubblicani o democratici. Figurarsi adesso che l’Italia è alle prese con un personaggio imprevedibile come Trump, alle sue simpatie e antipatie, ai suoi (cattivi) umori. E proprio per questo oggi a Palazzo Chigi non si sa da dove ripartire per ricucire con “The Donald”.
I problemi internazionali, se non altro, hanno avuto l’effetto di spostare in secondo piano, se non sullo sfondo, la questione Vannacci, fino a tre giorni fa al primo posto sul tavolo della premier. Nei corridoi di Montecitorio sono in molti a dire che con il generale in continua ascesa nei sondaggi tutto si risolverà con l’ingresso del suo partito nella coalizione.
E tuttavia, non è così facile come si dice. Innanzitutto perché a Meloni non fa affatto piacere dover implorare – è il caso di adoperare questo verbo – il generale, dopo averlo accusato di fare il gioco della sinistra ed aver replicato così ai suoi seguaci alla Camera.
Tra l’altro Meloni sa – per inciso – di dover assicurare loro un posto in Parlamento per la prossima legislatura, quando invece di qualcuno si sarebbe liberata molto volentieri. Inoltre, se il suo ritmo di crescita si manterrà costante, Vannacci potrebbe presentarsi al tavolo delle trattative per le liste come capo del secondo partito (adesso è il terzo, dopo Forza Italia) della coalizione.
Un bello smacco per gli alleati che si sono fatti il mazzo per sostenere il governo per oltre quattro anni. E ancora non è affatto detto che il generale, ottenuto quel che si aspetta dalla premier, si rassegni a una campagna elettorale da vero alleato, rinunciando a definirsi unico rappresentante della “destra autentica” a dispetto di Meloni, Tajani e Salvini che non lo sarebbero più. Esiste una lunga serie di precedenti, in tal senso: a partire da quello di Bossi che nel ‘94 chiamava il Cavaliere “Berluskaiser”.
Infine la premier ha da preoccuparsi, oltre che dei suoi guai, di quelli di Forza Italia e Lega. La prima guidata da un consolato, chiamiamolo così, composto da Marina e Pier Silvio Berlusconi, ai quali il leader in carica (non si sa per quanto) Tajani deve rivolgersi prima di aprire bocca.
E la seconda a brandelli, con un segretario, Salvini, evidentemente a fine corsa e contestato dall’ala nordista, la sola che sia in grado di mantenere il Carroccio, sorpassato da Vannacci nei sondaggi, sopra la linea di galleggiamento. Ai nastri di partenza di una campagna lunga un anno, tutto questo pesa sulle spalle di Meloni: l’alpina che s’è messa in marcia, per dimostrare che non si arrende.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
PER ANNI “MAD VLAD” HA BOMBARDATO LE CITTÀ UCRAINE, SPIEGANDO CHE LA GUERRA ERA LONTANA MA NECESSARIA. ORA CHE LE PARTI SI SONO INVERTITE, IL CASTELLO DI CARTA DELLO “ZAR” STA CROLLANDO
Diceva Abba Eban che uomini e nazioni cominciano a comportarsi saggiamente solo dopo aver esaurito tutte le alternative. Nelle guerre, la diplomazia arriva quando nessuno vince ma tutti hanno scoperto quanto costa continuare.
Mentre le bombe plananti russe si abbattono su Kharkiv e Zaporizhzhia, l’Europa si spacca sul se e il come negoziare con Putin e il presidente Usa dice che vuole «semplicemente la pace», l’Ucraina cambia passo e, usando le parole del presidente Zelensky, «riporta la guerra da dove è arrivata, in Russia».
La tattica è doppia: strozzare la logistica nei territori occupati e rovesciare il racconto russo. Per anni Mosca ha bombardato Kyiv, Kharkiv, Odesa, Dnipro, Sumy, spiegando ai propri cittadini che la guerra era lontana e necessaria. Adesso sono i moscoviti a guardare il cielo, a essere costretti a fare slalom tra i denti di drago sulle spiagge della Crimea occupata o a sperare che gli aeroporti riaprano per portarli in vacanza.
Gli attacchi in profondità di Kyiv battono il tempo alla Russia con colpi sistematici su raffinerie, logistica, approvvigionamento militare mentre l’offensiva nel Donbas è sostanzialmente immobile.
La scommessa ucraina è arrivare a settembre in una posizione negoziale più forte, che non lasci a Putin nessuna alternativa se non negoziare.
eri quasi 60 droni sono stati intercettati mentre si dirigevano verso Mosca, costringendo gli aeroporti della capitale a sospendere le operazioni. In totale, ne sono stati abbattuti oltre 300 in tutto il Paese. Colpito anche il centro di comunicazioni satellitari di Dubna, a 150 chilometri dalla capitale.
La Crimea occupata, dove ieri hanno annullato tutti i campi estivi, è stata isolata, non ha più carburante ed è precipitata in un “blocco della logistica”, termine coniato dal ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov che poco meno di un mese fa ha annunciato un’espansione degli attacchi a medio raggio contro le posizioni russe a distanze comprese tra 150 e 300 km.
L’obiettivo è distruggere sistematicamente le capacità logistiche nelle retrovie operative e trasformare la penisola in un’isola. Le autorità filorusse hanno sospeso le vendite di carburante, hanno bloccato le attività turistiche e, a Sebastopoli, tutti gli eventi all’aperto.
Sul terreno, la strategia ucraina ha spostato il baricentro dalla linea del fronte alla guerra contro la retrovia: raffinerie, ponti, depositi, terminal petroliferi, nodi di comunicazione e impianti industriali.
Oltre 32 regioni della Federazione Russa sono colpite dalla carenza di carburante, di cui 13 soltanto ieri. Kyiv sta colpendo le fonti di finanziamento e di approvvigionamento della macchina bellica russa. È un cambio di scala e prospettiva che lavora su due fronti: non soltanto difendere le città ucraine, ma rendere più costoso per Mosca continuare la guerra
Il messaggio di Zelensky, intanto, sembra essere arrivato anche al Cremlino, dove si inizia a pensare che la guerra potrebbe allargarsi di nuovo verso Nord, lungo il confine bielorusso […]. Il presidente ucraino ha dato a Lukashenko una settimana per smantellare i quattro ripetitori che, secondo l’intelligence di Kyiv, servono a guidare i droni russi. «Se non li smantellerà lui, lo faremo noi», ha detto Zelensky.
Sull’altro lato del fronte, le autorità ucraine parlano di cinque morti, tra i quali tre membri di una famiglia nella regione di Sumy.
È il modo russo di chiudere il cerchio. Kyiv colpisce le raffinerie, la Crimea resta a secco, le code ai distributori arrivano nelle regioni russe e la Bielorussia aumenta le forniture di benzina e diesel a Mosca. Non è un fronte, ancora. Ma è già una retrovia che l’Ucraina non considera più intoccabile. E se la guerra cambia forma, il confine bielorusso torna a essere ciò che era all’inizio dell’invasione, una delle porte attraverso cui la Russia prova a tenere aperta la sua guerra.
(da La Stampa)
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Giugno 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL SOSTEGNO MAGA E TRUMPIANO SI VOLTERÀ VERSO ALTRI SOGGETTI. MENTRE MELONI DOVRÀ TROVARE UNA POLITICA ESTERA NEO-EUROPEISTA, DOVRÀ SPIEGARLA, DIFENDERLA. CON QUALE CREDIBILITÀ?
Da Giorgia a Gigiorgia è un attimo. Ora che tutto è finito in una lite tra comari da far
impallidire quelle (in realtà elegantissime) tra i ministri della Prima Repubblica, si fa presto a dire che «Trump è un coglione», come ha informato Alessandro Sallusti su Libero, che con il coglione di cui sopra ha condiviso la copertina dell’edizione americana del suo libro-intervista alla presidente del Consiglio, prefata J.D. Vance e pregiata di una frase lusinghiera del presidente americano: «Meloni è una dei più grandi leader del mondo».
Ma è anche grazie a Trump che Giorgia è diventata Meloni e poi premier. Non c’è solo l’appiattimento del governo italiano sugli Usa fino a pochi mesi fa. Ancora il 16 febbraio Meloni disse di non condividere gli attacchi del cancelliere tedesco Merz al movimento Maga.
Per non parlare del trattamento sprezzante riservato ai giornalisti che gli chiedevano di prendere le distanze da Trump: «Che facciamo? Usciamo dalla Nato, chiudiamo le basi americane? O assaltiamo i McDonald’s?».
Era il 2 marzo 2019, quando Meloni fu l’unica politica italiana chiamata a parlare al Conservative Political Action Conference (CPAC) a Washington: «Questo invito dimostra il crescente interesse attorno a noi», disse la leader di Fratelli d’Italia.
In quel momento Donald Trump era a metà del suo primo mandato alla Casa Bianca, il panel era dedicato al “futuro della democrazia in Europa e nel
Venezuela”. Meloni non ritenne che accostare Maduro a Bruxelles fosse ridicolo, anzi.
«In Venezuela, ma anche in Europa combattiamo una diversa battaglia per la libertà, meno eclatante ma ugualmente vitale», disse. «La democrazia in Europa è diventata un inganno. Si arriverà allo scontro finale tra la nostra Europa e l’Europa dei Macron e delle Merkel. Dobbiamo abbattere questa Unione europea per riconsegnare la sovranità ai popoli europei oggi usurpata dalla visione mondialista».
FdI era un piccolo partito all’opposizione, aveva il 4,3 per cento, meno di quello che oggi i sondaggi accreditano al generale Roberto Vannacci. La sua crescita comincia in quei mesi, quando fallisce il tentativo di Salvini (allora vicepremier di Conte) di agganciare Trump e Meloni diventa il punto di riferimento degli americani, con il gruppo dei conservatori europei.
Quanto ha contato questa vicinanza con Trump nell’ascesa di Meloni al potere, nella sua trasformazione in una specie di principessa dell’Internazionale sovranista, celebrata da Trump e da Elon Musk nel 2024 all’Atlantic Council: «È onesta, vera, autentica».
E poi l’invito a Mar a Lago per liberare Cecilia Sala. E la benedizione dell’ambasciatore Tilman Fertitta al ricevimento per la Festa dell’Indipendenza a Villa Taverna di un anno fa: «Giorgia Meloni è una leader forte e una grande amica degli Stati Uniti».
Ora che Trump ha retrocesso Meloni da principessa a piccola fan reietta, i giornali della destra e i retroscenisti di Palazzo scoprono che Trump punta a picconare l’Europa con il sostegno nei vari paesi alle forze estremiste e anti-europeiste. Una scoperta tardiva: tra queste forze nell’ultimo decennio il più partito beneficiato in Italia è stato Fratelli d’Italia.
Nel botta e risposta via social di sabato, in attesa della puntata successiva, la questione del consenso è stata brutalmente messa sul tavolo da Trump: «Meloni vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri».
È vero il contrario, come ha replicato la stessa premier: «Essere tua amica non ha certo favorito la mia popolarità». Meloni prova a cambiare narrazione e a
identificare se stessa con la Nazione, per risalire nei sondaggi. La dignità nazionale è una cosa molto seria. L’Italia non implora, certo.
Ma Meloni avrebbe fatto bene a dirlo quando Trump ha imposto i dazi capestro o quando il Board of Peace ha certificato l’azione devastatrice di Netanyahu a Gaza. Il sostegno Maga e trumpiano si volterà verso altri soggetti. Mentre Meloni dovrà rapidamente trovare una politica estera neo-europeista, dovrà spiegarla, difenderla. Dovrà raccontare la versione di Gigiorgia. Con quale credibilità?
(Il centrosinistra di opposizione ha la possibilità di costruire una sua politica estera credibile e alternativa, evitando di ridursi a spettatori. Niente pop corn).
Marco Damilano
per “Domani”
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