Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA LOGISTICA UN UMANOIDE PUÒ COSTARE 10-12 DOLLARI L’ORA, CONTRO CIRCA 30 PER UN LAVORATORE IN CARNE E OSSA. OGGI SERVONO DUE ROBOT PER EGUAGLIARE LA PRODUTTIVITÀ DI UNA PERSONA, MA IL RAPPORTO POTREBBE SCENDERE A 1,2-1,3. IL PREZZO RESTA ALTO: CIRCA 120 MILA DOLLARI A UNITÀ, BEN OLTRE I 20-30 MILA INDICATI DA ELON MUSK COME OBIETTIVO DI LUNGO PERIODO… RESTANO TRE OSTACOLI: CERVELLO, MANI E CATENA DI FORNITURA
JPMorgan prevede un’impennata della domanda di robot umanoidi nel settore manifatturiero statunitense. La banca americana ancora a uno studio questa previsione che va a cadere in un settore manifatturiero americano che soffre di 462mila posti vacanti, destinati a salire a 1,6 milioni nel 2030.
Un quarto potrebbe essere coperto da robot umanoidi, quota che con i progressi tecnologici potrebbe arrivare al 50%. Il conto economico spiega perché: nella logistica un umanoide può costare 10-12 dollari l’ora, contro circa 30 per un lavoratore.
Oggi servono due robot per eguagliare la produttività di una persona, ma il rapporto potrebbe scendere a 1,2-1,3. Il prezzo resta alto: circa 120 mila dollari a unità, ben oltre i 20-30 mila indicati da Elon Musk come obiettivo di lungo periodo.
Restano tre ostacoli: cervello, mani e catena di fornitura. Ma il mercato corre, mentre la Cina controlla circa l’85% del settore globale.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
PIU’ SI ACCAVALLANO LE DICHIARAZIONI ANTI-PRIMARIE DI FRANCESCHINI, ORLANDO, SPERANZA, ETC., PIU’ SCHLEIN TEME CHE SI INFRANGA IL SUO PSICO-DELIRIO DI ANDARE A PALAZZO CHIGI… LORENZO GUERINI, CAPO DELLA MINORANZA RIFORMISTA, SPERA NEI FRANCHI TIRATORI DI LEGA E FORZA ITALIA: “SIETE SICURI CHE LA LEGGE ELETTORALE VERRÀ APPROVATA?” (BOCCIATA LA RIFORMA MELONI, NON SERVE L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER)… E IL CONTE RAMPANTE? GIOCA A NASCONDINO CALZANDO LE SUE MASCHERE, DICE DI NON AVERE AMBIZIONI PERSONALI E MANDA AVANTI LA QUINTA COLONNA DEI 5STELLE NEL PD, GOFFREDO BETTINI
Più che le primarie, servono i cerotti. La Speranza della sinistra è la destra. Lo schema, il
grande gioco è spiegato da Lorenzo Guerini, il capo dei riformisti del Pd: “Siete sicuri che la legge elettorale verrà approvata?”. E’ facile, ed è la salvezza. Senza nuova legge non servono le primarie, senza primarie si evita il tormento, e senza tormento non c’è “la ferita”. La soluzione passa dalla Lega e da Forza Italia. Credevamo fosse un campo largo ma era solo un sanatorio, tintura di iodio. Se perde Schlein, l’elettore del Pd non vota Conte, ma se perde Conte, l’elettore del M5s non vota Schlein.
Ascoltate Angelo Bonelli sulle primarie da evitare: “Saranno primarie che rischiano di essere divisive, laceranti, all’ultimo voto”. Se Speranza propone di indicare il partigiano o un diciottenne come capo della coalizione, Bonelli risponde con tragica storia italiana:
“Possiamo indicare il presidente dei comitati delle vittime delle stragi di Piazza Fontana o della Strage di Bologna, una figura per evidenziare lo sfregio di questa legge elettorale”.
Sta girando una frase stupenda, di un Franceschini apocrifo: “Le primarie rischiano di determinare due sconfitti. Uno perderà le primarie e l’altro le elezioni”. La grande festa di Prodi si è ridotta alla lungadegenza del progressista.
Premessa: a sinistra sono tutti in vacanza, ma quando il parlamentare di sinistra vi risponde che è in vacanza ha riempito almeno venti cartelle dattiloscritte, proposto un articolo a Rinascita, letto i necrologi di pagina 46, ripassato i Quaderni del Carcere di Gramsci e telefonato a Gianni Cuperlo per suggerire un seminario per l’autunno.
L’ex ministro Enzo Amendola, dal suo ritiro, ricorda che il vecchio dirigente comunista ad agosto taceva: “Funzionava così: almeno ai tempi dell’Unità. Silenzio ad agosto, riflessione lunga e prolungata e a settembre veniva pubblicata l’intervista del segretario che dettava la linea”.
E’ la versione comunista dell’adagio del sommo Giuseppe Sottile, il Flaubert di Gangi, che sempre ammonisce: “Più lunga è la pensata e più grande è la minchiata”.
Guerini è dall’altra parte del mondo e ragiona sul viaggio del capo della CIA a Mosca. La verità è che non sanno come far capire “a quei due”, Conte e Schlein, che si devono fare da parte. Come nasce l’intervista di Speranza al Corriere? Siamo oltre il “mandante del mandante” che immagina Ranucci per estrometterlo dalla Rai. La confessione dalla grata del Pd: “E’ tutta farina di Bettini che avrebbe triangolato con Franceschini. E’ un disegno”.
Al solito, l’arabesco. Ci sarebbe anche l’idea che Speranza l’abbia rilasciata per lanciare Bersani. Chiamiamo al lido Conte beach, ai nostromi dell’ex presidente. Spiegano dalla prua: “Il presidente antepone il bene del progetto. La sua sola ambizione è mandare via Meloni. Solo questo. Non ha ambizioni personali” (si vede già presidente del Senato e poi al Quirinale).
Sta facendo capire che fra i due il “generoso” è lui e che in Liguria c’è il precedente di Andrea Orlando, che perse perché il M5s, nato contro il Pd (non lo ricorda più nessuno) decise di non aiutarlo con generosità… Come ha preso Elly Schlein la preziosa lettura dell’intervista di Speranza, l’amabile Bob Hope, l’uomo più tenero del mondo che in pratica ha affondato il pugnale di gomma piuma?
Dallo Schlein Maracaibo dicono che “la segretaria si occupa degli argomenti che interessano agli italiani. Il carburante”. Solo che la materia primarie è infiammabile. Una volta letta l’intervista, Schlein ha promesso: “A Reggio Emilia, alla festa dell’Unità, parlo io”, e ha aggiunto: “Le interviste sulle primarie? Sono solo esercizi intellettuali”.
E qui si torna alla ferita, perché appena si parla di primarie vi replicano con sofferenza, come fa l’acatapano di Roma, Claudio Mancini: “La ferita, lo strappo … Servono mesi per la sutura”. Come fissare le primarie, le regole e con l’Ucraina?
Il saggio Bonelli: “E chi perde, accetta il risultato?”. Finirà con il riconteggio delle schede. Il guaio è che per la matematica sono perfino destinati a vincere. Pensa Guerini, con l’abaco, che “Forza Italia e Lega insieme non raggiungono il 13 per cento. Significa che con la nuova legge vinciamo noi”.
La scommessa del Comintern del Pd, Orlando-Franceschini-Guerini-Speranza, è che la legge elettorale salti grazie alla Lega. Se non vi siete persi fino a questo punto, siete pronti per il grande salto, l’azzardo, dei dirigenti del Pd.
Ecco la convinzione: Zaia-Fontana-Fedriga-Romeo hanno l’interesse a tenere la vecchia legge elettorale perché al nord possono vincere tutti i collegi uninominali e quindi alla fine la legge non passa.
Se la legge viene bocciata è altrettanto naturale che Meloni si dimetta. Tolta la legge, tolte le primarie, anche la sinistra si toglie l’impiccio. A sinistra la notte è sempre mille e una, va allungata (per non arrivare alle primarie).
(da il Foglio)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
DA VIA DELLA SCROFA SUBITO CORRONO AI RIPARI: “PAROLE A TITOLO PERSONALE, NON È LA NOSTRA POSIZIONE”. NON QUELLA UFFICIALE, MA QUANTI NEL PARTITO DELLA MELONI LA PENSANO COME CIRIELLI?
“Chiamerei Vannacci e gli chiederei quali problemi vuole risolvere, se vuole fare il ministro, quali responsabilità intende assumersi e quali soluzioni propone”. Così il vice ministro degli Esteri Edmondo Cirielli, esponente di Fratelli d’Italia, oggi a Ischia, a margine della presentazione del circolo isolano di Gioventù Nazionale.
“Mi auguro che si possa governare insieme a Vannacci. Se loro vogliono governare con noi, non vedo perché dovremmo escluderli”, ha aggiunto per poi spiegare: “Potrebbero imprimere una spinta maggiore sul versante della sicurezza oppure indurre FdI a concentrare maggiormente l’azione su questo tema”.
“Sono parole a titolo personale. Non è la posizione di FdI”. Lo affermano all’ANSA fonti del partito di Giorgia Meloni, a proposito delle dichiarazioni del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, che si è augurato che “si possa governare insieme a Vannacci”.
“Cirielli getta la maschera di Fratelli d’Italia: alla disperata caccia di Vannacci per non perdere le comode poltrone di governo. La rincorsa a destra è solo all’inizio, visti i numeri devastanti della Lega. Che finaccia: a inseguire il cattivismo del generale. Sbugiardati. Un caro saluto a Tajani”. Lo dice il senatore del Pd Filippo Sensi, replicando al viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli che oggi auspica: “spero si possa governare con Vannacci”.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA E IL GOVERNATORE LEGHISTA FONTANA HANNO DATO IL LORO OK ALLA PROCEDURA, SCATENANDO L’IRA DEI FRATELLI D’ITALIA TUTTI “DIO, PATRIA E FAMIGLIA”… LO SCONTRO SUL FINE VITA VA IN SCENA PURE A LIVELLO NAZIONALE: IN SENATO L’ITER DELLA LEGGE E’ BLOCCATO DAI MELONIANI
Per nove mesi la richiesta di Domenico Zuccarella è rimasta sui tavoli della sanità
lombarda. Fino al 25 agosto, quando il 59enne, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, ha potuto ricorrere al suicidio medicalmente assistito.
E per la prima volta, in Lombardia, è stato il Servizio sanitario regionale a farsi carico dell’intera procedura (personale sanitario volontario, farmaco, strumentazione e luogo) e non più soltanto della verifica dei requisiti. Un risultato arrivato dopo 290 giorni di attesa, nonostante le linee guida prevedano un termine massimo di 145.
Era stata la scelta della maggioranza di centrodestra, ma non senza distinguo. Non è un mistero la posizione aperturista di Forza Italia e dello stesso presidente Attilio Fontana. Così come quella dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso che però ieri, per neutralizzare l’eccezionalità politica della notizia, ha invocato la privacy del paziente. «Abbiamo mantenuto il riserbo per sua volontà».
All’anima più conservatrice della coalizione di centrodestra, la cosa non è andata giù. E infatti è intervenuto il consigliere di FdI Matteo Forte osservando che «le linee guida dell’assessorato al Welfare non riflettono l’indirizzo politico espresso dal Consiglio regionale con il voto del 19 novembre 2024» quando il Pirellone aveva deciso che non spettasse alla Regione occuparsene.
(da “la Stampa”)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA REDAZIONE DELLA TRASMISSIONE È SPACCATA: UNA PARTE CONSISTENTE CHIEDE DI ANDARE AVANTI ANCHE SENZA IL CONDUTTORE STORICO. E HA SCRITTO UNA LETTERA AL DIRETTORE DEGLI APPROFONDIMENTI RAI, PAOLO CORSINI – LE IPOTESI PER RANUCCI: RICOLLOCARLO COME VICEDIRETTORE A RAINEWS O AL TG3
Gli inviati di Report hanno scritto una lettera riservata al direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, nella quale formulano una serie di proposte per il futuro del programma senza Sigfrido Ranucci.
C’è chi dice che il documento degli inviati sarebbe sollecitato da Corsini e chi lo nega. Ma la sostanza della missiva è la seguente: sono pronti a mandare avanti Report anche senza di lui.
È una mossa che ha complicato ulteriormente i rapporti con Ranucci, travolto da una violenta campagna denigratoria seguita al clamoroso coinvolgimento di Valter Lavitola, faccendiere di lungo corso e da tempo grande amico del conduttore, nell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 davanti alla casa del giornalista a Campo Ascolano, sul litorale di Pomezia (Roma).
Ranucci si sente tradito dai colleghi con cui ha lavorato fianco a fianco per anni […]. La redazione […] è spaccata: ieri una parte proponeva un documento di piena solidarietà a Ranucci, ma la proposta non è passata almeno per il momento. C’è chi pensa che senza il suo storico conduttore la trasmissione d’inchiesta sia già finita e chi ha deciso che per salvare il programma non ci si possa immolare per lui.
Da tempo i giornali scrivono che Ranucci è fuori dal futuro di Report, senza smentite da parte dell’azienda. Dai vertici Rai è trapelata prima l’idea di sospenderlo. Poi quella di una ricollocazione del conduttore, che ha la qualifica di vicedirettore Rai e quindi potrebbe andare a fare il numero due in una testata, si vocifera RaiNews24 o il Tg3, senza che l’azienda si esponga a una causa per demansionamento.
Ma evidentemente non è così facile: né mandare a casa il volto che da dieci anni si identifica con Report, né sostituirlo, altrimenti l’avrebbero già fatto. La destra non vede l’ora e una “sfiducia” degli inviati storici del programma potrebbe accelerare l’operazione.
Per quanto si apprende da fonti qualificate dell’azienda restano in campo tutte ipotesi, anche quella di dover fare i conti con un eventuale ritorno a Report di Ranucci laddove la sua rimozione venisse stoppata in sede giudiziaria.
La lettera trasmessa martedì a Corsini resta riservata, a richiesta del Fatto Quotidiano però gli inviati precisano: “Nessuno si è mai sognato di sfiduciare Ranucci. Non siamo così ingenui da prestare il fianco ai tanti nemici di Report.
Dal momento che è stata annunciata una convocazione di tutti gli inviati per la prossima settimana, per evitare di dover subire una decisione unilaterale dell’azienda, alla luce di colloqui già effettuati dalla Rai con soggetti esterni alla squadra, ci siamo limitati a far sapere alla dirigenza – si legge ancora nella nota degli inviati di Report – che le professionalità interne al programma sono in grado di garantire la piena operatività senza bisogno di ricorrere a nessuna figura esterna che verrebbe percepita dalla redazione come un tentativo di normalizzazione e commissariamento”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FATTO”: “QUESTA DIREZIONE GENERALE TUTTA SPECIALE DOVREBBE ANDARE A MARIA ROSARIA CAMPITIELLO, MOGLIE DEL POTENTE VICEMINISTRO FDI EDMONDO CIRIELLI. UNA POLTRONA AL RIPARO DALLA SCADENZA DELL’INCARICO ATTUALE, PREVISTA PER GIUGNO 2027, E DALL’EVENTUALE SPOILS SYSTEM. LADY CIRIELLI È UNA GINECOLOGA CHE HA AVUTO UNA RAPIDISSIMA ASCESA AI VERTICI DEL MINISTERO…”
Nei corridoi semideserti di Lungotevere Ripa, il 25 agosto, il ministero della Salute ha
cancellato l’interpello pubblicato a marzo e ne ha pubblicato uno nuovo per scegliere il direttore generale dell’Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria.
Politicamente, però, il passaggio è assai più significativo: alla Salute stanno costruendo una direzione generale tutta speciale, che dovrebbe andare a Maria Rosaria Campitiello, moglie del potente viceministro Fdi Edmondo Cirielli. Una poltrona al riparo dalla scadenza dell’incarico attuale, prevista per giugno 2027, e dall’eventuale spoils system.
Il nome di Campitiello, del resto, come scritto dal Fatto, circolava già a inizio anno. Poi, dopo il clamore, il cambio di rotta: due uffici del suo dipartimento sono stati trasferiti all’Organismo e il nuovo interpello è stato ridisegnato, a firma di Stefano Lo Russo (storicamente legato alla stagione dell’ex ministro Speranza).
Lady Cirielli è una ginecologa che ha avuto una rapidissima ascesa ai vertici del ministero: dalla segreteria tecnica del ministro Schillaci nel 2023 alla guida del Dipartimento della prevenzione nel 2024.
Oggi è di nuovo in pole position, anche perché, con ogni probabilità, a valutare la candidatura saranno gli stessi del precedente interpello. Diversamente dalle altre direzioni, l’Organismo non sta sotto un capo dipartimento, né sotto il capo di gabinetto, ma risponde direttamente al ministro.
Al ministero qualcuno lo definisce, senza troppi giri di parole, un “accrocchio”, con un portafoglio di deleghe sconfinate ed eterogenee: dal monitoraggio del Piano sanitario nazionale e dei Patti per la salute al Centro nazionale per la prevenzione al riconoscimento degli Irccs, metà dei quali privati e destinatari di ingenti finanziamenti pubblici. Il nodo più delicato resta quello della sovrapposizione delle competenze con il rischio di duplicazioni e conflitti di competenze.
Edmondo Cirielli, peso massimo della maggioranza, già fautore della legge sulla prescrizione “ex Cirielli”, durante il ventennio di B. Sul versante politico, la famiglia Cirielli è presente anche nei palazzi europei. Italo Giuseppe Cirielli De Mola, figlio di Edmondo, figura a Bruxelles tra gli assistenti accreditati al Parlamento europeo dell’eurodeputato meloniano Alberico Gambino.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
“LA FRASE ‘TUTTI AMIAMO IL NOSTRO PAESE’ MI SI STROZZA IN GOLA. OGGI AMARE IL NOSTRO PAESE È COME IL CONIUGE MALTRATTATO CHE DICE DI AMARE IL SUO AGUZZINO. NON POSSO AMARE UN PAESE CHE SCATENA GUERRE STUPIDE, DISUMANE E FOLLI. NON POSSO AMARE UN PAESE CHE TOGLIE L’ASSISTENZA SANITARIA A MILIONI DI PERSONE PER ARRICCHIRE I COMPARI DI TRUMP ED EPSTEIN”
Per la prima volta al di fuori di un film o di una fiction, Stefano De Sando, storica voce italiana di Robert De Niro, doppia in esclusiva l’attore americano a Sabaudia Incontra, la rassegna promossa dal Comune di Sabaudia e moderata dal vicedirettore del Tg La7 Andrea Pancani.
De Sando presta la sua voce al duro intervento pronunciato da De Niro a New York a metà giugno 2026, durante il concerto-protesta Rise Up, Sing Out. In quell’occasione l’attore ha criticato duramente Donald Trump, definendolo un “tiranno razzista, misogino e xenofobo” e paragonando l’amore per l’America guidata dall’attuale presidente a quello di una persona che continua ad amare un coniuge abusivo.
Un momento inedito e di forte impatto: la voce che ha reso riconoscibile Robert De Niro al pubblico italiano esce per la prima volta dal grande schermo e dà voce alle sue parole nella realtà. Alla serata dedicata alla figura di Donald Trump hanno partecipato, oltre a Di Sando, Grazia Di Maggio (FDI) Alan Friedman e Massimiliano Lenzi.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL NOTO GEOLOGO: “CI SONO STATI ANCHE IN ITALIA EVENTI MINORI DEL GENERE: LA VALANGA DELLA MARMOLADA DEL 2022 E L’ALLUVIONE DI BARDONECCHIA DEL 2023”
Lo zero termico sale oltre le vette più alte, i ghiacciai fondono e le montagne perdono il
collante naturale che le tiene insieme da milioni di anni. Il disastro avvenuto in Nepal e Tibet – dove una catastrofica frana ha causato centinaia di morti e migliaia di dispersi – è l’ennesimo campanello d’allarme di un equilibrio idrogeologico spezzato dal riscaldamento globale.
Già, il cambiamento climatico. Ancora e sempre lui. In attesa di analisi più approfondite, appare già chiaro che il disastro sull’Himalaya non è stato causato da una serie di terremoti, come inizialmente ipotizzato, bensì dall’improvviso e imprevedibile collasso di un’enorme massa di ghiaccio e detriti su un lago glaciale in alta quota che, dopo aver oltrepassato gli argini, si è riversato a valle causando gli impatti catastrofici immortalati anche in alcuni impressionanti video.
Una dinamica che, fatte le debite differenze, ricorda la tragedia del Vajont del 1963 ma che, in scala fortunatamente ridotta, si sta verificando già anche sull’arco alpino italiano, come dimostrano la valanga sulla Marmolada del luglio 2023 e l’alluvione di Bardonecchia dell’anno successivo. Fanpage.it ne ha parlato con Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, che non ha dubbi: di fronte a un equilibrio idrogeologico ormai compromesso dal riscaldamento globale è sempre più urgente mettere in sicurezza il territorio azzerando il consumo di suolo zero, bloccando ogni nuovo cantiere in quota e trovando finalmente il coraggio di fare un passo indietro. Insomma, lasciare finalmente “in pace” le Alpi e smetterla di edificare per assecondare le esigenze del turismo di massa.
Professor Tozzi, partiamo dal drammatico evento avvenuto in Nepal e nella regione cinese del Tibet. Dal punto di vista scientifico e geologico, cosa ha scatenato questa catastrofica colata di acqua, fango e rocce?
Al momento non abbiamo ancora una certezza assoluta, ma i primi riscontri ci dicono cose molto interessanti. Inizialmente si era valutato il possibile impatto di un terremoto, visti i sismi di magnitudo 4, 4.5 e 5.2 registrati nell’area, tuttavia, gli studiosi dell’USGS – il servizio geologico degli Stati Uniti – hanno stabilito che quelle scosse sarebbero state in realtà provocate dal crollo stesso della frana, non il contrario. Quando una massa rocciosa enorme precipita da quote così elevate, l’impatto sul terreno può generare terremoti locali. Escludendo quindi la causa sismica come innesco primario, lo scenario più probabile vede come colpevole l’accumulo eccessivo e concentrato di acqua di fusione dei ghiacciai. Questa massa d’acqua ha rotto gli argini naturali in cui era trattenuta ed è precipitata a valle tutta insieme, trascinando con sé rocce, detriti e ogni cosa che ha trovato sul suo corso.
Si può ipotizzare una correlazione diretta tra questo disastro e la crisi climatica che stiamo attraversando?
Molto probabilmente sì, anche se in attesa di verifiche più approfondite usare il condizionale è d’obbligo. Il fenomeno si è verificato verso la fine dell’estate, proprio nel periodo in cui i ghiacciai raggiungono il loro minimo storico annuale di consistenza. Il riscaldamento globale ha, come risultato generale, quello di acuire i fenomeni estremi, vuoi per il maggiore calore presente in atmosfera e la maggiore quantità di vapore acqueo, che causano precipitazioni spesso molto violente, vuoi – a livello locale – per queste situazione che interessano l’arco alpino himalayano; le grandi catene montuose d’alta quota, come l’Himalaya, sono ambienti incredibilmente delicati e sensibili ai cambiamenti climatici: essendo le aree in cui si concentra la maggior parte dei ghiacci del pianeta, sono anche quelle più direttamente colpite e destabilizzate dal surriscaldamento atmosferico.
Spostiamoci a casa nostra: un disastro di questa portata, naturalmente su scala ridotta, potrebbe verificarsi anche sull’arco alpino?
In realtà, eventi simili – ma di portata fortunatamente minore – stanno già accadendo anche sulle nostre montagne. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui crolli di roccia sulle Dolomiti, al disastro della Marmolada e a decine di episodi di fusione rapida con rottura di piccoli sbarramenti naturali che trattenevano acqua, ghiaccio e neve. Le immagini che arrivano dal Nepal mostrano una colata di fango grigio e scuro alta diversi metri che ha spazzato via intere infrastrutture, case e binari, provocando migliaia di dispersi, compresi molti turisti. Una violenza distruttiva che non avevo mai visto e che – fatte le debite differenze – a livello di dinamica ricorda molto la tragedia del Vajont del 1963: lì la causa scatenante fu legata a un’opera artificiale come la diga, ma il crollo della frana nel bacino generò un’ondata d’urto devastante, preceduta da una forte compressione d’aria prima ancora dell’arrivo dell’acqua e del fango.
Però sulle Alpi non abbiamo i volumi di ghiaccio e gli spazi geografici immensi dell’Himalaya…
Certo, la scala dei fenomeni rimane più ridotta, ma la dinamica profonda è la stessa. Oltre alla valanga della Marmolada – che nel luglio 2022 causò 11 vittime – penso ad esempio a quanto accaduto a Bardonecchia nel 2023 o ai crolli alle Tre Cime di Lavaredo. Il problema alla base è che, sempre a causa del cambiamento climatico, il ghiaccio non fa più da sostegno e da collante per la montagna: poiché lo zero termico si è alzato oltre le vette più alte, il ghiaccio profondo fonde, la montagna perde stabilità e inevitabilmente frana. Questi fenomeni diventeranno sempre più frequenti, intensi e distribuiti lungo tutto l’anno, poiché le stagioni calde si stanno allungando a dismisura.
Di fronte a questa progressiva fragilità dei territori montani, quali sono le misure di adattamento urgenti che le amministrazioni pubbliche dovrebbero adottare in Italia?
La prima cosa fondamentale da fare è smetterla di costruire su tutto l’arco alpino. Bisogna fermare qualsiasi nuovo cantiere nei comuni montani, imponendo il consumo di suolo zero: nessun nuovo metro quadro di cemento, nessuna nuova seconda casa, albergo, ristorante o infrastruttura. Prendiamo Bardonecchia come caso emblematico: lì, per assecondare il turismo invernale, si è costruito l’inverosimile, in modo privo di senso, edificando aree esposte dove il fango, prima o poi, era destinato a scendere per via naturale, e nel 2023 non ci sono state vittime solo per puro caso. Dobbiamo rassegnarci al fatto che la stagione invernale naturale per lo sci è ormai finita e difficilmente vedremo ancora delle Olimpiadi invernali sulle Alpi. Insistere con l’innevamento artificiale, consumando enormi risorse idriche ed energetiche per portare l’acqua in quota, significa solo sommare errori su errori. Per non parlare di opere inutili come la pista da bob delle scorse Olimpiadi, di cui è meglio non discutere nemmeno.
Oltre a bloccare il nuovo cemento, poi, le amministrazioni devono avere il coraggio di rimuovere e demolire le strutture già esistenti posizionate in aree ad altissimo rischio, eliminando del tutto la possibilità di risiedere in zone non sicure. Dobbiamo smettere di aggredire la montagna con nuovi impianti sciistici e infrastrutture inutili: l’unica vera misura di adattamento efficace è fare un passo indietro e lasciare finalmente in pace le Alpi.
(da Fanpage)
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Agosto 27th, 2026 Riccardo Fucile
MA DIETRO AL BLITZ DEL NUMERO UNO DELLA CIA CI SONO ANCHE I TIMORI PIÙ CHE FONDATI CHE PUTIN STIA PREPARANDO UN’ESCALATION MILITARE CONTRO L’UCRAINA, CHE POTREBBE INCLUDERE L’USO DELLE ARMI NUCLEARI TATTICHE. UNA MOSSA CHE SEGNEREBBE IL SUPERAMENTO DI UN LIMITE MAI OSATO DAI TEMPI DI HIROSHIMA… “MAD VLAD” VEDE AVVICINARSI LE ELEZIONI DEL 20 SETTEMBRE, MENTRE OGNI GIORNO RAFFINERIE, DEPOSITI DI CARBURANTE E MAGAZZINI LOGISTICI RUSSI VENGONO COLPITI DALL’UCRAINA, MOSTRANDO AL SUO POPOLO TUTTA LA DEBOLEZZA DELLO ZAR… IL DIRETTORE DELLA CIA HA OFFERTO A PUTIN UNA VIA D’USCITA: LA FINE DEGLI ATTACCHI UCRAINI CHE STANNO SGRETOLANDO IL CONSENSO INTERNO
Il viaggio a sorpresa del capo della Cia a Mosca è stato per avvertire la Russia di non attaccare i paesi della Nato. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti informate sulla prima visita nota di John Ratcliffe a Mosca.
L’avvertimento segue le nuove valutazioni dell’intelligence americana, secondo le quali Vladimir Putin potrebbe mettere alla prova la determinazione della Nato con un attacco limitato contro un paese dell’alleanza nei prossimi anni.
Vladimir Putin sta preparando un’escalation militare contro l’Ucraina, che potrebbe includere l’uso delle armi nucleari tattiche. Lo scrive l’agenzia Bloomberg, citando tre fonti vicine al Cremlino, cosa che fa sospettare anche un’iniziativa intimidatoria.
Questo potrebbe spiegare il viaggio a Mosca del capo della Cia John Ratcliffe, per ammonire la Russia e scoraggiarla dal lanciare questa nuova offensiva, nonostante il presidente Trump abbia detto che si è trattato di una missione «di semi routine», da cui però «potrebbe venirne fuori qualcosa di buono».
Putin è in difficoltà perché la sua avanzata si è arenata, e anzi Zelensky sta colpendo con i droni il territorio del paese aggressore, bombardando le basi logistiche militari e le infrastrutture energetiche.
Le trattative per raggiungere un accordo diplomatico nel frattempo si sono fermate, soprattutto perché lo stesso capo del Cremlino ha bocciato la proposta di pace presentata dal rivale di Kiev in coordinamento con gli Usa.
Davanti a queste difficoltà, secondo Bloomberg Mosca starebbe considerando di lanciare un’escalation con i più potenti missili balistici, allo scopo di mettere in ginocchio la capitale e le altre città ucraine, distruggendo in particolare le infrastrutture energetiche alla vigilia dell’inverno.
L’agenzia scrive che Putin non esclude di usare le armi nucleari tattiche, ossia quelle più piccole e con un raggio limitato, per raggiungere l’obiettivo di piegare Zelensky.
È possibile che Ratcliffe, come aveva fatto il suo predecessore Burns alla fine del 2021, sia andato a Mosca per avvertire che Washington ha scoperto questi piani e intimare di non attuarli. Nel 2021 Putin non aveva ascoltato e pochi mesi dopo aveva ordinato l’invasione.
Trump, durante un’intervista avuta ieri con Glenn Beck, ha detto che il capo della Cia è andato in Russia con un obiettivo diverso: «È lì per una cosa di semi routine. Mi dispiace deludervi. Però vorremmo vedere la fine della guerra con l’Ucraina».
Beck lo ha incalzato: «Si dice che Putin abbia intenzione di mettere a dura prova la determinazione della Nato», colpendo qualche paese membro, ma il capo della Casa Bianca ha smentito: «Non è lì per nessuno dei motivi che hai citato. Certo, potrebbe uscirne qualcosa. Stiamo lavorando duramente per porre fine a quella guerra».
Donald Trump cerca di minimizzare e parla di «una visita quasi di routine». Ma il viaggio di John Ratcliffe a Mosca è stato assolutamente straordinario, nella sostanza e pure nella forma plateale, scelta per far sì che la missione venisse notata. […]
Tutti pensano che l’intervento di Ratcliffe sia stato dettato dal timore di una minaccia mai vista prima. Il suo predecessore, William Burns, ha fatto la stessa cosa quando nel novembre 2021 migliaia di tank sono stati accumulati sul confine ucraino.
La situazione attuale è ancora più eccezionale, perché il direttore della Cia si è recato in una capitale in stato di guerra.
Insomma, al centro dei colloqui ci sarebbe stato qualcosa di veramente allarmante captato da Washington, tale da richiedere un’azione rapida al massimo livello.
Nei giorni scorsi sono trapelate notizie sulla volontà del Cremlino di compiere una provocazione contro la Nato e mettere alla prova la coesione dell’Alleanza: sono valutazioni che in Europa circolano da mesi, ma questa volta sono state attribuite all’intelligence Usa e non hanno ricevuto smentite.
L’agenzia Bloomberg va oltre. Cita funzionari russi che parlano di un’escalation missilistica contro le città ucraine. E arrivano addirittura a ipotizzare che Putin possa prendere in considerazione l’uso di una bomba nucleare tattica: un ordigno con una forza distruttiva limitata in un raggio di poche centinaia di metri, ma che comunque segnerebbe il superamento di un limite mai osato dai tempi di Hiroshima.
Quest’ultima indiscrezione riporta al momento più drammatico nella storia europea recente, rimasto a lungo top secret. Nell’autunno 2022 un corpo d’armata di Mosca si è ritrovato intrappolato a Kherson dalla controffensiva ucraina: alle spalle aveva il fiume Dnipro.
Oltre trentamila soldati sembravano condannati alla morte o alla cattura: per il Cremlino, già sconfitto nell’assalto della primavera, sarebbe stato un colpo letale. Allora le reti di spionaggio americane hanno intercettato conversazioni tra generali che discutevano l’impiego di un ordigno nucleare tattico: un fungo atomico “dimostrativo” per spingere Kiev a fermare l’avanzata. Una mossa sconvolgente, frutto della disperazione.
La Casa Bianca ha deciso subito un’operazione di deterrenza, gestita assieme a Francia e Gran Bretagna. È stato trasmesso un avvertimento: l’arma nucleare avrebbe causato una reazione occidentale con missili convenzionali contro aeroporti, porti e caserme russe. Ed è stata offerta una soluzione: gli alleati avrebbero convinto Zelensky a lasciare ritirare le truppe circondate.
Oggi lo scenario è più complesso. Gli analisti ritengono che al Cremlino concepiscano una sola strada per piegare la resistenza: interrompere il sostegno europeo, che fa sopravvivere l’economia e l’industria bellica ucraina. Putin vede avvicinarsi le elezioni del 20 settembre, mentre ogni giorno raffinerie, depositi di carburante e magazzini logistici vengono carbonizzati mostrando al suo popolo tutta la debolezza dello zar.
C’è la preoccupazione crescente che il Cremlino voglia mettere l’Europa davanti al pericolo di venire coinvolta nella guerra. Lo può realizzare con un’incursione terrestre contro i Paesi baltici o con una bomba nucleare tattica sganciata nell’Ucraina occidentale.
Ed ecco che la spedizione di Ratcliffe sarebbe servita a testimoniare la determinazione americana a non tollerare aggressioni contro la Nato, né escalation atomiche.
Non basterebbe. Come ha raccontato Putin nella sua biografia, ricordando l’infanzia tra le macerie di Leningrado, i topi diventano pericolosi quando sono chiusi nell’angolo e tirano fuori una violenza sorprendente.
Ed adesso è proprio lui a sentirsi con le spalle al muro. Per questo il direttore della Cia gli avrebbe offerto una via d’uscita: la fine degli attacchi ucraini che stanno sgretolando il consenso interno.
Oggi Washington non può imporre scelte a Kiev perché da un anno ha bloccato ogni aiuto. Ma è stato lo stesso Zelensky a proporre una di “tregua limitata”: la sospensione dei raid sul petrolio russo in cambio dello stop ai bombardamenti contro le navi del grano, i porti della regione di Odessa e le centrali elettriche ucraine.
Un’iniziativa respinta dal Cremlino, che non sarebbe disposto a interrompere il tiro contro gli impianti energetici. Ma che ora potrebbe essere negoziata con più efficacia grazie alla mediazione della Casa Bianca. E impedire che il conflitto sfugga a ogni controllo.
(da agenzie)
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