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MATTEO SALVINI “ESPULSO” DAL LOGO DELLA LEGA, IL CASO A BRESCIA. IL SEGRETARIO MAGGI: “E’ ORA DI RINNOVAMENTO”

Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile

LA SEZIONE BRESCIANA DELLA LEGA RIMUOVE LA DICITURA “SALVINI PREMIER” DAL SIMBOLO E RIVENDICA LA SCELTA: “NORD DIMENTICATO, SERVE UNA SVOLTA”

Un logo senza un nome, ma non un nome qualunque: quello di Matteo Salvini. Quello che a prima vista potrebbe sembrare solo un dettaglio grafico, secondo alcuni potrebbe raccontare, invece, qualcosa di più profondo: la ricerca di un rinnovamento dell’immagine del partito e, forse, non solo.
A Brescia, la scelta della segreteria cittadina di adottare una versione del simbolo – già comparsa nelle recenti campagne di comunicazione del Carroccio – priva del riferimento a “Salvini Premier”, diventa così il punto di partenza per una riflessione su una Lega che sembra «aver bisogno di una scossa», come racconta a Open il segretario cittadino Michele Maggi.
La scelta del segretario della Lega di Brescia
Da alcuni mesi la segreteria della Lega di Brescia, guidata da Michele Maggi, aveva notato un dettaglio nella comunicazione social del partito a livello nazionale. Su molte grafiche e locandine aveva infatti iniziato a comparire una versione del simbolo molto simile a quella ufficiale, ma con una differenza evidente: la scomparsa della dicitura “Salvini Premier”. «Ormai vedo che anche tanti deputati lo utilizzano nelle loro locandine e non usano più “Lega Salvini Premier”. Non capisco perché, a livello di sezione, non si possa fare lo stesso», racconta Maggi, che a Brescia è anche membro del consiglio comunale.
A onor del vero, il nuovo logo non è mai stato presentato ufficialmente dalla direzione nazionale, né attraverso comunicati né con direttive rivolte ai territori. Un’assenza di indicazioni formali confermata anche dallo stesso segretario bresciano che, però, in mancanza di comunicazioni che richiedessero di non farlo, ha fatto sentire la sezione bresciana legittimata ad adottare la nuova versione: «Il simbolo è già utilizzato, noi l’abbiamo semplicemente adottato».
Salvini sì, Salvini no
Un’adozione a metà, però, a volerla raccontare tutta. Se infatti nelle immagini pubblicate sui profili Facebook e Instagram della sezione compare sistematicamente il logo senza la scritta “Salvini Premier”, le immagini del profilo continuano invece a riportare la versione tradizionale, ancora legata al nome del vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
L’«aria di rinnovamento» nella Lega
Mano a mano che la conversazione prosegue, però, emergono anche le prime ammissioni. «Probabilmente inizia ad esserci un’aria di rinnovamento, non lo so. È una cosa che obiettivamente auspichiamo», racconta Maggi. Così una scelta che parte da un semplice aspetto grafico sembra portare alla speranza di un segnale di apertura verso un possibile cambiamento. Da qui si aprono scenari e letture forse non troppo astratti, su una Lega alla ricerca di una nuova spinta e di un rilancio della propria identità.
Un rinnovamento che, afferma il segretario bresciano – forse con un pizzico di malizia – potrebbe essere auspicato dallo stesso Matteo Salvini, visto che anche il leader avrebbe iniziato a utilizzare il nuovo simbolo. Un segnale confuso, quindi, secondo Maggi, quello che viene dal leader del Carroccio, «del tipo che si sta tirando indietro, o non lo so. A questo punto, se è lui stesso che ha lanciato questo simbolo senza più il suo nome… A meno che voglia effettivamente rinnovare e rilanciare la Lega in un altro modo», prova a interpretare.
I “fuoriusciti” dalla Lega
Un cambio, quello grafico, che secondo Maggi molti tra le fila della Lega auspicherebbero anche a un livello più profondo: «Ad oggi obiettivamente non stiamo navigando proprio con il vento in poppa. I dati sono chiari: abbiamo tanti militanti che hanno preso e sono andati in altri movimenti. Penso a Vannacci, per esempio». Il riferimento al leader di Futuro Nazionale non è casuale: il movimento nato attorno all’europarlamentare ha infatti raccolto anche diversi ex esponenti e militanti provenienti dalla Lega. E chiude: «Questo significa che c’è bisogno di una scossa. Credo sia il pensiero del 90% dei militanti: è inutile nascondersi dietro un dito».
I malumori tra le fila del Carroccio
«Che ci sia ancora Salvini, non ci sia Salvini, ci sia Zaia, ci sia Federica, ci sia Romeo», non importa. L’importante è rinnovare. Non ne fa mistero il segretario bresciano, che ammette di aver scelto la nuova versione come auspicio per un rinnovamento e come modo per aderire a un cambiamento che spera essere condiviso e portato fino in fondo dal suo partito. Con una speranza: il logo è solo l’inizio, ma si va fino in fondo. «Io non attacco Salvini in sé come persona. Salvini ha dato tanto, ci ha portati al 30%, abbiamo ottenuto grandissimi risultati grazie a lui», commenta poi per stemperare la polemica. «Però ad oggi ci troviamo in una situazione in cui, secondo me, è necessario modificare alcuni aspetti», continua.
Del resto, Maggi non è nuovo a iniziative e posizioni fuori dal coro. Solo pochi mesi fa, aveva promosso una petizione per chiedere un maggiore protagonismo del Nord nell’agenda politica della Lega e un riassetto interno del partito individuando nell’ex presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, una possibile figura di riferimento per il Nord del Carroccio. La questione era però pian piano sfumata, dopo l’incontro tra Zaia e Salvini, alla kermesse della Lega “Idee in movimento”, tenutasi a Roccaraso a gennaio di quest’anno. «Scelta un po’ discutibile obiettivamente per quanto mi riguarda, avrei fatto questi discorsi altrove, però, questa è una mia opinione personale», stringe poi Maggi.
Le evoluzioni del logo e della filosofia leghista
Che la Lega abbia cambiato pelle rispetto al passato e si sia avvicinata a un elettorato più ampio, scendendo a compromessi rispetto ai suoi valori fondanti, è cosa nota. Una scelta che, rispetto ai tempi in cui sugli striscioni si parlava solo di “devolution” e “secessionismo del nord”, anche solo con il passaggio del nome del partito da “Lega Nord – Padania” a “Lega” e basta (se si esclude il riferimento a Salvini, ndr), avvenuto nel 2017, ha segnato un punto di non ritorno per diversi seguaci di sempre.
«Secondo me, il problema della Lega di oggi è che è stata lasciata indietro la questione settentrionale» confessa Maggi, che continua: «Non per mancanza di Salvini, ma perché Salvini si è spinto in tutta Italia e quindi se prima poneva l’accento su Lombardia, Veneto, Piemonte, adesso dà loro solo il 50% dell’attenzione». «La questione settentrionale è stata un po’ diluita», insomma. Un nuovo indirizzo che ha allontanato alcuni militanti, anche se Maggi ci tiene a raccontare come tutto sommato, a Brescia i riscontri siano ancora buoni. «Questa cosa è veramente tanto sentita dai militanti, dai sostenitori, da tutti quelli che comunque avevano interesse alla Lega di qualche anno fa per intenderci», conclude poi con un po’ di rammarico.

(da Open)

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MIGRANTI, ITALIA O SPAGNA: CHI HA RAGIONE SUI NUMERI?

Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile

L’ITALIA SI CONFERMA LA PRINCIPALE PORTA DI ACCESSO IN EUROPA, TREND STABILE…NEL 2026 AUMENTA DEL 150% LAA MORTALITA’ NELLE TRAVERSATE… NELLA ROTTA SU LAMPEDUSA MUOIONO 12 PERSONE AL GIORNO

È a colpi di numeri che si gioca l’ultimo match fra Roma e Madrid. La sospensione di Shengen per chi arrivi dalla Spagna, come la lettera aperta all’Ue che il governo Meloni ha promosso fra i 27, hanno irritato non poco la Moncloa. E adesso è il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares che punta il dito contro l’Italia, accusata di “non essere stata all’altezza della situazione” nella gestione degli arrivi irregolari, tanto da essere la principale porta d’ingresso in Europa.
Prima di lui, stessi concetti ha ribadito il premier Sánchez, riportando i dati degli ultimi cinque anni. Con una nota, il Viminale ha ribattuto che negli ultimi due anni c’è stato un crollo verticale degli ingressi.
Qual è la principale porta d’accesso in Europa?
Secondo l’ultimo rapporto Frontex, la rotta del Mediterraneo centrale che ha come approdo principale Lampedusa rimane la principale via d’accesso in Europa, con la Libia come principale punto di partenza. Al 15 luglio 2026, ultimo dato spagnolo disponibile, in Italia risultano entrate via mare 15.323, in Spagna 14.479. Ancora più ampio il divario registrato negli anni precedenti.
Secondo i dati dell’agenzia europea Frontex e dell’agenzia Onu Oim, nel 2025 solo dalla rotta del Mediterraneo centrale, sono arrivate 66.562 persone, cifra quasi identica a quella degli arrivi dell’anno precedente. Altre 51.399 persone sono entrate in Ue attraverso la rotta che dalla Turchia porta ai Balcani o all’Est Europa, mentre sulle due rotte che puntano verso la Spagna, la cosiddetta rotta canaria e quella del Nord Africa, sono stati contati 36.775 ingressi, quasi 30mila in meno dell’anno precedente.
È in corso “un’invasione” di migranti in Europa?
No. Secondo l’ultimo rapporto Frontex, che tiene conto dei dati raccolti tra gennaio e maggio, nei primi cinque mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione europea sono diminuiti del 40%, stesso trend discendente registrato nel 2024.
È vero che negli ultimi cinque anni in Italia sono arrivate il doppio delle persone che in Spagna?
Secondo i dati ufficiali Frontex, dal 2021 al 2026 in Spagna sono arrivate 234.760, per lo più lungo la rotta canaria. Per l’Italia si contano invece 478.000 ingressi, con il picco toccato nel 2023, quando in un solo anno si sono contati 157mila arrivi.
È vero che l’Italia ha vissuto varie crisi a Lampedusa?
Sì, più volte sull’isola è stata dichiarata l’emergenza. La più nota e recente è la cosiddetta “crisi dei 10mila”. Tra il 12 e il 15 settembre 2023, a Lampedusa sono arrivate sull’isola più di 10.000 persone, superando temporaneamente l’intera popolazione residente e mandando al collasso l’hotspot di contrada Imbriacola. Tutti quanti sono stati trasferiti nei giorni successivi in Sicilia.
È vero che gli sbarchi in Italia sono crollati?
Secondo quanto comunicato dal ministro Piantedosi, gli arrivi irregolari via mare al 15 luglio 2026 sono stati 15.323, -54% rispetto al 2025, -50% sul 2024, -88% rispetto al 2023. In numeri assoluti, il 15 luglio si registravano 75.821 arrivi nel 2023, 30.323 nel 2024, 33.116 nel 2025. Il trend discendente è stato registrato in tutta Europa.
È vero che la contrazione delle partenze riduce la mortalità nel Mediterraneo?
No. Nei primi sei mesi dell’anno si contano oltre 3.450 vittime e dispersi in mare. Secondo i dati Oim nei primi 7 mesi dell’anno solo sulla rotta del Mediterraneo centrale sono morte 872 persone, in media 4 al giorno, con un aumento percentuale pari al 150% rispetto all’anno precedente. Il tasso di mortalità è aumentato da una vittima ogni 256 migranti arrivati in Europa undici anni fa a una ogni 11,9 nei primi sei mesi del 2026. Si tratta di dati approssimati per difetto, riconosce l’Oim, perché di non tutti i naufragi si ha notizia.

(da Repubblica)

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GLI STATI UNITI LASCIANO SEMPRE PIU’ SGUARNITE LE BASI MILITARI IN BAHREIN, KUWAIT, IRAQ E QATAR PER CONCENTRARE, SU ALTRI FRONTI, I POCHI INTERCETTORI PATRIOT RIMASTI, L’INDUSTRIA STATUNITENSE NE PRODUCE 50 AL MESE. LA GUERRA DEL GOLFO HA “BRUCIATO” 1400 INTERCETTORI SUI 2300 CHE ERANO A DISPOSIZIONE

Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile

L’IRAN GONGOLA: METTE SOTTO ASSEDIO LE BASI INDEBOLITE E RICEVE RIFORNIMENTI CONTINUI DALLA CINA ATTRAVERSO IL MAR CASPIO

Ci sono due immagini che riassumono lo stato del Medio Oriente, con propaggini che arrivano fino all’Ucraina. La prima sono i video sui canali iraniani che mostrano i giganteschi aerei cinesi Y-20, quadrigetti capaci di trasportare 70 tonnellate di armi alla volta. Tra giovedì e sabato, in 36 ore, gli analisti hanno contato 16 atterraggi a Teheran.
La seconda immagine non esiste. Ma è confermata da testimonianze incrociate. Quattro C-17 americani, molto simili agli Y-20 cinesi, sono arrivati la scorsa settimana allo scalo di Erbil, Kurdistan iracheno. Ma non per scaricare. Per caricare. Cinque lanciatori Patriot da portare via, destinazione sconosciuta. La base accanto all’aeroporto, la più importante base Nato in Iraq, è quasi vuota.
Gli europei se ne sono andati all’inizio di marzo. Gli americani, rimasti solo con antiaerea a corto raggio, andranno via presto. Per la prima volta dal 2003 l’Iraq potrebbe trovarsi senza truppe Usa attive sul suo territorio. L’accordo per il ritiro è stato definito dal premier Ali al-Zaidi nella sua visita a Washington il 22 luglio.
Oggi a essere sotto assedio sono le basi statunitensi nel Golfo e dintorni, mentre l’Iran continua a rifornirsi in libertà, attraverso il Mar Caspio, con il ponte aereo cinese e con la ferrovia che arriva fino a Pechino.
Oggi il Pentagono deve concentrare le residue riserve di Patriot nei punti vitali, e abbandonare gli avamposti indifendibili. Anche le basi in Kuwait, Bahrein e Qatar sono quasi vuote, ormai. La guerra del 28 febbraio ha bruciato 1400 intercettori Patriot sui 2300 che erano a disposizione.
L’industria statunitense ne produce 50 al mese. In ogni singolo attacco iraniano nel Golfo se ne andavano via 6-8-10… Volodymyr Zelensky sabato ha denunciato che l’Ucraina è riuscita ad abbattere solo un missile russo su 27 nell’ultimo raid. Ha chiesto la licenza per produrre Patriot. Donald Trump ha detto no. Ma in ogni caso ci vorrebbero anni. Oggi un Patriot vale più di una portaerei.

(da agenzie)

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L’UTILIZZO MASSICCIO DI DRONI HA CAMBIATO LA GUERRA IN UCRAINA. I SOLDATI FERITI SUL CAMPO NON POSSONO ESSERE SOCCORSI E TRASPORTATI CON GLI ELICOTTERI PERCHE’ I CIELI SONO PIENI DI DRONI

Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO TRA MORTI E FERITI IN PRIMA LINEA RICORDA QUELLO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE…LE TRUPPE DEI DUE ESERCITI RIMANGONO BLOCCATE PER SETTIMANE IN RIFUGI DIPENDENTI DAI RIFORNIMENTI PORTATI DAI DRONI

Secondo l’ultimo studio del Center for Strategic and International Studies di Washington, la Russia avrebbe subito circa 1,4 milioni di perdite tra febbraio 2022 e giugno 2026, di cui fino a 450.000 soldati uccisi. Lo stesso studio stima le perdite ucraine tra 525.000 e 625.000 vittime, con 125.000-150.000 morti. Inoltre, nel 2026 le perdite mensili russe avrebbero superato di gran lunga il numero delle nuove reclute.
Entrato nel quinto anno, il conflitto ha cambiato natura. I carri armati sono stati in parte sostituiti da droni e robot, usati per consegnare cibo ed esplosivi, trasportare equipaggiamento, distruggere obiettivi e soprattutto uccidere. Per la prima volta soldati russi si sono arresi a droni sul campo di battaglia.
Droni e intelligenza artificiale hanno rivoluzionato in tempi record l’arte della guerra. L’entusiasmo, osserva Elisabeth Braw, ricercatrice senior all’Atlantic Council, è comprensibile: secondo il Kyiv Post , solo il 9 luglio l’Ucraina ha dichiarato di aver colpito 14 navi russe nel Mar d’Azov, comprese 12 petroliere della presunta «flotta ombra» di Mosca. Il comandante dei droni ucraini ha parlato di 35 navi colpite nelle 96 ore precedenti, mentre le forze ucraine prendevano di mira anche 45 siti militari nella Crimea occupata e nell’Ucraina meridionale. […]
Il rovescio della medaglia è che il progresso tecnologico, invece di ridurre le perdite umane e rendere la guerra più «pulita», sembra produrre l’effetto opposto. Secondo lo storico francese Stéphane Audoin-Rouzeau, citato dal Financial Times, il rapporto tra morti e feriti in prima linea ricorda ormai quello della Prima guerra mondiale.
I progressi della medicina militare avevano ridotto quel rapporto da un morto ogni 2-3 feriti a circa uno ogni 10 nella guerra in Afghanistan; oggi in Ucraina si è tornati a un morto ogni 3-4 feriti.
Una delle ragioni è che gli elicotteri, fondamentali in Vietnam per sfruttare la cosiddetta «ora d’oro» delle evacuazioni mediche, non possono operare in cieli saturi di droni. In Ucraina il recupero dei feriti può richiedere giorni, anche con droni terrestri su ruote.
Medici negli ospedali delle retrovie raccontano amputazioni di massa per arti rimasti troppo a lungo stretti nei lacci emostatici e ferite al volto che ricordano il 1914-18. Un medico ci ha raccontato di aver visto arrivare, all’inizio dell’anno, 23 feriti in 24 ore in un ospedale di Dnipro, con chirurghi stremati costretti a procedere subito con amputazioni.
La guerra dei droni produce anche una nuova disumanizzazione: soldati bloccati per settimane o mesi in rifugi sotterranei per mantenere una posizione, senza rotazione per carenza di truppe e dipendenti dai rifornimenti portati dai droni.
Intanto ufficiali occidentali arrivano a Kiev per studiare una rivoluzione nata, ironicamente, anche perché i loro Paesi non hanno fornito all’Ucraina abbastanza proiettili e artiglieria. Giovani specialisti ucraini li aggiornano su software, dispositivi progettati dai soldati e innovazioni per accelerare le consegne: adattarsi rapidamente è essenziale.

(da Corriere della Sera)

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BANDA LARGA DI MANICA LARGA (PER LE POLTRONE). PER IL RINNOVO DEI VERTICI DI INFRATEL È STATO UTILIZZATO AL MILLIMETRO IL MANUALE CENCELLI: L’AD, STEFANO ACANFORA, È IN QUOTA FRATELLI D’ITALIA (FAZZOLARI); LA PRESIDENTE DANIELA FARAONI È VICINA ALLA LEGA. FORZA ITALIA HA INVECE OTTENUTO LA CONFERMA NEL CDA DELL’EX DEPUTATO AZZURRO GREGORIO FONTANA E LA PRESIDENZA DEL COLLEGIO SINDACALE DI DONATO TOMA, EX PRESIDENTE DELLA REGIONE MOLISE

Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile

TUTTI CONTENTI? QUASI: C’È UN GRANDE SCONFITTO: IL MINISTRO DELLE IMPRESE ADOLFO URSO, PRINCIPALE “AZIONISTA” DI INVITALIA (SOCIETÀ IN-HOUSE DEL SUO DICASTERO), CHE SOGNAVA LA CONFERMA DELL’EX AD PIETRO PICCINETTI… EVVIVA IL GOVERNO DELLA MERITOCRAZIA

Una banda sempre più larga per il centrodestra. Almeno in termini di poltrone.
Il cda di Infratel, società in house (controllata da Invitalia) del ministero delle Imprese che si occupa della realizzazione delle infrastrutture tecnologiche e quindi gestore del piano banda ultralarga, è stato spartito con il perfetto uso del “manuale Cencelli”. Così da soddisfare gli appetiti della maggioranza.
Come amministratore delegato è stato designato Stefano Acanfora, manager vicino a Giovanbattista Fazzolari: nel 2017, quando era direttore della centrale acquisti della regione Lazio aveva avallato una consulenza (di 166mila euro complessivi) con l’attuale sottosegretario, all’epoca semplice dirigente di Fratelli d’Italia.
La collaborazione è stata poi interrotta dopo l’elezione in Parlamento di Fazzolari. Acanfora è reduce dall’esperienza di direttore generale della 3-I spa, una società che avrebbe dovuto coadiuvare la digitalizzazione di Istat, Inps e Inail, titolari delle azioni della società.
A distanza di tre oltre anni dalla fondazione, la 3-I resta un oggetto misterioso.
Il bilancio del 2025 ancora non è stato pubblicato, quelli degli anni precedenti hanno chiuso con il segno meno e un’operatività vicina allo zero. Poco male.
Acanfora è stato comunque promosso con un incarico di maggior prestigio al timone di Infratel, nonostante i dubbi del ministro, Adolfo Urso, ufficialmente titolare del dossier, che avrebbe preferito la conferma di Pietro Piccinetti.
Alla presidenza è invece arrivata Daniela Faraoni, ex assessora alla Salute della giunta Schifani in Sicilia.
Il suo nome è stato fatto in quota Lega, anche se a dirla tutta Faraoni ha come sponsor Luca Sammartino, campione di preferenze nell’isola, oggi con il partito di Matteo Salvini, ma in passato con Pd e Udc. […]
Forza Italia ha invece ottenuto la conferma nel cda di Gregorio Fontana, deputato azzurro per cinque legislature (è stato anche questore alla Camera) non rieletto nel 2022. Il partito di Antonio Tajani ha strappato anche la conferma alla presidenza del collegio sindacale di Donato Toma, ex presidente della regione Molise, non ricandidato nel 2023. Così da diminuire il “digital divide” degli incarichi.

(da “Domani”)

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IN RAI NON C’È MAI LIMITE AL PEGGIO. PER LA PRIMA VOLTA È STATO BOCCIATO IL PIANO EDITORIALE DI RAI PARLAMENTO! LA REDAZIONE HA DETTO NO ALLA PROPOSTA DELLA DIRETTRICE, FRANCESCA DE MARTINO, CHE HA NOMINATO TRE NUOVI VICE (ORA NE HA CINQUE, SU 30 GIORNALISTI IN TOTALE), FRANCESCO PALESE, PILAR OTTOZ E VIRGINIA LOZITO

Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile

L’USIGRAI: “VENGONO PROMOSSI DA QUALIFICHE DI REDATTORE ORDINARIO O CAPOSERVIZIO. SONO DECISIONI CHE NON SONO PASSATE INOSSERVATE E HANNO ALIMENTATO IL MALCONTENTO DI TANTI PER UNA COSÌ PALESE DISTANZA DI GIUDIZIO”

Per la prima volta è stato bocciato il piano editoriale di Rai Parlamento. La redazione ha detto no alla proposta editoriale della direttrice e alla squadra dei vicedirettori da Lei scelti per reallizzarla.
3 vicedirettori su 5 – sempre troppi per una testata con poco più di 30 giornalisti – vengono promossi alla guida di Rai Parlamento da qualifiche di redattore ordinario o caposervizio.
Scelte, queste ultime, sulle quali ci saremmo aspettati una valutazione di Risorse Umane e organizzazione almeno in linea con le indicazioni di gestione del personale che vengono rappresentate al sindacato di fronte ad ogni richiesta di colleghe e colleghi che in Paritetica chiedono vengano riconosciuti ruoli e mansioni effettivamente svolti nelle redazioni.
Si tratta dunque di decisioni che evidentemente non sono passate inosservate e hanno alimentato il malcontento di tanti per una così palese distanza di giudizio.
La conferma arriva dal confronto con il voto sui piani editoriali degli ultimi due direttori: quello di Carboni ebbe solo sette voti contrari, quello di Preziosi appena due.
Esecutivo Usigrai

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IN GERMANIA, OLTRE MILLE GIURISTI CHIEDONO DI PROIBIRE AL PARTITO DI ESTREMA DESTRA DI PARTECIPARE ALLE PROSSIME ELEZIONI (NEI SONDAGGI, AFD E’ AL 27%) – I SOSTENITORI DELLA MOZIONE RITENGONO CHE I NEO-NAZI “CONTRADDICANO I VALORI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE” E, PER QUESTO, È NECESSARIO IMPEDIRE CHE CORRANO ALLE ELEZIONI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

IL FALSO DILEMMA: È PIÙ “DEMOCRATICO” FAR VINCERE UN PARTITO DI ISPIRAZIONE NAZISTA O NON FARLO PARTECIPARE ALLA TORNATA ELETTORALE”… QUANDO UN PARTITO PROFESSA IDEE NAZISTE, RAZZISTE E SUPREMATISTE, CONTRARIE ALLA COSTITUZIONE DI QUEL PAESE, LA SOLUZIONE DEVE ESSERE IMMEDIATA: SCIOGLIMENTO DEL PARTITO E ARRESTO DELLA SUA CLASSE DIRIGENTE… E STATE TRANQUILLI CHE NON CI SAREBBERO ALTRE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA, DOPO LA PRIMA (AMMESSO CHE VI SIA UNA PRIMA)

Oltre 1.000 giuristi in Germania sostengono un appello per la messa al bando dell’estrema destra dell’AfD, tra cui avvocati, giudici e pubblici ministeri. Lo ha comunicato l’Associazione Repubblicana degli Avvocati, che a metà luglio aveva indirizzato una lettera aperta al governo federale tedesco e al Bundestag. Lo riporta la Dpa.
All’epoca, secondo quanto riferito, erano circa 500 i giuristi che avevano aderito all’appello.
Nel frattempo, il numero è salito a 1.051. I sostenitori ritengono che sia “un dovere impegnarsi a favore della dignità umana di tutte le persone”, ha spiegato l’Associazione. “Ciò implica che dobbiamo combattere con determinazione un partito come l’AfD, che contraddice i valori fondamentali della nostra Costituzione”. Il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla è in forte ascesa nei sondaggi a livello nazionale e nel Land della Sassonia-Anhalt, che andrà al voto a inizio settembre.

(da agenzie)

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COME AL SOLITO, I TROLL E LE TRUPPE INFILTRATE RUSSE HANNO AMPLIFICATO SUI SOCIAL MEDIA L’INVASIONE DI 60MILA MIGRANTI NELL’EXCLAVE SPAGNOLA IN MAROCCO. MA PER LA PRIMA VOLTA, MOSCA E L’UNIVERSO AMERICANO “MAGA” HANNO TENTATO DI SFRUTTARE LA STESSA CRISI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

L’OBIETTIVO, PER ENTRAMBI, È LA PARALISI, LA FRAMMENTAZIONE DELL’UNIONE EUROPEA E IL SUO MODELLO DI CIVILTÀ…

A volte manca giusto il filo rosso per congiungere punti che sembrano così distanti per geografia e per il senso delle cose. Giovedì è apparso un cratere nelle campagne di Lublino, in Polonia; nelle stesse ore in decine di migliaia nuotavano verso Ceuta.
Il cratere, di dieci metri, è stato probabilmente aperto da un missile russo; e buona fortuna a credere che sia caduto dalla parte occidentale del confine fra Ucraina e Polonia per un errore di mira.
L’innesco dei 60 mila che si sono riversati verso la città spagnola in soli due giorni farà invece discutere ancora a lungo. Ma se non fra questi due eventi, almeno fra le forze esterne che hanno cercato di sfruttarli un filo rosso c’è davvero: l’Unione europea non ha mai contato tanti nemici esterni, che cercano di portarla alla paralisi e alla frammentazione.
Non sfugge più a nessuno. Venerdì si è riunito l’Integrated Political Crisis Response, l’organismo dell’Unione europea nato per condividere informazioni e coordinare decisioni di fronte a eventi gravi.
Lì il Servizio esterno della Commissione europea ha passato un messaggio ai governi: la corsa dei migranti verso Ceuta è stato un attacco mirato — non privo di una regia — ed è stato amplificato dall’esercito digitale russo, che ha fatto rimbalzare quanto più possibile sui social media l’eco della crisi.
Lo ha diffuso all’interno stesso dell’Unione europea, in America Latina, in Africa. L’obiettivo di Mosca è sempre lo stesso, hanno riferito i collaboratori di Kallas: alimentare un senso di caos in Europa e approfondire le divisioni.
In questo il cratere di Lublino e gli altri attacchi ibridi […] sono parte della stessa strategia russa vecchia ormai più di dieci anni. Attorno a Ceuta si è notata però una novità: per la prima volta Mosca e un certo universo americano attorno ai Maga stavano entrambi cercando di sfruttare la stessa crisi europea.
Entrambi si sono mossi per esacerbare le tensioni. Trump in persona ha subito scaricato sul governo di Madrid le responsabilità; la galassia più influente della destra Usa ha dato seguito.
Elon Musk con i suoi 241 milioni di follower su X ha diffuso un video fatto con l’intelligenza artificiale — immagini brutali, violentissime — di un preteso assalto a Ceuta.
L’influencer Maga Jack Posobiec, da 3,2 milioni di follower su X, ha iniziato a invocare il ritorno del dittatore Francisco Franco […]. […]
La posta in gioco è sempre più l’Unione europea, il suo modello di società aperta e di economia sociale di mercato. Essa avrà i suoi difetti, ma è sempre meglio dell’alternativa.
Ed essa non ha mai avuto attorno a sé tanti attori esterni che, seminando zizzania, mirano alla sua dissoluzione o a un radicale indebolirsi dei suoi principi e valori, delle sue leggi e istituzioni.
Se avvenisse, allora forse tutti vedranno che si erano illusi: non si può avere un’Unione funzionante come mercato per l’export italiano, ma politicamente minata dalle manovre di corto respiro degli uni contro gli altri.

(da “Corriere della Sera”)

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UNA LUNGA SERIE DI CAUSE TEMERARIE INTENTATE DAL GOVERNO ITALIANO CONTRO I GIORNALISTI. SALVINI HA LA QUERELA FACILE: DAL 2020 A OGGI NE HA INTENTATE 14. AL SECONDO POSTO C’E’ RENZI, CON OTTO . I MELONIANI SONO INSOFFERENTI ALLE CRITICHE: NELLE PRIME DODICI POSIZIONI DELLA CLASSIFICA DEI POLITICI CHE QUERELANO DI PIÙ CI SONO SETTE MEMBRI DEL GOVERNO, NOVE SE CONSIDERIAMO ANCHE I DIMISSIONARI SANTANCHÉ E SGARBI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA PREMIER GIORGIA MELONI HA AVVIATO SEI PROCEDIMENTI. SUA SORELLA ARIANNA UNO – A QUOTA QUATTRO CAUSE CIASCUNO C’E’ LA SQUADRA FORMATA DA FAZZOLARI, GIORGETTI, URSO E DURIGON … NEL 2025, PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO, IL NOSTRO PAESE È STATO PRIMO IN UE PER QUERELE TEMERARIE…

Matteo Salvini stacca tutti. Il ministro dei Trasporti e vicepremier ha fatto causa a giornalisti italiani almeno 14 volte negli ultimi anni. Nessuno come lui. Il distanziamento dal resto dei politici in carica è talmente abissale da richiamare alla mente le prodezze di Tadej Pogacar, lo sloveno considerato tra i più grandi scalatori della storia del ciclismo.
Stesse caratteristiche: resistenza eccezionale e grande esplosività. Solo che Pogacar usa le doti per vincere le gare, il leader della Lega per scalare la classifica dei politici che querelano cronisti. Con l’obiettivo di ottenere giustizia, dicono alcuni. Con l’obiettivo di silenziare le critiche, ribattono altri.
Un lavoro basato su dati ottenuti da moltissime fonti che hanno chiesto di restare anonime, sicuramente non completo (non è stato possibile ottenere i numeri ufficiali di tutti i media nazionali; abbiamo anche provato a chiederli, senza successo, al ministero della Giustizia con una richiesta di accesso civico), ma comunque utile per farsi un’idea di come stanno le cose.
Prima di iniziare a fare nomi e cognomi, un’avvertenza sul metodo utilizzato. Nel conteggio sono stati considerati solo i politici di livello nazionale, con l’unica eccezione fatta per i presidenti di regione. Altro discrimine: per ragioni di spazio e attualità abbiamo considerato unicamente i procedimenti avviati, o in corso, dal 2020 a oggi nei confronti delle testate giornalistiche nazionali.
Eccoci allora alla classifica. Se è vero che Salvini è primo in assoluto, in realtà c’è chi ha fatto quasi come lui. Si tratta dell’ex ministra della Difesa del Movimento 5 Stelle, Elisabetta Trenta. È stata lei stessa nel 2023 a dichiarare all’Huffington Post di aver «fatto tredici querele per diffamazione ad altrettanti giornalisti». Siccome Trenta non è più in Parlamento, non l’abbiamo inclusa nella nostra speciale classifica, ma resta comunque un’affezionata della querela.
Dietro Salvini, a debita distanza, c’è invece un trio di politici pienamente in carica. Medaglia d’argento al senatore Matteo Renzi che, secondo i nostri calcoli, è arrivato a quota otto cause. Un gradino più sotto, a pari merito con sette cause ciascuno, la coppia di Fratelli d’Italia più potente del momento: la premier Giorgia Meloni, con sei procedimenti in proprio e uno avviato da sua sorella Arianna, e il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Sotto il podio un esercito di ministri, deputati, senatori e presidenti di regione. A quota sei cause pedala in solitaria Vincenzo De Luca, Pd, fino all’anno scorso presidente della Regione Campania e ora sindaco di Salerno. Subito sotto, con cinque procedimenti a testa, un trio di destra: Daniela Santanché, ex ministra del Turismo di Fratelli d’Italia, che somma alle cause fatte personalmente quelle avviate dal suo compagno e dalla sue aziende; Vittorio Sgarbi, altro ex membro dell’attuale governo, dimessosi da sottosegretario alla Cultura nel febbraio del 2024; Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia, leghista, anche lui conteggiato aggiungendo alle cause avviate in proprio quelle fatte dalla moglie.
A quota quattro cause ciascuno c’è poi un altro nutrito gruppo di esponenti governativi. La squadra è formata da Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del consiglio; Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia; Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy; Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro.
Tirando le somme, sono soprattutto gli esponenti del governo attuale a fare causa ai giornalisti. Nelle prime dodici posizioni ci sono infatti sette membri dell’esecutivo, nove se consideriamo anche i dimissionari Santanché e Sgarbi. Segno evidente della fine di una consuetudine decennale: quella dei politici che, arrivati al governo, ritiravano le denunce per diffamazione avviate contro i giornalisti. Altri tempi.
Anche per questo non sorprende che oggi l’Italia sia il paradiso europeo delle Slapp. Secondo il report pubblicato lo scorso gennaio da Case (Coalizione contro le Slapp in Europa), nel 2025 per il secondo anno consecutivo il nostro paese è stato infatti classificato primo in Ue per numero di querele infondate (Slapp, appunto), quelle che hanno il solo scopo di intimidire e censurare chi prova a portare alla luce gli abusi di potere.
Delle 167 cause mappate in tutta l’Ue, 21 riguardano l’Italia. Tra queste ce ne sono sicuramente un paio contenute anche nella nostra classifica. Come la querela di Santanchè contro l’Espresso, con una richiesta di risarcimento da 5 milioni di euro. O quella di Urso contro Il Foglio e Il Riformista, per un importo compreso tra 250mila e 500mila euro.
L’Ue nel 2024 ha votato una direttiva contro questo tipo di azioni legali. Per come è scritta non rappresenta uno scudo automatico per le tante cause avviate in Italia da politici nazionali, dato che tutela solo i procedimenti transfrontalieri (ad esempio un cronista italiano querelato da un politico tedesco), ma ogni Stato nel recepirla può estenderne la validità anche ai casi nazionali. Cosa ha fatto l’Italia finora per arginare il fenomeno? La risposta sta nei fatti: il termine per il recepimento della direttiva scadeva il 7 maggio, il governo Meloni non si è ancora mosso e la Commissione europea a luglio ha avviato una procedura di infrazione contro Roma (e altri 13 paesi).
Secondo i nostri calcoli, ad avere più cause del genere sul groppone è infatti attualmente il gruppo Seif (Il Fatto), seguito da Report, Il Giornale, Domani e l’Espresso. Parliamo nel complesso di quasi 120 procedimenti solo per queste cinque testate. E in questa somma non abbiamo considerato tutti gli altri media e i tentativi di mediazione, altro capitolo importate della faccenda.
L’istituto della mediazione è diventato obbligatorio definitivamente per la diffamazione a mezzo stampa nel 2011. In teoria dovrebbe servire per risolvere le controversie civili in modo rapido, evitando il ricorso a lunghe e costose battaglie legali. Di fatto è il passaggio che può precedere la causa davanti a un giudice, dove le due parti si accordano di fronte a un mediatore per risolvere la questione senza entrare nel merito.
I dati che abbiamo raccolto dimostrano che alcuni politici fanno un uso smodato della mediazione, diventato nei fatti un nuovo strumento di pressione dato che spesso, nonostante le testate scelgano di non mediare, i politici poi preferiscono non andare in causa. Lo dimostrano due casi su tutti. Uno riguarda Renzi che, secondo quanto ci risulta, ha avviato in tutto 18 tentativi di mediazione con Il Fatto.

(da “Domani”)

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