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L’OSSESSIONE PER IL FASCISMO E’ IL REGALO PIU’ GRANDE PER I SOVRANISTI, MEGLIO PARLARE DELLA REALTA’

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

EVOCARE IL REGIME RAFFORZA IL GOVERNO

Quanti conoscevano le editrici di estrema destra “Passaggi al bosco” o “Giubilei Regnani Editore” prima delle polemiche legate alla manifestazione “Più libri, più liberi” di questi giorni? Quanti conoscevano “Altaforte” prima delle polemiche al Salone del Libro di Torino del 2019?
Le crociate antifasciste contro i libri di destra hanno un effetto essenziale: garantiscono visibilità a editori di nicchia, altrimenti destinati a sopravvivere in circuiti marginali, asfittici nelle tirature e nelle vendite. La polemica ideologica diventa un regalo promozionale: chiedere agli espositori un’improbabile certificazione di antifascismo significa solo far parlare i giornali e far emergere dall’ombra editori e titoli altrimenti noti solo ai militanti di CasaPound o a qualche nostalgico.
Il nostro Parlamento ha approvato due leggi che regolano il reato di apologia del fascismo: la legge Scelba (20 giugno 1952, n. 645) e la legge Mancino (25 giugno 1993, n. 205). I libri di queste case editrici sono in commercio, non hanno subito
tagli o censure, non vengono distribuiti clandestinamente: se non sono stati perseguiti significa che scrivono cose lecite, oppure (come ritengo) c’è una responsabilità della magistratura che si è dimostrata distratta e omissiva (o sovraccarica di lavoro). In ogni caso, il problema non può essere ribaltato a livello di organizzatori culturali.
Nel 2019 l’editore Altaforte, prima ammesso poi escluso, ha presentato una richiesta di risarcimento di 200mila euro al Salone del Libro di Torino, con un procedimento tuttora aperto: in ogni caso, ha beneficiato di una notorietà insperata e inattesa. Adesso è la volta delle dichiarazioni di antifascismo: e chi, eventualmente, ne verifica la sincerità? E quale editore di estrema destra non sfrutta un’occasione così ghiotta per far parlare di sé? Credo che gli organizzatori dovrebbero prendere provvedimenti alla fonte: invitare i singoli editori alla kermesse, oppure stabilire paletti rigidi rispetto agli argomenti, oppure rivolgere inviti personali agli autori. Certo non devono inventare dichiarazioni di autenticità democratica che permettono a Giorgia Meloni di ignorare i saluti romani al congresso costitutivo di “Futuro Nazionale” per nascondersi dietro le ingenuità ideologiche di “Più libri, più liberi”.
Da tempo l’ “antifascismo” costituisce un grande regalo propagandistico fatto alla Destra, come sostiene Stefano Bonaccini (La Stampa, 15 giugno u.s.). Alcuni esponenti di governo, a partire dalla premier, lo sanno benissimo e virano sull’ideologico ogni qual volta vogliono distrarre l’attenzione dai problemi interni: la polemica sul “manifesto di Ventotene” insegna (“cannonate” a Montecitorio contro Altiero Spinelli il 19 marzo 2025 per nascondere le tensioni con la Lega sul piano europeo di riarmo al voto di Bruxelles il giorno dopo). Le dichiarazioni di antifascismo preventivo della kermesse editoriale offrono un altro alibi: permettono di ignorare le inquietudini filofasciste vannacciane e di virare sulla “libertà di pensiero e di stampa”. In più, offrono una tribuna mediatica a editori da poche centinaia di copie a volume…
Forse bisognerebbe lasciare l’antifascismo alla discussione storica e concentrare quella politica sulla “democrazia”, cioè sui modi che permettano alla Costituzione (la vera eredità dell’antifascismo) di essere una garanzia in atto per tutti: perché tra
una polemica pretestuosa e l’altra, tra una richiesta a La Russa di dichiararsi antifascista e una a Meloni di prendere le distanze da questo o da quello, si è dimenticato che “democrazia antifascista” significa poter arrivare tutti a fine mese, farsi curare senza attendere due anni di liste d’attesa, avere scuole e servizi efficienti, potere assistere gli anziani senza svenarsi o fare acrobazie con gli orari di lavoro. Queste sono le battaglie antifasciste, altro che le dichiarazioni di principio sottoscritte per partecipare ad una rassegna di libri!
(da La Stampa)

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LA RINCORSA SU VANNACCI MANDA IN TILT I FRATELLI. E NORDIO STRAPARLA

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL GENERALE RUBA L’ARMAMENTARIO BOLSO AI SOVRANISTI

Il fascismo manda in tilt Fratelli d’Italia, che finisce in difficoltà intorno a una parola su cui lo stesso governo Meloni ha giocato sin da subito. Da un lato c’è il generale Roberto Vannacci, che si sente il depositario della «vera destra» e non ha remore a impadronirsi di tutto l’armamentario del folklore ideologico: braccia tese, «Dio, patria e famiglia» e X Mas. Dall’altra c’è la polemica innescata dalla stessa Giorgia Meloni intorno alla manifestazione Più libri più liberi, che ha chiesto agli editori partecipanti di sottoscrivere una dichiarazione sulla condivisione dei principi costituzionali. Meloni ha criticato il «patentino antifascista» e parlato di «censura» e «cancellazione delle idee non di sinistra».
Il risultato del combinato disposto delle due questioni è stato peculiare. Improvvido è arrivato il commento del ministro della Giustizia Carlo Nordio che, per sostenere la linea della premier, si è sentito in dovere di spiegare che il «libro più importante per la nostra giustizia reca la firma Benito Mussolini». Il riferimento è ovviamente al codice penale del 1930, firmato dal Guardasigilli Alfredo Rocco, dal Duce e dal re Vittorio Emanuele III. Un codice che, per dovere di cronaca, è stato in realtà negli anni progressivamente svuotato, modificato in molte parti e interpretato in modo costituzionalmente orientato. Dopo l’effetto boomerang del primo lancio di agenzia, la precisazione: il ministro ha inteso dire non che il codice mussoliniano sia da imitare ma che «è proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini». Il riferimento, in questo caso, sarebbe alle opposizioni che hanno contestato le iniziative abrogative del ministro.
Al netto della polemica intorno a via Arenula, l’attacco di Meloni a Più libri più liberi (che ha fatto sapere di non voler arretrare nella sua iniziativa) è suonato da molte parti come «interessato», come è stato definito da una fonte di centrodestra.
Per contrastare un Vannacci alle porte che suona la grancassa dell’orgoglio fascista, serviva rilanciare.
Dentro FdI serpeggia, nemmeno troppo celato, il malumore rispetto al generale, che si è appropriato dei simboli di una tradizione che gli ex missini di Meloni sentono come propria, ma c’è anche frustrazione di non poter concorrere su quel terreno, perché quei simboli sono impossibili da esibire stando al governo. Qualche prudente tentativo viene comunque fatto. «Meloni il 22 maggio è tornata a commemorare l’anniversario di Giorgio Almirante, non lo faceva dal 2021», fa notare chi conosce la premier. Segno che il campanello d’allarme sta suonando all’impazzata, tanto più dopo che i sondaggi danno Futuro nazionale oltre il 4 per cento (ieri una rilevazione Swg per il Tg di La7 lo ha dato al 5,3 per cento, al pari della Lega), con un flusso di sostenitori che viene per il 45 per cento dal partito di Matteo Salvini ma, secondo Affariitaliani, per il 39 per cento da FdI.
Legge elettorale
Ad agitare il centrodestra sono proprio gli effetti che questi sondaggi avranno, se si traducessero in voti reali, alla luce della legge elettorale in via di approvazione. Con una legge proporzionale con premio di maggioranza al superamento del 42 per cento, Futuro nazionale rischia il win-win: in coalizione con il centrodestra potrebbe essere determinante per la vittoria e chiedere benefici di conseguenza; correndo da solo entrerebbe comunque in Parlamento, ma rischiando di far perdere l’attuale maggioranza. Per intorbidire le acque, Vannacci ha fatto presentare un emendamento per introdurre le preferenze. Quelle che, a parole, anche FdI vuole («sono un fan delle preferenze», ha detto anche ieri il ministro Francesco Lollobrigida), ma per cui non ha presentato emendamenti, riservandosi di farlo in aula.
L’effetto è stato quello di produrre quello che in ambienti di FdI viene chiamato un «surplus di riflessione». Il calendario alla Camera rimane invariato, maratona in commissione per far arrivare il testo a Montecitorio il 26 giugno. Poi, però, una frenata tattica dovrebbe arrivare al Senato, così da poter prendere meglio le misure del fenomeno Vannacci e capire quanto la nuova legge, in ultima analisi, rischi di giovare soprattutto a lui. Con un rischio, però: per mesi FdI ha parlato della necessità di una riforma «per dare stabilità», rispedendo al mittente le critiche di
voler truccare le regole per avere la certezza di vincere. Interrompere la galoppata ora sarebbe la conferma che il campo progressista cerca.
Intanto, però, è stallo. Noi moderati e Forza Italia sono contrari all’alleanza con Vannacci, fonti di FdI ripetono che l’obiettivo è invece quello di assorbirlo e così imbrigliarlo nella coalizione. Apertamente nessuno si sbilancia. «Non è all’ordine del giorno», ha detto Lollobrigida e la linea rimane quella di definire il generale uno che «fa il gioco della sinistra» votando contro il governo. I vannacciani, però, hanno i volti di ex compagni di viaggio eletti da Lega e FdI e questo non aiuta a convincere gli elettori che Vannacci sia un cripto-democratico e non la «vera destra».
(da agenzie)

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INTERVISTA A GRATTERI: “I GIUDICI NON DEVONO ESSERE AL SERVIZIO DEL GOVERNO. IL PONTE? LO STATO SI ARRENDE ALLA MAFIA”

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

“LA RIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI NE MINA L’INDIPENDENZA”

Le inchieste sul Ponte dello Stretto? «L’aspetto che traspare, e di cui mi pare si stia parlando molto poco, è collegato alla riforma della Corte dei Conti». Ovvero: «C’è un evidente problema di separazione tra i poteri dello Stato insito nella riforma e questo conferma dei rischi denunciati dai critici della riforma cosiddetta Foti». Più diretto ancora, se possibile: «La nuova legge prevede la “collaborazione” con il potere politico ed è evidente che possa degenerare in un vero e proprio asservimento della magistratura contabile all’indirizzo di governo». Tutta colpa delle «varie modifiche, che impongono alla Corte dei conti un ruolo “collaborativo” trasformando il controllo da argine di legalità a servizio dell’esecutivo. Questo non va bene, lo abbiamo visto, e dovrebbe far riflettere tutti».
L’affondo alla bulimica attività legislativa dell’esecutivo è firmato dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri e proprio sull’opera che più di tante altre è a rischio di infiltrazione e inquinamento da interessi mafiosi: il ponte sullo Stretto. Lo fa partendo dall’inchiesta della procura di Roma che vede indagati Tommaso Miele presidente aggiunto della Corte dei Conti fino allo scorso febbraio. Per ottenere informazioni riservate e un suo parere favorevole al progetto l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, dirigente della Lega, ex Cda della società Stretto di Messina e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio avrebbero fatto pressioni promettendo
appoggi per ottenere incarichi pubblici dopo la pensione. Ecco il cortocircuito, secondo Gratteri.
Procuratore, il Ponte finisce in un’inchiesta della procura di Roma. Pochi mesi fa da altra indagine era emerso «un allarmante movimentismo anche di gruppi vicini alle ’ndrine nell’apertura di società ad hoc, pulite e schermate, per aprirsi la strada ai futuri subappalti miliardari». Ci dovremmo sorprendere?
«Purtroppo sì, ma ci siamo abituati a non farlo più. E questo è il vero scandalo».
L’abolizione o la limitazione di reati spia che spesso precedono l’entrata in gioco di soggetti contigui o delegati dalle mafie a curare i propri interessi operata dall’esecutivo negli ultimi anni, può incidere sull’efficacia dei controlli e delle inchieste su un’opera pubblica come questa?
«Certamente. La criminalità organizzata usa strumenti sofisticati, senza minacce esplicite, e spesso si comincia con un reato che “di mafioso” all’inizio non ha nulla, e che solo indagando si comprende chi c’è dietro e i collegamenti».
Dica la verità: si riesce a indagare con incisività o no?
«Con le limitazioni delle intercettazioni, quelle per il sequestro dei cellulari, con l’abolizione dell’abuso di ufficio, non solo è molto difficile “arginare” i danni, ma è anche difficile intervenire dopo».
Questo per dire cosa?
«Che spero di sbagliare, ma a me pare ci sia un disegno globale per eliminare qualunque forma di controllo, rendere tutto più permeabile, con la finalità di rendere la giustizia una strana rete da pesca, incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci».
È corretto o no dire che – per le caratteristiche acquisite e per la capacità economica e di professionisti a sua disposizione – una mafia come la ’ndrangheta sia in grado potenzialmente di cannibalizzare l’opera dalla progettazione all’esecuzione, alla consegna al committente?
«Sono anni che la ’ndrangheta non è più quella con lupara e cappello si è evoluta a 360° gradi. Oggi è composta da professionisti che hanno studiato all’estero, che parlano tre lingue, che conoscono i mercati. Certo, sono nelle condizioni di potere infiltrare tutti gli step dell’opera».
Se il quadro di rischio è così alto, c’è chi dice: allora l’opera non si faccia. Sarebbe una resa?
«In questo caso devo dare una duplice risposta».
La prima?
«Sarebbe stata cosa giusta fare molto tempo addietro una valutazione costi-benefici, perché in Calabria e in Sicilia mancano molte infrastrutture che definirei primarie: dalle autostrade, alla rete ferroviaria, dagli ospedali, alle dighe. Se si continua a pensare di non volere investire in “queste opere”, molto più urgenti del Ponte sullo stretto, si fa un danno a tutta l’Italia, non solo che per noi cittadini che abitiamo in quei luoghi. Quindi bisogna capire: è una resa dire che questa cifra esorbitante sarebbe preferibile investirla per fare altro? Io, con tutte le cautele e le accortezze del caso, direi di no, anzi sarebbe una presa di coscienza».
La seconda?
«Il dilemma non è fare o non fare il Ponte perché c’è il rischio di infiltrazioni mafiose. Il problema è che non abbiamo gli strumenti per prevenire e per intervenire, come sarebbe necessario, per contrastare l’infiltrazione mafiosa in questo come in altri casi. Questa è una resa. La resa di uno Stato che a fronte di una criminalità organizzata sempre più sofisticata, lascia forze dell’ordine e magistratura con le armi spuntate. Se avessimo gli strumenti necessari, per contrastare le infiltrazioni, non ci sarebbe alcuna necessità di farsi questa domanda».
Un quadro sconfortante. Come se ne esce?
«Bisogna avere personale specializzato per contrastare la criminalità organizzata con strumentazione informatica e strumenti investigativi adeguati; è necessaria una seria revisione della geografia giudiziaria, redistribuendo le risorse secondo le esigenze dei territori, è necessario avere il pieno organico negli Uffici, sia dei magistrati che del personale amministrativo; bisogna snellire le procedure riducendo al massimo i rimedi impugnatori, che ingolfano corti di appello e Corte di Cassazione. L’efficienza e i tempi della giustizia non potranno mai migliorare se noi continuiamo ad essere sempre meno e i processi sempre di più».
(da La Stampa)

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L’ITALIA DI VANNACCI, TRA L’ACCAPPATOIO LEOPARDATO E PUCCI

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

A MOLTI FA PAURA, MA IN REALTA’ FA RIDERE

Vannacci brilla sempre più per pochezza. A molti fa paura. Nella realtà è un “politico” così vuoto, retrogrado e politicamente analfabeta (con rispetto parlando) che più che altro fa ridere.
Citazionismo. Vannacci è il classico tipo che nella vita ha letto sì e no un libro (quindi un libro in più di chi lo vota) e se ne vanta. Al tempo stesso, avverte però il bisogno di darsi un tono quando parla in pubblico. Da qui i riferimenti a Giulio Cesare, von Clausewitz e Almirante. Dei primi due conosce (forse) i luoghi comuni, del terzo conosce il fascismo e la spiccata propensione all’antidemocrazia. Ritenendole entrambe delle caratteristiche di pregio.
Povero Dalla. Come inno, Vannacci ha scelto Futura di Lucio Dalla. Così, a caso. E a spregio.
Terza persona. Vannacci parla di sé in terza persona: non accadeva dai tempi di Alberto Tomba. “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”; “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali”. Chiamare la neuro, no?
Retorica bellicista. La retorica di Vannacci è intrisa di patria, guerra (“Siamo in trincea”), “preghiere del paracadutista francese” e altre banalità tipiche di un Sergente Maggiore Hartman figlio di un regista minore (per Vannacci e
vannacciani: il Sergente Maggiore Hartman era uno dei protagonisti di Full Metal Jacket). Vannacci è il classico destrorso non più giovanissimo che ostenta coraggio e machismo, sapendo di difettare oltremodo in entrambi.
Feccia. “Siamo figli di nessuno, la feccia, lo scarto, e siamo orgogliosi di esserlo”. In apparenza, quello di Vannacci sembra un autoritratto troppo brutale. Poi però uno pensa a quelli che sta raccattando – Ravetto, Bergamini, Pozzolo, Rinaldi, Borghezio, Furgiuele – e pensa che tutto sommato anche in Vannacci esistono stille di realismo politico.
“Voglio la tormenta e la rissa”. La tormenta (ai nostri zebedei) l’ha già ottenuta. Quanto alla rissa, se ci fosse sarebbe il primo a scappare. In accappatoio leopardato.
“L’Italia agli italiani”. E poi “lotta all’islamizzazione”, “alla dittatura Lgbtq+” e altre menate. Vannacci parla come parlavano Meloni e Salvini prima di inginocchiarsi all’establishment. Pari pari. E una volta al potere, Vannacci seguirà la stessa strada. Pari pari. Uomo politicamente pavidissimo, noiosissimo e prevedibilissimo.
Sestante. “Eventualmente saremo il sestante della coalizione, che dà la rotta”. Lo ha detto davvero. E la cosa notevole è che nessuno gli ha riso in faccia.
Remigrazione. Che cos’è? “L’allontanamento di elementi esogeni alla nostra cultura”. Ed è subito Goebbels Time!
Giornalisti boia. Vannacci adora attaccare i giornalisti, rei di spiarlo (?) neanche fosse il Colonnello Kurtz (??). Troppa grazia: nel film di Coppola, quel personaggio era interpretato da Marlon Brando. Per uno come Vannacci, basterebbe Jerry Calà. O al massimo Pucci.
Dizionari. “I gay non sono normali, lo dice anche il dizionario Zingaretti”. Invece il Devoto-Schlein ne dà una definizione diversa.
“Il femminicidio non esiste”. E ormai neanche più la decenza.
Parole di troppo. “Hanno detto che siamo gli utili idioti della sinistra”, si è lamentato Vannacci. Se non ci fossero state quattro parole di troppo (le due prima e le due dopo della settima), sarebbe parsa una frase quasi perfetta.
Io so’ io. “Perché dovrei riuscire dove Meloni ha fallito? Perché io sono Vannacci”. Ma vai a letto, bischero!
Concludendo. Voi direte: uno così caricaturale e disastroso non prenderà mai voti. Al contrario: proprio perché così caricaturale e disastroso, prenderà vagonate di voti. Viva l’Italia!
(da Il Fatto Quotidiano)

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DOPO “IL FEMMINICIDIO NON ESISTE” ORA VANNACCI STRIZZA L’OCCHIO AI NO VAX

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

DELLA FECCIA NON SI BUTTA VIA NULLA

«L’obiettivo è crescere», dice Roberto Vannacci. E per riuscirci, il leader di Futuro nazionale sa che dovrà continuare a far parlare di sé, ottenere titoli di giornale, spostare il limite dell’inaccettabile ogni giorno più in alto. Anche al costo di normalizzare la brutalità. Anche al costo di dire qualcosa in cui, in fondo, non crede nemmeno lui. Tutto per continuare ad aggregare intorno a sé pezzi di elettorato dimenticati, delusi, arrabbiati, e continuare a crescere.
Il prossimo passo, nella testa dei suoi fedelissimi, è ottenere il consenso della comunità No-Vax. Già domenica scorsa, quando Vannacci riunisce le sue truppe a Roma, gli racconta a lungo lo strampalato programma di governo del suo partito, ma il tema dei vaccini emerge dalla platea. Appena concluso l’intervento del leader, mentre partiva la musica di chiusura e in sala ci si salutava, un militante va verso il palco e protesta: «Non ha detto nulla sui vaccini!». Interviene allora Lorenzo Gasperini, il responsabile del Programma di Futuro nazionale, pronto a offrire rassicurazioni: «Vuole sapere quanti vaccini Covid mi sono fatto io? Zeeero!», risponde con una certa fierezza. E lo ripete, casomai non fosse chiaro, stavolta tendendo verso il militante la mano con indice e pollice chiusi in un bel cerchio: «Zeeero!». Il No-Vax, seppur rinfrancato dalla consapevolezza di non essere finito nel partito sbagliato, non sembra ancora soddisfatto: «Ma allora fategli dire qualcosa». Gasperini lo rassicura: «Stia tranquillo, il generale ne parlerà a breve. Dirà la sua posizione sui vaccini».
A dire la verità, la posizione di Vannacci sui vaccini un po’ la si conosce già. Quando era in Russia ha ricevuto il vaccino Sputnik e poi al rientro in Europa si è sottoposto a una doppia dose di Moderna senza ripensamenti: «Ho fatto un atto di fede. Non vedo perché non dovrei fidarmi di una struttura dello Stato che pensa a garantire la salute della cittadinanza», diceva poco tempo fa nel corso di un dibattito televisivo. Dovrà fare l’ennesima giravolta, per aggiungere un altro tassello a quella stessa strategia che lo ha portato a negare l’esistenza giuridica del “femminicidio” e l’idea che la discriminazione di genere possa essere ritenuta
un’aggravante. Parole indirizzate a quella crescente comunità di uomini che si sente minacciata dall’emancipazione della donna, che ne ha paura, che ai diritti femminili contrappone la difesa dei privilegi maschili.
La segretaria del Pd Elly Schlein cerca di smorzarne l’effetto: «Nelle sue parole non c’è nulla di nuovo. Persino gli slogan sono già visti, già sentiti, triti e ritriti. Paradossalmente – fa notare – abbiamo già visto dove vanno a finire, perché oggi Vannacci dice ciò che prima di andare al governo dicevano anche Meloni e Salvini»
(da La Stampa)

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TRUMP FESTEGGIA L’ACCORDO CON L’IRAN, MA E’ PEGGIO DI QUELLO DI OBAMA 2016

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

NON SOLO IL REGIME E’ ANCORA BEN SALDO, MA CI HA PURE GUADAGNATO

“Il mio è un documento potente, non come quello di Obama che era terribile”. Nel giorno del suo sbandierato trionfo, Donald Trump, a margine del G7 di Evian, tiene a precisare una cosa: il suo quadro d’intesa con l’Iran è molto meglio di quello firmato dal democratico nel 2015 e da lui abbandonato nel 2018. Qualche giorno fa, in un’intervista a Abc News, Barack Obama ha infatti detto di “dubitare che l’intesa in discussione oggi sia molto diversa dalla mia”. Trump, che detesta il suo predecessore e ne soffre il confronto, ha reagito nell’unico modo che conosce. Attaccando. Nelle sue parole si avverte però anche dell’altro. Il disperato tentativo di rappresentare come un trionfo qualcosa che, forse, trionfo non è.
Non è al momento davvero possibile stabilire un parallelo tra il Joint Comprensive Plan of Action (Jcpoa) del 2015 e il memorandum d’intesa di Trump. Anzitutto, il Jcpoa era racchiuso in 159 pagine di vincoli, regole, impegni. Il testo da firmare venerdì a Ginevra non è ancora pubblico. È poi diverso il contesto storico. Il programma missilistico balistico iraniano e la gestione dello Stretto di Hormuz sono problemi oggi, non nel 2015. C’è poi, a detta dell’amministrazione Usa, soprattutto una differenza. Undici anni fa, l’Iran acconsentiva all’accesso illimitato degli ispettori dell’Aiea e alla riduzione di due terzi delle sue centrifughe. Ciò che, insieme al taglio delle scorte di uranio già arricchito, allungava nel tempo la possibilità che Teheran disponesse del nucleare. Il testo di Trump non dovrebbe invece contenere “sunset clauses”. In altre parole, ci sarebbe per l’Iran il totale e indefinito divieto al nucleare per fini militari. Qui emergono i primi problemi. In un’intervista al New York Times, Trump ha ripetuto che nel futuro l’Iran si limiterà a livelli bassi di arricchimento, tali “da non poter mai essere utilizzati dai militari”. Quando però gli hanno chiesto se quel limite sarà vicino al 3,67% voluto da Obama, Trump non ha risposto e ha ripetuto: “Potranno arricchirsi solo per scopi non militari”.
È un’indeterminatezza che porta a ipotizzare che il nuovo testo sia diverso dal Jcpoa solo nella clausola che fa finire il conflitto – che però nel 2015 non c’era. Per il resto, all’Iran verrebbe concesso, come nel 2015, una certa possibilità di arricchimento, su cui Teheran potrà nel futuro giocare per tornare agli originari progetti. È per contrastare l’impressione di un’operazione militare e diplomatica clamorosamente fallita, che Trump e i suoi si sono lanciati in un altro tipo di offensiva, questa volta mediatica. Su Truth Social, Trump si è profuso in toni lirici: “Navi del mondo, accendete i vostri motori. Lasciate che il petrolio scorra”. Legando il memorandum agli 80 anni appena compiuti dal presidente, Marco Rubio ha scritto su X: “L’America è fortunata ad avere un leader con un coraggio così incredibile, una forza straordinaria, un senso dell’umorismo ineguagliabile e un amore per la patria senza pari”. Gli accenti trionfalistici non riescono pero a nascondere tutto il non detto. Oltre a non essere chiaro che ne sarà del programma nucleare iraniano, domina l’incertezza sullo Stretto di Hormuz – a Evian, il presidente ha spiegato che “lo Stretto è parzialmente aperto”, ma che “stanno ancora cacciando qualche mina” – e sulla tenuta della tregua tra Israele e Hezbollah. L’esito della vicenda iraniana rischia anche di essere piuttosto magro, se rapportato ai proclami iniziali. Per Trump la guerra era “praticamente vinta” dal secondo giorno. Dal quarto, l’esercito iraniano era in gran parte “degradato”. Senza contare gli appelli al “regime change”, risuonati tante volte in quelle che dovevano essere “quattro/cinque settimane” di raid. Di tutto ciò, non è rimasto nulla. E mentre risuona la fanfara dell’amministrazione, i dubbi emergono non solo tra i democratici ma anche tra alcuni repubblicani. Il senatore del South Carolina, Lindsay Graham, di solito solido alleato di Trump, questa volta non appare così solido e dice: “Temo che in Iran abbiano una percezione dell’intesa molto diversa da quella del team dei nostri negoziatori”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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SE CADE ANCHE IL SECONDO MURO

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

L’EUROPA E LA FINE DELL’ATLANTISMO

Siamo così abituati a lagnarci dei tempi che corrono che rischiamo di perderci anche qualche vantaggio connesso. Per esempio: l’aria nuova, la sensazione non solo rovinosa, anche stimolante, che tutto stia cambiando a una velocità insospettabile fino a pochi anni fa. Come se non solo qualcosa di pauroso, anche qualcosa di sorprendente fosse alle porte.
Non ci annoia, insomma, e si è costretti a rimettere in ordine i pensieri. A partire dall’idea che “Occidente” sia un concetto in cocci, almeno nella sua configurazione atlantista, e che la diretta conseguenza sia l’obbligo di ragionare su altre basi, immaginare altri scenari. A ogni pie’ sospinto leggiamo o sentiamo che qualcuno, in Europa, dichiara che “dobbiamo fare a meno dell’America”. Politici, analisti, intellettuali, ormai è un coro. Si profetizzano o si auspicano il Canada “europeo”, il Giappone quasi, Pakistan, Turchia e sauditi nuovi custodi degli equilibri mediorientali, con l’Iran che forse dovrà fare i conti con i suoi confinanti islamici più che con la lontana America.
Si leggono (almeno così mi capita) le parole degli analisti e degli esperti di politica estera con una curiosità molto superiore rispetto al passato, cercando orientamento in un mondo che assomiglia sempre di meno a quello nel quale abbiamo vissuto fino a qui. Il pigro cerimoniale dei governanti europei che stringono la mano ai presidenti americani pronunciando le prevedibili formule di uno scontato vassallaggio appartengono al passato. In fondo, dopo il muro di Berlino, ne sta cadendo un altro, non così visibile ma altrettanto obsoleto.
(da Repubblica)

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GIORGIA MELONI HA DECISO CHE L’ITER PARLAMENTARE PER APPROVARE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE DOVRA’ ARENARSI AL SENATO. MEGLIO PRENDERE TEMPO PER CAPIRE COME DISINNESCARE O SFRUTTARE LA “MINA VANNACCI”: FUTURO NAZIONALE CONTINUA A CRESCERE NEI SONDAGGI E RISCHIA DI DIVENTARE L’AGO DELLA BILANCIA, IN GRADO DI FAR PERDERE IL CENTRODESTRA, NEL CASO IN CUI CORRESSE DA SOLO

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

LO STABILICUM PREVEDE L’OBBLIGO DI FISSARE LE ALLEANZE PRIMA DEL VOTO PER POTER OTTENERE IL PREMIO DI MAGGIORANZA … DA FDI MORMORANO: “CI STIAMO METTENDO LA CORDA AL COLLO DA SOLI”

La corsa forsennata del centrodestra per approvare la nuova legge elettorale è già finita. Giorgia Meloni ci ha ripensato, ora vuole prendere tempo, ragionarci su. Il testo di maggioranza ora è alla Camera e ha un percorso parlamentare già fissato: i lavori in commissione Affari costituzionali si concluderanno, secondo il calendario approvato la scorsa settimana, il prossimo 25 giugno.
Da lì, la proposta del centrodestra arriverà in Aula per ottenere il via libera, previsto intorno alla metà di luglio.
Quando però la legge approderà in Senato per l’approvazione definitiva, che solo qualche giorno fa era stata pianificata dalla premier entro la pausa estiva di agosto, ecco che verrà fatta arenare. E non è detto che da lì, poi, riesca a ripartire.
«Si può sempre chiudere entro l’autunno, come avevamo programmato mesi fa», dicono ostentando tranquillità i fedelissimi della premier. Ma nei ragionamenti di questi giorni si è insinuato con sempre più forza il tema “Roberto Vannacci”. Lui, il leader di Futuro nazionale, continua a crescere nei sondaggi. E con la nuova legge elettorale, lo “Stabilicum”, rischia seriamente di diventare l’elemento che sposterà gli equilibri a sfavore del centrodestra, facendogli perdere le elezioni.
Vannacci sa che questo significa avere una leva di potere enorme. Infatti si è già messo comodo, alla finestra: «Deciderò prima delle elezioni se entrare o meno nella coalizione di centrodestra. Ma ancora non sappiamo nemmeno che legge elettorale avremo».
Il generale prende tempo, dunque. Come a volerli tenere appesi. All’interno della maggioranza, però, sono già tutti convinti che correrà in solitaria. Perché è esclusivamente restando all’opposizione che potrà continuare a crescere. Solo lì potrà evitare di scontentare il suo elettorato, proporre ricette economiche dai costi
esorbitanti senza avere la preoccupazione di dover indicare le coperture, far quadrare i conti, trattare con l’Europa.
Il problema è che dentro Fratelli d’Italia hanno iniziato a fare di conto e le truppe adesso sono in agitazione. «Con Vannacci sopra il 5%, questa nuova legge elettorale non ci conviene più – ragionano in tanti nel partito di Meloni -. Ci stiamo mettendo la corda al collo da soli».
Ciò che la premier voleva sopra ogni cosa, si sta rivelando un boomerang: il premio di maggioranza tanto desiderato rischia di condannare il centrodestra a una sconfitta, se Vannacci dovesse davvero negarsi e restare fuori dalla coalizione.
Perché – come diceva Matteo Renzi con soddisfazione luciferina in questi giorni – «la cosa buona di questa legge è che si sa chi vince». E si sa perché, per ottenere il premio di maggioranza, si devono fissare le alleanze prima del voto, non dopo.
Così il centrodestra che si scagliava contro gli «inciuci di palazzo», contro le «maggioranze costruite a tavolino», contro i governi che «non corrispondono al volere dei cittadini», ora riscopre il piacere agrodolce delle alchimie post-voto. Insomma, «meglio andare con questa legge elettorale», si dicono convinti dentro il partito di Meloni. «E sarebbe un bene se questa pausa di riflessione portasse alla morte dello Stabilicum».
Ragionano, inannzitutto, sul fatto che Vannacci non riuscirebbe a vincere nessun collegio uninominale. E magari, si potrebbe trattare con più calma, dopo le elezioni. Dall’altra parte, però, non si potrebbe più fare una campagna elettorale impostata sul “voto utile”, cercando di convincere gli elettori a puntare sulle coalizioni che hanno davvero qualche chance di governare.
A settembre, dopo tre mesi di approccio più aggressivo sui temi della destra, quelli da contendere al generale, Meloni riprenderà in mano i sondaggi e deciderà che fare della sua nuova legge elettorale. Modificarla, farla ripartire, accantonarla per sempre.
(da La Stampa)

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TRUMP, AU REVOIR! QUEL GRAN PARACULO DI JORDAN BARDELLA, PRESIDENTE DEL PARTITO DI MARINE LE PEN, RASSEMBLEMENT NATIONAL, PRENDE LE DISTANZE DA DONALD TRUMP, DEFINENDO IL COMPORTAMENTEO DEL GANGSTER DELLA CASA BIANCA “IRREGOLARE, MA ANCHE ESTREMAMENTE INSTABILE E IN CONTINUO CAMBIAMENTO”. IN PRATICA, UN PAZZO INAFFIDABILE”

Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile

“NON CERCO IL SUO SOSTEGNO, MA SOLO QUELLO DEI FRANCESI” – DA TEMPO IL GALLETTO COCCODÈ DELLA DESTRA FRANCESE HA AVVIATO UNO “SBIANCHETTAMENTO” PER DIMOSTRARE DI NON ESSERE UN PERICOLO ESTREMISTA, MA UN LEADER AFFIDABILE, TENDENTE AL CENTRO

Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National e possibile candidato dell’estrema destra francese alle presidenziali del 2027 qualora Marine Le Pen fosse esclusa dalla corsa, prende le distanze da Donald Trump e dal suo stile politico.
In un’intervista di 45 minuti, Bardella ha definito il presidente statunitense “imprevedibile” e difficile da interpretare, sostenendo che il suo atteggiamento cambia continuamente. Ha inoltre escluso di voler ricevere un eventuale sostegno elettorale da parte di Trump, affermando che lui e Le Pen cercano soltanto il consenso degli elettori francesi e non intendono aprire la porta a interferenze esterne.
Pur condividendo alcune posizioni sull’immigrazione e sull’identità nazionale, Bardella ritiene che l’Europa debba prepararsi a un futuro in cui Washington non sarà più disposta a garantire la sicurezza del continente. Secondo il leader francese, gli Stati Uniti resteranno alleati, ma non avranno più il ruolo di protettori
dell’Europa. A suo giudizio, il secondo mandato di Trump rappresenta una svolta significativa rispetto al primo e riflette una visione degli Stati Uniti come potenza concentrata soprattutto sulla propria area di influenza.
Come scrivono Laura Kayali e Marion Solletty in un articolo pubblicato da “Politico Europe”, questa presa di distanza appare particolarmente significativa perché in passato Bardella aveva espresso simpatia per Trump. Negli ultimi anni, tuttavia, il dirigente del Rassemblement National ha contribuito a rafforzare l’immagine di un partito più istituzionale e meno legato alle posizioni filorusse che in passato avevano suscitato polemiche.
Bardella rimane comunque fermo sulle sue posizioni restrittive in materia di immigrazione. Nell’intervista ha sostenuto che la Francia sia indebolita da flussi migratori che, a suo avviso, modificano profondamente identità e valori del Paese. Ha riconosciuto che questa analisi coincide con quella dell’amministrazione Trump, precisando però che non intende modificarla solo perché condivisa da attori stranieri.
Il leader del Rassemblement National ha inoltre richiamato la tradizione di autonomia strategica francese incarnata da Charles de Gaulle, sostenendo che proprio la scelta di mantenere una certa distanza dagli Stati Uniti abbia consentito alla Francia di preservare la propria indipendenza. In questo senso, Bardella ritiene che Parigi possa assumere un ruolo più importante nella sicurezza europea, offrendo ai partner del continente un’alternativa nel settore della difesa in un momento di crescente incertezza sul sostegno americano
Nell’intervista, Bardella ha anche criticato l’accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti firmato la scorsa estate, definendolo una forma di subordinazione economica, finanziaria e industriale. Pur considerando Washington un alleato, ha sostenuto che la Francia e l’Europa debbano difendere i propri interessi con la stessa determinazione con cui, a suo dire, Trump tutela quelli degli Stati Uniti.
(da r www.politico.eu)

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