Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL “CALIGOLA DELLA CASA BIANCA” NON INDOSSA PARRUCCHE, MA LA SUA CHIOMA RICHIEDE COMPLESSE OPERAZIONI DI MANUTENZIONE. PER QUESTO VIAGGIA SEMPRE CON PICCOLE CIOCCHE DI CAPELLI DELLA STESSA TONALITÀ DEI SUOI CAPELLI, DA APPLICARE ALL’OCCORRENZA… L’ASSENZA DI MELANIA ALLA MINI-CONVENTION REPUBBLICANA DI DALLAS, ENNESIMO SEGNALE DI UN MATRIMONIO NAUFRAGATO
“C’è sempre qualcuno che lo segue con il suo kit per i ritocchi ai capelli; queste persone stanno accanto a chi trasporta i codici nucleari.” I capelli di Trump richiedono un apposito “kit di ritocco” da viaggio.
Trump sostiene di non indossare parrucche, ma la sua chioma richiede complesse operazioni di manutenzione. Viaggia con un “kit di ritocco” contenente piccole ciocche di capelli della stessa tonalità, da applicare all’occorrenza; nel corso degli anni, diverse persone sono state incaricate di portarlo con sé al suo seguito.
Trump vuole che tutto ciò che lo circonda sia all’altezza di Trump.
L’ossessione di Trump per l’Air force One del Qatar riguarda più l’estetica che la sicurezza. Vuole vivere in una fortezza perché si sente un re, volare su un aereo che ritiene degno di lui e trasformare la Casa Bianca a sua immagine e somiglianza. Eppure, trova sempre qualcosa di cui lamentarsi, come la tonalità di oro dell’aereo, che a suo dire è sbagliata.
E l’assenza di Melania non dovrebbe sorprendere nessuno.
Il Washington Post ha riportato la notizia del rifiuto di Melania di partecipare alla mini-convention repubblicana di Dallas come se fosse una sorpresa, ma non lo è affatto. Ecco cosa abbiamo detto a riguardo:
Wolff: L’aspettativa che lei si presentasse a questa non-convention, mini-convention o come diavolo la chiamino, denota una profonda incomprensione della situazione attuale del suo rapporto con il marito.
Coles: Ovvio che non si sarebbe presentata. Ricordo bene la convention repubblicana (RNC) in cui lei apparve al suo fianco: lui sembrava incredulo nel vederla lì.
Wolff: La notizia non è che lei non si presenti, perché ormai non si fa più vedere da tempo. Non si tratta di un’eccezione alla regola, bensì dell’ennesimo segnale di un matrimonio ormai naufragato.
Michael Wolff e Joanna Coles
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
DOPPIA SFIDA IN DUE LANDER IMPORTANTI, CON I VERTICI DI AFD ANCORA A PIEDE LIBERO
Dopo la vittoria storica ottenuta dal partito tedesco di estrema destra Alternative für
Deutschland (AfD) alle elezioni regionali del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, l’attenzione è rivolta ai prossimi appuntamenti elettorali di quello che è stato ribattezzato “Superwahljahr”: il super anno elettorale che potrebbe ridisegnare gli equilibri politici della Germania.
Il 20 settembre, infatti, saranno gli abitanti della città-stato di Berlino e del Land di Meclemburgo-Pomerania a scegliere i propri rappresentanti regionali e ci si chiede se il partito che ha fatto della lotta all’immigrazione, del ripristino dei rapporti con la Russia e della stretta alla sicurezza i punti cardine della propria campagna elettorale, sia destinato a incassare un ulteriore successo o meno.
I sondaggi
Secondo le rilevazioni più recenti, in Meclemburgo-Pomerania l’AfD risulta saldamente in testa. In particolare, l’ultimo sondaggio di Infratest dimap, istituto di ricerca tedesco specializzato in analisi elettorali, pubblicato il 3 settembre, evidenzia come, nella regione, l’AfD si attesti al 35%, con un vantaggio di tre punti percentuali sul SPD, il partito socialdemocratico tedesco che guida la coalizione attualmente al governo. Altre analisi, come quelle condotta da Forsa e INSA, inoltre, raccontano di una distanza tra le due forze politiche ancora maggiore, ossia oscillante tra i 7 e i 9 punti percentuali.
A Berlino, invece, per l’AfD la possibilità di una vittoria non è così netta. L’ultimo sondaggio INSA, condotto tra il 26 agosto e il 2 settembre, vede la CDU dei cristiano democratici, il partito dell’attuale cancelliere tedesco Friedrich Merz, al primo posto con il 20% delle preferenze, mentre l’AfD al terzo con il 18%. Tra le due forze si interpone il partito di sinistra Die Linke, che si attesta al 19%. Il governo attualmente in carica è guidato da una coalizione formata dalla CDU e dal SPD.
Cosa sono i Länder e che poteri hanno
In Germania i Länder, i sedici Stati federati che compongono la Repubblica Federale di Germania, hanno un proprio Governo e un proprio Parlamento, che sono dotati di ampi poteri e competenze esclusive su materie come istruzione, ordine pubblico, cultura e giustizia amministrativa.
La campagna elettorale nei Länder
Nei tre Länder al voto, l’AfD ha condotto una campagna elettorale modellata sui bisogni prevalenti di ciascun elettorato. In Sassonia-Anhalt, dove il partito ha già ottenuto la vittoria, la campagna del candidato Ulrich Siegmund si è concentrata su un programma di governo incentrato su remigrazione e necessità di riportare al centro la cultura e la storia nazionale. A Berlino, invece, la capolista Kristin Brinker ha preferito puntare su degrado urbano e sicurezza e sullo slogan “Berlin stark machen” (“Rendere forte Berlino”), accusando il governatore uscente, Kai Wegner, di aver lasciato la città «affogare nel caos». In Meclemburgo-Pomerania, infine, la campagna del candidato Leif-Erik Holm ha puntato maggiormente su politica energetica e economia.
Nell’attesa che il verdetto del 20 settembre permetta di inquadrare quanto accaduto in Sassonia-Anhalt come un’eccezione o, al contrario, come l’inizio di una tendenza più ampia, la Germania si trova, per la prima volta dal 1945, a fare i conti con la possibilità che l’estrema destra torni alla guida di un governo regionale.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
JOHN FOREMAN, EX ATTACHE’ MILITARE BRITANNICO IN RUSSIA: “GLI DISSI CHE AVREBBE SCOPERTO TRPPO TARDI CHE NON ERA COSI’, MA LUI NON VOLEVA ASCOLTARE, VIVE IN UN MONDO PARALLELO”
Della Russia Roberto Vannacci non ha mai capito molto. Ma è un fan di Vladimir Putin. John Foreman è l’ex attaché militare britannico a Mosca, era in Russia nel febbraio 2022 quando iniziava la guerra con l’Ucraina. E a Repubblica racconta la cena offerta dal suo pari grado italiano poche settimane prima dell’invasione del 24 febbraio. Da Balzi Rossi, ristorante italiano a Mosca, «in realtà prima andammo a pranzo, e ci vedemmo più volte con Roberto. Parlando dell’Ucraina, Vannacci la descriveva come una questione secondaria, ripetendo che non è davvero un Paese indipendente, che fa parte della Russia, eccetera. Lo faceva anche quando ci incontravamo con gli altri attaché militari. Eppure era arrivato da meno di un anno (dicembre 2020, ndr)».
Vannacci e l’invasione dell’Ucraina
«Poi, verso ottobre 2021, la situazione cominciò a delinearsi. E le nostre strade si divisero. Lui ripeteva che la Russia non avrebbe mai invaso, nonostante le prove dell’intelligence si accumulassero, mese dopo mese. Poi siamo andati al Balzi Rossi, il miglior ristorante italiano di Mosca, con lui, i francesi e altri europei. Cibo delizioso, ed era Vannacci a offrire, a spese dei contribuenti italiani (ride, ndr)», prosegue l’ex capitano della Royal Navy di stanza pure in Italia, diplomatico in Usa, Nato e Ue, prima di essere decorato nel 2023 con l’Order of the British Empire. Foreman prosegue il racconto: «Era la fine di gennaio 2022. Stavamo bevendo un aperitivo prima di cena, discutendo dell’ammassamento di truppe russe al confine, e lui mi disse: “John, dai, Mosca non invaderà l’Ucraina”».
Foreman e il generale
La risposta di Foreman è stata: «Gli dissi: “Purtroppo, Roberto, scoprirai troppo tardi che non è così“. Ma lui non voleva davvero ascoltare. Almeno i francesi sono poi venuti a dirmi: “Avevi ragione”. Vannacci mai. Viveva quasi in un mondo parallelo, come quello del suo ristorante italiano, fino all’ultimo momento prima dell’invasione. Secondo me per una scarsa comprensione della situazione e per la sua ammirazione della “Russia forte”. Eppure, all’interno dell’ambasciata italiana stavano discutendo di ciò che stava accadendo, e me lo hanno confermato alte fonti. Ma Vannacci sostenne con forza, davanti all’ambasciatore, che l’invasione non sarebbe avvenuta. Ciò ebbe conseguenze gravi: l’Italia per esempio dovette evacuare il personale in fretta e furia da Kiev sotto attacco, perché non lo aveva fatto per tempo».
Il cavallo di Troia
Foreman è tiepido sulle definizioni di Vannacci date dal Financial Times: «Personalmente non ho mai creduto che Vannacci sia un agente russo che vuole destabilizzare lo stato italiano. Piuttosto, è molto affine all’idea di uomo forte di Putin, e ai valori cosiddetti tradizionali». Ma le sue posizioni sull’Ucraina sono considerate da molti russofile. «Sì, ma non è il solo. Ne ho visti tanti come lui, anche quando lavoravo a Roma, tra militari e rappresentanti italiani, che avevano la stessa idea su Mosca: “È una guerra civile in Ucraina, provocata dall’Occidente”, sostenevano. La Russia non la consideravano mai un nemico serio, a differenza di Al Qaeda per esempio, nemmeno dopo l’invasione della Crimea nel 2014 e gli avvelenamenti di Mosca in Inghilterra. Vannacci quasi sembrava che non ne sapesse niente. E l’Italia accettò persino gli “aiuti” della Russia durante il Covid, che è tutto dire».
Tensioni interne
Il generale spiega che «Mosca prospera su simili tensioni interne degli altri Paesi e il Cremlino gioisce quando sente Vannacci dire che bisogna ridurre il sostegno all’Ucraina, amplificando i suoi messaggi in Internet e sui social. Vannacci è uno sicurissimo di sé, ma quando era militare parlava troppo, perché esprimeva sempre le sue opinioni, tra l’altro controverse. Noi inglesi invece non ci permetteremmo mai. Ma c’è un altro problema».
La moglie
Ovvero: «Vannacci a Mosca parlava senza sapere molto di Russia e del resto era la sua prima carica diplomatica. Ma sua moglie (la romena Camelia Mihailescu, ndr) adorava vivere a Mosca e a Vannacci la capitale piaceva perché rifletteva i suoi concetti: una città pulita, molto bianca, con pochi immigrati, con uno Stato forte e una difesa dominante». Infine, sulla fiducia nei confronti del politico: «Sta agli italiani giudicare. Con Vannacci tornerei tranquillamente a bere: non ho nulla contro di lui. Ma personalmente, non sosterrei mai un politico del genere, le cui opinioni sulla Russia sono così distorte e lontane dalla realtà».
Il governo e il generale
Intanto proprio Vannacci oggi rilascia un’intervista al Fatto Quotidiano. In cui dice che il voto in Sassonia è un brutto segnale per il governo italiano «come per la maggior parte dei governi europei in carica. In Francia Rassemblement National cresce sempre di più, mentre in Spagna Vox è pronta a allearsi con i popolari per dare un calcio nel sedere a Sanchez». E spiega: «Noi di Fn cresciamo a ritmi esponenziali, più di quanto dicano le agenzie di rilevazione, spesso addomesticate. Basta girare per strada. E nei sondaggi siamo già il secondo partito del centrodestra».
E conclude: «Tra pochi giorni si vota per le suppletive a Reggio Calabria, dove Futuro Nazionale corre con un suo candidato anche contro il centrodestra. Sarà un test nazionale. Reggio Calabria sarà la nostra Sassonia. Puntiamo a vincere».
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA “FECCIA” NON TOLLERA CHE IL PRESIDENTE DEL CENTRO STUDI CRITICHI LA DERIVA ESTREMISTA…NON SIA MAI CHE QUALCHE NAZISTELLO DELLA DOMENICA SE NE ABBIA A MALE
«La Direzione Disciplinare Nazionale di FN ha deliberato l’espulsione dell’iscritto Luca
Sforzini, a seguito delle sue ripetute sortite sulla stampa e sui social network foriere di attacchi ad altri iscritti del partito e di descrizioni del movimento del tutto infondate».
Il partito di Roberto Vannacci caccia così il presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank storico di Futuro Nazionale). La decisione arriva dopo che Sforzini aveva espresso critiche nei confronti delle derive estremistiche del partito, invitando l’ex generale a «liberarsi delle cornacchie nere».
La cacciata di Sforzini
«Vannacci non è un fascista e considero un principio elementare dello Stato di diritto distinguere un esposto, degli accertamenti preliminari e una responsabilità accertata. Proprio per questo, però, oggi non è più possibile liquidare come folklore il problema politico che come Centro Studi Rinascimento Nazionale denunciamo con grandissima preoccupazione da settimane», aveva detto Sforzini all’AdnKronos nei giorni scorsi. Nella sua biografia sul sito del centro studi si definisce «imprenditore, esperto d’arte, politico, mecenate e filantropo italiano».
«Clima agghiacciante»
In un’intervista al Foglio il 2 settembre scorso Sforzini aveva definito «agghiacciante» il clima in Fn a causa neofascisti. Il giorno prima sul quotidiano era uscita la ricostruzione di una chat nel gruppo Whatsapp “Vannacci ultima speranza” in cui andava in scena uno scontro tra Sforzini e Roberto Jonghi Lavarini, il cosiddetto Barone Nero. «Sei un nazista autentico», avrebbe scritto Sforzini a Jonghi Lavarini. «Non sono uno sciuscià liberale atlantista sionista come te. Per me non è un’offesa», gli avrebbe risposto l’altro. E ancora: «Verrà il giorno in cui gli studiosi seri potranno parlare liberamente della Seconda guerra mondiale e della grande rivoluzione nazional popolare europea…», aveva scritto Lavarini.
Le cornacchie fasciste
«Vannacci, che in quanto generale ha giurato fedeltà alla nostra Costituzione, non è sicuramente un fascista e anche il candidato che ha scelto per Milano, Carmelo Burgio, dichiaratamente anti fascista, lo dimostra», aveva poi detto Sforzini all’AdnKronos il 3 settembre. «Il Ventennio appartiene alla storia. Il futuro non può essere lasciato in ostaggio di chi continua a guardare indietro, compromettendo l’esistenza stessa di questo partito che tanto potrebbe dare all’Italia in termini di idee ed energie nuove. Non sarà certo una Procura a decidere quale debba essere l’identità politica di Futuro Nazionale. Deve deciderlo Futuro Nazionale. E deve farlo adesso. Eliminando le ambiguità, i cattivi consiglieri, e le macchiette. Prima che sia troppo tardi», aveva concluso.
(da Dagoreport)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA PASSIONE PER LE VITTORIE ALTRUI CHE DA SEMPRE LO ACCOMPAGNA… E I COLONNELLI COMMENTANO RASSEGNATI
Vince tutte le gare, e tutte le elezioni, tranne quelle a cui partecipa. Domenica mattina le agenzie diffondevano il suo primo dispaccio: “Il segretario della Lega Matteo Salvini ha inviato un messaggio ad Alice Weidel, leader di Afd, in occasione delle elezioni regionali di oggi in Sassonia-Anhalt”. E già, su whatsapp, uno dei più importanti dirigenti della Lega scriveva così a un suo collega in Senato: “Siamo all’imitazione di Vannacci. Matteo è la fotocopia della sua stessa copia”. Passa qualche ora, Afd vince sul serio, Salvini è appena sceso dal podio (non se ne perde uno) dove ha consegnato la coppa del gran premio di Monza al pilota Kimi Antonelli, ed ecco un altro dispaccio con il quale il leader della Lega si congratula per il trionfo dell’estrema destra tedesca. “Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta Afd”. E bisogna riconoscergli una certa continuità di temperamento. Nel maggio del 2024, quando la medesima Afd venne cacciata dal gruppo europeo che ospitava anche la Lega, per via di certe simpatie per le SS naziste, Salvini si era congratulato pure allora, ma con Marine Le Pen, che l’espulsione l’aveva voluta. Altro messaggio laconico del solito dirigente leghista: “E’ disperato”. Ma davvero non si capisce perché questi colonnelli, o ex colonnelli di Salvini, non apprezzino il loro segretario e vicepremier, quest’uomo di illimitata cordialità, che al lampeggiare di un successo qualunque, in qualunque latitudine, sente accendersi dentro di sé la lampadina delle felicitazioni, come un tempo con Putin e poi con Trump, e non ha modo di spegnerla.
Anni fa, durante la campagna elettorale in Emilia-Romagna, l’avevamo visto farsi foto con i partigiani avvolti nel fazzoletto rosso, celebrare la statua di Peppone a Brescello, indossare il cappellino della Ferrari a Maranello e quello di Pantani a Cesenatico. Poi se ne andò pure a festeggiare le bellezze della Corea del Nord (“qui si respira un’aria bellissima”), si rallegrò anche per il ballottaggio di André Ventura in Portogallo, ma questo solo dopo il periodo in cui diceva che “sono d’accordo con Mario Draghi su tutta la linea”. Oggi manca tuttavia un nome all’appello di questa sterminata cordialità, e i colonnelli che si scrivono su whatsapp lo sanno benissimo: cercherà pure di salire sul podio con Vannacci? “Noi non escludiamo nessuno”, ride Massimiliano Simoni, il numero due del Generale. Lui scherza, ma sottovaluta Salvini.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’EREDITA’ DEL COMUNISMO SOVIETICO E LA SUA INFLUENZA SUI PAESI SATELLITI
La grande permeabilità di molte società dell’Est Europa ai partiti di estrema destra, alle
strette autoritarie, al nazionalismo e perfino al razzismo, proietta una luce tragica (ulteriore) sull’eredità del comunismo sovietico e la sua influenza sui Paesi satelliti (la Sassonia-Anhalt è ex Ddr).
Parrebbe un paradosso che laddove il socialismo era Legge e Regola, e l’internazionalismo una vantata ideologia di Stato, oggi prosperano la destra, il suprematismo etnico e religioso, il culto del leader forte come soluzione di qualunque problema. Prima rossi, poi neri: ma come è possibile?
Forse, invece, non è un paradosso. Esiste un nesso ben leggibile tra il duro passato di quei popoli e il loro presente. E questo nesso, non so come dirlo altrimenti, è l’estraneità alla democrazia. Laddove la democrazia non è mai stata un valore condiviso, e soprattutto non è mai stata una pratica, un potere autoritario, magari con qualche merito assistenziale che il capitalismo non è più in grado di garantire (Welfare addio?), risulta preferibile alle incertezze, al caos sociale, alla paura del domani.
Si usa dire che in assenza di tutele sociali per i poveri e per gli impoveriti, e in mancanza di un governo efficace dei flussi migratori, non c’è fede nei princìpi che tenga. Con i princìpi non si mangia. Verissimo. Ma la pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società.
La famosa “identità” che il sovranismo nero indica nella Nazione, nella chiusura e nella nostalgia del passato, è un’identità truce. Non può essere il fondamento di una comunità che pensa al suo futuro. Nella battaglia sui princìpi, sulle idee-bandiera, la democrazia non parte battuta.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’EGITTO CELEBRA L’INCONTRO TRA AL SISI E TAJANI A DUE SETTIMANE DALLA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI ROMA
Un incontro istituzionale, con tanto di photo opportunity. Il racconto di «un rapporto pacificato». Eccolo l’ultimo tentativo egiziano prima della sentenza: fare pressione, condizionare il clima nel quale tra due settimane i giudici italiani dovranno decidere sui presunti sequestratori, torturatori e assassini di Giulio Regeni. Il messaggio che il Cairo sta facendo passare in queste ore è semplice: la crisi è finita, i rapporti con l’Italia sono stati ricostruiti, il caso Regeni non è più un ostacolo tra i due Paesi. Una rappresentazione che Roma ufficialmente respinge ma che arriva nel momento più delicato possibile. E dentro la quale si inserisce un’altra vicenda, quella di Nessy Guerra.
La scorsa settimana Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E sui media egiziani quell’incontro è diventato la certificazione della ritrovata normalità. C’è soprattutto un fatto: la commissione congiunta egiziano-italiana ad alto livello è tornata a riunirsi per la prima volta dopo dieci anni. Di fatto, dalla morte di Giulio. L’ambasciatore egiziano in Italia, Bassam Radi, l’ha definita il «coronamento dei grandi sforzi compiuti dalle due parti negli ultimi anni». La lettura rilanciata al Cairo è ancora più esplicita: la crisi aperta nel 2016 dall’uccisione del ricercatore sarebbe ormai superata. La tempistica non è passata inosservata alla famiglia Regeni. I genitori di Giulio hanno sempre sostenuto che, davanti alla mancata collaborazione egiziana sull’omicidio del figlio, l’Italia avrebbe dovuto interrompere i rapporti diplomatici con il Cairo. Veder riaprire proprio adesso, alla vigilia della sentenza, il principale tavolo politico ed economico tra i due Paesi non può essere considerato un passaggio qualsiasi.
E poi c’è Nessy Guerra. Italiana, originaria di Sanremo, da circa tre anni è bloccata in Egitto insieme alla figlia, oggi di tre anni. Dopo la separazione dall’ex marito italo-egiziano, Tamer Hamouda, l’uomo ha ottenuto dalla giustizia egiziana il divieto di espatrio per la bambina fino ai 21 anni. Guerra ha denunciato ripetutamente minacce dell’ex marito ed è arrivata a vivere nascosta, insieme alla figlia e ai propri genitori. Nel febbraio scorso è stata condannata a sei mesi per adulterio proprio in seguito a una denuncia dell’ex marito; ad aprile la condanna è stata confermata in appello. Ora teme il carcere e, soprattutto, che la bambina possa essere affidata al padre. La Farnesina segue il caso da mesi e Tajani ne ha parlato direttamente con il ministro degli Esteri egiziano. Una storia sulla quale la nostra diplomazia e intelligence si sta muovendo con grande delicatezza. E che rende particolarmente delicato ciò che sta accadendo in queste settimane. Perché da una parte c’è una cittadina italiana che chiede al proprio Paese di poter tornare a casa con sua figlia e la cui sorte è nelle mani delle autorità egiziane; dall’altra c’è un processo nel quale lo Stato egiziano ha fatto di tutto per impedire che quattro suoi uomini arrivassero davanti ai giudici. Nessuno, è la preoccupazione, pensi di mettere le due vicende sullo stesso tavolo.
In mezzo ci sono interessi enormi. Sisi ha chiesto di dare attuazione ai risultati della commissione su commercio, investimenti, energia, trasporto marittimo, agricoltura e turismo e ha invitato Giorgia Meloni al Cairo. Tajani ha ricordato che le esportazioni italiane verso l’Egitto sono cresciute del 17 per cento negli ultimi sei mesi. Poi c’è l’immigrazione, dossier sul quale il governo considera il Cairo un interlocutore fondamentale.
È questo lo scenario nel quale tra due settimane arriverà la decisione del tribunale di Roma. Sul banco degli imputati ci sono quattro uomini della National Security egiziana. Il processo può stabilire per la prima volta in una sentenza che uomini degli apparati di sicurezza del regime di Sisi sequestrarono, torturarono e uccisero un cittadino straniero. È esattamente il punto che il Cairo ha cercato per anni di evitare, prima ostacolando le indagini e poi impedendo di fatto la notifica degli atti agli imputati. È stato necessario l’intervento della Corte costituzionale perché il processo potesse andare avanti anche in loro assenza.
Su una cosa, però, la famiglia Regeni non ha mai mostrato incertezze: la fiducia nella magistratura italiana. È rimasta intatta durante questi dieci anni e lo è anche adesso. La preoccupazione riguarda ciò che accade intorno al processo, non dentro l’aula. Il Cairo può provare a ricostruire i rapporti diplomatici, riaprire i tavoli economici e raccontare che la crisi è finita. Ma non può decidere quello che tra due settimane verrà scritto in una sentenza. Davanti a tutto il mondo.
(da Repubblica)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
SCRIVERE UN PROGETTO COMUNE SIGNIFICA SCIOGLIERE I NODI CHE FINORA SONO STATI RINVIATI A DOMANI
Il problema del campo largo non è più capire se riuscirà a mettersi d’accordo. È capire su
che cosa dovrebbe mettersi d’accordo prima: sul programma o sul candidato premier. Perché da qualunque parte si cominci si finisce davanti allo stesso ostacolo.
Michele Serra lo ha spiegato con due obiezioni difficili da aggirare. La prima riguarda quanti sostengono che un programma comune sia impossibile, viste le distanze tra i partiti della coalizione. Se è così, perché mai gli elettori dovrebbero affidare il governo a una coalizione che sa già di non poter governare insieme? La seconda riguarda la soluzione opposta: prima facciamo le primarie, scegliamo il leader e poi sarà lui, con il peso della vittoria, a scrivere il programma. Ma anche questa strada conduce a un precipizio. Perché una competizione tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein può stabilire chi ha preso un voto in più, non garantire che gli sconfitti accettino le idee del vincitore. I due maggiori leader del campo largo rischiano di trovarsi di fronte a quella che Frederick Forsyt definì «l’alternativa del diavolo»: trovarsi a scegliere tra due opzioni che portano entrambe a una catastrofe.
Il peccato originale è stato costruire la coalizione rinviando a dopo ogni scelta fondamentale. Le differenze, infatti, non riguardano questioni marginali. Conte ha assunto da tempo una posizione nettamente contraria all’invio di nuove armi all’Ucraina e al riarmo, mentre nel Pd esiste un’area consistente che considera il sostegno militare a Kiev e il rafforzamento della difesa nazionale scelte irrinunciabili. Non sono divergenze che si possono nascondere dentro un programma di cinquanta pagine mettendo tutti d’accordo sul salario minimo, sulla sanità pubblica e sulla lotta alla precarietà.
Certo, la soluzione più razionale sarebbe quella che Elly Schlein indica nella sua intervista a L’Espresso: concordare un programma prima delle primarie. I candidati dovrebbero sottoscriverlo, impegnandosi entrambi a rispettarlo. Ma proprio qui cominciano i guai. Perché scrivere quel programma significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani. Conte, in realtà, la sua strategia ce l’ha. Vuole le primarie perché esse azzerano i rapporti di forza tra i partiti e trasformano la scelta in una sfida personale. Esattamente il terreno sul quale lui ritiene di avere maggiori possibilità, non avendo quasi nulla da perdere.
Se ottiene le primarie, ha già vinto la prima battaglia. Se le vince, diventa candidato premier pur guidando il secondo partito della coalizione. Se le perde, resta padrone del Movimento. Se infine il campo largo salta sull’Ucraina o sul riarmo, rivendicherà di non aver tradito le proprie idee.
Schlein rischia molto di più. Perché guida il maggiore partito dell’opposizione e quindi spetta innanzitutto a lei costruire un’alternativa credibile. Ha avuto anche una risorsa che raramente i suoi predecessori hanno avuto: il tempo. La sua permanenza alla guida del Pd è ormai da record. Anni nei quali avrebbe potuto definire le alleanze, fissarne i confini, stabilire le condizioni programmatiche e indicare il metodo per scegliere il candidato premier.
Se il Pd arriverà alle elezioni senza aver risolto nessuna di queste questioni, quel record cambierà significato. Dimostrerà che si può restare molto a lungo alla guida di un partito senza riuscire a dargli ciò di cui aveva più bisogno: una strategia per vincere.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2026 Riccardo Fucile
“L’EUROPA SI E’ STRAVACCATA IN UNA POSIZIONE ATLANTICA, SUBALTERNA AGLI USA. E’ FRANATO IL TERRENO SOTTO I PIEDI”
“Ormai l’Europa è in briciole”. Massimo Cacciari, intervistato dall’Adnkronos, commenta il trionfo di AfD nelle elezioni in Sassonia-Anhalt e il quadro di un’Europa sempre più divisa, che fatica a trovare una voce comune mentre deve confrontarsi con potenze autocratiche, come la Cina o con guide forti come gli Stati Uniti. “Bisogna sperare che cambi un po’ il vento negli Usa e da lì si possa prendere un discorso di relazioni con gli Usa improntato su altri principi”, osserva.
“Bruxelles deve ricordarsi di come era nata l’Europa, sulla base di culture politiche di solidarietà, servizi sociali, assistenza, difesa dei ceti più deboli. Principi che sono nella nostra Costituzione e sono stati abbandonati. E poi politiche autonome. Invece l’Europa si è stravaccata su una posizione atlantica, subalterna agli Usa nel bene e nel male. Ormai l’Europa è in briciole e stanno sfasciando persino Schengen. Torneremo a mostrare i passaporti per andare in Francia o in Spagna. Una catena infinita di errori ha condotto a questo”, afferma ancora.
Per Cacciari, tuttavia, l’avanzata della destra radicale non è un fenomeno improvviso, ma l’esito di un lungo processo. “È un processo che va avanti da quasi un decennio e di cui non si è mai preso sul serio il pericolo. Se fai politiche di destra in tutti i Paesi europei, in quasi tutti i Paesi Ue, come fai a non far crescere un’opposizione di destra? Si è cercato di moderare le politiche di destra, ma alla fine la gente finisce per pensare che hanno ragione quelli di destra-destra. È discorso del c… quello secondo cui vince il moderato. È sempre meglio l’originale della mala copia. Se faccio politiche di destra, do ragione a chi fa politiche di destra e alla fine la spunta la proposta radicale rispetto al compromesso moderato”. Una dinamica che, secondo il filosofo, riguarda anche il centrosinistra. “Temo sia franato il terreno sotto i piedi. Non è una questione italiana, ma europea”.
(da agenzie)
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