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CAMPO LARGO O CAMPO “LAVROV”? ANCORA TENSIONE TRA M5S E PD: I DEM SONO FURIBONDI CON CONTE PER LA SUA SORTITA PRO-RUSSIA (“STANNO COSTRUENDO UNA MINACCIA RUSSA PER CONVINCERCI AD ARMARCI FINO AI DENTI”)

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

SCHLEIN INVITA I SUOI ALLA CALMA E INSISTE SULLA COSTRUZIONE DI UN’ALLEANZA IL PIÙ LARGA POSSIBILE… DA PRODI AL RIFONDAROLO TURIGLIATTO FINO ALLE SPACCATURE DEL CAMPO LARGO, LE LITI SULLA POLITICA ESTERA “CALVARIO” DELLA SINISTRA…

La manifestazione di Pd, M5S e Avs a Padova è saltata. E adesso salta anche quella di Roma. È vero che questa seconda iniziativa era ancora un’ipotesi, ma l’idea di tenerla la settimana prossima, su cui si stava ragionando in questi giorni, pare proprio sfumata.
Insomma, meglio lasciar perdere, tanto più che di questi tempi le manifestazioni non sembrano portar bene al centrosinistra. Peraltro, sebbene ufficialmente negata da entrambe le parti, tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle c’è una certa tensione. I dem sono ancora risentiti con Giuseppe Conte per il suo exploit sulla Russia a Napoli, anche perché non era in programma parlarne. In compenso il leader M5S avrebbe gradito una smentita di Schlein alle critiche da lei rivolte all’ex premier, ma quella precisazione non è arrivata.
Perciò alla fine della festa l’unica manifestazione del centrosinistra (in versione più allargata, però) che si terrà sicuramente è quella di stasera davanti alla Camera dei deputati. Si tratta della veglia parlamentare organizzata dal segretario di + Europa Riccardo Magi per protestare contro la riforma elettorale del centrodestra.
È un’iniziativa aperta, alla quale sono stati invitati tutti i leader delle opposizioni. Hanno già risposto di sì Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e il segretario dei socialisti Maraio, oltre che diversi comitati e associazioni dei cosiddetti civici. Poi i 5 Stelle faranno per conto loro, sabato, una manifestazione a Ostia contro il riarmo.
Serpeggia dunque un certo nervosismo nel centrosinistra. E che la situazione sia delicata lo si è potuto constatare pure ieri mattina quando gli esperti del settore di Pd, M5S e Avs si sono riuniti per stabilire una linea comune sulla riforma della legge elettorale.
Non è che si sia registrata tutta questa grande unità di intenti.
Certo oggi, alla fine, le opposizioni si compatteranno, perché non possono dividersi di fronte a quella che ritengono «una battaglia campale», ma non ha fatto certo piacere né al Pd né ai rossoverdi la decisione del partito di Conte di presentare un emendamento sulle preferenze.
Questo continuo smarcarsi del leader del Movimento 5 Stelle, sulla Russia prima, sul delicato tema delle preferenze poi, disturba non poco la dirigenza dem. Di fronte a questo atteggiamento il Pd è a un bivio: o fa finta di niente e segue Conte, attirandosi le critiche di mezzo partito oltre che degli alleati di centro, oppure prende le distanze dall’ex premier, rendendo così evidenti le divisioni.
Schlein però invita i suoi alla calma, meglio lasciar correre e non inasprire ulteriormente la polemica. «In gioco c’è molto perché l’anno prossimo possiamo battere la peggiore destra di sempre», è il ritornello con cui la leader «testardamente unitaria» tenta di sedare gli animi. Del resto, la segretaria del Pd è convinta che alla fine l’unica strada percorribile sia quella da lei tracciata: la costruzione di un’alleanza il più larga possibile. Con anche Matteo Renzi dentro, checché ne dicano i 5 Stelle.
Anche Alessandro Alfieri non ha dubbi: «Conte sbaglia quando dice che non c’è una minaccia russa». Di fronte a questa situazione del centrosinistra, Pina Picerno sembra ben contenta della sua scelta di rottura con i dem. «Non mi pento di essere uscita dal Pd e le cose che sono accadute nel corso dell’ultima settimana rafforzano ancora di più i miei convincimenti».
(da agenzie)

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AVVISATE GIUSEPPE CONTE: A “CREARE LA MINACCIA RUSSA” NON È L’EUROPA, MA I RUSSI! MOSCA HA CONDOTTO UN NUOVO MAXI ATTACCO IBRIDO CON FINALITÀ DI SPIONAGGIO E SABOTAGGIO

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

COLPITI UNA DECINA DI PAESI, TRA CUI LA FRANCIA, CHE HA DENUNCIATO L’INCURSIONE E CONVOCATO L’AMBASCIATORE RUSSO (LO STESSO HA FATTO LA GERMANIA)

L’accusa arriva nel giorno in cui Parigi accoglie Volodymyr Zelensky e i leader della coalizione dei Volenterosi per una riunione e domani la parata militare del 14 luglio costruita come dimostrazione di unità europea davanti alla minaccia russa.
Il governo francese denuncia un nuovo attacco ibrido condotto da Mosca al livello europeo. Una «vasta campagna cyber con finalità di sabotaggio e spionaggio», che avrebbe colpito una decina di paesi, Francia compresa.
E’ stato il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot a svelarlo, annunciato che l’ambasciatore russo Alexeï Mechkov sarà convocato al Quai d’Orsay in segno di protesta formale.
E anche la Germania annuncia di aver convocato l’ambasciatore russo. Parigi si prepara a varare sanzioni contro nove persone e quattro entità ritenute responsabili dell’operazione, attribuita direttamente all’Fsb, il servizio federale di sicurezza russo.
«Sono operazioni che prendono di mira ministeri, imprese e operatori», ha spiegato Barrot, precisando che nel mirino c’erano infrastrutture strategiche. Tra gli obiettivi dell’attacco informatico su scala europea anche il sistema ferroviario, in particolare in Polonia

(da agenzie)

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SCHLEIN E CONTE HANNO UN ALTRO PROBLEMA: IL CAMPO LARGO È RIMASTO SENZA VOCE. LA RAI È STATA MILITARIZZATA DALL’ARMATA BRANCA-MELONI, “REPORT” È NELLA BUFERA PER IL CASO RANUCCI-LAVITOLA, MEDIASET È IMPEGNATA NELLA PROPAGANDA “LIBERALE” DEI BERLUSCONI, “LA REPUBBLICA” È IN ALTO MARE DOPO IL PASSAGGIO AL TYCOON GRECO KYRIAKOU E “LA STAMPA” HA IMBOCCATO UNA TRAIETTORIA PIÙ MODERATA, DOPO IL CORSO DI GIANNINI E MALAGUTI

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

COSÌ IL CENTROSINISTRA GIÀ FRAMMENTATO SI RITROVA CON SEMPRE MENO SPONDE MEDIATICHE, PROPRIO MENTRE AFFRONTA LA LUNGA CAMPAGNA ELETTORALE

Un anno elettorale che non parte sotto una buona stella. Negli ultimi mesi che precedono il voto – nove o quattordici, a secondo di quando si andrà alle urne – il centrosinistra rischia di non trovare le spalle mediatiche necessarie a trasmettere i propri messaggi. […]
Partiamo da TeleMeloni: la premier si troverà di fronte una prateria, così come sperava nel momento in cui ha dato mandato ai suoi intellettuali d’area di prendere le redini della Rai.
Anche la Lega, attraverso il suo braccio operativo nell’editoria, Antonio Angelucci, controlla i tre maggiori quotidiani di centrodestra, Libero, Giornale e il Tempo, mentre a Forza Italia – nonostante le “divergenze” tra i fratelli Berlusconi, per esempio nei confronti di Futuro nazionale – rimane sempre Mediaset.
A sinistra la prospettiva è nettamente più ristretta. La scelta di non infilarsi – almeno sulla carta – nelle diatribe Rai, rinunciando a scegliere un consigliere d’amministrazione di riferimento, alla fine ha sì allontanato il Nazareno dalla commistione nelle complicate vicende di viale Mazzini, ma ha lasciato soli i dipendenti dell’azienda che non si riconoscono nella governance meloniana.
Con il contemporaneo boicottaggio della commissione Vigilanza Rai da parte della destra, al Pd non è rimasto neanche lo strumento di controllo nei confronti delle tracotanze degli emissari di Fratelli d’Italia.
Resta incomprensibile a chi conosce bene i meccanismi di viale Mazzini e di palazzo San Macuto la decisione di dimettersi in blocco. «Un suicidio politico» arriva a dire qualcuno. […]
Altra star certo non di destra è Sigfrido Ranucci. I dirigenti meloniani in Rai parlano – con un briciolo di schadenfreude – di un personaggio «che avrebbe potuto creare problemi in campagna elettorale ma che è ormai appannato» dopo che il giornalista ha rivendicato la sua amicizia «fraterna» con Valter Lavitola, accusato di essere mandante dell’attentato nei confronti del conduttore.
Il caso ha portato addirittura Adolfo Urso, che da ministro delle Imprese è l’altra parte in causa del contratto di servizio della Rai, a chiedere la ripresa dei lavori della commissione Vigilanza. Allo stesso tempo, mentre a destra si inizia già il toto-conduttori, anche tra i più bendisposti verso Ranucci qualcuno si chiede come in futuro potranno essere poste domande agli esponenti politici su eventuali frequentazioni sconvenienti.
Dopo lo smantellamento sistematico di Rai 3, con la sopravvivenza di qualche riserva indiana qua e là, in tv al centrosinistra resta La7. È vero che l’editore Urbano Cairo ha spiegato che La7 non è l’erede della terza rete che fu, ma alla prova dei fatti palinsesto e dirigenti vengono da quel vivaio, anche se il Pd non la sente «sua».
Con l’incognita, per altro, del destino del direttore del Tg La7, Enrico Mentana, in scadenza a fine anno, nei cui confronti Cairo – allievo di Berlusconi, non esattamente un nome identitario per la sinistra – alla presentazione dei palinsesti si è mostrato decisamente freddo. Chissà che non sia alla ricerca di una nuova collocazione e possa presto trovarla.
Vero è che nei giorni scorsi il partito, contando sulle finanze risanate dal paziente lavoro del tesoriere Michele Fina, ha reso noto il suo interesse ad acquistare di nuovo l’Unità, dove però l’editore attuale non ha intenzione di lasciare il campo. Portando il Pd, se dovesse accettare un accordo simile, a mettersi in società con Alfredo Romeo.
Quando invece erano in vendita dei giornali del gruppo Gedi, in particolare Repubblica, ci fu solo una richiesta al governo di impiegare il golden power, invano. Ora, dopo le dimissioni di Mario Orfeo e l’affidamento della direzione ad interim a Stefano Cappellini, firma simbolo dell’universo del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, l’identità sembra temporaneamente preservata.
Del futuro, però, non v’è certezza, mentre inizia a essere chiaro dove andrà a parare La Stampa, che sembra aver già imboccato una traiettoria più moderata, condita da analisi puntute sui destini del campo largo: insomma, come direbbe Mario Brega, il dopo Gedi «può esse’ fero e può esse’ piuma». Chissà cosa sarà nei prossimi mesi.

(da Domani)

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CACCIARI: “CAMPI LARGHI O STRETTI, MA IL POPOLO RESTA LONTANO”

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

I PROBLEMI NON SI RISOLVONO SPOSTANDO I MOBILI DA UNA STANZA ALL’ALTRA O RIDIPINGENDO LE PARETI

Se le forze politiche eredi delle antiche tradizioni socialdemocratiche e cristiano-popolari stanno perdendo terreno in tutti i Paesi occidentali, non sarà, temo, spostando mobili da una stanza all’altra o ridipingendo le pareti della casa che usciranno da una crisi di storica portata. La questione non riguarda campi larghi o stretti, tantomeno procedure di selezione per occasionali leader, ma la possibilità stessa di conferire oggi contenuti e concretezza a quella idea di democrazia che sembrava essersi affermata dopo la seconda Grande Guerra.
O invece la democrazia è destinata a divenire un insieme di nobili aspirazioni, un vago dover essere, buono a coprire prassi di governo del tutto opposte ai fini che qua e là si vanno ancora predicando? La democrazia è destinata a ridursi a un’impotente ideologia? Se così fosse, l’affermazione delle nuove strategie propagandate dagli ultimi alfieri delle varie Silicon Valley, esplicitamente sostenitrici della fine del ciclo democratico del secondo dopoguerra, sarebbe inevitabile.
Le “prestazioni” della democrazia non possono ridursi a garantire libertà di parola e di espressione, già in sé minacciata dagli oligopoli dei mezzi di informazione e comunicazione e dalla pervasività del “politicamente corretto”.
La democrazia “funziona” quando si realizza nella produzione di un Diritto davvero uguale per tutti e quando crea le condizioni per cui le disuguaglianze originarie, “naturali” per così dire, contino progressivamente sempre meno nel determinare l’affermazione del merito individuale. Democrazia è Stato di Diritto strettamente connesso a mobilità sociale. Se norme, ordini, procedure che regolano l’azione globale delle grandi potenze economiche e finanziarie si separano da quelle dei diversi “territori” nazionali, il Diritto sarà diviso e la Legge non più uguale per tutti. Se il superamento delle “originarie” condizioni di disuguaglianza non costituisce più alcun problema, poiché ciò che conta è esclusivamente la “performance”, il risultato, il profitto, sia in termini economici che di potenza, un altro pilastro dell’idea concreta, non astratta di democrazia viene distrutto.
Vi è una via democratica a regimi totalitari. Amiamo dimenticarlo. Questa via consiste nel ridurre la democrazia a difesa di diritti individuali, a idee regolative prive di effettualità, a non comprenderne il nesso con le concrete aspettative di benessere, materiale e immateriale, che “il popolo” esprime e nella cui soddisfazione soltanto esso vede l’espressione della propria “sovranità”. Popolo significa qui qualcosa di essenzialmente diverso da ciò che i “populismi” intendono. Come ogni “ismo” il populismo astrae dai caratteri specifici che il suo oggetto presenta, per farne un idoletto addomesticabile e manipolabile a ogni fine. Popolo non è lo Stato né la Nazione tutta. Popolo è quella parte, nient’affatto “liquidabile” nell’intero, capace di esercitare una critica costante nei confronti di tutti i poteri in cui il regime democratico si articola. Una parte mai semplicemente “liquidabile” nelle forme della propria rappresentanza istituzionale. Mai risolta o “superata” nella maior pars e nella “volontà generale” che questa presumerebbe di esprimere.
Una parte che si costituisce autonomamente in propri organismi, in propri “corpi intermedi”, di cui rivendica la inviolabilità, e su di essi fonda il proprio effettivo potere nelle stesse sedi del Legislativo e dell’Esecutivo. Come questo Popolo sia l’unico soggetto in grado di garantire le libertà democratiche dovrebbe risultare evidente anche da questa sola considerazione: il Popolo che non è moltitudine, che si esprime come pluralità di partiti e sindacati, è intrinsecamente connesso alla pluralità dei poteri, mentre la moltitudine dei populisti è massa di impotenze individuali e tenderà per propria natura a invocare soluzioni autoritarie e regimi oligarchici. Disgregare ogni corpo intermedio, vederne la funzione critica come un mero ostacolo alla rapidità ed efficacia delle decisioni, è oggi il perno non di qualche nazionalismo o sovranismo spicciolo, ma della ideologia che regna all’interno delle grandi potenze economico-finanziarie globali. A questa dovrebbero reagire, con questa competere i sedicenti democratici. A Roma il Popolo competeva con i Padri-Senato. Senatus populusque – una diade, non un’astratta, totalitaria unità. Una contraddizione anche, ma costruttiva, garante di effettiva libertà. Il Popolo non è moltitudine; la moltitudine diviene Popolo soltanto quando decide di farsi parte e procede insieme per affermare, di contro ai Padri-Senato, i propri strategici interessi. I suoi tribuni li conoscono, e nascono dalla sua lotta per farli valere.
Una cultura opposta a questa visione autenticamente popolare è prevalsa nel corso delle ultime generazioni delle sedicenti forze democratiche. Invece di cogliere le nuove disuguaglianze, le nuove forme di dominio e di sfruttamento, l’ideologia della “società liquida” ha fatto inseguire, attraverso compromessi e mediazioni, l’idea di una “rappresentanza generale”. Del tutto coerente con questa, ecco una strategia che privilegia la leadership carismatica, o pseudo tale, sull’organizzazione e sulla formazione di classe dirigente. Il momento prettamente elettorale, col suo contorno di perenne riforma delle procedure, diviene, in questo quadro, a sua volta, l’interesse pressoché esclusivo.
Ciò che conta, infatti, sarà solo la rappresentanza istituzionale, non il proprio essere protagonisti nella formazione dei corpi intermedi di cui il Popolo è concretamente costituito. Stabilità e governabilità finiscono inesorabilmente con l’essere i soli “valori” dell’agire politico. Ma a essi la destra populista non si adegua, poiché sono i suoi. Sono i sedicenti democratici a morire quando vi si adattano, quando credono di parlare al Popolo discettando con dovizia di tecnicismi su campi larghi e primarie, mentre balbettano su crisi fiscale dello Stato, pace e guerra, fine del Diritto.

Massimo Cacciari
per lastampa.it

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CHE PRESA PER IL CULO, GIORGIA TENTA IL TRUCCO SULLA LEGGE ELETTORALE: INSERIRE I CAPILISTA BLOCCATI, PER DARE POTERE AI LEADER DI PARTITO DI PIAZZARE I LORO FEDELISSIMI. “SE ABBIAMO QUALCHE SPERANZA DI VINCERE LE ELEZIONI E’ CON QUESTA LEGGE ELETTORALE”

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL MECCANISMO DEL MELONELLUM PREVEDE ANCHE LISTONI DELL’EVENTUALE PREMIO DI MAGGIORANZA A LORO VOLTA BLOCCATI. LA PARTE RESTANTE, TUTTA PROPORZIONALE, GARANTIRÀ POCHI ELETTI. SCELTI COMUNQUE ALL’INTERNO DI UN BREVE ELENCO SCELTI DAI VERTICI . TRADOTTO: GLI ELETTORI AVREBBERO SOLO L’IMPRESSIONE DI SCEGLIERE CHI PORTARE IN PARLAMENTO

Preferenze sì, ma a metà. La legge elettorale si arricchisce di una novità, sotto forma di emendamento firmato da due partiti della maggioranza, Noi moderati e Fratelli d’Italia, a conferma della freddezza sul tema di Forza Italia e Lega.
Ma il testo che si sta configurando è sempre più ad personam, cucito sui desiderata di Giorgia Meloni, «per mantenere al potere questa destra che evidentemente ha molta paura delle urne», ha attaccato il deputato di Alleanza verdi-sinistra, Filiberto Zaratti. […]
Tra le modifiche presentate, infatti, una interviene sulle modalità di elezione nelle circoscrizioni all’estero: la maggioranza vuole tagliarle.
Sulle preferenze il centrodestra ha cercato un compromesso al ribasso: resta il capolista bloccato, che scatta per primo nel collegio.
L’elettore, a differenza della prima formulazione del Melonellum, potrebbe tuttavia selezionare tre preferenze (di genere alternato), apponendo delle crocette sui candidati. Un’apertura a metà.
La soluzione, soprattutto per i partiti più piccoli, significa trasformare i candidati non capilista in “portatori di voti” a favore del partito (e del capolista).
In molti collegi le liste eleggono un solo parlamentare. «L’emendamento sembra fatto per non disturbare le oligarchie dei partiti. È una presa in giro», ha osservato Osvaldo Napoli di Azione. Le preferenze sono più di facciata. […]
La decisione è stata presa a livello di leader. Giorgia Meloni ha sentito Antonio Tajani e Matteo Salvini e ha condiviso con loro una riflessione. La seguente: nel Parlamento nessuno vuole realmente le preferenze, sono tutti terrorizzati. «Ma io ci perderei la faccia», anche di fronte al nuovo idolo dell’estrema destra Roberto Vannacci, che su questo tema la sta sfidando.
trucco, lo definiscono così anche dentro Fratelli d’Italia nelle conversazioni private. Perché, come ha spiegato Meloni a Salvini e a Tajani, e come rivelano fonti a lei vicine, la formula scelta «rafforza il potere dei leader» che hanno ancora più leve per blindare l’elezione dei propri fedelissimi.
Il meccanismo appare contorto, ma in realtà è semplice: nel nuovo sistema proporzionale del Melonellum ci saranno i capilista bloccati, e i listoni dell’eventuale premio di maggioranza (se scatterà per la coalizione vincente) saranno a loro volta bloccati. Dunque, la parte restante, tutta proporzionale, sotto i capilista, garantirà pochi eletti. Scelti, comunque, all’interno di un breve elenco deciso comunque dai leader, che avranno interesse a coinvolgere, almeno in parte, i “portatori di voti” più forti nei territori. […]
Anche perché un conto sono i segretari di partito, che continueranno ad aver in mano il destino delle liste, un altro sono gli eletti, molti dei quali hanno poche chance di rielezione.
Dentro Forza Italia anche i parlamentari più fedeli a Marina Berlusconi – la presidente di Fininvest è molto critica sull’emendamento meloniano – pensano che il compromesso tutto sommato minimizzi i danni. È il metodo, che gli azzurri contestano a Meloni. Un deputato, sotto richiesta di anonimato, sintetizza lo stato d’animo di molti così: «Ci ha bullizzato».
La presidente del Consiglio ha preparato con una lunga rincorsa questa partita, di sponda con il responsabile organizzativo del partito Giovanni Donzelli, facendo in modo di trovarsi nella posizione politicamente migliore. Senza una crisi di governo sul tavolo, come la pistola dell’offerta che non si può rifiutare, lo considera un “win-win”.
Perché se l’emendamento passa potrà comunque sventolarlo come la prova che è riuscita dopo anni a riportare le preferenze, anche se non sono proprio tali. Se non passa, perché affossato dal voto segreto, potrà dire di averci provato fino alla fine, fino alla frattura con i suoi alleati di governo, limitata però al perimetro di quel tentativo di modifica. La legge andrà avanti, e resteranno le liste bloccate: «A quel punto – sostiene convinta – sarà chiaro a tutti che la responsabilità non sarà la mia ma la loro».
La questione tiene sullo sfondo il timore che l’exploit dell’ex generale Vannacci renda vani tutti i calcoli degli ultimi mesi. Questa è la ragione per cui il centrodestra appare disorientato e sfilacciato nel giorno del debutto in aula della riforma.
Nessuno ha la certezza matematica di come finirà questa sera, quando l’emendamento della discordia sarà messo a votazione a Montecitorio. Ieri c’era anche chi, nella maggioranza, sosteneva che l’eventuale inciampo avrebbe convinto Meloni a ritirare del tutto la legge elettorale. Una tesi che però non trova conferma a Palazzo Chigi dove si continua a veicolare il messaggio, più volte ribadito dalla premier a Tajani e Salvini: «Se abbiamo qualche speranza di vincere le elezioni è con questa legge elettorale».

(da Domani)

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DONALD TRUMP BUTTA NEL CESSO UN SECOLO DI LIBERTÀ DI NAVIGAZIONE, E DISTRUGGE LA CREDIBILITÀ AMERICANA. ANNUNCIANDO IL “RACKET” (UN PEDAGGIO DEL 20%) SU HORMUZ, DONALD TRUMP FA UN ASSIST CLAMOROSO ALL’IRAN E SBUGIARDA CIÒ CHE LA STESSA AMMINISTRAZIONE AVEVA DICHIARATO (“IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO, VENTI GIORNI FA, AVEVA RICORDATO CHE “A NESSUN PAESE È PERMESSO DI FAR PAGARE PEDAGGI O COMMISSIONI SU UNA ROTTA INTERNAZIONALE”)

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL REGIME DI TEHERAN GODE. IL MINISTRO DEGLI ESTERI, ABBAS ARAGHCHI: “IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI HA RAGIONE. CHIUNQUE FORNISCA UN PASSAGGIO SICURO ALLE NAVI COMMERCIALI ATTRAVERSO HORMUZ DEV’ESSERE COMPENSATO. L’IRAN È SEMPRE STATO IL GUARDIANO DELLO STRETTO E LO RESTERÀ PER SEMPRE. IL 20% È OVVIAMENTE TROPPO. SAREMO CORRETTI”

Un racket si definisce tale quando crea a qualcuno un problema di sicurezza e poi si fa pagare dalla vittima stessa per «proteggerla». Inavvertitamente, e almeno a parole, Donald Trump ieri potrebbe aver varcato anche questa soglia.
Non esistevano problemi di sicurezza a Hormuz prima che gli Stati Uniti attaccassero l’Iran, senza capire che il regime di Teheran avrebbe reagito bloccando lo stretto. Da allora sono passati oltre cinque mesi e l’amministrazione Trump si è rivelata incapace di allentare la presa di Teheran su quel braccio di mare strategico per il petrolio: il Pentagono avrebbe i mezzi, ovvio; ma solo con un’operazione navale e di terra così rischiosa, in termini di vite di soldati americani, che la Casa Bianca non osa.
Di conseguenza, l’Iran capisce che può usare il controllo e possibili pedaggi sul transito da Hormuz come leva per imporre il suo predominio sull’area. Del resto l’amministrazione americana stessa ha accettato una formula ambigua, nel memorandum d’intesa con Teheran in giugno, che non chiude a questa possibilità.
Spalle al muro, come spesso fa, adesso Donald Trump rilancia. Proclama l’America «guardiano» di Hormuz; e per non apparire da meno dell’avversario che lo umilia, annuncia anche lui un pedaggio pari al 20% del valore della merce di ogni nave che passa, in cambio della protezione.
In teoria, sarebbero pagamenti per un servizio di sicurezza garantito da un dispiegamento militare che costa al bilancio americano circa un miliardo di dollari al giorno.
Ma anche il rilancio, come spesso gli accade, non fa che affondare Trump in una palude di contraddizioni sempre più profonda. Non solo perché l’idea del dazio in cambio di «protezione» — ammesso che Trump sia in grado di darla, dopo aver fallito per mesi — volta le spalle a ottant’anni di politica americana.
Dal secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno mantenuto centinaia di basi militari nel mondo precisamente per garantire gli accordi internazionali che prevedono libero scambio e libertà di navigazione: un ruolo simile a quello della Gran Bretagna all’apice del suo impero nell’Ottocento.
Era stato lo stesso segretario di Stato Marco Rubio a ricordare che «a nessun Paese è permesso di far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale» perché «questo dice il diritto internazionale stesso». Venti giorni dopo, il suo presidente annuncia esattamente questo.
C’è però una contraddizione anche più carica di conseguenze, subito colta da Habbas Araghchi. Ha scritto ieri sera in un post su X il ministro degli Esteri di Teheran, facendosi beffe di Trump: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione.
Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi commerciali attraverso Hormuz dev’essere compensato per questo servizio. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20% (chiesto da Trump, ndr) è ovviamente troppo. Saremo corretti». Certo ora il tycoon potrà fare retromarcia, come spesso gli accade. Ma ciò che ha scritto resta: la pretesa dei dazi nelle acque internazionali è ormai legittimata dall’egemone del post-guerra fredda. Perché da domani l’Iran dovrebbe smettere di pensarci nel Golfo, la Russia nell’Artico, la Cina a Taiwan o la Turchia sul Bosforo?

(da Corriere della Sera)

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IL RESTO DEL CARLINO: CHI E’ GIUSEPPE BARBONI, IL LOTTATORE VANNACCIANO CHE HA PICCHIATO UN MIGRANTE CON PROBLEMI MENTALI. IL CURRICULUM GONFIATO. LE AZIENDA VUOTE E LE FOTO CON I VIP, UN CACCIATORE DI LIKE

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

TITOLARE DI AZIENDE SENZA DIPENDENTI E SENZA BILANCI, IL FLOP DELLA CANDIDATURA A SINDACO E LA SMENTITA DEL CARDINAL PAROLIN

È riuscito in pochi minuti a ottenere quello che stava cercando da anni: la visibilità. Chi conosce, o ha imparato a conoscere, Giuseppe Barboni, 38 anni, lo sa bene. Perché il neo-vannacciano, atleta di lotta-greco romana, e protagonista sabato sera sul lungomare di San Benedetto del Tronto del pestaggio ai danni di un uomo che stava bloccando il traffico, vive di clic. Da anni invia continui comunicati alle testate locali e nazionali, riuscendo persino a far pubblicare articoli con profili personali che, alla prova dei fatti, presentano forti incongruenze.
Imprenditore del lusso o millantatore? Le sue aziende risultano prive di dipendenti
Si definisce un “imprenditore del lusso”, ma basta consultare le visure camerali per scoprire una realtà ben diversa: fino a qualche settimana fa le sue due aziende risultavano prive di dipendenti e non presentavano bilanci depositati; una di queste, inoltre, coincide esattamente con il suo indirizzo di residenza a San Benedetto.
Anche i contatti sul sito della fantomatica Luxury Private Group rimandano a numeri non attivi. La narrazione mitologica del suo percorso non si ferma qui: è riuscito a far scrivere di essere laureato con lode, quando in realtà il suo voto in Scienze Politiche Internazionali all’Università Link è molto più vicino al minimo che al massimo.
Un profilo online tra cene con vip e serate di gala
Ma in un mondo che si nutre di apparenza, Barboni è stato abile a costruirsi un profilo online invidiabile, sospeso tra cene con i vip hollywoodiani e serate di gala. Un castello di carte che però si sgretola non appena si prova ad andare un po’ più in profondità. Anche il passato presenta zone d’ombra.
Le vicende familiari turbolente
Ha avuto guai con la giustizia a seguito di una vicenda familiare che aveva portato ai canali giudiziari per maltrattamenti e agli arresti domiciliari, poi risoltasi senza condanne dopo il passo indietro del padre; una vicenda che Barboni junior ha sempre liquidato ribaltando i ruoli e definendosi vittima del genitore.
Non candidato dalla destra locale, ha corso da solo per il Comune con la lista ‘Tolleranza 0’
Nei mesi scorsi ha tentato la carta della politica, provando a candidarsi a sindaco di San Benedetto. Dopo essersi proposto in ogni modo alla destra locale, ha deciso di correre da solo lanciando la lista “Tolleranza 0”. Una campagna elettorale portata avanti a colpi di teatro, culminata nel goffo tentativo di spendere a proprio favore persino i vertici della Chiesa.
La diffida del cardinale Pietro Parolin
Il Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, è stato infatti costretto a diffidarlo e a dissociarsi pubblicamente da lui. Barboni lo aveva avvicinato al termine di una cena privata riuscendo ad avere un saluto video per i cittadini di San Benedetto, per poi proiettare il filmato in conferenza stampa spacciandolo per un endorsement politico. Alla fine, accortosi di non avere una squadra pronta ad appoggiarlo e non riuscendo a completare nemmeno una lista, ha dovuto desistere.
Con la fascia tricolore alla Zanzara
Su Facebook, tuttavia, il suo profilo recita ancora “Sindaco di San Benedetto del Tronto” ed è con la fascia tricolore – indossata senza averne alcun titolo – che si è presentato ai microfoni de La Zanzara, dimostrandosi nel tempo un perfetto campione di rissa verbale.
Un pestaggio studiato a tavolino?
C’è chi sussurra che dietro al filmato del pestaggio di sabato ci sia uno studio a tavolino, o che comunque Barboni si sia fatto riprendere di proposito per scalare gli algoritmi e diventare virale. Prove certe a ogni modo non ce ne sono.
Giuseppe Barboni folgorato dal generale Roberto Vannacci (che ora prova a ‘corteggiare’)
Da qualche mese l’uomo è rimasto folgorato dal generale Roberto Vannacci e, dopo averlo incontrato in diverse occasioni, sta provando in tutti i modi a entrare nelle sue grazie in vista dei prossimi appuntamenti elettorali nazionali. Mercoledì 15 luglio il leader di Futuro Nazionale sarà allo Shada di Civitanova: sarà l’occasione ideale per capire come l’eurodeputato reagirà al video delle botte di San Benedetto.

(Dda Il Resto del Carlino)

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IL FANTASMA DEL TERRORISMO: L’IDEA PARANOICA DI UN GANGSTER

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL TERRORISMO DI SINISTRA E DI DESTRA E’ UNA STORIA DI 40 ANNI FA, OGGI GLI UNICI TERRORISTI SONO GLI STATI (STATI UNITI E ISRAELE IN PRIMIS)

Darei non so che cosa per partecipare al vertice americano “contro il terrorismo di sinistra”, e invidio il sottosegretario leghista Molteni che verrà spedito a Washington in rappresentanza del governo italiano. Temo sia troppo tardi per chiedere di mandare me al suo posto, e sospetto che ci siano anche impedimenti protocollari.
Essendo il terrorismo di sinistra ai suoi minimi storici, ci si domanda a quali fantasmi il vertice dovrà appellarsi per consolidare l’idea paranoica che un governo paranoico, quello di Trump, ha del mondo. Non sarà facile rendere sostenibile il tema del convegno. Si suppone che verranno presentati dei dati, dei numeri, delle notizie di reato. Ma quali?
Si dirà che Pol Pot, come Elvis Presley, è ancora vivo? Che i brigatisti rossi — i pochi superstiti viaggiano sugli ottant’anni — stanno preparando, nei bistrot sulla Rive Gauche, un nuovo assalto al cuore dello Stato, o perlomeno ai bistrot sulla Rive Droite? Che i migranti dal Messico sono, presi uno per uno, altrettanti potenziali Pancho Villa? Che il castrismo ormai alla fame sta per attaccare gli Stati Uniti? Che gli americani ammazzati dai pretoriani dell’Ice stavano tramando contro la legalità, della quale si sono perse le notizie da quando Trump è al potere?
Il sottosegretario Molteni non lo sa (è troppo giovane e troppo leghista per saperlo) ma l’Italia, il terrorismo di sinistra, lo ha effettivamente combattuto, e battuto. Però quarant’anni fa. E insieme a quello di destra, che metteva le bombe sui treni e nelle stazioni, c’è chi dice con l’assistenza della Cia. E oggi? Oggi la parte del leone, quanto a terrorismo, la fanno gli Stati.

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VANNACCI NON E’ FUTURISTA, IL FUTURISMO E’ STATO UNA RAFFICA DI INVENZIONI CONTRO IL PASSATO E IL MONDO REAZIONARIO E PICCOLO BORGHESE

Luglio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LASCIATE IN PACE MARINETTI E BOCCIONI, NON MERITANO DI DIVENTARE FARSA INDOSSANDO GLI STIVALI DEL PASSO DELL’OCA E UNA VESTAGLIETTA GENDER IN SPIAGGIA

Zang. Tumb. Tumb. Appello – ai soli sopraffini cronisti – per l’interdizione della parola “futuristi” quando si parla di Vannacci, il generale, e della sua truppa di vannacciani e alemanni che imbracciano il nome di “Italia Futura”, per avanzare alla conquista del bagnasciuga dei sondaggi. Si proibisca alle cronache delle gazzette di chiamarli “futuristi”, visto che alacremente marciano all’indietro con il dito indice sguainato.
Il Futurismo è stato una raffica d’invenzioni contro il passato. I vannacciani sono un rosario di vecchie idee appena ricotte nel sovversivismo piccolo borghese, alla ricerca del capro espiatorio più debole.
Il Futurismo inventò libere parole in libertà. Loro rimasticano quelle ingessate nel Ventennio. Il Futurismo inseguiva la velocità, il rischio, l’azzardo, la scomposizione del mondo vecchio per colorarne uno nuovo. Loro espongono come massima avanguardia una vestaglietta gender sventolata dal generale sulla spiaggia di Viareggio.
Marinetti lanciava il futuro come una granata alfabetica. Qui si restaurano naftalina, gerarchie e nostalgia.
Boccioni, Balla, Depero, Russolo, spalancavano finestre sulla soffocante Italia giolittiana degli eterni compromessi. Qui si chiudono le persiane per rimpiangere le penombre di Guido Gozzano, i tarli sul divano e le ragnatele tra il rosolio e la nonna.
Basta profanazioni. Le parole hanno una biografia: “Futuristi” appartiene a un’avanguardia adulta che ha cambiato l’arte, la lingua, il modo di guardare il mondo. Non a un movimento che scambia il domani con l’altroieri.
Chiamateli, chiamiamoli, in qualunque altro modo. Tradizionalisti. Nostalgici. Retroguardia. Perfino passatisti, che per un futurista era il peggiore degli insulti.
Chiamateli vannacciani, considerandoli adatti alla mai tramontata commedia di Mario Monicelli, “Vogliamo i generali”, ma solo nella forma patetica del remake.
Lasciate in pace Boccioni e Marinetti che corrono ancora sulla tela e in pagina. Non meritano di diventare farsa, indossando gli stivali del passo dell’oca.

(da Il Fatto Quotidiano)

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