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VALDITARA SBAGLIA: SULL’EDUCAZIONE SESSUO-AFFETTIVA L’ITALIA E’ 70 ANNI INDIETRO, I FEMMINICIDI DI AGOSTO LO CONFERMANO

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

PUNTO PER PUNTO: DALLA FORMAZIONE DEI DOCENTI AL CONFRONTO CON ALTRI PAESI EUROPEI: NON E’ VERO CHE “C’E’ GIA’ TUTTO QUELLO CHE SERVE”

Alla scuola di psicoterapia mi hanno insegnato ad affezionarmi poco alle mie idee e a tenere sempre il condizionale a portata di mano. Perché la realtà può sempre essere molto diversa da come la vediamo. Ci ho pensato ieri mattina, quando la giornalista de LaStampa Eleonora Camilli, nell’intervistarla, le ha fatto una domanda citandomi. Le ha ricordato che a chiedere di più sull’educazione sessuo-affettiva a scuola non è solo l’opposizione ma sono anche i genitori e i familiari delle vittime — e ha fatto il mio nome: psicoterapeuta, fratello di una donna uccisa dal marito con 111 coltellate. Lei ha risposto che “c’è un difetto di informazione”, ha aggiunto che nelle scuole il rispetto si insegna già e che “non abbiamo bisogno di pensare a nuovi progetti”.
Ministro, la realtà che vedo io non la racconto per fare opposizione. La rappresento perché la conosco come professionista, fratello di una vittima e padre di un orfano di femminicidio. Nessuno di questi miei lati vorrebbe averla conosciuta.
Dopo l’ennesima estate di femminicidi mi sarei aspettato altro: una parola per le vittime. Un dubbio, uno solo, sulle proprie granitiche certezze o, quanto meno, l’impegno a confrontarsi maggiormente. Invece lei ha sostanzialmente affermato che tutto va bene. Io credo che il problema sia proprio questo: essere così sicuri che ci sia già tutto quello che serve, quando invece non c’è, perché quello che manca è proprio l’essenziale, ossia uno sguardo che nei programmi metta il genere al centro.
Le linee guida internazionali dicono cosa vuol dire: l’UNESCO (International Technical Guidance, 2018) indica “understanding gender” — ruoli, stereotipi, uguaglianza — tra gli otto concetti chiave dell’educazione sessuo-affettiva; l’OMS per l’Europa dal 2010 chiede di insegnarlo per fasce d’età, dalle elementari fino a nominare, in adolescenza, la cosa che uccide davvero: il possesso, e il momento in cui può diventare mortale, cioè la fine di una relazione. I cinque fattori che moltiplicano il rischio di femminicidio sono quelli che una scuola deve insegnare a riconoscere: il controllo coercitivo — gelosia, sorveglianza, isolamento —, la separazione, la presenza di armi in casa, i precedenti di violenza e le minacce di morte, il senso di proprietà: “se non sei mia non sei di nessuno”.
Questo è quello che serve insegnare per salvare una vita. La Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia nel 2013, all’articolo 14, obbliga gli Stati a inserirlo nei programmi di ogni ordine e grado. Non è ideologia gender: è la cornice scientifica e giuridica dentro cui dovremmo già lavorare. Questo manca. Ed è fondamentale, se vogliamo imparare a stare in una relazione senza trasformarla in possesso, controllo o violenza.
Lei afferma testualmente: “Siamo il primo governo che ha introdotto come obbligatoria l’educazione al rispetto”. Non è così. L’educazione civica obbligatoria — si tratta ancora solo di questo — che include rispetto, parità, prevenzione della violenza — esiste dal 2019: legge 92, governo Conte I, ministro Bussetti. La legge 107 del 2015 la indicava già come indirizzo. Non avete introdotto l’obbligo. Avete riscritto le linee guida attuative. Le stesse linee guida (D.M. 183/2024) che il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione ha bocciato con parere non favorevole per “l’assenza di un riferimento esplicito all’educazione contro ogni forma di discriminazione e violenza di genere”. La sua firma è stata ugualmente apposta dieci giorni dopo. Nelle 23 pagine delle linee guida, oggi in vigore anche alle superiori, l’espressione “violenza di genere” compare zero volte.
Nelle nuove Indicazioni Nazionali 2025 per infanzia, primarie e medie, operative dal prossimo settembre 2026, la parola violenza di genere compare una sola volta in 154 pagine: definita “triste patologia”. Come se fosse una malattia dei singoli, e non un fenomeno sociale strutturale che OMS ed EIGE — l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere — ci chiedono di nominare con precisione, perché è dalla precisione con cui si scelgono le parole che comincia la prevenzione e si contrastano le discriminazioni.
Lei rivendica i “3,1 milioni per formare i docenti”. È il progetto MIM-INDIRE “Educare al rispetto e alla parità”, diventato operativo nell’aprile 2026, tre anni e mezzo dopo il suo insediamento. Visto da vicino: sono 20 ore di corso online asincrono — cioè video da guardare quando si vuole, senza confronto, senza esperti in aula. Non è obbligatorio: chi vuole partecipa, chi non vuole no. Non c’è nessuna certificazione delle competenze acquisite. Se si divide la cifra per i circa 900.000 docenti italiani, fa 3,45 euro a testa, una tantum. Il costo di due caffè. Questo, ministro, non è un piano di formazione. È una goccia d’acqua sopra un incendio.
Dice che facciamo “più di altri Paesi europei”. Ma i dati Eurydice e UNESCO dicono l’opposto. L’Italia è uno dei soli sette Stati dell’Unione — insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia — in cui l’educazione sessuo-affettiva a scuola non è obbligatoria. In Svezia lo è dal 1955. In Germania dal 1968. Nei Paesi in cui l’educazione sessuo-affettiva è prevista fin dalla scuola materna, ragazzi e ragazze sanno prima riconoscere una relazione violenta, hanno meno gravidanze adolescenziali e meno esperienze sessuali non desiderate. Non siamo davanti agli altri. Siamo, al contrario, settanta anni indietro.
Lei ha avuto l’ardire di sostenere che il patriarcato è finito nel 1975. È finito come istituto giuridico, non come sistema culturale, che continua a produrre stereotipi, cultura del possesso e controllo coercitivo: alcuni dei principali fattori di rischio del femminicidio individuati dalla letteratura scientifica. Ha inoltre aggiunto che la fragilità narcisistica dei giovani uomini viene dall’educazione permissiva dei genitori. Da psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza le posso dire con cognizione di causa che non è così. Le meta-analisi internazionali (WHO, EIGE) indicano ben altri predittori: esposizione a violenza in famiglia, adesione a mascolinità egemoniche, isolamento sociale, disuguaglianza di potere nella coppia. Attribuire tutto alla “cattiva educazione familiare” è comodo: sposta la responsabilità dallo Stato ai genitori. Ma i genitori non scrivono le indicazioni nazionali. A deciderlo è lo Stato. È lei. Il nostro ministro dell’Istruzione.
Il consenso informato che lei ha imposto sui progetti portati a scuola dalle associazioni esterne — proprio quelli che facevano prevenzione della violenza di genere — è una scelta dello Stato. Le parole scelte nei documenti che formeranno milioni di bambini e adolescenti sono una responsabilità dello Stato. C’è però una cosa su cui, ministro, sono d’accordo con lei. Nell’intervista ha detto che l’educazione al rispetto “innerva tutti i programmi”: italiano, storia, scienze. È vero, dovrebbe essere così. Ma dire che una cosa “innerva” non basta a farla accadere. Le indicazioni nazionali servono proprio a questo: a scrivere, per ogni disciplina, cosa un ragazzo deve avere imparato al termine della classe. Se in quelle pagine la violenza di genere è nominata una volta sola e chiamata “patologia”, l’innervazione non c’è. Resta affidata alla buona volontà del singolo docente. Una buona volontà che oggi rischia di trasformarsi in una sfida alle istituzioni.
E la buona volontà, lo sappiamo, non basta a educare una generazione.
Dire che “va tutto bene” può forse servire al consenso, ma non a evitare l’ennesima vittima. Dico forse perché credo e voglio credere che il vento stia cambiando. Sono sempre stato un ottimista. Ma lei non lo sente, ministro, questo vento?

Damiano Rizzi
(da Fanpage)

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MENTANA SI SENTE FUORI DA LA7 PERCHE’ HA SMESSO DI ESSERNE IL CENTRO

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

NESSUN SCONTRO IDEOLOGICO, LA REALTA’E’ CHE MENTANA DA TEMPO NON E’ IL SOLE DI UN CANALE CHE E’ DIVENTATO MATURO GRAZIE A LUI

Sono trascorsi 16 anni dall’arrivo a La7 di Enrico Mentana. Un trasferimento che all’epoca spostò gli assetti della Tv generalista, garantendo alla rete risonanza e autorevolezza poi consolidate negli anni da arrivi illustri, innesti importanti e di peso. Le sue maratone sono diventate esaltazione del concetto di diretta, ultimo elemento distintivo rimasto alla televisione, rendendo attraente un mondo, quello della politica, di per sé affascinante quanto il bugiardino di un farmaco per l’otite.
Molte le cose cambiate negli anni, dai governi alla proprietà stessa dell’emittente, con una sola costante: che il Sole di La7 fosse lui. Eppure oggi Mentana non esclude l’addio, da tempo il direttore mette in discussione la sua permanenza a La7 e lo fa relazionando i dubbi alla linea della rete, un presunto spostamento a sinistra e il ruolo di anti-Telemeloni che, a suo dire, sarebbe diventato come una sorta di sceneggiata napoletana, in cui si chiama Bocchino unicamente per dileggiarlo. “O diventa qualcosa che possono vedere tutti o penso che possa fare pure altro”, ha detto a un evento pubblico.
Una posizione che solleva quantomeno qualche perplessità. Mentana dovrebbe sapere meglio di altri che la televisione generalista si fa occupando spazi di racconto, specie per quanto riguarda l’informazione. Il vuoto antigovernativo lasciato dalla Rai negli ultimi anni era una voragine troppo grossa per non provare a riempirla e La7 non ha fatto nulla di diverso da Rete4 negli anni precedenti. Urge però ricordare che si parla anche di un canale che, tecnicamente, dà spazio a chiunque, in cui Vannacci è praticamente di casa; è un’emittente il cui patron, Urbano Cairo, ribadisce la linea apartitica, inseguendo il mercato come unica stella polare, dove lo stesso direttore Salerno, come diceva in un’intervista a Fanpage di alcune settimane fa, allontana da sé l’intenzione di dirigere una rete schierata. Allo stesso tempo Mentana è l’unico volto di La7 ad avere ospitato Giorgia Meloni da quando è a capo del governo. Su cosa si poggia, quindi, la polemica del direttore? Si tratta di una qualche forma di censura interna non chiarita? Di una linea editoriale che non gli va più giù? Forse una risposta alternativa c’è: Mentana non è più il centro di La7.
Da tempo si registra l’avanzamento di Gruber, Formigli, per certi versi lo stesso Parenzo, come volti di riferimento per il pubblico. Marianna Aprile consolida sempre più il suo profilo di “bastonatrice”, Floris fa numeri in prima serata che battono anche il Grande Fratello Vip, un’emittente di cui Diego Bianchi pare rappresentare in tutto e per tutto l’anima. Insomma, a La7 Mentana è ancora rilevante, e ci mancherebbe altro, ma forse non è più essenziale, fondamentale, cruciale. L’architrave sembra essersi spostata altrove, lui lo percepiscce e non lo gradisce.
Mentana non sarà certamente d’accordo e forse non leggerà mai queste parole, ma a scanso di equivoci è bene chiarirlo: qui l’egocentrismo non c’entra, si tratta di funzione. Cavalli di razza come Mentana, che della Tv dei giorni nostri è tra le figure più imponenti e trasversali, non sono interessati a ruoli gregari. Enrico Mentana serve quando c’è da fondare o rifondare, lo dice la sua storia, lo ha dimostrato al Tg5 e a La7, diventata matura grazie a lui. Per certi versi lo provano anche le indiscrezioni degli ultimi mesi, che lo vorrebbero vicino a NOVE se non a un clamoroso ritorno a Mediaset, dove di lavoro da fare ce ne sarebbe.
Resta solo da capire se andrà via e, nel caso, dove andrà a cercare il prossimo cantiere da aprire. E se la Tv generalista, oggi, abbia ancora spazio per un altro dei suoi regni.

(da Fanpage)

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SUI MIGRANTI SI SPEZZA L’ASSE ROMA-BERLINO. DALLA GERMANIA REAGISCONO FEROCEMENTE AL SEQUESTRO DELLA NAVE “SEA WATCH 5”. IMPORTANTI ESPONENTI DELLA CDU, IL PARTITO DEL CANCELLIERE MERZ, MINACCIANO L’ITALIA: “SE CONTINUERÀ A MANTENERE QUESTO ATTEGGIAMENTO, FARÀ SALTARE IL PATTO EUROPEO PER I MIGRANTI. SE ROMA SI RIFIUTERÀ DI RIPRENDERSI I DUBLINANTI SAREMO COSTRETTI A INTENSIFICARE I CONTROLLI ALLE FRONTIERE TEDESCHE”

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

LA MOSSA DI PIANTEDOSI ARRIVA A QUALCHE GIORNO DALL’INCONTRO CON L’OMOLOGO TEDESCO ALEXANDER DOBRINDT: IN TEORIA SERVIVA COME MONETA DI SCAMBIO PER I RESPINGIMENTI DEI DUBLINANTI, ANNUNCIATI DA BERLINO, MA SI È TRASFORMATO IN UN BOOMERANG – LA SCELTA DI MACRON E SANCHEZ DI NON RISPEDIRE INDIETRO I MIGRANTI

Tredici provvedimenti di fermo e sanzioni per migliaia di euro negli ultimi due anni, dieci solo nei confronti della Sea Watch. Ma l’ultimo severo provvedimento annunciato sabato da Piantedosi nei confronti dell’ammiraglia della ong tedesche segna un inasprimento nella strategia del Viminale contro la flotta umanitaria.
Non foss’altro perché il ministro dell’Interno insiste nelle sanzioni nonostante molte sentenze abbiano escluso l’obbligo per le navi umanitarie di collaborare con la Libia e siano state annullate dai giudici.
Segno evidente che al prossimo incontro con l’omologo tedesco Alexander Dodbrindt per discutere della questione dei dublinanti di ritorno, che rischia di creare un effetto a valanga in tutta Europa, Piantedosi intende arrivare con un dossier pesante sulle ong tedesche, accusate di sbarcare in Italia migliaia di migranti.
Moneta di scambio per quella compensazione, non prevista da nessuna norma del nuovo Patto Ue asilo e migrazione, che l’Itaia intende far valere per provare a chiudere subito il capitolo dublinanti.
Ma all’Italia che alza il tiro, la Germania risponde rompendo il silenzio. E sulla querelle dei dublinanti, qualcuno è arrivato persino a minacciare l’Italia di sospendere Schengen. Certo, in vista dell’incontro tra i ministri dell’Interno Piantedosi e Dodbrint, l’ordine di scuderia a tutti i livelli era stato quello, nei giorni scorsi, di attendere l’esito di un eventuale accordo. Ma la rigidità di Roma e le trombe della propaganda di Meloni e Salvini hanno cambiato tutto.
Tanto che ieri sono usciti allo scoperto esponenti importanti della Cdu e della Spd per minacciare Roma. «Se l’Italia continuerà a mantenere questo atteggiamento, farà saltare il Patto europeo per i migranti», ha detto senza mezzi termini il responsabile interni della Cdu, Alexander Throm. Se Roma si rifiuterà di riprendersi i dublinanti – ha aggiunto – «saremo costretti a intensificare i controlli alle frontiere tedesche. E ciò creerebbe una reazione a catena in altri Paesi europei».
Throm ha reagito anche direttamente alle parole di Salvini, che ha escluso che l’Italia si riprenderà un solo dublinante «finché le ong tedesche continueranno a portare migliaia di migranti illegali in Italia».
Per il compagno di partito del cancelliere Merz le parole del leader della Lega «dimostrano che non ci si può fidare minimamente del governo italiano sulla questione migratoria». Il vicecapogruppo della Cdu Guenter Krings è andato anche oltre: «Se l’Italia non vuole riprendersi i migranti, allora non può far parte dello spazio Schengen». E ieri anche la Spd ha rotto il silenzio per sparare alzo zero contro Roma e chiedere persino l’intervento di Bruxelles. Per il responsabile interni, Sebastian Fiedler: «Noi applichiamo le regole del Patto per l’asilo, e l’Italia si rifiuta di farlo. Adesso chiediamo l’intervento della Commissione Ue contro quest’atteggiamento illegale».
E in Germania il rischio che il nuovo Patto per l’asilo si incrini al primo minuto di gioco è condiviso dalle stesse ong.
Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, dice: « L’Italia sta arrancando politicamente e deve fare i conti con un’Europa che le volta le spalle e a cui risponde utilizzando ancora una volta le persone in fuga e le ong che operano in loro solidarietà come capro espiatorio. Il meccanismo di compensazione in risposta alla volontà tedesca di rimpatriare in Italia i cosiddetti dublinati è sintomo della fragilità del nuovo Patto su migrazione e asilo».

(da agenzie)

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GLI ITALIANI SONO MASOCHISTI FINANZIARI: LASCIANO I SOLDI FERMI SUI CONTI CORRENTI NONOSTANTE L’INFLAZIONE ERODA I LORO RISPARMI

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL COSTO MEDIO DELLA GESTIONE È SALITO DEL 23%, MA CONTEMPORANEAMENTE CRESCE ANCHE LA LIQUIDITÀ…IL VALORE NOMINALE DEI DEPOSITI É AUMENTATO IN DIECI ANNI DA 906 A 1.163 MILIARDI, IL 28,3% IN PIÙ. MA L’INFLAZIONE NELLO STESSO PERIODO È CRESCIUTA DEL 23,6%, RIDUCENDO LA CRESCITA AL 4,7%… QUANTO SAREBBERO AUMENTATI QUEI SOLDI SE FOSSERO STATI INVESTITI? E QUANTE RISORSE SI SAREBBERO “SBLOCCATE”?

Gli italiani pagano sempre di più per tenere i soldi in banca, ma continuano a lasciarne sui conti una quantità enorme. Alla fine di maggio le famiglie vi conservavano 1.163 miliardi di euro, mentre in dieci anni la spesa media di gestione è salita del 23%, da 82,2 a 101,1 euro l’anno. È il doppio movimento fotografato da uno studio dell’Adusbef sui dati della Banca d’Italia: cresce la liquidità, crescono i costi per custodirla.
L’aumento più forte riguarda le spese variabili, legate a bonifici, pagamenti e prelievi: sono passate da 26,6 a 35,7 euro, il 34,2% in più. Le sole spese per le disposizioni sono rincarate del 62,6%. Più contenuto l’incremento dei costi fissi, come canoni e carte, saliti del 17,6%, da 55,6 a 65,4 euro.
Anche il valore nominale dei depositi è cresciuto: dai 906 miliardi del maggio 2016 ai 1.163 miliardi attuali, il 28,3% in più. Ma l’inflazione accumulata nello stesso periodo, calcola Adusbef, è stata del 23,6%: al netto dell’aumento dei prezzi, la crescita si riduce al 4,7%.
La montagna di denaro sui conti non equivale dunque a un analogo aumento del benessere. Racconta anche la prudenza di famiglie che, davanti all’incertezza, preferiscono mantenere i risparmi disponibili, rinunciando magari a consumi e investimenti.
La Lombardia, con quasi 239 miliardi, concentra il 20% della liquidità; seguono Lazio con 122 miliardi e Veneto con 105.
In rapporto alla popolazione, il primato passa a Bolzano, con 30.400 euro per residente, davanti a Milano con 27.900. In fondo alla classifica si trova Crotone, con 9.679 euro per abitante, seguita da Sassari con 9.741.

(da “Corriere della Sera”)

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ALTRO CHE DURO, LA LEGA CE L’HA ARCOBALENO. È POLEMICA A LEGNANO, IN PROVINCIA DI MILANO, PER IL PRIDE IN PROGRAMMA DOMENICA 13 SETTEMBRE. NEL LOGO DELLA MANIFESTAZIONE GLI ORGANIZZATORI HANNO INSERITO ALBERTO DA GIUSSANO, SIMBOLO DELLA CITTÀ E ANCHE, STORICAMENTE, DELLA LEGA

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL CAPOGRUPPO DI FDI IN CONSIGLIO COMUNALE, MARIO ALMICI: “UNA SCELTA QUANTOMENO DISCUTIBILE” … IL SINDACO DI CENTROSINISTRA, LORENZO RADICE: “LE PERSONE LGBTQ+ HANNO PER VOI PIENO DIRITTO A ESSERE VISIBILI E RIVENDICARE PARI DIGNITÀ?”

È polemica a Legnano, nel Milanese, per il Pride in programma domenica 13 settembre.
Nel logo della manifestazione gli organizzatori hanno inserito Alberto da Giussano, simbolo della città e anche, storicamente, della Lega.
La critica è arrivata dal capogruppo di FdI in Consiglio comunale, Mario Almici, già candidato sindaco sconfitto nel giugno scorso da Lorenzo Radice, primo cittadino uscente. «Una scelta quantomeno discutibile»
Radice ha risposto: «Prima dei simboli vengono le persone. Al centrodestra chiedo: le persone Lgbtq+ hanno per voi pieno diritto a essere visibili e rivendicare pari dignità?».

(da Corriere della Sera)

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LA SOSTITUZIONE UMANA È GIÀ IN CORSO, MITSUBISHI MOTORS HA SIGLATO UN ACCORDO CON UNA STARTUP DI TOKYO PER INTRODURRE ROBOT UMANOIDI A INTELLIGENZA ARTIFICIALE NEI PROPRI STABILIMENTI, REPLICANDO LE COMPETENZE DEI LAVORATORI PIÙ ESPERTI

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

L’INTESA RISPONDE ALLA CARENZA DI MANODOPERA IN GIAPPONE, CHE SPINGE I COSTRUTTORI A RIPENSARE IL LAVORO IN FABBRICA… L’OBIETTIVO È UTILIZZARE L’IA PER “CATTURARE” IL KNOW-HOW DEGLI OPERAI IN USCITA E TRASFERIRLO ALLE NUOVE GENERAZIONI

Mitsubishi Motors ha siglato un accordo con Highlanders Inc., una startup dell’Università di Tokyo, per introdurre robot umanoidi a intelligenza artificiale nei propri stabilimenti, replicando le competenze dei lavoratori più esperti. L’intesa risponde all’aggravarsi della carenza di manodopera in Giappone, che spinge i costruttori a ripensare il lavoro in fabbrica.
L’obiettivo è utilizzare l’Ia per “catturare” il know-how degli operai in uscita e trasferirlo alle nuove generazioni, facilitando il ricambio generazionale in un mercato del lavoro sempre più rigido. Highlanders, fondata nel 2023, ha già realizzato il modello “N”, un umanoide per altezza e peso, in grado di camminare, svolgere compiti manuali e interagire verbalmente.
Mitsubishi prevede di avviare il progetto con alcune decine di unità: tra i siti candidati spicca la linea di assemblaggio dei motori dello stabilimento di Kyoto, dove dal 2027 sarà attivata una produzione dedicata con capacità di 1.000 robot al mese.
“I robot umanoidi hanno un enorme potenziale per trasmettere in modo efficiente le conoscenze dei lavoratori più esperti”, ha dichiarato Takao Kato, presidente e amministratore delegato di Mitsubishi Motors.
L’iniziativa rientra nel filone della “fisical AI”, tecnologia che consente alle macchine decisioni e azioni autonome basate sulla percezione dell’ambiente tramite telecamere e sensori, un settore sul quale il settore automobilistico giapponese sta accelerando. In questa direzione Honda ha sviluppato una mano robotica assistita da IA per compiti di precisione, mentre Toyota sta sperimentando bracci robotici nella sua città-laboratorio Woven City, alle pendici del Monte Fuji.

(da agenzie)

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LE SQUADRACCE DI TRUMP NON SI FERMANO NEMMENO DAVANTI AI MARINES: AGENTI DELL’ICE HANNO ARRESTATO IN FLORIDA LUIS MANUEL AVILES, PADRE DI UN MARINAIO IMBARCATO DA NOVE MESI SULLA PORTAEREI LINCOLN, DISPIEGATA IN MEDIO ORIENTE

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

L’UOMO È ORIGINARIO DEL NICARAGUA, MA VIVE NEGLI STATI UNITI DA 19 ANNI. E ORA RISCHIA L’ESPULSIONE. È STATO FERMATO SABATO A KEY WEST, MENTRE PORTAVA L’AUTO DAL MECCANICO

Le autorita’ americane per l’immigrazione hanno arrestato in Florida Luis Manuel Aviles, padre di un marinaio imbarcato da nove mesi sulla portaerei Uss Abraham Lincoln, dispiegata in Medio Oriente.
L’uomo, originario del Nicaragua e residente negli Stati Uniti da 19 anni, rischia ora l’espulsione. La storia la racconta la Cnn. Aviles, 48 anni, e’ stato fermato sabato a Key West mentre portava l’auto dal meccanico, secondo la moglie Argelia.
Il dipartimento per la Sicurezza interna ha confermato l’arresto da parte della Border Patrol e affermato che l’uomo restera’ in custodia dell’Ice mentre il governo avvia la procedura di deportazione. “Avere un familiare nell’esercito non e’ un lasciapassare per violare le leggi della nostra nazione”, ha dichiarato il dipartimento, aggiungendo che l’amministrazione Trump “non sceglie quali leggi applicare”.
La famiglia sostiene che Aviles, che lavora come tuttofare, ha un permesso di lavoro negli Usa. Il figlio Joshua Aviles ha scritto su Facebook di aver ricevuto a bordo della Lincoln la notizia dell’arresto del padre. “Sto combattendo per un Paese che mi ha dato tutto”, ha affermato. “Non so come posso continuare mentalmente a lavorare piu’ di 12 ore al giorno sapendo che mio padre e’ da qualche parte, forse trattato come un criminale”.
Secondo i familiari, il marinaio presta servizio con turni di 12 ore da oltre 250 giorni senza sosta. La lunga permanenza in mare della portaerei ha sollevato preoccupazioni per le condizioni dell’equipaggio, le carenze di approvvigionamenti e l’impatto sulla salute mentale dei militari; il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva pero’ definito queste ricostruzioni “completamente travisate”.
Il caso si inserisce nel ridimensionamento delle protezioni migratorie per le famiglie dei militari voluto dall’amministrazione Trump. L’Associated press ha documentato la detenzione di almeno decine di genitori e coniugi di soldati in servizio attivo: almeno sei familiari sarebbero gia’ stati espulsi e un altro sarebbe rientrato in patria volontariamente.

(da agenzie)

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TELEMELONI È GIÀ ENTRATA IN CAMPAGNA ELETTORALE. L’AD GIAMPAOLO ROSSI SI GIOCA IL FUTURO IN VIALE MAZZINI E HA BLINDATO IL PALINSESTO DEGLI APPROFONDIMENTI: I TALK RAI SARANNO UN’ARMA DI PROPAGANDA PER L’ARMATA BRANCA-MELONI IN VISTA DEL VOTO DEL 2027, TRA LE CONFERME DI GILETTI E MONTELEONE E IL SEMPITERNO VESPA

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

I VERTICI DESTRORSI DELLA TV PUBBLICA SOGNANO NICOLA PORRO E PAOLO DEL DEBBIO, CHE RIMANGONO A MEDIASET (PER ORA). E RESTA APERTA LA GRANA DEL SOSTITUTO DI SIGFRIDO RANUCCI, CHE, COME DAGO-DIXIT, SARÀ ALLONTANATO DA “REPORT”… LA7 RESTA SCHIERATA MASSICCIAMENTE A SINISTRA TRA FLORIS, FORMIGLI E GRUBER, CON L’INCOGNITA DI ENRICO MENTANA IN ROTTA CON CAIRO E ATTRATTO DA KYRIAKOU

In tempi di campagna elettorale, la migliore difesa è il talk. L’anno delle elezioni è il banco di prova per l’informazione televisiva, quella delle reti private come quella del servizio pubblico. […]
La sfida tra broadcaster che sta per iniziare sta già mettendo in luce l’annoso problema della governance di destra: fin dal suo insediamento come ad, e ancor prima quando era dg, Giampaolo Rossi ha tentato diverse strade per mettere in piedi un programma alternativo di informazione politica.
Dopo vari esperimenti dalle alterne fortune, il vero sogno di Rossi&Co per il talk politico resta (ed è stato dal primo minuto) Nicola Porro. In seconda battuta, Paolo Del Debbio. Entrambi nomi ben saldi nella scuderia di Cologno Monzese.
A conti fatti sembra infatti Mediaset ad aver approfittato di più degli ultimi tre anni di governance di destra della Rai: gli addii a viale Mazzini di inizio legislatura, da Lucia Annunziata a Fabio Fazio, hanno indebolito i palinsesti della tivù di Stato. Alcuni sono finiti direttamente tra le braccia di Pier Silvio Berlusconi che – grazie a stipendi ben superiori a quelli che è in grado di garantire il servizio pubblico, raccontano a viale Mazzini – tiene saldamente legati a sé anche quei Porro e Del Debbio che Rossi tanto vorrebbe vedere su Rai 2.
A viale Mazzini la stagione che inizia già caldissima con la vicenda Ranucci non ancora risolta su cui, per altro, Rossi si gioca il suo futuro dentro la Rai o qualche controllata (sulla lista dei desideri c’è Rai Cinema). Sul suo destino incombe anche la riforma della governance, che i Fratelli d’Italia vorrebbero vedere andare a dama entro l’anno, in modo da blindare il servizio pubblico.
A destra imputano a Rossi di non essere ancora intervenuto cogliendo al volo la possibilità che gli si è offerta di rimuovere dalla conduzione di Report il giornalista. “Er tentenna” – nomignolo che l’ad si è guadagnato negli ultimi anni per aver tirato per le lunghe certe decisioni – in realtà starebbe cercando le sponde necessarie per non vedersi Sigfrido Ranucci rientrare dalla finestra, magari per decisione di un giudice, sostiene invece chi gli sta vicino.
La sostituzione del conduttore sarà un tema, per il resto la stagione della direzione guidata da Paolo Corsini è ormai impostata con la benedizione di Palazzo Chigi. Parola d’ordine: niente prigionieri.
Il palinsesto è stato blindato: il lunedì sera resta in mano a Massimo Giletti, che è riuscito a portare il suo Stato delle cose a buoni risultati la scorsa stagione e in queste settimane ha già annunciato una propria inchiesta su Ranucci. Martedì continuerà ad andare in onda Antonino Monteleone, altro grande (forse più per l’investimento che per resa in termini di share) acquisto di TeleMeloni. Il suo Filorosso in questa stagione estiva è stato l’unica trasmissione dell’approfondimento Rai in onda per raccontare la vicenda della bomba piazzata da Valter Lavitola.
Dopo L’altra Italia, immaginato come l’anti Piazzapulita chiuso alla terza puntata, e Storie di confine, seconda serata poi trasferita su RaiPlay, Monteleone ha la sua prossima occasione per convincere i telespettatori. Gli insuccessi precedenti sono acqua passata: questa stagione, ragiona un dirigente, Monteleone continuerà ad andare in onda, con buona pace dello share.
A presidiare il mercoledì sarà invece l’altro innesto meloniano dell’informazione Rai, Roberto Inciocchi: la sua Agorà ha mantenuto ascolti non stellari, ma stabili, e dopo lunghe insistenze dei dirigenti, che volevano portarlo a questo passo già un anno fa, passerà al serale.
Dovrebbe essere il suo il talk più “classico”, mentre Filorosso potrebbe insistere maggiormente sui servizi, come faceva all’inizio Far West di Salvo Sottile. Anche il giornalista siciliano si ritrova di fronte una sfida importante: eredita Ore 14.
Due i fronti: mantenere lo share che Milo Infante era riuscito a guadagnarsi dopo anni di lavoro e non superare la linea rossa che trasformerebbe il programma di cronaca nera in un volano per Roberto Vannacci, che sulla (mancanza di) sicurezza sta costruendo le fondamenta della sua cam pagna elettorale. La mattina di Rai 3 è appaltata ad Annalisa Bruchi (Agorà), considerata gradita a Forza Italia, e Giulia Di Stefano, che alla governance meloniana non dispiace.
C’è ovviamente il sempiterno Bruno Vespa, fresco di rinnovo di contratto fino al 2028, che con i suoi Cinque minuti tra Tg1 e Affari tuoi è uno dei trait d’union più efficaci tra la comunicazione di Palazzo Chigi e la televisione di Stato. Resta saldo anche Marco Damilano, sempre più isolato sulle sue posizioni dai Rai 3 classica, così come Linea notte, mentre su Rai 2 Tg2 Post si rafforza progressivamente.
A RaiNews c’è l’incognita Federico Zurzolo: il direttore non è lontano dalla pensione e – seppure la casella è in mano a Forza Italia – potrebbero aprirsi spiragli incontrollati alla all news. Nel dubbio, la dirigenza tiene un occhio anche sugli ospiti delle trasmissioni: hai visto mai che qualcuno dalle poltroncine di via Teulada e Saxa Rubra possa incitare i conduttori a sfidare il controllo sulla linea editoriale.
Le prime serate d’informazione Rai sono una scommessa soprattutto per i nuovi programmi che dovranno guadagnarsi un seguito: al mercoledì Inciocchi non solo è insidiato da Bianca Berlinguer (ex Rai) su Rete 4, ma anche da Carlo Conti su Rai 1. Il martedì di Monteleone è tradizionalmente terreno di caccia di Giovanni Floris, che la scorsa stagione a La7 ha macinato ascolti a doppia cifra.
A proposito di La7: «Squadra che vince non si cambia» ha promesso Urbano Cairo alla presentazione dei palinsesti di rete a luglio scorso. Effettivamente, l’abitudine sta pagando: lunedì Corrado Augias, poi Dimartedì, giovedì Piazzapulita, venerdì e sabato a cavallo tra informazione e cultura Propaganda e In altre parole di Massimo Gramellini, domenica In onda di Marianna Aprile e Luca Telese contro Report.
Alla mattina la concorrenza a Rai 3 nel trittico Omnibus-Coffee Break-L’aria che tira. Resta da vedere se a cambiare atteggiamento rispetto alla rete che negli ultimi anni ha fatto dell’informazione il suo marchio di fabbrica sarà il partito della presidente del Consiglio: Giorgia Meloni l’ha giurato a Corrado Formigli e da anni non accetta inviti dalla trasmissione d’inchiesta.
A portarla sulla rete negli ultimi tempi, per un duello a distanza con Elly Schlein è riuscito soltanto Enrico Mentana. Intorno al direttore, il cui contratto è in scadenza – forse definitivamente – a dicembre, continuano a consumarsi voci incrociate che lo danno in uscita in direzione Cnn italiana a firma di Theodore Kyriakou, l’editore greco che comprando Repubblica ha dato uno scossone al mercato italiano.
Certo, non sono chiari né la portata dell’incarico, né l’organizzazione pratica del lavoro a cui potrebbe soprintendere l’ultrasettantenne Mentana. C’è ancora chi a via Novaro è convinto si tratti di un gioco al rilancio simile a quello che il direttore ha provocato in altre occasioni con certi post criptici sui suoi canali social: «O si apre per tutti, o posso fare altro» ha detto negli ultimi giorni, accusando la rete di un orientamento eccessivo.
A succedergli magari proprio Giovanni Floris, anche se sembra difficile che possa fare la gioia di Monteleone e traslocare dalla prima serata del martedì. Che comunque si fa affollata, vista la discesa in campo di Infante che, dopo essersi lasciato male con viale Mazzini, a Mediaset si è guadagnato l’incarico di sviluppare nuovi format. Quello che avrebbe chiesto invano alla tivù di Stato.
Ma l’intero palinsesto di Rete 4 sembra pronto ad accontentare un pubblico più spostato a destra di La7, anche se paradossalmente l’input “anti trash” di Pier Silvio Berlusconi potrebbe produrre complessivamente un canale meno estremista. Anche se va tenuto a mente che, contrariamente alle opinioni di sua sorella, Pier Silvio vuole lasciare spazio sulle sue reti anche ai vannacciani, ma la direzione complessiva è un’altra.
Certo, è stato Del Debbio a occuparsi per primo di “maranza”, ma sia lui che Nicola Porro non raggiungono il populismo estremo di Mario Giordano che qualche anno fa, ai tempi del governo gialloverde, Rete 4 proponeva in fascia quotidiana.
Altri tempi, ora è una sera soltanto. E poi, Dieci minuti e Quattro di sera, non esattamente baluardi dell’estremismo. La Rai, in ogni caso, si riserva l’ultimo colpo di scena per febbraio, quando andrà in onda il vero investimento economico e in termini di propaganda, non per forza politica ma sicuramente culturale: il Sanremo di Stefano De Martino.

(da Domani)

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SE NON ORO, QUANDO? LA QUOTAZIONE DELL’ORO TOCCA I MASSIMI DA OLTRE TRE MESI, ARRIVANDO 4.646 DOLLARI L’ONCIA. EFFETTO DELL’INDEBITAMENTO RECORD DEGLI STATI UNITI, MENTRE L’ATTENZIONE DEGLI INVESTITORI SI SPOSTA SULLE PROSSIME MOSSE DELLA FEDERAL RESERVE AMERICANA

Agosto 24th, 2026 Riccardo Fucile

CORRONO ANCHE GLI ALTRI METALLI PREZIOSI, CONSIDERATI BENI RIFUGIO PIU’ AFFIDABILI DEL DOLLARO: L’ARGENTO GUADAGNA LO 0,2% A 69,10 DOLLARI L’ONCIA. IL PLATINO SALE DELLO 0,8% A 1.892 DOLLARI…

L’oro continua a correre e, in scia all’indebolimento del dollaro, tocca i massimi da oltre tre mesi, mentre l’attenzione degli investitori si sposta sulle prossime mosse della Fed. Al momento il metallo giallo guadagna nel contratto spot lo 0,94% a 4.646 dollari l’oncia, mentre i future salgono dello 0,52% a 4.652 dollari.
Il rally dell’oro era già iniziato la scorsa settimana, chiusa con un bottino del +5%, complice l’annuncio del maxi-piano di buyback di Titoli di Stato annunciati dal Tesoro Usa e dalla debolezza del dollaro. Ora l’attenzione degli investitori si però è spostata anche sugli appuntamenti della settimana, come i dati sui prezzi al consumo americani e il discorso del presidente della Fed Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole. Tutti possibili spunti sulle prossime mosse della banca centrale americana.
“Gli operatori seguiranno con attenzione ogni possibile cambiamento di tono riguardo al percorso delle politiche monetarie e come questo si concili con i recenti sviluppi del mercato obbligazionario”, spiegano gli analisti di KCM Trade. A questo quadro si aggiungono le tensioni in Medio Oriente – con il piano di sanzioni economiche Usa ai danni dell’Iran in arrivo in giornata – che favoriscono la corsa verso il bene rifugio per eccellenza.
Guardando invece agli altri metalli, l’argento spot guadagna lo 0,2% a 69,10 dollari l’oncia. Il platino sale dello 0,8% a 1.892 dollari, mentre il palladio dello 0,3% a 1.348 dollari.

(da Il Sole 24 Ore)

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