Destra di Popolo.net

IN ITALIA C’E’ UN ESERCITO DI BABY SUPREMATISTI. IN PROVINCIA DI TRENTO, LA DIGOS HA ARRESTATO UN 17ENNE CON L’ACCUSA DI TERRORISMO. AVEVA NEL MIRINO “EBREI, IMMIGRATI, OMOSESSUALI, MAGISTRATI E POLITICI” – NELLA SUA ABITAZIONE, OLTRE A VESSILLI NEONAZISTI, C’ERA UN ARSENALE CON KATANE, MACHETE E COLTELLI, BALESTRE, PISTOLE E FUCILI SOFT AIR

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL RAGAZZINO SI DEFINIVA “VICE CAPO” DEL GRUPPO “FFI-FRONTE FASCISTA ITALIANO” – NEL SUO TELEFONO E’ STATO TROVATO UN TESTO TRADOTTO DAL CIRILLICO CON INDICAZIONI RELATIVE A SOSTANZE CHIMICHE AGGRESSIVE, UNA GUIDA PER COMPIERE ATTENTATI TERRORISTICI CON VEICOLI PESANTI, UN ELENCO DEI VELENI, MANUALI SUL MANEGGIO DI ARMI DA FUOCO E UN DOCUMENTO CON ISTRUZIONI PER IL PEDINAMENTO

La Digos di Verona ha arrestato un ragazzo di 17 anni residente in provincia di Trento, indagato per detenzione di materiale con finalità di terrorismo. L’attività è stata eseguita dagli investigatori coordinati dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con il supporto della Digos di Trento, con una perquisizione ordinata dalla Procura di Venezia.
Nella sua abitazione, oltre a vessilli neonazisti e suprematisti, sono state trovate armi bianche come katane, machete e coltelli, balestre, pistole e fucili soft air e fogli manoscritti con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista. Il ragazzo è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato condotto al Centro di prima accoglienza per minori di Treviso. Nella mattinata di ieri l’arresto è stato convalidato dall’Autorità Giudiziaria.
Le indagini della Digos scaligera sono iniziate nell’autunno 2025, nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista, dove è stato notato un internauta con marcata radicalizzazione ideologica e una significativa proiezione verso la violenza, con esplicita ammirazione per i “terroristi bianchi”, definiti “eroi”, e con riferimenti alla “difesa della razza bianca”.
L’utente aveva pubblicato anche contenuti di natura propagandistica e celebrativa del gruppo terroristico “Atomwaffen Division”, definendosi “Vice Capo” del gruppo “Ffi-Fronte Fascista Italiano”, e “referente operativo” per la selezione di aspiranti aderenti alla community.
Gli approfondimenti sui cellulari del giovane hanno consentito di individuare altri contenuti: oltre a diverso materiale social di propaganda suprematista, accelerazionista e neonazista, sono stati trovati manuali per la fabbricazione di ordigni artigianali, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni relative a sostanze chimiche aggressive, una guida operativa per il compimento di attentati terroristici con veicoli pesanti, un elenco dei veleni mortali, manuali sul maneggio di armi da fuoco e un documento con istruzioni e tecniche operative per il pedinamento, l’attacco e l’eliminazione di bersagli umani.
E’ stato, inoltre, rinvenuto il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch nel 2019 da Brendon Tarrant, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage veniva indicato come modello da emulare, e il manifesto Haters Handbook redatto dal collettivo terroristico MMC (Maniacs Murder Cult).
Tra le conversazioni rilevate, sono emersi seri propositi di immediato passaggio all’azione, con espliciti riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e violenze nei confronti di specifiche categorie di soggetti, tra cui “ebrei, immigrati, omosessuali, magistrati e politici”.

(da agenzie)

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IL “FINANCIAL TIMES” SCOPRE L’ACQUA CALDA: I MIGLIORI ALLEATI DI GIORGIA MELONI SONO CONTE E SCHLEIN – L’EDITORIALE DEL QUOTIDIANO BRITANNICO: “L’OPPOSIZIONE ITALIANA RESTA DIVISA SULLA LEADERSHIP E SU TEMI CRUCIALI COME IL SOSTEGNO ALL’UCRAINA. CONTE PUNTA A GUIDARE IL CAMPO LARGO E PROPONE UN CAMBIO IN POLITICA ESTERA; SCHLEIN RIVENDICA LA LEADERSHIP IN QUANTO SEGRETARIA DEL PD”

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

“I DUE FINIRANNO PER ALLEARSI PERCHÉ L’UNICA POSSIBILITÀ CHE HANNO DI BATTERE MELONI È RIUNIRSI, MA RESTA DA CAPIRE SE LA PROPOSTA SARÀ CREDIBILE AGLI OCCHI DEGLI ELETTORI” … “MELONI DEVE FARE I CONTI CON CRESCITA DEBOLE, PRESSIONE SUI SALARI REALI E UN SONDAGGIO IN CUI EMERGE CHE IL 53% DEGLI ITALIANI RITIENE CHE IL PAESE STIA ANDANDO NELLA DIREZIONE SBAGLIATA…”

L’opposizione italiana cerca di costruire un fronte comune contro la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in vista delle prossime elezioni, ma resta divisa sulla leadership e su temi cruciali come il sostegno all’Ucraina.
E’ quanto scrive in un editoriale il quotidiano “Financial Times”. Giuseppe Conte punta a guidare il “campo largo” e propone un cambio della politica estera, compreso un ridimensionamento del sostegno a Kiev e un riavvicinamento a Mosca: “Dobbiamo cambiare tutto, a cominciare dalla politica estera”.
Elly Schlein rivendica invece la leadership in quanto segretaria del Pd, partito che nei sondaggi raccoglie circa il doppio dei consensi del Movimento 5 Stelle. Secondo il politologo Daniele Albertazzi, ripreso dal quotidiano, i due partiti finiranno per allearsi perche’ “l’unica possibilita’ che hanno di battere Meloni e’ riunirsi”, ma resta da capire se la proposta sara’ credibile agli occhi degli elettori.
Il quotidiano osserva che, a quasi quattro anni dall’insediamento, Meloni deve fare i conti con crescita debole, pressione sui salari reali e un sondaggio in cui emerge che il 53 per cento degli italiani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata.
A destra, inoltre, la premier e’ sotto pressione per l’ascesa di Roberto Vannacci e del suo nuovo partito Futuro Nazionale. La riforma elettorale promossa dal governo, in attesa dell’approvazione definitiva, premierebbe la maggiore alleanza pre-elettorale con seggi aggiuntivi, spingendo le opposizioni a convergere su un candidato premier e un programma comuni.
Schlein vuole definire prima la piattaforma e poi scegliere il candidato attraverso le primarie, mentre Conte preferisce individuare prima il leader ed e’ determinato a passare dalle primarie.
Tra i possibili alleati figurano anche Italia Viva di Matteo Renzi e Alleanza Verdi e Sinistra. Secondo lo storico Lorenzo Castellani, ripreso dal quotidiano, la possibile intesa appare per ora “un cartello elettorale, non una vera coalizione” e, in caso di vittoria, “il rischio di instabilita’ e’ elevato”.
La deputata Pd, Lia Quartapelle, avverte infine che il proprio partito e il M5s non possono affrontare insieme le elezioni senza chiarire la propria posizione sull’Europa e sull’Ucraina: “Non possiamo presentarci insieme a una campagna elettorale se prima non chiariamo questo punto”. “Giorgia Meloni e’ logorata”, conclude, “se facciamo i compiti, se ci comportiamo bene e se restiamo concentrati, possiamo vincere”.

(da agenzie)

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ALTRO CHE DIO, PATRIA E FAMIGLIA! IL RUGGITO DI PAPA LEONE CONTRO LA RELIGIONE DELL’ULTRADESTRA: “NON È VERO CRISTIANESIMO. SCONFIGGIAMO GLI ESTREMISMI CHE POTREBBERO CAUSARE DANNI BEN PIÙ GRAVI DI QUANTO CI RENDIAMO CONTO. TORNIAMO AI VALORI DEL VANGELO, NON L’ODIO E LA DIVISIONE, MA LA COMPRENSIONE E LA COMPASSIONE”

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

L’INVITO AL DIALOGO PER RUSSIA E UCRAINA E IL MESSAGGIO ALL’EUROPA: “PUÒ ESSERE UN MODELLO. MA DEVE GUARDARSI DALL’ILLUSIONE DEL RIARMO”

Leone XIV ha lasciato da poco Metz, quando raggiunge i giornalisti in fondo al volo AF4006 che lo riporta a casa e risponde alle domande alternando inglese e spagnolo. N
E invece «oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova “inutile strage” che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili», ha detto Prevost, citando l’espressione di Benedetto XV che nel 1917 tentò invano di fermare la Grande Guerra. Per questo ha concluso il viaggio in Francia a Metz: in un mondo nel quale «le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare», ha aggiunto, «il diritto internazionale e il multilateralismo costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto».
Risalendo alle proprie radici e valori, l’Europa può essere un modello. Ma deve «guardarsi dall’illusione del riarmo». Piuttosto occorre «mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace».
Santità, il conflitto in Europa è tra Russia e Ucraina.
Come si può parlare con uno Stato che aggredisce e minaccia non solo l’Ucraina?
«I principi della dottrina sociale promuovono la non violenza, il diritto, il disarmo, rispetto ai pericoli del mondo di oggi, compresi quelli provenienti da alcuni leader che ricominciano a parlare di armi nucleari, di guerre sempre più distruttive. Si continua ad armarsi, a spendere in quella tremenda industria militare che arricchisce enormemente pochi eletti, quando con questi miliardi si potrebbero risolvere problemi come la fame nel mondo, la disoccupazione…
Le potenze cercano di imporsi con la forza, invece di dialogare e promuovere negoziati, andiamo sempre più vicini a una guerra, a varie guerre. Non è una questione di essere politici o meno, ma occorre una voce che cerchi di promuovere i valori della dignità umana, della vita, della possibilità di spendere magari di più in sanità e istruzione e meno in armi.
Credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere questi valori, invitando continuamente i leader, come in Russia e in Ucraina e in altri Paesi, a venire, a sedersi, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che non hanno più senso. La Chiesa continua ad alzare la voce. Non possiamo obbligare nessuno, a volte può sembrare inutile, ma continuiamo a invitare, ad annunciare il Vangelo».
Quanto è preoccupato che l’intelligenza artificiale possa rappresentare un rischio catastrofico per l’umanità?
«Se qualcuno mi chiedesse: “Sei nel panico?”, risponderei: no, non lo sono, la notte dormo. Ritengo tuttavia che le preoccupazioni sollevate da molti esperti e specialisti dell’IA debbano essere prese sul serio. Non credo che si tratti di fake news, come alcuni hanno detto per cercare di trarne un vantaggio, sia finanziario o di altro tipo. Questo è un problema di cui dobbiamo sederci a discutere.
Dobbiamo continuare a invitare i leader politici, i leader del settore dell’IA, le organizzazioni sociali e le associazioni a riunirsi per esaminare ciò che sta già accadendo e ciò che potrebbe verificarsi in futuro. Dire semplicemente: “Oh, non succederà”, e chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò, credo non sia il modo più responsabile di affrontare la questione».
Andrà in Germania? Il costante declino della Chiesa cattolica, la sorprendente ascesa dei partiti estremisti, che minacciano di mandare in frantumi l’Europa…
Sarebbe interessante analizzare se e in che modo possa esserci una relazione, ad esempio, con la crescita di questi gruppi di estrema destra; quel particolare gruppo sta diventando ancora più estremista, anche l’estrema destra si sta frammentando, si assiste a una certa combinazione di questi punti di vista di estrema destra con un particolare tipo di religione che non solo a mio avviso, ma anche secondo quanto affermato dai leader della Chiesa cattolica e di quella protestante in Germania, non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo.
Torniamo ai valori del Vangelo, non l’odio e la divisione, ma la comprensione e la compassione. Spero profondamente — e spero che anche la Chiesa possa farne parte — che riusciamo a trovare il modo di raggiungere la maggioranza delle persone di buona volontà, affinché comprendano quanto sia importante il loro impegno, anche in termini di partecipazione ai processi politici, per compiere scelte chiare a favore del bene comune e non di idee estremiste che potrebbero causare danni ben più gravi di quanto ci rendiamo conto».

(da agenzie)

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A REGGIO CALABRIA L’EFFETTO VANNACCI NON C’E’ STATO. GLI OTTOMILA VOTI OTTENUTI DA GIANNETTA (CHE HA PRESO IL 10.9%) FANNO DESUMERE GLI ESPERTI CHE IL VALORE AGGIUNTO DELL’EX PARÀ NON SIA ANDATO OLTRE IL 4%. INOLTRE, FUTURO NAZIONALE ERA RITENUTO ALLA VIGILIA DEL VOTO COME UN MOVIMENTO CHE AVREBBE RIPORTATO ALLE URNE MOLTI ELETTORI. DURANTE I COMIZI DEL GENERALE ERA STATA NOTATA LA PRESENZA “MASSICCIA DI GIOVANI”. INVECE L’ASSENTEISMO HA RAGGIUNTO UN PICCO FINORA MAI REGISTRATO

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE FORZISTA OCCHIUTO, VICINO A MARINA BERLUSCONI: “SENZA MIMMO GIANNETTA, CHE HA TRADITO FORZA ITALIA, VANNACCI NON SAREBBE ANDATO OLTRE IL 3%. IL GENERALE HA SBAGLIATO IL TERRENO SU CUI MISURARSI. VOLEVA IN CALABRIA LA SUA SASSONIA, HA AVUTO SASSATE ELETTORALI. NON DOVEVA RECUPERARE ASTENSIONE? HA FALLITO ANCHE IN QUELLO”

Proprio il profilo del candidato vannacciano aveva dato alle suppletive della città dello Stretto il valore di un test nazionale. E non c’è dubbio che il centrosinistra coltivasse il sogno di strappare Reggio Calabria agli avversari per mano del generale. Autorevoli esponenti del Campo largo, a poche ore dall’apertura delle urne, ritenevano che se FnV avesse toccato quota 15% sarebbero riusciti a conquistare il seggio lasciato vacante dall’attuale sindaco azzurro Francesco Cannizzaro.
Non ci sarebbero riusciti ugualmente, perché il distacco di Francesco Benedetto da Roscioli è stato superiore. Insomma «l’effetto Vannacci» non c’è stato, per quanto il movimento estremista abbia superato la soglia psicologica del 10%. E questo ha portato la maggioranza a evidenziare mediaticamente il fallimento dell’operazione. Sulla base di due considerazioni.
La prima: se il generale è considerato come il punto di riferimento degli elettori di centrodestra «delusi» dal governo Meloni, gli ottomila voti ottenuti da Giannetta fanno desumere gli esperti che il valore aggiunto di Vannacci non sia andato oltre il 4%. La seconda: Fnv era ritenuto alla vigilia del voto come un movimento che avrebbe riportato alle urne molti elettori.
Durante i comizi del generale era stata notata dai dirigenti del centrodestra la presenza «massiccia di giovani». Invece l’assenteismo ha raggiunto un picco finora mai registrato.
Ma è chiaro che il voto di ieri non può certificare l’esaurimento della spinta propulsiva del vannaccismo.
Per quanto Reggio Calabria non sia stato il capoluogo della Sassonia-Anhalt, il centrodestra è consapevole che FnV resta una minaccia sulla strada delle elezioni del 2027.
E infatti i partiti della maggioranza hanno sottolineato all’unisono la «coesione della coalizione» come elemento distintivo rispetto agli avversari del Campo largo.
Il richiamo comune al «centrodestra tradizionale» ne è la prova: per un verso esprime il valore dell’alleanza capace di superare le tensioni interne nella gestione del governo, e per l’altro delimita il perimetro.
Ecco il motivo per cui Meloni ha detto che gli avversari sono quelli del «campo larghissimo», un fronte esteso ed eterogeneo che va da Vannacci fino a Fratoianni. È un messaggio con cui di fatto addita di «tradimento» quanti hanno lasciato il centrodestra per aderire al vannaccismo.
E per l’altro prefigura il meccanismo mediatico che la premier adotterà in campagna elettorale per limitare l’emorragia di consensi a destra: il richiamo al «voto utile».
Reggio Calabria Presidente Roberto Occhiuto, una vittoria rotonda.
«Rotonda e attesa. Anche se, nelle proporzioni, superiore a quanto ci aspettassimo. Vannacci aveva schierato come candidato un consigliere regionale eletto solo un anno fa con undicimila preferenze e questa volta non ha raggiunto i settemila voti».
Quale significato attribuisce a questi numeri?
«Che senza Mimmo Giannetta, che ha tradito Forza Italia, Futuro nazionale non sarebbe andato oltre il 3%. Il generale ha sbagliato il terreno su cui misurarsi. Voleva in Calabria la sua Sassonia, ha avuto sassate elettorali. Non doveva recuperare astensione? Mi pare abbia fallito anche in quello».
È corretto leggere questo risultato calabrese anche in ottica nazionale?
«Certo che sì. Il risultato calabrese dimostra che quando il centrodestra non teme il populismo, quando propone argomenti e dati a consuntivo del proprio lavoro, come abbiamo fatto qui in Calabria con l’attività che svolgo in Regione e con quella eccellente del sindaco Cannizzaro, vince. E non ce n’è per nessuno».
Per lei avete provato che non avete bisogno di Vannacci per vincere alle Politiche?
«Di più. Non solo non abbiamo bisogno di lui, e lo dico da tempo anche agli alleati

(da Il Corriere della Sera)

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TRA PIENO E SALUTE, LO SCONTO ELETTORALE LO PAGHEREMO NOI

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

LE MOSSE DI ENI E IP NON SONO GRATIS. LE PAGHEREMO IN TERMINI DI TASSE NON RISCOSSE CHE SCONGIUREREBBERO I SOLITI TAGLI LINEARI IN MATERIA DI SERVIZI, DI SALUTE E DI CREDIBILITA’ DELLA CLASSE POLITICA CHE SI RIEMPIE LA BOCCA COL LIBERO MERCATO

Sembra impossibile anche a me ma pare abbia vinto il capitalismo. Oggi lo conosciamo nella sua variante più aggressiva, quello degli oligarchi che dettano l’agenda mondiale. Degli (im)prenditori che si sono fatti politica e aeroporti alla memoria. Ma alle sue origini, si distingueva per una caratteristica ormai quasi caduta in disuso: la legge di mercato. Grossomodo, domanda e offerta. Con una sottotrama un tempo diffusa, utile a preservare il sistema: il consumatore, per consumare, doveva poterselo permettere. Altrimenti… un esempio declinato sull’oggi: se la benzina diventasse bene di lusso, sempre meno raggiungibile, persino i giganti del petrolio potrebbero scontare qualche difficoltà. Passando, non che sia decisivo, anche per grassatori e affamatori di popolo.
Il caso francese
Facciamo allora un caso di scuola, un’ipotesi del tutto campata per aria: il prezioso liquido viaggia verso i 2,30 nella versione benzina e verso i 2,50 per il diesel millesimato. Contestualmente, il governo pensa a una tassa sugli extraprofitti e lancia appelli al senso di responsabilità. A quel punto, l’azienda più importante del Paese decide di mettere un tetto, anzi due: 1,99 e 2,25. La tassa è allontanata, il marchio ne trae giovamento, i concorrenti finiscono davanti a un bivio: inseguire al ribasso oppure accettare la contrazione degli introiti.
Accolgo la considerazione: non è un’ipotesi, è una notizia. Verissimo. Da oggi, in Italia. Falsissimo. Già nel 2023, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, TotalEnergies, la più grande catena transalpina di distributori, applicò il tetto. A luglio del 2026 l’ha rifatto. Attualmente, il calmiere è attivo. Con esiti pratici visibili. Attraversando nei giorni scorsi la Francia, ho potuto contare personalmente i punti di rifornimento Total presi d’assalto. Le file sono ovunque. Pur se riforniti quotidianamente, spesso finiscono il carburante e chiudono anzitempo la giornata incappucciando le pistole con buffi “preservativi” rossi. Anche in autostrada: questo perché, a differenza che in Italia, la forbice tra i prezzi intra ed extra casello non arriva alle vette da inchiesta penale che tocca dalle nostre parti.
Al momento, gli avversari non hanno ancora reagito. Ma la tassa sugli extraprofitti è finita in un limbo. Forse perché da quelle parti non esiste un Salvini talmente disperato da proporre, rovistando nei bassifondi del populismo, una legge che avrebbe realmente qualcosa di popolare. Nel senso buono.
Pericolo extraprofitti
L’esperienza francese può aiutarci a capire peso e impatto della mossa dello sconto Eni assai voluto da Palazzo Chigi, in vigore da lunedì. Insieme a un altro dato: nei primi sei mesi dell’anno, il gruppo a controllo pubblico ha fatturato oltre 42 miliardi di euro. Ne ha guadagnati quattro. Il tetto ai prezzi porterebbe a un teorico mancato incasso di circa 100 milioni al mese, se rapportato al volume d’affari attuale. Anche fosse prorogato fino a fine anno, i milioni diventano 300. Seicento, se vogliamo coprire la campagna elettorale immaginata da Meloni.
Poco, rispetto allo scampato pericolo sugli extraprofitti. Pochissimo, contando l’extraincasso che deriverà dal prezzo improvvisamente competitivo e dal conseguente assalto alle pompe. Anche qui in senso buono. In gloria di Meloni, cui Descalzi, l’attuale manager a sei zampe, deve la riconferma. Giammai qualche bollino elettorale da restituire.
Rispetto alla Francia c’è un’altra differenza: Eni non è il primo marchio italiano nei petroli. Il primo marchio italiano, non è italiano. Si chiama Ip, Italiana petroli, ma la proprietà è in Azerbaigian. A maggio scorso, il governo Meloni ha permesso che un asset decisivo per la nostra indipendenza energetica, l’ex Api, quella del cavallo che corre, che aveva incorporato anche il marchio TotalErg, passasse dalle mani dei fondatori (i Brachetti-Peretti) a quelli di una dittatura ereditaria post-sovietica.
Socar, che controlla Ip, è una creatura statale che funge da bancomat per il regime di Ilham Aliyev e nel 2011, quando fu stilata una classifica sulla trasparenza di 44 compagnie petrolifere, arrivò 44esima. Ha già fatto sapere che seguirà Eni e applicherà a sua volta riduzioni, gradualmente, in base alle diverse esigenze. Si ricordano degli amici, sempre gradualmente, in base alle diverse esigenze. Intanto, Meloni preme sul Qatar. Altro giro, altro regime, altra esigenza. Qualcosa si restituirà.
Sconto elettorale
Intanto, lo sconto elettorale l’abbiamo già pagato e continueremo a pagarlo. In termini di tasse non riscosse, che scongiurerebbero i soliti tagli lineari in materia di servizi, benessere, vita decente. Di salute, dacché esistono esempi virtuosi di Paesi che consumano meglio pagando meno – la Spagna – grazie a quella che il retequattrismo ha fatto passare per “ossessione green”. E di credibilità della classe politica che pure si riempie la bocca col libero mercato.
Ricordare lo spot con cui Meloni garantiva il taglio delle accise è come sparare sulla Croce rossa. Ma è fattuale: per riempire il serbatoio di un’ambulanza servono quasi 200 euro anche con lo sconto. Perché le ambulanze vanno a carburante, mica a chiacchiere. E le chiacchiere, a un certo punto, stanno a zero. Anzi, azero. E un pochetto pure a Descalzi. E, forse, a Q8.

(da editorialedomani.it)

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COLPA DI SCENA

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

COME AUMENTA LA SFIDUCIA NELLE ISTITUZIONI

Immagino l’automobilista in coda al distributore di benzina che accende la radio per ingannare l’attesa. Apprende che a 10 (dieci) anni dalla morte di Giulio Regeni, la Corte d’Assise ha condannato tre agenti dei servizi egiziani per il sequestro e le torture, ma non per l’assassinio. Poi viene a sapere che, a 13 (tredici) anni dal «suicidio» di David Rossi, una perizia ridà slancio alla tesi secondo cui il manager di Monte Paschi fu fatto penzolare da due persone prima di cadere dalla finestra. Subito dopo ascolta le ultime, ma forse già penultime, sul caso Garlasco: per i nuovi inquirenti, nel 2007 i Ris di Parma sapevano che Stasi era innocente, ma nascosero la prova che avrebbe potuto scagionarlo. Mentre l’automobilista pensa a quanti anni sono passati da allora (diciannove), la radio lo informa che un uomo è stato appena indagato per concorso nell’omicidio del calciatore Bergamini avvenuto nel 1989: 37 (trentasette) anni fa. A quel punto, se non ha già spento la radio, scopre che le autorità francesi — dopo essersi prese il loro tempo, ci mancherebbe — sono disposte a inviare in Italia la documentazione sulla strage di Ustica di 46 (quarantasei) anni prima.
Magari ognuna di queste notizie contiene una svolta clamorosa che consentirà di illuminare zone oscure, risarcire innocenti, stanare colpevoli.
Però temo che all’automobilista in coda al distributore, oltre al mal di testa, sarà aumentata anche la sfiducia nelle istituzioni. Speriamo sia riuscito almeno a fare il pieno.

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PRIMI AL MONDO NELLE BALLE

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

COS’ALTRO POTREBBE ESPORTARE L’OLIGARCHIA AL POTERE IN RUSSIA?

Si raccontano balle per varie ragioni. Per esempio, perché si ha interesse a nascondere le proprie responsabilità. Perché si ha bisogno di vantare meriti che non si hanno. Perché si vuole colpire qualcuno diffamandolo. Perché solo attraverso la truffa si può sperare di prevalere. Eccetera.
Ciascuna di queste ragioni evidenzia che il ballista, 99 volte su cento, è un soggetto debole. Bara perché non potrebbe mai vincere giocando pulito. Se avesse dalla sua la forza della ragione, o l’evidenza delle sue qualità reali, non avrebbe nessuna necessità di raccontare balle. Questo fa pensare che il primato della Russia nelle fake news, ormai certificato da decine di studi, rapporti, dossier, dipenda dalla impossibilità della propaganda russa di far valere (in economia, in politica estera, in politica interna) qualche aspetto esemplare. Qualche risultato ammirevole.
Levato il nazionalismo bellicoso, fondato sul mito della Grande Russia e non esportabile se non in punta di cannone, quali meriti riconoscibili può vantare Putin dopo trent’anni di potere assoluto? Le disuguaglianze sociali fanno impallidire quelle del peggiore dei paesi occidentali, l’economia è gracile (tranne l’industria bellica) nonostante le grandi ricchezze naturali, la libertà d’espressione è vicina allo zero: cos’altro potrebbe esportare, l’oligarchia al potere a Mosca, se non le balle?
È vero, avvelenare i pozzi, nell’epoca della comunicazione digitale di massa, non è difficile. Bastano un po’ di hacker di regime e il gioco è fatto. Il danno è inferto. I pozzi possono anche essere bonificati, esiste il debunking, che è un po’ la contraerea della guerra digitale, ma rimangono, come i buchi delle bombe sulle facciate delle case, i danni da disinformazione. Ma essere al primo posto nel mondo solo nella categoria “balle”, a lungo andare, non rischia di mortificare il morale delle truppe?

(da agenzie)

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SENZA VERGOGNA. IL MINISTRO DEGLI ESTERI, ANTONIO TAJANI, SI AFFRETTA AD “ASSOLVERE” IL REGIME EGIZIANO SUL CASO REGENI: “NON È STATO CONDANNATO L’EGITTO, MA SONO STATE CONDANNATE TRE PERSONE. VEDREMO QUELLO CHE SUCCEDERÀ IN SECONDO E TERZO GRADO”

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO È IN DIFFICOLTÀ: SE LA SENTENZA DIVENTERÀ DEFINITIVA, ROMA DOVRÀ CHIEDERNE L’ESECUZIONE AL GENERALE AL SISI, CHE PER ANNI NON HA CONSENTITO DI NOTIFICARE GLI ATTI AGLI IMPUTATI. E POI C’È LA QUESTIONE DEI SOLDI

Adesso tocca al governo. Perché dopo quasi undici anni di silenzi, depistaggi, carte negate e uomini fatti sparire, nei rapporti tra Italia ed Egitto da ieri c’è qualcosa che prima non c’era: una sentenza. È questo il punto che cambia tutto. Finora l’Italia ha potuto tenere insieme la richiesta di verità e giustizia per Regeni e la progressiva ricostruzione dei rapporti con Abdel Fattah Al-Sisi. Adesso farlo diventa molto più complicato. Perché l’Egitto non è più innocente. La giustizia italiana ha stabilito che uomini dei suoi apparati hanno sequestrato un cittadino italiano ed europeo, poi torturato e ucciso. E l’Italia non può più comportarsi come se questo accertamento non esistesse.
La strada, così stretta, è ben chiara al governo. Tanto che ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si è affrettato a dire che «non è stato condannato l’Egitto ma sono state condannate tre persone. Vedremo poi quello che succederà in secondo e terzo grado». Una difesa d’ufficio che mette in chiaro la difficoltà dell’esecutivo Meloni.
La prima conseguenza riguarda naturalmente i tre condannati. Se la sentenza diventerà definitiva, Roma dovrà chiederne l’esecuzione allo stesso Paese che per anni non ha consentito nemmeno di notificare gli atti agli imputati. Ma non c’è soltanto questo.
Il processo ha dato nomi e responsabilità al sequestro, non alle torture e all’omicidio. Restano gli uomini che hanno avuto Giulio nelle loro mani, quelli che lo hanno interrogato, torturato e ucciso. Restano documenti, informazioni, nomi e cognomi che il Cairo non ha consegnato in quasi undici anni. Ed è anche questo che l’Italia dovrà tornare a chiedere.
Poi ci sono i soldi. Palazzo Chigi si è costituito parte civile e l’Avvocatura dello Stato ha chiesto due milioni di euro di risarcimento, oltre a una provvisionale immediatamente esecutiva di almeno 500 mila euro. La tesi sostenuta dall’Italia è che con il sequestro e la morte di Regeni sia stato leso anche il diritto-dovere della Repubblica di proteggere la vita e l’incolumità dei propri cittadini all’estero, oltre al prestigio dello Stato. Quella richiesta adesso non può scomparire. La condanna di uomini della National Security apre inevitabilmente anche il capitolo della responsabilità dello Stato egiziano per i danni provocati dai propri apparati. L’Italia ha quantificato quel danno e ne ha chiesto il ristoro: arrivati a questo punto non può far finta che quella richiesta non sia mai esistita. Anche il conto, dunque, entra nei rapporti tra Roma e il Cairo.
Ed è qui che la questione diventa delicatissima. Perché nel frattempo quei rapporti sono tornati fortissimi. Appena qualche settimana fa Antonio Tajani è stato ricevuto dal presidente Al-Sisi. Energia, migranti, sicurezza e Mediterraneo hanno riportato l’Egitto al centro della politica estera italiana. Sui media vicini al regime il caso Regeni veniva ormai sostanzialmente raccontato come un incidente appartenente al passato.
Prima che tutto questo accada, però, c’è un passaggio. E potrebbe diventare il primo vero problema per il Cairo. I tre condannati possono infatti appellare la sentenza. Ma per farlo devono compiere ciò che fino a questo momento non hanno mai fatto: farsi trovare. Secondo alcuni, anche alla luce del precedente del ricorso davanti alla Consulta, l’impugnazione potrebbe essere presentata dai difensori d’ufficio. Ma non è affatto scontato. Ed è un punto decisivo.
Per quasi undici anni l’Egitto non ha comunicato all’Italia nemmeno gli indirizzi degli imputati, tanto che proprio l’impossibilità di notificare gli atti aveva bloccato il processo fino all’intervento della Corte costituzionale. Adesso i tre dovrebbero improvvisamente diventare raggiungibili per chiedere alla stessa giustizia italiana di cancellare la loro condanna. Dovrebbero entrare, per la prima volta, dentro un procedimento che fino a questo momento hanno ignorato, anche perché in Egitto l’indagine parallela sulla loro posizione era stata archiviata.
Se invece non impugneranno e la condanna diventerà definitiva, partirà un mandato di cattura internazionale che renderebbe di fatto impossibile per i tre muoversi dall’Egitto. E metterebbe ulteriormente in difficoltà anche il governo del Cairo. Perché per anni il muro egiziano ha permesso di tenere tutto sospeso: gli imputati introvabili, le responsabilità negate, i rapporti diplomatici che intanto tornavano alla normalità. La sentenza rompe questo equilibrio. L’Egitto non è più innocente. E l’Italia, da ieri, non può più fare finta che lo sia.

(da Repubblica)

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BEPPE GRILLO A ROMA PER INCONTRARE DIVERSI EX E CONTINUARE L’OFFENSIVA ANTI CONTE

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

PARTECIPERA’ AL RICEVIMENTO ALL’AMBASCIATA CINESE

Come anticipato dal Foglio nelle scorse settimane l’offensiva anti Conte di Beppe Grillo passa anche da un nuovo soggiorno a Roma. Dopo l’ospitata al podcast di Fedez, che molti hanno considerato nonostante i toni combattivi la rinuncia a tornare in campo, il comico ha pubblicato una foto sorridente per sottolineare: “Io non ho finito con la politica, sono sfinito dalla politica”.
Adesso il fondatore del M5s torna a Roma per almeno un paio di giorni durante i quali, all’hotel Forum, incontrerà i pochi ex parlamentari e dirigenti del M5s che gli sono rimasti vicini.
Intanto, come primo appuntamento, Grillo si è recato al ricevimento dell’ambasciata cinese. La passione per Pechino, d’altronde, è una sua vecchia fissa.

(da agenzie)

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