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E’ MORTO PEPPINO DI CAPRI, ADDIO AL CANTANTE DI CHAMPAGNE; AVEVA 87 ANNI

Luglio 11th, 2026 Riccardo Fucile

E’ STATO UNO DEI PIU’ CELEBRI INTERPRETI DELLA CANZONE ITALIANA

Peppino Di Capri è morto oggi all’età di 87 anni. Il cantante si è spento nella sua amata Capri, a villa Castiglione, dopo una lunga malattia. Se ne va uno degli ultimi grandi protagonisti della canzone italiana del Novecento: pianista di grande raffinatezza, interprete elegante, chansonnier e autore di brani che sono entrati nella memoria collettiva del Paese. A darne notizia è stato Il Mattino.
Gli esordi sull’isola natale
Nato a Capri il 27 luglio 1939 con il nome di Giuseppe Faiella, Di Capri mostrò fin da bambino un talento musicale fuori dal comune. Si esibiva, già da ragazzino, davanti ai soldati americani di stanza a Capri nel secondo dopoguerra: aneddoti che avrebbe poi raccontato spesso come l’inizio ufficiale della sua storia con la musica. Da lì partì una carriera lunga oltre sessant’anni, capace di attraversare generazioni diverse senza mai perdere una cifra stilistica riconoscibile.
Il salto arrivò alla fine degli anni Cinquanta, quando la sua rilettura del rock’n’roll americano in salsa partenopea conquista il pubblico: Let’s Twist Again diventerà il disco più venduto della sua intera discografia, mentre brani come Nun è peccato e Champagne entrano stabilmente nel repertorio della canzone italiana. Non serve nominare brani come Roberta, St. Tropez Twist e Melancolie perché sono diventati classici della musica leggera italiana.
Di Capri raccontò a Fanpage che fu segnalato da un avvocato che lo stava ascoltando in un locale. Gli chiesero di preparare 10 provini e mandarli a Milano: “ci diedero 50 mila lire a pezzo, per dieci pezzi, però pagammo noi il viaggio, l’alloggio, il vitto, l’alloggio, lavatura e stiratura”. Poi arrivò la famosa telefonata che confermava la volontà dei discografici di pubblicargli un album. A quel punto dovette scegliere il nome: “Abbiamo fatto un ascolto, ci sono piaciuti tutti quanti, però ci serve il nome del cantante”. “Ah, il mio nome normale è Giuseppe Faiella e ho detto che con questo nome così non andavo da nessuna parte”. Il mio chitarrista mi fa: ‘Ma come, tu il nome ce l’hai già: come ti chiamano?’, ‘Peppino’, ‘Di dove sei?’, ‘Di Capri’ e allora ‘Peppino Di Capri’. E io dissi “Cavolo come suona bene…”.
Le due vittorie a Sanremo
Il legame di Di Capri con il Festival di Sanremo è stato tra i più duraturi della kermesse: quindici partecipazioni e due vittorie, nel 1973 con Un grande amore e niente più e nel 1976 con Non lo faccio più. Un percorso che ha confermato la sua capacità di rinnovarsi restando fedele a se stesso, tanto da fargli guadagnare nel 2023 il premio alla carriera Città di Sanremo.
Meno noto il suo passaggio all’Eurovision Song Contest del 1991, dove rappresentò l’Italia con Comm’è ddoce ‘o mare, classificandosi settimo.
Un simbolo di Capri
Dietro lo pseudonimo c’è un legame reale e mai reciso con l’isola natale. Di Capri non si è mai trasferito stabilmente altrove, tornando sempre a villa Castiglione tra una tournée e l’altra. Un rapporto che ha attraversato anche i lutti personali, come la morte della moglie Giuliana Gagliardi nel 2019, e che ha trovato spazio persino nella cultura pop più recente: nel 2015 Gué Pequeno lo ha voluto al suo fianco per Fiumi di Champagne, versione rap del suo classico più celebre, a dimostrazione di un’eredità musicale capace di parlare anche alle generazioni cresciute con l’hip hop.
La vita privata
Sposato in prime nozze con la modella Roberta Stoppa, da cui ha avuto il figlio Igor, Di Capri ha poi legato la sua vita a Giuliana Gagliardi, biologa originaria di Capri, sposata nel 1978. Dalla loro unione sono nati Edoardo, oggi musicista, e Dario, diventato attore. Giuliana è morta nel luglio 2019 dopo una lunga malattia, un lutto che Di Capri ha raccontato pubblicamente come il più difficile della sua vita: “Non sei mai preparato, anche se la malattia c’era da un anno”, aveva dichiarato tempo dopo. La casa di famiglia a villa Castiglione, sull’isola, è rimasta per decenni il rifugio privato del cantante, lontano dai riflettori della sua vita professionale.
Fino agli ultimi anni Di Capri ha continuato a esibirsi dal vivo, mantenendo un rapporto diretto con il pubblico che lo seguiva da decenni. Le sue canzoni sono entrate nei matrimoni, nelle feste, nella colonna sonora informale di almeno tre generazioni di italiani. Difficile trovare, nella musica leggera del nostro Paese, un repertorio altrettanto trasversale.
Il cordoglio dei colleghi e l’omaggio delle istituzioni: “Napoli piange un gigante della musica”
La notizia della scomparsa di Peppino Di Capri ha immediatamente suscitato un’ondata di commozione nel mondo dello spettacolo. Tra i primi a dedicargli un pensiero c’è stato Carlo Conti, che sui social ha voluto ricordare la capacità dell’artista di scandire i momenti privati di milioni di italiani: “Ciao Peppino, ci hai fatto ballare con il twist, ci hai fatto emozionare ed innamorare con le tue canzoni”. Un ricordo a cui si è unito anche Cristiano Malgioglio, che ha definito Di Capri “un gigante della musica leggera” dotato di una voce capace di fare magie, mentre Amedeo Minghi lo ha salutato con un intimo “Anche Peppiniello… così lo ricorderò”. L’omaggio ha attraversato anche le generazioni più giovani della televisione, come testimoniato da Stefano De Martino, che ha scelto di ricordarlo in silenzio condividendo nelle sue storie Instagram le note di uno dei brani più intensi del repertorio partenopeo, Vieneme ‘nzuonno.
Accanto al mondo della musica, anche la politica e i rappresentanti del territorio hanno espresso il loro cordoglio per una figura che ha ridefinito i confini culturali della Campania. Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha ricordato la classe innata e la generosità che l’artista portava sul palco, annunciando che l’amministrazione comunale troverà il modo più giusto per tributargli un omaggio permanente. Una promessa di memoria che ha assunto una dimensione ancora più istituzionale nelle parole del sottosegretario al Ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi. Legato al cantante da una storica amicizia, ha infatti annunciato la volontà di dedicare proprio a Peppino Di Capri l’intero percorso avviato per far riconoscere la canzone napoletana come patrimonio immateriale dell’umanità Unesco.

(da Fanpage)

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DISGREGARE L’UNIONE EUROPEA, ALIMENTANDO FINANZIARIAMENTE LE FORZE SOVRANISTE EUROPEE, È L’OBIETTIVO DI TRUMP E PUTIN: NEL 2019, ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI EUROPEE, BANNON RISPONDE A UNA MAIL DI EPSTEIN: “SONO CONCENTRATO SOLO SUL RACCOGLIERE FONDI PER LE PEN E SALVINI IN MODO CHE POSSANO CANDIDARSI CON LISTE COMPLETE”

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

MEZZO MILIARDO DI CONTRIBUTI NON PUBBLICI DI CUI NON SI HA TRACCIA HANNO ARRICCHITO LE CASSE DEL BRITANNICO FARAGE ALLO SPAGNOLO VOX, FINO AI NAZI-TEDESCHI AFD … FINITO A “VAFFA” IL RAPPORTO TRA TRUMP E MELONI, SGRETOLATASI LA LEGA, ENTRA IN CAMPO VANNACCI… “L’AFD ALLEATO CON FUTURO NAZIONALE È LA SCOMMESSA DI BANNON. I PUNTI NEL PROGRAMMA SONO GLI STESSI: REMIGRAZIONE, FINE DEL SOSTEGNO ALL’UCRAINA. PIÙ IN GENERALE: IMPLOSIONE DELL’UNIONE EUROPEA” … CHI FINANZIA L’EX PARA’ DELLA FOLGORE?

Se oggi l’autocrate russo, alle prese da quattro anni con una guerra che sognava di chiudere in tre settimane, si trova in difficoltà (alla perdita del suo cavallo di Troia nell’UE, l’ungherese Viktor Orban, si aggiunge la fronda dei vertici militari e di tanti oligarchi), il Caligola della Casa Bianca sta attuando ciò che la destra neoconservatrice americana più nazionalista aveva auspicato durante il primo mandato di George W. Bush quando si parlò apertamente di “Eurominaccia”.
Al di là delle varie e avariate indiscrezioni, il piano trumpiano per destabilizzare l’UE viene alla luce con la pubblicazione degli Epstein files. In una mail dell’8 marzo 2018, Steve Bannon, uno dei principali ideologi del movimento sovranista e populista MAGA, scrive al finanziere pedofilo: “Sto andando a Milano adesso per incontrare Salvini. Sembra che stasera Grillo e domani Roma e Berlusconi e 5 Stelle’’.
Un messaggio che restituisce l’immagine di una vera e propria missione politica nel nostro Paese, nel pieno delle consultazioni seguite alle elezioni politiche.
Tra le email finite agli atti ce n’è una, risalente alla primavera del 2019, alla vigilia delle elezioni europee, in cui, Bannon risponde a Epstein scrivendo: “Sono concentrato solo sul raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano candidarsi con liste complete”.
Il nome di Matteo Salvini ricorre più volte nello scambio di messaggi, inserito in quello che appare come un disegno più ampio di costruzione di relazioni con le destre e i movimenti populisti europei, dal britannico Farage allo spagnolo Vox, fino ai nazi-tedeschi Afd.
Tra le mail compare anche un messaggio dell’8 settembre 2018, inviato da una persona di identità non nota, che scrive a Bannon: “Spero che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini”. La risposta dell’ex stratega di Trump, reduce da un incontro con l’allora ministro dell’Interno, è lapidaria: “Viceversa”.
L’11 maggio 2019 è lo stesso Epstein a suggerire a Bannon una linea strategica: “Suggerisco di concentrarsi sull’Europa. Salvini, Orbán, il movimento”. In seguito Bannon scriverà che Salvini è pronto “a far cadere il governo”. La cosiddetta “crisi del Papeete” risale all’agosto di quell’anno.
Nemmeno il Covid ferma i MAGA di Trump dal portare avanti la destabilizzazione della vecchia Europa, ‘’scroccona’’ e ‘’parassita’’. E’ il 16 settembre 2022 quando Mario Draghi, giunto alla fine del suo ‘’governo di unità nazionale” (con FdI, unico partito all’opposizione), si toglie qualche macigno dalle scarpe e li lancia l’idiota opposizione del M5s di Conte all’inceneritore romano fino alla sfiducia di Lega e Forza Italia, morti di paura dell’ascesa-boom nei sondaggi di Fratelli d’Italia).
“La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati”, tuona nell’aula il premier in uscita. E aggiunge: “È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti…”.
Con chi ce l’avesse MarioPio, non è mai stato chiarito, ma quella frase, da allora, rimbomba nelle orecchie di tanti che nei Palazzi romani sostengono che al Papeete più che il mojito potè la vodka…
Dalle complottistiche mail tra Epstein e Bannon del 2019 per “alimentare” finanziariamente le forze sovraniste europee, diffondendo le posizioni politiche di Washington, alla Conferenza di Sicurezza di Monaco del 2025 in cui il trumpismo anti-EU esce sfacciatamente allo scoperto con J.D. Vance.
Il vicepresidente degli Stati Uniti, che si divide con Bannon la leadership del movimento MAGA, tiene un discorso con cui accusa i leader dell’UE di “tradire i valori condivisi con gli Stati Uniti”, denunciando la presunta erosione della libertà di espressione e l’incapacità di gestire l’immigrazione.
Pochi giorni dopo, Vance incontra Alice Weidel, leader dell’estrema destra tedesca AfD, legittimandola sulla scena internazionale a pochi giorni dalle elezioni. Elon Musk, allora stretto alleato di Trump, rincara la dose, promuovendo pubblicamente, soprattutto attraverso il suo social X, il partito post-nazi.
Il piano MAGA per disgregare l’ordine europeo si delinea quando il ‘’Financial Times’’ rivela che nel dicembre 2025 la funzionaria del Dipartimento di Stato americano Sarah Rogers atterra a Londra per incontrare Nigel Farage, il Vannacci inglese che guida il partito Reform Uk, finito recentemente indagato per 5 milioni di sterline in criptovalute mai dichiarati e un impero immobiliare acquistato in contanti
‘’Gli sforzi dell’amministrazione Trump hanno nel mirino l’Online Safety Act britannico e il Digital Services Act dell’Unione Europea, due norme diverse ma considerate dalla Casa Bianca come “schemi normativi” che cercano di attaccare la libertà di parola, l’industria americana e l’indipendenza del settore tecnologico”, scrive “FT”.
Il quotidiano economico-finanziario inglese aggiunge che, per diffondere e difendere le posizioni politiche trumpiane nel vecchio continente, Washington non fa mancare il “carburante” ai partiti europei cari alla “rivoluzione” MAGA, attraverso doviziosi dispiegamenti di denaro.
Secondo un’altra fonte citata da “FT”, Sarah Rogers dispone di fondi segreti per finanziare organizzazioni europee per indebolire le politiche governative. Un funzionario del Dipartimento di Stato ha descritto il finanziamento come un uso “trasparente e legale delle risorse per portare avanti gli interessi e i valori americani all’estero” in vista delle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti d’America e parlare di un fondo segreto è “completamente falso”.
La Rogers in dicembre oltre Londra ha fatto tappa anche a Parigi, Roma e Milano nell’ambito di quello che aveva definito un “tour sulla libertà di parola”. Al termine del quale, milioni di donazioni anonime hanno arricchito le casse dell’estrema destra europea con quasi mezzo miliardo di contributi non pubblici di cui non si ha traccia.
All’irresistibile ascesa dell’ultra-destra di Vox in Spagna e di Afd in Germania, l’Italia presieduta a Palazzo Chigi dall’Armata Branca-Meloni delude talmente le aspettative economiche della Starlink di Elon Musk e soprattutto quelle politiche della Casa Bianca, fino al punto di assistere basiti allo sfanculamento coatto tra gli ex amici Trump e Meloni.
Al macero il rapporto con Fratelli d’Italia, sgretolatesi la Lega, entra in campo, carico di munizioni, l’ex vicesegretario di Salvini, il generale Robertino Vannacci.
Passano appena 72 ore da un’intervista di Steve Bannon a ‘’Repubblica’’ in cui dà della traditrice a Meloni, ai suoi occhi “ormai diventata una globalista totale” succube “di Nato e Ue”, e l’ex generale della Folgore lascia il posto di vice-segretario della Lega, su cui era salito forse per scalarlo, sicuramente per farsi eleggere europarlamentare e costruire la sua rete di relazioni e di alleanze internazionali.
Conclude “La Stampa”: “L’Afd alleato con Vannacci è la scommessa di Bannon. I punti nel programma sono gli stessi: remigrazione, fine del sostegno all’Ucraina. Più in generale: implosione dell’Unione europea”.
Futuro Nazionale, il partito creato in quattro e quattr’otto all’inizio dello scorso giugno a Viareggio, non è un fuoco di paglia, fin dall’inizio macina consensi, cresce nei sondaggi e lo fa cavalcando proprio le falle della gestione del centrodestra sulla sicurezza e l’immigrazione.
Ormai i dati dei sondaggi rilevano che ogni 15 giorni Vannacci sale di un punto ed oggi è al 6%, sorpassando il Carroccio di Salvini; e sono tanti che scommettono che nei prossimi mesi arriverà al 10% superando pure Forza Italia.
Nello stesso tempo, comincia a ricicciare la domanda che alla fine degli anni ’60 campeggiò sulla prima pagina dell’”Unità” a proposito dell’esplosione alla sinistra del Pci di gruppi extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, etc: “Chi li paga?”.
Naturalmente Vannacci, che è stato addetto militare per la Difesa presso l’ambasciata italiana a Mosca dal 7 febbraio 2021 al 18 maggio 2022, il cui suocero era un militare romeno durante l’era sovietica e la dittatura di Ceausescu, ha smentito categoricamente di ricevere finanziamenti dal Cremlino o da oligarchi russi, rispondendo con ironia e affermando che non possiede “alcuna villa in Crimea” e che i conti di Futuro Nazionale, sono interamente trasparenti e tracciati.
In soli quattro mesi dalla fondazione, il partito ha incassato circa 344.000 euro da una quarantina di sostenitori privati. I documenti ufficiali mostrano contributi da imprese edili e immobiliari, compagnie petrolifere, aziende di trasporti, un commerciante di carciofi romani, produttori vinicoli, un consorzio di imprese specializzato nel Superbonus 110 per cento e persino un noto orologiaio influencer.
In barba a questi quattro spiccioli, la sede romana di Futuro Nazionale è stata inaugurata nella centralissima via in Lucina 17, a pochi passi dalla Camera dei Deputati, in un palazzo che storicamente ospita gli uffici di Forza Italia.
Qualche giorno fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto, che già nel 2023, quando uscì il libro “Il mondo al contrario”, voleva cacciare dall’esercito Vannacci ma fu costretto a rinculare dai post-missini di via della Scrofa, in un’intervista se ne esce con questa frase sibillina: “Propongo da sempre un accordo per difendere la democrazia. E penso che andrebbe fatto sottoscrivere a tutti. Vannacci credo che lo firmerebbe. Non mi risulta che ci siano mai state segnalazioni su di lui…”
È notizia di ieri l’indagine autorizzata dal Parlamento europeo contro il gruppo “Europa delle nazioni sovrane” (ESN), di cui fanno parte Futuro Nazionale e Afd, il movimento post-nazista tedesco, che come Vannacci ha una linea pesantemente pro-MAGA, per verificare da dove arrivino le fonti di finanziamento e certificare la conformità del gruppo ai valori dell’Ue.
Un “warning” sul piano in atto di destabilizzazione dell’ordine europeo, un avvertimento che potrebbe non essere l’unico arrivato in queste ore…

(da Dagoreport)

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“CON L’AFD AL POTERE LA UE NON AVREBBE FUTURO”. IL GRIDO D’ALLARME SULL’ASCESA DELLE SVASTICHELLE DELL’EX MINISTRO VERDE TEDESCO JOSCHKA FISCHER: “PER LA TERZA VOLTA LA GERMANIA POTREBBE DISTRUGGERE L’ORDINE EUROPEO. ENTREREBBERO IN CRISI I NOSTRI RAPPORTI CON LA FRANCIA E ANCHE QUELLI CON L’ITALIA”

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

“IL RITIRO AMERICANO MUTA DRAMMATICAMENTE LA NOSTRA SITUAZIONE GEOPOLITICA. IL RIARMO TEDESCO DEVE ESSERE UN PROGETTO EUROPEO. L’ITALIA È INDISPENSABILE MA NON VEDO VOSTRI CONTRIBUTI AL DIBATTITO SULLA DIFESA COMUNE”

«La Germania non ha alternativa. Dobbiamo discutere su chi siamo e cosa dobbiamo essere in Europa. Abbiamo davanti la scelta tra due ruoli radicalmente diversi: quello neo-nazionalista-prussiano, cioè un enorme pericolo, oppure quello europeista forgiato da Adenauer, che ci ha dato oltre 70 anni di pace e benessere. Dobbiamo farlo e vincerlo questo dibattito».
Wer Sind Wir? , chi siamo noi, si chiede Joschka Fischer nel suo ultimo libro, appena pubblicato in Germania da Kiepenheuer & Witsch. L’ex ministro degli Esteri affronta senza complessi e reticenze il tema dell’identità tedesca, che torna drammaticamente a riproporsi in un’Europa dove riemerge lo spettro dei nazionalismi e viene progressivamente meno il ruolo degli Stati Uniti come garante dell’ordine continentale.
Cosa la imbarazza?
«La pesante eredità storica. La Germania, come l’Italia, è diventata Stato nazionale tardi. Ma l’idea di poter creare una grande nazione nel cuore d’Europa in opposizione al resto del Continente ha provocato grandi disastri. C’è voluta la Seconda guerra mondiale per mettere fine a questa follia.
E c’è voluta la presenza americana in Europa per scongiurarla definitivamente, garantire la libertà e liberarci dalla paura di un vicino aggressivo e minaccioso. Dopo il 1949, è iniziato un altro capitolo, quello di una Germania europea e democratica voluta da Adenauer, che si è concluso felicemente con la riunificazione, questa volta in pace, sotto l’egida americana e franco-britannica».
E oggi?
«Oggi l’Europa rischia di trovarsi oggettivamente in una situazione simile a quella successiva alla Prima guerra mondiale, cioè senza l’America».
Lei vede il pericolo che la Germania come allora vada nella direzione di Weimar, anticamera del nazismo?
«No. Vedo il pericolo che senza gli americani, il legame fra gli europei diventi più debole, cedendo il passo alla rinazionalizzazione, non solo in Germania. Ma da noi questa dinamica è molto più problematica, appunto a causa della nostra storia».
Nel libro lei spiega che dopo il 1945 e la divisione due diverse identità tedesche si sono distinte e consolidate: a Ovest una Germania europea e legata all’Occidente, a Est una più nazionalista-prussiana. Ora però, con l’emergere di AfD, lo scontro tra queste identità «ha acquisito rilevanza politica».
Ci eravamo sbagliati, pensando che con Adenauer la questione tedesca in Europa fosse stata risolta per sempre?
«È così. Quella tra la Ddr e la Repubblica federale è stata la versione statuale di una guerra civile. La prima si è orientata alla tradizione prussiana, noi abbiamo guardato a Occidente. Ma non è solo un problema tedesco, il ritorno a un’Europa degli Stati nazionali è un fatto comune a tutto il Continente. Da noi, ripeto, è più pericoloso».
«Nel modo in cui abbiamo fatto la riunificazione, quando è mancato un grande racconto nazionale e abbiamo parlato solo di economia, infrastrutture, soldi. Non ci siamo posti la domanda: “Chi siamo?”. Avremmo avuto bisogno anche di una nuova Costituzione. Penso che il centro democratico abbia avuto paura e così la destra si è inserita in quel vuoto. L’identità nazionale era un tabù nella Germania Ovest, per me compreso».
Come si fa a convincere i tedeschi dell’Est che la strada giusta non è il nazionalismo?
«È un problema, ma è meno importante della domanda cosa ne sarà dell’Europa. La questione dei tedeschi dell’Est è risolvibile. Ma ci vuole tempo. Una questione da affrontare subito è la crescita debole e le disparità tra Est e Ovest. La Germania deve tornare a crescere e penso che questo governo abbia cominciato a capirlo. Quello che non vedo invece è il dibattito sulla questione dell’identità, l’appartenenza, l’importanza dell’ancoraggio europeo».
Ha paura di un governo federale di cui sia parte AfD?
«Certo. Sarebbe un colpo per la democrazia tedesca. La fiducia degli altri Paesi nella Germania crollerebbe. La domanda di rinazionalizzazione che viene da AfD è già la maggiore sfida politica interna, se arrivano al potere nel Paese più grande e importante del Continente, l’Europa non ha futuro. Per la terza volta la Germania potrebbe distruggere l’ordine europeo. Entrerebbero in crisi i nostri rapporti con la Francia e anche quelli con l’Italia. Ma senza intesa con Parigi non c’è Europa. Eppure, abbiamo bisogno con urgenza di nuove idee. Il mondo cambia a una velocità incessante. Il ritiro americano muta drammaticamente la nostra situazione geopolitica.
La Germania si sta riarmando. L’ambizione, parole del cancelliere, è creare il più forte esercito convenzionale d’Europa. Ma lo state facendo da soli, non ci sono progetti europei nel piano tedesco. Questa impostazione solleva preoccupazioni.
«Due anni fa a Siracusa, in una conferenza sulla sicurezza, incontrai Romano Prodi, un vecchio amico. Abbiamo discusso amabilmente. Poi lui, grattandosi il mento, mi ha detto: e allora Joschka, la prima economia d’Europa vuole ora diventare la prima potenza militare convenzionale?
Mi sono reso conto che non era così semplice, se Romano Prodi, un leader che non è mai stato ostile alla Germania, ha sempre avuto buoni rapporti con i dirigenti tedeschi e godeva della fiducia di Helmut Kohl, esprimeva queste preoccupazioni. Dev’essere un progetto europeo.
Certo, i soldi li dobbiamo spendere come nazione, perché se aspettassimo i tempi europei non faremmo nulla, ma allo stesso tempo dobbiamo aprire un cantiere sulla difesa comune, la Nato europea, la sua dimensione politica, definire come saranno le strutture decisionali e le catene di comando».
Alla luce del vertice di Ankara, la Nato rischia di dissolversi?
«Sarebbe un errore storico. Se Trump dovesse tirar fuori gli Usa dalla Nato o anche solo piantare il seme dell’insicurezza, gli europei dovrebbero andare avanti. Abbiamo bisogno del pilastro europeo della Nato, possibilmente coinvolgendo il Canada. Ma dobbiamo chiarire il rapporto tra l’Ue e la Nato.
Tutto dev’essere discusso, senza tabù. E poi tradotto in decisioni. Faccio un esempio diverso: il Rapporto Draghi è stato molto lodato, le sue proposte sono puntuali, dettagliate e necessarie. Ma poi è stato messo nel cassetto. Il mondo non ci aspetta. Non avremo una seconda chance».
Lei parla di una responsabilità speciale che i tre grandi Paesi europei — Germania, Francia e Regno Unito — hanno nella difesa del Continente
«No, sono convinto che con loro anche l’Italia debba avere un ruolo di guida. Purtroppo, non vedo alcun contributo, proposta o idea italiana al dibattito sulla difesa. L’Italia è immancabile in un sistema di difesa europeo, sul piano strategico, politico e tecnologico con le sue aziende di punta».

(da agenzie)

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NON DITE ALLA PASCALE CHE IL MOVIMENTO DEI GAY CONSERVATORI SI È GIA’ DISSOLTO! “IL PROGETTO E’ IN STAND BY”, FANNO SAPERE ESPONENTI DEL MOVIMENTO. LA PAGINA INSTAGRAM E’ DISATTIVATA. SPARITO QUALSIASI RIFERIMENTO ANCHE DALLE PAGINE DEI PROTAGONIST

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

A PESARE PRIMA DI TUTTO LO SCONTRO INTERNO A FORZA ITALIA TRA DANIELE AIELLO, RESPONSABILE NAZIONALE DI FORZA ITALIA GIOVANI E MORRIS BATTISTINI, PRESIDENTE DEI GAY CONSERVATORI LIBERALI… LO SCETTICISMO SULLA PROPOSTA DI LEGGE “LIBERTÀ”, BATTEZZATA COME ANTI-DDL ZAN, PRESENTATA DA FRANCESCA PASCALE

Risse, troppa attenzione al potere per il potere. Così il movimento dei Gay Conservatori e Liberali si è dissolto. «Il progetto è in stand-by», fanno sapere membri del movimento che per mesi ha avuto il volto di Francesca Pascale, presidente onoraria.
La pagina Instagram risulta disattivata. Sparito qualsiasi riferimento anche dalle pagine dei protagonisti. La presa di distanza di una storia che per mesi ha occupato le pagine dei giornali di settore ma anche dei quotidiani nazionali e qualche salotto tv.
Poi più nulla. Come una pastiglia effervescente il Movimento sembra essersi sciolto nel bicchier d’acqua di una guerra sotterranea e persino combattuta.
A pesare, fanno sapere fonti interne, prima di tutto il caso Aiello.
Per chi non lo avesse seguito si tratta di uno scontro tutto interno a Forza Italia. Parte tutto da un gruppo whatsapp regionale di Forza Italia. L’11 giugno Daniele Aiello, responsabile nazionale Organizzazione di Forza Italia Giovani, accusa Morris Battistini, presidente dei Gay Conservatori Liberali e capogruppo di Forza Italia a Marzabotto, di aver fatto riferimenti alla sua vita privata e ai suoi “gusti personali” davanti a più di trenta persone:
«Un messaggio in cui venivano fatti riferimenti alla mia presunta, e cito testuali parole, ‘parrocchia’ della comunità LGBTQIA+, alle mie scelte personali e ai miei gusti».
Battistini nega, Pascale presidente onoraria dei Gay Conservatori Liberali con un commento prontamente cancellato ma riportato da Gay.it, dopo aver difeso Battistini e ricondotto la denuncia alle lotte interne a Forza Italia in Emilia-Romagna.
Ma c’è di più
La proposta di legge “Libertà”, battezzata come anti-ddl Zan, presentata in pompa magna alla Camera dei Deputati da Francesca Pascale e Morris Battistini il 15 giugno, non sarebbe stata apprezzata non solo dal movimento Lgbt ma neanche da iscritti ai Gay Conservatori e Liberali: “Non si possono escludere le persone trans. Dovrebbe essere emendata”.
Il testo sarebbe stato il frutto di un lunghissimo dibattito tra i presidenti e l’ideatore della pagina diventata movimento Emanuele Romanelli. Si sarebbe potuto aprire un confronto interno ulteriore. Non è stato fatto. Nessuno ha saputo far nulla per evitare che Gay Conservatori e Liberali sparissero frantumati. «Si voleva prevalere sugli altri per raggiungere obiettivi politici», racconta qualcuno stizzito. Si accusano a vicenda di oscuri mercati.
Romanelli accusato di voler cavalcare i riflettori per una ribalta personale.
Pascale accusata di aver cannibalizzato uno spazio politico, con quel suo intuito da imprenditrice. Un attivismo solitario. Solo lei in prima fila. Occupati spazi televisivi, pagine e dibattiti. Accuse reciproche e malumori ingestibili.
L’ipotesi è che il nuovo corso di “gay di destra” trovi altre forme, un altro nome, altri spazi. Quello che resta per adesso è uno scoppiettio. Una bombetta di petardi e cartaccia, fa un po’ di rumore ma non resta che cenere e una scia di veleno.

(da agenzie)

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ALBANIA, LA DEPUTATA 23ENNE LASCIA IL PARTITO DI EDI RAMA: “I NOSTRI GENITORI VEDEVANO IL FUTURO ALL’ESTERO, NOI LO DIFENDIAMO QUI”

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

MARJANA KOCEKU HA LASCIATO IL PARTITO IN APERTO DISSENSO CON IL RESORT DI KUSHNER

Il malcontento che covava da anni è esploso nell’ultimo mese. Le immagini sono note. Da oltre 35 giorni, migliaia di persone manifestano nelle strade della capitale albanese, Tirana, per chiedere le dimissioni del primo ministro Edi Rama, al potere dal 2013. A innescare la protesta, ribattezzata «rivoluzione dei fenicotteri», è stato il controverso progetto immobiliare legato a Jared Kushner, marito di Ivanka Trump e genero del presidente statunitense, e a una rete di figure ambigue. Un resort di lusso da 1,4 miliardi di dollari tra l’isola di Sazan, ex base militare nello Stretto di Otranto vicina al gasdotto Tap, e il paesaggio protetto di Vjosë-Nartë.
L’operazione è stata resa possibile da una riforma del 2024 che ha aperto allo sviluppo turistico in alcune aree tutelate a livello ambientale, tra cui quella vicino a Valona. Ma dietro le contestazioni, tra le più partecipate dalla caduta del comunismo e liquidate dallo stesso Rama come «isteria digitale», si cela un malessere più profondo che da anni alimenta la crescente insoddisfazione della società albanese. E che ora arriva anche ai vertici del potere.
La più giovane deputata dell’attuale legislatura, Marjana Koçeku, 26 anni a novembre, ha infatti deciso di lasciare il Partito socialista di Rama, anche in dissenso con i progetti imprenditoriali legati alla famiglia Trump. Oggi siede in Parlamento come indipendente. Fino a pochi anni fa, però, la politica non rientrava nei suoi progetti. Dopo gli studi in relazioni internazionali in Italia sperava, come molti dei suoi coetanei, di costruirsi una carriera all’estero.
Un’aspirazione condivisa anche da molti genitori albanesi, convinti che il modo migliore per garantire ai propri figli «dignità, sicurezza e opportunità» fosse costruire il proprio futuro lontano dal Paese. «Di fronte ai problemi della corruzione e delle fragilità della nostra democrazia e delle istituzioni, molti genitori – nati e cresciuti sotto la dittatura – hanno pensato che il dono più grande, ma anche il più doloroso, fosse offrire ai propri figli la possibilità di costruirsi una vita all’estero. Per questo la mia generazione è cresciuta pensando che il futuro fosse fuori dall’Albania», racconta a Open Koçeku.
Oggi, però, qualcosa sta cambiando. «Le proteste dimostrano che la nuova generazione comincia a vedere l’Albania come un Paese in cui vale la pena vivere e al quale vale la pena tornare. Anche gli albanesi della diaspora sono rientrati da tutta Europa per partecipare alle manifestazioni. Vogliono un’Albania con più benessere, sicurezza e opportunità. Sono convinta che la mia generazione possa trasformare il Paese in un luogo dove emigrare non sia più una necessità, ma soltanto una scelta».
La rottura con la maggioranza di Tirana e la svolta generazionale
La rottura con i socialisti di Koçeku, nota per le sue battaglie a favore del turismo sostenibile, risale a metà giugno. Si tratta di una defezione atipica in un partito storicamente unito nei momenti di crisi. Una decisione, spiega, maturata nel tempo. «Nei miei interventi in Parlamento sono sempre stata molto critica – prosegue la deputata -. Non è stata una scelta impulsiva, ma il risultato di una lunga riflessione. Le proteste hanno avuto un ruolo importante perché hanno coinciso con il momento in cui la mia insoddisfazione personale e politica ha raggiunto il punto di non ritorno». E proprio nel momento di massima mobilitazione «ho capito che non potevo più rimandare quella scelta».
ANSA/ALEXANDROS VLACHOS | La «rivoluzione dei fenicotteri» in Albania
Il resort di Kushner e i rischi per l’adesione dell’Albania all’Ue
Ma il progetto immobiliare a trazione Usa non rappresenta soltanto una questione interna al Paese. Potrebbe infatti compromettere il percorso di adesione di Tirana all’Unione europea. Da Bruxelles è arrivato un monito chiaro: i negoziati per l’ingresso dell’Albania nel blocco dei 27 – che Rama punta a concludere entro il 2030 – rischiano di subire una «battuta d’arresto» se il governo non «cambierà rotta». A ribadirlo è stata l’eurodeputata ecologista olandese Tineke Strik, al termine di una visita nelle aree coinvolte dal progetto.
Il problema è da ricercare nel capitolo 27 dei negoziati, quello dedicato agli standard europei in materia di tutela ambientale, che secondo Strik l’Albania non sta rispettando. «Il governo albanese ha ancora molto lavoro da fare sul fronte della tutela ambientale – dice Koçeku -. Finora, però, ha spesso agito nella direzione opposta, approvando progetti incompatibili con la protezione della natura, senza trasparenza, senza consultazioni pubbliche e attraverso procedure poco chiare. È necessario correggere la rotta prima che sia troppo tardi. Il rischio è che il prezzo di questa irresponsabilità politica venga pagato dall’intero popolo albanese», afferma.
La struttura orizzontale della «rivoluzione dei fenicotteri»
Ma, quale che sia il costo politico dello scontro, gli albanesi continuano a manifestare. E la ragione sta anche nella natura stessa della mobilitazione. Non ha leader né una struttura politica tradizionale. Si tratta di un movimento orizzontale e trasversale, capace di unire generazioni diverse attorno a un obiettivo comune, scardinare un sistema ritenuto corrotto. «All’inizio le proteste erano nate contro un singolo progetto. Con il passare dei giorni si sono trasformate in una mobilitazione di massa che chiede un cambiamento del sistema, una democrazia più solida, maggiore trasparenza, istituzioni responsabili e le dimissioni del governo», spiega Koçeku.
Per la deputata, quanto sta accadendo rappresenta un momento cruciale per il Paese. «Gli albanesi si sono risvegliati nella forma più bella della partecipazione civica. Stiamo vivendo giorni importanti per la nostra democrazia e questa straordinaria mobilitazione rappresenta un segnale di speranza per il nostro futuro». E, finché i cittadini non verranno ascoltati, le piazze di Tirana continueranno a riempirsi.

(da agenzie)

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CHI FORAGGIA FARAGE? SI ALLARGA L’INCHIESTA SUI FINANZIAMENTI A “REFORM UK”, IL PARTITO DI NIGEL FARAGE: DOPO LE VERIFICHE SULLE DONAZIONI MILIONARIE RICEVUTE DAL LEADER DEI SOVRANISTI INGLESI, ORA LA POLIZIA INDAGA ANCHE SU 500MILA STERLINE VERSATE IN DUE TRANCHE A “REFORM”, NEL 2024, DA PARTE DI FIONA COTTRELL, MADRE DEL FINANZIERE GEORGE COTTRELL, STRETTO COLLABORATORE DI FARAGE E CONDANNATO NEGLI STATI UNITI PER TRUFFA E RICICLAGGIO

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

PER IL “GUARDIAN”, NEL MIRINO CI SAREBBE ANCHE UN MILIONE DI STERLINE GIRATO DALLA COTTRELL A RICHARD TRICE, NUMERO DUE DI FARAGE… IL PARAGURU DELLA BREXIT RCONTINUA A PARLARE DI “PERSECUZIONE POLITICA”

Si allargano a macchia d’olio i sospetti sulle donazioni a Reform Uk, formazione trumpiana britannica della destra anti-immigrazione guidata da Nigel Farage, già alfiere della Brexit, in testa da diversi mesi nei sondaggi.
Dopo le accuse rivolte direttamente a Farage riguardo a mega contributi ricevuti in passato (a partire dai 5 milioni di sterline incassate personalmente nel 2024 da Christopher Harborne, un cripto-miliardario inglese trapiantato in Thailandia) e a redditi privati non dichiarati al Parlamento, ora in ballo ci sono le casse del partito.
Il Times rivela che la polizia ha avviato un’indagine preliminare su 500.000 sterline versate in due tranche alla tesoreria di Reform, sempre nel 2024, da parte dell’aristocratica Fiona Cottrell: madre del chiacchierato finanziere 30enne George Cottrell, da anni vicino a Farage e già chiamato in ballo per presunti benefit sotto banco offerti al leader trumpiano fra cui l’uso di un lussuoso appartamento a Londra, condannato di recente negli Usa a 8 mesi di carcere per truffa e riciclaggio.
Mentre il Guardian evoca anche un ulteriore milione di sterline transitato tempo fa dal conto della stessa lady Cottrell – nell’ambito di asserite attività di business – a quello di Richard Tice, uomo d’affari entrato negli ultimi anni in politica e divenuto numero due di Reform Uk.
Scotland Yard, da parte sua, si limita a confermare d’aver avviato accertamenti diversi mesi fa sulla base di segnalazioni della Commissione elettorale britannica su potenziali violazioni delle norme sui contributi per le elezioni e di sospetti sulla provenienza ultima di alcuni fondi. Ma di non avere al momento formalizzato accuse o incriminazioni.
Il tutto mentre Farage si prepara all’elezione suppletiva nel collegio di Clacton-on-Sea, dopo aver annunciato in settimana le sue dimissioni a sorpresa da deputato con la sola intenzione di ricandidarsi per chiedere il “giudizio del popolo” su questi presunti scandali finanziari: frutto a suo dire di una persecuzione politica e mediatica “dell’establishment” a fronte dell’ascesa dei consensi a Reform.

(da agenzie)

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SCAZZO AD ALTA VELOCITÀ NEL GOVERNO. MENTRE I VIAGGIATORI IMPRECANO TRA LAVORI, GUASTI E SABOTAGGI SULLA LINEA FERROVIARIA, LEGA E FDI LITIGANO PER LE POLTRONE NEL GRUPPO FS

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

SALVINI ANNUNCIA CHE LUNEDÌ SARÀ NOMINATO UN NUOVO CDA, CHE DOVREBBE INDICARE COME AD DI FERROVIE GIANPIERO STRISCIUGLIO, FORTEMENTE VOLUTO DAL MINISTRO DEI TRASPORTI (NONOSTANTE SIA INDAGATO PER LA STRAGE DI BRANDIZZO). E TOMMASO TANZILLI, IN QUOTA FDI, DOVREBBE ESSERE CONFERMATO PRESIDENTE… RESTA LO STALLO SULLA SCELTA DEI VERTICI DELLA ALTRE CONTROLLATE DEL GRUPPO. L’EX COGNATO D’ITALIA, LOLLOBRIGIDA, VUOLE IMPORRE SABRINA DE FILIPPIS ALLA GUIDA DI TRENITALIA, MA IL CARROCCIO NON NE VUOLE SAPERE

Ci sono voluti un attacco hacker a Trenitalia (il 26 giugno), il guasto alla stazione di Milano Centrale il 6 luglio e i sabotaggi di ieri alla linea ferroviaria in Calabria per convincere la maggioranza a congelare la lite: uno scontro in piedi da giorni sulle nomine alle Ferrovie […]
Ad annunciare la tregua è Matteo Salvini (Trasporti). Per lunedì mattina alle 10 e 30 – spiega Salvini – il ministero dell’Economia convocherà l’assemblea dei soci perché azionista unico del Gruppo Fs. Sarà l’assemblea a nominare un nuovo consiglio di amministrazione (che tornerà a sette membri). Poi il nuovo Cda incoronerà Gianpiero Strisciuglio amministratore delegato.
Salvini, che non cita il manager, lo sostiene con grande forza. La doppia mossa di lunedì ha un senso preciso. Sia il consiglio di amministrazione rinnovato sia l’ad proveranno a restare in carica per tre anni (dunque per l’intero mandato) anche nell’eventualità il centrosinistra vinca le elezioni politiche del 2027. In questo schema, Tommaso Tanzilli sarà confermato lunedì – sembra – nel ruolo di presidente del Gruppo Fs.
Le parole del ministro alimentano per l’intera giornata l’ipotesi che, tra 4 giorni, saranno nominati anche i nuovi amministratori delegati delle società controllate dal Gruppo Fs, soprattutto di Trenitalia ed Rfi, le più importanti.
Ora dopo ora, però, la prospettiva si sgonfia. Gli ad delle due controllate arriveranno – sembra di capire – soltanto più avanti. Il rinvio prende corpo sia per ragioni procedurali sia perché le tensioni della maggioranza, per quanto ora ben mascherate, resistono sotto traccia.
Trenitalia ed Rfi sono aziende rilevanti. La prima, che assicura il servizio passeggeri, ha contribuito a portare 9,2 miliardi liquidi nel 2025. È una delle massime casseforti del Gruppo Fs. Rfi invece ha gestito investimenti infrastrutturali per quasi 11,3 miliardi, sempre l’anno scorso.
Aldo Isi – che è oggi l’ad di Rfi – sembra meritare la conferma. Il manager potrebbe scontare, paradossalmente, una scarsa attitudine a frequentare i politici che contano. Ora Dario Lo Bosco può insidiarlo per quel ruolo in Rfi. È l’attuale numero uno di Fs Engineering (la società di ingegneria che progetta, dirige e supervisiona grandi opere soprattutto ferroviarie e metropolitane).
Per diventare ad del Gruppo Fs, Strisciuglio deve lasciare la guida di Trenitalia. Corre per sostituirlo Sabrina De Filippis, che oggi è al comando di Fs Logistix (azienda titolare, tra le altre cose, del trasporto delle merci). In partita sono anche due interni: il direttore tecnico di Trenitalia (Domenico Scida) e il capo dell’Alta velocità (Simone Gorini). Ma sul filo di lana va tenuto d’occhio Matteo Colamussi, ad di Sistemi Urbani. [

(da Repubblica)

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NEL FEBBRAIO 2025 IL PRESIDENTE UCRAINO ZELENSKY SEMBRAVA FINITO. ORA INVECE VOLA NEI SONDAGGI IN PATRIA (HA IL 67% DI GRADIMENTO), STA METTENDO IN CRISI LA RUSSIA CON RAID AGLI IMPIANTI ENERGETICI, HA OTTENUTO DAGLI USA LA LICENZA PER PRODURRE IL SISTEMA ANTIMISSILE “PATRIOT” E TRATTA ALLA PARI CON “THE DONALD”

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

SI È VISTO BENE AL VERTICE NATO DI ANKARA QUANDO, ALLA DOMANDA DI TRUMP “SARESTI DISPOSTO AD ANDARE DA PUTIN A FIRMARE LA PACE?”, HA RISPOSTO BEFFARDO: “DIFFICILE, È PERICOLOSO, CI SONO TROPPI DRONI UCRAINI IN VOLO SU MOSCA”

La frase di Volodymyr Zelensky che oggi più piace agli ucraini è stata quella dei droni su Mosca e adesso la rilanciano soddisfatti in rete. «Saresti disposto ad andare da Putin a firmare la pace?», gli ha chiesto Donald Trump al vertice Nato di Ankara. «Difficile, è pericoloso, ci sono troppi droni ucraini in volo su Mosca», ha risposto con un grande sorriso il presidente ucraino.
Sui media e sui social fioccano gli applausi. «Questo è lo Zelensky che vogliamo. Fermo, ironico, capace di fare rimangiare a Trump i vecchi attacchi alla nostra legittimità», scrive il noto blogger Ihor Lachenkov.
Secondo l’editoriale di Ukrainska Pravda : «Zelensky ha dimostrato ad Ankara che l’Ucraina non si piega ai diktat. Ora trattiamo da pari a pari con la potenza americana».
Il politologo Volodymyr Fesenko fa un passo in più e, riferendosi alla luce verde di Trump alla produzione delle batterie anti-missili Usa in Ucraina, sostiene addirittura che «il nostro presidente trasforma una potenziale imboscata diplomatica in un successo strategico. Ottenere la produzione di Patriot nel nostro Paese garantisce il futuro industriale e militare, silenziando i critici esterni e interni».
Sondaggi in crescita Per Zelensky è questo uno dei rari momenti di autentica soddisfazione. La sua popolarità è in crescita. Si parla di oltre il 61 per cento delle preferenze. I sondaggi dell’Istituto internazionale di sociologia a Kiev segnalano che la grande maggioranza della popolazione (oltre il 67 per cento) preferisce si arrivi alla fine della guerra prima di andare alle urne.
Dunque: lui resta in carica a guidare il Paese contro l’aggressione di Vladimir Putin. Non era garantito che andasse così, con i missili balistici russi che ogni notte devastano Kiev e i centri urbani e con i soldati che muoiono a migliaia ogni mese sulle prime linee del Donbass.
La sua popolarità era scesa ai minimi termini dopo la decisione di destituire l’ex capo di stato maggiore Valery Zaluzhnyi nel febbraio 2024 e poi ancora l’estate scorsa, quando i suoi maggiori amici e collaboratori erano stati via via arrestati per corruzione.
I motivi sono presto spiegati: oggi l’Ucraina ha ripreso l’iniziativa, i suoi droni stanno mettendo in ginocchio il sistema energetico russo e in Crimea, come in larghe parti della Federazione, manca benzina. Putin è sulla difensiva. Persino Trump, che detesta i perdenti e sino al summit di Anchorage dello scorso Ferragosto sposava la narrativa del Cremlino sull’inevitabile sconfitta ucraina, da tempo si sta ricredendo.
L’intelligence militare del Pentagono ha ripreso a collaborare strettamente con quella di Zelensky. E adesso i Patriot potrebbero venire prodotti in Germania o Polonia su licenza ucraina — a sua volta ricevuta da Washington — per poi essere spediti presto a Kiev.
Ma c’è molto di più, e tutto questo ha terribilmente a che fare con la biografia e la personalità di Zelensky. «Un inguaribile testone, a volte capriccioso, ombroso, si lega al dito le offese, però anche coraggioso sino all’inverosimile, non si abbatte mai, le sconfitte lo spronano a riprendere il combattimento», ci hanno detto più volte i suoi collaboratori.
Nessun ucraino può dimenticare gli umilianti «ceffoni» politici e diplomatici, ma anche personali, sferrati da Trump e dal suo vice JD Vance a Zelensky in visita alla Casa Bianca il 28 febbraio 2025. Gli avevano detto che «non aveva le carte», non poteva resistere, doveva accettare i diktat di Putin.
E intanto avevano tagliato ogni sostegno militare americano. Tanti altri si sarebbero arresi. Non Zelensky. Ai funerali di papa Francesco ha cercato un incontro riparatore.
Poi ha voluto il dialogo a ogni costo, pur insistendo che l’Europa si armasse presto. Adesso parla con Trump da alleato, sa bene che il presidente potrebbe cambiare idea in ogni momento. Ma ad Ankara si è presentato come il leader del più forte esercito europeo che tratta alla pari con il capo del più potente membro della Nato.
(da agenzie)

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CIALTRONI AL POTERE: IL CENTRODESTRA LITIGA E LASCIA IL PAESE SENZA VERTICI DELLE PRINCIPALI AGENZIE DI CONTROLLO. DAL PRIMO LUGLIO L’ENAC, GARANTE PUBBLICO DELLA SICUREZZA NEI CIELI, NON HA PIÙ UN COMANDANTE IN CAPO, È SCADUTO IL MANDATO DI PIERLUIGI DI PALMA

Luglio 10th, 2026 Riccardo Fucile

LA LEGA VOLEVA PROLUNGARE L’INCARICO MA PALAZZO CHIGI SI È OPPOSTA. ORA L’IPOTESI PIÙ CONCRETA È QUELLA DEL COMMISSARIAMENTO… NEL PIENO DEL RISIKO BANCARIO, ANCHE CONSOB E ANTITRUST SI RITROVANO SENZA GUIDA A CAUSA DEI VETI INCROCIATI DEI PARTITI DI MAGGIORANZA 

L’Enac – garante pubblico della sicurezza nei cieli, organismo di vitale importanza per il Paese – non ha più un comandante in capo. Manca di una guida nella pienezza dei suoi poteri. E il governo anche qui è in ritardo nella nomina del successore. Al punto che l’ipotesi di un commissariamento aleggia adesso nell’aria.
Pierluigi Di Palma ha chiuso il mandato il primo luglio 2026, per fine corsa. La maggioranza di centrodestra ha tentato di prolungare l’incarico di Di Palma fino al 10 aprile 2027 con un emendamento al decreto Milleproroghe, primo firmatario il deputato Igor Iezzi della Lega.
E il ministro leghista dei Trasporti, Matteo Salvini, era evidentemente d’accordo. Ma l’emendamento parlamentare è stato poi ritirato, anche per le forti perplessità di Palazzo Chigi.
Il manager resterà all’Enac solo per 45 giorni dalla fine della sua missione, quindi fino al 15 agosto 2026. In questa coda di impegno, il presidente uscente potrà «adottare esclusivamente atti di ordinaria amministrazione» o, al massimo, «atti urgenti e indifferibili», a patto possa provarne l’impellenza.
Qualsiasi iniziativa non rientri in queste due categorie è bollata come «nulla» dalla legge 444 del 1994. Dal 16 agosto, infine, l’Enac non avrà più alcun presidente neanche dimezzato. Fine dei giochi, game over.
In questo scenario di vuoto di potere, Di Palma ha preso carta e penna ed ha scritto proprio al ministro Salvini incoraggiandolo a commissariare l’Enac. Nella sua lettera Di Palma — ex procuratore e avvocato della Stato — ricorda la articolata procedura che porterà alla nomina del suo successore.
Il ministro dei Trasporti (Salvini, ancora lui) deve individuare il candidato giusto. Poi il Consiglio dei ministri delibera la “proposta di nomina”. Poi le commissioni Trasporti di Camera e Senato — competenti in materia — danno un parere. A quel punto, letti i due pareri, il Consiglio dei ministri approva in via definitiva la nomina che viene infine formalizzata con decreto del Presidente della Repubblica.

(da agenzie)

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