Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
CHI POTRA’ VOTARE? SI FA STRADA L’IPOTESI DI UNA PRE-REGISTRAZIONE VIA MAIL UN MESE PRIMA DELLE PRIMARIE PER CREARE UN ALBO CERTIFICATO, DA VERIFICARE POI CON SPID O CODICE FISCALE “PERCHÉ NON È CHE PUÒ VOTARE CHIUNQUE, ANCHE GLI ELETTORI DEL CENTRODESTRA…”
Ai suoi, la leader dem ha riassunto così la giornata più caotica vissuta dal Partito democratico
negli ultimi mesi: «Con questa risoluzione Conte non potrà più tentare di metterci nell’angolo con la storia del riarmo, non ha più margini per fare campagna sulle primarie con quella linea».
Era il risultato che la leader dem voleva portare a casa. E se il partito fibrilla, pazienza.
«So che pensano che io assecondi Conte, ma non è affatto così. Anzi. Dopodiché siamo tutti insieme in coalizione e litigare tra noi adesso sarebbe fare un piacere a Meloni e alle destra», commenta con i suoi la segretaria del Partito democratico.
Dunque Schlein è convinta di aver «arginato» Conte. Resta, certo, il no del Movimento 5 stelle agli aiuti militari a Kiev, ma fino a un certo punto: Italia ed Europa hanno una posizione netta, e chi ambisce a governare non può permettersi di apparire filo-putiniano agli occhi degli alleati europei. Così la segretaria del Partito democratico guarda già oltre le beghe di agosto, con l’occhio fisso alla data che ha cerchiato in rosso da mesi, quella delle primarie, a inizio 2027.
Sul fronte organizzativo, per ora, si naviga ancora tra le ipotesi. Se il voto si terrà, come pare probabile la macchina si metterà in moto da settembre: programma comune del centrosinistra entro fine ottobre, primarie a gennaio. Restano da sciogliere alcuni nodi tecnici non banali: turno unico o doppio turno (Schlein sembra propendere per il secondo che ha un solo precedente, quello del 2012 vinto da Bersani su Renzi al ballottaggio); voto solo in presenza o anche online, opzione su cui il Movimento 5 stelle spingerebbe per compensare la minore capacità di mobilitazione sul territorio.
Ma, soprattutto, quale sarà la platea degli elettori dei gazebo? Si sta facendo strada l’ipotesi di una pre-registrazione via mail un mese prima delle primarie per creare un albo certificato, da verificare poi con Spid o codice fiscale. «Perché non è che può votare chiunque, anche gli elettori del centrodestra», precisano al Pd. Questioni che da settembre diventeranno, giorno dopo giorno, sempre più urgenti.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
L’AFFONDO CONTRO LA DECISIONE PRESA DA MELONI DOPO LA CRISI DI CEUTA: “INGIUSTA, CONTRARIA AGLI INTERESSI DELL’UE E DISCRIMINATORIA NEI CONFRONTI DELLA POPOLAZIONE SPAGNOLA. E’ STATA ADOTTATA SENZA PREAVVISO E UNILATERALMENTE”
Il governo spagnolo chiede all’Italia di revocare entro domenica 9 agosto i controlli alle frontiere reintrodotti il primo agosto, dopo la crisi migratoria a Ceuta, e avverte che, in caso contrario, adotterà misura di risposta “proporzionali”. In una nota ufficiale, l’esecutivo di Madrid definisce la decisione italiana “ingiusta, contraria agli interessi dell’Ue e discriminatoria nei confronti della popolazione spagnola”, sostenendo che sia stata adottata “senza preavviso, unilateralmente e con argomenti spuri che non si conformano né al Codice delle frontiere Schengen né alla verità”.
La decisione dell’Italia aveva provocato una serie di reazioni in Europa. La Francia aveva espresso solidarietà alla Spagna ricordando che Schengen non è in vigore a Ceuta. 22 Paesi avevano scritto alla Commissione Europea per chiedere la chiusura di Schengen verso la Spagna. Ma a Ceuta, l’Ue «ha superato la prova», aveva affermato il commissario europeo per gli Affari interni e la Migrazione Magnus Brunner al termine dell’ultima riunione, durata quasi tre ore, illustrando alla stampa gli esiti dell’incontro.
Il governo di Pedro Sanchez contesta le motivazioni adottate da Roma. Ribadendo che i migranti entrati in maniera irregolare a Ceuta la scorsa settimana «non hanno potuto né possono entrare liberamente nello spazio Schengen», poiché la città autonoma «ha un regime speciale con lo stesso». Madrid sottolinea che «la quasi totalità di loro è già tornata in Marocco». Ricordando che, secondo Frontex, l’Italia è lo Stato membro con il maggior numero di attraversamenti irregolari registrati negli ultimi anni, «con cifre che sono arrivate a raddoppiare quelle della Spagna».
L’europeismo
Nella nota Madrid invita Roma a rettificare e porre fine ai controlli introdotti il primo agosto e «trattare gli spagnoli come il resto dei cittadini europei. «Se non lo facesse prima della conclusione di domenica 9 agosto, la Spagna si vedrà obbligata ad adottare misure proporzionali per proteggere gli interessi e la dignità dei suoi cittadini», avverte Madrid.
L’esecutivo conclude affermando: «Confidiamo che prevalga l’europeismo, il buon senso e la buona fede. I governi sono chiamati a promuovere l’intesa tra Paesi e l’interesse generale delle rispettive popolazioni, non a creare fratture e conflitti sterili alimentati da motivazioni elettorali interne».
(da agenzie)
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO CHE VERRA’ PRESENTATO IN SENATO A SETTEMBRE NON PREVEDE L’OBBLIGO DI EQUILIBRIO TRA I SESSI. SE IL MELONELLUM VERRA’ APPROVATO MOLTE DONNE RISCHIANO DI NON ESSERE RIELETTE, VISTO CHE IL CAPOLISTA (L’UNICO POSTO BLINDATO) SARA’ NELLA MAGGIOR PARTE DEI CASI UN UOMO – L’AMMISSIONE A TACCUINI CHIUSI DEI DIRIGENTI MELONIANI: “E’ UNA SUPERCAZZOLA” – FORZA ITALIA RIBOLLE SULLE PREFERENZE: LA VICESEGRETARIA DEL PARTITO DEBORAH BERGAMINI HA CHIESTO SPIEGAZIONI A TAJANI. L’AFFONDO DELL’AZZURRA CATIA POLIDORI: “QUANDO UNA LEGGE È SCRITTA SOLO DA MASCHI VIENE FUORI UNA LEGGE PER I MASCHI
L’emendamento sulle preferenze che la maggioranza presenterà al Senato, in base all’ultimo
accordo suggellato dagli sherpa, prevederà correttivi minimi rispetto a quello bocciato alla Camera. Lo schema di base è immutato: sulla scheda, per ogni partito, l’elettore troverà un capolista bloccato e un elenco di sei nomi, con la possibilità di indicare tre preferenze con le crocette.
Ma nella scelta dei candidati blindati non c’è nessun obbligo di equilibrio tra i sessi. Ufficiosamente, nelle scorse settimane, era filtrata l’ipotesi di imporre che i capilista di ciascun sesso non potessero essere più del 60% e meno del 40%. Ma alla fine la soluzione non è passata: al tavolo della trattativa si sono opposti sia i delegati della Lega che quelli di FI.
Qual è dunque la micro-modifica pensata per addolcire le potenziali “franche tiratrici”? Se il capolista è uomo, il secondo nome in lista dev’essere quello di una donna. E viceversa. L’effetto però è quasi nullo: solo il primo è blindato, dal secondo in poi i candidati nuotano nel mare aperto delle preferenze.
Poniamo che FI ottenga nel listone del premio 20 candidati per la Camera. Sono obbligati a candidarsi come capilista. Se si rispettano le quote, saranno al massimo 12 uomini e minimo 8 donne. Ma i collegi, per Montecitorio, sono 49. Sui restanti non c’è vincolo. Nulla impedirebbe di mettere nei posti più sicuri 41 uomini e solo 8 donne.
A taccuini chiusi, i dirigenti di FdI ammettono che il contentino («Una supercazzola») potrebbe non bastare a mettere al sicuro la legge elettorale quando, alla Camera, dovrà ripassare dalle forche caudine del voto segreto: «Se non le abbiamo convinte la prima volta, non credo che così andrà meglio».
Elena Bonetti di Azione, promotrice di un appello contro le preferenze, sibila che «sarebbe interessante se il governo inciampasse proprio sulle donne». In maggioranza si espone solo la deputata azzurra Isabella De Monte, firmataria dello stesso appello di Bonetti: «Sarebbe più sensato avere la quota nei capilista perché sarebbe una quota vera». Tuttavia dentro FI le “scontente” sono molte di più.
La vice-segretaria del partito Deborah Bergamini, ieri mattina, ha posto direttamente il tema in una call con il segretario Antonio Tajani e i maggiorenti azzurri. Il leader, per disinnescare la mina, ha ribadito l’impegno a «garantire la rappresentanza femminile» al di là degli obblighi di legge (a fine mese, quando la vedrà, saprà anche cosa ne pensa Marina Berlusconi).
La capogruppo Stefania Craxi getta acqua sul fuoco: «Contano le scelte della politica, non le tecnicalità». Le deputate sono in pressing sulle senatrici: «Ora tocca a loro». Si attende l’emendamento. Intanto c’è chi nota che, non a caso, gli sherpa del Melonellum siano tutti uomini: «E quando una legge è scritta solo da maschi viene fuori una legge per i maschi», chiosa la deputata di FI Catia Polidori.
(da agenzie)
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL MECCANISMO DELLA DISINFORMAZIONE
Nella notte tra il 30 e il 31 luglio 2026, oltre 70.000 persone hanno attraversato il confine tra il Marocco e Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa nord-africana. Almeno 84 sono morte nel tentativo, tra annegamenti e traumi da calpestìo. La grande maggioranza era convinta che la Spagna avesse aperto le frontiere, ma non era vero e qualcuno gliel’aveva fatto credere. Da quella prima menzogna si è innescato un effetto domino. La disinformazione che ha mosso le persone verso il confine ha lasciato il posto a video decontestualizzati, immagini generate con l’AI e teorie del complotto. Ciascun falso ha preparato il terreno al successivo, avvelenando le fonti e rendendo la crisi sempre più difficile da leggere.
La sentenza e la prima grande menzogna
Il punto di innesco ha una data precisa, ovvero 29 giugno 2026, quando il Tribunale Supremo spagnolo ha emesso una sentenza sulle cosiddette devoluciones en caliente, i rimpatri immediati di chi tenta di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto. La pronuncia stabiliva che questa procedura non può applicarsi a chi attraversa il confine via mare, perché non supera alcuna barriera fisica. In quel caso, le autorità spagnole sono tenute ad avviare un procedimento di devoluzione entro 72 ore o, in alternativa, a disporre il fermo temporaneo della persona.
La sentenza è diventata pubblica l’8 luglio e, nel giro di poche ore, la sua lettura è stata completamente distorta. Sui social media in lingua araba, in particolare su Facebook, ha cominciato a circolare un messaggio che ne riassumeva il contenuto in un modo preciso e falso: «Il Tribunale Supremo spagnolo: nessuna espulsione immediata per i migranti che raggiungono a nuoto Ceuta e Melilla». Un messaggio privo di ogni riferimento, privo di una menzione del procedimento di devoluzione e soprattutto del fatto che la sentenza non apriva alcun diritto di soggiorno. È bastata solo quella frase per fornire una falsa garanzia procedurale e una promessa di ingresso inesistente.
Ti potrebbe interessarL’analisi condotta da Maldita.es su oltre 1.100 pubblicazioni in arabo tra l’8 e il 31 luglio mostra con precisione come si sia sviluppata la dinamica. Per tre settimane il tema è rimasto relativamente silente, con una media di dieci pubblicazioni al giorno. Poi, il 30 luglio, la conversazione è esplosa, scatenando solo in quel giorno circa il 60% di tutte le pubblicazioni analizzate nelle quattro settimane precedenti, con 695 post e un picco di condivisioni che coincideva ora per ora con l’afflusso di persone al confine. Lo stesso messaggio deformato è stato diffuso 215 volte con testo identico e alcuni utenti lo hanno pubblicato fino a dieci volte nel giro di pochi minuti.
Il post del presentatore televisivo Belhaissi (screenshot di Maldita.es)
Tra i primi a diffondere la catena figurava Youssef Belhaissi, presentatore della televisione pubblica marocchina Al Aoula, con 1,3 milioni di follower su Facebook. La pubblicazione originale è stata successivamente rimossa. In totale, le pubblicazioni analizzate hanno accumulato oltre 150.000 reazioni e 14.000 commenti, distribuiti in più di 200 gruppi Facebook. Molti di questi erano gli stessi gruppi dove si organizzavano i tentativi di attraversamento.
Nei commenti, la falsificazione della sentenza aveva già prodotto il suo effetto. «Chi arriva a Ceuta a nuoto dimostra di essere una persona forte, in cui si può avere fiducia per costruire il paese», scriveva un utente. «Spagna porta aperta», ribatteva un altro. Messaggio dopo messaggio, la garanzia procedurale introdotta dalla Corte si era trasformata in un invito per decine di migliaia di persone desiderose di lasciare il Marocco e oltrepassare il confine.
Le altre false notizie per chi esitava
La sentenza non era l’unico elemento falso in circolazione. Nei gruppi Facebook e WhatsApp dove si organizzavano gli attraversamenti, Maldita.es ha documentato una serie di affermazioni costruite per convincere chi esitava, attraverso false notizie secondo cui la Spagna «accoglie chi sa fare un mestiere», che la Commissione europea stava concedendo asilo «a tutti quelli che entrano a Ceuta e Melilla» e che Madrid «ha annunciato che darà asilo a tutti».
Di fatto, 70.000 delle 72.000 persone entrate a Ceuta in quei giorni erano già rientrate in Marocco al 4 agosto, senza aver ricevuto alcuna forma di protezione internazionale. Nonostante ciò, nei gruppi di Facebook analizzati da Maldita.es compariva anche la convocazione per il 15 agosto, spesso mescolata ai contenuti falsi sull’accoglienza.
Il precedente tentativo e gli arresti del 2024
Lo schema non era nuovo. Nel settembre 2024, venne registrato un precedente tentativo con le stesse piattaforme e la stessa logica. Le unità di cybervigilanza delle forze di sicurezza nazionali marocchine avevano rilevato contenuti digitali che incitavano a forzare la barriera di sicurezza tra Fnideq e Ceuta il 15 settembre 2024, invitando gli utenti di social media e applicazioni a partecipare a un attraversamento collettivo irregolare. Il messaggio circolava principalmente su TikTok e Instagram, diretto ai giovani marocchini.
Le indagini portarono a circa 60 arresti, tra questi 13 persone identificate come responsabili della produzione e diffusione dei contenuti digitali, grazie alle informazioni fornite dalla Direzione generale della sorveglianza terr6T YìKL’Gli uomini di Salvini dicono che è una fantasia” ed è probabile, ma è una fantasia di cui Giorgetti sapeva, lo stesso Giorgetti che ha fermato i fischi della base a Pontida, l’ultimo leghista, l’erede di Bossi insieme all’hidalgo Fontana
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
AGLI ARRESTI LA COMMISSARIA ILENJA SABATO E QUATTRO AGENTI, TUTTI ACCUSATI DI ARRESTO ILLEGALE, PECULATO E FALSO IDEOLOGICO COMMESSO DA PUBBLICO UFFICIALE
Follow the money. Così è stata scoperta la squadretta di ghisa di Milano. I soldi sono i 1.450
euro incassati da uno spacciatore per mezzo chilo di hashish, quella droga poi ricomparsa nella sua auto. Per questo il pm Giovanni Tarzia ha cominciato le indagini sui vigili. E così sono stati arrestati la commissaria Ilenja Sabato, 43 anni, e i suoi agenti: Denni Dileo, 27 anni, Mattia Rignanese, 28, Rosario Piscopo, 35, e il 54enne Vincenzo Compagnone. Che, scrive oggi il Corriere della Sera, era già finito nel caso della transgender Bruna. Tutti sono accusati di arresto illegale, peculato e falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale. L’episodio risale al 16 luglio.
La squadretta di vigili di Milano
Gli indagati erano partiti da una segnalazione «ritenuta attendibile» di una «fonte confidenziale» che indicava il 29enne come «dedito all’attività di spaccio», tra Milano e Corsico. Un verbale falsificato per un arresto illegale. Che è avvenuto fuori giurisdizione, visto che il pusher è stato preso a viale Liberazione a Corsico e non in via Ludovico il Moro a Milano. Nessun tentativo di fuga, come documentato dalle telecamere. E quindi il pusher non è stato bloccato perché, una volta «accortosi della presenza degli operanti (…), improvvisamente si dava alla fuga». I frame mostrano invece come venga avvicinato da un agente in borghese, che «mi ha chiesto se avessi un accendino», e subito dopo «mi ha ammanettato».
Il pusher
Lo spacciatore aveva appena venduto il mezzo chilo di hashish «organizzata dagli indagati nei minimi dettagli al solo fine di trarre in arresto un soggetto che loro sapevano avere precedenti» specifici, scrive il gip Elio Sparacino. La compratrice era falsa e adesso è indagata anche lei. Si tratta della sorella di un altro presunto pusher. Per il giudice, i cinque «infedeli servitori dello Stato», che saranno sentiti oggi a San Vittore, hanno agito «facendo spregio delle più basilari regole di deontologia e correttezza professionale».
che dai vegani
I precedenti
Ora la procura indaga sui possibili precedenti. È il gip Elio Sparacino a segnalarlo nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i cinque. «Sono stati prodotti atti d’indagine relativi ad altri due arresti», fa presente, che «dimostrano come gli indagati siano soliti operare (…) arresti in assenza dei presupposti di legge, per poi falsificare gli atti presentati all’autorità giudiziaria». Ce n’è un altro che risale al primo agosto. Un verbale per l’arresto di un altro pusher, firmato da Sabato e dagli agenti Denni Dileo e Vincenzo Compagnone. Il cliente ha ammesso l’acquisto di 2 grammi di fumo, ma il 31 luglio. Ed è stato fermato dagli agenti in borghese.
Il comando da remoto
Secondo il giudice va anche approfondito l’eventuale «supporto di ulteriori soggetti». Perché durante l’arresto di luglio il movimento della telecamera che avrebbe potuto inquadrare la scena, fino ad allora «perfettamente funzionante», si sia d’improvviso e «inspiegabilmente bloccato» in «diversa direzione». Per poi ricominciare a «funzionare correttamente, grazie, con ogni evidenza, a un comando dato da remoto».
(da agenzie)
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROVA REGINA: IL DOCUMENTO DELL’ADE SULLA NON CONFORMITA’ DEI DISPOSITIVI
«Cara Giorgia Meloni, io ci sono sempre stato e sempre ci sarò in ogni sede e occasione in cui si possano dare delle risposte al Paese. C’ero anche oggi in Commissione Covid». Giuseppe Conte si prende l’ultima parola sulla Commissione Covid e le accuse commentando il post in cui la premier lo accusava su Facebook. Poi l’attacco: «Dicci invece in quale cassaforte sono finite le chat del tuo amico Delmastro con un prestanome di un clan mafioso. Dicci dove sono finite le Regioni di centrodestra che avete scudato dalle domande sulla gestione Covid. Dicci quando Santanchè andrà in Tribunale senza protezioni e scudi sull’inchiesta per truffa Covid. Potrei continuare. Io oggi sono stato per ore a rendere conto e a rispondere. Tu li hai 5 minuti per rispondere all’Italia? A noi piace la verità, a voi evidentemente fa male».
Conte, Meloni e la Commissione Covid
La lite tra premier era cominciata con il leader M5s che aveva detto che Meloni era la regista degli attacchi nei suoi confronti in Commissione Covid. Lei aveva replicato sostenendo che «la verità» sulla pandemia fosse «un diritto degli italiani». La Commissione Covid è una commissione parlamentare d’inchiesta bicamerale istituita all’inizio del 2024. Deve indagare sulla gestione della pandemia. Conte è stato audito perché era premier all’epoca. Il governo M5s-Pd da lui presieduto istituì le zone rosse, usò i Dpcm per le restrizioni e varò il piano vaccinale. Le accuse che lo riguardano sono il ritardo nell’adozione delle restrizioni all’inizio della pandemia, la gestione degli appalti per le mascherine e il ricorso «eccessivo» dei decreti della presidenza del consiglio dei ministri.
Le accuse e la difesa
La sua audizione si è svolta con ritardo perché Conte è un membro della commissione. Dopo aver avuto rassicurazioni sul suo reintegro si è dimesso per evitare un possibile conflitto di ruolo tra membro della Commissione e persona audita. Al suo posto c’è il fedelissimo Michele Gubitosa. L’Avvocato del Popolo si è difeso dalle accuse facendo intanto trasmettere ai suoi canali social e a quelli del M5s la diretta dell’intervento, durante il quale ha attaccato Mario Draghi, suo successore a Palazzo Chigi. Accusandolo dell’obbligo vaccinale e dell’uso di decreti legge al posto dei Dpcm. Ha deciso di rispondere in blocco alle domande, favorendo i sospetti di FdI: «Prende tutte le domande e poi risponde in blocco perché intanto gli scrivono le risposte in chat da fuori».
La prova reginaMa nel lavoro della Commissione Parlamentare la storia centrale è quella di JC Electronics. Con la quale però, come ha ripetuto lo stesso Conte, c’è una transazione da oltre cento milioni di euro firmata dal governo Meloni. Oltre ai rapporti tra quell’azienda e Fratelli d’Italia raccontati da Repubblica e dal Fatto. E adesso c’è anche un verbale, depositato da Conte in procura, che potrebbe mettere in discussione la qualità delle forniture per cui lo Stato ha deciso di chiudere il contenzioso. Nelle dieci pagine redatte dalla struttura commissariale insieme all’Agenzia delle Dogane c’è scritto che «le mascherine importate dalla JC erano diverse da quelle dichiarate e che le certificazioni contenute nei lotti erano differenti da quelle dichiarate. Questo è il punto».
L’esposto
«Ora quel documento è nelle mani dei magistrati e io, da ex premier, avevo l’obbligo di diffidare la Presidenza del Consiglio», ha detto Conte. Che ha ricordato: «Guardate che avete dato cento milioni a quella società. C’è da approfondire parecchio. Se avete tanto a cuore l’uso corretto delle risorse pubbliche, spiegateci come è stato possibile trovare cento milioni per un imprenditore privato mentre gli italiani aspettano da anni altre misure». Il proprietario Dario Bianchi ha raccontato in audizione la sua storia ed è diventato il principale accusatore dell’ex premier. Ed è oggettivamente imbarazzante che nel frattempo abbia firmato un accordo transattivo per più di 100 milioni di euro per chiudere i contenziosi. Una circostanza tra l’altro non detta da Bianchi durante il suo racconto.
Le mascherine
Ora però Bianchi potrebbe finire a sua volta nei guai. E con lui chi nel governo ha deciso per la transazione. Jc Electronics ha risposto sostenendo che il documento di Conte «non è una novità» e richiama le sentenze favorevoli ottenute e gli accertamenti di Inail e Agenzia delle Dogane sulla conformità delle mascherine. Lui ha controreplicato: «Da quel documento emerge che le mascherine importate erano diverse da quelle dichiarate. Com’è possibile che lo Stato non aspetti il giudizio cautelare e liquidi 100 milioni quando non trovate 6 milioni per le mammografie?».
(da Open)
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
DAL CASO RUBY A QUELLO SULLA NAVE DICIOTTI
Mercoledì è toccato ad Andrea Delmastro. Ma l’ex sottosegretario alla Giustizia, in affari col
prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, non è stato l’unico «amichetto di partito», per parafrasare le parole del leader dell’M5s Giuseppe Conte, a essere salvato dalla destra dall’oblio politico e dalle richieste dell’autorità giudiziaria che in questo caso domandavano di acquisire le chat tra il meloniano e il suo socio, indagato per riciclaggio e intestazione fittizia di beni.
I corsi e ricorsi della storia sono tanti. Solo l’anno scorso l’aula ha protetto i fedelissimi della premier Giorgia Meloni. Parliamo del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su cui il collegio speciale di giudici, titolare del fascicolo sul torturatore libico Almasri, voleva continuare a indagare. Il trio l’ha fatta franca grazie ai voti della maggioranza.
Ma ci sono anche altri casi molto celebri, che la destra prova a far dimenticare: la richiesta di arresto per l’allora sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, accusato di complicità con la camorra. Era il 2009, Meloni era una giovanissima ministra della Gioventù nel governo Berlusconi. Quella destra lì bocciò l’istanza della procura di Napoli. Nel 2012 invece fu bocciata pure la richiesta per usare le sue intercettazioni. Poi dopo molti anni Cosentino venne condannato. Altro forzista salvato dalla sua stessa coalizione fu Luigi Cesaro, stesse ombre di camorra.
Passato che non passa
E così è accaduto in passato pure per Silvio Berlusconi: i pm di Milano, nel corso delle indagini sul Ruby ter, avevano chiesto di poter utilizzare undici intercettazioni telefoniche tra il Cav e alcune olgettine. La Giunta per le immunità aveva persino dato parere favorevole, ma alla fine la richiesta dei magistrati era stata respinta. E l’allora leader della destra assolto nel processo riguardante i fatti collaterali ai festini di Arcore. Ancora. Il ras della sanità privata Antonio Angelucci. Era il 2009 quando la procura di Velletri aveva chiesto gli arresti domiciliari del leghista nell’ambito di un’inchiesta su presunte truffe ai danni del Servizio sanitario regionale del Lazio, falso e associazione per delinquere. La Giunta per le autorizzazioni della Camera, con una relazione di maggioranza, aveva proposto di negare l’autorizzazione all’arresto. Il 22 aprile 2009 l’aula della Camera approvò. Tradotto: arresti non autorizzati. Misura cautelare a parte, però, il processo contro Angelucci è stato celebrato e il politico assolto perché «il fatto non sussiste» nel 2019.
I ministri
Nello stesso anno il Senato ha respinto l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno dell’epoca, Matteo Salvini, per il caso della nave Diciotti. Tuttavia, nel 2025 la Cassazione ha stabilito che il trattenimento dei migranti sulla nave era stato illegittimo, condannando lo Stato al risarcimento dei migranti. E andiamo all’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè nei cui confronti, nelle scorse settimane, è stata chiusa l’inchiesta della procura guidata da Marcello Viola per bancarotta e truffa. L’ultimo guaio giudiziario per la senatrice di Fratelli d’Italia che però a gennaio è stata salvata dalla destra (e non solo).
Il Senato ha votato per l’insindacabilità delle opinioni di Santanchè, bloccando il processo a Roma per diffamazione nei confronti dell’azionista di minoranza della società Visibilia Giuseppe Zeno. Intanto un altro scontro è già all’orizzonte. Riguarda la vicenda Mps-Mediobanca. La procura chiede le conversazioni dei parlamentari nel telefono dell’ex direttore generale del ministero dell’Economia Marcello Sala. Si tratta di 11 parlamentari, tra cui Edoardo Rixi, Giancarlo Giorgetti, Giulio Centemero, Maurizio Leo, Matteo Salvini, Giovanbattista Fazzolari, Massimiliano Romeo, Antonio Misiani (unico non della maggioranza di governo). Cosa accadrà? Forse è già tutto previsto.
(da editorialedomani)
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
I CANDIDATI SOCIALISTI VINCONO LE PRIMARIE DEM
Cento anni dopo la pubblicazione del famoso saggio di Sombart Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo?, il socialismo negli Stati Uniti invece c’è. O almeno così si fa chiamare, senza temere di usare quel nome-tabù, che suona come una profanazione nel tempio del capitale.
I candidati socialisti vincono le primarie dem, diventano sindaco di New York, soprattutto attraggono i giovani. Sono in campo come mai prima. E non è la cosiddetta cultura woke, tutta diritti e niente economia, a motivare quelle truppe in marcia. Sono soprattutto gli argomenti sociali: welfare e lavoro.
Perché questo accada non è facile da capire. Si legge e ci si fanno domande. Ma è possibile che la risposta, o parte della risposta, non sia troppo difficile: perché non è più vero che il capitalismo dà una speranza a tutti, facoltà che Sombart metteva al primo posto tra le ragioni del mancato vigore del socialismo in America.
Il mito del “tutti ce la possono fare” è offuscato dalle clamorose diseguaglianze e dall’altrettanto clamorosa concentrazione della ricchezza in pochissime mani. L’oligarchia non è alleata del capitalismo, non lo è per nulla. Assomiglia a una gara truccata, alla manomissione di regole (o illusioni) antiche, cancella il vecchio mito che tutti ce la possono fare, se si impegnano.
Da questo punto di vista siamo autorizzati a pensare che gli anni di Trump, Musk, Bezos e pochi altri siano gli anni più tristi e nocivi nella lunga storia del capitalismo americano. Così nocivi da fare riscoprire il socialismo, che è poi un modo per dire giustizia sociale e Welfare, anche a milioni di giovani americani. Banale dirlo, ma è impossibile non sentirsi dalla loro: avranno vita durissima, ma almeno sanno di non essere più eterna minoranza.
(da agenzie)
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Agosto 7th, 2026 Riccardo Fucile
SCALFARO, CONSO E I BOSS: TUTTE LE BALLE DI BIGNAMI
Sei clamorose balle in poco più di tre minuti. Rischia di essere un record quello di Galeazzo
Bignami, capogruppo FdI chiamato a spiegare alla Camera perché il suo partito ha negato ai pm di Roma l’uso delle chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, prestanome dei Senese. Sarà forse per spostare l’attenzione dallo spietato clan di camorra che l’altro ieri Bignami si è avventurato in una fantasiosa ricostruzione storica, tutta tesa a dimostrare l’antimafia della sua parte politica. “Grazie a Giorgia Meloni, Matteo Messina Denaro è stato arrestato”, ha detto alla fine: una bugia talmente clamorosa (l’arresto è opera della procura di Palermo e dai carabinieri) che si smentisce da sola.
Ma è nella prima parte dell’intervento che Bignami ha toccato vette finora forse inesplorate a Montecitorio.
“Il Movimento sociale – ha detto – nel maggio ’92 non riuscì a fare eleggere Paolo Borsellino presidente della Repubblica: lo votò e non venne eletto e per noi quella è una sconfitta”. È vero che il Msi diede 47 voti a Borsellino il 19 maggio ’92, ma è anche vero che quel voto non venne replicato negli scrutini successivi per il Colle. Il motivo? Il 20 maggio il magistrato spiegò all’Ansa di non gradire “una votazione del genere”, auspicando un’elezione veloce del capo dello Stato, senza dare voti “soltanto dimostrativi”.
Posizione manifestata da Borsellino a Guido Lo Porto, il deputato Msi che lo informò poche ore prima dell’intenzione del suo partito di votarlo al Colle. Definito dal giudice come suo “vecchio compagno di scuola”, negli anni successivi alla strage di via d’Amelio Lo Porto finirà sotto inchiesta per concorso esterno (sarà archiviato nel 1998) perché accusato da 15 collaboratori di giustizia.
Evidentemente, quando ha parlato della candidatura di Borsellino al Colle, Bignami ha dimenticato di ricordare da quale parlamentare Msi venne gestita. “La sinistra – ha sostenuto poi – fece eleggere Oscar Luigi Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41-bis. Quei 300 mafiosi liberati da Scalfaro, per la battaglia vinta dalla destra italiana, furono rimandati in galera dall’allora ministro Conso. Mi permetto di ricordare che Scalfaro fu eletto proprio a seguito delle dimissioni di Cossiga per il quale la sinistra chiese l‘impeachment”.
In quattro frasi, quattro falsi. Partiamo dall’ultimo: Cossiga si dimise il 28 aprile ’92, a due mesi dalla scadenza del mandato, a causa delle condizioni politiche (il crollo del “pentapartito” alle urne), non per l’impeachment presentato dal Pds nel 1991.
Il 25 maggio Scalfaro non fu eletto al Colle dalla sinistra ma da quasi tutte le forze politiche, come reazione alla strage di Capaci. Tra i pochi partiti che non lo votarono, tra l’altro, c’era Rifondazione comunista: del resto Scalfaro era pur sempre un esponente dell’ala conservatrice della Dc.
Infine la balla più grande di tutte: non è affatto vero che Scalfaro liberò 300 mafiosi dal 41-bis ed è clamorosamente falso che Giovanni Conso li rimandò in galera. Anzi fu proprio Conso, guardasigilli del governo Ciampi, a non rinnovare 334 decreti di carcere duro per i mafiosi nel novembre ’93. “È penoso che un parlamentare non si documenti, l’ignoranza è una cosa brutta che è da combattere”, ha detto Paolo Cattaneo, nipote di Scalfaro.
Si potrebbe dire che nella sentenza di Appello del processo sulla trattativa Stato-mafia i giudici ipotizzano un ruolo del Colle per “ammorbidire” la politica carceraria dopo le stragi del ‘93. Ma fu senza dubbio Conso che fece decadere quei decreti sul 41-bis, sostenendo di averlo fatto “in assoluta solitudine”. Lo fece anche davanti ai pm di Palermo, che indagavano sulle interlocuzioni tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra. Per questo motivo sono stati attaccati da quasi tutti i partiti, a cominciare dalla destra, da sempre nemica giurata dell’inchiesta sulla trattativa. Lo stessa coalizione di Bignami, che per bocca di Maurizio Gasparri vorrebbe l’ex generale Mario Mori senatore a vita. Altro che Borsellino.
(da ilfattoquotidiano.it)
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