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LA NOSTRA STORIA E’ PIENA DI “FRANCHI TIRATORI”: SONO INGRATI “GIUDA” O SALE DELLA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE? L’ESORDIO DEGLI IGNOTI CECCHINI È NEL 1946 PER IMPALLINARE IL CONTE SFORZA CANDIDATO AL COLLE. POI GLI SGAMBETTI A FANFANI, ANDREOTTI E FORLANI, FRANCO MARINI, CASELLATI E I TRAPPOLONI A PRODI

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

COME DISSE SANDRA ZAMPA, DOPO CHE IL “MORTADELLA” FU AFFONDATO DAI 101 NELLA CORSA AL QUIRINALE (CHE COSTÒ ANCHE LA LEADERSHIP A BERSANI) : “IO NON FUMO, TU NON FUMI, MA C’È UNA CICCA SUL COMÒ” … L’ULTIMO EPISODIO RIGUARDA GIORGIA MELONI – CHI SUBISCE I FRANCHI TIRATORI LI VUOLE NELLA PATTUMIERA DELLA STORIA E CHI SE NE AVVANTAGGIA, FESTEGGIA

Accidenti a lui. Avevi fatto carte false e il numero di telefono lo avevi trovato.
Ma hai voglia a provare, squillava, squillava… Poi alla fine sì, quando eri disperato, ti rispondeva. «Senatore, tornerà a Roma? Il governo di Romano Prodi è appeso a un filo, si regge sul suo voto».
E lui, serafico, dalla pianura dell’Argentina meridionale, la Pampa: «Ma cosa vuole che le dica? Mi ci faccia pensare. Non lo sente il profumo? Abbiamo fatto la brace e abbiamo messo su certe bisteccone». Una volta lo salvò, a Romano, e una volta, quella definitiva, lo affondò.
Luigi Pallaro, morto alla serena età di 93 anni, l’ha tenuto legato alle briglie del suo cavallo, per settimane e mesi, il futuro della Repubblica.
Franchi tiratori, termine militare settecentesco di derivazione francese, Treccani docet, entrato nel lessico comune in Italia alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, in piena Prima repubblica. (…)
Questa volta hanno azzoppato pure Giorgia Meloni, roba che, poco prima, alzavano il ditino pure per andare in bagno. Un tritacarne che non rispetta nessuno tanto non ti scoprono. Come disse Sandra Zampa, usando un adagio emiliano, dopo che Prodi fu colpito e affondato nella corsa al Quirinale che costò anche la leadership a Pierluigi Bersani: «Io non fumo, tu non fumi, ma c’è una cicca sul comò». Quella volta le cicche dei franchi tiratori furono almeno 101, quanti i dalmata di Crudelia Demon. Intendiamoci, quella dei franchi tiratori è guerriglia quotidiana, che se c’è da dare una gomitata non ci si tira indietro. Ma certo, il Colle, vuoi anche perché si spara dall’alto, è il terreno favorito dei cecchini.
Pronti, via. Siamo nella primavera del 1946.
Alcide De Gasperi, mica uno qualsiasi, avrebbe voluto il conte Carlo Sforza, ministro degli Esteri, come capo provvisorio dello Stato. Le sinistre erano contro l’atlantismo e fecero la parte loro, ma nulla avrebbero potuto senza le quinte colonne democristiane, e la spuntò Enrico De Nicola.
Proprio a lui, ma c’è concorrenza, pare debba attribuirsi la frase secondo la quale, in politica, «la gratitudine è il sentimento del giorno prima». Insomma, vale per l’oggi, prendi uno scappato di casa, lo innaffi come i pomodori nell’orto, lo fai diventare parlamentare e quello, non appena ci trova un tornaconto, ti accoltella. Giovanni Leone alla fine ci riuscì a fare il presidente della Repubblica, e mal gliene incolse, magari non tutto per colpa sua. Ma ci aveva provato ben prima.
Era il 1971, e succede anche che a guidare le truppe cammellate dei franchi tiratori, a volte, siano proprio i leader politici. Aldo Moro di dargli il Colle non ne voleva proprio sapere, e disse a Carlo Donat Cattin di usare tutti i «mezzi tecnici» per impedirlo. Pare che lui rispondesse che di mezzi tecnici ne conosceva tre: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori. E fu così che, dopo un’interminabile maratona, il Quirinale finì nelle mani di Giuseppe Saragat. Amintore Fanfani, il «Rieccolo» di Indro Montanelli, fu stroncato per ben due volte dal fuoco amico.
Arnaldo Forlani, il «coniglio mannaro», era il candidato ufficiale della Dc, ma proprio quelli del suo partito lo baciarono sulla guancia e lo affossarono, aprendo la via a Oscar Luigi Scalfaro. In quella stessa tornata ci aveva provato anche la volpe delle volpi, Giulio Andreotti, ma niente da fare anche per lui, e un Umberto Bossi emergente trovò il modo di prenderlo in giro alla radio, vantandosi di avergli fatto credere che la Lega avrebbe votato per lui. Un passetto indietro: pure Cesare Merzagora, storico presidente del Senato, che pure era sostenuto dal potente Mario Scelba, fu costretto alla ritirata.
Ma è storia che si ripete. Franco Marini, sulla carta, li aveva eccome i voti per diventare presidente della Repubblica, ma i suoi lo tritarono con il voto segreto, e si dovette faticare per convincerlo che era inutile insistere.
E ancora nel 2022 toccò la stessa sorte a Maria Elisabetta Alberti Casellati, sponsorizzata da Ignazio la Russa, che aveva bisogno di almeno 505 voti per farcela, ma crivellata dai franchi tiratori ne ottenne solo 382.
Giuda, ingrati, traditori, pugnalatori nell’ombra, servi del nemico, oppure incursori che intervengono per frenare assalti alla diligenza del vivere civile, o anche, la frase è attribuita a Giuliano Ferrara, franchi tiratori «sale della democrazia parlamentare». Chi li subisce li vuole nella pattumiera della storia, chi se ne avvantaggia, festeggia, come l’altra sera, con cori da stadio.

(da Corriere della Sera)

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QUANTE FRANCHE TIRATRICI HANNO IMPALLINATO GIORGIA MELONI? CACCIA A CHI HA VOTATO CONTRO L’EMENDAMENTO SULLE PREFERENZE DI FDI- LA FORZISTA RITA DALLA CHIESA: “NONOSTANTE CHE IO VENGA DA UNA CASERMA NON SONO ABITUATA A FARE IL SOLDATINO. MIO PADRE E BERLUSCONI MI HANNO INSEGNATO LA LIBERTA’. COME HO VOTATO? IL VOTO E’ PRIVATO”

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA LEGHISTA SIMONETTA MATONE: “IO? SEMPRE OBBEDIENTE” – I SOSPETTI SU MARA CARFAGNA (CHE HA VOTATO A FAVORE DELLA MAGGIORANZA) E SULLA FORZISTA ISABELLA DE MONTE CHE INSIEME ALLA DEM CHIARA GRIBAUDO HA FIRMATO UN APPELLO SULLA NECESSITÀ DI FAVORIRE L’ELEZIONE DI PIÙ DONNE… IL CONTO DEI FRANCHI TIRATORI SALE: 10 FRATELLI D’ITALIA, 20 DI FORZA ITALIA, 10 DELLA LEGA

Alla fine qualcuna annuisce, ma di far mettere nero su bianco le dichiarazioni di voto nemmeno a parlarne. Non è stato un voto qualunque quello di martedì alla Camera sulle preferenze.
Quell’emendamento alla legge elettorale ha mandato sotto il governo. Per un solo voto di differenza. È stato un colpo per la premier Giorgia Meloni. E adesso le deputate della maggioranza non se la sentono di ammettere pubblicamente che sì, nel gruppo dei franchi tiratori c’erano le donne. E la domanda è: erano tutte donne? Difficile crederlo.
he tra i franchi tiratori ci fossero tante «franche tiratrici» è una vulgata che in Transatlantico vola di bocca in bocca. Ma adesso i «traditori» sono diventati 50 (ne erano stati contati 31) e a considerare che così tante siano state solo donne non torna. Le analisi del voto in controluce individuano 10 franchi tiratori in Fratelli d’Italia, 20 di Forza Italia, 10 della Lega.
Già, la Lega. E come ha votato Simonetta Matone? La risposta è una battuta: «Io? Sempre obbediente». La storia di questa deputata leghista parla da sola. Magistrata di piglio, una vita dalla parte dei bambini, Simonetta Matone sembra tutto tranne una persona che si fa dire da altri cosa e, soprattutto, come fare.
Come la storia di Rita dalla Chiesa, deputata veterana di Forza Italia. «Nonostante che io venga da una caserma non sono abituata a fare il soldatino. Non mi piace farmi dire cosa devo fare», dice. E non dice quale pulsante ha spinto martedì al momento della votazione dell’emendamento sulle preferenze: «Il voto è privato». Sorride. La caserma dove ha vissuto Rita dalla Chiesa ha fatto la storia d’Italia, suo padre il generale Carlo Alberto, per il nostro Paese ha perso la vita il 3 settembre 1982: «È stato lui ad insegnarmi la libertà. Anche Silvio Berlusconi».
Vicino a Rita dalla Chiesa colleghe giovani di partito. Patrizia Marrocco, tra queste, annuisce davanti alle parole sulla libertà della sua vicepresidente. Tra le donne di Forza Italia da segnalare c’è anche Isabella De Monte — lei che sulla necessità di favorire l’elezione di più donne ha firmato un appello bipartisan insieme a Chiara Gribaudo del Pd, Silvana Comaroli della Lega, Elena Bonetti di Azione e Luana Zanella di Avs — femminista storica e veterana della politica.
Dice Luana Zanella: «Le deputate della maggioranza non si devono nascondere. Io l’ho visto in Aula mentre parlavo che mi seguivano con attenzione. Ho parlato delle donne costituenti: erano ventuno su oltre cinquecento. E si sono fatte sentire come fossero duecento. Hanno combattuto per noi, non possiamo e non dobbiamo lasciare vana la loro battaglia».
Mara Carfagna vede passeggiare in Transatlantico Gianni Letta e gli va incontro con un sorriso e un po’ di nostalgia. Ma dice convinta: «Ho votato a favore della maggioranza», spiega.

(da Corriere della Sera)

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UNA LEZIONE DI CIVILTA’ DALLA FRANCIA: L’ASSEMBLEA NAZIONALE FRANCESE HA DATO IL VIA LIBERA ALLA LEGGE SUL FINE VITA. LA RIFORMA, SPINTA DA MACRON, AUTORIZZA GLI ADULTI CON PATOLOGIE TERMINALI A RICEVERE FARMACI LETALI, IN LINEA CON ALTRI PAESI EUROPEI CHE REGOLANO EUTANASIA E SUICIDIO ASSISTITO

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL RICHIEDENTE DOVRÀ ESSERE MAGGIORENNE, AVERE LA NAZIONALITÀ FRANCESE OPPURE RISIEDERE STABILMENTE NEL PAESE TRANSALPINO… E L’ITALIA COSA ASPETTA? L’ARMATA BRANCA-MELONI HA PROMESSO UNA LEGGE NAZIONALE SUL FINE VITA SENZA FARE NULLA E DIRE CHE LA CORTE COSTITUZIONALE HA INVITATO IL PARLAMENTO AD AGIRE IL PRIMA POSSIBILE

Dopo quasi due anni di discussioni parlamentari, quattro passaggi all’Assemblea nazionale e tre bocciature del Senato, i deputati hanno approvato ieri il «diritto all’aiuto a morire». Il risultato del voto, 291 favorevoli contro 241, fotografa una maggioranza netta, ma anche un paese ancora diviso sulla riforma promessa da Emmanuel Macron.
«Su una questione così intima e grave, che riguarda la vita, la sofferenza e la dignità, avevo preso nel 2022 l’impegno di aprire questo cammino insieme ai francesi» ha commentato Macron poco dopo il voto.
Il testo autorizza per la prima volta in Francia il suicidio assistito e, nei casi in cui il paziente sia fisicamente impossibilitato a compiere il gesto, la somministrazione della sostanza letale da parte di un medico o di un infermiere volontario. La legge stabilisce cinque condizioni per poter accedere all'”aiuto a morire”.
Il richiedente dovrà essere maggiorenne, avere la nazionalità francese oppure risiedere stabilmente in Francia, essere affetto da una patologia grave e incurabile che comprometta la prognosi vitale in fase avanzata o terminale, soffrire in modo refrattario alle terapie o giudicato insopportabile ed essere capace di esprimere una volontà libera e consapevole.
La regola sarà l’auto somministrazione della sostanza letale. Soltanto quando il malato non sarà fisicamente in grado di procedere potrà intervenire un medico o un infermiere. La decisione spetterà a un medico, dopo aver consultato almeno un collega specialista e un professionista sanitario che conosce il paziente. Medici e infermieri potranno invocare una clausola di obiezione di coscienza.
La riforma era stata preparata dalla Convenzione cittadina sulla fine della vita, convocata dall’Eliseo quattro anni fa. Al termine dei lavori, una larga maggioranza dei partecipanti si era pronunciata a favore di una qualche forma di «aiuto attivo a morire». Il primo progetto governativo era poi naufragato insieme alla legislatura, con la dissoluzione dell’Assemblea nazionale nel giugno 2024 e le successive elezioni anticipate.
La Francia entrerà così nel ristretto gruppo di paesi che consentono, con sistemi e condizioni differenti, di ottenere medicalmente una sostanza letale. I promotori della legge parlano di un modello francese «equilibrato» e rigorosamente controllato. Gli oppositori contestano invece criteri considerati troppo estesi, soprattutto la nozione di malattia in «fase avanzata», e temono che il diritto individuale possa trasformarsi in una pressione implicita sui pazienti più fragili.
La Conferenza episcopale francese si è mobilitata per mesi contro il testo, sostenendo che «non ci si prende cura della vita dando la morte». Il voto arriva a poco più di due mesi dalla visita apostolica di Leone XIV, atteso in Francia dal 25 al 28 settembre su invito dello stesso Macron, delle autorità ecclesiastiche e dell’Unesco.
Il Pontefice aveva già mandato un segnale piuttosto esplicito alla Francia, lamentando che il mondo fatica a riconoscere il valore della vita umana «anche nella sua ultima ora» e invitando a difendere «la dignità intrinseca di ogni persona».

(da Repubblica)

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QUEL TRIANGOLO CHE SPACCA LA MAGGIORANZA: L’OMBRA DELLE SIGNORE DELLA POLITICA

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI HA FORZATO GLI ALLEATI MINORI, MARINA BERLUSCONI HA FATTO TRAPELARE LA SUA CONTRARIETA’ E SCHLEIN HA SFIDATO LA PREMIER

Colpa delle donne, dicono: la pista più accreditata dal centrodestra per spiegare il disastro dell’emendamento sulle preferenze è il voto delle signore parlamentari. Le franche tiratrici, dicono i più gentili. Le traditrici, dicono i più incattiviti. Prove non ce ne sono, ma si elencano coincidenze. Mancavano in aula almeno quattro parlamentari donne della maggioranza. C’era, e per qualcuno risultava di troppo, Marta Fascina, considerata longa manus di Marina Berlusconi: una che non si fa mai vedere, e il dubbio è che abbia affrontato il viaggio a Roma per diramare segreti ordini di scuderia. Nel day after del voto fatale la destra segnala un elemento inaspettato: la disobbedienza, forse individuale o forse concordata, degli agnelli sacrificali concessi da Giorgia Meloni a Matteo Salvini e Antonio Tajani in cambio del placet alle preferenze.
Il triangolo Meloni-Schlein-Marina Berlusconi
Le donne, insomma, fortemente penalizzate dalla cancellazione dell’alternanza di genere in testa alle liste, il meccanismo che con la vecchia legge ha facilitato l’accesso di 186 donne tra Camera e Senato, il 31 per cento del totale, una delle quote più alte di sempre anche se in leggero calo rispetto alla tornata precedente.Il dato di fatto oltre la caccia ai sabotatori è una partita giocata all’interno di un triangolo tutto al femminile, che ha ai suoi vertici Giorgia Meloni, Elly Schlein e Marina Berlusconi. Meloni ha forzato gli alleati minori alle preferenze, e per convincerli gli ha garantito di minimizzare il fastidio delle quote rosa, sottovalutando gli effetti di una scelta che oltretutto ha incrinato il suo ruolo di apripista del nuovo potere femminile. Marina B., dopo un lunghissimo silenzio ha fatto trapelare la sua contrarietà, scegliendo proprio il tema della rappresentanza femminile per tornare ad agire sulla scena della politica con giudizi assai precisi. Schlein ha colto la palla al balzo e ha avuto buon gioco nello sfidare la premier, definendola una donna «pronta a sacrificare le altre donne per conservare il potere».
Una ribellione che cambia gli equilibri
Insomma, ciò che abbiamo visto in questa due giorni di dibattito parlamentare è una partita interamente costruita dalle donne, su un tema che riguarda le donne e la loro partecipazione alla democrazia. Partita persa da chi pensava di poter trattare l’argomento come un dettaglio di accordi più larghi e più rilevanti.Quanto alle responsabilità del crash della maggioranza sulle preferenze, se la pista rosa fosse autentica non si potrebbe che dire: complimenti alle signore. Hanno difeso un interesse personale e politico ribellandosi a un patto tra leader che le avrebbe danneggiate: qualunque uomo avrebbe fatto lo stesso, e non si vede perché solo alle donne sia richiesto uno spirito ancillare del tutto estraneo alle logiche dei partiti, dove ciascuno tutela la sua posizione con ogni mezzo.
Perché le parlamentari avevano tutto da perdere
Nel caso specifico, poi, il sistema semi-bloccato previsto dall’emendamento avrebbe consentito di intronare capilista tutti uomini: magari qualche ragazza di Fratelli d’Italia ce l’avrebbe fatta nella corsa a preferenze, ma nella Lega e in Forza Italia, dove già si sa che “passeranno” solo i capilista, addio seggi rosa. E dunque, la renitenza delle vittime designate andava quantomeno prevista da Meloni e dagli altri, e così come sono stati attentamente messi a sistema i tornaconti dei capi e capetti maschi bisognava buttare un occhio anche lì: alla possibile reazione delle parlamentari a una norma che passava sopra le loro teste.Non sapremo mai chi, nel segreto dell’urna, ha determinato la frana della maggioranza sulle preferenze. Ma il conio del termine franche tiratrici, pronunciato ieri un po’ da tutti, completa un ulteriore step di parità.
La sfida per la rappresentanza femminile
Il palazzo è obbligato a prendere atto che le donne in politica non sono elementi collaterali della trama imbastita dai leader: possono ribellarsi, possono scombinare i progetti di rimandarle a casa. Almeno in questa legislatura. Nella prossima, il rischio di passi indietro è scontato qualsiasi sia la legge elettorale, e persino se rimanesse l’attuale. L’obbligo di quote nei collegi uninominali garantisce poco o nulla: l’abitudine generale è riservare alle donne i collegi sicuramente perdenti e conservare agli uomini quelli dove si vince. E anche nel proporzionale, le pluricandidature femminili sono state largamente usate in passato per favorire gli uomini. Toccherà alle donne difendere all’interno dei partiti i loro ruoli, e agli stessi partiti dimostrare che l’attenzione alla rappresentanza femminile è concreta, non è solo un elemento di propaganda nel conflitto parlamentare.

(da La Stampa)

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L’UNICA VERA PALUDE

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

PER MELONI LA PALUDE E’ QUELLA DELLA LEGGE ELETTORALE, MA NON QUELLA DEI SALARI, DELLA CRESCITA, DELLA POVERTA’ E DI UN PAESE ALLO SBANDO

Per Giorgia Meloni “ha vinto di nuovo la palude”. Perché, di fronte a una maggioranza che non c’è più e che sta insieme solo per restare al potere, la palude per la presidente del Consiglio è quella della legge elettorale. Dell’impossibilità di esprimere le preferenze, peraltro solo parziali con i partiti che avrebbero comunque scelto gran parte degli eletti. La palude, per Giorgia Meloni è solo quella delle poltrone, degli scranni da occupare in Parlamento di cui poco interessa al Paese reale. Ma la vera palude è quella in cui il suo governo ha trascinato l’Italia, con una crescita stabilmente tra le più basse di tutta Europa.
La vera palude è quella dei salari, fermi al palo, con le famiglie che non hanno neanche recuperato il potere d’acquisto perso durante la crisi inflativa. La vera palude è quella delle bollette, che per le famiglie e le imprese italiane sono tra le più care di tutta l’Ue. La vera palude è quella di una sanità pubblica allo sbando, perennemente penalizzata, magari per strizzare l’occhio ai privati. La vera palude è quella dei più fragili, abbandonati, come dimostra il livello record registrato sul fronte della povertà assoluta. La vera palude, insomma, è quella in cui il governo ha trascinato gli italiani e in cui continuerà a trascinarli fino a quando non si tornerà al voto.
Perché, ormai è chiaro, l’unico obiettivo di Meloni è quello di raggiungere un record, tutto personale. Ovvero quello di governo più longevo della storia repubblicana. Manca poco, a settembre il traguardo sarà tagliato. Ma intanto una maggioranza allo sbando si limita a sopravvivere, facendo poco e niente, oltre a promettere investimenti da record per il riarmo. La sconfitta del referendum sulla giustizia, con la sonora bocciatura da parte degli italiani, ha di fatto paralizzato il governo. Che ha capito che andare avanti sulle riforme – si veda il caso premierato, fermo nei cassetti da mesi – è un rischio che non si può correre a meno di un anno dalle elezioni politiche. Perché, da ora in poi, qualsiasi passo falso rischia di costare carissimo alla maggioranza. E allora meglio continuare a vivacchiare, tanto della vera palude in cui sono impantanati gli italiani non interessa a nessuno.

(da lanotiziagiornale.it)

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LA PREMIER A TAJANI E SALVINI: “LA PAZIENZA ORMAI E’ AL LIMITE”

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

FIGURARSI QUELLA DEGLI ITALIANI VERSO L’ARMATA BRANCAMELONI

«La pazienza è al limite», mette in guardia Giorgia Meloni alla vigilia del voto finale, almeno alla Camera, della sua legge elettorale. I destinatari dell’ammonimento sono i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che ha sentito di nuovo ieri, e che diversi “fratelli” accusano, ormai senza remore, di non tenere più i rispettivi gruppi. Ma ce l’ha, la presidente del Consiglio, pure con quei suoi deputati (molti meno dei leghisti e dei forzisti) che gliel’hanno fatta sotto il naso, cassando l’emendamento sul compromesso preferenze-capilista bocciati. Anche se il messaggio di ieri, certificato da Luca Ciriani, è che «il governo va avanti», la premier è ancora inquieta e i suoi, a taccuini chiusi, raccontano che non è scontato che il cosiddetto Melonellum passi l’approvazione in prima lettura, dopo l’affossamento delle preferenze. Anche oggi, per decisione di Lorenzo Fontana, si voterà a scrutinio segreto.
Francesco Lollobrigida, riunito nel bagno della Camera con Galeazzo Bignami e Giovanni Donzelli, scherza: «Lasciateci, è una riunione di gabinetto». Ma il nervosismo resta. Il motivo? Il pericolo, per i peones dalla rielezione incerta, non è ancora davvero scampato. È stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, a suggerire subito dopo il patatrac di Montecitorio che le preferenze si possono reintrodurre a Palazzo Madama, in seconda lettura, con un emendamento «chirurgico». E a voto palese. Ecco, questo scenario insinua il dubbio, tra i fedelissimi della premier, che i “franchi tiratori” possano concedere il bis. Il rischio è decisamente meno alto dell’altro ieri, ma non fugato. Si capirà stamattina. Ma la pazienza di Meloni, appunto, «è finita», come ha detto chiaro agli alleati. Anche perché «non si può passare per dilettanti allo sbaraglio». Messaggio in bottiglia per le truppe impazzite di Lega e FI, dove gli schemi ormai sono saltati.
Avviso netto: se dopo le preferenze saltasse la nuova legge elettorale, la premier è tentata sul serio di salire al Quirinale. Lo spettro del voto anticipato potrebbe convincere i malpancisti a non fare azzardi: la data per maturare la pensione, per i parlamentari, scatta il 14 aprile.
Passasse alla Camera, scenario che resta comunque più probabile della bocciatura, anche per la questione-cedolini di cui si diceva, la strada della riforma resta a rischio incidenti. Perché appunto i Fratelli stanno valutando seriamente di ripresentare le preferenze con un emendamento: il testo tornerebbe alla Camera, ma per un voto secco e che sarebbe certamente «con fiducia». Dunque se non passasse, cadrebbe il governo. Il problema sono gli alleati, che con il voto segreto, a Montecitorio, si erano alla fine detti disponibili a votare sì, mentre a Palazzo Madama, dove il voto è visibile, non ci pensano proprio. Ieri si è tenuto un vertice dei capigruppo di maggioranza al Senato, proprio sul possibile emendamento preferenze. E Stefania Craxi, la capogruppo molto gradita a Marina Berlusconi, lo ha detto dritto (molto più seccamente del leghista Massimiliano Romeo): «Non mettetevi in testa di presentare un emendamento sulle preferenze qui: non ve lo votiamo». I Fratelli potrebbero tentare di forzare la mano, ricordando pubblicamente agli alleati l’impegno preso. Ma si è visto, di recente, come possono andare le cose se si cerca la prova muscolare: ci si fa male. Certo la presa di posizione di Craxi ha rinverdito i sospetti di diversi meloniani, convinti che dietro i franchi tiratori azzurri ci fossero soprattutto i deputati “tendenza Marina”. E nei vari conciliaboli della Camera, un parlamentare della fiamma ieri giurava di avere visto il giorno prima, quello del voto sulle preferenze, Gianni Letta parlare con Paolo Barelli, nella stanza del governo. Letta che ieri era di nuovo a Montecitorio, per un incontro sull’intelligenza artificiale. Comunque per studiare le mosse al Senato c’è tempo: qualcuno vorrebbe accelerare, votare prima della pausa. Ma i più spingono per rallentare, aspettare ottobre. Anche per non regalare tempo alla Corte costituzionale, che potrebbe impallinare la nuova legge.

(da Repubblica)

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QUEL REGALINO CHE SBARAGLIA LA CONCORRENZA

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

ASPI CHIEDE UNA PROROGA DECENNALE DELLA CONCESSIONE CHE PORTEREBBE LA GESTIONE A 92 ANNI SENZA MAI UNA GARA PUBBLICA, NONOSTANTE I MONITI UE

I soliti italiani, avrà pensato qualche sospettoso a Bruxelles. Ma davvero non si potrebbe dargli torto, a giudicare dal dossier capitato sul tavolo della Commissione. Perché quando ci sono di mezzo concessioni pubbliche nel nostro Paese così allergico alla concorrenza spuntano subito le bolle. E se gli italiani hanno alzato le barricate per i balneari, figuriamoci quando ci sono in ballo le concessioni autostradali. Soprattutto, che concessioni.
Autostrade per l’Italia (Aspi), rientrata nell’alveo pubblico a carissimo prezzo per i contribuenti dopo la tragedia del viadotto Morandi, chiede una proroga di dieci anni della concessione. L’idea gira da un bel po’, ma adesso siamo arrivati al dunque.
La scadenza originaria era fissata per il 2018, poi prorogata per legge di vent’anni per favorire la privatizzazione, nel 1999. Con questa nuova proroga, cui il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini non si manifesta contrario, si arriverebbe al 2048. In questo modo Autostrade per l’Italia, sia pure con differenti azionisti, avrebbe gestito per 92 anni, ininterrottamente dal 1956, la maggior parte della rete autostradale italiana senza mai dover fare una gara. Il governo italiano non ha sentito la necessità di aprire una procedura concorrenziale neppure dopo la tragedia di Genova, con i 43 morti e i danni catastrofici causati dal crollo del viadotto Morandi. Ma anziché revocare la concessione al gruppo Atlantia della famiglia Benetton e assegnarla a un soggetto diverso con una nuova gara (orientamento sostenuto con decisione in una sentenza del 2025 della Corte di giustizia europea), ha scelto di acquistarla a peso d’oro.
L’88 per cento di Autostrade per l’Italia appartiene oggi a una holding controllata per il 51 per cento dalla Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro. Mentre il restante 49 di questa holding è suddiviso paritariamente fra i fondi Blackstone (statunitense) e Macquarie (australiano). Le quote restanti, rispettivamente il 7 e il 5 per cento, sono possedute da due altri fondi: Appia investments (Allianz-Edf) e Silk road (cinese). Una situazione determinatasi per volontà e decisioni della politica, e che è non è estranea a ciò che sta accadendo.
Autostrade per l’Italia è concessionaria di un servizio pubblico in condizioni non sfavillanti. E non soltanto per l’età avanzata della rete italiana, la più alta d’Europa. Approfondite due diligence svolte (guarda caso) solo in seguito al disastro di Genova hanno appurato che in passato le manutenzioni non siano state eseguite come previsto dai piani finanziari. Il che ha avuto di sicuro l’effetto di gonfiare i profitti, per la felicità dei vecchi azionisti ma con intuibili ripercussioni negative sulla rete. Va detto che il problema non ha riguardato esclusivamente la principale concessionaria, tanto che dopo il crollo di Genova sono venute alla luce magagne un po’ dappertutto. Per dirne una, si è scoperto che il 60 per cento delle gallerie dell’intera rete non erano impermeabilizzate.
Le autostrade avrebbero dunque bisogno di massicci investimenti, ma questa esigenza è in conflitto con l’obiettivo dei suoi attuali azionisti, non meno potenti dei predecessori. Sono fondi speculativi, il cui pressoché unico interesse sono i ricchi dividendi prodotti dai pedaggi. Soldi che invece potrebbero (e dovrebbero) servire per finanziare gli investimenti senza far gravare ulteriormente la spesa e i disagi di manutenzioni non realizzate in passato, come dimostra una indagine dello stesso ministero pubblicata ad aprile del 2025, su automobilisti, autotrasportatori, e contribuenti.
Per capire il gioco basterebbe dare un’occhiata ai piani finanziari di Aspi. La proroga decennale della concessione è motivata con la necessità di sopportare una montagna di investimenti. Il conto dice 34 miliardi. Ma senza privare neppure in minima parte gli azionisti dei monumentali profitti garantiti da tariffe che crescono senza soluzione di continuità. Ce lo spiega una diffida spedita al governo italiano e alla Commissione europea da quei piantagrane dell’Adusbef, un’associazione dei consumatori che a partire dalla tragedia di Genova non dà tregua alla società Autostrade e al ministero delle Infrastrutture. «Il sicuro vantaggio arrecato ad Aspi», c’è scritto a pagina 41, «è dimostrato dal confronto fra l’ammontare dei dividendi che il piano economico finanziario attuale prevede di distribuire ai soci con quello indicato dal piano calibrato sulla concessione prorogata al 2048. Il primo prevede dividenti per 22 miliardi di euro; il secondo per ben 27 miliardi». Riassunto? Lo Stato italiano prima ha sborsato alcuni miliardi per ricomprare una concessione che poteva revocare, rinunciando per giunta a incassare tanti miliardi con una nuova gara, e ora dovrebbe prorogare gratis la stessa concessione per altri dieci anni sobbarcandosi anche il costo di manutenzioni mai fatte in passato. E per di più garantire ai nuovi azionisti, metà stranieri, altri 5 miliardi di dividendi.
Tecnicamente, sostiene la diffida messa a punto dall’avvocato Daniele Granara, la proroga si configurerebbe in tal modo come un aiuto di stato vietato dalle regole europee. Un discreto regalino, insomma. Ma non il solo. L’Adusbef racconta che nello stesso dossier presentato a Bruxelles si profila anche la proroga di un’altra concessione. È quella per i 127 chilometri della Milano-Torino di cui è concessionario il gruppo Gavio. La concessione scade il 31 dicembre di quest’anno ed è tutto fermo in attesa che si decida sulla proposta, anche questa non ostacolata dal ministero delle Infrastrutture, di una proroga di otto anni. Nei mesi scorsi ancora l’Adusbef aveva sollevato il problema, avvertendo che l’inazione del ministero avrebbe potuto rendere tecnicamente impossibile il rispetto della scadenza e di conseguenza l’ingresso dell’eventuale nuovo concessionario per la data del primo gennaio 2027. La sollecitazione è però caduta serenamente nel vuoto, a quanto pare.
E nel pacchetto confezionato dai gestori autostradali sotto lo sguardo comprensivo del ministero, secondo l’Adusbef, c’è anche un terzo regalino. È la concessione del tratto Brescia-Padova dell’A4. Anche questa non verrà messa a gara, bensì assegnata a un soggetto pubblico. «In house», è la formula che lo consentirebbe. Un meccanismo per cui se lo Stato decide di far svolgere un servizio pubblico a una propria società non è obbligato a indire una procedura concorrenziale. Il tratto dell’A4 del quale si parla è in gestione fino al 31 dicembre 2026 a una società privata, la A4 holding, controllata dal gruppo spagnolo Abertis. Ma dal primo gennaio 2027 dovrebbe subentrarle, appunto con un affidamento «in house», la Cav. Acronimo che sta per Concessioni autostradali venete. È una società con capitale ripartito al 50 per cento fra due azionisti pubblici: la Regione Veneto e Autostrade dello Stato, ennesima azienda pubblica creata per rilevare la gestione delle arterie autostradali senza pedaggio.
La ciliegina su una torta bella grossa. «In tal modo circa il 60 per cento della rete autostradale (che garantisce un fatturato annuo di 4 miliardi di euro) sarebbe sottratto alla libera concorrenza», si legge nella diffida dell’Adusbef. E pensare che per assicurare la concorrenza nei settori del servizio pubblico c’è pure una legge specifica. Che viene approvata ogni anno, e perché non ci sia alcun dubbio sulla sua funzione si chiama proprio così: «Legge annuale per il mercato e la concorrenza».

Sergio Rizzo
per lespresso.it

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GIORGIA MELONI ERA CONVINTA DI AVER TROVATO UN ACCORDO CON SALVINI E TAJANI: PER AMMANSIRE I SUOI DUE ALLEATI, CONTRARISSIMI ALLE PREFERENZE, LI AVEVA ACCONTENTATI CON LE NOMINE DI STRISCIUGLIO A FERROVIE E STAZI ALLA CONSOB. OTTENUTO TUTTO QUESTO, NON SI METTERANNO MICA A ROMPERE I COJONI, PENSAVA LA DUCETTA. E INVECE…

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL GUAIO È CHE IL “FU TRUCE DEL PAPEETE” E L’EX MONARCHICO DI FERENTINO NON GOVERNANO PIÙ I LORO PARTITI, ORMAI SFARINATI… DENTRO FRATELLI D’ITALIA, MICA VA TANTO MEGLIO: QUANDO FRANCESCO LOLLOBRIGIDA PARLA DI “VIGLIACCHINI” CHE HANNO VOTATO NO, CE L’HA ANCHE CON I SUOI CAMERATI DI VIA DELLA SCROFA (IL PARTITO GRANITICO E COMPATTO DIETRO “IO SO’ GIORGIA’ NON ESISTE PIÙ)

Strategia politica? Incidente voluto? Quale che sia stato il fattaccio, ora Giorgia Meloni è furiosa, perché il voto boomerang sull’emendamento che reintroduceva le preferenze, finito con la maggioranza che va sotto per un punto, era imprevisto. Non imprevedibile, però.
La Ducetta era convinta di aver trovato un accordo con Salvini e Tajani: il primo l’ha avuta vinta con la nomina del nuovo ad di Ferrovie, Gianpiero Strisciuglio; il forzista con quella di Guido Stazi alla Consob.
Ottenuto tutto ciò che vogliono, era il ragionamento della premier, non si metteranno a rompere i cojoni. E invece, sono mancati almeno una trentina di voti…
Il guaio è che Salvini e Tajani non hanno più alcuna leadership sui partiti che si trovano, loro malgrado, a guidare.
La Lega si è sfarinata completamente, sotto i colpi di mitraglia (e vestaglia) dell’ex generale Vannacci. Forza Italia è un partito-azienda che fatica a trovare un’identità, tra le mire liberal di Marina Berlusconi e i tajanei incollati alle poltrone.
Non che dentro Fratelli d’Italia le cose vadano tanto meglio. L’incazzatura clamorosa di Francesco Lollobrigida, che oggi ha definito una vergogna il voto segreto, e chiamato “vigliacchetti” i deputati della maggioranza che si sono espressi contro l’emendamento, è la prova che la tensione è fuori controllo anche a via della Scrofa.
Il partito meloniano, pur non avendo mai formalizzato correnti, non è più granitico come un tempo. E invece, è il sospetto più che fondato dei vertici, sono molti i deputati di Fdi ad aver disobbedito.
Soprattutto le donne, incazzate per l’eliminazione dell’alternanza di genere dalle liste elettorali: anche dentro Fratelli d’Italia, in molte avrebbero deciso di non dare il loro “Sì”.
Non è ancora un liberi tutti, ma poco ci manca: nel frattempo, tra gli sgambetti, i posizionamenti e i veleni reciproci, accadono fatti inauditi.
Come il voto degli stessi deputati di Fdi all’emendamento dei vannacciani sulle preferenze. Un modo un po’ naif per tenere il piede in due staffe e “minacciare” Salvini e Tajani della possibilità di creare una maggioranza di destra-destra tra post-missini e “futuristi”.
Che succederà adesso?

(da Dagoreport)

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L’EX MINISTRO DEGI ESTERI DI ORBAN VA A LAVORARE PER IL COLOSSO DELL’AUTO CINESE BYD: BUFERA IN UNGHERIA

Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA STUPENDA RISPOSTA DI MAGYAR: “L’UNICA DIFFERENZA RISPETTO A PRIMA E’ CHE PER LO STESSO LAVORO QUESTA VOLTA NON SARA’ PAGATO DAL POPOLO UNGHERESE MA DA QUELLO CHE E’ SEMPRE STATO IL SUO EFFETTIVO DATORE DI LAVORO”

C’è sempre un domani. Anche per i leader sovranisti caduti nella polvere. Dopo la batosta delle elezioni di aprile, l’ex ministro degli Esteri di Viktor Orbán, Péter Szijjártó, ha rassegnato le dimissioni dal Parlamento ungherese. Non per ritirarsi a vita privata – Szijjártó ha 47 anni – ma per intraprendere una nuova avventura professionale. Andrà a lavorare per BYD, il colosso cinese delle auto elettriche. Lo ha annunciato lui stesso sui social. «Ho ricevuto un’offerta di grande prestigio da un’impresa leader a livello mondiale», ha scritto l’ex fedelissimo di Orbàn su Facebook. «BYD è una delle più grandi storie di successo nel settore automobilistico degli ultimi vent’anni ed è anche il produttore leader a livello mondiale di veicoli a energia alternativa. Da oggi inizierò a lavorare come responsabile del gruppo per le relazioni esterne e lo sviluppo di nuove linee di business». Un balzo dall’attività politica a quella d’impresa che accomuna Szijjártó a molti ex premier o ministri europei, ma che ha già scatenato un polverone politico in Ungheria e oltre.
Uomo di Fidesz, vicinissimo a Viktor Orbán, Szijjártó lo ha rappresentato in Europa e nel mondo come ministro degli Esteri per ben dodici anni, dal 2014 sino alla primavera scorsa. È stato lui dunque a concretizzare giorno per giorno la diplomazia della “spina nel fianco” dell’Ue che Orbán ha teorizzato e condotto con astuzia. Sfruttando il diritto di veto di cui gode ogni Paese membro in politica estera, come noto, dopo l’invasione dell’Ucraina l’Ungheria ha bloccato tutte le principali iniziative punitive verso la Russia o di “eccessivo” sostegno a Kiev, per lo meno sino al momento di ottenere nei conciliaboli con Bruxelles qualcosa di concreto per il suo Paese. In cambio Orbàn si è così attirato le ire dei leader Ue, procedure d’infrazione e fondi congelati per decine di miliardi.
Ma a far esplodere lo scandalo a marzo, proprio poche settimane prima delle elezioni, sono state le rivelazioni di un’inchiesta internazionale su Szijjarto: s’è scoperto che il ministro degli Esteri di Orbán telefonava regolarmente al suo omologo russo Sergej Lavrov o ai suoi collaboratori per aggiornarlo sulle iniziative diplomatiche europee, anche prima e dopo le riunioni dei ministri Ue. Lui si è fatto beffe dell’inchiesta di VSquare e TheInsider, confermando quel filo diretto, ma negando di aver mai passato a Mosca informazioni sensibili. Ora il suo nuovo incarico mette in luce i suoi rapporti privilegiati con un’altra potenza mondiale “problematica” per l’Ue, la Cina.
Il rapporto di BYD con l’Ungheria
«Prosegue a ritmo accelerato la completa disintegrazione dell’ex partito di Stato Fidesz. L’ex ministro degli Esteri Péter Szijjártó oggi ha annunciato ufficialmente che lascerà la politica e diventerà dirigente di una società cinese che in precedenza aveva fatto pressioni per avere ingenti sovvenzioni statali ungheresi. Rispetto a prima, l’unica differenza è che d’ora in poi, per lo stesso “lavoro” non sarà pagato dal popolo ungherese, ma dal suo effettivo datore di lavoro», è il commento abrasivo del nuovo premier ungherese Péter Magyar.
Negli anni al governo in effetti Szijjártó si era speso in prima persona per attrarre investimenti cinesi in Ungheria, e per assicurare in questo quadro corposi sussidi a BYD, l’azienda cinese diventata leader mondiale nella produzione di auto elettriche. Nel 2023 Szijjártó annunciò l’apertura della prima fabbrica europea di BYD in Ungheria, via che permette all’azienda di sfuggire alle tariffe Ue sull’import di auto elettriche cinesi. E lo scorso anno il colosso di Shenzhen ha annunciato che a Budapest aprirà entro la fine di quest’anno anche il suo quartier generale europeo. Un grande salto di carriera per Szijjártó, spostandosi solo di qualche centinaio di metri.

(da agenzie)

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