Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“MI PIACEREBBE FARE LA MIA PARTE, RESTO IN ATTESA DI CAPIRE COSA VERRA” DECISO”
Il giornalista Mario Calabresi – ex direttore di Repubblica e La Stampa e attuale direttore di
Chora Media – ha confermato che sta pensando di candidarsi a sindaco di Milano alle elezioni comunali della primavera del 2027. Lo ha detto alla Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi, vicino a Milano, confermando così le indiscrezioni che giravano da mesi e che lo vedevano come possibile candidato del centrosinistra.
«Candidarmi? Alla tanta gente che me lo chiede per strada, io rispondo che sì io ci penso. Ci sto pensando e mi piacerebbe fare la mia parte per Milano, ci tengo», ha detto. Ha però aggiunto che ci sono ancora diverse incognite, a partire dal fatto che ancora non si sa se ci saranno le primarie, cioè elezioni interne alla coalizione di centrosinistra per decidere un unico candidato da sostenere.
A meno di un anno da quando si dovrebbe votare c’è infatti ancora molta incertezza sui candidati, sia nella coalizione di centrosinistra, in cui rientrerebbe eventualmente Calabresi, sia in quella di centrodestra. Per ora ci sono almeno dodici aspiranti sindaci o sindache nel centrodestra e almeno dieci nel centrosinistra, tra quelli che si sono fatti avanti formalmente, quelli che ancora non lo hanno detto in via ufficiale, e quelli che ci stanno pensando, come Calabresi.
Finora però né il centrosinistra né il centrodestra hanno detto di volere organizzare le primarie e anzi, fino a poco tempo fa era tutt’altro che scontato. Ma l’incapacità dei partiti di mettersi d’accordo su un singolo candidato, e tutte queste autocandidature, stanno in parte creando le condizioni perché le primarie si facciano davvero.
Calabresi ha detto che per il centrosinistra se ne saprà di più dopo l’estate, in linea con quanto aveva fatto intendere anche il Partito Democratico (PD), il partito da cui di fatto dipende tutta la coalizione perché in città è di gran lunga il più forte. Il segretario del PD di Milano Alessandro Capelli aveva detto qualche settimana fa che a settembre sarà presentato un progetto su come organizzare le primarie e con quali criteri.
Nel centrosinistra l’attuale sindaco Beppe Sala non può ricandidarsi perché è al suo secondo mandato. Dopo di lui è rimasto un po’ un vuoto, in cui si stanno cercando di infilare in molti.
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’AIUTINO, LA NORMA PRO-AZIENDE SUI RINNOVI CONTRATTUALI
La sanità privata in Italia torna in salute e – anche grazie alle norme ad hoc della maggioranza di governo, varate a spese dei lavoratori del settore, dopo le difficoltà seguite al Covid – prepara una nuova cuccagna di utili per i proprietari dei maggiori gruppi. Lo attesta l’ultimo rapporto dell’Area Studi Mediobanca che ha esaminato i conti dei 38 principali operatori del settore. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica ha raggiunto i 138,3 miliardi, il 6,3% del Pil. Ben 28,7 miliardi (il 20,8%) sono andati ai privati. Dal 2002 al 2024 così la spesa verso la sanità accreditata è aumentata ogni anno in media del 3%, superando quella pubblica, ferma al +2,5%. Ma la spesa privata complessiva per la salute – tra accreditamento, costi pagati dalle famiglie e spesa intermediata – ha raggiunto i 78 miliardi. Dopo la crisi dovuta alla pandemia del 2020, il fatturato 2024 dei 38 colossi censiti da Mediobanca ha toccato i 13,4 miliardi, in crescita del 5,5% sul 2023 e del 22% sul 2019. Sebbene ancora distanti dai livelli pre-Covid, sono tornati redditività e utile (34,6 milioni in totale). Grazie all’invecchiamento della popolazione le prospettive sono rosee: nel 2025 i ricavi sono stimati in crescita del 3,7%.
Il comparto è dominato da pochi colossi. Tra le cliniche, Papiniano (holding del gruppo San Donato e Ospedale San Raffaele) ha fatturato 2,16 miliardi con 18 strutture e 14.501 dipendenti. Humanitas (famiglia Rocca) ha incassato 1,26 miliardi e il gruppo Villa Maria 968 milioni. La Fondazione Policlinico Gemelli, primo operatore non profit, registra ricavi per 946 milioni. Sul fronte dell’assistenza agli anziani svettano il gruppo Kos (controllato dalla Cir dei De Benedetti), con 145 strutture e ricavi per 799 milioni, davanti a Segesta e Sereni Orizzonti Holding. Nella diagnostica spiccano Synlab e Cerba Healthcare.
Nonostante il boom della componente “solvente” che ha toccato i 7 miliardi, più che raddoppiata (+131,7%) rispetto al 2012, l’accreditamento, ovvero l’incasso di fondi pubblici, resta la linfa vitale. I rimborsi pubblici costituiscono la quota prevalente dei ricavi, con incidenze che variano drasticamente da segmento a segmento. La riabilitazione è il comparto più dipendente dallo Stato, con punte del 96% dei ricavi sanitari di Ics Maugeri e dell’87,2% per il San Raffaele della famiglia Angelucci. Negli ospedali vale quasi l’80% del fatturato di Gvm (78,9%) e Papiniano/San Donato, mentre scende sotto il 60% in Humanitas. Nelle Rsa, l’accreditamento pesa mediamente per il 59% e solo il 25% nella diagnostica, che punta su assicurazioni e pagamenti diretti.
Il ritorno all’utile è stato ottenuto comprimendo i costi, in particolare quello del lavoro, che in totale nel 2024 valeva 4,5 miliardi, cresciuto del 29,5% sul 2019. La sanità privata impiega oltre 102mila dipendenti, con una retribuzione pro-capite media di 43mila euro. Anche qui, l’incidenza sul fatturato varia da segmento a segmento: nella riabilitazione è al 63,2%, negli ospedali al 48,8%, nelle Rsa al 48,6%. Non ci sono dati precisi sui singoli operatori, ma stime sul costo dei soli assunti (il ricorso alle prestazioni esterne è massiccio ma varia di azienda in azienda) indicano che il gruppo Papiniano paga i lavoratori circa 700 milioni e per il San Raffaele degli Angelucci la stima per i suoi 2.572 dipendenti è di circa 100 milioni , con l’87,2% dei ricavi sanitari (su un totale di 171 milioni) che viene dall’accreditamento.
Nonostante la carenza strutturale di personale, ben al di sotto della media Ue, l’utile aggregato della sanità privata aumenterà proprio a spese dei dipendenti. Lo si deve alla legge 112 del 2026 che ha convertito il decreto Lavoro. Claudio Lotito, patron della Lazio e senatore di Forza Italia, ha presentato un emendamento, poi fatto proprio dal governo, che ha introdotto una deroga specifica per la sanità privata accreditata e le Rsa. Mentre il decreto prevedeva un adeguamento automatico degli stipendi all’inflazione per i contratti scaduti da oltre nove mesi, la norma – poi convertita in legge – ha escluso le cliniche private da questo automatismo. L’“aiutino” genera una profonda disparità tra il personale del Servizio sanitario nazionale e quello delle strutture accreditate, congelando retribuzioni già ferme da anni. Cgil, Cisl e Uil hanno promosso scioperi e proteste e denunciano che è inaccettabile erogare fondi pubblici a strutture che non garantiscono tutele contrattuali.
Sulla vicenda è intervenuto anche il leader del M5S, Giuseppe Conte: “Gli stipendi non aumentano, ma per gli affari degli amici del governo va tutto a gonfie vele. Con una norma dal forte odore di incostituzionalità, i lavoratori della sanità privata sono esclusi dagli aumenti automatici. Ci rimette chi lavora, ma esulta Angelucci, re delle cliniche e deputato di maggioranza”. L’autunno della sanità privata si preannuncia caldo, ma gli utili per i proprietari sono sempre più grassi.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO: “LO SCHIERAMENTO CHE PRENDE PIÙ VOTI E RAGGIUNGE IL 42% (DETTAGLIO NON PREVISTO DAL SUDDETTO PORCELLUM) SI AGGIUDICA IL PREMIO DI MAGGIORANZA. L’EMENDAMENTO SULLE PREFERENZE È STATO BOCCIATO, LE LISTE SONO BLOCCATE, CONTINUANO A ESSERE DETTATE DALLE SEGRETERIE DEI PARTITI, GLI ELETTORI CONTINUANO A NON POTER SCEGLIERE GLI ELETTI. L’UNICA VERA INCOGNITA È CAPIRE SE ALLA FINE VANNACCI SARÀ DENTRO LA COALIZIONE DI CENTRODESTRA O FUORI. NON MI PARE IL MASSIMO PER RIAVVICINARE GLI ITALIANI ALLA POLITICA”
Mi pare evidente che la legge elettorale non sia in cima alle priorità degli italiani. La cosa
strana è che invece poco più di trent’anni fa non era così. La Prima Repubblica fu smantellata non solo dai magistrati ma dagli elettori, che andarono in massa a votare prima per la preferenza unica, poi per i collegi uninominali.
Il punto è che la volontà popolare fu clamorosamente ribaltata dalla legge battezzata Porcellum dal suo stesso autore, che aboliva i collegi uninominali e assegnava un premio di maggioranza allo schieramento che avesse preso più voti, provocando accozzaglie come quella che nel 2006 portò al governo il centrosinistra per appena 24 mila voti, mettendo insieme Dini e Turigliatto, conservatori e trotzkisti. Non poteva funzionare, e in effetti non funzionò.
Oltretutto la legge fu dichiarata incostituzionale. In pochi l’hanno fatto notare, ma la legge elettorale che è stata approvata alla Camera è di fatto la riedizione del Porcellum. Lo schieramento che prende più voti e raggiunge il 42% (dettaglio non previsto dal suddetto Porcellum) si aggiudica il premio di maggioranza. Cambia veramente poco.
L’emendamento sulle preferenze è stato bocciato, le liste sono bloccate, continuano a essere dettate dalle segreterie dei partiti, gli elettori continuano a non poter scegliere gli eletti. L’unica vera incognita è capire se alla fine Vannacci sarà dentro la coalizione di centrodestra o fuori. Non mi pare il massimo per riavvicinare gli italiani alla politica.
Poi certo le preoccupazioni dei cittadini sono quelle che dice lei, in particolare legate al calo del potere d’acquisto e all’impoverimento del ceto medio. Ma il cattivo funzionamento della democrazia è una delle cause, non la meno importante, della crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni e dello Stato.
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA “STATISTA DELLA SGARBATELLA” NON PUÒ PERMETTERSI IL TRACOLLO DEL CARROCCIO, SUPERATO NEI SONDAGGI DA VANNACCI. IL LEADER LEGHISTA DA MINISTRO DELL’INTERNO AVREBBE MAGGIORI POSSIBILITÀ PER RECUPERARE CONSENSI CAVALCANDO IL TEMA DELL’IMMIGRAZIONE, CHE IL SUO EX SODALE GLI HA SCIPPATO… SALVINI RILANCIA LE SUE MIRE SULL’INTERNO: “IO A DISPOSIZIONE” – L’IDEA DELL’ANNUNCIO A PONTIDA
Si dice «a disposizione del Paese» per il Viminale e intanto si precipita a Bologna per «incontrare il prefetto, il questore e una rappresentanza della Polizia di Stato», così riferisce prontamente la macchina comunicativa della Lega.
Il ritorno al ministero dell’Interno non è più solo il sogno impossibile di Matteo Salvini. È qualcosa di più. Non siamo agli annunci, ma ai messaggi subliminali. Il lavorio sottotraccia, però, è partito da settimane.
E pure Giorgia Meloni, confidano i fedelissimi del vicepremier lumbard, alla fine si sarebbe convinta che la tattica «più efficace» per frenare l’arrembaggio di Roberto Vannacci alla destra governativa sia riconsegnare il giubbotto della polizia all’attuale ministro dei Trasporti, «rimettere in moto le ruspe», far capire insomma che non serve aspettare l’approdo dell’ex generale nella stanza dei bottoni per far vedere che la destra della «tolleranza zero» amministra la sicurezza.
Chiariamoci: la premier non ha in testa colpi di mano estivi. Anche perché Fratelli d’Italia ha in ghiacciaia lo spumante e si appresta alle celebrazioni del 4 settembre, quando il governo Meloni diventerà il «più longevo della storia repubblicana».
Anche tra i Fratelli, in molti si sono convinti che sia l’unico modo per tenere in piedi la Lega da qui alle elezioni Politiche, visto che Meloni, l’ha ridetto ieri intervistata dal Giornale, non ha intenzione di allargare la coalizione ai «futuristi» dell’ex parà.
Dopo la scissione, i meloniani hanno aspettato di capire se Luca Zaia o altri del famoso “fronte del Nord” avessero sul serio chance di prendere il testimone da Salvini. Ma dopo l’annullamento del raduno di Treviso, fissato ai primi di luglio, nessuno è convinto che da qui alle elezioni il Carroccio cambierà guida.
Dunque sempre da Salvini bisogna passare. Ma la Lega non può calare oltre, scivolasse al 4% sarebbe un problema per tutta la maggioranza. Ecco allora l’idea – che ormai è più di un’idea – del ritorno del leader leghista al Viminale. Dal lato del vicepremier, un annuncio così sarebbe l’ennesima fiche per rimandare le rese dei conti interne.
Con la Bestia di nuovo libera di cavalcare qualsiasi caso di cronaca nera, ma dalla tolda di comando del Viminale, margini per recuperare consensi, sono convinti nella cerchia del segretario, ce ne sono eccome. «Possiamo arrivare al 10%», azzardava Salvini ieri, ospite di Start su SkyTg24. E il Viminale? «Sono abituato a mettere cuore e squadra in tutte le sfide che affronto. Sono a disposizione del mio Paese e del mio presidente del Consiglio per qualunque cosa serva». Ecco.
Per portare a dama l’operazione però tocca trovare un’exit strategy per Matteo Piantedosi. I suoi giurano sottovoce: tutte fantasie, sopravviverà anche a questa tormenta.
Ai piani alti dell’esecutivo, studiano invece le alternative. Il massimo sarebbe l’incarico alla guida dell’Europol, anche se le candidature sono scadute a marzo e i giochi potrebbero riaprirsi solo se i tre che si sono fatti avanti da altri paesi Ue avessero inciampi. Al governo sanno che questa sarebbe l’opzione migliore, che forse eviterebbe anche un Meloni bis.
Altre soluzioni? Nel giro di Salvini c’è chi caldeggia un’opzione di più facile riuscita: una «staffetta». Piantedosi al Ministero dei Trasporti, un prefetto rassicurerebbe le magistrature che vigilano sui cantieri, vedi il Ponte sullo Stretto.
(da Repubblica)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL LACCIO AI PIEDI E IL MEDICO ARRIVATO TROPPO TARDI
A Fakir Abderrahim sono stati applicati il massaggio cardiaco e la ventilazione con la pompa
manuale mentre era ammanettato a terra e con un laccio ai piedi. Mentre il primo medico è arrivato in via Svevo al quartiere Pilastro di Bologna mentre il cittadino marocchino stava morendo. E nei filmati si vede che l’agente gli spruzza lo spray urticante a pochi centimetri dalla faccia. Per questo l’uomo motivo aveva macchie marroni scure sul volto, come si vede in un altro video diffuso dall’Ansa che immortala gli attimi del massaggio cardiaco. E una nuova testimonianza dice che il 42enne «aveva le mani in alto, i piedi scalzi e continuava a urlare: “Aiuto, aiuto, vi prego, per favore”».
La morte di Fakir
Il Fatto Quotidiano parla oggi del frame di un video all’attenzione della procura di bologna. È uno zoom del 19 luglio scorso. In venti secondi si vede uno dei due agenti che spruzza lo spray urticante a pochi centimetri dalla faccia della vittima. La condotta degli agenti è sotto esame anche per questo. Secondo le linee guida del Viminale per la gestione delle persone non collaborative va «utilizzato nel rispetto dei principi di triangolazione, della linea di tiro», nei casi di «violenza o resistenza attiva», dopo una «valutazione del principio di gradualità» e «considerando sempre la prioritaria necessità di difendere sé stessi e gli altri da aggressioni». Poi ci sono le manette. Che sarebbero state messe quando Fakir non si muoveva più.
Lo spray e le manette
Le fascette in velcro sono consigliate per bloccare polsi, braccia o gambe di una persona particolarmente agitata. Che va «stesa a terra senza fare pressione sugli organi interni». Se il soggetto mostra malessere «la presa dovrà essere allentata immediatamente, posizionandolo su un fianco e verificando che sia nella condizione di respirare». A Bologna gli agenti non hanno usato il taser. La procura sta verificando se l’avessero in dotazione. Infine nelle linee guida «assume particolare rilevanza la professionalità degli equipaggi impiegati nei servizi di controllo che può essere valorizzata ulteriormente dal contributo di personale con un bagaglio professionale adeguato e competenze necessarie».
Il defibrillatore e i volontari
La Stampa aggiunge che nella sequenza di un minuto e 14 secondi del video si sente la voce automatica del defibrillatore: «Per procedere alla rianimazione cardiopolmonare, premere il tasto due», dice l’altoparlante della macchina. Che non si accende perché i segni vitali sono troppo deboli e la scarica potrebbe essere pericolosa. Uno dei soccorritori, M.M., aveva l’attestato di traineer in manovre salvavita. F.G., altro volontario, immette aria fresca nel cavo orale. Ma la posizione è sbagliata: la persona deve stare supina. E se è legato il suo torso non riceve le manovre in modo efficace. Avere le braccia dietro la schiena può essere già di per sé la causa di un’asfissia posizionale.
Il precedente di giugno
Nel primo video Abderrahim ha lacci e fascette e si sente chiaramente uno dei sanitari chiedere il «taglierino» in normale dotazione al loro kit, probabilmente, per procedere autonomamente a liberarlo. M.D.V., il capopattuglia 28enne, assiste piegato sulle ginocchia alla morte di Fakir. Il collega 23enne D.B. spruzza materialmente lo spray al peperoncino. Prima, Fakir dice a uno dei due «Sparami, ammazzatemi». Quando M. D. V. gli fa «oh, devi stare calmo», lui risponde: «Non sto calmo, sta’ zitto».
Il 20 giugno alle 15,21 Fakir era finito al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore in cui a luglio è deceduto. Alla voce del referto «problema principale» chi lo visita scrive «Psichiatrica». Nella casella «anamnesi», l’infermiere che l’ha soccorso, invece: «Ferita lacero contusa al polso sinistro. Vigile, orientato, umore deflesso ma tranquillo. Iperteso». Sempre a giungo aveva ricevuto una segnalazione per molestie. Fakir aveva precedenti per droga. L’autopsia potrebbe far emergere altri dati importanti per capire la causa della morte.
La testimonianza
Il Corriere della Sera racconta invece cosa ha visto un testimone. «L’ho visto arrivare dal giardino sopra il corsello dei garage, da solo, e scendere le scale; aveva le mani in alto, i piedi scalzi e continuava a urlare: “Aiuto, aiuto, vi prego, per favore”», dice Nassir al quotidiano. «Era molto agitato e sembrava volersi nascondere da qualche parte. Ha cominciato a fare avanti e indietro, continuando a chiedere aiuto, con le mani in testa; ogni tanto lo perdevamo di vista ma continuavamo a sentirne le urla disperate. A un certo punto ha provato ad aprire qualche basculante dei garage e forse anche a dare qualche testata, mi hanno raccontato. Ma era innocuo, non stava facendo nulla di male. Per questo non riesco a darmi spiegazioni».
(da Open)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI CONTRO TUTTI
La sinistra ce l’ha con la polizia perché limita la libertà dei cittadini. La destra ce l’ha con la magistratura perché non permette ai cittadini di sostituirsi alla polizia. I genitori ce l’hanno con presidi e insegnanti delle scuole pubbliche perché, tra tutti gli studenti, trattano male proprio i loro figli. I figli ce l’hanno con medici e infermieri degli ospedali pubblici perché, tra tutti i pazienti, trattano male proprio i loro genitori. Gli automobilisti ce l’hanno con i vigili perché non multano mai i ciclisti (per tacere dei monopattini) e i ciclisti ce l’hanno con i vigili perché non multano mai abbastanza gli automobilisti (e i monopattini). Sui mezzi pubblici i controllori ce l’hanno con i passeggeri perché non tutti pagano il biglietto, e i passeggeri ce l’hanno con i controllori perché non a tutti controllano il biglietto.
I contribuenti ce l’hanno con l’impiegato dell’ufficio pubblico perché si sentono trascurati, nonostante siano loro a pagargli lo stipendio. Gli evasori ce l’hanno con l’impiegato dell’ufficio pubblico perché si sentono trascurati, e per questo preferiscono che siano i contribuenti a pagargli lo stipendio. Gli elettori ce l’hanno con i politici che hanno votato soltanto perché non vincessero i politici con cui ce l’hanno ancora di più.
E tutti, a cominciare dai politici, ce l’hanno con gli altri, che non si è ancora capito bene chi siano, ma comunque non siamo noi.
Voi, forse. O loro?
(da Corriere della Sera)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE RESPINGE LA RICHIESTA DELLA PROCURA DI ROMA
Mancava l’ultimo tassello per il ritorno totale della casta sotto il governo di Giorgia Meloni:
la blindatura dei parlamentari rispetto alle inchieste dei magistrati. Vietato indagare sui potenti, amici della premier.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha bocciato la richiesta della procura di Roma di acquisire le chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia e deputato di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro Delle Vedove, e il ristoratore Mauro Caroccia, in carcere per intestazione fittizia di beni. Secondo i giudici ha fatto da prestanome del clan Senese.
Dopo il boom dei voli di stato, i maxi-stipendi ai manager pubblici e i doppi incarichi ai compagni di partito non eletti, ecco il privilegio dei privilegi: il divieto di indagine sul politico di turno, grazie al voto dei suoi colleghi e compagni di coalizione.
La richiesta della procura «non soddisfa, nei termini in cui è stata formulata, i requisiti di necessità, determinatezza, selettività e proporzionalità», secondo la relazione della Giunta, firmata da Pietro Pittalis, esponente di Forza Italia, e sostenuta dagli alleati. La decisione è stata assunta per tutelare «l’indipendenza dell’azione parlamentare», stando alla versione della maggioranza. Risultato: autorizzazione negata.
«È uno scudo protettivo riservato esclusivamente ai propri dirigenti di partito», ha detto senza giri di parole il deputato del Pd, Matteo Orfini. «Bell’esempio di impegno antimafia! È un fatto gravissimo», ha aggiunto il senatore dem, Walter Verini. «Una scelta tecnica», l’ha invece definita il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, cercando di minimizzare.
Il segnale di un certo affanno a giustificare lo stop ai pm per un partito che, a piacimento, sventola la bandiera della legalità. E che, giusto lo scorso fine settimana, commemorando la morte di Paolo Borsellino, ha celebrato la lotta alla mafia come pilastro dell’azione di governo.
Bisteccheria d’Italia
La vicenda riguarda uno dei principali scandali degli ultimi tempi: il legame societario nella Cinque forchette srl tra Delmastro, uno dei fedelissimi della premier Meloni, e la figlia appena maggiorenne di un ristoratore, Caroccia, che è appunto risultato legato a una delle organizzazioni criminali più potenti della capitale.
La società è nata per gestire il ristorante Bisteccheria d’Italia, in via Tuscolana a Roma, erede della vecchia attività, Da Baffo, sempre nella stessa zona, nel quartiere Quadraro. In quel locale si era cementata l’amicizia tra il politico Delmastro e l’oste Caroccia.
L’ex sottosegretario si è sempre giustificato, dicendo di aver ceduto le quote (insieme ad altri dirigenti piemontesi di spicco di FdI), appena è venuto a conoscenza della situazione giudiziaria di Caroccia. Una sostanziale ammissione di non aver fatto alcuna verifica preventiva sull’uomo con cui stava entrando in società, attraverso la figlia Miriam.
I magistrati, attraverso le chat con Mauro Caroccia, puntavano a ricostruire i fatti per confermare la versione fornita. Per farlo occorreva, però, il via libera di Montecitorio, visto che Delmastro è deputato.
Un fatto singolare: la destra che continua a riformare il codice penale per inserire nuovi reati o inasprire le pene, quando si tratta di stranieri e immigrati, si scopre garantista sulle inchieste che toccano un proprio dirigente.
Peraltro Delmastro, a causa di questa vicenda, ha rassegnato le dimissioni da sottosegretario a Largo Arenula. A testimonianza di un certo imbarazzo creato al governo.
Secondo Meloni il clamore mediatico sul caso avrebbe inciso sull’esito del voto a favore del No al referendum di marzo.
Esame di fine luglio
L’ultima parola sull’eventuale uso delle chat nell’inchiesta spetta ora all’aula di Montecitorio che dovrà votare, giovedì 30 luglio, la relazione della Giunta. Movimento 5 stelle, Partito democratico e Alleanza verdi-sinistra hanno protestato sia al Senato sia alla Camera, sollevando i cartelli con la scritta «fuori le chat».
Intanto Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che in Giunta non ha rappresentanza, ha fatto insoliti esercizi di equilibrismo. Quando «arriverà all’esame dell’aula faremo le nostre valutazioni», ha detto Laura Ravetto. Su questo caso è venuto meno il piglio decisionista.
I gruppi delle opposizioni hanno poi chiesto di anticipare già a questa settimana il voto finale. Vogliono che il governo ci metta la faccia.
«Cosa hanno da nascondere? La smettano di dire che la loro azione politica si ispira alle idee e al pensiero di Borsellino», ha detto il leader dei Cinque stelle, Giuseppe Conte. L’ex presidente del Consiglio ha poi rilanciato: «Il governo si ferma addirittura per proteggere gli amichetti di partito. Non possiamo permettere il Parlamento sia ridotto a Colle Oppio». Da qui la sfida a Meloni: «Rimangiatevi questo voto vergognoso».
Parole simili sono arrivate da Elisabetta Piccolotti, deputata di Avs: «Siamo all’assurdo di un ex sottosegretario che di fatto ostacola il lavoro della magistratura». «Vogliamo sapere», ha aggiunto, «chi ha paura di quelle chat e perché, che cosa contengono, cosa c’è scritto».
Un appello in coro per una maggiore trasparenza di fronte all’ennesima barriera della casta. Risorta negli anni del governo Meloni.
Destra, regalo ai clan: salva Delmastro e così frena i pm sui Senese
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“UN UOMO DI STATO AVREBBE CONSEGNATO LUI STESSO LE INTERCETTAZIONI, SPIEGANDO DI NON AVER NULLA DA NASCONDERE”
Il magistrato che ha passato la vita a guardare dietro le ombre sostiene: “La vicenda della mancata autorizzazione per le chat di Andrea Delmastro autorizza un sospetto: ossia che questa vicenda sia solo una tappa di un work in progress per rendere sempre più impermeabili ai controlli i mondi contigui della corruzione e della mafia dei colletti bianchi”. Così riflette il senatore 5Stelle Roberto Scarpinato.
Tutti in Fratelli d’Italia giurano di ispirarsi a Paolo Borsellino. Il caso Delmastro stride con questo?
Questa storia ci racconta l’ipocrisia di una classe dirigente che a parole afferma di ispirarsi agli ideali di un eroe dell’antimafia, e poi nella prassi li rinnega in mille modi. Sin dal suo insediamento questo governo ha portato avanti un’azione di sistematico smantellamento di tutti i principali strumenti di contrasto alla criminalità dei colletti bianchi, terreno di coltura e di elezione di mille matrimoni di interessi con le mafie. Un unilaterale disarmo dello Stato, che rischia di produrre l’effetto di una sorta di favoreggiamento.
Accusa gravissima.
Basta mettere in fila i fatti. Hanno abolito il reato di abuso di ufficio, strumento fondamentale per il voto di scambio con le mafie. Fino a quando esisteva, i sindaci di tanti paesi del Sud potevano opporre alla criminalità il rischio di essere perseguiti per rifiutare appalti o altri favori. Hanno depotenziato il reato di traffico di influenze illecite, la cassetta degli attrezzi dei colletti bianchi delle mafie. Hanno limitato in tanti modi i poteri di utilizzo delle intercettazioni e, contemporaneamente, hanno liberalizzato gli appalti senza gara, i subappalti a cascata e hanno ridotto i poteri di controllo della Corte dei Conti. Senza dimenticare le campagne di fango e di delegittimazione contro la magistratura.
Lei che idea si è fatto della vicenda Delmastro?
Se fosse un uomo di Stato, avrebbe consegnato lui stesso le chat, dimostrando di non avere nulla da nascondere. Invece lui e la maggioranza hanno fatto catenaccio alzando il muro della difesa di casta che autorizza il sospetto che le relazioni pericolose di Delmastro non siano solo una vicenda personale, ma un filo di Arianna seguendo il quale si potrebbero scoprire tanti altri scheletri negli armadi. Ero certo che una maggioranza come questa avrebbe negato l’autorizzazione.
Perché?
Il processo Hydra a Milano ha scoperchiato la realtà di colletti bianchi delle mafie che erano dotati della tessera di partito di Fdi, avevano accesso alla Camera, incontravano parlamentari e sottosegretari della maggioranza per discutere di affari. Invece di fare luce e fare un’operazione di trasparenza, si sono rifugiati nell’ombra facendosi scudo dei loro privilegi e impedendo alla magistratura di acquisire elementi preziosi per le indagini.
FdI ricorda che lei ha sollevato un conflitto di attribuzione alla Consulta sulle intercettazioni dei colloqui tra lei e l’ex magistrato Gioacchino Natoli.
Il mio caso non è per nulla assimilabile a quello dell’ex sottosegretario. Le mie conversazioni sono pubbliche da due anni e non ho nulla da celare. Mi sono rivolto alla Consulta per sapere se sia conforme alla Costituzione che la maggioranza, poiché io sono un avversario politico, abbia affermato il principio senza precedenti che i parlamentari non indagati siano liberamente intercettabili e le loro conversazioni penalmente irrilevanti siano liberamente divulgabili per finalità extraprocessuali di natura politica. Sono stato privato delle garanzie riservate ai parlamentari perché “ purtroppo” non sono indagato come la Santanchè e ho parlato – a differenza di Delmastro – di fatti penalmente irrilevanti. È una questione di principio.
Falcone o Borsellino cosa avrebbero detto di un caso come questo?
Credo che si sarebbero esposti pubblicamente, anche con interviste, attirandosi pure procedimenti disciplinari come accadde a Borsellino quando si oppose allo smantellamento del pool antimafia. Vede, ci sono voluti anni di inchieste e il sacrificio di tanti servitori dello Stato per ripristinare la credibilità delle istituzioni. Vicende come quella di Delmastro danneggiano questo patrimonio.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
NESSUNA DONNA VITTIMA DI VIOLENZA HA VOLUTO TRASFORMARSI IN EROINA DI UNA BATTAGLIA EVERSIVA PER SOSTITUIRE LA VENDETTA PRIVATA ALLA GIUSTIZI DELLO STATO… HANNO SCELTO UN BATTAGLIA SILENZIOSA
Cosa accadrebbe se le donne vittime di stupro avessero una pistola nascosta nel cassetto, o in
borsa, e aspettassero di vedere il proprio carnefice allontanarsi e solo in quel momento la tirassero fuori e la puntassero contro la schiena di quell’uomo e sparassero, uccidendolo? Me lo chiedo ossessivamente in questi giorni, perché penso che ogni donna che subisce uno stupro vorrebbe veder scomparire dalla faccia della terra l’uomo che l’ha annichilita, con un’azione mostruosa, indegna di un essere umano.
E vorrebbe in tutti i modi evitare la seconda umiliazione, quella del processo. Le arringhe degli avvocati difensori che rimestano nel suoi comportamenti pregressi, che eccepiscono sulla foggia dei suoi abiti nella circostanza dell’aggressione, che misurano la sua reazione durante l’abuso. Perché non ha gridato, perché non gli ha ficcato una matita negli occhi, perché non è scappata? Vorrebbe evitare l’esposizione pubblica della sua intimità, di dover trattenere il ricordo di quei momenti che preferirebbe cancellare per sempre, così tanto da riuscire a non cadere in nessuna trappola tesa da quegli avvocati.
Lo stupro è diventato reato contro la persona soltanto nel 1996. Prima di questa data il codice penale considerava la violenza sessuale come un «delitto contro la moralità pubblica e il buon costume», cioè un’offesa alla società e non alla donna che la subiva. Ma questo, la riclassificazione del reato, non basta, non sta bastando. Perché i maschi faticano ancora parecchio a capire che cosa significa essere stuprate. Cioè violate in quello che deve continuare a essere lo spazio più intimo dell’individuo se si vuole che una comunità, fatta di uomini e donne, viva in armonia.
Lo stupro è il punto nel quale collassa il patto sociale, la possibilità di convivenza tra corpi di diverso genere e di diversa forza fisica. Se fosse possibile per un maschio capire davvero, capirlo nel corpo, cosa vuol dire essere stuprate, lo stupro sarebbe classificato in maniera ancora diversa: un tabù, qualcosa che divide gli uomini in persone o bestie, che dovrebbe prevedere lo stesso sdegno sociale che si riserva a un assassino.
Roma, una protesta contro il ddl stupri davanti al Senato
Cosa diremmo quindi di una donna, di una delle innumerevoli donne (dimentichiamo spesso di includere lo stupro, quando parliamo di percezione di insicurezza, specie lo stupro silenzioso che avviene dove non è possibile denunciare, nel buio spaventoso di certe case) che si facesse giustizia da sola, per evitare un umiliante processo e per far sparire dalla faccia della terra il suo carnefice?
Quante petizioni verrebbero firmate per quella donna, quante raccolte fondi ci sarebbero, quante prese di posizione da parte di politici in cerca di posizionamento? Quante trasmissioni televisive disposte a ospitarla, prima del processo, perché rivendicasse il suo diritto alla vendetta? Quanti partiti chiederebbero a quella donna di candidarsi, quanti deputati in Parlamento sventolerebbero la sua fotografia?
Non accadrebbe niente di tutto questo, ne sono sicura. E per fortuna, mi viene da dire. Solo che non si tratta di fortuna: è il modo di reagire di queste donne che ha prodotto una cultura. La cultura della giustizia. Nessuna donna vittima di stupro, nessuna di quelle pochissime che hanno ucciso il proprio stupratore, si è mai messa davanti a una telecamera, col pugno alzato e la bava alla bocca, a gridare: l’ho fatto e lo rifarei. Nessuna donna ha voluto trasformarsi in eroina di una battaglia eversiva, che volesse sostituire la giustizia privata, la vendetta più esattamente, a quella esercitata legittimamente dallo Stato.
Piuttosto le donne vittime di stupro, quelle che non hanno ucciso il proprio stupratore (cioè quasi tutte) sono state eroine di una battaglia silenziosa, molto più difficile da combattere, molto meno eclatante politicamente: hanno denunciato, sapendo quanto sarebbe stato difficile quel percorso per loro.
Hanno messo la vita della comunità, e delle altre donne, davanti alla loro. Sapendo che qualunque reato, per quanto mostruoso, non può essere risolto con un colpo di pistola. E quanto può essere mostruoso uno stupro? Non solo per quello che fa al tuo corpo, come dicevamo, ma perché compiuto da qualcuno che, più forte di te fisicamente, ha scelto di esercitare quella forza non per starti accanto nella comunità ma per stare contro di te.
Lo stupro è mostruoso soprattutto perché è un reato compiuto da un uomo contro una donna per il fatto che è una donna, esattamente come quel tipo di omicidio che, con buona pace di qualcuno, è necessario continuare a chiamare femminicidio. Può essere meno mostruoso che subire un furto, per quanto grave, per quanto reiterato, per quanto aggressivo? Non credo.
Ma soprattutto non credo che dovremmo preoccuparci di stilare una graduatoria sulla diversa mostruosità dei reati per stabilire cosa possa essere punito con un omicidio e cosa invece non lo meriti. Semplicemente perché niente lo merita. Niente, nemmeno uno stupro.
(da La Repubblica)
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