Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile
ORA SERVIRÀ UNA NUOVA GARA PER LA CESSIONE – L’ENNESIMO FLOP DEL MINISTRO URSO IN QUATTRO ANNI DI GOVERNO, MENTRE SUL CARO-CARBURANTI L’ARMATA BRANCA-MELONI NAVIGA A VISTA
Sull’ex Ilva è l’ora per l’Italia (e per l’Europa, visto che si tratta della maggior acciaieria del continente) di ammettere la dura verità: la battaglia è persa. L’area a caldo — quella che consente di produrre acciaio primario a partire dai minerali — sarà chiusa. Entro 90 giorni gli altoforni andranno spenti.
E questo perché non siamo stati in grado in 13 anni di trovare una soluzione che tenga insieme tutto: l’ambiente e il lavoro. Era il giugno del 2013 quando il gruppo fu commissariato in seguito alle indagini della magistratura. Oggi restano due tonnellate di amianto da rimuovere. […]
Ma una cosa è certa: dal 2013 non è stato fatto tutto quello che si doveva e si poteva per mettere al sicuro sia le vite di chi abita nei quartieri limitrofi che il lavoro di 10 mila dipendenti.
Un piano per eliminare gradualmente il carbone e introdurre forni elettrici entro il 2021 esisteva già nel 2014. Non si è voluto accettare da subito la sfida del rilancio. Da lì in avanti le cose sono andate di male in peggio.
Segnaliamo qui soltanto due passaggi chiave. Il primo riguarda la venuta meno dello scudo penale nella fase in cui era Arcelor Mittal a gestire il gruppo. Da lì in avanti il rapporto con i franco-indiani risultò compromesso. Il secondo passaggio riguarda la mancata firma dell’accordo di programma lo scorso agosto.
Ora, dopo ben due bandi di gara che non hanno portato a nulla, il governo Meloni si prepara a varare il terzo, con un perimetro ridotto che esclude l’area a caldo. La scomoda verità è che anche per la siderurgia italiana un’Ilva a regime sarebbe stata un concorrente scomodo.
(da “Corriere della Sera”)
I FALLIMENTI DI URSO NON FINISCONO MAI
Il giorno dello sciopero, l’ennesimo, dei lavoratori dell’ex Ilva. L’unico modo per far sentire la propria voce e chiedere garanzie dopo gli ennesimi vertici a Palazzo Chigi senza un’indicazione sul futuro. L’interlocutore principale dei sindacati è un governo senza un’idea di politica industriale né una visione sulle strategie energetiche.
Il bilancio del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, principale titolare dei due dossier, si conferma disastroso dopo quattro anni di mandato. Del resto il tracollo della produzione industriale, pressoché ininterrotto fino alla fine dello scorso anno, è stato il termometro della sofferenza del mondo produttivo italiano.
Il rimbalzo dell’industria dei primi mesi del 2026 non riesce compensare i cali degli anni scorsi. Anche perché non risultano interventi per stimolare l’economia. Il Pil inchiodato allo zero virgola di crescita non è un’invenzione degli avversari politici. Il governo guidato da Giorgia Meloni paga l’inerzia su questioni fondamentali ignorate e spesso rinviate.
Palazzo Chigi ha via via avocato a sé i dossier, sottraendoli a Urso. Il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, ha assunto maggiori poteri decisionali. Ma la rotta è difficile da correggere.
I danni maggiori sono stati fatti. Il ministro delle Imprese si è spesso affidato, almeno nelle dichiarazioni, al ruolo dei controlli anti speculazione, rivendicando l’azione del cosiddetto Mr Prezzi, che di tanto in tanto viene individuato come la panacea dei mali italici. Già sul tema dell’inflazione, l’operato di Urso non aveva lasciato tracce.
La fine repentina del “carrello tricolore” (per contenere i prezzi dei beni di prima necessità), lanciato alla fine del 2023, è stata significativa. Sul prezzo della benzina il governo continua a fare spallucce, scaricando tutta la responsabilità sulla situazione geopolitica. Che, peraltro, è stata innescata dall’amico Donald Trump.
Sul piano strutturale non c’è stato alcun intervento sulle accise: la vecchia promessa di Meloni, fatta nel 2019 in un video sui social, è rimasta tale. Schiantata contro il muro del mondo reale. Anche sulla filiera dei distributori di benzina, Urso non ha soddisfatto: solo di recente è stato approvato il disegno di legge sulla Concorrenza nel Cdm, sollevando parecchie perplessità sull’apertura al mercato.
Più di tutte, però, la storia dell’ex Ilva è la fotografia del fallimento del governo sulle politiche industriali. Di mezzo c’è l’impresa, che dovrebbe essere il fulcro di un esecutivo di centrodestra, e il destino di migliaia di lavoratori, categoria a cui Meloni dice di volersi rivolgere.
Urso ha sicuramente ereditato una situazione complicata. Ma in quattro anni, l’esecutivo ha varato cinque decreti ad hoc (l’ultimo nel consiglio dei ministri di qualche giorno fa), senza mai individuare una reale soluzione. Ogni volta sembrava dovesse essere l’ultimo provvedimento sul tema. Così non è stato.
Urso ha spesso garantito di lavorare alla cessione dell’azienda e dare un futuro. «Il governo deve assumersi una responsabilità precisa: serve una politica industriale in grado di tenere insieme salute, ambiente, innovazione e competitività», hanno detto i due deputati del Pd, Alberto Pandolfo e Vinicio Peluffo
L’esito delle promesse è infatti sotto gli occhi di tutti. Appena lo scorso 5 marzo, il ministro aveva incontrato i sindacati, garantendo che alla fine di quel mese ci sarebbero state informazioni definitive sul destino (e sul proprietario) del colosso siderurgico italiano. A fine luglio, invece, si è tornati al punto di partenza.
Il governo ha annunciato la necessità di dover rifare il bando per la cessione. Oltre all’interesse manifestato da Flacks group è tornato il gioco anche l’indiana Jindal, colosso che per mesi sembrava uscito di scena. Una sintesi della grande confusione nei cieli della siderurgia italiana. E di un governo inadatto a gestire la situazione.
(da Domani)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
AI PRIMI DI MAGGIO C’E’ STATO L’INCONTRO TRA LA CAVALIERA E IL “DOGE”, AVVENUTO ALL’INSAPUTA DI SALVINI E TAJANI, A CASA DELLA PRESIDENTE DELLA FININVEST. ALLORA SI PARLÒ DI “PROGETTI EDITORIALI”, MA TRA I DUE LA SINTONIA E’ TOTALE ANCHE SULLE QUESTIONI POLITICHE, DALLE IMPRESE AI TEMI LIBERALI (DIRITTI LGBTQ+ E FINE VITA). L’EX “DOGE”, OLTRE 200MILA PREFERENZE IN VENETO ALLE ULTIME REGIONALI, POTREBBE ESSERSI (FINALMENTE) STANCATO DI RESTARE IN PANCHINA NEL CARROCCIO. E LA TELEVISIONE NON È MAI SOLTANTO TIVÙ: È UN SONDAGGIO CON LE TELECAMERE ACCESE
Capricci della politica: quando ti chiude una porta, ti può aprire uno studio tivvù. Raccontano
dal Veneto che Luca Zaia sia pronto al debutto sul piccolo schermo. Chez Berlusconi, tendenza Marina. Canale Mediaset, ancora da definire: Rete4 o Italia Uno.
L’ex Doge, orfano del terzo mandato, che nel suo caso sarebbe stato il quarto, ai ferri cortissimi con Matteo Salvini, è pronto a portare il suo podcast Il Fienile — che in rete macina numeri sfavillanti: 110 milioni di utenti unici al mese sui vari social — in televisione.
Nei corridoi del Palazzo se ne parla dai primi di maggio, quando è venuta fuori la notizia dell’incontro riservato tra l’ex governatore del Veneto e la primogenita del Cavaliere, nella residenza meneghina di quest’ultima, a corso Venezia. Simposio politico-editoriale, forse pure catodico. Tanto che adesso, trapela dalla cerchia di Zaia, il progetto starebbe prendendo corpo sul serio. Non si è ancora alle firme, ma alle trattative sì.
Pare che il format prenderà ispirazione dal Maurizio Costanzo show: non più la chiacchierata one to one tra le rotoballe, com’è oggi, ma il salotto, le poltrone, le storie. Senza la bacchetta del maestro Demo. E senza il teatro Parioli: lo studio resterà quello che appare da settimane sui reel di Instagram e TikTok — l’ultimo ospite è stato il cardinale Matteo Zuppi, riflessioni tra il conclave e il fine vita — ovvero un capannone della “H Farm”, all’interno dello sterminato campus di Roncade che si allunga per 50 ettari tra l’hinterland di Venezia e il Trevigiano.
Difficile pensare che sia soltanto uno sfizio televisivo, quello di Zaia. La frattura politica con Salvini è una cicatrice di quelle che non si rimarginano.
L’ex Doge, che da fine ‘25 si è fatto appuntare i galloni di presidente del consiglio regionale del Veneto, ha tentato di capire, col resto dei governatori del Nord, se fosse possibile invertire la rotta di una Lega che arranca nei sondaggi, scavallata dallo scissionista Vannacci. Attendevano il raduno di Treviso, ai primi di luglio, per regolare i conti.
I salviniani, annusata l’aria, hanno disdetto tutto: niente raduno, niente strappi, niente notte delle scope. Si riunisce solo il «tavolo dei territori», pure ieri, con Roberto Calderoli che esaltava il «federalismo fiscale» appena licenziato dal consiglio dei ministri in 7 minuti di seduta. Al di là dei trionfalismo, il Carroccio resta un pentolone pieno di sbuffi e di malumori in attesa di sfogo. Difficile, per non dire impossibile, però, che il partito cambi mano prima delle Politiche.
E così l’ex governatore più popolare del Settentrione cambia palcoscenico. Non abbandona la politica, ma ne allarga il set.
Forse sarà soltanto un programma. Forse un esperimento pop.
O forse il trailer di qualcosa che deve ancora uscire. Perché la politica italiana ha un’antica passione per gli spin-off. E se un tempo dai salotti televisivi nascevano politici, oggi potrebbe accadere il contrario: un presidente di Regione che, rimasto senza terzo mandato, trova nel telecomando la via di fuga. E si sa che la televisione non è mai soltanto tivvù: è un sondaggio con le telecamere accese.
(da agenzie)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
NORDIO SI MUOVE CON UN ANNO E MEZZO DI RITARDO, “COSTRETTO” DALLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE CHE HA DICHIARATO ILLEGITTIMA L’INTERPRETAZIONE DATA A SUO TEMPO DAL GUARDASIGILLI … ALL’EPOCA LA MANCATA RISPOSTA DI NORDIO PROVOCÒ LA SCARCERAZIONE DI ALMASRI, CHE FU POI RIMPATRIATO IN LIBIA CON UN VOLO DI STATO
Il ministero della Giustizia ha chiesto alla Procura generale di Roma (che ha investito del caso la corte d’appello, secondo quanto previsto dalla procedura) di procedere al mandato d’arresto contro il generale libico Osama Najeem Almasri, emesso dalla Corte penale internazionale a gennaio 2025.
Con un anno e mezzo di ritardo, e a seguito di una sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima l’interpretazione della norma adottata a suo tempo dal suo dicastero, il Guardasigilli Carlo Nordio ha dunque dato seguito alla richiesta giunta dai giudici dell’Aja quando Almasri si trovava in Italia, arrestato proprio sulla base di quel provvedimento.
All’epoca la mancata risposta di Nordio ad analoga richiesta della stessa Procura generale provocò la scarcerazione di Almasri da parte della Corte d’appello, e il suo riaccompagnamento in Libia a bordo di un aereo di Stato, con tutto il seguito di polemiche e procedimenti penali:
la denuncia per omissione d’atti d’ufficio contro lo stesso ministro della Giustizia, la premier Giorgia Meloni e gli altri componenti del governo Matteo Piantedosi (ministro dell’Interno) e Alfredo Mantovano (sottosegretario alla presidenza del Consiglio); l’indagine del tribunale dei ministri che chiese l’autorizzazione a procedere per tutti i membri dell’esecutivo tranne la presidente del Consiglio; il voto della Camera dei deputati che negò l’autorizzazione, bloccando il processo e mandando il fascicolo in archivio. Sostenendo che la mancata autorizzazione all’arresto del Guardasigilli (condivisa dall’esecutivo) era legittima e dettata da motivi di sicurezza nazionale.
Nel frattempo però la Corte d’appello di Roma s’era rivolta alla Consulta, chiedendo se fosse costituzionalmente legittima la legge italiana di attuazione dello Statuto della Corte penale internazionale che, secondo l’interpretazione ministeriale, consentiva al Guardasigilli di non rispondere con sollecitudine alle richieste della stessa Cpi.
E la Consulta, nella sentenza resa pubblica la scorsa settimana, ha risposto di no: «Il ministro della Giustizia deve immediatamente trasmettere al procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma le richieste di cooperazione della Corte penale internazionale, salvo che comunichi alla stessa Corte d’appello la dichiarazione motivata di non dare corso a tali richieste per l’esigenza di tutela di princìpi costituzionali preminenti».
Il ministro poteva non farlo, motivando il diniego con la salvaguardia dei preminenti principi costituzionali fatti salvi dalla Consulta, ma evidentemente deve aver ritenuto non ci fossero. Contrariamente a quanto sostenuto nella sua difesa davanti al tribunale dei ministro, e da ciò che ha dichiarato la maggioranza parlamentare quando ha negato l’autorizzazione a procedere.
(da agenzie)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
CONTROCORRENTE SI FEDERA CON PROGETTO CIVICO ITALIA, L’EX IENA DIVENTA PRESIDENTE E SI CANDIDA PER LA REGIONE SICILIA
Il partito dei sindaci ha trovato il suo presidente ed è pronto a correre alle primarie del
centrosinistra, diventando una possibile grana per i sogni di leadership di Elly Schlein. Alessandro Onorato e Ismaele La Vardera uniscono le forze: Controcorrente si federa con Progetto Civico e il deputato regionale siciliano assume la presidenza della formazione fondata dall’assessore romano ai Grandi eventi. Una realtà che, secondo i numeri rivendicati da Onorato, conta 800 tra sindaci, assessori e consiglieri e più di 500 comitati civici. «Non è un matrimonio di interessi, ma di principi», assicura La Vardera. Controcorrente manterrà la propria identità e il proprio radicamento nell’Isola, ma metterà a disposizione della nuova casa nazionale una rete composta da circa 80 amministratori, quattro deputati regionali e diversi sindaci.
campo nel 2027 toglie il sonno al Movimento 5 Stelle. Alla fine, però, la scelta cade su Onorato. Le nozze vengono celebrate alla Camera con una conferenza dal titolo ‘Scelta Giusta’, ospitata dal deputato del Movimento 5 Stelle Antonio Ferrara. Un dettaglio che aiuta a collocare politicamente l’operazione: nell’alveo del campo largo e in dialogo con i pentastellati, con buona pace di quella parte del Pd che teme una nuova formazione vicina a Giuseppe Conte nella partita per la leadership.
Sul fronte centrista della coalizione si muove già Matteo Renzi, che ha fatto sapere che, in caso di ballottaggio, sosterrebbe la segretaria. Nessuna ambiguità, perciò, sulla scelta di campo: «O stai con Meloni o sei un avversario rispettoso di Meloni», scandisce l’assessore romano. «Qualunque terza via è un regalo mascherato alla Meloni, un voto sprecato e una via residuale».
Con l’ingresso di La Vardera ci si prepara al grande salto: Progetto Civico avrà un proprio simbolo alle elezioni politiche, costruirà liste autonome e parteciperà alle primarie del centrosinistra con un suo candidato, assicurano i due. «Non ci saranno giochi di palazzo che potranno evitare la nostra presenza alle elezioni politiche», promette Onorato. Il riferimento è alla cosiddetta norma «anti-cespugli» infilata da Forza Italia nella nuova legge elettorale, che prevede che i voti delle liste coalizzate rimaste sotto il 3% non vengano conteggiati nella cifra elettorale della coalizione, fatta eccezione per la formazione più votata tra quelle che non raggiungono la soglia.
Per le piccole forze del centrosinistra presentarsi divise diventerebbe quindi molto più rischioso. Da qui anche l’accelerazione di Onorato, che aveva già partecipato, insieme a Riccardo Magi, Enzo Maraio e agli altri soggetti minori, al fronte nato per chiedere al Senato di cancellare la norma. «Dobbiamo raccogliere le firme? Le raccogliamo. Dobbiamo farlo con un piede alzato? Lo facciamo con un piede alzato. Dobbiamo farlo mentre giochiamo a campana? Lo facciamo mentre giochiamo a campana», scherza Onorato. Ma non troppo. Quarta gamba? No: «Abbiamo ambizioni più grandi».
I rapporti con il M5s in Sicilia
«In Sicilia saremo il primo partito anche alle elezioni politiche», rilancia La Vardera, il cui nome sarà portato da Progetto Civico al tavolo del centrosinistra per la candidatura alla presidenza della Regione. L’obiettivo, nelle intenzioni, non riguarda soltanto la Sicilia: si guarda anche ai numeri del Lazio e della Campania, dove Onorato rivendica già una rete consistente di amministratori.
Controcorrente nell’Isola ha già sperimentato il tandem con i pentastellati. Ad Agrigento Michele Sodano ha conquistato il Comune alla guida di una coalizione larga sostenuta anche dal Movimento 5 Stelle. Tra l’altro, due dei quattro deputati regionali entrati nel nuovo movimento, Carlo Gilistro e Jose Marano, provengono proprio da lì. «Agrigento è un laboratorio nazionale per arrivare al governo del Paese», sottolinea Onorato. «La stessa alleanza larga, che unisca tutte le forze politiche del centrosinistra e il civismo, può essere un modello per tornare a vincere anche per la Regione Siciliana».
Le primarie e i sospetti nel Pd
L’annuncio è destinato a creare agitazione nel centrosinistra, che potrebbe doversi misurare con le primarie già in autunno, se andrà in porto la nuova legge elettorale che prevede l’indicazione del candidato premier nel programma della coalizione. «Cosa dobbiamo aspettare? Facciamole. Non bisogna aver paura di un confronto legittimo», insiste Onorato, che si dice pronto a schierare il proprio candidato. Magari lui stesso, visto che un sondaggio lo colloca sul podio, dopo Giuseppe Conte ed Elly Schlein: «Non voglio fare melina. Decideremo chi saprà rappresentare meglio quello che è il nostro progetto». È lo scenario che più agita il Pd, dove si teme che il partito di Onorato, stimato da Goffredo Bettini e guardato con interesse dall’ex premier, possa ridimensionare le possibilità di Schlein nella corsa alla guida del campo largo, drenando consensi verso il leader M5s soprattutto nell’ipotesi del ballottaggi
(da agenzie)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
GRILLO ATTACCA CONTE E RIDA’ FIATO AGLI EX MOVIMENTISTI PRONTI A FAFRE UN FAVORE ALLA MELONI
Una galassia inquieta. Il mondo degli ex movimentisti, quelli che non si ritrovano nella svolta contiana e che da tempo aspettano una mossa di Beppe Grillo, ha ripreso voce dopo il post del fondatore.
Grillo è tornato a parlare di «trasformazione antropologica». «I rivoluzionari scoprono i palazzi», ha ironizzato parlando del M5S. Parole che sembrano anzitutto rimarcare una diversità ideologica tra il suo Movimento e il Movimento contiano.
Una mossa da leggere soprattutto in chiave processuale per la causa pendente a Roma su nome e simbolo dei 5 Stelle. Nella sentenza d’appello del Tribunale di Genova del 2021 sulla titolarità di nome e simbolo a favore di Grillo veniva rimarcata appunto una continuità ideologica tra le due associazioni che allora gestivano il M5S. Oggi Grillo sembra, guarda caso, sottolineare una distanza. E Conte, dal suo punto di vista, sembra evidenziare che lo stesso Grillo aveva già modificato i valori dell’associazione.
L’elettorato che ha abbandonato il M5S contiano in buona parte si è rifugiato nell’astensionismo, ma ultimamente una frangia guarda con favore alle battaglie che sta portando avanti Alessandro Di Battista con Schierarsi. L’associazione in realtà, anche se fa perno sull’ex deputato romano, ha al suo interno diverse anime.
Ci sono volti noti come l’ex ministra Barbara Lezzi e l’ex capogruppo stellato Alessio Villarosa. Ci sono anche diversi giovani o professionisti che in passato erano stati vicini al Movimento. Una parte di loro auspica un coinvolgimento diretto in politica, una discesa in campo alle prossime elezioni.
Per questo la raccolta firme per il referendum sull’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali è stata vista e vissuta come un test. Il quorum delle 500 mila firme non è stato raggiunto, ma le 370 mila firme a sostegno dell’iniziativa sono state interpretate da molti come un segnale confortante. Il ragionamento di fondo è che quel dato rappresenta «una base» e che 370 mila voti nel 2022 sarebbero valsi l’1,4%. Senza fare campagna elettorale. C’è chi pensa che quelle firme, insomma, possano essere uno zoccolo duro e che raggiungere la soglia di sbarramento partendo da una base così consistente non sia una missione impossibile.
Di Battista, però, ha ancora dei dubbi sul prossimo passo.
Dubbi che andranno comunque sciolti entro la fine dell’estate. La presenza di un nuovo soggetto politico, vicino all’elettorato movimentista, potrebbe oltretutto complicare i piani e gli equilibri del Campo largo. Schierarsi, oltre a incassare le preferenze dei potenziali astenuti, potrebbe drenare il bacino elettorale delle forze di centrosinistra, attingendo a quella fetta di indecisi sostenitori fino ad ora di Pd, M5S e Avs.
(da agenzie)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“QUESTO SPIEGA PERCHÉ CONTE CERCHI FINO ALL’ULTIMO DI OTTENERE LA GUIDA DELLA COALIZIONE. SENZA LA QUALE, E CON GRILLO E DIBBA IN CAMPO, PER LUI LA CORSA SAREBBE IN SALITA…”
Ha un che di malinconico, ma non solo, anche di calcolato, il ritorno in scena di Grillo
attraverso il suo blog, dopo essere stato estromesso dal “suo” Movimento con un voto della base. Che tra lui e Conte, non va dimenticato, scelse l’unica strada che portava alla sopravvivenza, come poi è avvenuto, seppure al costo politico di un quasi dimezzamento dei consensi.
Ora il Fondatore, l’ex-Garante si rifà vivo per dire, prevedibilmente, che tutto ciò che è avvenuto e Conte ha fatto nel frattempo è sbagliato e tradisce la natura dei 5 stelle, nati per contestare il sistema, non per integrarvisi. Detto da uno che li aveva portati due volte al governo e una a sostenere Draghi, arrivando a definirlo “grillino”, suona un po’ stonato, gli ha subito ricordato Conte. E non è il solo dei pentastellati sopravvissuti a pensarla così.
Ma siccome Grillo è il primo a sapere che il passato non si cancella per nessuno, ci dev’essere un’altra ragione per cui ha ritenuto di uscire dal lungo silenzio in cui si era adagiato, tanto da far credere che fosse ormai uscito dalla politica, per affidarsi solo alla battaglia giudiziaria per riavere il marchio del Movimento 5 Stelle.
Quest’ultimo è probabilmente il primo motivo che lo ha mosso(…) ma il piano di Grillo non può essere, o non può essere solo questo.
E allora viene in mente che chi sta valutando un vero ritorno in campo è Di Battista, vale a dire un possibile successore del Fondatore, non in contrasto, ma con la sua benedizione. Di lui e della sua associazione “Schierarsi”, si è parlato, nei giorni scorsi, come di un possibile “Vannacci di sinistra”.
E non perché il “Dibba”, così è stato soprannominato”, lo sia. Ma perché potrebbe giocare lo stesso ruolo nei confronti di elettori 5 stelle delusi dalla decisione di Conte, quando la prenderà, di andare con il centrosinistra.
Questo spiega perché Conte cerchi fino all’ultimo di ottenere la guida della coalizione. Senza la quale, e con Grillo e “Dibba” in campo, per lui la corsa sarebbe in salita.
(da agenzie)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA CINA, I SALARI, I PREZZI DEI CARBURANTI: DI COSA HANNO PARLATO
Fa sul serio Elly Schlein. Sente profumo di vittoria alle prossime politiche e intende accreditarsi anche nei salotti buoni: dell’economia, non solo della politica. E così, dopo aver incontrato Mario Draghi, essersi intrattenuta con Romano Prodi, aver avviato un filo diretto con Paolo Gentiloni, ora la segretaria del Pd ha individuato nel presidente di Confindustria l’interlocutore giusto con cui confrontarsi in vista della costruzione del programma del centrosinistra.
Nell’ora e mezzo di colloquio al Nazareno — non il primo e, c’è da scommetterci, nemmeno l’ultimo — la deputata bolognese e l’industriale modenese, insieme al senatore Antonio Misiani, hanno discusso di tantissimi temi.
Schlein ha illustrato le proposte del Pd per la crescita. Orsini ha risposto con un’avvertenza: «Le cose che funzionano non vanno cambiate». Portando come esempio l’iperammortamento, misura che il governo ha varato di recente dopo una serie di pasticci e polemiche proprio con le categorie produttive. Monito che la leader della principale forza di opposizione ha preso come un augurio.
Ma non è stato tutto rose e fiori.
Il capo di Confindustria si è dichiarato soddisfatto pure del decreto sul salario giusto, contestato però dalla leader dem, che ha ribadito la necessità di un salario minimo: priorità che verrà piazzata in cima al programma dell’alleanza progressista.
Ciò che invece hanno condiviso è l’apprezzamento per l’accordo sindacale sulla rappresentanza, destinato a mettere fuori gioco i contratti pirata, e l’allarme sull’ex Ilva. Una vicenda — ha rilevato Orsini — che lancia un messaggio negativo a chi vuol investire.
Hanno parlato a lungo della Cina, dei rischi che comporta per l’Europa e per l’Italia. Ma anche di rinnovabili, cavallo di battaglia della segretaria dem, convinta che si debba seguire la via spagnola, l’unica in grado di portare in prospettiva a ridurre il costo delle bollette.
Le proposte chiave includono il disaccoppiamento del prezzo dell’energia da quello del gas, un piano a “burocrazia zero” per le imprese green, la riduzione dei tempi autorizzativi tramite unità di missione e il sostegno alle comunità energetiche. Orsini ha insistito sullo sblocco degli impianti già autorizzati. E il fatto che ne parli con Schlein non è un caso: il Pd guida moltissimi enti locali, può fare la sua parte nell’agevolare gli iter per la costruzione degli impianti.
Entrambi preoccupati per l’aumento dei prezzi dei carburanti, hanno infine concordato sulla ricetta: servono interventi strutturali, i decreti sono tamponi, non bastano neppure per l’emergenza. Schlein lo urlerà più tardi, durante un comizio a Paestum: «Sono una presa in giro: 17 centesimi di sconto solo sul gasolio e sulla benzina niente, soltanto fino al 6 agosto». Il leader degli industriali è rimasto a Roma, non parla, ma ha già detto come la pensa.
(da Repubblica)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROVVEDIMENTO DIVIDE ANCHE LE ASSOCIAZIONI CHE SI OCCUPANO DI RECUPERO DALLE DROGHE, TRA CHI LO APPLAUDE, E CHI INVECE PARLA DI “COMUNITÀ TRASFORMATE IN CARCERI SOCIALI”
Lo “svuota carceri” adesso è legge. Mentre dalla Puglia arriva l’allarme per il sovraffollamento
dietro le sbarre che nella regione ha raggiunto il 180% e in Lombardia gli avvocati parlano di carceri come di «discariche sociali in cui manca anche il sapone», la Camera dà il via libera definitivo alla legge che dispone i domiciliari per i tossicodipendenti o alcoldipendenti.
Un provvedimento che secondo il Guardasigilli Carlo Nordio permette la detenzione alternativa per 10mila persone. Numeri contro i quali sono insorte le opposizioni, facendo notare che con la dotazione economica disponibile appena 500 persone potranno beneficiare delle misure alternative.
Al punto che in serata la retromarcia arriva direttamente da fonti del ministero, che confermano i numeri dell’opposizione: «La quantificazione in 10mila persone che sarebbero collocate agli arresti domiciliari, operata dal ministro Nordio, è evidentemente di prospettiva pluriennale».
Di più: dal dicastero precisano inoltre che «la legge stessa prevede opportunamente una copertura finanziaria per il 2026 pari a 500 unità, e l’auspicio è che la misura possa estendersi ulteriormente per gli anni successivi». Per l’opposizione, insomma, è poco più che «uno specchietto per le allodole». In aula sono stati 153 i deputati a votare sì, 42 i no e 82 gli astenuti.
I parlamentari del campo largo si sono astenuti, tranne gli esponenti del M5S che hanno votato contro. Stesso voto espresso anche sulla norma, poi cassata, che era stata proposta da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci e che avrebbe consentito una pena alternativa per Mario Roggero.
Niente da fare: è stato dichiarato inammissibile l’emendamento che prevedeva la detenzione domiciliare per gli autori di reato «determinati da un impulso contingente insorto in stato di provocazione» che avrebbe consentito di far rientrare fra i casi in deroga quello del gioielliere 72enne di Cuneo.
L’opposizione resta critica sull’effettivo impatto della norma. La dem Debora Serracchiani evidenzia il sovraffollamento delle carceri: «Ci sono 64.645persone ristrette in istituti penitenziari su 51.183 posti disponibili, di cui 4.941 di fatto non lo sono. Dunque ci sono 64.645 persone ristrette su 46.242 posti disponibili in questo momento. Da inizio anno si registrano 24 suicidi. Oggi c`è quasi il 140% di sovraffollamento».
(da Repubblica)
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Luglio 30th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE HA INCASSATO LA PROMESSA CHE WITKOFF E KUSHNER ANDRANNO A KIEV … NON SOLO: E’ VOLATO IN POLONIA PER RIAVVICINARSI AL GOVERNO DI VARSAVIA DOPO LE DISPUTE SUL RUOLO STORICO DELL’ESERCITO INSURREZIONALE UCRAINO, L’UPA, CHE PER MOLTI UCRAINI E’ IL SIMBOLO DELLA LOTTA PER L’INDIPENDENZA, PER I POLACCHI E’ LEGATO AI MASSACRI DI VOLINIA”
Volodymyr Zelensky riesce a portare il Senato americano dalla sua parte. A Washington, il presidente ucraino ha incassato il segnale politico che cercava: un voto procedurale che apre la strada al nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia e che, soprattutto, certifica un cambio di atmosfera nel Congresso. Il passaggio è arrivato dopo un incontro a porte chiuse con i senatori repubblicani e democratici, nel quale Zelensky ha ricostruito la situazione militare e chiesto di non separare l’aiuto all’Ucraina dal dossier sanzioni. […] Zelensky […] ha rivendicato il cambio di fase sul terreno: «L’iniziativa non è più nelle mani di Putin». […] per Kiev la combinazione tra pressione militare e nuove sanzioni può cambiare il calcolo di Mosca.
Il voto al Senato ha completato una giornata che Zelensky ha vissuto come una svolta rispetto al passato recente. Dopo lo scontro nello Studio Ovale del febbraio 2025, il presidente ucraino ha ottenuto un’apertura sul dossier più urgente, quello della difesa aerea: le licenze per produrre intercettori Patriot, insieme alla richiesta di nuove forniture di PAC-3 e al mantenimento dell’accesso a Starlink per sostenere le operazioni a lungo raggio.
Ma il risultato forse più importante della visita non riguarda i Patriot bensì la diplomazia. Zelensky ha incassato la promessa che Steve Witkoff e Jared Kushner andranno a Kiev. Per l’Ucraina significa riportare il negoziato dentro la realtà del Paese aggredito e impedire che una possibile trattativa tra Washington e Mosca proceda sopra la testa degli ucraini.
Da Washington Zelensky si è poi spostato in Polonia, per una visita altrettanto carica di significato politico. È la prima dopo la disputa storica che ha incrinato i rapporti tra Kiev e Varsavia, due alleati diventati indispensabili l’uno all’altro dopo l’invasione russa del 2022 ma divisi dalla memoria del Novecento. Al centro dello scontro, l’Esercito insurrezionale ucraino, l’Upa: per molti ucraini simbolo della lotta per l’indipendenza, per i polacchi legato soprattutto ai massacri di Volinia, una delle ferite più dolorose nella storia comune.
La crisi era esplosa dopo la decisione ucraina di intitolare un’unità militare all’Upa. Il presidente polacco Karol Nawrocki aveva reagito revocando a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, il massimo riconoscimento del Paese. La tappa di Lublino serve ora a rimettere in sicurezza un rapporto strategico che si è deteriorato mentre aumentano gli episodi di ostilità contro gli ucraini in Polonia […]
Ed è proprio su questa faglia che Putin continua a soffiare. Il Cremlino accusa Varsavia di coltivare mire sull’Ucraina occidentale, rilanciando una delle narrative più insistenti della propaganda russa […] ma utile a Mosca per alimentare diffidenze, riaprire ferite e indebolire il fronte che sostiene l’Ucraina.
(da “Corriere della Sera”)
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