Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LE CRITICHE AL GOVERNO CHIEDONO AUMENTO DEI SALARI E PENSIONI
Manifestazione storica quella andata in scena per le vie della Capitale, sotto il sole cocente di luglio: per la prima volta, infatti, gli uomini e le donne di Marina, Esercito, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza sono scesi in piazza insieme per chiedere maggiori tutele, un rinnovo contrattuale adeguato, migliori condizioni previdenziali e più attenzione per le loro famiglie. È di pochi giorni fa la firma degli accordi sindacali relativi al personale del Comparto Sicurezza e Difesa per il triennio 2025-2027, ma i sindacati che non hanno partecipato al tavolo denunciano: «È una truffa», mentre riecheggiano per le strade gli slogan «dignità» e «rispetto», ma anche il nome Giorgia Meloni.
Perché i sindacati hanno manifestato
Al centro delle polemiche delle cinque sigle sindacali organizzatrici (NSC, SINAFi, USAMi, ITAMIL e SILMM9), diverse battaglie. La prima, quella per stipendi bassi e mangiati dall’inflazione. La seconda, riguarda le pensioni: un tempo tutelate dall’esistenza di una cassa privilegiata, che riconosceva turni notturni e rischi quotidiani, oggi per chi va in pensione prima dei 60 anni sussisterebbero pesanti penalizzazioni.
Sempre più doveri ma meno tutele
Altra questione chiave della protesta, sarebbero i doveri sempre maggiori che affliggono la categoria, a fronte di minori tutele: da un lato, quindi, continui trasferimenti senza tutele logistiche, missioni ad alto rischio e la pressione per essere soggetti a due codici penali (quello ordinario e quello militare). Dall’altro, l’impossibilità di scioperare o di interrompere il servizio, l’insufficiente tutela dell’unione familiare e della genitorialità e le carenze alloggiative. E i lavoratori del comparto denunciano: «I giovani non vogliono più fare questo lavoro».
L’assenza della politica
A fare rumore oggi, oltre ai fischietti e all’Inno di Mameli, anche il silenzio della politica, assente all’evento, e tacciata di riempirsi la bocca di slogan sulla sicurezza con elogi al ruolo delle forze dell’ordine, ma solo a parole: «Fatti, non parole», ha rivendicato la piazza. «Dov’è Giorgia?» urlavano in molti ironicamente. A non mancare all’appuntamento, invece, l’onorevole Marco Rizzo, storico leader del Partito Comunista, anche se la polemica di un manifestante non ha risparmiato nemmeno lui: «Non basta venire in piazza, onorevole». «Non è pensabile che chi deve difendere il Paese abbia come aumento un caffè al giorno», ha denunciato Rizzo, riferendosi al recente accordo sindacale siglato per il triennio 2025-2027, «soprattutto a fronte di 13 miliardi di euro spesi per l’Ucraina».
La voce dei sindacati oggi in piazza
Nel corso della manifestazione, Stefania Castricone, segretaria generale del SINAFI (Sindacato Nazionale Finanzieri), ha denunciato: «Veniamo chiamati anche all’estremo sacrificio, ma spesso non viene riconosciuto l’impegno nostro e delle nostre famiglie». Sulla stessa linea Massimo Fusco, segretario generale aggiunto di USAMI Aeronautica, secondo cui «i contratti firmati negli ultimi due anni non garantiscono un adeguamento all’inflazione», mentre denuncia come «oggi molti militari facciano fatica ad arrivare alla terza settimana del mese».
Duro anche l’intervento di Luca Spagnolo, segretario generale del MOSAC (Movimento Sindacale Autonomo Carabinieri), che ha parlato di una «truffa di Stato» e di un «contratto che ha calpestato la dignità di migliaia di lavoratori con le stellette». Infine Michele Capece, segretario generale vicario di NSC (Nuovo Sindacato Carabinieri), ha ribadito: «Più viene valorizzato il personale del comparto sicurezza e difesa, maggiore è la sicurezza per il popolo italiano».
Cosa prevede il nuovo accordo sindacale
A nulla sarebbe valsa quindi la firma del 15 luglio scorso a Palazzo Vidoni degli accordi sindacali relativi al personale del Comparto Sicurezza e Difesa per il triennio 2025-2027. Un incontro che aveva visto il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, e diversi sottosegretari riunirsi a un tavolo insieme ad alcune organizzazioni sindacali del settore. Giudicate ancora insufficienti le nuove misure, la cui entrata in vigore è prevista per il 1 gennaio 2027.
A beneficiarne, 430mila unità di personale non dirigente di polizia, polizia penitenziaria, carabinieri, guardia di finanza e delle Forze armate. Tra le nuove condizioni figurano aumenti salariali di 100 euro netti mensili per il personale con qualifica iniziale, a crescere per anzianità, e la corresponsione degli arretrati per gli anni 2025 e 2026 di 2.448 euro lordi, con un investimento da 321 milioni e 650mila euro.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOMMA, TRASFERITA ALL’ESTERO SU UN CONTO INTESTATO A ROGGERO E A SUA MOGLIE PRIMA DEL PROCESSO DI APPELLO, PROVENIVA DAL COMITATO “IOSTOCONMARIOROGGERO”
La procura generale di Torino rende noto ufficialmente di avere proceduto al sequestro
conservativo di 50mila euro, a garanzia delle spese di giustizia, su un conto corrente estero intestato a Mario Roggero e alla moglie, Mariangela Sandrone.
Lo scrive la procura in un comunicato volto a “chiarire la questione indicata genericamente in risarcimento danni”, dopo la condanna definitiva del gioielliere. La notizia era già emersa prima della celebrazione del processo di appello a Torino. Il tribunale del Riesame aveva disposto l’applicazione del divieto di espatrio per Roggero. Gli accertamenti sul conto erano partiti da un’informativa della Guardia di finanza nella quale risultava che il gioielliere aveva disposto il bonifico, aperto per sostenere le sue spese legali e i risarcimenti alle parti lese, destinandolo al conto tunisino suo e della moglie.
“La Corte d’Assise di Asti, con sentenza confermata sul punto in appello, ha condannato, come sempre avviene in casi simili, Mario Roggero – specifica la procura – al pagamento di una provvisionale pari a complessivi 480mila euro a favore di 14 prossimi congiunti dei due rapinatori persone offese del delitto di omicidio nonché del terzo rapinatore, persona offesa di tentato omicidio, demandando a separato giudizio civile la quantificazione definitiva dei danni”. I documenti processuali avevano delineato un quadro articolato, con una provvisionale totale di 780mila di euro, con cifre che per i singoli familiari costituiti parte civile variavano dai 10mila ai 60mila euro. Roggero ne ha già pagati 300mila in sede di udienza preliminare. Ne restano, appunto, 480mila da versare.
“Inoltre la procura generale – viene aggiunto – ha proceduto a richiedere (e ha ottenuto) il sequestro conservativo a garanzia delle spese di giustizia, della somma di 50mila euro, oggetto di un bonifico disposto sul conto corrente del Comitato “#iostoconmarioroggero” verso un conto corrente estero tunisino, intestato a Roggero Mario e alla di lui coniuge, Mariangela Sandrone, in epoca precedente alla celebrazione del giudizio in appello”.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
EPPURE SI È DIFESO SOSTENENDO CHE SI ERANO PUNTATI LE PISTOLE A VICENDA CON UNO DEI RAPINATORI ALL’INTERNO DEL NEGOZIO, E CHE L’HA INSEGUITO ALL’ESTERNO PENSANDO CHE AVESSERO RAPITO LA SIGNORA … NON SOLO: ROGGERO NON SI E’ MAI “PENTITO”, HA SEMPRE RIVENDICATO IL SUO GESTO – E QUEI SOLDI MANDATI IN TUNISIA…
Le telecamere lo hanno ripreso mentre estrae il revolver da un cassetto, “si scontra” con la moglie uscendo dalla gioielleria di famiglia e spara alle spalle dei rapinatori in fuga, uccidendoli. Eppure si è difeso sostenendo che si erano puntati le pistole a vicenda con uno dei rapinatori all’interno del negozio, e che l’ha inseguito all’esterno pensando che avessero rapito la signora.
Sono state anche le bugie del gioielliere di Grinzane Cavour Mario Roggero a convincere i giudici a condannarlo alla pena di 14 anni di reclusione per duplice omicidio, lesioni e porto d’arma illegale, già ridotta per il riconoscimento della provocazione.
Questo e la “mancata resipiscenza” documentata da numerose interviste in cui ha ammesso che avrebbe rifatto tutto senza esitazioni. Almeno fino al recentissimo ingresso nel carcere di Bollate, quando ha parlato per la prima volta di pentimento, invocando la grazia presidenziale.
“Non è credibile che egli non si sia reso conto di essersi fisicamente scontrato con la moglie, anche perché, se il suo timore era rivolto alle condizioni della medesima, proprio lo scontro con lei non poteva non essere percepito…
Va poi aggiunto che il gesto dell’imputato, al suo ritorno nel retro della gioielleria, quando vede la moglie, è ben lontano da poter essere interpretato come il gesto di chi finalmente rivede colei che riteneva essere stata rapita”. Così nelle motivazioni della sentenza, appena confermata, della Corte d’assise d’appello di Torino.
A settembre 2024 la stessa Corte aveva disposto il sequestro conservativo sui beni del 72enne, che dopo la sentenza di primo grado, con annessa condanna a un risarcimento da oltre mezzo milione di euro, aveva donato alla consorte “buona parte del suo patrimonio immobiliare”, e bonificato su un conto in Tunisia 50mila dei 140mila euro ricevuti dal comitato #IOSTOCONMARIOROGGERO, per far fronte alle spese legali.
Per la procura generale, infatti, Roggero si sarebbe preparato a fuggire all’estero in caso di condanna definitiva. Di qui la decisione del Riesame, a dicembre 2024, di spiccare nei suoi confronti un’ordinanza di divieto di espatrio. In appello i difensori di Roggero avevano invocato persino l’infermità mentale ancorandola al trauma per una precedente rapina subita nel 2015.,
Ma la Corte ha evidenziato che quella “modalità impulsiva di reazione agli eventi” preesisteva, “come risulta dai fatti accaduti nel 2005”, che peraltro gli erano costati la perdita del porto d’armi. Quando puntò la pistola contro i genitori dell’ex fidanzato della figlia che aveva fatto scendere sotto casa e preso a pugni per punirlo per aver schiaffeggiato e minacciato la ragazza poco prima. A causa della frequentazione con un altro.
(da il Fatto Quotidiano)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO IL CARROCCIO LA MODIFICA DEL 2019 AVREBBE RISOLTO I PROBLEMI LEGALI IN CASI COME QUELLO DEL GIOIELLIERE, M NON E’ STATO COSI’: ECCO PERCHE’
La Lega prepara una modifica della legge sulla legittima difesa per scarcerare Mario
Roggero. Eppure la modifica alla legge sulla legittima difesa
voluta da Matteo Salvini quando era al governo con il Movimento 5 Stelle e votata anche da Fratelli d’Italia ha mandato in galera il gioielliere.
Il 26 aprile del 2019, ricorda oggi Il Fatto Quotidiano, Salvini, all’epoca ministro dell’Interno, esultava dopo il sofferto ok di Sergio Mattarella alla modifica legislativa introdotta insieme ai grillini. «L’avevamo promesso, la legittima difesa è legge. Entri in casa mia? Posso difendermi. E non è il Far West».
Sempre Salvini: «A me interessa che i rapinatori abbiano paura quando fanno il loro mestiere. Ascolto con interesse estremo i rilievi del Capo dello Stato, ma la legittima difesa è legge e i rapinatori da oggi sanno che se entrano in una casa, un italiano può difendersi senza rischiare di passare anni davanti a un tribunale in Italia».
Il 28 marzo 2019 la Lega votò compatta per l’ok in Senato, seguita dal M5s. A votare anche i 45 di Forza Italia su 60, e ben 14 di Fratelli d’Italia su 18. E il principio sancito dalla modifica era che se il ladro resta in casa ok, ma se esce e viene ucciso la stessa difesa non è più legittima. E la legge Salvini non lo tutela più. Proprio quello che ha fatto Roggero, spiega Liana Milella: ha inseguito in strada i ladri che stavano fuggendo.
L’esultanza di FdI
Il partito di Giorgia Meloni votò la legge sostenendo che fosse «una storica battaglia della destra» e di «un utile cambio di passo dopo anni di lassismo della sinistra». E Salvini spiegava già a settembre 2018: «La proposta della Lega prevede il sacrosanto diritto di difendersi all’interno della propria abitazione: se mi trovo in casa una persona armata e mascherata alle tre di notte non sta a me capire se ha un’arma finta. Ho il diritto di difendermi senza sé e senza ma. Anche per ladri e rapinatori la pacchia è finita».
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Perché Roggero è stato condannato
C’è poi da dire, in attesa delle motivazioni dei giudici, che il comportamento processuale non ha aiutato il gioielliere di Grinzane Cavour. Nel video viene ripreso mentre estrae il revolver da un cassetto e si scontra involontariamente con la moglie prima di sparare alle spalle dei rapinatori in fuga. Ma lui ha continuato a sostenere in tribunale di aver sparato perché pensava che Mariangela Sandrone fosse stata rapita dai malviventi. E Roggero, questo è importante anche per la grazia, non ha mai mostrato resipiscenza per quello che aveva fatto. Almeno fino a quando non ha parlato di pentimento dopo essere arrivato nel carcere di Bollate.
La sentenza della Corte d’assise
«Non è credibile che egli non si sia reso conto di essersi fisicamente scontrato con la moglie, anche perché, se il suo timore era rivolto alle condizioni della medesima, proprio lo scontro con lei non poteva non essere percepito… Va poi aggiunto che il gesto dell’imputato, al suo ritorno nel retro della gioielleria, quando vede la moglie, è ben lontano da poter essere interpretato come il gesto di chi finalmente rivede colei che riteneva essere stata rapita», scrive infatti nelle motivazione la Corte d’assise d’Appello di Torino.
Il risarcimento
Infine c’è la questione del risarcimento, che è decisiva anche in questi casi. Dopo la sentenza di primo grado proprio Roggero ha donato a Sandrone «buona parte del suo patrimonio immobiliare», e bonificato su un conto in Tunisia 50mila dei 140mila euro ricevuti dal comitato #IOSTOCONMARIOROGGERO. Secondo la procura si stava preparando a fuggire all’estero in caso di condanna definitiva. In appello i difensori di Roggero avevano invocato persino l’infermità mentale ancorandola al trauma per una precedente rapina subita nel 2015. Ma la Corte ha evidenziato che quella «modalità impulsiva di reazione agli eventi» preesisteva, «come risulta dai fatti accaduti nel 2005». Che peraltro gli erano costati la perdita del porto d’armi.
Il fidanzato della figlia
Secondo Il Fatto all’epoca Roggero puntò la pistola (scarica) contro i genitori dell’ex fidanzato della figlia che l’aveva presa a pugni e schiaffeggiata a causa della frequentazione con un altro. Inoltre «la condotta tenuta subito dopo i fatti» dimostrerebbe la sua «piena aderenza con la realtà».
(da Open)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LE LUNGHE BATTAGLIE GIUDIZIARIE CHE HANNO PORTATO A VICENDE SIMBOLO
Da Federico Aldrovandi a Riccardo Magherini o Stefano Cucchi, sono diverse le vittime morte mentre erano “nelle mani dello Stato”.
Quanto accaduto a Bologna – dove un quarantaduenne è morto dopo essere stato bloccato dalla polizia – viene da molti associato ad alcune di queste vicende.
Ecco i casi più conosciuti:
FEDERICO ALDROVANDI – Erano le prime ore del 25 settembre 2005 quando, al parco dell’ippodromo di Ferrara, il diciottenne Federico Aldrovandi fu ucciso durante un controllo di polizia.
Sono finite le indagini e i processi, sono ormai passate le polemiche, resta una mobilitazione che non vuole dimenticare un ragazzo diventato simbolo anche per altre tragedie. Per la sua morte furono condannati in via definitiva quattro poliziotti delle volanti. Il reato fu qualificato come eccesso colposo in omicidio colposo.
GIUSEPPE UVA – La Corte europea per i diritti dell’uomo ha in parte ammesso il ricorso presentato dagli avvocati della famiglia di Giuseppe Uva nel 2021, in merito alla morte dell’artigiano varesino di 43 anni, il cui decesso, avvenuto nel 2008, fu al centro di una vicenda giudiziaria che vide imputati (per omicidio preterintenzionale, abbandono di incapace, arresto illegale e abuso di autorità) e poi assolti in tutti e tre i gradi di giudizio, due carabinieri e sei poliziotti.
STEFANO CUCCHI – Il geometra romano di 31 anni, arrestato il 15 ottobre 2009 per detenzione di stupefacenti, morì sei giorni dopo, il 22 ottobre, all’ospedale Sandro Pertini pesando 37 kg e con numerose fratture. La lunga battaglia legale della famiglia ha portato a quindici processi, tre inchieste, due pronunciamenti della Cassazione. Nel 2019, due carabinieri sono stati condannati in via definitiva a 12 anni per omicidio preterintenzionale. Dopo 13 anni c’è stato l’ultimo capitolo con la sentenza di condanna di otto carabinieri per i depistaggi.
RICCARDO MAGHERINI – Il 40enne morì a Firenze nella notte del 3 marzo 2014 per un arresto cardiocircolatorio, dopo essere stato tenuto per 13 minuti immobilizzato a terra dai carabinieri intervenuti perché in preda a delirio dopo aver bevuto e assunto cocaina. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il suo decesso. Nella sentenza la Cedu afferma che lo Stato italiano è responsabile del decesso perché non c’era “l’assoluta necessità” di mantenere Magherini immobilizzato a terra, e sottolineano che le “linee guida in vigore all’epoca non contenevano istruzioni chiare e adeguate sul posizionamento delle persone in posizione prona al fine di ridurre al minimo i rischi per la salute e la vita”.
(da Ansa)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
PARLA IL PADRE DI RICCARDO MORTO NEL 2014 DOPO UN FERMO DEI CARABINIERI A FIRENZE: “QUELE IMMAGINI FANNO MALE E RIPORTANO INDIETRO AL DOLORE2. DOPO UNA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA SIAMO ANCORA FERMI”
Il video della morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto a Bologna durante un
fermo di polizia, “fa male” e riporta alla memoria quanto accaduto a Riccardo Magherini. A dirlo all’Agenzia Ansa è Guido Magherini, padre del 40enne fiorentino morto nella notte del 3 marzo 2014 dopo essere stato immobilizzato a terra dai carabinieri per 13 minuti.
“Il dolore non può essere lo stesso di quando una cosa ti colpisce personalmente – ha spiegato Magherini – ma fa rabbia pensare che, dopo 12 anni e una sentenza che condanna l’Italia, siamo ancora a questo punto”.
Il riferimento è alla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato lo Stato italiano per alcune carenze, tra cui la formazione degli agenti sulle tecniche di immobilizzazione potenzialmente pericolose e il mancato rispetto del diritto alla vita.
“L’Italia – ha aggiunto Guido Magherini – non sta facendo niente per ravvedersi”.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LA TOCCANTE LETTERA DELL’AVVOCATA
Ciao Faki,
questo non me lo dovevi proprio fare. Ora vivrò di rimorsi o di rimpianti. Ci eravamo visti in studio pochi giorni fa, eri felice che tra pochi mesi finalmente si sarebbe concluso il procedimento, avresti avuto il permesso ed avresti potuto viaggiare e cercare nuove commesse per tenere in piedi la tua azienda e far lavorare i tuoi dipendenti. Avrò il rimorso di non esserci riuscita in tempo. Avevi paura dell’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo per l’immigrazione, mi dicevi avvocata qui diventiamo come l’America, mandano via tutti, anche quelli come me che il paese di cui sono cittadini l’hanno visto solo qualche volta in vacanza e sono nati e cresciuti qui. Io ci scherzavo su, ti rassicuravo che avevi il permesso del giudice per restare in Italia e il permesso provvisorio in tasca, e qui la polizia rispetta le leggi, siamo un paese democratico, nessuno ti porta via se hai diritto a restare. Tu non eri troppo convinto. Ora questo ricordo non mi lascia dormire. Sono rientrata dal presidio e ti sentivo lì a dirmi “hai visto avvocata?”, con la gentilezza che ti contraddistingueva.
Avevi una paura ingiustificata di essere deportato dalla polizia, e invece nello loro mani ci sei morto. Mannaggia a te Fakir. Ora quali parole potranno più uscire dalla mia bocca quando qualcuno mi dirà “ho paura”? Ogni volta penserò a te prima di rispondere, non riuscirò più a rincuorare, a spiegare, dovrò ricacciare in gola “e forse hai ragione ad avere paura, non si sa mai come può andare a finire”. La tua voce mi risuona nelle orecchie, mi sento morire.
Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva.
Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro.
Si chiede a una donna stuprata come era vestita quando è stata aggredita, o cosa ha fatto per provocare lo stupratore? NO.
Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perchè è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perchè era nella loro custodia.
Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perchè ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc.
Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia.
Lasciate fare i processi nelle aule dei tribunali e lottate per una giustizia giusta per tutt@, dalla fase cautelare a quella esecutiva.
Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia.
Fakir ne sarebbe orgoglioso.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IL 29 DICEMBRE 1980, INTERVENNE PER SEDARE LA RIVOLTA NEL CARCERE DI TRANI.. PARTECIPÒ A DIVERSE MISSIONI INTERNAZIONALI E A DELICATE OPERAZIONI, COME LA CATTURA DEGLI ESATTORI DI CESARE CASELLA, ALLA LIBERAZIONE DI PATRIZIA TACCHELLA E SI OCCUPÒ DEL SERVIZIO DI PROTEZIONE DEL MAGISTRATO ANTIMAFIA NINO DI MATTEO
È scomparso questa sera all’età di 75 anni il comandante Alfa, il carabiniere, originario
diCastelvetrano, veterano del Gis, il reparto speciale dell’Arma. A darne notizia il suo profilo ufficiale su Instagram. “Con immenso dolore – si legge in un post pubblicato questa sera – comunichiamo la scomparsa del comandante Alfa. Ci lascia un uomo speciale, che ha saputo donare affetto, valori e ricordi che resteranno per sempre nel cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e non solo”.
Luogotenente dell’Arma dei Carabinieri, il sottufficiale, la cui identità è sempre rimasta segreta, è stato uno dei fondatori del Gis, il Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri. Era considerato il carabiniere più decorato d’Italia. Il 29 dicembre 1980 con il Gis, intervenne per sedare la rivolta nel carcere di Trani.
Partecipò a diverse missioni internazionali e a delicate operazioni, come la cattura degli esattori di Cesare Casella, alla liberazione di Patrizia Tacchella e si occupò del servizio di protezione del magistrato antimafia Nino Di Matteo, a Palermo nel 2003.Negli ultimi anni, Alfa è stato istruttore al Gis e più tardi all’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, terminando la sua carriera nell’Arma nel febbraio 2016 e proseguendo quella di istruttore, divulgatore e scrittore.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2026 Riccardo Fucile
SARANNO VALUTATI I COMPORTAMENTI CHE HANNO PORTATO ALLA MORTE DEL GIOVANE IMPRENDITORE MAROCCHINO
I due poliziotti del caso di Abderrahim Fakir per ora restano in servizio. La procura ha ordinato l’autopsia sul corpo del 42enne marocchino morto a Bologna. Anche l’Ausl ha avviato un’indagine sul personale del 118 presente al Pilastro. Il sindaco Matteo Lepore ha invitato i cittadini a ritrovarsi oggi in piazza Nettuno alle 19, «per stare uniti e ritrovarci, per essere vicini alla comunità in un momento così doloroso». Intanto i suoi fratelli Katia e Mohamed ieri hanno urlato contro la polizia: «Ce lo avete ammazzato». Secondo loro il fratello era «un bonaccione. Non avrebbe fatto mai del male a nessuno».
Abderrahim Fakir era in Italia da quando aveva 7 anni, arrivato con la famiglia. Non era riuscito a ottenere la cittadinanza italiana. Per questo aveva presentato domanda di asilo. Era in attesa dell’esito. È stato sposato con una ragazza italiana prima e ora con una cittadina marocchina. Viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi. Lavorava in una ditta di facchinaggio, dove si occupava di organizzare logistica e traslochi con altri collaboratori. Qualche mese fa è morta sua madre. Ieri pomeriggio era andato in via Svevo per incontrare amici. Con il cognato, la sera prima, aveva preso una birra in un chiosco non troppo distante.
La causa della morte
«È possibile che abbia avuto una crisi respiratoria, che gridasse aiuto e fosse agitato solo perché non stava bene. Era già stato in ospedale», dicono gli amici. Era cardiopatico e soffriva di asma. I fratelli hanno raccolto video e fotografie. «Questa storia non finisce qui. La prenderanno in mano gli avvocati e il consolato del Marocco, a cui mi rivolgerò al più presto per chiedere aiuto e perché sia difesa la sua memoria. Ilaria Cucchi mi ha scritto per solidarietà», dice l’altro fratello Mohamed. Gli striscioni campeggiano sui cancelli: «Verità e giustizia per Fakir, lo Stato uccide».
Il precedente
C’è anche il cognato, Zorgan Hamid, 56 anni, in lacrime: «L’ho cresciuto io dopo che mi sono sposato. Un ragazzo perbene. Un piccolissimo precedente risalente a una ventina di anni fa, ma poi si era messo in riga, lavorando sodo». «Aveva alcuni dipendenti — dice la sorella Khadija — e a chiamarlo erano soprattutto i piccoli negozi e chi doveva fare traslochi». La moglie vive in Marocco. Alcuni raccontano che «lo vedevamo spesso». Un uomo sulla quarantina, commosso, dice che «eravamo amici da bambini, giocavamo al pallone assieme». Spingendo una sedia a rotelle, s’avvicina Rasheed, che di Abderrhaim era il cugino: «Scrivetelo che era una brava persona. Quando poteva, veniva ad aiutarmi a fare la doccia».
(da Open)
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