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NEL GOVERNO VOLANO STRACCI E PREFERENZE, NON C’È ACCORDO TRA I PARTITI DELLA MAGGIORANZA SULLA LEGGE ELETTORALE: FDI E NOI MODERATI PRESENTANO UN EMENDAMENTO PER INTRODURRE LE PREFERENZE E I CAPILISTA BLOCCATI, CHE NON È CONDIVISO NÉ DA FOZA ITALIA NÉ DALLA LEGA

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

A QUESTO PUNTO SI ANDRÀ ALLA PROVA DELL’AULA, DOVE È PREVISTO IL VOTO SEGRETO E IL CENTRODESTRA RISCHIA DI SPACCARSI, A MENO DI INTESE DELL’ULTIMO MINUTO

Secondo quanto si apprende da fonti parlamentari del centrodestra, Fratelli d’Italia, assieme a Noi moderati e Udc, presenterà un emendamento alla riforma di legge elettorale per introdurre le preferenze e i capilista bloccati. L’emendamento, al momento, non è stato firmato né da Forza Italia, né dalla Lega.
Al termine di un weekend di telefoni bollenti, dossier comparativi e simulazioni, l’accordo non c’è. Oggi alle 13 a Montecitorio scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti al Melonellum. Salvo sorprese in extremis, la proposta di modifica sulle preferenze verrà presentata solo da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc.
Troppo imbarazzante non farlo dopo averlo annunciato in pubblico per mesi. La formula, alla fine, dovrebbe essere “soft”: capolista blindato e crocette sui nomi prestampati. Non ci sarà la firma di Lega e Forza Italia. I due leader, Antonio Tajani e Matteo Salvini, non hanno ancora dato il via libera
Dal pomeriggio partirà una nuova girandola di riunioni nel centrodestra. Ogni partito al proprio interno. L’idea è aprire il confronto ai gruppi di Camera e Senato, stasera via Zoom o domani mattina in presenza.
Del resto, il segretario azzurro Tajani da giorni va dicendo che la «decisione spetta al Parlamento». È un promemoria rivolto agli alleati: nemmeno un’intesa tra i vertici li metterebbe al sicuro davanti al salto nel vuoto del suffragio segreto.
E l’avversione per le preferenze è bipartisan, attraversa tutti i partiti, compreso FdI. I meloniani avrebbero comunque preparato anche un piano B per non lasciare nel testo due liste bloccate e rischiare un ammonimento della Consulta: una modifica per prevedere che il premio di maggioranza venga assegnato “a scorrimento”, ovvero ripartito in modo proporzionale in base ai voti delle singole liste. […]
C’è un altro termine da tenere d’occhio: domani alle 13. I lavori cominceranno con un passaggio cruciale: i relatori di maggioranza dovranno esprimere un parere sugli emendamenti. Sarà il momento dello showdown. Anche Lega e FI dovranno scoprire le carte: favorevoli o contrari.
Poi comincerà la rumba dei voti: prima le pregiudiziali, poi le modifiche. Su tutti i testi che riguardano questioni di coscienza – e la traduzione dei voti in seggi – si potrà chiedere di evitare il voto palese: servono solo venti deputati.
I suffragi segreti saranno un numero difficile da gestire. E nel buio profondo dell’urna possono sfogarsi malcontenti piccoli e grandi. L’inciampo è dietro l’angolo. Magari causato da chi – anche a destra – desidera far saltare del tutto la nuova legge elettorale per tenersi il Rosatellum.
Anche a questo serviranno le riunioni di partito. A sensibilizzare sulla posta in gioco: la tenuta stessa della maggioranza. Lo sanno bene le opposizioni, che si preparano a dare battaglia. Domani alle 9 i gruppi Pd di Camera e Senato si vedranno per fare un punto sulla strategia.

(da agenzie)

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IL GIAPPONE È DIVENTATO UN HUB STRATEGICO PER I SERVIZI SEGRETI RUSSI NELL’APPROVVIGIONAMENTO DI COMPONENTI HIGH-TECH DESTINATI ALLA GUERRA IN UCRAINA: LO SOSTIENE UN’INCHIESTA DEL “NEW YORK TIMES”, CHE RICOSTRUISCE IL NETWORK DI SPIONAGGIO ORCHESTRATO DA MOSCA IN ESTREMO ORIENTE DOPO LO SCOPPIO DEL CONFLITTO

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

L’ARTICOLO PUNTA IL DITO CONTRO L’UFFICIO GIAPPONESE DELLA COMPAGNIA DI STATO RUSSA “AEROFLOT”, DESCRITTO COME BASE OPERATIVA DI UN UFFICIALE VETERANO DEL GRU, L’INTELLIGENCE MILITARE RUSSA, CHE OPEREREBBE SOTTO COPERTURA COME DIPENDENTE DELLA COMPAGNIA AEREA – IL DATO PIÙ ECLATANTE RIGUARDA LA FILIERA TECNOLOGICA: IL 90% DEI MISSILI E DEI DRONI RUSSI CONTIENE COMPONENTI DI FABBRICAZIONE GIAPPONESE

Il Giappone è diventato un hub strategico per i servizi segreti russi nell’approvvigionamento di componenti high-tech destinati alla guerra in Ucraina. Lo sostiene un’inchiesta del New York Times,, che ricostruisce il network di spionaggio orchestrato da Mosca in Estremo Oriente dopo lo scoppio del conflitto.
Secondo il quotidiano statunitense, che ha intervistato decine di funzionari dei servizi di intelligence e governativi in tre continenti, l’espulsione di centinaia di agenti russi dalle capitali occidentali nel 2022 non ha fermato le operazioni di approvvigionamento bellico. Molti di quegli elementi, scrive il giornale, sarebbero stati ricollocati in una piazza inaspettata: Tokyo.
L’articolo punta il dito contro l’ufficio giapponese della compagnia di Stato russa Aeroflot, descritto come base operativa di un ufficiale veterano del Gru, l’intelligence militare russa, che opererebbe sotto copertura come dipendente della compagnia aerea. Il suo ruolo, si legge, sarebbe “cruciale nell’alimentare la macchina da guerra russa”.
Il dato più eclatante riguarda la filiera tecnologica: secondo stime delle autorità ucraine, citate dal Nyt, il 90% dei missili e dei droni russi contiene componenti di fabbricazione giapponese. Kiev avrebbe più volte chiesto a Tokyo di inasprire i controlli all’export su microchip, semiconduttori e altri prodotti a duplice uso, ma le leggi nipponiche contro lo spionaggio sono giudicate “deboli” dagli analisti.
Il caso riapre il dibattito sulle falle del sistema di controllo giapponese, in un Paese che – osserva il giornale – “ha un’industria high-tech fiorente e una normativa antispionaggio poco stringente”, fattori che lo rendono “un tassello fondamentale dello sforzo bellico russo”. Il governo di Tokyo non ha ancora commentato ufficialmente l’inchiesta.

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L’ULTIMA GIRAVOLTA DEI “MAGA”: DOPO LA MORTE DI LINDSEY GRAHAM APRONO GLI OCCHI SU PUTIN. I COMPLOTTARI TRUMPIANI, DA ANNI UTILI IDIOTI DELLA PROPAGANDA DEL CREMLINO, SOSTENGONO CHE DIETRO LA SCOMPARSA DEL SENATORE REPUBBLICANO CI POSSA ESSERE LA MANONA DI “MAD VLAD”

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

GRAHAM ERA UN FIERO SOSTENITORE DELL’UCRAINA…L’INFLUENCER LAURA LOOMER HA RILANCIATO UN MESSAGGIO DI ALEXANDER DUGIN, IN CUI L’IDEOLOGO DI PUTIN INVOCAVA L’UCCISIONE DEL SENATORE: “LA RUSSIA HA AVVELENATO GRAHAM?” – UFFICIALMENTE, GRAHAM È MORTO PER UN ARRESTO CARDIACO: QUALUNQUE SIA LA CAUSA, LA SCOMPARSA METTE A RISCHIO LA MAGGIORANZA REPUBBLICANA AL SENATO (L’84ENNE MITCH MCCONNELL È RICOVERATO DAL 14 GIUGNO E DI LUI NON SI SA PIÙ NIENTE…)

«Il mio rapporto con Donald Trump? Sono la sua stella polare». Risposta a dir poco presuntuosa quella data a febbraio alla rete tv Nbc dal senatore repubblicano del South Carolina Lindsey Graham, morto improvvisamente sabato sera, pare per un arresto cardiaco, appena rientrato a Washington da un viaggio Oltreatlantico: con il presidente al vertice Nato di Ankara, poi per la decima volta nella Kiev sconvolta dalla guerra per ribadire a Zelensky il suo ferreo appoggio all’Ucraina.
Un senatore capace di guidare un personaggio ingovernabile, imprevedibile e capriccioso come The Donald? Un presidente che con grande cinismo, dopo aver espresso cordoglio per la scomparsa di un «patriota e grande alleato», ha subito aggiunto di avere già in mente «qualcuno che sarebbe fantastico» per prendere il suo posto?
Graham ha avuto un peso rilevante sulla politica estera Usa, pur non avendo mai ricoperto incarichi di governo. Quando dava risposte come quella alla Nbc , il senatore sentiva il peso delle domande di giornalisti che lo trattavano da camaleonte: prototipo del repubblicano del vecchio establishment, grande fan della Nato e di Israele, nemico giurato della Russia, interventista come John McCain che era stato il suo mentore, Graham aveva costituito in Congresso, insieme con il senatore dell’Arizona e a Joe Lieberman, senatore indipendente vicino ai democratici, anche lui interventista, un’alleanza di falchi soprannominata «3 amigos».
Quando Trump si candidò alla Casa Bianca, Graham fece lo stesso per un breve periodo attaccandolo con violenza: «Lo senti e sembra di stare su una rete tv per bambini: dice sono grande, sono forte, ti spacco la faccia. Ma questa non è politica estera, è roba da cartoni animati».
Dopo il ritiro dalle primarie, il senatore continuò ad attaccare Trump e ad ammonire i repubblicani con previsioni lungimiranti: «Se nomineremo Trump, ci distruggerà, e ce lo saremo meritati». Alle presidenziali del 2016 Graham votò un candidato indipendente.
Tre mesi dopo, la folgorazione: dopo un colloquio con Trump, insediato da poche settimane alla Casa Bianca, divenne un suo convinto sostenitore. «Tento di essere rilevante» rispose a chi gli chiedeva conto del voltafaccia. Poi articolò meglio, sostenendo che Trump, da pragmatico, aveva riconosciuto le differenze tra loro ma aveva promesso, in cambio del suo appoggio in Senato, di seguire alcune sue indicazioni interventiste sul piano internazionale, pur avendo un’anima un isolazionista.
Da allora Graham un peso lo ha avuto, anche con le sue frequenti apparizioni sul campo di golf a fianco di Trump.
Lindsey [sapeva che era più facile catturare l’attenzione di Donald in un momento ludico che nei meeting formali […]. Il senatore, che ha sempre avuto idee diverse da Trump sull’energia (favorevole alle rinnovabili e contro la dipendenza da combustibili fossili) e sull’immigrazione («se non procreiamo come il senatore Strom Thurmond che fece 4 figli dopo aver compiuto 67 anni, dovremo darci un sistema per rendere l’immigrazione legale»), ha sempre cercato di arginare la tendenza di Trump ad allontanarsi dalla Nato e a lasciare l’Ucraina al suo destino.
Fino all’ultimo: ad Ankara aveva contribuito a convincere Trump a concedere all’Ucraina la licenza di produzione dei missili Patriot e aveva concordato con senatori democratici e repubblicani una misura bipartisan per sanzionare i Paesi che comprano petrolio o gas dalla Russia.
Cosa che ora alimenta teorie cospirative: l’arresto cardiaco frutto di un complotto russo o iraniano. La rete è già piena di queste illazioni. Come quella dell’influencer Laura Loomer, un tempo vicinissima a Trump: in un post intitolato «la Russia ha ucciso un senatore americano?» chiede un’inchiesta sulla morte di Graham e ricorda che di recente l’ideologo russo Alexander Dugin aveva auspicato la sua eliminazione.
La scomparsa potrebbe avere un impatto sugli equilibri al Senato, dove i repubblicani disponevano di una maggioranza di 53 seggi contro 47. In base alla legge della South Carolina, il governatore Henry McMaster potrà nominare un sostituto temporaneo fino alla scadenza del mandato, prevista per gennaio.
Trump ha già detto di avere un candidato «fantastico», ma non ha fatto nomi. In ogni caso la morte di Graham toglie un leader al Senato dove almeno due repubblicani, indeboliti politicamente dopo essere stati affossati da Trump alle primarie, non hanno più niente da perdere. E con l’incognita rappresentata da un altro big del partito: il senatore Mitch McConnell, 84 anni, ricoverato il 14 giugno e di cui non si sa più niente. Secondo alcuni, sarebbe già morto.
Adesso, con la scomparsa di Graham, i complottisti della base Maga hanno trovato nuovi filoni. L’influencer Laura Loomer ha rilanciato un messaggio di Alexander Dugin, in cui l’ideologo di Vladimir Putin invocava l’uccisione del senatore. Graham «era andato a Kiev per incontrare Zelensky, il giorno dopo è morto», ha scritto Loomer. «La Russia lo ha avvelenato? Serve un’inchiesta», ha aggiunto. Il direttore dell’Fbi Kash Patel, alimentando sospetti, ha annunciato di «aver messo a disposizione tutte le risorse necessarie». Anche personaggi rispettati vedono ombre.
Sir William Felix Browder, finanziere tra i più popolari oppositori di Putin, ha rilanciato un post in cui si cita l’ipotesi che il senatore sia stato ucciso dagli 007 del Cremlino. Altri, invece, guardano a Teheran, che non ha nascosto la soddisfazione per la notizia. Un conduttore della tv di stato ha annunciato la scomparsa del senatore definendolo «guerrafondaio». «È finito all’inferno», ha aggiunto.

(da agenzie)

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L’EURODEPUTATA SVEDESE HA DENUNCIATO UNA COLLEGA SOVRANISTA PER INCITAMENTO ALL’ODIO RAZZIALE

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA PARLAMENTARE SVEDESE DI ORIGINE IRACHENA HA PRESENTATO DENUNCIA CONTRO IL DEPUTATO DANESE STORM E QUELLO FINLANDESE TYNKKYNEN… ERA UNA DELLE OPZIONI, MA NE ESISTONO ALTRE … I LIBERALI CHIEDONO PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI CONTRO I DUE RIFIUTI UMANI

L’eurodeputata svedese di origine irachena Abir Al-Sahlani ha presentato denuncia contro una sua collega per incitamento dell’odio razziale. La vicenda, riportata dal The Guardian, risale a circa un mese fa. Alcuni eurodeputati di destra hanno intonato cori come “Remigrateli” al termine di una votazione volta ad aumentare le espulsioni in tutta l’Ue. Poco dopo, Abir Al-Sahlani, è intervenuta in aula, accusando i «fascisti dell’estrema destra» di aver toccato un «punto basso» con i loro slogan.
L’accusa
«Non mi sono mai sentita cosi’ insicura in questo Parlamento», aveva dichiarato in Aula. «Le urla dell’estrema destra non erano rivolte contro un avversario politico, riguardavano persone comuni che non avevano commesso altro “reato” se non quello di cercare una vita migliore in Europa». Ma il dibattito si è spostato sui social. Commentando un video della discussione postato sui canali della deputata svedese, l’eurodeputato finlandese Sebastian Tynkkynen ha scritto «Piangi pure», mentre il deputato danese Kristoffer Storm, dei Democratici danesi, ha affermato che lei «dovrebbe tornare a casa». Commenti che hanno scatenato una serie di messaggi d’odio che sono arrivati alle minacce di morte e stupro rivolte all’eurodeputata.
La denuncia
Mercoledì Al-Sahlani ha dichiarato di aver sporto denuncia contro Storm, accusandolo di aver usato un linguaggio razzista e di incitamento all’odio nei suoi confronti. La denuncia, ha precisato, riguardava solo il deputato danese, poiché la polizia svedese non sapeva bene come gestire il post pubblicato da Tynkkynen sui social media. Entrambi gli uomini hanno negato le accuse mosse contro di loro. Parlando con il Guardian pochi giorni dopo essere stata presa di mira online, Al-Sahlani aveva affermato: «Non so se sono delusa o triste. Provo tristezza per la democrazia europea, nel senso: davvero, questo è il livello dei nostri politici? Ma sono anche delusa perché, davvero, dai ragazzi. Sono una vostra collega».
Al-Sahlani ha raccolto la solidarietà della presidente di Renew Valerie Hayer che in una lettera alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha chiesto di adottare provvedimenti disciplinari nei confronti di Storm e Tynkkynen.

(da agenzie)

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SONDAGGIO GHISLERI: PER SETTE ITALIANI SU DIECI TRUMP E’ “SOLAMENTE UN BULLO” E PER IL 61% OFFENDE TUTTO IL PAESE

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

DOVE SONO FINITI QUEI MAGGIORDOMI SOVRANISTI CHE PER MESI VENERAVANO TUTTE LE CAZZATE CHE SPARAVA IL CRIMINALE? SOLO QUANDO HA ACCUSATO LA MELONI DI STALKING LO HANNO SCARICATO PERCHE’ NON PIU’ FUNZIONALE AI LORO INTERESSI DI BOTTEGA… TRUMP NON HA OFFESO TUTTO IL PAESE, NON HA PARLATO DI “ITALIANI” MA DI GIORGIA MELONI: PER NOI RIMANE UN REGOLAMENTO DI CONTI TRA DUE SOVRANISTI

Per decenni i presidenti americani hanno goduto, in Italia, di una sorta di credito quasi automatico. Da John Kennedy a Ronald Reagan, da Barack Obama fino, almeno inizialmente, anche allo stesso Donald Trump, gli Stati Uniti hanno rappresentato un punto di riferimento politico, culturale e persino emotivo. Si poteva contestarne le scelte, ma difficilmente si metteva in discussione la figura del presidente come simbolo della più importante democrazia occidentale.
Con Trump qualcosa sembra essersi rotto. Ed è forse qui che si coglie un significativo cambiamento storico. Nel sondaggio di Only Numbers c’è un dato che colpisce più di tutti. Non è tanto il 71,8% degli italiani che condivide l’affermazione secondo cui Donald Trump sarebbe «un ignobile bullo da quattro soldi» (cit.Carlo Calenda), né il fatto che quasi 6 italiani su 10 giudichino «grave e offensivo» il post con cui il presidente americano ha rilanciato una fotografia di Giorgia Meloni accompagnata dalla frase “Restraining Order Needed”, un’espressione che negli Stati Uniti richiama i provvedimenti restrittivi adottati nei casi di molestie e stalking.
Il dato davvero interessante è un altro: la critica a Trump non si ferma all’opposizione, ma attraversa buona parte dell’elettorato italiano, compreso quello di centro destra. The Donald è riuscito nell’intento di ricompattare il fronte politico attorno a un comune indirizzo. Là dove la guerra, con tutte le sue drammatiche conseguenze, non era riuscita a creare una reale convergenza, il tycoon americano è riuscito almeno a far ritrovare un’unità di giudizio, se non di vedute.
Soprattutto, emerge una lettura che va oltre la simpatia o l’antipatia personale verso Giorgia Meloni e la sua parte politica. Il 61,6% degli italiani interpreta quel messaggio come un attacco non soltanto alla presidente del Consiglio, ma all’Italia stessa. È un sentimento che si distribuisce in modo sorprendentemente trasversale. Non è soltanto una questione ideologica. Se fosse così, basterebbe osservare il voto dei partiti per trovare una netta divisione.
Invece il sondaggio racconta altro. Perfino tra gli elettori della Lega, tradizionalmente i più vicini al presidente americano, quasi quattro su dieci rifiutano quella definizione e oltre sei su dieci giudicano «grave e offensivo» il post contro Meloni.
Tra gli elettori di Fratelli d’Italia e di Forza Italia le percentuali sono ancora più elevate. È – forse – il segnale che esiste un limite che supera le appartenenze politiche. L’elettorato italiano può discutere, criticare e persino opporsi al proprio governo. Tuttavia, quando la critica arriva dall’esterno e assume i toni dell’umiliazione personale del capo del governo, molti la percepiscono come qualcosa di diverso: non una dialettica politica, bensì un’offesa alla rappresentanza istituzionale del Paese. In fondo dovrebbe essere un riflesso piuttosto naturale.
Nelle democrazie mature si può essere avversari all’interno, tuttavia quando il confronto arriva dall’esterno prevale spesso un senso di appartenenza nazionale. È successo in molti Paesi europei, così come sembra accadere oggi anche in Italia. C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Donald Trump ha costruito gran parte della propria comunicazione sull’idea della forza, dell’irrisione provocatoria, dell’attacco personale come strumento politico. Negli Stati Uniti questo linguaggio ha consolidato una parte del suo consenso, ma esportato fuori dai confini americani produce un effetto diverso. Quando il bersaglio diventa il presidente del Consiglio di un Paese alleato, la provocazione perde il carattere di battaglia politica interna e assume inevitabilmente una dimensione diplomatica. Il confine tra satira, provocazione e mancanza di rispetto verso un alleato diventa molto sottile. Ed è probabilmente questo che gli italiani sembrano aver colto. Infatti ben il 66,5% del campione intervistato condivide la mancanza di repliche da parte del nostro Presidente del Consiglio. Non stanno necessariamente difendendo Giorgia Meloni in quanto leader di parte. Stanno difendendo il principio che il presidente del Consiglio, quale che sia il colore politico, rappresenta il nostro Paese sulla scena internazionale.
Tutto questo racconta che, almeno su questo terreno, esiste ancora una sensibilità nazionale capace di superare le appartenenze. Una sorta di patriottismo istituzionale che non coincide con il sostegno al governo, ma con il rispetto delle istituzioni della Repubblica. È un messaggio che dovrebbe far riflettere anche chi, negli ultimi anni, ha interpretato la politica internazionale come una prosecuzione dei social network. Le relazioni tra Stati non funzionano con la logica dei post virali. Le parole dei leader hanno un peso diverso, perché parlano non solo ai propri elettori ma anche ai cittadini degli altri Paesi.
E forse il vero insegnamento di questo sondaggio è proprio questo: gli italiani possono dividersi su tutto, ma sembrano accettare sempre meno che il confronto politico internazionale si trasformi nell’umiliazione pubblica del proprio Paese. Non è un giudizio su Donald Trump in quanto leader politico… L’America ci piace sempre! Tuttavia, emerge il segnale che il prestigio della presidenza americana in Italia non è più un capitale garantito per definizione. Oggi va conquistato con il rispetto reciproco, soprattutto verso gli alleati. Se questo capitale di fiducia si incrina, non è soltanto l’immagine di un presidente d’oltre oceano a uscirne ridimensionata. È la qualità stessa del rapporto tra due democrazie che, per ottant’anni, hanno fatto dell’amicizia e della reciproca considerazione uno dei pilastri dell’alleanza occidentale.

(da La Stampa)

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PIZZO, TERRORE E FUCILI(ALTRO CHE IMMIGRATI). A PALERMO I CARABINIERI HANNO ESEGUITO IL FERMO DI 15 PERSONE, APPARTENENTI ALLA COSIDDETTA “BANDA DEI KALASHNIKOV” DEL CAPOLUOGO SICILIANO: SONO ACCUSATI DI ESTORSIONE, PORTO E DETENZIONE ILLEGALI DI ARMI COMUNI E DI ARMI DA GUERRA

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

GLI INQUIRENTI PARLANO DI “MODALITA’ VIOLENTISSIME E PARA-TERRORISTICHE” E HANNO RISCONTRATO UN LEGAME CON IL MANDAMENTO MAFIOSO DI TOMMASO NATALE-SAN LORENZO … GLI INDAGATI HANNO COMPIUTO ATTENTATI E INTIMIDAZIONI A COMMERCIANTI. GLI ORDINI ALLA BANDA SAREBBERO PARTITI DAL CARCERE

Ordini dal carcere per la banda del Kalashnikov che operava con “modalita’ violente e para-terroristiche”. Dalle indagini dei carabinieri, culminate oggi, a Palermo, con il fermo di indiziato di delitto di 15 persone (e il coinvolgimento di ulteriori 7 gia’ detenute per altra causa), emerge il ruolo, spiega la Dda, “di sicuro rilievo assunto, nell’ambito delle dinamiche del mandamento mafioso di Tommaso Natale/San Lorenzo, dall’indagato Salvatore Verga, 25 anni, detenuto nel carcere di Trani, deputato all’attivita’ di direzione degli odierni indagati e di altri soggetti ancora da identificare”.
A Verga, assieme ad altri in corso di identificazione, viene contestato, tra le altre cose, di avere illegalmente detenuto fucili mitragliatori e relativo munizionamento, 4 quattro pistole, un revolver calibro 38, un fucile a pompa, una pistola calibro 40 e altre due pistole di recente acquisto.
La cosiddetta banda dei Kalashnikov – accusata di estorsione, tentata estorsione, porto e detenzione illegali di armi comuni e di armi da guerra, tutti aggravati ai sensi dell’art.416 bis – aveva messo a segno avvertimenti con bottiglie incendiarie e raffiche di mitra agli esercizi commerciali di una vasta zona di Palermo, dallo Zen, a Sferracavallo a Isola delle femmine.
Una spietata escalation criminale che dal novembre 2025 ha colpito il territorio cittadino ricadente nel mandamento mafioso di Tommaso Natale/ San Lorenzo.
Un provvedimento di fermo – quello disposto dai pm palermitani – che nasce, “oltre che dal fondato pericolo di fuga degli indagati dalla esigenza di contrastare, ormai ineluttabilmente, l’azione estorsiva della predetta cosca mafiosa che, negli ultimi mesi, ha dato nuovo slancio, con modalita’ violentissime e para-terroristiche, all’attivita’ impositiva nei confronti di imprenditori e commercianti, nonostante la recente cattura, in data 11 febbraio 2025, di numerosi suoi componenti anche di livello apicale”.
Sarebbe stato Verga a ordinare il “devastante incendio” a una delle sedi della Sicily by car, lo scorso 11 giugno, poche ore prima che questi fosse “fermato” nell’ambito della prima tranche dell’indagine. Verga ha incaricato altri due soggetti – Rosario Piazza, 20 anni e Gian Mattia Celestino, 21 anni – di appiccare le fiamme a una delle sedi della societa’ Sicily by Car Spa, impresa questa, insieme ad altre, vittima di una precedente serie di azioni estorsive e intimidatorie, commesse anche mediante l’uso di armi da guerra.

(da agenzie)

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LA KNESSET FISSA LA DATA PER LE ELEZIONI: IL 27 OTTOBRE SARA’ UN REFERENDUM PRO O CONTRO IL CRIMINLE NETANYAHU

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

I SONDAGGI LO DANNO IN CALO, DAL 40.5% DI MARZO AL 29,4% DI GIUGNO… COME PRINCIPALE SFIDANTE EMERGE IL GENERALE EISENKOT

La tornata sarà nei fatti un referendum sul premier Netanyahu. 76 anni, alle prese con un processo per corruzione, Bibi punta a un nuovo mandato, ma i sondaggi lo danno in calo: dal 40,5% di marzo al 29,4% di giugno. Il generale Gadi Eisenkot emerge come principale rivale. Per Netanyahu pesano le accuse di non aver ottenuto la «vittoria totale» su Hamas ed Hezbollah e l’esclusione dai negoziati Iran-Usa.Il mondo guarda allo Stretto di Hormuz, alle navi bloccate, al costo del petrolio. Ma mentre Stati Uniti e Iran si accusano l’un l’altro e si fronteggiano con le bombe, nei Territori occupati si moltiplicano sempre più le micro-guerre combattute ogni santo giorno per conquistare un fazzoletto di terra arsa dal sole, per appropriarsi di un campo coltivato a vigneto o uliveto, a volte anche soltanto per impossessarsi di qualche baracca sgangherata sulla quale piantare la bandiera israeliana.
Stiamo parlando dei coloni, ovviamente. E delle loro micro-guerre per l’occupazione non autorizzata di terreni palestinesi. Il rapporto Annus Mirabilis di Peace Now e Kerem Navot pubblicato l’8 luglio dice che fra il 2023 e il 2025 sono nati in Cisgiordania 185 nuovi «avamposti coloniali».
Con tutto quel che ne consegue in termini di violenza e di restrizione della libertà di movimento per i palestinesi, che vedono crescere checkpoint ovunque e devono fare i conti con i blocchi continui per andare a scuola, al lavoro, nei centri medici… Il deputato democratico Ro Khanna aveva sentito parlare di tutto questo mille volte sotto il sole della sua California.
Ma mercoledì scorso, durante una visita in Cisgiordania a Turmus Ayya, nel governatorato di Ramallah e al-Bireh, ha visto da vicino i coloni in azione e il suo racconto è diventato un caso. «Eravamo in un luogo che i coloni israeliani avevano distrutto, avevano distrutto la scuola e l’intero villaggio, e noi lo stavamo semplicemente osservando», ha detto a un giornalista della Reuters .
«Questi delinquenti arrivano con fucili mitragliatori — M4, una mitragliatrice di fabbricazione americana! — e ci fermano. Bloccano la strada. E poi chiamano le forze di difesa israeliane, che sono dalla loro parte, non da quella degli americani». Fermi (lui e il suo team) per oltre un’ora, proteste diplomatiche ed eco internazionale per l’«incidente» chiuso soltanto dopo la richiesta di aiuto all’ambasciata americana a Gerusalemme e l’intervento di un gruppo di agenti arrivati per rilasciarli.
Sulla vicenda è intervenuto ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu con una intervista a Nbc News : «In Cisgiordania ci sono migliaia di tentativi di attacchi terroristici», ha premesso. «Il 99% degli israeliani che vivono negli insediamenti sono persone rispettose della legge. C’è un gruppo di 150 giovani delinquenti, che provengono da altre parti del Paese. Io non tollero vigilantes di ogni genere e stiamo lavorando per inquadrarli nel contesto della legge».
Ai «150 giovani delinquenti» di cui parla Netanyahu vanno aggiunti i facinorosi del nord-est che a decine hanno aperto un nuovo fronte di preoccupazione per il governo israeliano che deve tenerli a bada. Si sono autobattezzati «Pionieri del Bashan», per richiamare la regione biblica che arrivava fino alla pianura dell’Hauran, oggi territorio siriano. Il loro obiettivo? Creare insediamenti nel territorio siriano

(da agenzie)

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GIORGIA NON SA PIÙ COME FARSI PERDONARE DA TRUMP. IL SOTTOSEGRETARIO ALL’INTERNO, NICOLA MOLTENI, VOLERÀ A WASHINGTON PER PARTECIPARE AL CONTROVERSO VERTICE TRUMPIANO CONTRO LA PRESUNTA “RINASCITA DEL TERRORISMO TRANSNAZIONALE DI ESTREMA SINISTRA”

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL “WASHINGTON POST” RIVELA CHE DIVERSI PAESI EUROPEI SI SONO RIFIUTATI DI PARTECIPARE AL SUMMIT “ANTIFA” PERCHÉ TEMONO CHE LA CASA BIANCA CERCHI SOLO LA LEGITTIMAZIONE PER UNA STRETTA CONTRO OPPOSITORI POLITICI E ORGANIZZAZIONI STRANIERE… È COSI’ CHE “GIGIORGIA” DIFENDE GLI INTERESSI NAZIONALI?

Sarà il sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni a recarsi a Washington, per partecipare al controverso vertice trumpiano contro la presunta “rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra” convocato il 16 luglio dal segretario di Stato Marco Rubio. Scelta maturata sull’asse Palazzo Chigi-Farnesina, dopo ore tribolate.
L’invito era sulla scrivania del ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che consapevole delle polemiche, puntualmente scoppiate, aveva deciso sulle prime di spedire negli Usa un tecnico della nostra diplomazia. Non un politico.
È stata invece la premier Giorgia Meloni, secondo fonti dell’esecutivo, a chiedere al vice di cambiare profilo. Anche perché a Washington si aspettavano un rappresentante politico del governo, non certo un ambasciatore.
Si è deciso dunque di incaricare un sottosegretario. Per qualche ora è stata valutata l’ipotesi di spedire negli Usa Edmondo Cirielli, che però ha i galloni di viceministro. Troppo. Infine, la scelta: tocca a Molteni. Sottosegretario di un ministero che ha la competenza specifica sulla materia del summit, l’antiterrorismo.
Una mossa che si può spiegare così: da un lato, spedendo un politico, si può provare a ricucire con Donald Trump, dopo gli screzi in mondovisione degli ultimi mesi. La stessa Meloni, anche di recente, ha parlato di alcune «affinità» che restano con i rappresentanti della galassia Maga. Sul piano domestico, è un tentativo per non scoprirsi a destra, dove incalza Roberto Vannacci.
Dall’altro lato dell’Oceano le polemiche impazzano e funzionari anonimi hanno riferito al Washington Post il timore che la Casa Bianca punti a normalizzare l’utilizzo di strumenti antiterrorismo per reprimere l’attivismo di sinistra.
Allarmi rimbalzati anche nello Stivale. L’opposizione batte sul chiodo. «Dopo il berretto di Tajani al Board of Peace, ecco una nuova indecorosa missione fuori porta per raccogliere altri gadget elettorali made by Maga», commenta Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei e oggi deputato Pd.
Per la senatrice M5S Alessandra Maiorino, l’ipotesi di mandare un sottosegretario, «sarebbe inquietante, conferma l’affinità ideologica tra Meloni e Trump, un disperato tentativo della premier di rientrare nelle grazie del presidente americano». Avs ha già preparato un’interrogazione parlamentare per chiedere spiegazioni al ministro degli Esteri e alla premier.
L’incontro di giovedì, secondo il Washington Post, è stato pensato e voluto da Sebastian Gorka, zar anti-terrorismo dell’amministrazione Trump. Di origini ungheresi, nel primo mandato Gorka aveva lavorato alla Casa Bianca alle dipendenze di Steve Bannon.
Nella strategia anti-terrorismo pubblicata dall’amministrazione Trump a maggio, molta enfasi era stata posta sulla necessità di identificare e contrastare «i gruppi politici violenti e secolari, la cui ideologia è anti-americana, radicalmente transgender o anarchica, come Antifa», acronimo di antifascista.
Durante una tavola rotonda tenuta ad ottobre dell’anno scorso, però, lo stesso Trump aveva avvertito che «abbiamo un serio problema di minaccia terroristica di sinistra nel nostro paese: radicali associati con i gruppi terroristici domestici antifa».
Un allarme che si collega ora a quello lanciato nelle ultime settimane sul ritorno dei comunisti, sfruttando la vittoria dei candidati democratici socialisti nelle primarie per le midterm. Infatti il vertice è stato organizzato con grande fretta nel giro di pochi giorni, mandando la “concept note” e la richiesta di confermare la presenza entro venerdì.
Il problema è che molti paesi europei non vedono la questione negli stessi termini e non ritengono di avere un’emergenza antifa. L’Italia ad esempio considera la Fai-Fri (riunisce Federazione anarchica informale e Fronte rivoluzionario internazionale) pericolosa ma con letalità bassa.
Gli europei temono che il vero scopo dell’amministrazione sia stabilire collegamenti tra i suoi oppositori interni di sinistra e gruppi terroristici stranieri, in modo da poterli perseguire con gli strumenti riservati a queste operazioni di sicurezza. Ciò attiverebbe sistemi di sorveglianza che scavalcherebbero le leggi ordinarie, per la necessità di contrastare una straordinaria minaccia terroristica in arrivo dall’estero.
Secondo il Washington Post diversi paesi europei si sono rifiutati di partecipare, o hanno sollevato obiezioni, non perché prendano alla leggera la minaccia dell’estremismo di sinistra o di destra, come l’Italia che purtroppo ha alle spalle una drammatica stagione di terrorismo superata nel rispetto della Costituzione e delle sue leggi, ma perché temono la strumentalizzazione partitica di una questione così delicata.
Anche molti funzionari americani si sono opposti, perché temono che una volta superata questa linea rossa, nulla potrà impedire a future amministrazioni, anche democratiche, di usare gli strumenti anti terrorismo per perseguitare senza ragione gli oppositori politici.

(da agenzie)

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L’INVENTORE DI UN PAESE: HAMAD BIN KHALIFA AL THANI E’ STATO CAPACE DI RENDERE IL QATAR UN STATO MODERNO E DECISIVO NEI GIOCHI DIPLOMATICI DEL MEDIO ORIENTE. LO SCEICCO MORTO NELLE SCORSE ORE E PADRE DELL’EMIRO TAMIM BIN HAMAD AL THANI ERA SALITO AL POTERE IN QATAR NEL 1995 CON UN COLPO DI STATO PRIVO DI VIOLENZE. DA QUEL MOMENTO IL PAESE DEL GOLFO INIZIO’ A MUTARE PELLE

Luglio 13th, 2026 Riccardo Fucile

DALLA SCOPERTA DEI GIACIMENTI DI GAS LIQUIDO FINO A UNA COLOSSALE CAMPAGNA DI INVESTIMENTI ALL’ESTERO … DURANTE IL REGNO DI HAMAD, IL QATAR E’ DIVENTATO UN POTENTE MEDIATORE REGIONALE, TENENDO LE PORTE APERTE A GRUPPI COME TALEBANI, HAMAS E FRATELLI MUSULMANI

Pochi uomini possono dire di aver inventato un Paese. Hamad bin Khalifa Al-Thani lo ha fatto: ciò spiega il diluvio di condoglianze arrivate da tutto il mondo ieri, quando il governo del Qatar ha annunciato la morte a 74 anni dell’ex emiro, padre dell’attuale governante del Paese, Tamim.
Molto più di quante sarebbe stato logico aspettarsene per la scomparsa dell’ex capo di Stato di un Paese fra i più piccoli al mondo – 11.437 chilometri quadrati – con una popolazione di 2,5 milioni di persone, di cui non più di 300mila cittadini. Ma del resto, pensare alla grande, anzi, alla grandissima, ben oltre ogni limite conosciuto, è stata la cifra distintiva dell’emiro Hamad. […]
Era il 1995 quando, con un colpo di Stato incruento, Hamad depose il padre, lo sceicco Khalifa. Allora il Qatar era un povero e sonnecchioso emirato del Golfo che nel 1971, dopo la fine del dominio britannico, aveva rifiutato di unirsi agli Emirati arabi uniti: pesca e commercio di perle erano le voci principali della (povera) economia nazionale. In breve tutto cambiò: la scoperta dei giacimenti di gas liquido – fra i più grandi esistenti – proiettò il Qatar nell’Olimpo dei Paesi più ricchi del mondo: avrebbe potuto incassare e re-distribuire alla popolazione per tenersela fedele Hamad, come fino ad allora facevano tutti i governanti della regione.
Scelse invece di utilizzare i proventi del gas per mettere in atto una vera e propria rivoluzione: nel giro di pochi anni la Qatar investment autorithy (fondo statale creato per gestire le ricchezze nazionali) iniziò a portare avanti una gigantesca campagna di investimenti all’estero, proiettando il piccolo emirato nelle mappe internazionali. Ma ancor più si fece motore del cambiamento interno: nel 1996 nacque Al Jazeera, la televisione che – in arabo prima, in inglese poi – diede voce ad una intera regione del mondo e nel tempo divenne uno dei principali strumenti di influenza del Qatar.
Rivoluzionarie furono anche le scelte politiche: sulla scena nazionale Hamad introdusse riforme politiche che seppur molto limitate erano senza precedenti nella regione: tra di esse, la Costituzione approvata tramite referendum nel 2003. In politica estera trasformò – sempre grazie all’enorme ricchezza – il Qatar in un potente mediatore regionale, tenendo le porte – e il portafoglio – aperto per gruppi come i Talebani, Hamas e i Fratelli musulmani. Ma anche restando sempre fedele all’alleanza con gli Stati Uniti, tanto da spingere nel 1996 per l’apertura di Al Udeid, la più importante base militare Usa in Medio Oriente.
In tutto questo processo, al fianco di Hamad, come volto e motore del cambiamento c’è stata la sua terza moglie, la sceicca Moza, bellissima ed intelligentissima, madre di Tamim, quarto figlio maschio dell’emiro ma primogenito di Moza: colui che nel 2013 al momento dell’abdicazione – imposta dai vicini per limitare la crescente influenza del Qatar – fu scelto dal padre per succedergli. Allora a una delle sue sorelle, la sceicca al Mayassa, andò l’altra gamba dell’idea di Paese creata dai genitori: i musei, l’arte, le università. Mayassa è da anni considerata la donna più potente del mercato mondiale dell’arte. Fu la sceicca Moza a regalare con la sua presenza, il suo fascino e il suo potere l’ultimo gioiello ad Hamad: l’assegnazione al Qatar nel 2010 – dopo una campagna combattuta a suon di milioni di dollari e da più parti accusata di corruzione – dei Mondiali di calcio 2022

(da agenzie)

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