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LA LEGGE ELETTORALE PER FERIRE LA DEMOCRAZIA

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

ADESSO SIAMO ALL’ULTIMO FRANKESTEIN, IL MELONELLUM: SCANDALOSO NEL METODO E PERICOLOSO NEL MERITO

«La Repubblica è di tutti»: se c’è una memory card da custodire, in questo tempo gassoso in cui tutto evapora in un clic, è questa frase che Sergio Mattarella ci ha regalato nell’anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente. Cinque parole semplici, che tuttavia impegnano la democrazia come nient’altro. La Repubblica è di tutti coloro che allora diedero la vita perché potesse nascere dalle rovine del fascismo e della guerra, da Matteotti a Gramsci, da Amendola a Don Minzoni. La Repubblica è di tutti noi cittadini che oggi la vorremmo davvero «casa comune», quella che ci accoglie liberi e uguali e ci assicura diritti e garanzie. Sembra un brutto scherzo del destino, ma questa splendida preghiera laica del Capo dello Stato, nel “tempio” di Montecitorio, la applaudono gli stessi mercanti ipocriti che la stanno per rinnegare. Ma nulla succede per caso.
Non è un caso che nel giorno in cui si ricorda l’avvio del confronto parlamentare dal quale nacque la Costituzione antifascista restino vuoti gli scranni della «sporca dozzina» di Vannacci. Non è un caso che quando il presidente ricorda i martiri della Resistenza gli “onorevoli” delle tre destre si alzino di malavoglia e Meloni e La Russa applaudano con malagrazia. Non è un caso, soprattutto, che d’ora in poi in quella stessa aula tornata «sorda e grigia» il governo stia per consumare l’ennesima ferita al corpo vivo della Repubblica, del Parlamento e della democrazia.
Non bastavano gli strappi tentati finora, dall’elezione diretta del premier alla separazione delle carriere tra giudici e pm. Ora tocca alla legge elettorale, e la forzatura non è meno pericolosa delle precedenti. A pochi mesi dalla fine della legislatura, anche la Sorella d’Italia azzarda il “golpetto” a uso e consumo della sua coalizione. Sempre più incerta sulla rielezione, ormai raggiunta nei sondaggi dal campo largo, invece di cambiare il suo schema di gioco, stravolge le regole di tutti.
Avvelena i pozzi, come hanno fatto da ventitré anni a questa parte i leader in crisi di risultati e di consensi. Per provare a rivincere, lanciando fin da ora l’opa sul Quirinale. O per mutilare la vittoria degli avversari, che già solo per questa immensa posta in gioco (l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2029) dovrebbero giocare di squadra, cercando i voti e rinunciando ai veti.
Nel 1993, grazie ai referendum di Mario Segni, l’Italia provò a risorgere dalle rovine di Tangentopoli adottando un sistema di voto che ridava dignità al cittadino-elettore, agevolava la formazione di una maggioranza e assicurava la fisiologia dell’alternanza. Fu il Mattarellum, allora, a generare il bipolarismo in un paese che aveva conosciuto il consociativismo e il proporzionalismo. Ma non bastò. Nel 2005, con Berlusconi, ci toccò il Porcellum. Nel 2015 l’Italicum, nel 2016 il Rosatellum. Tutte porcherie, per lo più incostituzionali, bollate più volte dalla Consulta.
Adesso siamo all’ultimo Frankenstein, il Melonellum, appena sfornato dagli azzeccagarbugli di Colle Oppio. Pare che a partorirlo sia stata la mente raffinata del noto Fratello d’Italia uso a santificare le feste con l’uniforme delle SS. Dopo avere sudato sui sacri testi dei Mortati e dei Sartori, ci toccherà un papocchio vergato da Galeazzo Bignami. Per dire in quale abisso stiamo per precipitare.
Nel metodo, il Melonellum è scandaloso. Ancora una volta, la presidente del Consiglio impone alle Camere un testo blindato, o tutt’al più rimaneggiato nelle
segrete di palazzo Chigi, com’era già successo con la finta riforma della giustizia. Conferma così la sua visione illiberale della polis, dove alla fine quella che prevale è sempre la «verticale del potere». Con tanti saluti a De Gasperi che diceva «diamoci la mano, uomini di buona volontà», a Benedetto Croce che invocava «veni creator spiritus», a Piero Calamandrei che ripeteva «quando si scrivono le regole i banchi del governo devono restare vuoti».
Parole al vento, per queste destre senza gloria e senza memoria. Conta solo la volontà di chi comanda: non c’è spazio per il dialogo, non c’è tempo per il confronto. La nuova legge va approvata subito, senza modifiche: che si torni a votare ad aprile, a giugno o a settembre, le elezioni sono troppo vicine, e la sciamana Giorgia non può e non vuole rischiare. Cosa volete che gliene importi dello spirito costituente e della cultura della responsabilità repubblicana che ottant’anni fa permise a forze politiche diverse di unirsi nella stessa «comunità di destino»?
Nel merito, il Melonellum è pericoloso. Lo denunciano 160 costituzionalisti, tra i più autorevoli, quelli che hanno lanciato l’iniziativa “Per un voto uguale — Torniamo alla Costituzione” e che martedì prossimo si ritroveranno al Teatro de’ servi di Roma. Correggere le storture del Rosatellum, mutuate dal Porcellum e integrate nell’Italicum, è assolutamente necessario. La Corte costituzionale, inutilmente, lo chiede da anni. L’opposizione, colpevolmente, non ha una sua proposta organica.
Nel frattempo, il governo compie un misfatto: torna a cavalcare la sindrome autoritaria da “pieni poteri”, comprime il diritto di scelta degli elettori, altera l’equilibrio tra voti e seggi e trasforma la contesa elettorale in una sfida plebiscitaria. Il premio di maggioranza, abnorme come nelle precedenti versioni bocciate dalla Consulta, non è ispirato alla cultura della “governabilità”, ma alla dittatura della maggioranza.
L’attribuzione del 60% dei seggi al partito che supera la soglia dà a chi vince il controllo totale del Parlamento, e dunque degli organi elettivi di garanzia: Quirinale, Corte Costituzionale, Csm, autorità indipendenti. Così, chi prende il 40 o il 42% dei voti si prende tutto: le istituzioni, lo Stato, il Paese.
Al popolo sovrano non resta niente: eliminati i collegi uninominali, la scelta degli eletti è affidata alle solite liste bloccate. Finisce tra i rifiuti della storia anche il pannicello caldo delle preferenze: troppo rischiose per chi, come Salvini, sta perdendo il contatto con i territori. Per l’Armata Branca-Meloni il disincanto democratico e la disaffezione crescente dei cittadini dalle urne non è un problema, ma un’opportunità. Vale il ritornello ironico della canzonetta di Arbore: meno siamo, meglio stiamo.
Poi c’è l’ultimo maleficio: l’indicazione del candidato premier sul programma, che conferma la curvatura capocratica della pseudo-riforma. Nell’ultima versione, bontà loro, hanno aggiunto un codicillo che lascia inalterate le prerogative del presidente della Repubblica. Ma anche questa, alla fine, più che una clausola di salvaguardia pare una foglia di fico.
Delle due l’una. Se questa norma ha solo un valore simbolico, allora è inutile. Se invece ha un effetto sostanziale, allora è eversiva: diventa una scorciatoia per cambiare la forma di governo parlamentare senza passare dalla revisione costituzionale. Non prendiamoci in giro: combinata con il super-premio di maggioranza, l’indicazione preventiva del capo del governo configura quel «premierato di fatto» al quale aveva ambito il Cavaliere di Arcore, e che dieci anni dopo realizzerebbe l’Underdog della Garbatella. Un colpo di mano che il centrosinistra, il Paese e forse anche il Colle non le dovrebbero consentire.

(da Repubblica)

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SONDAGGIO PAGNONCELLI: VANNACCI AL 6% STACCA LA LEGA, SENZA DI LUI CAMPO LARGO AVANTI DI TRE PUNTI

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

FDI CALA AL 27%, FORZA ITALIA 8,3%, LEGA 5,6%

Come siamo oramai abituati, anche questo mese ha visto eventi rilevanti sia a livello internazionale che nazionale. In politica estera ha dominato il conflitto con l’Iran, che ha visto avviarsi una faticosa trattativa, per ora arrivata alla firma digitale di un memorandum con diversi aspetti piuttosto generici, ma che sembra complessivamente delineare una situazione di relativa difficoltà per gli Stati Uniti. Rimangono naturalmente al centro la guerra in Ucraina, con un posizionamento sempre più efficace, sia in termini politici che militari del paese attaccato dalla Russia, e il tema del Libano e di Gaza. Ma, per le ricadute sulla politica nazionale, particolare impatto ha avuto la polemica fra Giorgia Meloni e Donald Trump, che ha visto la nostra presidente del Consiglio reagire senza mezzi termini alle critiche, e in diversi casi agli insulti, del presidente americano.
Per quel che riguarda la politica interna, citando in disordine, la conclusione del turno di elezioni amministrative ha visto un sostanziale pareggio tra le coalizioni;
nella Lega si è enfatizzato il quadro di problematicità già evidente, con il segretario in difficoltà e ulteriori fuoruscite (non solo dalla Lega ma anche da Forza Italia) verso Roberto Vannacci sempre più attivo e presente nella cronaca politica; nella compagine di governo sono emerse differenze sulle spese per la difesa, in particolare in relazione all’utilizzo dei fondi Safe; tra le forze di opposizione rimane ancora prevalente la questione della leadership e della struttura delle alleanze (questione enfatizzata ulteriormente dalla foto a quattro che sembrava esprimere una distanza dalle forze centriste) mentre nel Pd i malumori rimangono evidenti, con una fuoruscita di rilievo come quella di Pina Picierno.
Le intenzioni di voto segnalano pochi cambiamenti, con una eccezione che vedremo tra poco.
Fratelli d’Italia vede un calo del proprio consenso che oggi si colloca al 27% con una contrazione dello 0,6% nell’ultimo mese. Stabile Forza Italia all’8,3% e anche la Lega che si conferma però ai suoi minimi negli anni recenti, con il 5,6%. In ulteriore ed evidente crescita invece Futuro nazionale, la formazione di Vannacci, che guadagna oltre un punto (+1,2 per l’esattezza) nell’ultimo mese e si colloca al 6 per cento, superando la Lega per la prima volta nei nostri sondaggi.
Il contributo al voto per Vannacci viene, come avevamo già evidenziato, dagli elettori della Lega e da quelli di Fratelli d’Italia, oltre a una piccola capacità di attrazione verso l’area dell’astensione.
Poche variazioni nell’ambito delle forze di opposizione: il Pd è infatti stabile al 20,1% (il dato più basso registrato nell’ultimo anno); sostanzialmente stabile anche il Movimento 5 Stelle, stimato al 14,3% contro il 14,5% di maggio; in calo invece Alleanza Verdi Sinistra che perde lo 0,6% e si colloca al 6,2%. Anche tra le «terze forze» si evidenzia una sostanziale stabilità, con Azione al 3%, Italia viva al 2% e +Europa all’1,9%, con un incremento dello 0,4% nell’ultimo mese.
Le coalizioni vedono il centrodestra «tradizionale» (cioè le forze che compongono l’attuale compagine di governo) al 41,7%, conto l’alleanza progressista (oltre a Pd, M5S, Avs, composta anche da Italia viva e +Europa) al 44,5%. È evidente che, per quanto non ci sia la certezza che tutti gli elettori di quest’area confermeranno il loro voto in caso di coalizione, la distanza diventa importante.
È quindi altrettanto evidente che il centrodestra attuale sembra obbligato all’alleanza con Vannacci, che lo porterebbe al 47,7%. Ammesso, anche in questo caso, che tutti gli elettori delle singole forze confermino il voto per una coalizione siffatta.
È infine da sottolineare che il piccolo incremento di partecipazione che si era registrato lo scorso mese e che avevamo attribuito ai risultati delle consultazioni amministrative, è prontamente rientrato. Oggi l’astensione e l’incertezza si collocano al 41,1% crescendo dell’1,3% e riavvicinandosi ai valori medi registrati nei mesi precedenti.

(da Corriere della Sera)

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DESTRA GALEOTTA! HARVARD? CONFINDUSTRIA? IL NORD PRODUTTIVO? NO, LA CLASSE DIRIGENTE DI VANNACCI ARRIVA DAL CARCERE. BASTA VEDERE IL CASO DI GIANNI ALEMANNO, APPENA USCITO DA REBIBBIA, CHE È ANDATO A CENA CON IL GENERALE E CON LA SUA “FECCIA”

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

MASNERI: “PIÙ CHE UNA DESTRA ‘LAW AND ORDER’, QUELLA DEL GENERALISSIMO È UNA DESTRA ‘ROMANZO CRIMINALE’. NON LA CALZA IN FACCIA DEI DIBATTITI DEL CAV. MA PROPRIO IL PASSAMONTAGNA. AGGIUNGIAMO UNA SPRUZZATINA DI QUEL PROFUMO VERO O PRESUNTO DI MAFIA CAPITALE. DEL RESTO ANCHE IL PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO, FRANCESCO ROCCA, HA CONOSCIUTO LE PATRIE GALERE CON UNA GIOVANILE CONDANNA PER SPACCIO”

A chi le primarie? A voi. La ricerca dei candidati e la creazione di una classe politica non sono mai una passeggiata.
Correre insieme? Buttarsi al centro? Ma non nel centro storico (lì arriva subito l’accusa: troppo Ztl). Buttarsi di sotto? A destra pare più semplice. A destra-destra soprattutto.
Guardate il general Vannacci. Primarie? Macchè. Società civile? Ma mi faccia il piacere. I “club” (da pronunciare: clöb)? Magari come Silvione nel 1994? Le scuole di partito come una volta? Acqua, acqua. Meglio puntare su Rebibbia.
La destra-destra del General Vannacci ha già la sua accademia, il bacino, la sua costituency; Non Harvard, non Confindustria, e nemmeno Colle Oppio. No, tutti a Rebibbia! Non intendendo il quartiere romano, feudo del guru di sinistra Zerocalcare. Ma proprio il carcere.
Infatti dal penitenziario romano è appena uscito Gianni Alemanno, incensato, intervistato, lodato, riabilitato e asciugato nel fisico, acclamato come un oracolo dal popolo vannaccista dei prodi patrioti. Pronto a correre col generalissimo.
Diciamolo: la destra riparta dal gabbio. E certo conterà pure che fu forse il peggior sindaco da quando esiste Roma, insieme alla Raggi, che però non ha mai conosciuto la detenzione. E questo conta, appunto, essere stati cattivi amministratori, ma non basta. E’ il carcere il valore aggiunto, il plus (da pronunciare: plàs).
Forse ricollegandosi astutamente a tutto un immaginario local, le canzoni della mala, le Mantellate, “Er canto der carcerato” di Claudio Villa, quel “non è romano chi non ha salito lo scalino” (inteso di Regina Coeli, altro clöb che potrebbe fornire prestigiosi candidati)
Non la calza in faccia dei dibattiti del Cav. ma proprio il passamontagna. Aggiungiamo una spruzzatina di quel profumo vero o presunto di Mafia capitale (ma pure nel seminale “Caterina va in città” di Virzì, l’analisi più giusta della politica romana e nazionale che ci sia mai stata negli ultimi decenni, c’era un deputato di destra-destra che diceva “aho, me so fatto er gabbio”).
Del resto anche il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, ha conosciuto le patrie galere con una giovanile condanna per spaccio, e pure il papà di Giorgia Meloni fu condannato per narcotraffico laggiù in Ispagna. Poi alcuni si sono riabilitati, è importante, questa è la funzione originaria del penitenziario, e son diventati esperti di questione carceraria, dopo le esperienze sul campo.
E qui non si vuole scherzare sulla seria questione del sovraffollamento carcerario. E non mancano certo gli ex detenuti passati alla politica, internazionalmente,
storicamente, ma di solito si tratta di reati giovanili, o di reati politici. Alemanno come un Nelson Mandela del Grande Raccordo Anulare?
Che poi Rebibbia non è solo la grande accademia della destra-destra ma pure il suo bacino di voto. L’ex sindaco, che ha tenuto un pregevole diario dal carcere, oggi assicura: son tutti di destra, i carcerati di Rebibbia.
Ha dichiarato anche che “dentro”, ha trovato “molta empatia”, ma il dato importante è l’altro. Son tutti di destra, dentro. Non si sa se di destra semplice o di destra-destra. Ci saranno anche lì le correnti. Ma lo saranno, di destra o di destra-destra, anche gli stranieri, quelli che Vannacci vorrebbe remigrare, e che secondo l’Istat costituiscono il 31,5 per cento dei carcerati?
Non si remigra più. Piuttosto se magna. All’uscita da Rebibbia, Alemanno è andato a cenare con Vannacci e un manipolo di camerati in un ristorante a Roma Nord (invece di andare alla bisteccheria di Delmastro, che è pure più vicina).
Ristorante sardo, specializzato nel porceddu. Comunque, tra quello stormire di camicie bianche attillate da maschioni di mezza età e i porceddu c’erano pure il leggendario Antonio Maria Rinaldi già candidato al Campidoglio e il deputato Pozzolo (speriamo disarmato, e non alla guida), e il pasto si è svolto tra celebrazioni con tanto di “a noi!”, e una specie di preghiera laica, “La lode a Dio, la spada al Re, il cuore alla dama e l’onore a me”, “codice etico dei cavalieri medievali recitato da un giovane attivista di Futuro nazionale”, riportano i giornali (boh. Mai sentito. Ma qui più che l’etica c’è la cotica, parrebbe).
E forse ci voleva un inno più adatto, tipo piuttosto “Er canto d’aa malavita” di Gabriella Ferri (“amore amore manname ’na pagnotta che er vitto d’er Coeli nun m’abbasta!”). Manname un porceddu! Deluso chi da una destra securitaria si aspettava che cooptasse poliziotti, servitori dello stato, prefetti magari fascistoni, questori nostalgici, pescando magari nel nord più conservatore.
Alla conquista del tessuto produttivo. Cernobbio, a noi? Macché. Rebibbia a voi. Il galeotto romano, con la tuta a strisce e la palla al piede, ecco l’homus vannacciano. Magari anche con “kit del candidato”, qui con arance, lima, mascherina da banda Bassotti.
Più che una destra “Law and order”, per restare alle serie tv, quella del generalissimo è una destra “Romanzo criminale” (è già da capire, in un giochino estivo stupidino, chi sia Er Freddo, e chi Er Dandi – potrebbe essere Vannacci, con le sue vestagliette.
Ma in un altro giochino, e manuale di conversazione, se dei vicini di ombrellone vi accuseranno di essere “sinistra Ztl”, rispondete prontamente e senza incertezze: meglio della “destra Rebibbia”, come in un dialogo da film di Virzì, anche se il candidato galeotto neanche uno sceneggiatore se lo poteva immaginare, neanche romano, vabbè.

Michele Masneri
per “Il Foglio”

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COME FINIRÀ LA DISFIDA LOMBARDA TRA LA RUSSA E LE MELONI? NELLA SUA MILANO, NON SI MUOVE FOGLIA CHE IL PRESIDENTE DEL SENATO NON VOGLIA

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

SUI CANDIDATI AL COMUNE E ALLA REGIONE SARÀ ANCORA ‘GNAZIO-STRAZIO A DARE LE CARTE: MAURIZIO LUPI A PALAZZO MARINO E GIOVANNI BOZZETTI (FONDAZIONE FIERA MILANO) AL PIRELLONE… MA LE SORELLINE MELONI, COTONATE D’ONNIPOTENZA, TIRANO FUORI FIDANZA, PRANDINI, TATARELLA E RISCHIANO DAVVERO DI SBATTERE DI BRUTTO

Ignazio La Russa accelera. Giorgia e Arianna Meloni frenano. La partita per Milano e la Lombardia sta diventando uno dei dossier più delicati dentro Fratelli d’Italia.
Da una parte il presidente del Senato, convinto che candidature e alleanze vadano definite in fretta e che nella sua Milano vuole ancora “dare le carte”.
Dall’altra le sorelle Meloni, decise più che mai a far valere il loro peso nel cuore produttivo del Paese. Anche se finora, vedi la sostituzione dell’assessora al Turismo Barbara Mazzali, vicina a Daniela Santanchè e dunque a La Russa, con Debora Massari, vicina alle “sorelle”, è sembrata più che altro un escamotage di marketing.
La distanza si è intravista anche ieri alla Sala Biagi della Regione Lombardia, durante il convegno dedicato a Giorgio Almirante. Arianna Meloni, attesa inizialmente in presenza, ha affidato il suo intervento a un videomessaggio registrato.
In prima fila, invece, c’era La Russa. Una differenza apparentemente marginale che, nelle stesse ore in cui si discute del futuro della città e della Regione, viene letta come qualcosa di più di una questione di agenda.
Da settimane il presidente del Senato incontra alleati, sonda candidature e prova a costruire una soluzione sia per Palazzo Marino sia per Palazzo Lombardia. Un protagonismo che qualcuno continua a considerare irrituale per la seconda carica dello Stato in trattative tutte politiche.
A Roma, però, non intendono aprire alcuna polemica. «Lo lasciano lavorare, ma questo non significa che le decisioni siano state prese», sintetizza un dirigente. La Russa, d’altronde, è convinto che il centrodestra non possa perdere altro tempo.
Milano resta il punto più debole per la coalizione – e anche l’argomento che più interessa all’ex missino. Non a caso, più di un anno fa aveva fatto il nome di Maurizio Lupi come candidato politico per il centrodestra.
Senza un nome spendibile e condiviso in FdI prima che tra gli alleati, la campagna elettorale rischia di non partire nemmeno. E oggi, infatti, i parlamentari lombardi di Fratelli d’Italia si ritroveranno al Pirellone per fare il punto. Una tappa propedeutica per il tavolo del centrodestra cittadino previsto per il prossimo 6 luglio.
Tra le ipotesi che stanno prendendo quota c’è quella dell’ex consigliere comunale Pietro Tatarella, assolto dopo sette anni dall’inchiesta “Mensa dei poveri”. Un nome che, oltre a consentire di uscire dallo stallo, rappresenta anche una precisa idea di classe dirigente.
Ma il vero obiettivo del partito resta Palazzo Lombardia. Fratelli d’Italia è il primo gruppo della maggioranza regionale ma non esprime il governatore, ruolo ancora affidato al leghista Attilio Fontana.
Tra i nomi che continuano a circolare ci sono Ettore Prandini, presidente della Coldiretti e vicino al ministro Francesco Lollobrigida, Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera Milano sponsorizzato da La Russa. In corsa, però, c’è anche l’eurodeputato Carlo Fidanza, molto in vista nella Ue.
Tutto, però, dipenderà dal calendario. Se le elezioni politiche dovessero essere anticipate alla primavera del 2027, Fontana potrebbe candidarsi al Parlamento e lasciare Palazzo Lombardia, aprendo la strada a un voto regionale già nell’autunno del 2027.
Se invece la legislatura arrivasse alla scadenza naturale, la Lombardia voterebbe tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028. Sullo sfondo pesano anche le altre partite della coalizione, dal Veneto alla Sicilia, fino al Friuli Venezia Giulia. È proprio questa incertezza a spiegare la prudenza di Giorgia Meloni.
La premier vuole capire quale candidato possa consentire al centrodestra di recuperare terreno nell’elettorato moderato senza scoprire il fianco alla destra. Anche tenendo conto della minaccia Roberto Vannacci, che considera la Lombardia una regione strategica e continua a rafforzare la propria presenza sul territorio (altri due consiglieri regionali potrebbero presto passare con lui).
Così, mentre La Russa continua a spingere sull’acceleratore per non farsi trovare impreparato, le sorelle Meloni tengono il punto. Non perché Milano e la Lombardia non siano una priorità, ma perché la convinzione è che una partita di questo peso si giochi una volta sola. E che, quando arriverà il momento, sarà la premier a decidere tempi, candidato e strategia. Non sono ammessi fallimenti.

(da agenzie)

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SON BASTATE 56 ORE PER MANDARE IN SOFFITTA LA GRAVISSIMA DICHIARAZIONE DI MARK RUTTE, SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO: ‘’500 AEREI USA SONO DECOLLATI DALLE BASI AMERICANE IN ITALIA PER SOSTENERE L’AZIONE MILITARE USA CONTRO L’IRAN’’. DELLE DUE, L’UNA: SE HA MENTITO, RUTTE SI DEVE DIMETTERE, ALTRIMENTI SI DEVE DIMETTERE MELONI

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL DILEMMA LO SCIOGLIE MARCELLO SORGI SU “LA STAMPA”: “MELONI NON HA IMPEDITO AGLI USA DI ATTERRARE ANCHE CON AEREI DA GUERRA, FARE RIFORNIMENTI O MANUTENZIONI, RIPARTIRE PER ANDARE A BOMBARDARE L’IRAN. SI È CHIUSO UN OCCHIO ANCHE SUGLI AEREI CISTERNA CHE POI INTERVENGONO IN VOLO PER RIFORNIRE DI CARBURANTE I BOMBARDIERI IN MISSIONE’’

Era inevitabile che il velo, prima o poi, cadesse. E Rutte c’è riuscito, mettendo in imbarazzo il ministro della Difesa Crosetto, che gli ha chiesto un’ulteriore precisazione.
Ma siccome l’equivoco sta alla base dello scontro tra Trump e Meloni, forse conviene chiarire cosa ha fatto l’Italia con le basi americane durante la guerra in Iran, e cosa invece avrebbe voluto Trump.
Meloni e Crosetto, non solo non hanno impedito agli Usa nulla che non fosse previsto dai trattati – normale logistica -, ma li hanno lasciati fare di più: atterrare anche con aerei da guerra, fare rifornimenti o manutenzioni, ripartire per andare a bombardare l’Iran.
Si è chiuso un occhio anche sugli aerei cisterna che poi intervengono in volo per rifornire di carburante i bombardieri in missione. L’unico errore di Meloni, al momento della crisi di Sigonella 2, è stato di rivendicare che il governo si muoveva nell’ambito degli accordi. Cioè che non partecipava ad azioni di guerra.
Era chiaro – anche se non del tutto vero – ma non c’era bisogno di dichiararlo. Ed è quel che ha irritato Trump e l’ha spinto ad associare la premier al primo ministro spagnolo Sanchez, che invece le basi americane in Spagna le ha chiuse per davvero.
Le conseguenze dell’equivoco naturalmente valgono anche per Meloni, che si affanna a cercare di far capire a Trump che non dovrebbe aver ragioni di dolersi dell’Italia, data la larga collaborazione assicurata nelle basi.
Ma Trump, verrebbe da dire, da quest’orecchio non ci sente: per lui la Nato (e l’Italia) dovevano intervenire attivamente, da alleati sul campo, nei cieli iraniani.
È qui che, con un’altra metafora, si potrebbe aggiungere che tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi si sono rotti i telefoni. E Trump ha cominciato a rispondere ai cellulari dei giornalisti italiani, per far sapere che lui non è affatto contento di come si è comportata l’ex-amica Giorgia.
Chissà cosa ne penserà adesso il Presidente Usa dell’intervento del segretario della Nato Rutte, che già altre volte ha tentato di spiegargli che l’organizzazione militare internazionale che dirige ha compiti difensivi e non di attacco.
Ma se l’Italia se l’è presa anche per una precisazione che riguardava basi e aerei americani, dirà tra sé e sé l’iracondo inquilino della Casa Bianca, vuol dire che avevo ragione io!

(da la Stampa)

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IL CONCETTO SOVRANISTA DELLA LIBERTA’ DI STAMPA: FEDERICA VALENTI, CRONISTA POLITICA DELL’AGENZIA GIORNALISTICA ITALIA, È STATA SPOSTATA ALLA REDAZIONE ESTERI DOPO UN ARTICOLO SULLE TENSIONI NELLA LEGA TRA ZAIA E SALVINI

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

VALENTI SEGUE DA 16 ANNI IL CARROCCIO: DOPO L’ARTICOLO, LA DIRETTRICE RITA LOFANO LE HA CHIESTO DI CONDIVIDERE TUTTI I SUOI ARTICOLI E POI, DOPO DUE SETTIMANE, LE HA COMUNICATO IL TRASFERIMENTO… IL COMITATO DI REDAZIONE CHIEDE UN INCONTRO URGENTE AI VERTICI: “SAREBBE SINGOLARE SCOPRIRE CHE IN AGI SI VIENE SPOSTATI DI MANSIONE PERCHÉ SI DANNO DELLE NOTIZIE IN ESCLUSIVA, DOVREBBE ESSERE AL CONTRARIO MOTIVO DI VANTO”.. IL COMUNICATO DEL CDR DELL’AGI

Il Cdr, dopo aver atteso invano per due giorni risposta a una richiesta di incontro urgente inviata alla Direttrice, chiede di chiarire la ragione dello spostamento della collega Federica Valenti dal Servizio politico a quello esteri.
Uno spostamento contrario agli interessi della redazione dell’AGI, considerando che si tratta di una collega che ha dimostrato negli anni il suo valore all’interno del servizio politico.
La collega segue da molti anni le vicende della Lega, e solo negli ultimi mesi ha dato diverse notizie in anteprima, tra cui la scomparsa dello storico leader Umberto Bossi con citazione di AGI su diverse testate.
Il Cdr, a norma dell’art.34 del Contratto Fieg-Fnsi, che prevede una comunicazione preventiva alla rappresentanza sindacale, chiede dunque di conoscere per quale motivo questa risorsa del servizio politico debba essere spostata altrove.
Sarebbe singolare scoprire che in AGI si viene spostati di mansione perché si danno delle notizie in esclusiva, dovrebbe essere al contrario motivo di vanto.
Sarebbe altrettanto singolare che gli spostamenti di’ redattori da un servizio ad un altro fossero dettati da ragioni ‘esterne’ all’Agenzia. Così come appare non comprensibile se lo spostamento fosse pensato nell’ottica di una riorganizzazione dei servizi, in mancanza di un qualsiasi confronto con il Cdr come invece prevede il Contratto nazionale, tanto piu’ dopo la bocciatura del piano editoriale e in assenza della presentazione di un nuovo piano.
Un articolo su un incontro tra Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia in cui quest’ultimo avrebbe fatto delle richieste precise per essere nominato vicesegretario: un congresso vero e la modifica dello statuto per far nascere un nuovo soggetto politico del Nord sul modello della Cdu e Csu bavarese.
Un retroscena come molti altri che però non è piaciuto ai vertici della Lega e che sarebbe costato il trasferimento di Federica Valenti, storica cronista parlamentare dell’Agenzia Giornalistica Italia (Agi, di proprietà dell’Eni) che segue la Lega da sedici anni, dal 2010 prima a Milano e poi a Roma.A Valenti, cronista iscritta all’associazione stampa parlamentare, mercoledì è stato comunicato che presto sarà spostata alla redazione esteri ufficialmente in un’ottica di “riorganizzazione”.
Nell’articolo Valenti elencava le richieste del doge per diventare vicesegretario:
“Zaia sarebbe stato netto nel chiedere a Salvini un passaggio congressuale – si leggeva – Non una assise elettiva, viene riferito ma un congresso finalizzato alla ‘modifica dello Statuto’ per dare vita a ‘nuovo soggetto politico’ che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello della Csu bavarese, che è la costola regionale della Cdu nazionale in Germania”.
E ancora: “Un modello federale di partito, sostanzialmente, su cui convergerebbero anche il governatore lombardo Attilio Fontana e il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo”. Inoltre, scriveva la cronista dell’Agi, Zaia poi avrebbe chiesto, “totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale, oltre a garanzie sulle liste al Nord. La proposta di essere affiancato da Fedriga, inoltre, sarebbe sua”.
Passaggi che non sarebbero piaciuti ai vertici salviniani del partito in imbarazzo per la nuova leadership dell’ex governatore del Veneto.
Così prima la direttrice dell’Agi Rita Lofano avrebbe chiesto alla sua cronista di condividere tutti gli articoli con la direzione e poi, due settimane dopo, le avrebbe comunicato il suo trasferimento alla redazione Esteri.

(da Il Fatto Quotidiano)

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GLI ANALISTI LO DANNO PER CERTO: L’IRRUZIONE SULLA SCENA POLITICA DI ROBERTO VANNACCI NON È UN FUOCO DI PAGLIA, SE VA AVANTI COSÌ A SETTEMBRE VANNACCI SOTTERRERÀ NON SOLO LA LEGA MA ANCHE FORZA ITALIA

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

A QUEL PUNTO, CON I DUE ALLEATI IN STATO COMATOSO, RIUSCIRÀ GIORGIA MELONI, COL SUO 26-27%, AD OTTENERE IL 42% DEI CONSENSI, COME VUOLE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE TARGATA CENTRODESTRA, SENZA IMBARCARE ANCHE L’ULTRA-DESTRA DI FUTURO NAZIONALE? -MA IN TAL CASO, L’USCITA DI FORZA ITALIA BY MARINA DALLA COALIZIONE, PER TOTALE INCOMPATIBILITÀ COL “MONDO AL CONTRARIO”, OMOFOBO E RAZZISTA, DI VANNACCI, VIENE DATA PIÙ CHE PROBABILE

Gran parte dei sondaggisti lo danno per certo: l’irruzione sulla scena politica di Roberto Vannacci e della sua “sporca dozzina”, altrimenti detta “Futuro Nazionale”, non è un fuoco di paglia, non è una caricatura, non è un mero fenomeno di passaggio destinato a ballare una sola estate: è qui per restare.
Se va avanti così, guadagnando 1 punto ogni 15 giorni, come rilevano i dati di SWG del 22 giugno e quelli di Agi/Youtrend di oggi, a settembre “Futuro Nazionale” sotterrerà non solo la Lega, sprofondata al 5-6%, ma anche Forza Italia, galleggiante al 7-8%.
A quel punto, con i due alleati in stato comatoso, riuscirà Giorgia Meloni, col 28% circa di FdI, ad ottenere il 42% dei consensi, come vuole la riforma della legge elettorale targata centrodestra?
Lo “Stabilucum”, che va in aula per la presentazione degli emendamenti (in primis sulle preferenze), prevede infatti un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (fino a un tetto di 220 eletti alla Camera e 113 al Senato) alla coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi.
Nel caso che il boom di Vannacci proceda oltre l’estate, di pari passo con l’emorragia di voti di Lega e Forza Italia, il premio di maggioranza proposto dalla nuova legge elettorale rischia di trasformarsi in un boomerang per l’Armata Branca-Meloni, a tutto vantaggio del campo del centrosinistra.
Dunque, che diavolo fare per ritornare di nuovo a combinare guai a Palazzo Chigi?
Intanto, nessuno sa quando si andrà a votare: elezioni anticipate ad aprile, come si vocifera, oppure alla scadenza della legislatura ad ottobre 2027?
Ipotizzare poi le possibili mosse di Giorgia Meloni, non è una fatica sprecata, è inutile: fin dal giorno in cui si è installata a Palazzo Chigi, la Statista della Sgarbatella si è sempre contraddistinta per le sue giravolte e piroette, volteggi e capriole, preferendo alla strategia (la visione generale), la tattica ballerina (l’opportunismo del giorno per giorno) pur di raggiungere un obiettivo immediato, perché “del doman non v’è certezza”.
Quindi, ammesso e non concesso che Vannacci cavalchi un’onda lunga e raggiunga nei sondaggi autunnali il 7-8%, possiamo solo tratteggiare qualche ipotesi.
Primo scenario: per mettere al sicuro la vittoria, Meloni imbarca nel terzetto della coalizione anche l’ultra-destra sovranista e filo-putiniana di Futuro Nazionale.
In tal caso, l’uscita dalla coalizione di Forza Italia in modalità Marina B., per esplicita incompatibilità con il “mondo al contrario”, omofobo e razzista, di Vannacci, viene data più che probabile.
Oltre ad aver rifilato una staffilata a Tajani (“In Europa ha votato a favore per dare altri soldi all’Ue”), l’ex parà ha sistemato per le feste la Regina di Arcore, Marina Berlusconi, rea di aver dichiarato che “escludere Vannacci dal centrodestra non sarebbe una grande perdita”; anzi, un’opportunità per liberare la coalizione da “pericolosi estremismi”.
Calzato l’elmetto, Robertino è partito alla carica. Dopo aver descritto Forza Italia come un partito “eterodiretto dal denaro e dall’editoria”, accusandolo di strizzare l’occhio a posizioni di sinistra, l’ha infilzata alla Travaglio: “Non capisco perché parli a nome di Forza Italia quando non svolge un ruolo politico“.
Anche se Forza Italia ha ribadito totale chiusura verso il generale, la Ducetta azzoppata è invece convinta di riuscire ad ammorbidire l’estremismo senza limitismo di Vannacci, mantenendo così il partito fondato da Silvio Berlusconi nella maggioranza.
Su tale progetto di aggregazione, è interessante quanto rilevano gli analisti di SWG sul fenomeno di Futuro Nazionale: “Tra i sostenitori della maggioranza di governo, 1 su 3 apprezza la figura del Generale e lo interpreta come un valore aggiunto per lo schieramento guidato da Meloni. A convincere è soprattutto la sua capacità di esprimersi in modo diretto, senza badare alla diplomazia”.
E aggiunge: “La maggioranza del popolo del centrodestra però è critica nei confronti di FN, in quanto non ne condivide le idee o lo ritiene poco credibile. Gran parte, inoltre, lo considera un mero fenomeno di passaggio”.
Occorre anche considerare come l’aggregazione di Futuro Nazionale in versione dietor, addolcita da poltrone ministeriali e da commissioni, verrebbe valutata dai democristiani del Partito Popolare Europeo, attualmente alla guida della commissione presieduta da Ursula von der Leyen.
Anche perché, dopo lo scazzo da pescivendoli con Trump, l’unica alternativa rimasta a “Gigiorgia” rimane quella di spostarsi al centro, ritornando con la cenere in testa a sedersi al tavolo di Merz e Macron (vedi il bilaterale col presidente francese ad Antibes, incontro che in passato, per non trasformarlo in un ring, si accordarono per rinviarlo).
Secondo scenario: a ‘sto Vannacci conviene scodinzolare alla corte della Meloni, cassando la sua retorica della minoranza eroica che gli fa dire: “Noi rappresentiamo lo scarto, la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e ne siamo fierissimi”?
Finora la leva per la sua irresistibile ascesa è stata quella di rinfacciare alla Meloni il tradimento delle promesse elettorali del 2022 e la deriva moderata del suo esecutivo, a partire da sicurezza e immigrazione fino alle posizioni sulle spese militari, posizionandosi come alternativa a quella che definisce una “destra slavata’’.
Infatti, l’ex generale della Folgore raccoglie consensi soprattutto dagli elettori di destra delusi dai quattro anni di occupazione di posti di potere dei Camerati d’Italia (il grande balzo di FdI avvenne quando fu l’unico partito all’opposizione del governo Draghi).
Terzo scenario: una volta festeggiato il 22 ottobre 2026 il quarto anniversario dal giuramento ufficiale al Quirinale avvenuto nel 2022, incassato l’agognato record di permanenza a Palazzo Chigi, “Gigiorgia” potrebbe anche trovarsi con un Salvini sempre più dissanguato da Vannacci che, per non tirare le cuoia, getta la spugna e molla il governo, e a quel punto Meloni si dimette.
Ma checché ne dica Bloomberg, dimissioni non vuol dire andare automaticamente a elezioni: il potere di sciogliere il parlamento è nelle mani sante di Sergio Mattarella che, secondo quanto prevede la Costituzione, deve procedere alle consultazioni dei partiti per individuare una nuova maggioranza.
Se la quadra di un accordo di governo non si trova, solo a quel punto Mattarella scioglie le Camere e apre la campagna elettorale.
A quel punto, la tela del bipolarismo con l’irruzione di Vannacci si è ingarbugliata e, come abbiamo visto, tutto può succedere: se Futuro Nazionale decide di entrare nella coalizione, c’è il rischio che esca Forza Italia; se la Lega, dopo aver determinato la caduta del governo, ritorna sui suoi passi, Giorgia Meloni non può ripresentarsi a candidato premier di una alleanza tale e quale a quella precedente.
Dov’è la coerenza? si chiederebbe il buon Mattarella, e con un bel comunicato dal Colle sistemerebbe l’Underdog mettendola nelle condizioni di non essere più credibile…
Roba da overdose di Xanax? Aveva già capito tutto colui che fece scolpire in greco questa frase su un marmetto del Palatino: “A Roma ho scoperto che la via diritta è un labirinto…”.

(da Dagoreport)

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SALVINI VUOLE NOMINARE A CAPO DELLE FERROVIE UN INDAGATO PER STRAGE

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTUALE AD DI TRENITALIA, GIANPIERO STRISCIUGLIO, INDAGATO DALLA PROCURA DI IVREA PER LA STRAGE DEL 30 AGOSTO 2023, POTREBBE ASSUMERE LA GUIDA DI FERROVIE DELLO STATO, AL POSTO DEL DIMISSIONARIO STEFANO DONNARUMMA… LIDIA ORASTELLA, MADRE DI GIUSEPPE AVERSA, UNA DELLE CINQUE VITTIME: “MENO MALE CHE, NEI GIORNI SUCCESSIVI ALL’INCIDENTE, IL MINISTRO SALVINI, AVEVA DETTO CHE AVREBBERO FATTO LUCE SULLA VICENDA IN SEI MESI. ORA COSA FANNO?”

I famigliari dei cinque operai della Sigifer uccisi dal passaggio di un treno alla stazione di Brandizzo (Torino) protestano alla notizia che Gianpiero Strisciuglio, indagato dalla Procura di Ivrea per la strage del 30 agosto 2023, potrebbe assumere la guida di Ferrovie dello Stato al posto di Stefano Donnarumma.
“Bell’esempio che dà lo Stato”, dice al sito internet de La Stampa Lidia Orastella, madre di Giuseppe Aversa, una delle cinque vittime. “Meno male che, nei giorni successivi all’incidente, il ministro dei Trasporti (Matteo Salvini, ndr) aveva detto che avrebbero fatto luce sulla vicenda in sei mesi. Ora cosa fanno? Rimettono ai vertici chi era responsabile della morte dei nostri figli – prosegue – Sono una donna forte e attendo giustizia da tre anni. Vedremo cosa salterà fuori dal processo, se mai si farà”.
“Ormai non mi scandalizzo più. Io piango ogni giorno sulla tomba di mio figlio e, intanto, loro sono ancora lì. Oggi, quando andrò al cimitero, dovrò trovare le parole per comunicarglielo”, aggiunge Massimo Laganà, padre di Kevin, il più giovane delle cinque vittime, stringendosi ai famigliari delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio. “Hanno dovuto aspettare anni per avere giustizia. Io piango mio figlio ogni giorno davanti a un marmo. Sono passati tre anni e non abbiamo ancora neppure la data della prima udienza”.

(da agenzie)

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ELLY SCHLEIN HA RESO IL PD RICCHISSIMO: UTILE RECORD NEL 2025

Giugno 26th, 2026 Riccardo Fucile

OLTRE 3,6 MILIONI DI UTILE, GRAZIE ANCHE AI TAGLI DEL PERSONALE

Elly Schlein ha pubblicato a giugno il migliore bilancio della storia del Partito Democratico, che nel 2025 ha raggiunto un utile record di 3.624.321 euro «dopo aver effettuato ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti per un importo di Euro 1.202.524». Nessuno dalla fondazione del Pd ha ottenuto un guadagno (nei bilanci dei partiti si chiama «avanzo di amministrazione») così alto. Un risultato ottenuto sia con l’aumento delle entrate (la maggiore parte sono pubbliche dal 2 per mille Irpef) che con una discreta sforbiciata delle spese, anche quelle di personale secondo la regola seguita da tutti i top manager.
Il Pd oggi è così ricco da rischiare di essere colpito da una patrimoniale
Complessivamente il Pd ha incassato nel 2025 13,658 milioni di euro. Il partito lasciato in eredità alla Schlein da Enrico Letta a inizio 2023 aveva entrate per 12,190 milioni di euro. L’aumento è stato di 1,468 milioni di euro. Nel 2022 per altro il bilancio del Pd si era chiuso con un avanzo di amministrazione (l’utile) di 572 mila euro. La Schlein ha migliorato quel risultato di 3,052 milioni di euro, con una crescita del 533%. Certo ora con tanta ricchezza il Pd ha un rischio: potrebbe essere colpito dalla patrimoniale invocata da gran parte del Campo largo. In ogni caso il grande miglioramento è tutto dovuto al 2 per mille Irpef, il sistema di finanziamento pubblico dei partiti in Italia che si basa sulle scelte dei contribuenti che indicano se e a chi dare quella quota delle proprie tasse al partito invece che all’erario. Nel 2022 il Pd incassava dal due per mille 7,346 milioni di euro, nel 2025 invece ha incamerato 10,57 milioni di euro. Cadute verticalmente invece le contribuzioni dei parlamentari, che nel 2022 sono ammontate a 3,59 milioni di euro e nel 2025 si sono fermate a 2,138 milioni di euro. C’è stato anche un taglio dei parlamentari parziale durante il 2022 che ha operato sull’intero 2025, ma non spiega tutto: gli eletti del Pd attuale hanno il braccino corto. Erano in 130 nella
scorsa legislatura, ora sono 106 (-18%). I loro versamenti però sono scesi del 40,44%.
Caccia agli eletti che non pagano, Chiara Braga la più generosa
Il tesoriere del Pd, Michele Fina, ha ben presente quel braccino corto, visto che tenta ogni tanto le maniere forti, sia pure con risultato modesto. Così in nota integrativa segnala che «la voce dei “crediti verso parlamentari” si è ridotta di Euro 47.514 rispetto all’anno precedente in quanto è proseguita l’azione di recupero delle somme dovute dagli eletti». Poi però Fina ha aumentato di 75.680 euro il fondo svalutazione crediti spiegando che la scelta si riferisce «alla svalutazione prudenziale dei crediti esistenti nei confronti degli eletti al 31/12/2025 e non ancora incassati alla data di redazione del presente rendiconto. L’ammontare della svalutazione è stato determinato valutando la recuperabilità di tali crediti, considerando anche il parere del consulente legale del partito».
In media gli eletti in Parlamento versano 18mila euro l’anno (lo fanno fra gli altri Dario Franceschini, Piero Fassino, Laura Boldrini e Francesco Boccia). La Schlein si tassa un pizzico di più: 20 mila euro. Marco Furfaro e Giuseppe Provenzano hanno versato 21 mila euro. Il record di generosità è di Chiara Gribaudo: 33 mila euro.
I parlamentari europei versano assai meno: Giorgio Gori gira al partito 14 mila euro; Lucia Annunziata 12.500 euro; Nicola Zingaretti 11 mila; Matteo Ricci 8 mila euro; Pina Picierno versava 7 mila euro; Brando Benifei 6 mila euro; l’ex virologo Andrea Crisanti si è fermato a 5 mila euro.
Chiara Braga, la parlamentare che si tassa più di tutti a favore del partito
Elly mani di forbice ha ridotto 28 dipendenti su 119
Per ottenere l’ottimo risultato di bilancio la Schlein ha anche sfoltito il personale dipendente del Pd. Nella nota integrativa si segnala che «il fondo Incentivi all’esodo pari al 31/12/2025 a 99.490 euro, nel corso dell’esercizio si è ridotto di 700.575 euro a seguito della risoluzione consensuale di n. 9 rapporti di lavoro dipendenti, che hanno previsto l’erogazione di incentivi all’esodo. Nel corso del 2026 già risultano utilizzi del Fondo e il Partito è disposto a effettuare ulteriori accantonamenti per favorire la fuoriuscita dei dipendenti e la riduzione
dell’organico. La riduzione del Fondo TFR rispetto al saldo esistente al 31/12/2024 è legata alla risoluzione di n. 14 rapporti di lavoro avvenuta nel corso del 2025». Al 31 dicembre 2025 «l’organico del personale dipendente è costituito da n. 91 lavoratori subordinati e da n. 8 collaboratori». Prima della Schlein, al 31 dicembre 2022, c’erano 119 lavoratori subordinati (28 in più) e 3 collaboratori (5 in meno). La scure ha colpito anche i giornalisti: erano 18, sono scesi a 16. Con un pizzico di furbizia la Schlein ha scaricato corsi del personale anche su altri, soprattutto sulla pubblica amministrazione: nel partito che lei ha ereditato c’erano 17 dipendenti in aspettativa non retribuita. Al 31 dicembre scorso erano invece in 23 (+ 35,29%).

(da Agenzie)

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