Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
UN INDAGATO: “SOMME DA DIVIDERE TRA FORZA ITALIA E LEGA”
«Della dazione dei 20 mila euro – dice ai pm l’ex assessore leghista al Comune di Cassano d’Adda, Marco Paoletti, parlando della tangente che ammette di aver ricevuto dall’architetto Michele Ugliola, cioè dal principale accusatore del leghista presidente del Consiglio regionale lombardo Davide Boni – io non ho mai parlato nè con Dario Ghezzi (capo della segreteria di Boni, ndr) nè con Boni o altri esponenti della Lega, anche se presupponevo che Ugliola glielo avrebbe riferito in quanto li frequentava abitualmente».
Paoletti, nei mesi scorsi espulso dalla Lega, spiega che sul «gradimento politico di Ugliola anche nei confronti del partito Lega Nord», e cioè «sul fatto che Ugliola fosse l’uomo di fiducia della Lega, ero stato già rassicurato sia da Boni sia da Ghezzi».
E «del fatto che Ugliola fosse colui che doveva occuparsi delle provviste di denaro per il movimento ebbi conferma in un successivo incontro con Ghezzi nell’autunno 2009 quando già avevo preso i 20 mila euro. Mostrai la disponibilità a contribuire alle spese della campagna elettorale di Boni, ma Ghezzi mi rispose: “Tu pensa a portare i voti, che il resto ce lo aspettiamo da Michele”» (cioè da Ugliola), «facendomi così capire che non vi erano problemi per quanto riguardava l’approvvigionamento a sostenere i costi della campagna elettorale».
Anche Gilberto Leuci, il cognato di Ugliola tra alterni rapporti, non ha notizie dirette: «Personalmente non ho mai consegnato denaro a Boni o a Ghezzi», perchè i pagamenti «sono stati gestiti da Ugliola».
Leuci, però, riferendosi a «12 operazioni a Cassano d’Adda per le quali ho percepito dagli imprenditori circa un milione e mezzo di euro e insieme a Ugliola abbiamo trattenuto generalmente tra un quarto e un terzo», si dice «consapevole che un terzo dei profitti sarebbero andati alla Lega»; nonchè «a conoscenza che i soldi per la politica dovevano essere destinati pro quota ai partiti che reggevano la giunta di Cassano d’Adda, in particolare Forza Italia e Lega Nord».
Ma con quale «copertura politica»?
«Non so indicare un esponente politico preciso per quanto riguarda Forza Italia, mentre posso indicare Boni e Ghezzi come i politici di livello più alto, con cui Ugliola aveva stretti rapporti, da cui avevamo copertura».
Leuci ritiene di «averne avuto conferma quando, in un incontro con l’amministratore delegato della Serenissima Sgr, egli mi rappresentò che era a conoscenza del fatto che per montare affari immobiliari in Lombardia era necessario fare un passaggio da Boni e Ghezzi, i quali dirigevano l’imprenditore verso me e Ugliola».
Anche dopo il deposito al Tribunale del Riesame dei verbali resi mesi fa da questi indagati, il peso maggiore e diretto delle accuse a Boni resta dunque appeso al controverso valore delle note dichiarazioni di Ugliola, che «a Ghezzi la mattina presto nel suo ufficio in Regione» dice di aver «dato 200 mila euro nel 2008, credo in 6-7 tranche in contanti all’interno di una busta, in relazione a un centro commerciale di Albuzzano» d’interesse per l’imprenditore veronese Monastero.
Questi, «preannunciatomi da Ghezzi, venne da me accompagnato da Monica Casiraghi», avvocato, ex vicesindaco leghista di Lissone, moglie di un ex pm monzese in forza all’Ispettorato del ministero della Giustizia, e «all’epoca consulente dell’assessorato regionale di Boni al Territorio.
Casiraghi disse a Monastero di affidarsi completamente a me perchè ero la loro persona di fiducia per queste questioni, aggiungendo che l’accordo che Monastero avrebbe preso con me sarebbe andato bene anche a Boni, a Ghezzi e a lei».
Altri «100 mila euro» Ugliola afferma di aver versato a Ghezzi «per l’area di Rodano Pioltello», una di quelle (con l’area Falck a Sesto San Giovanni e l’area Santa Giulia a Milano) per le quali a suo dire l’immobiliarista Luigi Zunino era «stato d’accordo con la proposta avanzatami da Boni e Ghezzi»: e cioè con «l’accordo stretto nell’ufficio di Ghezzi, nel senso che Boni si impegnò, in cambio della somma di un milione e 800 mila euro che Zunino avrebbe pagato, a farmi ottenere la valutazione di impatto ambientale ai fini dell’autorizzazione commerciale, impegnandosi perchè anche Nicoli Cristiani rilasciasse quella di propria competenza» (Nicoli, allora assessore regionale pdl, di recente è stato arrestato per 100 mila euro di tangente dall’imprenditore Locatelli per l’ok su una cava). Eccetto i 100 mila euro a Ghezzi asseriti da Ugliola, però, promesse e progetti di Zunino sono tutti rimasti «non concretizzati»: come pure gli ulteriori 800 mila euro che, secondo Ugliola, «Ghezzi mi disse andavano bene a lui e a Boni» per un’altra «area commerciale Marconi 2000 di Varedo», a cuore dell’immobiliarista Gabriele Sabatini «in un pranzo al ristorante “Riccione” con me, Ghezzi e Boni».
«D’altronde – è la tesi di Ugliola riparlando di Cassano d’Adda – il benestare politico a Ghezzi non poteva che venire dal suo diretto referente politico. Quando parlavo con lui parlavo con interposta persona, con Boni, essendo Ghezzi il suo capo di gabinetto. Schema di comunicazione anche in altri accordi di tangenti per aree non di Cassano».
Luigi Ferrarella
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
L’ARCHITETTO UGLIOLA, AL CENTRO DELL’INDAGINE PER CORRUZIONE CHE COINVOLGE IL LEGHISTA, RACCONTA AI PM IL GIRO DELLE MAZZETTE…”SOLDI A PDL E LEGA”, ACCUSE CONFERMATE DA UN POLITICO LOCALE DEL CARROCCIO
Per concludere affari immobiliari in Lombardia era necessario passare “per Boni e Ghezzi”. Cioè Davide
Boni, presidente leghista del consiglio regionale, e Dario Ghezzi, suo stretto collaboratore, indagati per corruzione.
Una nuova testimonianza, depositata la Tribunale del riesame in seguito a un ricorso di alcuni indagati, rende ancora più pesante il quadro del malaffare politico-imprenditoriale in Lombardia, la regione guidata da Roberto Formigoni dove nove consiglieri su 80 sono indagati.
Due giorni fa è toccato al pidiellino Angelo Giammario, accusato di aver intascato mazzette sulla manutenzione del verde pubblico.
Ma altri casi emergono, in modo bipartisan, in altre regioni del Nord. In Toscana, dove il consigliere regionale del Pd Riccardo Conti è indagato per corruzione con il manager Vito Gamberale (in una vicenda legata al caso Sea che fa tremare la giunta Pisapia a Milano).
E in Emilia-Romagna, dove il presidente Vasco Errani si dice pronto alle dimissioni dopo essere finito sotto inchiesta con l’accusa di aver ostacolato indagini su una coop in cui è interessato suo fratello.
A parlare di Boni è un altro indagato, Gilberto Leuci, che in un interrogatorio ai pm di Milano dichiara: ”Nel corso di un incontro che ho intrattenuto con l’amministratore delegato della Serenissima Sgr (società di gestione del risparmio creata dalla spa pubblico-privata Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova, ndr), lo stesso mi rappresentò che era a conoscenza del fatto che per montare affari immobiliari in Lombardia era necessario fare un passaggio da Boni e da Ghezzi, i quali dirigevano l’imprenditore verso il sottoscritto e da Ugliola”.
Il riferimento è a Michele Ugliola, l’architetto-mediatore intorno al quale ruota l’inchiesta condotta dai pm Alfredo Robledo e Paolo Filippini. “Personalmente non ho mai consegnato denaro a Boni o a Ghezzi, in quanto tali incombenze sono state gestite da Ugliola”.
L’inchiesta nasce dal presunto sistema di tangenti sull’urbanistica di Cassano D’Adda, comune in Provincia di Milano.
Ma il meccanismo era esteso alle grandi operazioni immobiliari di altre zone della Lombardia, compresa l’area Falck di Sesto San Giovanni per la quale è indagato per corruzione l’ex dirigente del Pd Filippo Penati.
Lo afferma in interrogatorio , il 12 luglio 2011, l’architetto Ugliola, che elenca una serie di operazioni “viziate” da mazzette: “Si tratta di tutti gli incarichi che ho ottenuto dalla società ‘Risanamento’ di Luigi Zunino, quali Santa Giulia, Area Falck di Sesto San Giovanni, Rodano — Pioltello — area ex Sisas, Scalo Farini, con riferimento all’immobile ex poste e Marconi 2000 — comune di Varedo.
In ciascuno di questi casi”, ha spiegato Ugliola, “sono state promesse somme di denaro ai medesimi esponenti politici sopra indicati, e cioè Boni, Ghezzi e Casiraghi (Monica Casiraghi, consulente di Boni all’assesssorato regionale al Territorio, ndr), in cambio dell’ottenimento delle autorizzazioni necessarie”.
Circostanziato il racconto sul presunto sistema delle tangenti a Cassano D’Adda, di nuovo dai verbali di Leuci. “Sono a conoscenza che i soldi per la politica dovevano essere destinati pro quota ai partiti che reggevano la giunta cassanese, in particolare Forza Italia e Lega Nord“, spiega ancora Leuci.
“Posso dire che le operazioni che io ho montato a Cassano, sulle quali ho percepito denaro dagli imprenditori, denaro che oggi ho girato a Michele Ugliola trattenendo la mia parte, sono circa 12. Posso quantificare in circa un milione e mezzo di euro la somma che io ho ritirato dagli imprenditori per le predette operazioni. Io e Ugliola trattenevamo generalmente tra un quarto e un terzo delle somme ricevute valutando la quota trattenuta caso per caso”.
L’indagato ha spiegato come avveniva la spartizione delle tangenti. “La quota da destinare ai politici, di circa due terzi della somma percepita, era gestita completamente da Ugliola, il quale si occupava di recapitarla ai politici”.
Per quanto riguarda i presunti collettori delle tangenti, “non so indicare un esponente politico preciso per quanto riguarda il partito Forza Italia”, ha precisato Leuci, mentre posso indicare Boni e Ghezzi come politici di livello più alto, con cui aveva stretto rapporti Ugliola, da cui avevamo copertura”.
Dai verbali emerge una conferma interna al partito di Umberto Bossi: “Ero consapevole del fatto che un terzo dei profitti sarebbero andati alla Lega”, afferma nell’interrogatorio del 21 ottobre 2011 Marco Paoletti, consigliere provinciale milanese eletto con la Lega Nord.
Nel 2010, Paoletti subisce una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta su Cassano: “Ricordo che Boni in più occasioni mi tranquillizzò — dice ai pm — dicendomi che non mi avrebbero abbandonato politicamente qualora ci fosse stato un risvolto giudiziario negativo nei miei confronti”.
Le presunte tangenti, ha aggiunto Paoletti, erano una sorta di “approvvigionamento” per “sostenere i costi della campagna elettorale” di Boni. Paoletti ha raccontato di un colloquio con Ghezzi, il collaboratore di Boni, nell’autunno 2009: “Avevo già preso i 20mila euro quando mostrai la disponibilità a contribuire alle spese della campagna elettorale di Boni, ma a fronte di questa disponibilità Ghezzi mi rispose: ‘tu pensa a portare i voti che il resto ce lo aspettiamo da Michele’, facendomi così capire che non vi erano problemi per quanto riguardava l’approvvigionamento a sostenere i costi della campagna elettorale”
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Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
IL SENATUR A MONACO DI BAVIERA: “DA SOLI ALLE URNE PER CONTARCI, COSI’ DOPO NON CI SARANNO PIU’ DUBBI”… SVELATA LA FARSA DELL’OPPOSIZIONE PATACCA DEI MARONIANI
«Se dovesse andare male? Almeno avremmo dimostrato la necessità dell’alleanza con Berlusconi».
Nella notte bavarese, Umberto Bossi lo dice.
Elena Artioli, leader leghista dell’Alto Adige nonchè sua interprete in terra di Germania, lo invita al silenzio: la stampa ascolta.
Ma il Senatur è di ottimo umore.
L’accordo firmato ieri mattina tra l’assessore lombardo Luciano Bresciani, suo fedelissimo, e il ministro della Sanità del land, Marcel Huber, è un pezzo pregiato della strategia leghista di Europa delle Regioni.
E, sorpresa, la birraia tedesca, Sara, lo ha riconosciuto: «Perchè noi siamo una forza popolare».
E così, il capo padano – qui tutti lo chiamano «Panzer Bossi» – si lascia andare a qualche considerazione più nostrana: «Berlusconi continua a dirmi che dobbiamo vederci per le amministrative. Ma quelle, ormai sono andate…».
Sulla corsa solitaria, nessun ripensamento.
Per «tre motivi. Il primo è che dobbiamo contarci. Vedere quanti siamo. Il secondo è che ormai alla gente è arrivato quel messaggio. Il terzo…».
Il Senatur – giacca blu, cravatta a righe sur tone e pochette verde che affiora a stento dal taschino – si prende un attimo.
Poi, la butta fuori: «Se andasse male, non ci saranno più dubbi sulla necessità dell’alleanza con Berlusconi».
Insomma, Umberto Bossi per la prima volta lo ammette.
Non ha mai condiviso la scelta dell’«amico Silvio» di porre fine al suo governo.
Ancor meno ha digerito la scelta di sostenere l’esecutivo degli «affamatori».
Eppure, non è mai stato convinto fino in fondo dell’opportunità di spezzare il rapporto con il Pdl per le elezioni nei municipi: la convinzione profonda di Bossi era, e resta, che da Berlusconi non si possa prescindere.
E allora, si superino le amministrative: se si vince, bene.
Se si perde, basta con gli schizzinosi: con la puzza sotto il naso rispetto al Cavaliere non si va da nessuna parte.
Certo: l’ex premier, dice Bossi, è «sottotono perchè non riesce a trovare l’idea giusta».
Ma lì, prima o poi, si dovrà tornare.
Intanto, guerra a Mario Monti. Con l’aiuto di un altro amico, Giulio Tremonti.
Entrerà nella Lega? «Vedremo, vedremo… per adesso lo teniamo un po’ lì…».
Di certo, non sembra un no.
Anche perchè con l’ex superministro all’economia, Umberto Bossi da tempo lavora al programma elettorale per le prossime politiche.
Ma perchè ora? Perchè così presto?
È guerra non convenzionale: «Perchè se noi presentiamo un programma forte, anche gli altri dovranno farlo». Dovranno rispondere a tono e spiegare i loro progetti per il dopo: «E quando i programmi elettorali ci saranno, Monti cade e si va alle urne».
E così, la campagna elettorale per le amministrative sarà assai politica: «Tra poco – annuncia Bossi – partiranno migliaia di gazebo in tutta la Padania. Raccoglieremo le firme per una serie di leggi di iniziativa popolare».
La prima, è la più nota: «Li martelleremo sulla riforma delle pensioni».
Ma il Carroccio aprirà almeno due nuovi fronti.
Parola di Bossi: «No ai mafiosi al nord, basta con i soggiorni obbligati».
E poi, dato che «le banche non danno più una lira a nessuno e l’economia muore», la Lega chiederà una legge per «separare le banche d’affari da quelle commerciali».
Marco Cremonesi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO “NON HA VERSATO IL SALDO DEI LAVORI”…. LE CARTE DELL’INCHIESTA SUL PORTO DI IMPERIA CITANO ANCHE L’EX MINISTRO E I SUOI FAMILIARI
Dopo la casa al Colosseo, la barca nel “suo” porto di Imperia. 
Per Claudio Scajola ancora guai legati ad acquisti con prezzi di favore.
Nelle duecento pagine dell’ordinanza con cui il gip di Imperia, Ottavio Colamartino, ha arrestato il costruttore romano Francesco Bellavista Caltagirone in relazione alla presunta truffa da cento milioni di euro per la costruzione del nuovo porto, salta fuori il nome dell’onorevole, della moglie e della sorella.
L’ex ministro, scrivono i pm della procura nella loro richiesta, a proposito di posti barca acquistati “risulta aver versato una mera caparra di euro 103.464 in data 8 maggio 2007 ma non pare aver versato il saldo”.
L’annotazione compare nel capitolo più scottante del faldone.
Quello in cui il pm Maria Antonia di Lazzaro, pur ricordando che non sono stati contestati episodi di corruzione, denuncia “l’esistenza di una sotterranea spartizione di ritorno dei profitti fraudolentemente conseguiti da Caltagirone in favore dei soggetti che gli hanno regalato l’appalto e il porto (ovvero dei loro familiari)”.
GLI AMICI
Nella sede romana di Acquamare (società del gruppo Acquamarcia di B. Caltagirone che ha avuto senza gara l’incarico di costruire il porto), la Polizia Postale imperiese ha sequestrato un registro delle vendite in cui gli acquirenti di posti barca e immobili sono qualificati come “amici”.
Tra di essi, la moglie di Scajola, Maria Teresa Verda, che risulta aver acquistato due posti barca e due posti auto per 344mila euro con sconto del 18,66%, e poi la sorella del parlamentare del Pdl, Maria Teresa Scajola con acquisti per un milione e mezzo per sei posti barca e per 462 mila euro per due immobili, questi ultimi con sconto del 5% mentre gli attracchi con sconti che vanno dal 12 al 17%.
Scajola avrebbe spiegato che quella somma la versò nell’ambito dell’acquisto effettuato dalla moglie.
La procura comunque sta indagando.
Sembra che molti dei posti barca comprati quando il cantiere era appena aperto siano già stati rivenduti con ottimi margini di guadagno.
I BAGNI
La tesi della procura è che Caltagirone Bellavista sia stato “scelto” da Scajola come costruttore cui affidare la realizzazione del più “grande porto turistico del Mediterraneo”.
Le manovre per evitare una gara pubblica hanno portato all’iscrizione di Scajola, Caltagirone ed altri con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta, mentre gli arresti sono scattati per la truffa.
Caltagirone avrebbe gonfiato i costi della costruzione ottenendo in cambio il 70% delle opere realizzate.
Quelle più remunerative come i posti barca.
Una permuta che viene definita “scandalosa” da uno degli indagati, Domenico Gandolfo in un’intercettazione in cui parla di “sproporzione gigantesca” tra quanto destinato al privato e quanto alla parte pubblica “non mi puoi valutare i gabinetti… i cessi come gli appartamenti”.
IL SINDACO
Caltagirone Bellavista viene accusato di aver esercitato “pesantissime ingerenze, pressioni e intromissioni nelle scelte amministrative e politiche del Comune di Imperia”.
Addirittura nei confronti del primo cittadino, il 23 settembre 2010 quando, “facendosi passare la bozza dall’attuale sindaco Strescino Paolo, ne ha cambiato lui stesso il contenuto in quanto non gradito”.
Nell’ordinanza il gip ricorda più volte come i dubbi sull’intera operazione fossero stati sollevati dai consiglieri di opposizione Giuseppe Zagarella e Paolo Verda, che denunciarono molte delle situazioni oggi trasformatesi in reati.
Infine, il gip sottolinea come “Bellavista Caltagirone ha attualmente in corso la realizzazione del porto turistico di Fiumicino e sta utilizzando le medesime modalità di fraudolenta lievitazione dei costi sperimentate in Imperia”.
Marco Preve
(da “La Repubblica”)
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Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
DALL’INCHIESTA DELLA PROCURA DI SAVONA CHE HA PORTATO IN CARCERE ANTONIO FAMELI, EMERGONO I SUOI CONTATTI CON IL PROCURATORE VINCENZO SCOLASTICO…”IN QUALSIASI SITUAZIONE CHE TI TROVI, FAI IL MIO NOME, CHIAMA ME”
Uomini vicini alla ‘ndrangheta in rapporto con il capo dell’antimafia di Genova, il procuratore Vincenzo Scolastico.
Il tutto, rigorosamente annotato nell’ordinanza che poche settimane fa ha portato in carcere Antonio e Serafino Fameli.
Nell’inchiesta, che imputa ai Fameli una girandola di intestazioni fittizie, società estere e investimenti immobiliari in Sudamerica tramite prestanome, emerge più volte il nome di Vincenzo Scolastico, per anni procuratore capo a Savona e ora coordinatore della Dda a Genova.
A far emergere questi inquietanti rapporti è stata una lite tra il faccendiere di Loano e il figlio Serafino, che dal Brasile curava i suoi interessi.
Un “normale” scontro interfamiliare per la vendita di un appartamento in Brasile, che sfocia nelle minaccia di Serafino di rivelare tutti i possedimenti del padre: “Quando faccio comodo sono anche io tuo figlio — scrive in una email — . Questa dovrebbe essere la mia famiglia? No grazie, preferisco non farne parte!!!”
Per poi proseguire: “Smettila di fare minacce che tanto lo sai che non mi fai paura, anzi mi fai incazzare di più …Ti avverto che sto preparando due dossier, che se continui a rompere le palle, mi riservo di mandare agli ordini competenti … poi si che son cazzi vostri”.
Pronta la risposta del padre, che gli investigatori ritengono contiguo alla potente cosca Piromalli: “Puoi mandare qualunque dossier in Italia che io non ho paura, perchè la giustizia sa già tutti i miei giri di proprietà e di società che sono tutti miei prestanome, e questo l’ho comunicato tempo fa anche al Dott. Scolastico, della Dda di Genova”.
Immediata la risposta dello stesso procuratore: “Mai incontrato Fameli, quando ero a Savona lo indagai per due volte per truffa facendolo condannare e chiedendo per lui l’ applicazione delle misure antimafia. Se lui si è proposto come confidente è questione che riguarda la polizia giudiziaria”.
Ma questo non è l’unico passaggio in cui compare il nome dell’ex procuratore capo di Savona, che ha fermamente rigettato qualsiasi commistione: “L’altro giorno è arrivato uno della Dia — racconta Fameli al telefono — m’ha detto me manda il Procuratore Scolastico, vorrei sapere quella persone dove abita, io ho detto dove abita, io sto collaborando e il casinò (la sala giochi posta al pian terreno della Villa Fameli, sull’Aurelia, ndr) non vien toccato per niente! … A me Scolastico m’ha detto … in qualsiasi situazione che ti trovi fai il mio nome … Chiunque che sia chiama me!”.
Se di millanterie si tratta, però, il Fameli le ha condivise con parecchie persone, fino a delineare un suo ruolo di informatore della procura.
“Se questo va dire che è il suo prestanome — obietta un giorno l’avvocato di Fameli, Claudia Marsala — non è mica una bella cosa commendatore”.
“Lo sanno già tutti avvocato — risponde lui al solito — tutti lo sanno, lo sanno i carabinieri, la polizia, tutti … Scolastico … tutti … tutti lo sanno che è un mio prestanome.
L’avvocato Claudia Marsala è la moglie del luogotenente dei carabinieri Pier Luigi Stendardo, che compare più volte nell’inchiesta, pur non essendo indagato.
Di lui parla la segretaria di Antonio Fameli, Maria Antonietta Barile: “Fameli faceva l’informatore di Stendardo — dichiara — in relazione a eventuali reati di cui lui veniva a conoscenza, ad esempio qualche reato commesso da qualche straniero cui lui aveva affittato un appartamento”.
In cambio si poteva ricorrere a lui in caso di movimenti strani: “Ricordo di aver visto un’autovettura, che si era fermata di fronte al locale e mi sembrava facesse delle foto, auto che ho poi visto ripassare. Chiamai allora Stendardo dandogli il numero di targa. Fameli mi aveva detto che Stendardo era uno della squadra mobile di Savona, (in realtà in forza al nucleo investigativo carabinieri) che era il marito dell’avvocato Claudia Marsala e che se avessi mai visto qualcosa di strano o preoccupante, avrei dovuto chiamare Stendardo”.
Il ruolo di informatore della Procura non sarebbe una novità per l’imprenditore di Loano, stando alle dichiarazioni del ex comandante dei carabinieri Michele Riccio (e cognato dell’avvocato Marsala), condannato in via definitiva a quattro anni e mezzo per aver favorito i suoi confidenti.
Nel processo che nel corso degli anni ’80 lo vedeva imputato per omicidio, Riccio, insieme con altri funzionari della procura di Savona, testimoniò che Fameli non solo non apparteneva alla ‘ndrangheta, ma che era stato di grande aiuto nelle indagini. Di sicuro aiutando le forze dell’ordine a catturare alcuni ‘ndranghetisti latitanti che si nascondevano fra il Ponente Ligure e la costa Azzurra. Fra questi Pino Scriva, che poi divenne il suo principale accusatore.
Scrive il gip Donatello Aschero nell’ordinanza di arresto che Fameli “ama da sempre tenere contatti con i magistrati, carabinieri, esponenti delle forze dell’ordine, vantandosi di ciò apertamente e ritenendo che questa sua condotta lo renda immune da conseguenze penali” e “con riferimento all’inquinamento probatorio , si muove invece su una linea molto più pericolosa e ambigua, contattando continuamente appartenenti all’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza e tentando ripetutamente … contatti e il coinvolgimento del procuratore aggiunto di Genova”.
Scolastico non è nuovo alle polemiche.
Specialmente a quelle sollevate dalla Casa della Legalità , che pochi mesi fa ha presentato un esposto alla procura di Torino contro di lui, perchè secondo l’associazione aveva divulgato informazioni ancora coperte dal segreto investigativo, nella relazione presentata alla Commissione parlamentare antimafia in visita a Genova.
Il riferimento è alle notizie che il giorno dopo tutti i giornali locali scrivevano a proposito di Carmelo Gullace, altro personaggio che le relazioni antimafia da anni indicano come elemento di spicco della cosca Raso-Gullace- Albanese, pur senza essere mai stato condannato in via definitiva.
In quella relazione, “riservata” ma non “segretata”, dopo aver sommariamente elencato tutti i principali procedimenti, il procuratore capo esaminava in maniera dettagliata le indagini su Gullace, con riferimenti ai vertici organizzativi della cosca, a politici calabresi coinvolti e a una finanziaria lecchese.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile
“QUANTO A MALAFFARE LA LEGA NON E’ DIVERSA DA ALTRI”…”LA NUOVA STAGIONE E’ MERITO DI FUTURO E LIBERTA”… “SE E’ NECESSARIO, IL GOVERNO NON ABBIA TIMORE DI COMMISSARIARE LA RAI”
“Piaccia o meno Fli è stata determinante per chiudere il berlusconismo. Non ha senso
l’anatema, ma ci siamo presi la responsabilità di evitare che la fase finale del berlusconismo determinasse il declino dell’Italia”.
Gianfranco Fini davanti alla assemblea di Fli rivendica il ruolo di primo piano suo personale e del suo partito nella nuova fase politica, ora aperta dal governo tecnico guidato da Mario Monti.
“Se viviamo una fase nuova e c’è un nuovo governo, è anche o forse o soprattutto perchè Fli ha iniziato quella lunga marcia dolorosa e difficile”.
”A Monti vorrei dare un consiglio — aggiunge — sia cosciente per davvero della sua forza, governi a tutto campo e non si faccia impantanare dai tatticismi dei partiti, non accetti veti, governi con quel coraggio e determinazione che gli italiani hanno chiesto invano ai precedenti governi. Quando giungerà al termine della legislatura nulla sarà più come prima”.
Sostegno al governo.
“Dobbiamo continuare in un’azione di sostegno convinto per dare efficacia ai provvedimenti che il Governo ha preso. Un Governo che ha restituito concretezza dopo mesi e mesi di sbornie collettive” ha chiarito Fini.
“Al di là delle riforme che, in alcuni casi, possono essere giudicate frutto di compromessi, timide, il Governo ha il merito di aver indicato una strada univoca, quella della concretezza”.
“Il mio consiglio non richiesto a Monti – prosegue – è questo: sia cosciente della sua forza, deve governare a tutto campo, non si lasci impagliare dai tatticismi dei partiti. Sappia che deve governare, non accetti di fermarsi davanti ai veti, vada avanti nelle riforme”.
Anche perchè “è una pessima democrazia quella che permette ai rappresentanti delle lobby di affollare i palazzi del Parlamento. Serve una norma che eviti che il Parlamento si trasformi in un suk”.
Ineleggibili i condannati per i reati contro la Pa.
“Come fare per comporre una Camera che sia un po’ più rappresentativa degli elettori? “Il punto cardine di una nuova legge elettorale deve essere il diritto dell’elettore a scegliere il parlamentare, il deputato e il senatore” riflette Fini.
Tra le riforme da approvare ha citato quella sul finanziamento dei partiti, spiegando che “noi siamo la dimostrazione che si può fare politica anche senza finanziamenti pubblici”, ma anche una norma “che renda impossibile la candidatura di un condannato per reati contro la pubblica amministrazione”.
Il ruolo dei moderati.
Poi tre affondi agli ex alleati.
Il primo: “Dire moderati oggi non ha senso: aggettivo moderato non significa nulla se riferito a chi urla ed è incapace di ascoltare, la vera alternativa è tra i rinnovatori ed i nostalgici, i gattopardi. Il discrimine e tra chi vuole riformare e chi è privo di progettualità innovativa”.
Il secondo: “Non abbiamo nessuna intenzione di rivangare il passato ma non abbiamo nessuna intenzione di intrecciare di nuovo le nostre strade” con il Pdl.
“A scanso di equivoci — ribadisce — facessero quello che ritengono più opportuno”.
D’altronde il Pdl “è un partito senza bussola”.
Una forza politica per “italiani di buona volontà ”.
Così c’è bisogno di un nuovo soggetto politico: “Dopo le amministrative, che saranno importanti ma non decisive, dovremo lavorare alla fase costituente del Terzo polo” annuncia il presidente della Camera. Dovrà trattarsi, continua, di un disegno “per la Terza Repubblica, non un’operazione di piccolo cabotaggio”.
Fini evita di scegliere un nome fra Partito degli italiani, Polo della nazione o lista civica, quello che importa è che “sta crescendo lo spazio per una nuova aggregazione politica” che però deve “mettere meglio a fuoco i contenuti, un’offerta politica a tutti gli italiani di buona volontà ”.
L’alternativa non è “tra moderati ed estremisti” ma tra “riformisti e chi con lo specchietto retrovisore” e in questo contesto Fli deve “giocare la sua partita ed essere protagonista della Terza Repubblica” dopo che la seconda “è finita con il berlusconismo”.
Il Terzo polo quindi “deve avere una chiara vocazione maggioritaria. Non sarà di centro, ma sarà centrale, rappresentando una sintesi delle migliori culture politiche italiane”.
La Lega.
La terza scudisciata è per la Lega Nord: ”Una Lega solo di opposizione sarà sempre più una Lega radicale che ostenta una diversità solo presunta perchè, in quanto a malaffare, non è diversa da altri”.
La Rai. Infine la Rai.
Fini dice: “Monti proceda con il commissariamento della Rai se lo ritiene necessario e metta i partiti di fronte alle loro responsabilità ”.
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Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA “CASA DELLA LEGALITA”: “NON CI PRESTIAMO A FARE DA PARAVENTO AD UNA POLITICA E AD UN’IMPRESA CHE CON LA MAFIA FA AFFARI”….”LIBERA” SOLO DI NOME, MAI UNA DENUNCIA, PROMUOVE SOLO ILLUSIONI, VIVENDO DI OPERAZIONI MEDIATICHE”
Su “Libera” bisogna una volta per tutte dirsi la verità .
Con tutto il rispetto per i parenti delle vittime di mafia e di quanti, in buona fede, sono oggi all’appuntamento promosso da Libera a Genova, noi non possiamo esserci.
Libera ha scelto da tempo di essere il “paravento” di una politica e di certa impresa che con le mafie ha fatto e fa ottimi affari.
Noi a questo “gioco”, in cambio di visibilità e soldi, non ci siamo mai prestati e mai ci presteremo.
Crediamo che la lotta alle mafie sia una cosa seria in cui, prima di tutto, occorre onestà intellettuale e realismo.
Vivere nell’illusione non serve e Libera promuove un “illusione” utile a farsi sentire meglio, ma sopratutto utile a certa politica per coprire le proprie indecenze…
Utile a non cambiare nulla.
Se sappiamo, come ci ricordava Caponnetto, che le mafie temono più l’attenzione dell’ergastolo, Libera questo “dettaglio” se lo è dimenticato.
Mai un nome e cognome… mai un indice puntato… solo e sempre un parlare di mafia come se questa fosse un ectoplasma.
Non è solo questione di “metodi” diversi.
E’ ben altro.
Per questa giornata genovese di Libera, ci sono stati palchi e presenze che rappresentano un insulto alla decenza, con amministratori pubblici locali “amici degli amici”, a partire dal presidente della Regione Claudio Burlando e scendendo verso molteplici amministratori di Comuni e Province.
Soggetti che hanno dato e continuano a dare lavori e concessioni, soprattutto attraverso società pubbliche, a imprese di note famiglie mafiose, anche quando si è in presenza di misure interdittive (come anche nel caso eclatante proprio del Comune di Genova) o quando le imprese sono prive della certificazione antimafia.
Questa ipocrisia per noi è intollerabile.
Lo strabismo, il piegare la lotta alla mafia ad un colore politico o a certa politica in cambio di soldi e visibilità , non è tollerabile e provoca danni. Prendiamo il presidente onorario di Libera, Nando dalla Chiesa.
A Milano fa grandi proclami contro le mafie, indica le collusioni con le Amministrazioni di centrodestra a Milano, ma poi a Genova, da consulente dell’amministrazione comunale della Vincenzi, ha coperto come polvere sotto il tappetino, indecenze assolute e gravissime.
Mai una denuncia… mai un nome e cognome!
Un esempio concreto, per andare oltre all’aspetto politico, viene poi, in terra di Liguria, anche dal settore delle imprese.
Qui, nella capitale del Partito del Cemento, posizione di rilievo hanno le grandi cooperative emiliane, come la Coopsette e Unieco, oltre alla “ligure” Abitcoop.
Cooperative che nei propri cantieri hanno dato lavoro – senza manco vergognarsi ed anzi ribadendo sempre che tutti gli incarichi erano a norma di legge – ai MAMONE (Coopsette ed Unieco), ai FOTIA (Unieco e Abitcoop), ai PELLEGRINO (Abitcoop).
E chi è uno tra i principali sponsor di Libera?
Proprio la Lega delle Cooperative, così come anche direttamente lo è l’Unieco!
“Libera” da tempo è tale solo nel nome, purtroppo.
Ha scelto di essere una “colonia”, abbandonando ciò che era alle origini.
E’ una scelta che nega quell’indipendenza necessaria per un efficace, credibile e corretta lotta alle mafie.
Vivere di operazioni mediatiche non serve a produrre un cambiamento reale e tanto meno a sconfiggere le mafie.
Quella di oggi a Genova è l’ennesima farsa dove Libera fa salire sul palco l’indecenza presentandola come decenza.
E’ un pessimo segnale e per noi è intollerabile.
Casa della Legalita
Ufficio di Presidenza
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Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MANNHEIMER: VOGLIA DI ELEZIONI AL MINIMO STORICO, IL 50% DEGLI ITALIANI NON SAPREBBE PER CHI VOTARE, FIDUCIA IN MONTI
Si aggirano alla ricerca delle telecamere che non sono più quelle di una volta. 
Di tanto in tanto ricompaiono in video e fanno uno strano effetto, come la visita di un vecchio e malsopportato parente.
Qualche volta rilasciano interviste ai grandi quotidiani e giurano di tornare, un po’ come gli
ubriachi allontanati dai bar a tarda notte.
Sono i politici italiani, così maldestri (per esser carini) da logorarsi fino al punto di cadere al fondo del fondo della fiducia degli elettori. Lo sa bene chi per mestiere sonda gli umori del Paese, come il sondaggista Renato Mannheimer: “La fiducia nei partiti? Sta al 4 per cento”.
Una percentuale irrisoria, eppure una quota non indifferente della vita di ciascuno di noi è ancora nelle loro mani che votano in Parlamento.
Il problema, semmai, è che pochi sembrano preoccuparsene, come se della democrazia dei partiti — tale è stata la performance dei suoi rappresentanti negli ultimi lustri — si potesse tranquillamente fare a meno.
Basta un poco di Monti e la pillola va giù: “Monti gode di un’elevatissima fiducia — sostiene Mannheimer — anche perchè la maggioranza che lo sostiene va da destra a sinistra. È vero, infatti, che la fiducia nei partiti nel complesso è bassissima, ma la fiducia nel partito di riferimento è solitamente più elevata. Capita poi che il gradimento del governo Monti vanga messo in discussione in relazione ai singoli provvedimenti, ma pochissimi si sentono davvero in imbarazzo per il fatto di essere governati da un esecutivo che, in fondo, nessuno ha eletto. Da questo punto di vista non c’è timore per la democrazia. La voglia di elezioni è ai minimi storici, anche perchè un italiano su due dichiara di non sapere per chi votare. Certo, il quadro politico attuale e la legge elettorale potrebbero cambiare molto da qui alla primavera del 2013 e questo influisce non poco sulla scelta degli elettori, ma rimane il fatto che quello degli indecisi e degli astensionisti è oggi di gran lunga il primo partito”.
Si può quindi parlare di politica “rinnegata”?
“Non esagererei. Partiti rinnegati sì, senza dubbio, ma la politica, nonostante tutto, a volte è ancora percepita come qualcosa di diverso da chi la fa”.
E il fatto che il governo Monti così popolare, pazienza se non eletto democraticamente, dipenda comunque da un Parlamento a cui quasi nessuno affiderebbe più nemmeno un pacchetto di sigarette, non preoccupa gli italiani?
“Il dibattito ricorrente — ancora Mannheimer — è sui sacrifici, su chi debba pagare di più o di meno la crisi. Il consenso sulla legittimazione di questo governo a proseguire il proprio lavoro è fuori discussione. Ma forse c’è speranza anche per la classe politica attuale. Il disagio maggiore, infatti, salta fuori quando i partiti non decidono. I leader che chiacchierano, soprattutto dei rapporti tra di loro, irritano profondamente l’elettorato. Se, per fare esempio, si trovasse un accordo serio per una vera una riforma elettorale, anche loro potrebbero riguadagnare fiducia”.
Quindi, tutto sommato, l’italiano è sì indignato, ma in fondo in fondo indulgente.
Un film simile su questi schermi si è già visto; e forse qui sta la minaccia vera, peggio dei vecchi leader che promettono di tornare: “Dalle nostre rilevazioni — prosegue il presidente di Ispo — emergono molti punti di contatto tra la crisi attuale e quella che seguì a Tangentopoli nel 1992-94. Allora Berlusconi seppe trovare un mercato potenziale presente nell’elettorato con una proposta di novità e iniziative che diedero l’idea della concretezza. Come poi sia andata a finire quella storia, è un altro discorso, ma il quadro è molto simile. Certo è difficile replicare il 1994, la credibilità di quelle proposte, allora considerate innovative, è nettamente diminuita. L’attuale crisi di fiducia nella politica, poi, è indubbiamente figlia anche della delusione per il tramonto del berlusconismo, a cui molti avevano sinceramente creduto. Il mercato elettorale che si apre di fronte a chi saprà dare di sè un’idea di novità e concretezza è tuttavia grandissimo”.
Alla domanda su chi saprà occupare questo spazio, il sondaggista si ritrae e preferisce non rispondere: “Non è il mio mestiere — conclude il professor Mannheimer — Dico solo che la via d’uscita a questa preoccupante crisi di legittimazione della politica ci può essere. Da una parte è necessario un ricambio della classe politica, ma soprattutto la gente manifesta il bisogno di un ricambio del linguaggio e delle idee. La gente si aspetta e pretende un linguaggio più chiaro, proposte concrete e non tanti discorsi in politichese senza contenuto”.
“Linguaggio chiaro”, “ricambio”, “politichese”, mancano solo il consociativismo e il teatrino della politica e sembra di essere nel 1994.
Nel 2013 si vota; un anno e poco più: poi si discuterà su cosa questi ultimi vent’anni abbiano insegnato agli italiani.
Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL NEGOZIATO SUL LAVORO HA OBBEDITO AL VECCHIO FORMAT TRIANGOLARE GOVERNO, CONFINDUSTRIA, SINDACATI
Giovedì Marco Venturi ha fatto persino il giro delle «tre chiese».
È stato da Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini per manifestare tutta l’insoddisfazione di Rete Imprese Italia, di cui è portavoce, verso le conclusioni a cui sta arrivando il negoziato sul lavoro.
La battuta migliore gliel’ha fatta Bersani: «Mi sembra di stare su un autobus in cui tutti hanno qualcosa da dire sull’autista, ma si rivolgono al bigliettaio perchè sia lui a rappresentare il loro malumore» .
Scherzi a parte il massimo rappresentante di commercianti e artigiani ha ricevuto ampie rassicurazioni da tutti ma a Rete Imprese Italia non si fanno illusioni.
Il negoziato sul lavoro ha obbedito ancora una volta al vecchio format triangolare governo-Confindustria-sindacati, quello che ha dominato il nostro Novecento e che si pensava dovesse andare in soffitta.
Come Venturi la pensano anche le associazioni delle partite Iva.
Quel triangolo le ha escluse persino dal tavolo e Anna Soru, presidente di Acta (l’associazione dei consulenti del terziario avanzato) sostiene che tutti coloro che nel governo o nei partiti si occupano della riforma continuano «a pensare solo dentro gli schemi del lavoro dipendente e non sanno niente di quello autonomo».
È chiaro che dovendo affrontare lo spinosissimo tema dell’articolo 18 il governo Monti non potesse pensare di depotenziare il confronto con i sindacati confederali e la Confindustria ma artigiani, commercianti e partite Iva si aspettavano comunque qualche segnale di novità in chiave universalistica e non concertativa. Delusi, ora sfogano il loro mugugno.
Raccontano come Cgil-Cisl-Uil e industriali comunque siano riusciti a negoziare con il governo e a ottenere partite di scambio mentre Rete Imprese è partita con un documento ed è arrivata alla fine sostanzialmente con il medesimo testo senza che nel mezzo ci fossero avvicinamenti, compromessi e mezzi risultati.
In termini calcistici si direbbe che Venturi è uscito dal campo con la maglia intonsa perchè non ha visto palla e non ha dovuto nemmeno correre.
Già in sede di decreto Salva Italia e di completamento della riforma previdenziale artigiani e commercianti avevano dovuto mandar giù qualche boccone amaro.
In primis l’aumento dei contributi pensionistici che entro il 2014 comporterà per i loro associati un maggior esborso di 2,7 miliardi.
L’aumento dell’Imu e tutta un’altra serie di piccoli balzelli sono stati un altro dispiacere e secondo i conti di rete Imprese graveranno per circa 5 mila euro aggiuntivi su ciascuna impresa.
Venturi e gli altri speravano che i rospi finissero qui.
E invece l’introduzione dell’Aspi, la nuova indennità di disoccupazione comporterà per le Pmi un aggravio di 1,2 miliardi di cui almeno la metà aggiuntivi ai contributi versati oggi.
Non è tutto.
Rete Imprese aveva chiesto che le risorse aggiuntive per allargare le tutele degli ammortizzatori sociali fossero compensate da una diminuzione dei soldi che le imprese versano per Inail e malattia.
Due gestioni che sono fortemente e, sostengono gli artigiani, “inutilmente” in attivo. Non se n’è fatto nulla.
Il quaderno delle doglianze dei Piccoli si chiude con le maggiorazioni di costo sui contratti a tempo determinato che comunque renderanno più rigida la flessibilità in entrata, un ossimoro.
Lo stesso vale per Confindustria ma le grandi imprese porteranno comunque a casa la revisione dell’articolo 18 e certamente non è poca cosa dal punto di vista simbolico.
Tra le partite Iva i mugugni sono ancora più forti.
L’impressione è di essere rimasti “figli di un Dio minore” anche in un contesto politico che si era prefissato l’obiettivo di allargare la platea dei rappresentati.
E invece, ad esempio, l’intervento sulle finte partite Iva riguarderà solo le professioni non ordinistiche, ricalcando quindi una vecchia bipartizione che ha mandato da sempre in bestia consulenti e knowledge worker. In più i criteri per individuare la finzione sono la monocommittenza e la fruizione di una postazione di lavoro presso il committente.
«Ma ciò richiede l’azione degli ispettori del lavoro. E allora se entrano in gioco gli ispettori sono molte le cose che vorremo far verificare» dicono ad Acta.
La considerazione più amara riguarda però l’aumento dei contributi previdenziali: c’è il fondato sospetto che li si voglia far salire, per parasubordinati e partite Iva, dall’attuale 28% fino al 33% e quest’operazione per Soru è «inaccettabile».
Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera”)
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