Destra di Popolo.net

CICCIOLINA TORNA E FA PROSELITI: POLITICA, FALSI MORALISTI E VERE PORNOSTAR

Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile

LA STALLER CORRE A SINDACO DI MONZA…A TARANTO PRIMARIE TRA DIVE HARD

Tra due declini, meglio un onorevole compromesso.
Lontani da un set bulgaro, magari alla buvette. Nella scelta tra il cadente porno di frontiera e la politica da trincea, la seconda si fa ancora preferire.
Cicciolina è tornata sul luogo del delitto pochi giorni fa. A 25 anni dal suo ingresso. C’era la folla, allora. I commessi la dovettero sollevare di peso.
Dalla strada la gente l’ha intravista tra i carabinieri. Qualcuno ha commentato: “E adesso sono cazzi”. Non c’era ombra di ironia.
Dall’alveare radicale,all’epoca, Ilona Staller interveniva su donne e carcerati.
Nilde Jotti annuiva: “Considerazione ammirevole”. I colleghi moralisteggiavano: “Povera Italia”.
Rimase cinque anni. Dall’87 al ’92. Uscì dalla porta principale, altri entrarono a San Vittore.
Oggi con la pensione da parlamentare in tasca e l’idea di candidarsi a sindaco di Monza con il suo partito , Nuova democrazia amore (in tandem col fidanzato, l’avvocato Di Carlo) sembra quasi una restauratrice.
Era a Roma per “cercare appoggi” e “fare incontri”.
Vanta il quattro per cento, Ilona, ma si ostina a parlare di prigioni e malati di Aids. Antica e meno disinvolta della collega che l’avrebbe dovuta sfidare, Milly D’Abbraccio.
Per tentare la stessa impresa si era spostata cavallerescamente settecentonovantotto chilometri a sud, a Torre Del Greco.
Esagerando: “Nel napoletano vengo dopo Maradona e sono vista come la madonna” e riscrivendo la massima di Emile Cioran: “È chiaro come il sole che Dio era una soluzione e che non ne troveremo mai una altrettanto soddisfacente”.
Si proponeva come tale, Milly, ma ieri tradendo le attese e spegnendo l’esultanza dei videonoleggiatori, ha rinunciato alla lotta perchè “sola e piena di impegni personali”. Peccatrice da sempre, ma non di modestia, dimenticati semantica e calembour che la mettevano alternativamente al centro di “una famiglia per pene” o nel ruolo della “professoressa di lingue”, in campagna elettorale aveva dato spettacolo.
Alzando l’asta. Esordendo con un semplice: “Milly for Monza” e poi uscendo di scena, una volta monetizzata la pubblicità . Titoli. Subito. Ci riproverà . Le crediamo. Se Milly sosteneva che tra politica e sesso esistesse un filo rosso: “Il Bunga bunga, Berlusconi, è chiaro no?” e che il più bell’articolo della Costituzione fosse “il 69”, in faccia all’Ilva, qualcuno terrà  dritta le bandiere (a luci) rosse.
Ci sono state le pornoprimarie in città  (una settimana di urne aperte, circa 600 votanti) e davanti alle legittime aspirazioni della marchesa dell’Hard, Luana Borgia: “Votate per me perchè sono una persona seria che lavorerà  per gli umili” hanno prevalso le velleità  della venere polacca, Amandha Fox, amante delle allusioni nominali, già  di tricolore vestita in occasione dei 150 anni dell’Unità  d’Italia e intenzionata a trasformare la città  nella succursale di Miami.
Entrambe le candidate sbagliavano le proporzioni (sic) del sito: “Un milione di abitanti?” ma intanto promettevano scoprendo programmi e nudità : “Alberghi e casinò”. A trionfare, infine, è stata la chiarezza.
Di fronte allo stupito anacronismo della Borgia sottoposta da Nobile delle Iene a giochi dialettici sui pilastri tecnici di Mario Monti che avrebbero richiesto ben altra prontezza, la marchesa ha deluso: “Passera? Come?”.
Così ad Amandha sono bastati un paio di giri nelle discoteche della riviera, flautare un “amo il sesso di gruppo” e paventare un festival internazionale sibillinamente denominato “Taranto Sex” per rincuorare (e convincere ) i votanti delle uniche primarie previste nel tarantino a darle voto e preferenza.
Così se Amandha (sostenuta da “Taranto svegliati”) ha scelto la via terzista tra destra e sinistra e come Cicciolina (che vorrebbe trasformare la Villa Reale di Monza in un angolo di Croazia) sogna “night club da realizzare grazie alle conoscenze che posso vantare nel mondo dell’imprenditoria italiana” altri, nell’attesa, si industriano parallelamente.
A sinistra ad esempio, dove trascorsi 60 anni dal comunista di Morselli e dalla scoperta della doppia morale, pulsa un desiderio deideologizzato (l’anno scorso una segretaria del Pd di San Miniato girò un porno amatoriale “È venuta a saperlo mia madre” dove il gioco di parole si trasformò in realtà , gogna, scandaletto e dimissioni) e in tutto l’arco costituzionale.
Gli esclusi, i feriti, pensano di chiedere il copyright.
Riccardo Schicchi ebbe l’intuizione originaria. Antipolitico prima di Tangentopoli. Prima Cicciolina, poi, nel ’92, il partito dell’amore.
Stavolta non l’hanno coinvolto. Lo avrebbe meritato.
Moana Pozzi, candidata nella circoscrizione laziale da Schicchi prese più preferenze di Rutelli e nel ’93 provò a vedere l’alba dal Campidoglio. Novemila voti.
Alla caccia del fascino discreto della borghesia, anni dopo, nell’ammucchiata generale, qualcuno se ne è ricordato.

Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TAV, LE 14 BUGIE DEL GOVERNO

Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile

UN’OPERA COSTOSA E DANNOSA…LE OBIEZIONI DEI TECNICI NO TAV AL DOCUMENTO DI MONTI

E così il governo tira finalmente fuori alcune risposte ai dubbi sul Tav Torino-Lione.
Posto che una seria valutazione non si fa a colpi di comunicati e dibattito sui giornali, ma attivando una apposita commissione tecnica indipendente, accenniamo qui ad alcune obiezioni. Secondo il team tecnico della Comunità  Montana Valli Susa e Sangone, i 14 punti appaiono “affrettati, superficiali, parziali e qua e là  inesatti; in ogni caso mancano i riferimenti agli studi che dovrebbero esserne la base e che, se esistono, continuano a essere coperti da segreto di Stato”. Il riferimento alla riduzione delle emissioni di gas serra e ai benefici ambientali dell’opera non è credibile, in quanto la letteratura scientifica internazionale attribuisce a opere simili pessime prestazioni energetiche e qui si afferma il contrario senza fornire un’Analisi del Ciclo di Vita (LCA) o un semplice bilancio di carbonio verificabile, invocati da anni.
Il nuovo tunnel di base, tra energia e materie prime spese in fase di realizzazione ed energia di gestione, inclusa quella per il raffreddamento dell’elevata temperatura interna alla roccia, produrrebbe più emissioni della linea storica a pieno carico di merci e passeggeri, in palese contrasto con gli obiettivi europei di efficienza energetica 20-20-20.
Per limitare l’impatto psicologico e diluire quello finanziario a carico dei contribuenti si tende nei 14 punti a frammentare l’opera in sezioni indipendenti più piccole, che tuttavia non permetterebbero da sole di raggiungere le prestazioni promesse.
Un esempio: si dichiara una riduzione dei tempi di percorrenza tra Torino e Chambèry pari a 79 minuti, solo grazie al nuovo tunnel di base, rimanendo invariati i raccordi.
Ma tale risultato è irraggiungibile senza la realizzazione dell’intera tratta, in quanto implicherebbe velocità  prossime ai 500 km/h in tunnel a fronte di una velocità  di progetto di 220 km/h.
Delle tre ore di riduzione tempi di percorrenza sulla tratta Parigi-Milano enunciate al punto 6, già  ora circa 40 minuti sarebbero recuperabili facendo transitare i TGV sulla nuova e sottoutilizzata linea ad alta velocità  Torino-Milano, sulla quale tuttavia i treni francesi non sono ammessi per discutibili scelte sui sistemi di segnalamento, che pure l’Europa individua come primo fattore da armonizzare per le reti transeuropee.
Al punto 11 si arriva addirittura ad affermare che “il progetto non genera danni ambientali diretti ed indiretti” il che è ovviamente impossibile, un’opera di questo genere presenta inevitabilmente enormi criticità  ambientali e sanitarie, evidenziate perfino nelle relazioni progettuali LTF, che si può tentare di mitigare e compensare, ma non certo eliminare.
L’unico modo per non avere impatti “nel delicato ambiente alpino” è lasciarlo indisturbato.
I posti di lavoro promessi, oltre che sovrastimati, riguarderebbero principalmente gli scavi in galleria, dunque notoriamente temporanei, insalubri e di modesta qualificazione professionale, in genere coperti da emigrati da paesi in via di sviluppo.
Le prestazioni della linea esistente vengono minimizzate sulla base della vetustà  e non delle sue effettive capacità .
Nel 2010 infatti la linea attuale è stata utilizzata a meno del 12% delle sue potenzialità .
Un tunnel è un tunnel, non può essere nè vecchio nè nuovo allorchè svolge la sua funzione di condotto.
Il Frejus, benchè ultimato nel 1871, a differenza di quanto affermato al punto 8 “dove non entrano i containers oggi in uso per il trasporto merci” è stato recentemente ampliato per consentire il passaggio di container a sagoma GB1 (standard europeo), spendendo poco meno di 400 milioni di euro.
Non è chiaro perchè il collaudo tardi ancora o, se c’è stato, perchè permangano i limiti preesistenti ai lavori.
Quanto alla pendenza della linea storica, indicata al punto 6 nel 33 per mille, si rileva che il valore medio è attorno al 20 per mille, e solo 1 km raggiunge il 31 per mille e non il 33. L’energia spesa per raggiungere la quota massima del tunnel del Frejus a 1335 metri viene inoltre in buona parte recuperata nel tratto di discesa.
Si   ricorda che negli Stati Uniti l’unico tunnel che attraversa il Continental Divide nelle Montagne Rocciose del Colorado, il Moffat Tunnel, lungo 10 km, è a binario unico e culmina a ben 2817 m, e dal 1928 viene ritenuto ancora perfettamente efficiente. In conclusione: c’è già  una ferrovia funzionante lungi da essere paragonata a una macchina da scrivere nell’era del computer; l’attuale domanda di trasporto è enormemente inferiore alla capacità  della linea; costruire un’altra linea in megatunnel costa una cifra spropositata in un momento così critico per la nostra economia; l’Europa non ci ha imposto niente, tant’è che non ha ancora deciso se finanziare o meno il tunnel di base; la valutazione di impatto ambientale dell’intero progetto non è mai stata effettuata; l’analisi completa costi-benefici non è ancora stata pubblicata; il bilancio energetico non è disponibile.
E nel frattempo, intorno alla torta si affollano anche troppi commensali, tutti interessati a partire con i lavori, non importa come, purchè si cominci a scavare.

Luca Mercalli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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E’ L’ITALIA DEI BROGLI: VOTI CONTESI E TESSERE FANTASMA

Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile

DA PALERMO A VARESE, EPIDEMIA DI URNE COL TRUCCO

Il 17 ottobre 2011 il signor Ampelio Ercolano Pizzato, di Bassano del Grappa, quantunque defunto da tempo, lasciò la sua dimora eterna per iscriversi al Pdl.
Prova provata che, come Lui sostiene da anni, la sola evocazione di San Silvio da Arcore fa miracoli.
Va però detto che, di prodigi simili, la politica trabocca.
A destra, a sinistra, al centro…
L’ultimo caso è la decisione della Lega Nord di annullare le «primarie» di Varese che dovevano eleggere i delegati al congresso della Lombardia: alla conta c’erano 332 voti contro 329 votanti effettivi.
Quanto bastava perchè l’ex segretario Stefano Candiani, nella culla del Carroccio scossa dalle risse fratricide, dicesse: «Anche un solo voto fuori posto è una circostanza sgradevole. Non vedo alternative alla ripetizione del voto».
Il partito di Bossi, del resto, la «verginità » l’aveva già  persa anni fa.
Quando il presidente del movimento in Toscana, Vincenzo Soldati, era stato condannato con altri tre militanti per aver taroccato le firme necessarie a presentare la lista alle elezioni
Varie inchieste giudiziarie, tuttavia, hanno dimostrato che non un partito, manco uno, è riuscito negli anni a rimanere del tutto estraneo a queste faccende.
Basti ricordare, tra gli altri, il processo che a Udine, per le provinciali e le comunali del 1995, vide 12 persone finire in manette e 71 a giudizio appartenenti un po’ a tutti i partiti, da An al Ccd, da Forza Italia al Pds, dai Verdi alla Lega Friuli e al Ppi.
Furono coinvolti perfino, sia pure di striscio, i radicali, che storicamente hanno combattuto le battaglie più dure sul fronte della legalità  nella raccolta delle firme, fino alla denuncia per brogli del governatore Roberto Formigoni.
E come dimenticare l’inchiesta genovese di qualche anno fa nella quale restarono inguaiati 49 esponenti di un po’ tutti i partiti?
Erano false 187 firme su 1.183 dell’asse Pri-Socialisti, 388 su 1.351 del Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, 310 su 1.148 del Msi-Fiamma tricolore, 314 su 1.261 delle Liste civiche associate, 53 su 1.133 del Ppi, 161 su 1.141 dei Verdi…
Per non dire delle inchieste aperte a Monza, Trento, Bologna, Rossano, Campobasso, dove la Digos indagando sulle regionali si spinse a denunciare 16 segretari provinciali di diversi partiti…
Insomma, le cose avevano preso una piega tale che a metà  luglio 2003, mentre la gente boccheggiava nell’estate più calda da decenni, il centrodestra decise di metterci una pezza varando (270 sì, 154 no, 5 astenuti) la depenalizzazione: basta con le manette, basta con la galera. Solo una multa.
Il relatore Michele Saponara rassicurò che in fondo, queste truffe sulle firme, «non sono reati pericolosi socialmente».
Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Era da tempo, tuttavia, che non si accavallavano tanti imbrogli. Ancora trasversali.
Ed ecco a sinistra lo scandalo delle primarie del Pd per le comunali 2011 a Napoli, dove la vittoria di Andrea Cozzolino è contestata dal segretario provinciale del partito Nicola Tremante: «In molti seggi ci sono stati consiglieri di municipalità  ed esponenti dei partiti di centrodestra che hanno portato centinaia di persone a votare. Ne abbiamo le prove».
E mostra foto scattate da un militante: «Qui siamo al seggio di San Carlo all’Arena dove si vede la presenza di un consigliere municipale del Pdl». Peggio: a Miano, a nord di Capodimonte, «hanno votato 1.606 persone in 8 ore: 200 l’ora. Tre al minuto. Tecnicamente impossibile».
Un trauma.
Ripetuto giorni fa a Palermo. Dove Maurizio Sulli e la sua compagna Francesca Trapani (già  indagata per favoreggiamento perchè ospitava in casa sua Michele Catalano, arrestato con l’accusa di essere vicino al clan mafioso dei Lo Piccolo) sono indagati, ricorda l’Ansa, «per presunti illeciti nel voto alle primarie del centrosinistra, in vista dell’elezione del sindaco di Palermo, nel seggio allo Zen.
Secondo testimonianze la donna e l’uomo avevano decine di certificati elettorali nella propria auto». Una brutta storia.
Che ha portato all’annullamento dei voti in quel seggio e spinto il presidente della Toscana Enrico Rossi a sfogarsi su Facebook e Twitter: «Credo occorra trovare delle regole. Se in Internet si digita la parola “brogli”, purtroppo viene fuori “brogli Palermo Pd” e “brogli Putin”. Io sono un po’ stufo di questo».
Imbarazzante.
Unica consolazione, in base all’adagio «mal comune, mezzo gaudio», lo scandalo dei falsi iscritti al Popolo della libertà . Ricordate le dichiarazioni trionfali di Angelino Alfano ai primi di novembre?
«Oltre un milione di italiani hanno deciso di iscriversi al Pdl. Molti più della somma degli iscritti ai partiti che l’hanno fondato».
Giuseppe Castiglione gli fece coro: «Abbiamo doppiato anche le più rosee previsioni: il vero Big Bang siamo noi».
Non l’avesse mai detto!
Poche settimane ed ecco il Big Bang vero. Ecco i dubbi nella Regione più grande, quella più amata dal Cavaliere, sintetizzati sul Corriere così: «Mai così tanti iscritti, mai così in basso nei sondaggi. Serve un matematico di quelli tosti per risolvere l’equazione a più incognite del Pdl in Lombardia».
Ecco la denuncia sugli iscritti di Modena da parte di una berlusconiana Doc come Isabella Bertolini: «Scorrendo l’elenco dei nuovi tesserati, quasi 6 mila, ho notato un impetuoso aumento degli iscritti in alcuni Comuni a forte rischio di infiltrazioni… I sospetti sono aumentati quando ho verificato che molte iscrizioni erano in blocco, a famiglia, e che si trattava di persone provenienti da Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa…»
Ecco la rivelazione, sul Fatto Quotidiano , di Gianni Barbacetto, che racconta come un dipendente del Cepu avesse «trovato sulla sua scrivania il modulo per l’iscrizione al Popolo della libertà . Con un ordine secco scritto a mano su un post-it : “Da consegnare firmato”».
Ecco la militante antiberlusconiana del Pd che si ritrova iscritta al Pdl di Brescia con la tessera numero 158.378.
Il cabarettista vicentino Dario Grendele, membro del gruppo «Risi & Bisi» che nega di aver mai dato il suo consenso e dice di essere stato imbarcato a sua insaputa esattamente come i sindaci vicentini di Brendola e Zanè e il segretario udc di Schio.
Seccante.
Tanto più per il partito di Silvio Berlusconi, che aveva per anni rovesciato sospetti sugli avversari arrivando a invocare «osservatori dell’Onu» e a tuonare, dopo la sconfitta alle politiche 2006: «Secondo mie informazioni i professionisti della sinistra ci hanno sottratto circa un milione e settecentomila voti». Informazioni di chi? Sue.
Particolarmente sgradevole il caso della provincia berica, storica roccaforte del centrodestra.
Dove sarebbe più o meno taroccata la metà  delle 16 mila tessere d’iscrizione raccolte dall’eurodeputato Sergio Berlato, che fiero del suo bottino si era fatto fotografare con due valigie extralarge stracolme di adesioni.
E dove Il Giornale di Vicenza ha via via raccolto testimonianze strepitose. Come quella di alcuni carabinieri imbarazzatissimi perchè mai e poi mai (lo dice la legge) avrebbero potuto iscriversi a un partito.
O quella di Marco Berlato, 21 anni, iscritto a Rifondazione. Irresistibile il commento ironico di Giuliano Ezzelini Storti, coordinatore provinciale comunista: «Se il Pdl era così disperato poteva chiederci un piacere, no? Noi stiamo sempre dalla parte dei deboli».

Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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IL CANDIDATO SINDACO LEGHISTA DI GENOVA EDOARDO RIXI, SEDICENTE “PENDOLARE” DI LUSSO

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

“L’UNICO NUOVO SONO IO, SONO IL SOLO   CANDIDATO CHE HA FATTO PER LAVORO IL PENDOLARE SU MILANO DAL 1996 AL 2002 DOPO LA LAUREA”… MA LE COSE STANNO DAVVERO COSI’?

Intervistato dal “Secolo XIX” il candidato sindaco della Lega, Edoardo Rixi chiosa: “Non credete agli altri candidati, l’unico nuovo sono io, gli altri rappresentano il vecchio”.
Premesso che Edoardo Rixi, classe 1974, dal 2002 al 2007 consigliere comunale di Genova e dal 2011 consigliere regionale della Lega, tanto “nuovo” forse non è, visto che da oltre 11 anni calca il palcoscenico politico locale, non si può certo negare che egli provi a porsi, in questa campagna elettorale, come il paladino dei giovani genovesi che non trovano occupazione in città  e sono costretti a migrare a Milano.
Lo aveva già  scritto nel suo comunicato di investitura e lo ribadisce al giornalista che gli chiede: “Ma lei l’ha fatto?”.
Rixi risponde con fermezza: “Certo l’ho fatto dal 1996 al 2002, dopo la laurea in Economia e Commercio, come tanti giovani che a Genova non hanno trovato lavoro”.
Chapeux, verrebbe da dire: già  uno si immagina il povero Edo partire all’alba su una tradotta da Genova-Pegli e arrivare trafelato in fabbrica ad Arese dopo aver passato metà  del viaggio a rimirarsi allo specchio e a sistemarsi i capelli nella ritirata del treno
Ma qualcosa non quadra.
Nella prima versione on line de “Il Secolo XIX”, Rixi parlava di 10 anni di “vita da pendolare”, ridotti a 6 nella versione cartacea del giorno dopo.
Prima osservazione spontanea.
Come poteva Rixi fare il pendolare “dopo la laurea” già  dal 1996 se, come risulta da quanto pubblicato da linkedin.com e sulla base di quanto da lui stesso dichiarato, ha frequentato l’università  di Genova dal 1993 al 1999, laureandosi nel 1999 ?
La logica dice che al massimo potrà  aver fatto il pendolare dal 2000 al 2002 .
Seconda considerazione.
Leggiamo nel suo profilo di consigliere regionale della Liguria, compilato da   lui stesso: “Ho lavorato come ricercatore per l’università  di Genova e per la Fondazione Carige e come consulente per aziende private”
Perbacco: uno che fa il ricercatore universitario a Genova e consulenze per la Cassa di Risparmio di Genova per quale ragione dovrebbe mai fare il pendolare su Milano, visto che poi dal 2002 è anche consigliere comunale e quindi molto impegnato, tra consigli e commissioni?
Terza osservazione.
Sempre sul suo dettagliato profilo su linkedin.com, Rixi afferma da aver lavorato dal 1997 al 2002-2004 nel settore della moda con Lineaitalia srl e la veneziana Roberta di Camerino, a cavallo della laurea quindi e immediatamente dopo: nello stesso periodo quindi in cui avrebbe fatto, lo ricordiamo, il ricercatore a Genova per Università  e la Carige.
Ma non è finita qua: da gennaio 2000 ad aprile 2004, Rixi afferma di essere stato anche amministratore della Thesis sas di Edoardo Rixi, specializzata in borse e borsette e in cui rivestiva incarichi di marketing.
Ritorniamo a quanto dichiarato al Secolo XIX dal candidato sindaco pendolare: “Ho fatto il pendolare dal 1996 al 2002 dopo la laurea lavorando a Milano nel settore del marketing”.
Peccato che la Thesis avesse sede a Pegli, lo stesso quartiere di Genova dove Rixi abita, non certo a Milano.
E uno che dal 2000 al 2004 crea una società  impegnativa a Genova come può fare anche il pendolare?
La logica dice o l’uno o l’altro: che senso avrebbe costituire una società  se poi si fa dell’altro?
Nel suo profilo infine Rixi aggiunge anche una collaborazione con il dipartimento di marketing dell’Università  di Tor Vergata a Roma, in direzione pendolare opposta alla nebbiosa metropoli meneghina.
Confusione totale.
Quarta domanda
Rixi dal 2002 al 2007 è consigliere comunale, poi non viene rieletto e dovrà  attendere il 2011 per entrare in Regione.
Ma dal giugno 2005 al febbraio 2010 che fa il disoccupato Rixi?
Leggiamo che fa anche il funzionario della 1 commissione bilancio della regione Lombardia (lo dice sempre lui).
Non certo a tempo pieno visto che nei primi due anni è impegnato quasi tutti i giorni in Comune a Genova.
E come mai Rixi dimentica invece di dire al giornalista che avrebbe fatto il pendolare su Milano dal 2005 al 2010, lavorando al Pirellone, quando avrebbe una prova tangibile per dimostrare il suo giornaliero percorso su rotaie?
Perchè Rixi non dice quanti giorni dedicava al suo incarico lombardo?
Come mai Rixi non ritiene opportuno portare a conoscenza del “giovani pendolari genovesi” come aveva ottenuto quell’incarico e non rivela quanto era pagato?
E’ pensiero comune, anche in padagna, che un candidato sindaco dovrebbe garantire trasparenza amministrativa ai cittadini: poi, per carità , tutti i lavori sono accettabili, anche, tanto per dire,   l’assistenza alle persone anziane con ruoli di badante e tuttofare.
Ma abbia il buon gusto perlomeno di scendere dal treno.
Uno specchio lo trova anche sull’ascensore di casa, in fondo.

LIGURIA FUTURISTA

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PARLAMENTO: LA STRETTA SULLO STIPENDIO FA MIRACOLI, BOOM DI PRESENZE IN COMMISSIONE

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

DA UN MESE A MONTECITORIO UNA QUOTA DELLA DIARIA, CHE PUO’ ARRIVARE A 500 EURO AL MESE, E’ LEGATA ALLA REALE PARTECIPAZIONE AI LAVORI… LA MEDIA DEI DEPUTATI PRESENTI E’ IMPROVVISAMENTE PASSATA DAL 50% al 70%

Da Guinness sono quei 149 che da un mese a questa parte non perdono un colpo.
Non c’è seduta di commissione Agricoltura piuttosto che Esteri, Attività  produttiva o Cultura alla quale facciano mancare la loro preziosa firma al registro presenze.
Un onorevole su quattro, a Montecitorio, vanta il 100 per cento di partecipazione almeno dal 6 febbraio scorso. Di tutti i gruppi, senza distinzione.
Funzionava così da ottobre – a parole – ma si scopre ora che era solo una “sperimentazione”.
Sul serio si fa appunto da poco più di un mese fa.
Da quella data è entrata a pieno regime la nuova tagliola che alla Camera prevede la riduzione della diaria non solo in proporzione alle assenze in aula, ma anche alle commissioni e alle giunte.
Una tagliola simbolica, se rapportata alle indennità  dei parlamentari.
Cifre tutt’altro che stratosferiche, sia chiaro: parliamo di 300 euro per assenze comprese tra il 50 e l’80 per cento e di 500 euro oltre l’80 per cento.
Ma tant’è, è tempo di crisi per tutti.
Ed è bastato l’annuncio che è subito scattata la corsa alla firma.
“Eccome se si nota   –   racconta il presidente della commissione Lavoro, Silvano Moffa   –   siamo di più, è vero. Lavoriamo sempre tanto. Ma diciamo che le sedute sono più partecipate. Anche se da noi non ci sono stati mai fenomeni di assenteismo diffuso. Però il deterrente aiuta”.
Gianfranco Fini ha imposto che il 6 febbraio si partisse comunque a pieno regime, dopo una sperimentazione protrattasi da ottobre.
Al Senato invece il nuovo meccanismo è entrato in vigore solo lunedì scorso, il 12 marzo.
Ed è il motivo per il quale   –   spiegano dagli uffici di Palazzo Madama   –   i primi dati potranno essere elaborati solo tra un mese.
Ma anche lì sembra che la semplice firma al registro sia stata sufficiente per innescare un incremento delle presenze già  in questa prima settimana.
Corsa al registro, dunque, ma non necessariamente alla presenza effettiva ai lavori, è meglio precisare.
Perchè per dimostrare di esserci stati (e dunque per non entrare nel pallottoliere della penalizzazione) è sufficiente appunto registrarsi a inizio seduta.
Ma poi si possono disertare le successive convocazioni in giornata, come si può andare via di soppiatto poco dopo l’inizio della riunione.
Che poi, raccontano alcuni parlamentari, è quello che spesso succede.
Falle di un sistema ancora tutto da rodare. E che non prevede, per esempio, la registrazione della presenza in commissione mediante le votazioni con impronte digitali, come invece accade in aula da almeno un paio d’anni.
“Troppi fanno i furbi – attacca il dipietrista Antonio Borghesi – Vogliamo parlare dell’ex ministro Renato Brunetta, che da noi in commissione Bilancio firma e spesso dopo cinque minuti va via? E poi, lui come gli altri, per tutto il giorno sono a posto, anche se la commissione si riunisce altre tre volte in giornata”.
L’ex responsabile della Funzione pubblica, proprio lui che della lotta all’assenteismo negli uffici ha fatto la sua bandiera, proprio non ci sta.
E, contattato, taglia corto: “Guardi, io lavoro dalla mattina alla sera. Non mi occupo di queste bassezze”. Clic.
Brunetta non è l’unico ex ministro berlusconiano a essere finito sotto “osservazione” per le presenze ai lavori di commissione. Il 6 dicembre, quando il meccanismo era già  scattato ma in rodaggio, il democratico Andrea Sarubbi aveva accusato su Twitter Mara Carfagna di aver firmato agli Affari sociali “per la diaria” e di essere poi andata via.
Polemica di fuoco sul ring delle 140 battute.
E poco più di un mese dopo, dal 26 gennaio l’ex ministra delle Pari opportunità  risulta aver abbandonato quella commissione per la Giustizia. Sarubbi non torna in rotta con la Carfagna, ma fa notare come sia “l’unico che, se in ritardo, scrive accanto alla firma l’orario di ingresso: mi prendono in giro, ma io ci tengo. Quel che è certo è che in alcune giornate le presenze sono aumentate anche del 50 per cento”.
Poi ci sono quelli che della firma   –   e del taglio   –   se ne infischiano.
È il caso dei 29 deputati, anche questi iscritti a tutti i gruppi, che al “registro” della Segreteria generale risultano aver partecipato a meno del 10 per cento delle sedute di commissione, in questi primi 30 giorni.
Tra loro, quasi tutti i leader politici, per inevitabili “altri impegni”. Per loro il biglietto da 500 euro è già  decurtato dalla busta paga. “Verranno pure a firmare.
Ma alla fine   –   lamenta un deputato di lungo corso come Pino Pisicchio, Api   –   a lavorare siamo sempre una ventina su 40. Non è cambiato molto”.
Tanto meno per quell’unico deputato che vanta il record al contrario: zero per cento, mai presenziato ad una seduta della sua commissione di appartenenza.
Anche se, di contro, ha sempre firmato il registro presenze della bicamerale Antimafia, che dunque predilige.
Tutto sarà  più chiaro quando, tra qualche giorno, la Camera renderà  pubbliche le percentuali di ciascun deputato.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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ARCORE: BERLUSCONI NON PAGA LA LUCE E IL COMUNE PRESENTA IL CONTO PARI A 120 EURO

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

IL COMUNE SI ERA FATTO CARICO DEI DUE LAMPIONI LUNGO LA STRADA CHE COSTEGGIA LA DIMORA DELL’EX PREMIER…IL SINDACO LAMENTA: “PER COLPA DEI MIEI PREDECESSORI NON PAGHERA’ 3.000 EURO DI ARRETRATI”

Silvio Berlusconi non paga la bolletta della luce.
Il conto per l’illuminazione della via privata San Martino, che costeggia la dimora dell’ex premier ad Arcore, finisce sulla scrivania del sindaco.
La storia va avanti da tre decenni: da quando la stradina è stata dotata di due lampioni, 120 euro all’anno, che il Comune ha sborsato al posto del Cavaliere.
A scoprire l’inghippo è stato l’ufficio tecnico del municipio.
In nome del risparmio energetico, l’amministrazione sta mappando i pali della luce della cittadina.
Una decisione presa dalla giunta di centrosinistra, guidata dal sindaco pd Rosalba Colombo, che vuole sostituire le vecchie lampadine con nuovi led a basso consumo energetico.
Elettrificata sul finire degli anni Settanta, la stradina alla destra dell’ingresso principale porta dritto a quelle che un tempo erano le cascine della residenza appartenuta ai Casati Stampa.
E che oggi servono a ospitare il personale di servizio.
Per gli arretrati non c’è nulla da fare, spiega il sindaco Colombo: «Non chiederemo di saldare il debito. Si tratta di 2mila euro che piuttosto dovremmo chiedere ai miei predecessori, visto che l’errore è loro».
Al Comune, allora, non resta altro da fare che regolarizzare la situazione.
Un paio di giorni fa il sindaco ha inviato una lettera in cui chiede al proprietario della via di procedere a una formale voltura per sistemare la faccenda.

Gabriele Cereda
(da “la Repubblica“)

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VERTICE GOVERNO-PARTITI: VINCE IL SENSO DI RESPONSABILITA’

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

MONTI OTTIENE UN TESTO CONDIVISO… MA SULLA TV ALFANO E BERSANI RESTANO LONTANI

Il fatto che siano andati tutti a Palazzo Chigi, che nessuno si sia alzato dal tavolo nè rifiutato di trattare alcun tema di quelli imposti in agenda da Mario Monti è già  un’intesa.
Non si poteva fare altrimenti, forse.
Ma che i tre segretari – Alfano, Bersani e Casini – dopo una settimana di botta e risposta, polemiche, punzecchiature, accuse più da campagna elettorale che da navigazione standard di una maggioranza forzosa ma comunque solida, abbiano alla fine condiviso un testo – quello del comunicato del premier – è un risultato che Monti può incassare come una svolta per il suo governo.
E che Casini alle due di notte rilancia: «Ottimo clima, ottimo risultato».
Con più o meno fatica, più o meno sofferenza e difficoltà , i tre leader hanno dovuto sottostare alla legge della responsabilità , imposta dal premier, dalla moral suasion del Quirinale ma soprattutto da una situazione politico-economica ancora niente affatto risolta.
Così si è potuti arrivare ad una intesa sul punto più delicato e potenzialmente esplosivo, quello dell’articolo 18, con grande soddisfazione di Angelino Alfano, con l’approvazione di Pier Ferdinando Casini, con i paletti e le richieste in parte ancora da mettere a punto di Pier Luigi Bersani.
Ma anche sulla giustizia alla fine si è arrivati ad una difficile mediazione, nella quale ciascuno ha rinunciato a qualcosa: il Pdl smussa sulla responsabilità  civile dei magistrati, accetta il giro di vite sull’anticorruzione (che però alleggerisce Berlusconi dall’accusa di concussione per il processo Ruby) e incassa l’impegno del governo a presentare un nuovo testo di legge sulle intercettazioni. Sulla Rai invece è stallo completo: i veti reciproci tra Pdl e Pd, con Alfano a difesa di questa governance, questa legge per il rinnovo del Cda e dell’accordo che assegna gratis le frequenze e Bersani che chiede rinnovamento radicale di struttura e criteri e frequenze a pagamento, hanno impedito qualsivoglia intesa.
Se ne parlerà  «nei prossimi vertici», forse dopo le Amministrative.
Monti invece si impegna ad incontrare con regolarità , assieme ai ministri interessati ai provvedimenti all’esame, i capigruppo della maggioranza
Non c’è stato spazio nè modo per contrastarsi a muso duro, perchè l’accordo per tutti era approdo obbligato.
Lo ha fatto capire subito una formidabile mossa mediatica di Casini, che a vertice appena iniziato ha mandato sul suo profilo Twitter la foto di lui, Bersani e Alfano seduti l’uno accanto all’altro e con dietro di loro Monti con fare paterno che in piedi quasi li abbraccia, con cinguettio a commento pieno di punti esclamativi e di entusiasmo: «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!».
È bastato lo scatto, una prima assoluta come fenomeno mediatico via web, a dare da subito senso e verso a un vertice che il leader dell’Udc vorrebbe fosse quello che battezza la formazione che andrà  al voto nel 2013 e che governerà  nella prossima legislatura.
Perchè al di là  dei volti tra l’ironico e lo scettico di Bersani e Alfano, è vero che i temi spinosi affrontati al vertice non hanno spezzato il filo esile ma fortissimo che lega i tre segretari all’inevitabile sostegno a Monti, che anche Berlusconi ieri ha rivendicato invitando i suoi ad andarlo a «spiegare ai cittadini» scagliandosi contro «la vecchia politica delle chiacchiere fumose e inconcludenti, la politica dai riti bizantini e incomprensibili alla gente comune».
Poi certo, sia su lavoro che su giustizia che sulla Rai al vertice c’è stato da discutere.
Sulla riforma del welfare Alfano spinto da tutto il suo partito si è intestato la difesa dei lavoratori autonomi, delle piccole e medie imprese e la critica a un’impostazione che fino a ieri sera gli era parsa «troppo cauta» sull’articolo 18.
Al contrario, Bersani ha chiesto a Monti e alla Fornero, pure presente al vertice, passi avanti su «ammortizzatori, contratti, risorse», ricevendo in cambio del suo appoggio alla modifica dell’articolo 18 sul modello alla tedesca apertura su sviluppo e ripresa che facciano da contraltare alla stretta sui licenziamenti.
Monti ha insomma ottenuto l’appoggio che voleva, e ha potuto mettere sul tavolo anche i due temi che più hanno diviso Pdl e Pd, giustizia e Rai.
Sul primo, dopo il braccio di ferro iniziale, (con Alfano a tenere duro su inasprimenti eccessivi dell’anticorruzione e sbracamenti su responsabilità  civile dei giudici e Bersani attento a non concedere troppo sulle intercettazioni), si è arrivati a un sostanziale accordo.
Fumata nera invece sulla Rai, come sulle misure per la crescita.
Nella notte, tutti hanno potuto far credere di essere abbastanza soddisfatti.
Ma oggi ci sarà  da spiegare, argomentare, e fare i conti sui dare e avere di un vertice che ha rafforzato soprattutto Mario Monti.

Paola Di Caro
(da “Il Corriere della Sera”)

argomento: economia, governo, Lavoro | Commenta »

“SIAMO TUTTI QUI”: VERTICE PREMIER-PARTITI, INTESA SULLA GIUSTIZIA, AVANTI COL MODELLO TEDESCO SULL’ART.18

Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile

A PALAZZO CHIGI IL SUMMIT TRA MONTI, BERSANI, ALFANO E CASINI… SOLUZIONE EQUILIBRATA SU RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI E INTERCETTAZIONI…AVANTI COL DDL SULLA CORRUZIONE

Un’intesa di massima sulla giustizia, in particolare sulla corruzione, e un accordo per riformare le norme sul lavoro, in particolare l’articolo 18 che dovrebbe uniformarsi al cosiddetto «modello tedesco».
Sono queste le prime indiscrezioni sull’esito del vertice (ancora in corso alle ore 23,50 e il cui inizio è stato annunciato su Twitter con una foto di gruppo) tra il presidente del Consiglio Mario Monti e i leader dei tre principali partiti che sostengono il governo, Angelino Alfano (Pdl), Pierluigi bersani (Pd) e Pierferdinando Casini (Udc, che è stato anche il fotografo).
Secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa (che cita fonti governative), il governo (rappresentato da Mario Monti e dal ministro della Giustizia, Paola Severino) e i partiti hanno trovato un’intesa: il governo presenterà  un emendamento al disegno di legge Alfano-Brunetta, attualmente in discussione in commissione giustizia della Camera, in modo da recepire alcune modifiche.
L’intervento riguarderà  le norme relative alla corruzione fra privati, al traffico delle influenze e alla revisione della pena sulla corruzione.
Si sta inoltre valutando di rivedere il reato di concussione, come chiesto dall’Ocse.
Passi avanti dal vertice (ancora in corso) si registrano anche sul tema della responsabilità  civile dei magistrati: si è convenuto di trovare una «soluzione equilibrata» con un emendamento che sarà  presentato al Senato.
Durante il vertice si è discusso anche di intercettazioni.
Sembra probabile, riferiscono fonti di governo, che sarà  ripreso il tema o attraverso una revisione del vecchio disegno di legge presentato in Parlamento o, più probabilmente, con un nuovo provvedimento dell’Esecutivo.
Infine, per quanto concerne il mercato del lavoro e le norme relative all’articolo 18 che regolano le cause di licenziamento, si è deciso di provvedere con modifiche che «accelerino» i processi.
A riunione appena iniziata, il leader dell’Udc ha postato su Twitter una foto dei quattro protagonisti (scattata non si sa da chi con un cellulare).
«Siamo tutti qui, nessuna defezione!» ha scritto Casini.
Il riferimento è alla clamorosa defezione dall’incontro programmato del segretario del Pdl Angelino Alfano la scorsa settimana.
Nella foto Pierluigi Bersani sorride divertito, ride lo stesso Casini.
Composti il premier e Alfano.
Su Twitter ha spopolato nel frattempo l’hashtag #siamotuttiqui (che agli over 40 evocherà  anche il jingle del popolare cartone seriale Braccobaldo Show…)

argomento: economia, Giustizia, governo, Monti, Politica | Commenta »

SCANDALO GETTONI DI PRESENZA A GENOVA: CINQUE MILIONI DI EURO IN CERCA D’AUTORE

Marzo 15th, 2012 Riccardo Fucile

I COSTI DEI GETTONI IN UNA LEGISLATURA: I COMPENSI DEI CONSIGLIERI EQUIVALGONO   A UN TERZO DEL FONDO PER L’AUTOSUFFICIENZA

In Consiglio comunale – dove la tensione, dopo le rilevazioni sui gettoni rubati, si taglia col coltello – qualcuno ha fatto i calcoli.
Novantasette euro e sessantuno (il gettone lordo) per diciotto (che sono le sedute al mese) per cinquanta (cioè il numero dei consiglieri) e per sessanta (dodici mesi per cinque anni di legislatura) dà  una cifra impressionante.
Cioè cinque milioni e 271mila euro.
Per dire, un terzo del fondo per l’autosufficienza.
Per dire, tre nuovi asili.
Per dire, il taglio del servizio domiciliare provocato da Tremonti.
Ma, mentre lo scandalo dei gettoni facili in comune divampa, “Primocanale” ne fa esplodere un secondo, quello dei gettoni facili nei Municipi.
Qualche consiglio – spiega l’emittente televisiva – ha inserito il contrappello a fine seduta, ma la stragrande maggioranza no.
Così Primocanale è andato a vedere chi dà  gettoni (valgono la metà  di quelli in Comune, cioè circa 48 euro lordi) e chi no, chi chiede ai propri consiglieri di restare fino alla fine e chi è di manica larga, ben sapendo che alla fine la grande falce di Tremonti ha tagliato in modo massacrante qualsiasi tipo di gettone.
Tornando a Tursi, i soldi dei gettoni, cioè cinque milioni (abbondanti) di euro, sono buttati al vento?
“Ma questa è demagogia allo stato puro – sbotta uno degli assessori più influenti della giunta Vincenzi – Le commissioni fanno parte dei costi della democrazia. Il problema non è togliere le commissioni: il problema è farne meno e farle tutte utili”.
Quanto si potrebbe risparmiare davvero?
Proviamo a fare qualche esempio.
Il 13 febbraio le commissioni 7 e 3 si sono riunite congiuntamente (tema: piano urbano della mobilità ).
Appello alle ore 9,45, inizio effettivo dei lavori ore 10, fine 10 e 58.
Costo per la collettività , solo in gettoni, tremiladuecento euro.
Nel pomeriggio commissione 5 sul giorno d’azzardo: appello alle 14,45, inizio dei lavori 14 e 55, fine alle 16.
Due giorni dopo, il 15, si riunisce la commissione 4, appello alle 9,40, fine 11,10, tema è la vendita di un sedime in Costa Ometti.
All’inizio sono presenti in trenta (costo per la collettività , solo in gettoni, tremila euro), alla fine i nove che restano si accorgono che mancano dei documenti e la pratica è rinviata.
Il giorno dopo la commissione 8 discute dell’Accademia Ligustica: all’appello delle 14,30 sono in 27, alla fine sono in nove.
Il giorno dopo ancora si riuniscono ben tre commissioni, la terza, la quarta e la sesta, sulla gestione del Servizio parchi pubblici: in 33 prendono il gettone all’appello delle 9,40, alla fine sono rimasti in undici.
Poi, naturalmente, ci sono commissioni molto più sfiancanti, che durano anche tre ore e dove i cento euro di gettone sono ampiamente meritati, ma è probabile che abbia ragione Alberto Gagliardi quando propone un tipo di retribuzione fissa, non legata al gettone di presenza e, quindi, al “Prendi i soldi e scappa”.

Raffaele Niri
(da “La Repubblica”)

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