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I POLITICI CERCANO DI RACIMOLARE DENARO ANCHE ATTRAVERSO IL 5 PER MILLE MEDIANTE LE LORO FONDAZIONI, MA CON RISULTATI TRAGICOMICI

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

SOLO IN 84 HANNO DATO LA LORO QUOTA A BACCINI, IN 52 AD ALEMANNO, IN 253 A D’ALEMA…. SU 30 MILIONI DI CONTRIBUENTI

Di destinare il proprio 5 per mille ai politici, gli italiani non ne vogliono proprio sapere.
Le fondazioni che rispondono ai diversi onorevoli, spesso delle correnti di partito mascherate, hanno incassato quest’anno l’ennesima sonora bocciatura dei cittadini al momento della riscossione dei fondi dell’Irpef, segnando risultati peggiori rispetto ai già  magri raccolti delle stagioni passate.
Poche centinaia di firme e qualche migliaio di euro nella migliore delle ipotesi, con somme inferiori allo stipendio mensile di un onorevole.
L’elenco diffuso dall’Agenzia delle Entrate, riguardante il gettito del 2010 distribuito in questi giorni, rappresenta una vera e propria figuraccia per molti esponenti di primo piano dei partiti.
La fondazione Italiani-Europei presieduta da Massimo D’Alema è riuscita a convincere 253 persone (su circa 30 milioni di contribuenti) a destinarle il 5 per mille, per un totale di poco superiore ai 10 mila euro.
Un crollo che sfiora il 50 per cento rispetto al 2009, quando erano stati raccolti quasi 15 mila euro complessivi.
Segno meno anche per la fondazione Nuova Italia del sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ha raccolto 52 firme e poco più di seimila euro, perdendo settecento euro dal 2009 e dimezzando i donatori complessivi.
Anno da dimenticare pure per l’esponente del Pdl Mario Baccini, che con la sua Foedus ha raccolto 11 mila euro, quasi tremila in meno del 2009, per solo 84 donatori complessivi.
La fondazione Craxi di Stefania Craxi del Pdl ha invece raccolto oltre 3.500 euro, l’ex ministro Franco Frattini con la sua “Alcide De Gasperi” ha eguagliato gli oltre novemila euro del 2009 (perdendo però per strada 16 donatori) e la fondazione La Malfa dell’onorevole Giorgio La Malfa festeggia addirittura il superamento dei 15 mila euro.
Curiosità  da non sottovalutare è l’entità  delle donazioni.
Se il 5 per mille degli italiani vale in media 27-28 euro (tanto ricava ad esempio Emergency da ognuno dei suoi oltre 300 mila sostenitori), le persone che finanziano le fondazioni dei politici guadagnano molto di più.
Il donatore tipo della Nuova Italia di Alemanno versa 126 euro, cinque volte la media nazionale, e i gruppi di Baccini e Frattini raccolgono oltre 130 euro pro capite.
Facile intuire che tra i pochi sostenitori ci siano proprio i vari politici che con questa partita di giro finanziano le attività  dei loro gruppi.
La vittoria morale di questa annata di 5 per mille va però alla fondazione Amintore Fanfani, che tra i suoi consiglieri annovera il senatore del Pdl Cesare Cursi e il sottosegretario del Governo Monti Antonio Malaschini.
L’anno scorso era riuscita nell’impresa di raccogliere solo una firma e 5 euro di fondi, mentre quest’anno può festeggiare dall’alto dei suoi cinque donatori e 736 euro raccolti.
Non proprio uno spot positivo per un’associazione che conta una trentina tra revisori e consiglieri tra cui cardinali, banchieri e politici: se neppure loro finanziano la fondazione, perchè dovrebbe farlo qualcun altro?

Mauro Munafò
(da   “L’ Espresso“)

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DUECENTOMILA EURO AL GIORNO LA SPESA FUORI CONTROLLO DEI CIE

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DI “A BUON DIRITTO” DENUNCIA LA DISUMANITA’ DI UNA LEGGE CHE PREVEDE FINO A 18 MESI DI PERMANENZA NELLE STRUTTURE, CON BASSA EFFICIENZA E ALTI COSTI….E SOLO IL 47% DEI TRATTENUTI VIENE ESPULSO

C’è una fabbrica in Italia che non funziona, ma brucia 200mila euro al giorno di soldi pubblici.
È la “fabbrica dei clandestini”, la rete dei Cie colabrodo.
Alti costi, scarsi risultati.
Qualche numero: dal ’99 al 2011 per i centri d’espulsione si è speso un miliardo di euro.
Un flusso costante di denaro pubblico che corre parallelo al flusso migratorio: se c’è un mercato che non sente la crisi, ma fiorisce nelle emergenze, è quello del contrasto all’immigrazione irregolare.
Ogni immigrato costa in media 45 euro al giorno, ma ogni centro è un’isola a sè: si va dai 75 euro di Modena, ai 34 di Bari.
I risultati? Deludenti: nell’ultimo anno gli espulsi sono stati meno della metà  dei trattenuti, record a Milano e Modena (con percentuali oltre il 60%), maglia nera a Brindisi (ferma al 25%). Insomma, in caso di spending review i Cie soccomberebbero nel calcolo costi-benefici.
A fotografare il pianeta immigrazione è un ampio rapporto (“Lampedusa non è un’isola”) curato da Luigi Manconi e Stefano Anastasia per l’associazione “A buon diritto” col contributo di Open Society Foundations e Compagnia di San Paolo, presentato al Senato in occasione della Giornata mondiale del rifugiato.
Si scopre che gli ospiti dei Cie (88% maschi) sono per lo più tunisini (40%), marocchini (16%) e nigeriani (9%), ma soprattutto che ogni centro fa storia a sè in base alle buone o cattive pratiche degli enti gestori.
Un esempio: nei Cie di Roma e Torino non esistono mediatori culturali, a Milano e Lamezia Terme ce n’è uno solo, mentre a Bologna e Modena il loro numero è sufficiente.
IL FLOP
Nel 2011 la permanenza media nei centri è stata di 43 giorni per immigrato: il prolungamento dei tempi di trattenimento (a 18 mesi) non sembra finora aver avuto effetto.
Non mancano forti disparità : si va dagli 11 giorni di permanenza media a Bologna, agli 81 di Trapani Milo.
Qual è l’efficienza dei centri? Bassa: oggi solo il 47% dei trattenuti viene espulso, che poi è lo scopo dei Cie (con un aumento del 6% in un anno, grazie all’accordo sui rimpatri con la Tunisia). Milano e Modena superano quota 60%, Brindisi si ferma al 25%. Ma è sui costi di gestione che quello dei centri si dimostra un sistema a macchia di leopardo.
IL FIUME DI DENARO PUBBLICO
I centri costano tanto: 985,4 milioni di euro dal ’99 al 2011.
Con il governo Berlusconi la spesa è lievitata: il decreto legge 151/2008 e la legge 94/2009 hanno destinato ai Cie ben 239 milioni e 250mila euro.
Ciascun immigrato trattenuto costa allo Stato 45 euro al giorno e, considerata la permanenza media nei centri, la spesa pro-capite è di 10mila euro.
Ma le spese differiscono molto a seconda degli enti gestori dei centri: si va da un minimo di 24 euro al giorno per migrante nel Cara (centro per richiedenti asilo) di Foggia, ai 34 euro del Cie di Bari, fino ai 75 del Cie di Modena.
Quest’anno però tutte le gare d’appalto si stanno facendo al ribasso.
Nel 2012 per il Cie di Bologna la prefettura ha fissato un tetto massimo di 28 euro al giorno: “Sarà  interessante capire   –   si legge nel rapporto   –   quali servizi verranno offerti a tale costo”
I BAMBINI FANTASMA
Dal rapporto emergono altri numeri allarmanti. Innanzitutto quello dei minori “fantasma”.
Stando alla testimonianza dell’avvocato Alessandra Ballerini “almeno 200 minori non accompagnati presenti a Lampedusa nel 2011 non sono stati identificati”, nè segnalati alle autorità  competenti. Insomma ragazzini invisibili e senza tutele. Non solo.
Crescono i casi di discriminazione razziale: 859 episodi nei primi undici mesi del 2011 a fronte dei 653 dello stesso periodo del 2010 (dati Unar).
E poi le vittime: nel 2011 quasi sei persone al giorno (2.160 in totale) sono morte o risultano disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)

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L’ITALIA INFORMATICA E SOCIAL: ECCO L’AUTOSTRADA SU CUI CORRE GRILLO

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

LA SOVRAPPOSIZIONE TRA LA MAPPA WEB DEL PAESE E QUELLA DEI CINQUESTELLE…. BANDA LARGA E INTERNET OLTRE IL 50% AL CENTRO NORD DOVE I GRILLINI HANNO AVUTO LE PERCENTUALI PIU’ ALTE

La diffusione di Internet e dei social network è uno dei motori che spingono la macchina di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle.
Fra la penetrazione del digitale e la crescita del nuovo partito (o antipartito) la corrispondenza appare stretta.
Il dato, emerso come ipotesi nei commenti ai risultati elettorali, viene ora documentato con precisione da un’inchiesta del Corriere della Sera basata su una ricerca della società  di analisi Between.
Partiamo da quattro indicatori chiave della Società  dell’Informazione e dal loro andamento negli ultimi sette anni.
Dal 2005 a oggi, in Italia, gli utenti di banda larga su telefono fisso sono passati dal 14% nel 2005 al 37% della popolazione; i possessori di smartphone da zero al 51%; gli utenti di Internet, il 30% sette anni fa, sono oggi il 55%; infine il popolo dei social network come Facebook e Twitter è passato da zero al 50%.
Quest’ultimo, in particolare, ha fatto un grande balzo tra il 2008 e il 2009 (dal 10% al 34%).
I dati diventano ancor più interessanti se disaggregati per regione.
In generale emerge una distanza notevole tra Centro-Nord e Sud.
Soprattutto, nell’uso della Rete e dei social network.
Gli utenti di Internet sono oltre il 50% nel Centro-Nord, con punte del 59% in Lombardia e in Trentino-Alto Adige, mentre arrivano al massimo al 45% (con record negativi in Puglia e Basilicata del 41-42%) nel Mezzogiorno.
I fan di Facebook e Twitter sono geograficamente distribuiti allo stesso modo, ma con una percentuale particolarmente alta in Lombardia e Lazio.
In questo panorama la Sardegna fa un po’ storia a sè: da un lato l’isola appartiene a pieno titolo al Sud, nei pregi e nei difetti, dall’altro se ne discosta per essere stata culla dell’innovazione digitale: qui, nel 1993, è nato il primo Internet provider italiano (Video on Line di Nicky Grauso, poi ceduto a Telecom Italia); qui è nata Tiscali di Renato Soru, sintesi vivente del binomio tecnologia-politica.
Se ora sovrapponiamo alla carta tecnologica la mappa del Movimento 5 Stelle, ci accorgiamo che il grillismo si è propagato soprattutto nell’Italia digitale.
La nuova formazione ha ricevuto l’impulso più forte nelle regioni del Nord, dove la crescita del web sociale è stata più impetuosa.
A parte Genova, città  natale dell’ex comico e del suo movimento (13,86%), ricordiamo La Spezia (10,7%), Belluno (10,38%), Pistoia (10,2%), Piacenza (9,82%), la roccaforte leghista di Verona (9,35%), Bologna (9,5%), Ravenna (9,83%), Rimini (11,32%), per non dire di Parma, dove il movimento ha espresso un sindaco, e di Emilia-Romagna e Piemonte, dove ha esponenti in Consiglio regionale
Tutti luoghi ad alto tasso di Rete.
Come il mitico Nord-Est – un tempo leghista e prima ancora «bianco» – dove, secondo un sondaggio citato dal Gazzettino , il Movimento 5 Stelle sarebbe al 26% delle intenzioni di voto.
O come Milano – la città  più cablata d’Europa in fibra ottica con Stoccolma – dove il sindaco Pisapia, nella campagna elettorale che lo portò a Palazzo Marino, si avvantaggiò della capacità  dei suoi sostenitori di contrastare sui blog, talvolta deridendola non proprio amabilmente, la sua avversaria Moratti.
E di creare, con gli stessi strumenti, il fenomeno virale del «favoloso mondo di Pisapie».
In questa sovrapposizione di mappe anche i tempi coincidono: il big bang dei social network è avvenuto tra il 2008 e il 2009; ed è a partire dal 2009 che i grillini si sono presentati alle elezioni con diverse liste civiche a 5 Stelle.
«Colpiscono due elementi: non solo la correlazione tra diffusione di Internet e successo del movimento – dice Cristoforo Morandini, partner di Between -. L’altro aspetto è il ruolo di epicentro svolto da Genova, città  del leader, nel terremoto politico. Tutto parte dalla Superba, come le mappe evidenziano».
Può al contrario stupire che la regione di Nichi Vendola – il governatore che ha fatto dell’innovazione tecnologica la sua bandiera – non si discosti dal resto del Sud.
«Bari non è la Puglia – osserva però Morandini -: se si confrontano, anzichè le regioni intere, le aree urbane, si vede che le differenze tra Centro-Nord e Sud sono meno marcate. Questo vale per il capoluogo pugliese ma anche per Napoli».
Dai dati esce confermato il carattere metropolitano di Internet: quanto più si vive in Rete (e la città  è di per sè reticolare) tanto più si vuole comunicazione, dice Peppino Ortoleva, storico dei media all’Università  di Torino.
«La base più rilevante del movimento di Grillo è la generazione esclusa dal lavoro, fra i trenta e i quarant’anni. Abituata a stare in Rete, si sente al tempo stesso protagonista e tagliata fuori. Se mi baso sulla mia esperienza di docente, aggiungo che i più tentati dal grillismo sono i giovani di livello culturale medio-basso, con un modesto livello di diffidenza verso la demagogia e verso l’assenza di proposte concrete».
Un po’ diverso è il parere di Renato Mannheimer.
«In realtà  – dice il sociologo – mi sarei aspettato un divario digitale Nord-Sud ben più profondo.
Il voto a Grillo, secondo me, è più accentuato al Nord indipendentemente dalle differenze di penetrazione del web.
L’informatica è un mezzo cruciale, ma un peso più importante hanno i fattori culturali, a cominciare dall’insoddisfazione per i partiti tradizionali e la loro immoralità .
Grillo così raccoglie un elettorato molto eterogeneo: giovane, ma non solo; leghista, di sinistra e anche conservatore».

Edoardo Segantini
(da “Il Corriere della Sera”)

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SENTENZA POMIGLIANO: LO SCHIAFFO PIU’ PESANTE PER MARCHIONNE

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

TANTE SENTENZE IN ITALIA STANNO DANDO RAGIONE AL SINDACATO DI LANDINI PER LE DISCRIMINAZIONI SUBITE… CHIAMATO IN CAUSA L’ACCORDO SEPARATO VOLUTO DAL MANAGER CANADESE

E’ lo schiaffo più pesante che Marchionne riceve in un’aula di Tribunale.
Più pesante di quello ricevuto qualche settimana fa dal Tribunale di Modena dove la Fiom aveva vinto un altro ricorso, per violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori (comportamento antisindacale) e in cui il giudice aveva deciso di chiamare in causa la Corte costituzionale sulla questione della rappresentanza in azienda. Stavolta, però, lo schiaffo arriva direttamente nel cuore del progetto della nuova Fiat, là  dove tutto è cominciato.
A Pomigliano sono mesi che la Fiom denuncia la discriminazione subita dai suoi iscritti nessuno dei quali, finora, era stato assunto nel nuovo stabilimento in cui si produce la Panda.
Assunzioni con il singhiozzo, tra l’altro, perchè dei 4500 operai che facevano parte dell’ex stabilimento Giovanbattista Vico, solo 2093 hanno potuto rivedere il proprio posto di lavoro.
Ma dei 2093 “richiamati” — così gli operai ci tengono a essere definiti, proprio per ribadire che assunti lo erano già  stati — nessuno proprio nessuno, aveva la tessera della Fiom in tasca.
Nemmeno nel calcolo probabilistico si può dare l’eventualità  che nemmeno uno dei 338 tesserati della Fiom non faccia parte di un corpo fatto di duemila unità . Marchionne, e tutta la Fiat, ha sempre risposto che all’azienda tutto ciò non risulta perchè, dopo la firma del contratto separato con Fim, Uilm, Ugl e Fismic, la Fiat non trattiene più le quote sindacali della Fiom e quindi non può sapere chi tra i suoi dipendenti è iscritto o meno al sindacato cigiellino.
Inoltre, è circolata la voce che una fetta degli iscritti Fiom si sia trasferita alla Fim, notizia che in realtà  confermerebbe la denuncia Fiom: per lavorare occorre non iscriversi o cambiare sindacato.
Ora, il Tribunale di Roma con la sua sentenza chiarisce la situazione e stabilisce un punto di svolta nelle relazioni sindacali del principale gruppo privato italiano. Impossibile non collegare tra loro le tante sentenze che in giro per l’Italia, a Torino come a Bologna o a Modena, stanno dando ragione al sindacato di Maurizio Landini per quanto concerne le discriminazioni subite.
E impossibile, per tutto il sindacalismo confederale, non richiamare in causa l’accordo separato firmato, proprio a partire da Pomigliano, con il gruppo Fiat — nel frattempo uscita da Confindustria — che permette all’aziende torinese di applicare le norme, i contratti e la stessa legge sulla base delle proprie esigenze.
E’ tutta la strategia di Marchionne a essere sconfessata.
La sentenza di Roma, però, scoperchia quanto è avvenuto e sta avvenendo nella stessa Pomigliano dove Marchionne ha condotto la sua sfida e conferisce una forza particolare alla Fiom che, oltre a rientrare in fabbrica, vede vittoriose tutte le proprie istanze e ribadite le proprie ragioni. Ma questo, paradossalmente, potrebbe indurre la Fiat a fare un passo estremo nella sua reiterata volontà  di lasciare l’Italia o, come annunciato dallo stesso Marchionne in una celebre intervista al Corriere della Sera, chiudere lo stesso stabilimento di Pomigliano.
Per finire esattamente dove tutto è cominciato.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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POMIGLIANO: FIAT CONDANNATA, DOVRA’ ASSUMERE 145 LAVORATORI

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

LA FIOM AVEVA FATTO CAUSA AL LINGOTTO SULLA BASE DI UNA NORMATIVA DEL 2003 CHE RECEPISCE DIRETTIVE EUROPEE SULLE DISCRIMINAZIONI…19 ISCRITTI AL SINDACATO AVRANNO ANCHE DIRITTO A 3.000 EURO PER DANNO

Una nuova sentenza per Fiat.
Il Tribunale di Roma ha infatti condannato l’azienda automobilistica per discriminazioni contro la Fiom a Pomigliano: 145 lavoratori con la tessera del sindacato dei metalmeccanici dovranno essere riassunti nella fabbrica.
A renderlo noto è la stessa Fiom che in un comunicato precisa che 19 suoi iscritti avranno anche diritto a 3.000 euro per danno.
Il sindacato ha fatto causa al Lingotto sulla base di una normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni.
Alla data della costituzione in giudizio, circa un mese fa, su 2.093 assunti da Fabbrica Italia Pomigliano nessuno risultava iscritto alla Fiom.
In base a una simulazione statistica affidata a un professore di Birmingham le possibilità  che ciò accadesse casualmente risultavano meno di una su dieci milioni.
Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ha agito per conto di tutti i 382 iscritti alla sua organizzazione (nel frattempo il numero è sceso a 207) e a questa cifra fa riferimento il giudice ordinando all’azienda di assumere 140 lavoratori con la tessera dei metalmeccanici Cgil.
L’azione antidiscriminatoria — spiega ancora il legale della Fiom — può essere promossa dai diretti discriminati e se la discriminazione è collettiva dall’ente che li rappresenta. Per questo 19 lavoratori hanno deciso di sottoscrivere individualmente la causa e hanno ottenuto i 3.000 euro di risarcimento del danno.
Soddisfatto della sentenza il responsabile nazionale auto della Fiom, Giorgio Airaudo, secondo cui “oggi sappiamo con certezza che in Italia un lavoratore, anche della Fiat, può scegliere il sindacato a cui iscriversi e che questo non è usato come discriminante per la sua assunzione”.
Con la decisione del Tribunale di Roma ”si riconferma un diritto di democrazia, libertà  e civiltà ” ma si domanda se “Fiat non avrebbe fatto meglio a concentrarsi sui nuovi prodotto e le nuove strategie invece di accanirsi sulla divisione di lavoratori e sindacati, sulla strada dell’autoritarismo”.
“Finalmente è stata riconosciuta in Fiat la violazione dei più elementari diritti alla persona e premiato l’eroismi di chi ha resistito”, ha detto Giorgio Cremaschi, di Rete 28aprile della Cgil, che spera “si mandino i carabinieri da Marchionne per fargli rispettare la sentenza”.
Poche parole invece per il leader della Cisl Raffaele Bonanni secondo cui “quello che fa la magistratura va bene comunque”, ma la Uilm (sindacato metalmeccanici della Uil, ndr) della Campania non esclude un ricorso contro la sentenza del Tribunale di Roma.
Il segretario Giovanni Sgambati ha infatti sottolineato che “anche la Uilm ha tanti iscritti che ancora non sono stati riassorbiti, ed è impensabile che la Fiom abbia un canale preferenziale grazie ad una sentenza”.
Il governatore della Puglia Nichi Vendola (Sel) osserva su Twitter che “ancora una volta un tribunale sanziona lo stile discriminatorio della Fiat di Sergio Marchionne” e che “la violazione di diritti fondamentali dei lavoratori non è compatibile con la democrazia e con la modernità ”.
Una condanna che arriva a pochi giorni dalle proteste degli operai dello stabilimento Powertrain a Termoli (in provincia di Campobasso) che sono saliti sul tetto dell’assessorato al Lavoro della Regione Molise.
Il motivo è il taglio degli stipendi, una decurtazione di circa 250 euro, per i lavoratori iscritti al sindacato di Landini.
Il ritocco al ribasso delle buste paga è avvenuto nel maggio scorso, dopo risposta a una sentenza del tribunale di Larino che nel febbraio ha imposto alla Fiat di riconoscere la rappresentanza sindacale degli iscritti al gruppo metalmeccanici della Cgil, contro il nuovo contratto nazionale sottoscritto da Fim, Uilm e Ugl.
Il giudice ha anche richiamato l’applicazione del contratto del 2008, quello che la casa automobilistica ha ritenuto di applicare agli iscritti Fiom non assegnando il premio di 250 euro circa previsto con l’accordo del 2011.
A maggio inoltre il Lingotto ha deciso per la prima volta nella sua storia la cassa integrazione straordinaria della durata di sei giorni per tutti i 5.400 dipendenti degli Enti Centrali di Mirafiori, la maggior parte impiegati.
“E’ una pessima notizia: vuol dire che anche a livello della testa di Fiat ci sono forti problemi” ha commentato Edi Lazzi, responsabile V lega Fiom.
I giorni di cassa integrazione sono stati il 14, 15 e 21 giugno e i prossimi sono fissati per il 12, 13 e 19 luglio.
Queste date vanno ad aggiungersi a quelli già  programmati per domani e per il 20 luglio, in cui ci sarà  la chiusura dello stabilimento utilizzando i permessi personali dei lavoratori.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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TENSIONE AL VERTICE DEL PD, IRROMPE VELTRONI: “ATTENZIONE CHE A LUGLIO CI SARA’ LA CRISI”

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

L’EX SEGRETARIO RITIENE CHE BERLUSCONI SIA PRONTO A STACCARE LA SPINA AL PROFESSORE…MA NEL PD LAVORERANNO PERCHE’ NEL PDL RESTINO ATTACCATI ALLA CORRENTE DELL’ALTA TENSIONE

Doveva essere una riunione come tante altre, una di quelle in cui si fa il punto dello stato dell’arte, si parla degli impegni futuri, si fa un’analisi politica di quello che sta avvenendo e ci si confronta.
E, invece, quella di due sere fa alla Camera è stata una riunione del gruppo del Partito democratico del tutto inusuale.
Anzi, è stata una riunione di svolta.
Per la prima volta da tanto tempo, qualcuno ha buttato un macigno nello stagno delle sicurezze legate al futuro della legislatura, del governo e delle possibili elezioni anticipate.
Quando, insomma, nessuno se lo aspettava, uno solitamente silenzioso come l’ex segretario Walter Veltroni ha preso la parola e ha lanciato un allarme, quasi a voler condividere con i “compagni” non solo una premonizione infausta, ma qualcosa di più: l’imminenza dell’apertura di un nuovo capitolo di lotta parlamentare.
A fronte del quale il Pd sarà  chiamato a fare delle scelte che, se sbagliate o intempestive, potrebbero anche rivelarsi esiziali per il suo futuro.
à‰ successo poco dopo la fine della diretta dal Senato e il voto sull’arresto dell’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi.
E subito dopo che le agenzie di stampa avevano battuto la notizia di un Silvio Berlusconi di nuovo sulle barricate sulla questione dell’uscita possibile dall’euro.
Il segretario Pier Luigi Bersani aveva parlato fino a quel momento con tono più grave del consueto, a quello che raccontano alcuni dei presenti.
Il suo discorso era stato tutto incentrato sulla riforma del lavoro. Che sì, “la dovremo votare — avrebbe detto il segretario Pd — ben sapendo che colpisce direttamente quelli che ci votano”, che, insomma “questa riforma cade tutta su di noi, non su di loro”, intendendo con “loro” il Pdl.
Visto il tono del segretario, sembra che sulla riunione sia calato un silenzio molto pesante, interrotto solo dall’intervento di una deputata che ha ripreso le fila del discorso del segretario auspicando un’azione del Pd che potesse riacciuffare quelli che “ci hanno votato” ma che, con la riforma del lavoro, dopo forse ci penseranno su un po’.
Poi è arrivato Veltroni. “Ma non vi siete accorti — ha esordito l’ex segretario — di che cosa stanno facendo quelli? ”.
Dove “quelli” sono il Pdl e Berlusconi. “Non vi siete accorti proseguito — di come sono cambiati i loro toni anche dall’ultima fiducia, quella sulla legge anti-corruzione? Non vi dice nulla tutto questo? ”.
Nel silenzio tombale, Veltroni ha spiegato la sua versione dello stato delle cose.
Che, cioè, Berlusconi si starebbe preparando a staccare la spina al governo Monti.
Se il premier tornerà  da Bruxelles con meno risultati del previsto o — peggio — a mani vuote dal consiglio europeo del 28 giugno, allora scatterà  l’addio ai tecnici.
I segnali, secondo Veltroni, sono inequivocabili, a cominciare da quei sondaggi che, secondo voci della ex maggioranza, continuano a parlare in negativo.
Tanto in negativo da indurre Berlusconi a pensare di poter staccare la spina al governo per andare ad elezioni anticipate, non certo per chiedere un rimpastino, un Monti bis.
Una disamina, quella di Veltroni, che ha ammutolito per qualche lunghissimo minuto tutto l’uditorio.
Sembra che Bersani abbia ascoltato l’intervento con aria molto preoccupata, ma di fatto condividendo appiano la visione ventroniana dell’imminente show down causato dai berlusconiani in cerca di mantenere l’elettorato scontento e in libera uscita. “Quello che dobbiamo fare noi — è stata la conclusione di Veltroni — è fare in modo che se questi staccano la spina, poi restino attaccati alla corrente dell’alta tensione”. Quasi un grido di battaglia. Che è stato capito da tutti. Ma poi nessuno ne ha più voluto parlare.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL PIANO SEGRETO DI BERLUSCONI PER APPOGGIARE RENZI PREMIER

Giugno 21st, 2012 Riccardo Fucile

“L’ESPRESSO” E’ ENTRATO IN POSSESSO DEL DOCUMENTO RISERVATO COMMISSIONATO DAL CAVALIERE: VIA IL PDL E QUASI TUTTI I SUOI DIRIGENTI, NASCITA DI UNA LISTA CIVICA NAZIONALE CHE DOVRA’ ALLEARSI CON IL SINDACO DI FIRENZE DESTINATO A PALAZZO CHIGI

Il documento circolava ieri riservatamente nell’aula di Palazzo Madama mentre i senatori si apprestavano a votare per l’arresto di Luigi Lusi.
Appena arrivato da Milano, top secret, affidato soltanto a un ristrettissimo gruppo di notabili berlusconiani. Nessun file, solo carta, come ai bei vecchi tempi.
Otto pagine dattiloscritte più la copertina, titolo “La Rosa Tricolore”, sottotitolo “Un Progetto per Vincere le elezioni politiche 2013”.
E il simbolo, una rosa stilizzata con i petali rossi, bianchi e verdi su tutte le pagine.
Dopo giorni di indiscrezioni sempre smentite, ecco per la prima volta messo nero su bianco il piano di Silvio Berlusconi per superare indenne il disastro del Pdl, dato in picchiata nei sondaggi, e provare a vincere alle prossime elezioni, tra un anno o nel 2012 «nel caso di voto anticipato», si legge nel documento, nell’eventualità  più che mai attuale che il governo Monti venga fatto cadere.
Un piano in tre mosse.
Primo, azzerare l’attuale Pdl, considerato in blocco «non riformabile» insieme a tutti i suoi dirigenti (con un singolare eccezione: Denis Verdini).
Secondo, costruire un network di liste di genere (donne, giovani, imprenditori) tutte precedute dal logo “Forza”.
E, infine, l’idea più clamorosa: candidare un premier a sorpresa, pescato come nel calcio mercato dalla squadra avversaria: non Luca Cordero di Montezemolo nè Corrado Passera nè tantomeno il povero Angelino Alfano.
Ma il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi, oggi candidato in pectore alle primarie del Pd.
Pdl tutti a casa. E senza tv.
Il presupposto dell’operazione Rosa Tricolore è la catastrofe dell’attuale centrodestra e del partito azzurro.
«Il Pdl», si legge, «appare non riformabile e i suoi dirigenti hanno un tale attaccamento alla proprio posto di privilegio da considerare come fondamentale la sopravvivenza solo di se stessi. Miracolati irriconoscenti appiccicati sulle spalle di Berlusconi».
Il rischio è che la sconfitta del Pdl trascini con sè anche «la fine politica» del Cavaliere.
E non solo: «La sconfitta toglierebbe a Berlusconi la sola protezione contro chi lo vuole morto finanziariamente, giudizialmente e fisicamente».
Insomma, i capi del Pdl, pur di non soccombere, condannerebbero al patibolo il loro creatore Silvio. Con alcune eccezioni.
Più di tutti, Denis Verdini, «che ha dimostrato capacità  di lavoro e di risultato organizzativo ed operativo», ma anche il coordinatore lombardo Mario Mantovani. Soluzione radicale: «la sola svolta possibile sarebbe le loro dimissioni dai ruoli di partito, la loro scomparsa dai giornali e dal video e la loro non ricandidatura», eccezion fatta per chi ha un solo mandato.
Insomma, si salva Maria Rosaria Rossi.
E a casa, e pure senza telecamere, i «professionisti della politica»: La Russa, Gasparri, Frattini, Quagliariello, Cicchitto, Matteoli, Brunetta, Sacconi…
E naturalmente il segretario Alfano, «che aveva la possibilità  di dimostrare la sua leadership e invece non ha fatto nulla dimostrando di far parte a pieno titolo della vecchia classe dirigente che i cittadini chiedono che venga sostituita con facce nuove giovani e non».
Dalla Brambilla a Marco Rizzo
Un progetto di rottamazione? Molto di più: il Piano di Rinascita Berlusconiana si richiama esplicitamente a Beppe Grillo.
Un movimento leggero, solo nazionale, senza apparati regionali, costi bassissimi, senza finanziamento pubblico e, svolta epocale per Sua Emittenza, con la Rete al posto della tv.
Un network che mette insieme lo spirito vincente di Forza Italia ’94 e la lezione di 5 Stelle.
Organizzazioni di genere: «Forza Donne. Forza Imprenditori. Forza Giovani».
E poi studenti, pensionati, pubblici dipendenti. Tutti raggruppati in un movimento nazionale, le cui ipotesi di nome sono Forza Silvio oppure Forza Italiani.
Una lista del genere, si calcola, potrebbe valere con quel che resta del Pdl il 28-30 per cento dei voti.
Cui andrebbero aggiunti i consensi raccolti dal bouquet di liste fiancheggiatrici già  pronto. Si va dalla Destra di Storace alla lista Sgarbi (“Rivoluzione”) ai pensionati alle new entries.
La lista Santanchè, gli animalisti della Brambilla, una fantomatica nuova Alleanza democratica con gli ex dc, una Lista Sud e una Lista Nord («se salta l’accordo con la Lega») e la nuova di zecca Siamo Italia affidata all’ex supercommissario Guido Bertolaso.
Tutte insieme le liste pro-Silvio potrebbero toccare tra il 37 e il 42 per cento. Competitive con Grillo, che scenderebbe al 12 per cento.
E soprattutto con il Pd e con il centrosinistra oggi dato per vincente.
Contando anche su qualche quinta colonna nel campo avversario: per esempio il comunista Marco Rizzo.
Per togliere voti alla coalizione di Bersani «potrebbe essere di interesse sostenere la presenza del gruppo di Marco Rizzo affinchè si presenti alle elezioni politiche». Quando si dice la doppiezza: Berlusconi anti-comunista nelle piazze, sponsor di Rizzo nelle stanze dei patti elettorali.
Matteo nuovo Silvio
Ma la sorpresa più grande il Piano B. la riserva quando si arriva a parlare di chi potrebbe essere il prossimo candidato premier.
«Fermo restando che nessuno potrebbe svolgere questo compito meglio di Berlusconi, questo vale solo se lui sente il grande fuoco dentro di sempre». Se invece il fuoco del Cavaliere fosse intiepidito, sarebbe meglio pensare a un nome nuovo.
Alfano? «Non crea trascinamento e emozioni». Montezemolo? «Troppo elitario e tentennante». Passera? «Privo di carisma e di capacità  decisionali forti. La permanenza nel governo Monti non lo aiuta».
E allora la sola cosa da fare, «folle, geniale», è schierare il campione del campo avverso: «Il solo giovane uomo che ci fa vincere: Matteo Renzi».
Il sindaco di Firenze? Ma non è del Pd? Certo.
Ma chi ha scritto il documento ricorda con lucidità  che il rottamatore è inviso ai dirigenti del partito e alla Cgil, mentre è apprezzato dagli elettori del centrodestra.
«Se Berlusconi glielo chiedesse pubblicamente non accetterebbe. Sarebbe un errore fare una richiesta pubblica da parte del leader», che pure conosce e stima Renzi, annota il testo, ricordando gli incontri di Arcore tra il sindaco e il Cavaliere.
«Bisogna che Renzi si candidi da solo con la sua lista Renzi e che apra a tutti coloro che condivideranno il suo programma (ovviamente preventivamente concordato). A quel punto la nuova coalizione di centrodestra si confronterà  con lui e deciderà  di sostenerlo per unità  di vedute e di programmi».
Lista Renzi e Forza Silvio insieme.
E le primarie annunciate del Pd, dove Renzi dovrebbe sfidare Bersani?
Non si faranno mai, scommettono gli autori del documento, che si ritengono ben informati.
Nuovi inni e vecchi condoni
Il programma. I punti forti sono da berlusconismo d’antan.
Via le tasse dalla prima casa, via le intercettazioni e carcere preventivo, via i limiti troppo stretti per l’uso dei contanti.
E poi abolizione di Equitalia, un «grande condono» e presidenzialismo.
Ma la rivoluzione sarà  nella forma: un programma già  composto di disegni di legge da approvare senza emendamenti entro cento giorni per le leggi ordinarie e dodici mesi per le leggi costituzionali.
E poi, sembra una notazione frettolosa, c’è da eleggere il Presidente della Repubblica. Il candidato non è specificato, ma si può immaginare chi sia.
Un piano così minuzioso non poteva dimenticare la colonna sonora, i gadget e le parole d’ordine. L’inno «sarà  quello di Forza Italia adeguato al nuovo nome».
E c’è già  l’indirizzo web: rosatricolore.it che si aggiunge ai già  esistenti forzasilvio.it e forzaitalia.it
Il circolo Dell’Utri
Fantapolitica? Se lo chiedono alla fine anche gli estensori del Piano. E ci sarebbe da pensarlo se non fosse per altri indizi che portano direttamente nel cuore di Arcore e di Palazzo Grazioli.
A registrare il domino web di Rosa Tricolore il 23 aprile scorso è stato Diego Volpe Pasini, da ormai quasi due anni fra i più intimi consiglieri dell’ex premier. Imprenditore dalle alterne fortune, cinquantuno anni, romano di nascita ma friulano di adozione, tra i fondatori di Forza Italia nel 1994, animatore della lista Sgarbi, dopo anni burrascosi è rientrato nell’inner circle di Berlusconi forte degli antichi rapporti con il senatore Marcello Dell’Utri, mai interrotti nel corso degli anni, e di una più recente amicizia con il coordinatore Verdini.
E’ lui il probabile estensore del Piano, partorito all’interno della fondazione che è stata incaricata da Berlusconi di rinnovare il Pdl.
Da mesi lavorava in silenzio, questo è il primo risultato.
Che dimostra come per tornare a vincere bisogna ripartire dagli amici di sempre, quelli che fondarono Forza Italia. Dell’Utri e il suo sodale della P3 Verdini, per esempio.
Il futuro ha un cuore antico: anche per Berlusconi.

Tommaso Cerno e Marco Damilano
(da “L’Espresso”)

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TERREMOTO, L’EMILIA FERITA: “A UN MESE DAL SISMA, CI SENTIAMO GIA’ DIMENTICATI”

Giugno 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI FINALE EMILIA: “SE NON CI AIUTANO SUBITO, QUI SCOPPIA LA RIVOLTA”… SONO DECINE I BAMBINI, IN GRAN PARTE FIGLI DI IMMIGRATI, CHE VIVONO NELLE TENDOPOLI

Erano le quattro, tre minuti e 52 secondi di un mese fa quando la pianura padana scoprì all’improvviso di essere quello che non credeva di essere: una zona sismica. Appena un mese fa, il 20 maggio.
Le troupe televisive sono già  sparite da Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Mirandola, Cavezzo, Medolla, Novi di Modena: e pensare che c’era perfino Al Jazeera.
Pure i giornali si sono un po’ dimenticati: sulle prime pagine di ieri non c’era una riga sul terremoto.
«Mi avevano proposto un collegamento in diretta dalla piazza del paese con la Nazionale per la partita di lunedì», dice Fernando Ferioli, sindaco di Finale Emilia, «ma non ci sono andato. Lo spettacolo non mi interessa. Se parliamo di cose serie, ad esempio di defiscalizzazione per aiutare le nostre imprese a ripartire, benissimo. Se dobbiamo fare miss Italia, no».
Finale Emilia è stato l’epicentro della prima scossa. La sua Torre dei Modenesi, quella con l’orologio spezzato in due, è diventata il simbolo del terremoto: ma solo per qualche ora, perchè poi un’altra scossa l’ha buttata giù del tutto.
È crollato anche il municipio con la torre campanaria, e così le chiese: dieci su dieci. Una donna di 38 anni per lo spavento ha perso il bambino che portava in grembo, e dopo qualche giorno è morta anche lei.
L’ottanta per cento delle aziende sono ferme: le guardi da fuori e ti sembrano intatte, ma dentro è successo il finimondo.
I forni per le ceramiche – roba da chissà  quante tonnellate – si sono spostati e alzati da terra; la fabbrica dell’Averna a Finale ha perso settecentomila bottiglie di liquore. «Il mio paese ha 16.200 abitanti», dice il sindaco, «ma sono pronto a scommettere che presto diventeranno meno di 15.000. Se ne andranno in tanti perchè mancherà  il lavoro».
Racconta che la notte del 20 maggio era in casa con il suo bimbo di tre anni, «che per fortuna non si è svegliato»: sembrava un bombardamento, una scossa dopo l’altra, lui ha mandato un sms alla suocera ed è riuscito a portarle il bambino, poi è corso in piazza «ed era la fine del mondo», Finale Emilia che all’improvviso, in mezzo alla notte, era più trafficata di Roma, tutti in macchina.
Ma l’Emilia è una terra che sa portare la croce senza esibirla.
Chi viaggia verso Finale, a lungo non si accorge di tanto dolore.
La Bassa diffonde il suo solito senso di pace.
Chi esce a Modena nord e segue i cartelli per Finale nelle strade dei campi, vede scorrere ai fianchi i rassicuranti villini con i loro giardinetti, le trattorie di paese, i vigneti di Sorbara dove si fa il Lambrusco.
A San Michele, frazione di Bomporto, tutto è ancora intatto, solo la vecchia chiesa pare pendere da un lato.
Il primo segno del disastro lo vedi a una ventina di chilometri da Finale, in una località  che si chiama Camposanto: il centro del paese è chiuso, lo devi bypassare con una deviazione, ma alla fine del giro un cartello ti riporta alla normalità : «Vendita cocomeri e meloni». In località  Cadecoppi un altro cartello ha invece già  il sapore dell’sos: è di un ristorante e fa capire che hanno bisogno di lavorare, «Questa sera siamo aperti».
È dopo la località  Cabianca («Cà¡ biènca») che il paesaggio cambia davvero: «Polo industriale Finale Emilia», dice un cartello. I capannoni sono tutti su. Ma si capisce che sono inanimati. Anche chi potrebbe avere l’agibilità , per ora non riapre.
Chi si fida? Già  incombeva la crisi, ora c’è pure l’incubo di nuove scosse: e le categorie di studiosi incaricate di analizzare i due fenomeni, l’economia e i terremoti, non brillano ahimè per preveggenza.
Nei suoi viali d’ingresso Finale sembra un paese normale: si vede qua e là  qualche cascina sbriciolata, ma le case appaiono perfette.
Poi però cominci a vedere le tende. I campi allestiti dalla Protezione Civile e dalla Croce Rossa sono cinque, e lì dentro la vita non è facile. Sono in otto per ogni tenda. Intimità , zero. Morale, a non aver niente da fare tutto il giorno, sotto zero. E adesso è arrivato pure il caldo.
Antichi dissapori riemergono: l’altra sera c’è stata una lite fra marocchini e ghanesi. Le scosse che continuano, poi, non aiutano a stemperare il nervosismo: lunedì ce n’è stata una di 3,2, era mezzanotte e non è stato facile riprendere sonno.
Quanti sono gli sfollati qui a Finale?
Ufficialmente quattromila, in realtà  quasi tutti i sedicimila abitanti, perchè anche chi non ha la casa inagibile ha paura e dorme in macchina, oppure si è organizzato in tenda per conto proprio, oppure ancora se ne è andato lontano, fuori dal «cratere», da parenti o amici. Il centro storico è completamente chiuso: «zona rossa».
Ma anche il quartiere dei supermercati è messo male: ed è inagibile pure l’ospedale.
Eppure c’è chi sa trovare del bello: «Vedo la nostra gente forte e coraggiosa, vedo una straordinaria solidarietà », dice don Luca, un giovane prete.
Scorge segnali che solo la fede può scorgere: «Il nostro patrono, San Zenone, ci protegge: la sua statua sul palazzo del Comune, che è crollato, è rimasta intatta. Così come quella della Madonna delle Grazie: anche lei non si è mossa nonostante fosse all’interno del Duomo, che è gravemente danneggiato».
Don Luca ha meno fiducia in un altro genere di statue: «La nostra gente ripartirà  subito se la burocrazia non si mette di mezzo. Oggi il terremoto più tremendo è quello lì: la burocrazia».
«Io sto sburocratizzando tutto», dice il sindaco Ferioli, «ma adesso abbiamo bisogno di aiuti concreti. Sa quanti soldi ci sono arrivati fino ad ora? Zero. E stiamo pagando tutto noi, dalle messe in sicurezza ai cinquemila pasti al giorno. Però così le casse del Comune tra poco saranno vuote».
Si prospetta una scelta difficile: «In teoria, dal primo ottobre dovrei chiedere l’Imu ai miei cittadini. Ma secondo lei posso far pagare le tasse sugli immobili a gente che sta fuori casa, o a ditte costrette a rimanere chiuse? Guardi, la situazione è brutta, e se non si muovono qui presto ci sarà  una mezza rivolta».
Ecco perchè in Emilia hanno paura che di questo terremoto ci si sia già  un po’ dimenticati.

Michele Brambilla
(da “La Stampa”)

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CASO LUSI: COLPIRNE UNO NON PER EDUCARNE MA PER SALVARNE CENTO

Giugno 21st, 2012 Riccardo Fucile

SI COMINCIA SEMPRE DAL TESORIERE: EFFETTO GRILLO E PAURA DEI FORCONI… IL PRIMO (E UNICO) A PAGARE NEL PALAZZO RIDOTTO A CITTADELLA ASSEDIATA

Da qualcuno bisognava cominciare. Magari ti puoi chiedere perchè Lusi sì e Belsito no, per dire. Oppure perchè no il Trota.
Ma da qualcuno bisognava cominciare. E in faccende così, in genere, si comincia dai tesorieri. Anche Tangentopoli – iniziata per caso con Mario Chiesa, il «mariuolo» – si mostrò per quel che era grazie ai tesorieri: e Severino Citaristi, storico e mite custode delle casse Dc, settantadue avvisi di garanzia e un arresto (giusto nel giugno di 18 anni fa) ne divenne infatti il simbolo. Stavolta tocca a Luigi Lusi, un’infanzia da scout e una faccia da allegrone.
Lusi è accusato di aver sottratto per “suo beneficio” oltre 22 milioni di euro dalla cassaforte della Margherita, nei dieci anni in cui ne è stato tesoriere.
Ieri sera, qualche istante prima delle 20,30 – in una calura che ancora toglieva il fiato, e con la stessa grisaglia che aveva un’ora prima al Senato – Luigi Lusi è entrato nel carcere di Rebibbia. Aveva salutato moglie e figli prima di recarsi a Palazzo Madama: e per evitare tragedie a casa si è costituito, prendendo di sorpresa perfino gli inquirenti.
Ha dovuto attendere un po’ che uomini della Guardia di Finanza arrivassero e gli notificassero l’ordinanza di custodia cautelare: poi gli hanno preso le impronte digitali, lo hanno fotografato di fronte e di profilo, e lo hanno condotto nella cella che gli era stata preparata.
Nell’aula del Senato, un paio di ore prima, aveva parlato senza lasciarsi mai andare alla retorica, a una frase pietosa o a cose del tipo “Ho un onore da difendere”.
Quel che gli premeva difendere era la logica: com’è possibile che nessuno al vertice del mio partito sapesse niente, si accorgesse di niente, sospettasse di niente, tanto che ora tocca solo a me rispondere di tutto questo?
E difendeva la legittimità  di un cattivo pensiero: mi hanno indagato a marzo per appropriazione indebita, ma per potermi arrestare ci hanno aggiunto a maggio – l’associazione a delinquere, vi pare normale tutto ciò?
Poi, affinchè buon intenditor intenda, un lungo richiamare «patti fiduciari disconosciuti», «comune assenso nella gestione dei flussi finanziari», «rapporti di fiducia ora messi in discussione»…
Non c’è stato niente da fare.
E diciamo pure che ci vuole una discreta sfortuna a finire – inaspettatamente – nella parte di «agnello sacrificale».
Tra i pochi a dire no all’arresto di Lusi (il Pdl ha pilatescamente deciso di non votare…) si sono infatti distinti i nomi dei senatori Sergio De Gregorio, Alberto Tedesco e Marcello Dell’Utri, che agnelli sacrificali non lo sono diventati per un pelo.
Altri tempi, anche se alcuni casi sono recentissimi.
Quello di Luigi Lusi, infatti, è senza alcun dubbio il primo arresto – se possiamo dir così – dell’«era Grillo».
Ieri, al Senato, se ne mormorava nervosamente alla buvette. E qualcuno parlava addirittura di «effetto Grillo»: proprio come una ventina di anni fa si temeva quello di Di Pietro.
L’«effetto Grillo» sarebbe il punto di caduta, la trasformazione dallo stato gassoso a quello solido, di un discredito e di una sfiducia – nei confronti della politica quasi tout court – che vengono da molto lontano.
Ora, però, quei sentimenti si sono trasformati in rabbia, hanno trovato un volto attraverso il quale rappresentarsi ed ogni difesa, ogni argine – nell’accerchiatissima cittadella politica – è ormai impossibile.
«Se il Senato non vota per l’arresto, si rischia che la gente venga qui con i forconi», aveva avvisato Rutelli; «Dobbiamo evitare il linciaggio», aveva concordato qualcun altro.
Ieri, a voto di condanna espresso, Enzo Carra – storico portavoce di Arnaldo Forlani, arrestato a sua volta, uno insomma che sa di che parla – ha tradotto il tutto in un’immagine spietata e melanconica: «Il Senato ha votato contro il suo Schettino: un uomo solo muoia perchè tutti gli altri vivano».
Dunque, da qualcuno bisognava cominciare: e al Senato hanno deciso di cominciare da Luigi Lusi.
Che naturalmente se lo merita per gli spaghettini al caviale, le ville, le case e le vacanze lussuose: tutte naturalmente a spese della Margherita – secondo le accuse – e cioè a spese nostre, o almeno di quelli che pagano le tasse.
Il problema, per qualcuno, potrebbe consistere nel fatto che – dopo che hanno cominciato loro – adesso possa cominciare lui, Lusi: uno che avrà  pure la faccia da allegrone ma non sembra disposto a portare la croce da solo, a trasformarsi – insomma – nel Primo Greganti del terzo millennio.
Già  nell’aula del Senato (discorso dattiloscritto, quindi a lungo preparato) aveva fatto intendere che – Grillo o non Grillo – nessuno poteva giocare a fare Alice nel paese delle meraviglie: «Non si è mai visto un gruppo dirigente disconoscere ordinarie modalità  gestionali». «E quante telefonate da Rutelli per sottrarre firme alla richiesta di voto segreto».
«Qualcuno, in quest’aula, è in evidente conflitto d’interessi: e per correttezza dovrebbe non votare».
Poi una obliqua citazione: «Come scrive il poeta, cos’è un ricordo? Niente, non puoi vederlo, non puoi toccarlo. Eppure, non puoi cancellarlo… ».
Ricorda qualcosa Luigi Lusi? E’ questo quel che gli viene chiesto fuori dall’aula, a sentenza ormai emessa.
Ha detto ai magistrati tutto quel che sapeva?
Prima di rispondere, si concede – fedele al personaggio – una battuta: «Sapete ora dove devo andare… Fatemi andare, altrimenti diranno che sto facendo altri otto viaggi alle Bahamas».
Poi però risponde: «No, non ho detto tutto. Ci sono una marea di approfondimenti che, se i giudici vogliono, sono disposto a fare».
Ognuno la può intendere come vuole.
Il sospetto è che non pochi, però, la stiano intendendo assai male…

Federico Geremicca
(da “La Stampa“)

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