Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
LEGA SPACCATA: IL TROTA ACCUSATO DI AVER OFFESO L’ON LEGHISTA DAVIDE CAPARINI, SUO EX COMPAGNO DI MERENDE
Bossi è indagato. Per diffamazione. 
Il figlio del Senatur, dimessosi dal consiglio regionale dopo lo scandalo nella Lega Nord legato alla gestione particolare dei fondi del partito, è accusato di aver offeso Davide Caparini con un post al veleno su Facebook.
La mattina di sabato 16 giugno il «Trota» si è presentato in procura a Brescia, è salito al quarto piano nella stanza 429, e per una quarantina di minuti, assistito dall’avvocato bresciano Carlo Beltrami, è stato interrogato dal procuratore della Repubblica Fabio Salamone e dal sostituto procuratore Carlo Pappalardo.
Era convocato per le 11.
Puntualissimo Bossi jr si è presentato al Palagiustizia di via Gambara. E se n’è andato poco prima di mezzogiorno.
Il reato, che gli viene contestato – l’articolo 595 del codice penale – sarebbe stato commesso il 14 aprile scorso, mentre la querela risale al 15 maggio.
A presentare querela contro Bossi jr è stato il leghista Davide Caparini, assistito dall’avvocato Denise Pedrali del Foro di Brescia.
Caparini ha presentato querela ritenendo assolutamente offensivo quanto postato su Facebook da Renzo Bossi in risposta a un suo quesito «Ma Renzo Bossi si è dimesso anche dalla Lega oltre che dal consiglio regionale?».
«Caro Davide – è il contenuto del post di risposta digitato alle 3 di notte – vorrei ricordarti, visto che hai la memoria corta, che dalle intercettazioni (pubblicate sull’Espresso) risulta che tu abbia chiesto 850.000 euro alla Lega per la questione Frigerio in tribunale, quando il titolo delle rate da pagare, che il giudice ha deciso, sono di 400.000 euro… Gli altri 450.000? Quindi confido anch’io nelle tue dimissioni».
Un botta e risposta finito in Procura.
Wilma Petenzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX TESORIERE DELLA MARGHERITA, A TRE GIORNI DAL VOTO DEL SENATO SUL SUO ARRESTO, RIBADISCE DI AVER AGITO SU INDICAZIONE DEI VERTICI :”HO FATTO OPERAZIONI SULLA BASE DI ACCORDI VERBALI, QUESTO IL MIO ERRORE”…E ANNUNCIA: “NON PATTEGGERO’ LA PENA”
“Facevo tutto quello che mi era stato detto di fare all’interno di un sistema di relazioni fiduciarie”.
L’ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, ribadisce la sua versione sul caso dei rimborsi elettorali sottratti al partito.
Tradotto: i vertici erano a conoscenza di tutti i soldi che uscivano dalla cassa.
Di più, erano loro a ordinare le operazioni.
“Ho applicato nei fatti un patto fiduciario”, dice Lusi intervistato da Maria Latella su Sky.
Si difende in vista del voto di mercoledì prossimo, quando il Senato deciderà sulla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Roma, che lo accusa, tra l’altro, di appropriazione indebita e associazione per delinquere.
Annuncia che non chiederà di patteggiare la pena. E ridimensiona quanto detto in passato sul centrosinistra (“se parlo, salta”): una frase che ora non ripeterebbe più.
“Il patto scellerato — spiega Lusi — è stato quello di accettare da parte mia di compiere delle operazioni senza che la richiesta venisse scritta da alcuna parte. Nei partiti non c’è un meccanismo come il consiglio di amministrazione dove qualcuno scrive le delibere e qualcuno le esegue. Non c’è una spesa che io abbia sostenuto che abbia dietro uno scritto. Il tesoriere è uno che esegue degli ordini, che sono verbali. Se ora nessuno li conferma, allora te li sei inventati tu”.
Parole che suonano come accuse implicite a chi, secondo Lusi, non poteva non sapere. Come Francesco Rutelli ed Enzo Bianco, membri del gruppo dirigente del partito confluito nel 2007 nel Pd.
L’ex tesoriere dice di avere chiesto di svelare i conti del partito, di scoprire le carte.
Ma — accusa — quelli che allora erano i vertici della Margherita non sono d’accordo.
Parole che arrivano il giorno dopo dell’assemblea federale che ha sancito lo scioglimento del partito.
Una decisione presa a porte chiuse, senza che nessun giornalista potesse assistere, tanto che Arturo Parisi, uno dei fondatori, se n’è andato via subito parlando di “colpo di Stato”.
La società KStudio Associato, incaricata di controllare i conti, ha certificato che le uscite curate da Lusi non documentate ammontano a oltre 26 milioni di euro.
Lusi ribadisce: “Ho fatto operazioni sulla base di accordi verbali, questo è stato il mio errore. Dei 194 milioni di euro spesi in 11 anni non c’è alcuna traccia scritta”.
Gli ex compagni di partito lo accusano di avere truccato i conti, ma il senatore si difende: “Tutte le spese sono alla luce del sole. Le mie spese venivano controllate. C’erano tre organi che controllavano, i revisori dei conti avevano in mano di tutto”.
Sul processo che dovrà subire, Lusi dice di non voler ricorrere al patteggiamento: “Devo recuperare onorabilità e dignità rispetto alla mia famiglia ed al Paese, non patteggerò, mi difenderò nel dibattimento”.
Per quanto riguarda la richiesta di arrresto su cui questa settimana si esprimerà il Senato, l’ex tesoriere chiede di votare contro: “Non ci sono gli elementi sul pericolo di fuga e della possibilità di inquinamento delle prove e della reiterazione del reato”.
E se invece finirà in carcere, sostiene di avere già “un’idea per essere utile al Paese”.
L’ex tesoriere si dice “preoccupato per moglie e figli”. E torna sull’episodio di qualche giorno fa, quando una persona incappucciata ha dato fuoco alla centralina elettrica accanto al cancello elettrico della sua abitazione.
Infine fa marcia indietro sulla frase detta lo scorso marzo a un inviato di Servizio pubblico che lo riprendeva di nascosto (“questa partita fa saltare il centrosinistra”): ”E’ una frase che non avrei mai detto pubblicamente. E’ una frase che viene fuori da uno stato d’animo appesantito, non la ridirei e conferma che si trattava di un colloquio riservato e rubato. E’ eccessiva. Non credo che il futuro del centrosinistra dipenda da me”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL RITORNO DELLA VICE PRESIDENTE DEL SENATO, ESPULSA MA NON INDAGATA PER I FONDI DEL PARTITO: LA MAURO SI TIENE IL SIN.PA , FACENDOSI VOTARE DA NON SI SA QUANTI ISCRITTI… I BARBARI TRASOGNANTI CHE PER ANNI HANNO GLORIFICATO IL SINDACATO LEGHISTA ORA CADONO NEL RIDICOLO: “IL SIN.PA NON E’ IL SINDACATO PADANO”
Rosi Mauro si tiene il sindacato padano (Sinpa) e manda su tutte le furie i colonnelli
leghisti impegnati a mondare l’immagine del partito compromessa dagli scandali.
Chi pensava che la guerra fratricida in casa Lega Nord fosse finita si sbaglia di grosso.
Il guanto di sfida arriva dal terzo congresso confederale del Sinpa che si è tenuto nella cornice non proprio operaia dell’Holiday Inn di Milano, un resort quattro stelle con palestra e piscina.
Al termine del congresso è arrivata la conferma per acclamazione della Mauro, del vicesegretario generale, Emiliano Tremolada, e il segretario organizzativo, Alessandro Gemme, tutti eletti all’unanimità dai delegati.
Una notizia che di sicuro non avrà fatto piacere a Roberto Maroni, leader in pectore del nuovo Carroccio.
E neppure ai colonnelli che hanno guidato l’operazione ripulisti e brigato in lungo e in largo perchè il popolo leghista mettesse a fuoco il nemico interno in Rosi Mauro, manipolatrice del leader infermo, Umberto Bossi, in eterna combutta col tesoriere infedele Francesco Belsito con la passione per la Tanzania.
Nessuno vuol commentare.
Roberto Calderoli, uno dei tre triumviri, è sotto i ferri per un’appendicite e non parla.
Non si sa se gli sia venuta prima o dopo la notizia.
Maroni non ne vuol sentir parlare e declina l’intervista.
Roberto Castelli, ex Guardasigilli, ne sa poco o nulla e Roberto Cota, presidente della regione Piemonte, si guarda bene dal proferire parola.
Le ultime elezioni non sono andate bene per il Carroccio che sta perdendo anche i suoi più famosi baluardi.
Sono le seconde linee che tentano di sminuire la portata deflagrante della resistenza di Rosi la badante.
Ripetendo come un refrain la storiella che “il Sinpa non è il sindacato padano. Sì è vero che per vent’anni Lega Nord e SinPa hanno camminato insieme, ma giuridicamente è autonomo, noi non sappiamo neppure chi e quanti siano gli iscritti. Da quanto ne sappiamo non ce ne sono”, sostiene uno degli uomini più vicini al triumvirato che deve traghettare la Lega fino al congresso di luglio.
E poco importa se la Mauro era la vicepresidente del Senato portata in palmo di mano da Bossi e allo stesso tempo la fondatrice del SinPa.
Ma la ricostruzione in salsa revisionista delle convergenze parallele/autonome tra sindacato e partito non convince nessuno, soprattutto la Mauro che nella 22esima “batelada” del maggio scorso e nel bollettino di giugno rivendica in lungo in largo l’importanza che le ragioni del Nord siano protagoniste dei cambiamenti nel mondo del lavoro e nelle fabbriche padane con il SinPa.
A questo punto sarà guerra frontale.
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Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
SI PREGA DI NON DISTURBARE: QUANDO DAL QUIRINALE ARRIVA LA NOTA, I TG DANNO LA REPLICA A UNA NOTIZIA MAI DATA…LA STRANA CONCEZIONE DELLA LIBERTA’ DI STAMPA NEL NOSTRO PAESE
Un ex presidente del Senato, indagato per falsa testimonianza nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato- mafia successiva alle stragi del 1992/’93, subito dopo essere stato ascoltato dalla Procura di Palermo telefona al consigliere giuridico del presidente della Repubblica per lamentarsi con Giorgio Napolitano dell’operato dei pubblici ministeri che indagano sulla pagina più inquietante degli ultimi vent’anni di storia repubblicana.
Il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio conferma tutto.
La notizia è enorme, eppure passa sotto silenzio.
Corriere e Repubblica, che per primi ne avevano scritto il 15 giugno, non ritengono di dare seguito alla vicenda.
Su Stampa e Giornale nemmeno una riga.
Una pagina intera su Libero (“Le pressioni di Mancino sul Quirinale”), ma il pezzo portante è un attacco ai pm che “si accaniscono” contro Dell’Utri.
Desolato silenzio altrove.
Non una parola nei telegiornali e una sola Ansa (Mafia: Fatto Q., Mancino chiamò colle. Gasparri: Chiarire”) fino alle 16,45 di ieri.
La svolta in serata, quando dal Colle giunge una nota: “In relazione ad alcuni commenti di stampa sul contenuto di intercettazioni di colloqui telefonici tra il senatore Mancino e uno dei consiglieri del presidente della Repubblica — si legge — si ribadisce che ovvie ragioni di correttezza istituzionale rendono naturale il più rigoroso riserbo, da parte dei consiglieri, circa i loro rapporti con il capo dello Stato. Parlare a questo proposito di ‘misteri del Quirinale’ è soltanto risibile”.
A quel punto i telegiornali sono costretti a dare la smentita di una notizia che non avevano mai dato.
Pazienza, in fondo è già accaduto in passato, quando — senza prima dar conto delle indagini per mafia a carico di Renato Schifani — ci si affrettò a diffondere la sua smentita.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
E SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA: “ALCUNI POTENTI NON HANNO SALVATO NEPPURE LA DIGNITA”… LA FRASE DI PAOLO: “NON E’ IL RUOLO CHE FA GRANDE GLI UOMINI, E’ L’AUTOREVOLEZZA DEGLI UOMINI CHE FA GRANDE IL RUOLO”
Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. 
È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza.
È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito.
I suoi occhi brillano ancora. E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni.
Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino.
Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe.
In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio? ”, rispose: “No. Non è finita. Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità ”.
A distanza di tre anni quella verità , al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi?
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.
Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone?
Questo mi addolora profondamente, perchè uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare nè pace nè libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.
Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà , come “uomini che tacciono perchè la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere nè compianti nè perdonati?
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi.
Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.
Signora, perchè ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.
Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra?
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.
Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi, fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perchè moglie di un grande uomo buono.
Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire?
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
GLI EX AN VORREBBERO ROMPERE CON MONTI, SILVIO PENSA ALLA NECESSITA’ DI UNA SCOSSA, LA MELONI SI PREPARA PER LE PRIMARIE, MA IL PARTITO E’ IN CADUTA LIBERA
Il Pdl in piena sindrome da 15 per cento. L’incubo diventa realtà e l’ultima rilevazione Swg di ieri cristallizza con quelle due cifre un tracollo di consensi che da via dell’Umiltà a Palazzo Grazioli temevano e in qualche misura già conoscevano.
In queste ore non sono più i soli barricaderi ex An a chiedersi se il partito reggerà fino alle primarie di ottobre.
Silvio Berlusconi quei dati se li rigira tra le mani, sempre più convinto che occorra “una scossa”, che l’attuale baracca non basta: “Il Pdl non c’è più, esiste solo nelle teste dei nostri dirigenti” è la riflessione più amara del capo.
Moltiplicare l’offerta con liste di giovani, di donne, di imprenditori e volti nuovi della società civile resta la soluzione preferita, un cantiere aperto al quale il Cavaliere in gran segreto sta già lavorando, in vista delle Politiche.
Ma le elezioni sono lontane.
Nel frattempo il Pdl è in piena emorragia. Ormai stabilmente sotto il 20, secondo tutti i sondaggisti, comunque terza forza alle spalle di Grillo.
Viaggiava sopra il 25 in novembre scorso, all’insediamento del governo Monti.
“La preoccupazione c’è, il vero problema è che manca la reazione”, spiega un ex ministro sconfortato.
L’ultima rilevazione registrata una settimana fa da Euromedia Research, società di fiducia di Berlusconi, dava al Pdl una forbice tra 18 e 20 per cento.
“Ma tutti i grandi partiti presenti in Parlamento pagano dazio, perdono consensi – spiega Alessandra Ghisleri, direttrice dell’istituto – E guadagna chi nelle Camere non c’è: Grillo e, in parte, Vendola”.
Consigli al Cavaliere sostiene di non averne forniti. “Ma un messaggio va colto: gli elettori dicono in coro che a loro non piace questo modo di fare politica, si attendono risposte immediate ai loro problemi reali”.
Angelino Alfano confida nelle primarie per rilanciare il partito.
Ha convocato per lunedì il tavolo “delle regole” che dovrebbe disciplinarle.
E una direzione nazionale – sollecitata da tanti – per il 27 giugno.
Ma del congresso nazionale non si ha notizia. Il calo di consensi lo riconduce al “sostegno al governo Monti: scontiamo l’opposizione dei nostri elettori”. Ma confida sul fatto che gli elettori non siano “fuggiti altrove: li riconquisteremo”.
Lo dice durante la conferenza stampa convocata per ufficializzare le dimissioni del presidente della Giovane Italia, Giorgia Meloni, sostituita da Marco Perissa (classe ’82, anche lui della scuderia Azione Giovani), che affiancherà la coordinatrice Annagrazia Calabria.
L’ex ministro nella lettera di dimissioni rimarca la mancata convocazione di un congresso dei giovani per passare il testimone.
Correrà anche lei per le primarie? La Meloni risponde solo che non lo ha preso in considerazione e che non lascia perchè “è già pronta un’altra poltrona”.
Ma tutta l’area ex An si sta interrogando se sposare la causa Alfano o condurre una battaglia in sostegno proprio della Meloni per andare alla conta.
Il segretario, in maniche di camicia e in versione “smile” davanti ai giovani (dal 21 al 23 la loro assemblea a Fiuggi), si augura che le primarie siano le “più partecipate” possibile, che si trasformino in una “grande festa”.
Rivela di aver chiamato Vittorio Feltri e di averlo invitato a partecipare.
Salvo essere gelato poche ore dopo dal direttore editoriale del Giornale: “Non ho ricevuto alcun invito, solo una telefonata di cortesia. Valuterò, i parlamentari sono degli straccioni, io guadagno 700 mila euro l’anno”.
Galan si è candidato.
Daniela Santanchè, forte dei sondaggi interni, è già in campagna elettorale (col placet del Cavaliere).
“Certo che sono in corsa – spiega – Io non ho alcun tatticismo, nessuna strategia, solo un credo, un cuore, una passione”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
IN 10 ANNI LA PRESSIONE FISCALE AUMENTATA DEL 5%: NEL 2002 ERA AL 40,5%, OGGI AL 45,1%… SI LAVORA PER PAGARE LO STATO BEN 165 GIORNI L’ANNO
Tasse, imposte, fisco opprimente. E anche faticante. 
Rispetto a dieci anni fa i contribuenti italiani lavorano 17 giorni in più per pagare i contributi dovuti, balzelli e quant’altro.
La causa di questo allungamento dei giorni lavorativi necessari per assolvere gli obblighi contributivi è riconducibile al progressivo incremento della tassazione avvenuto negli ultimi dieci anni. Infatti, se nel 2002 la pressione fiscale era pari al 40,5%, quest’anno si attesterà al 45,1%.
A rilevarlo è la Cgia di Mestre che sottolinea come “se la comparazione si fa con il 2011, invece, i giorni di lavoro in più sono dieci, tre di questi solo per l’Imu“.
L’Ufficio studi della Cgia ha preso in esame il dato di previsione del Pil nazionale e lo ha suddiviso per i 365 giorni dell’anno, ottenendo così un dato medio giornaliero.
Dopodichè, ha considerato il gettito di imposte, tasse e contributi che i contribuenti versano allo Stato e lo ha diviso per il Pil giornaliero, ottenendo il cosiddetto “tax freedom day” che per il 2012 è “scoccato” lo scorso 14 giugno.
“In virtù di questa impennata, i contribuenti italiani hanno subito un forte aumento dei giorni lavorativi necessari per soddisfare le richieste del fisco. Se 10 anni fa occorrevano 148 giorni per raggiungere il giorno di liberazione fiscale, nel 2012 si sono resi necessari ben 165 giorni lavorativi. Lavorare 165 giorni all’anno per lo Stato — dichiara il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi — ci dà l’idea di quanto sia eccessivo il nostro fisco. Ormai sui contribuenti onesti grava una pressione fiscale reale che arriva a superare il 54%, un carico che non ha eguali in quasi tutta Europa”.
Per far scivolare indietro il giorno di liberazione fiscale, dice Bortolussi, si deve “contrarre in maniera strutturale la spesa pubblica improduttiva e ridurre le tasse. Per far questo è necessario riprendere in mano il federalismo fiscale che, a mio avviso, è l’unica strada percorribile per raggiungere questo obbiettivo. Infatti, le esperienze europee ci dicono che gli stati federali hanno un livello di tassazione ed una spesa pubblica minore, una macchina statale più snella ed efficiente ed un livello dei servizi offerti di alta qualità ” conclude il segretario.
E proprio sull’imposta sugli immobili di proprietà che ha sostituito l’Ici Unimpresa lancia un allarme.
Fino al 40% dei proprietari potrebbe decidere di non versare entro lunedì la prima rata dell’Imu.
Il dato è il risultato di un sondaggio Unimpresa realizzato attraverso la rete dei Centri di assistenza fiscale, in vista del primo appuntamento con la nuova tassa sulla casa.
Secondo il sondaggio, che ha preso in considerazione sia le abitazione di privati cittadini che gli immobili aziendali, di questo 40% una parte (il 15%) potrebbe preferire aspettare l’appuntamento di dicembre col saldo finale; e un’altra fetta (il 25%) potrebbe prendere ancora più tempo e pagare entro i prossimi 12 mesi.
La maggioranza degli italiani, comunque, pari al 60% del campione intervistato, ha dichiarato di aver già pagato o di voler pagare entro i termini stabiliti dalla legge.
Tra coloro che non rispetteranno le scadenze, vengono addotte motivazioni di ordine economico, e si indica l’aumento degli importi rispetto alla vecchia Ici come causa del ritardo. Gli incrementi rilevati dell’Imu rispetto all’Ici, infatti, sono significativi per quanto riguarda i terreni agricoli (+65%), mentre ulteriori critiche riguardano le “seconde” a abitazioni: con l’Ici era prevista una modulazione delle aliquote sulla base dell’effettivo utilizzo mentre l’Imu ha introdotto una equiparazione non gradita dai contribuenti.
Unimpresa rileva che i mancati versamenti potrebbero avere impatti significativi sulle finanze pubbliche: il “buco” nei conti potrebbe oscillare da un minimo di 2,1 miliardi a 8,5 miliardi.
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Giugno 16th, 2012 Riccardo Fucile
SLOGAN E STRISCIONI NELLA GIORNATA DI MOBILITAZIONE DEGLI ANIMALISTI PERCHE’ NON VI SIANO GOLPE IN COMMISSIONE SENATO
Ore dedicate ai sit-in e alle proteste a tutela degli animali nella capitale.
Da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni, i manifestanti sfilano contro la vivisezione chiedendo la chiusura di Green Hill, azienda di Montichiari (Brescia) che alleva cani beagle per i laboratori di vivisezione.
La manifestazione è organizzata da Occupy Green Hill e dal coordinamento antispecista del Lazio, e vede la partecipazione di più di 10 mila persone con oltre 30 i pullman giunti per l’occasione da numerose città italiane.
Al centro della polemica, l’inserimento nel nostro ordinamento del divieto di allevamento di cani, gatti e altri primati sul territorio nazionale per vivisezione, provvedimento attualmente allo studio della XIV Commissione del Senato. Secondo i manifestanti, il provvedimento sarebbe ostacolato da gruppi di pressione.
I ragazzi hanno portato cartelli con le scritte: “No a Green Hill, no alla vivisezione”, “Libertà per gli animali, libertà per gli esseri umani” intonando slogan come: “Tutti liberi” e “Allevarli per ammazzarli per farne cibo, vestiti, ma cos’è questo, ma cosa siamo? Vergogna”.
“Ci batteremo con forza affinchè Green Hill e tutti gli altri lager per animali vengano immediatamente chiusi” ha dichiarato il presidente dei Verdi Angelo Bonelli che oggi ha partecipato alla manifestazione con l’ex ministro del Turismo Michela Brambilla.
Stamane invece si è tenuto il presidio organizzato dal P. A. E. e supportato dai
militanti di Centopercentoanimalisti contro le botticelle a Roma.
La protesta è durato 90 minuti in piazza Santissimi Apostoli.
La decisione dei manifestanti è stata di attendere l’arrivo di Michela Brambilla, che aveva promesso un saluto, e poi l’annullamento della manifestazione anti botticelle.
Avvenuto l’incontro con la Brambilla, gli aderenti al PAE si sono recati alla manifestazione anti Green Hill in atto nella capitale, mentre i militanti di Centopercentoanimalisti, si sono diretti verso Piazza di Spagna, luogo solito di riunione delle botticelle.
Sciolto quindi il presidio, quattro militanti di Centopercentoanimalisti hanno deciso di protestare per le vie di Roma, alla “caccia” di botticelle, ma giunti a piazza Navona un vetturino non ha gradito la loro presenza aggredendone uno.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri che hanno fermato i militanti per una identificazione.
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Giugno 16th, 2012 Riccardo Fucile
NEL DECRETO POCHI EURO, MA MOLTE POLTRONE ELIMINATE…E LA SFIDA SULLA SALERNO-REGGIO CALABRIA PRONTA ENTRO IL 2013
Di tagliare le tasse proprio non se ne parla, ma dopo settimane di duello con i cerberi
della Ragioneria generale dello Stato il governo è finalmente riuscito ad approvare il decreto Sviluppo (vittoria personale di Corrado Passera).
Ma la novità più forte della giornata sono tagli di spesa, al ministero del Tesoro e a Palazzo Chigi.
“Un corpo organico e robusto”, riassume il premier Mario Monti. Le novità più concrete riguardano gli incentivi all’assunzione di giovani lavoratori molto qualificati (laurea in campo tecnico- scientifico o dottorato), un credito di imposta del 35 per cento del costo aziendale che richiede come contropartita di tenere il personale assunto per tre anni.
Le risorse a disposizione sono spiccioli — 50 milioni di euro — ma secondo le stime del governo dovrebbero generare 4000 posti di lavoro di alto profilo.
Le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie salgono dal 36 al 50 per cento (una soglia considerata sufficiente perchè il cliente abbia incentivi a chiedere la fattura anzichè accettare lo sconto del nero).
Peccato che l’agevolazione duri solo fino a giugno 2013, stessa data anche per quella per gli interventi che portano risparmio energetico (ma qui l’aliquota scende, nel 2013, dal 55 al 50).
Il ministro Corrado Passera confida molto nei project bond, debito finalizzato a costruire opere specifiche, che avranno la stessa aliquota fiscale dei titoli di Stato, 12,5 per cento. Sommando l’impatto delle varie misure il ministro si abbandona a una iperbole berlusconiana: “Il decreto mobiliterà risorse fino a 80 miliardi”, 40-45 dalla tassazione agevolata sui project bond e 30-35 dal resto.
E berlusconiana è anche la promessa, abituale per politici di professione meno per i tecnici, di completare l’eterna autostrada Salerno-Reggio Calabria: “Dobbiamo assicurarci che entro la fine dell’anno prossimo tutti i cantieri — oggi sono 13 e due devono essere ancora aperti — siano completati”.
Lui alla scadenza non sarà più ministro (le elezioni sono in estate), chissà se avrà ancora un ruolo, comunque oggi dice: “Metto la faccia in tanti posti, la metto anche qui”. D
Di soldi, per ora ne mette davvero pochi, anche a causa delle restrizioni imposte dalla Ragioneria dello Stato: guardando la copertura finanziaria, si vede che gli interventi veri (considerando il dato strutturale) sono per 104 milioni di euro nel 2012, 89,6 nel 2013, 240,9 nel 2014.
Poca roba, ma meglio di niente.
“I ministri di spesa pensano di manifestare la loro presenza con la spesa, invece dovrebbero farlo tagliandola e permettendo al presidente del Consiglio di abbassare le tasse. Serve ossigeno, non vitamine”,è la diagnosi del senatore ex Pd Nicola Rossi su Passera e il decreto, di cui apprezza soprattutto una parte a costo zero ma impatto rilevante: quella che limita i ricorsi in appello per la giustizia civile (“l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta”).
In effetti, i tagli di spesa ci sono.
E pesanti, anticamera di quelli che arriveranno a fine mese, soprattutto ai ministeri — si parla di oltre 30 miliardi di euro — che stanno trasformando la lima della spending review di Enrico Bondi nella vanga di una manovra correttiva mascherata.
Inevitabile, se si vogliono rispettare i saldi di bilancio a fronte di un calo delle entrate (3,4 miliardi meno del previsto solo nei primi tre mesi) dovuto alla recessione.
Mario Monti comincia da Palazzo Chigi e dal suo ministero, il Tesoro, “come segnale e come anticipo ai nostri colleghi di governo”.
A Palazzo Chigi si tagliano il 20 per cento dei dirigenti, il 10 del resto degli organici, idem al ministero dell’Economia dove scompaiono alcuni feudi. Cancellata l’Agenzia del Territorio, il catasto, celebre per le folli spese di rappresentanza del suo direttore Gabriella Alemanno (oltre un milione di euro in un anno, celebre il caso di uova di struzzo decorate per migliaia di euro regalate a Natale, come rivelato dal Fatto ), finirà sotto l’A ge n z i a delle Entrate.
I Monopoli di Stato passano sotto l’Agenzia delle dogane, il direttore generale de Monopoli Raffaele Ferrara prudentemente si era dimesso nei giorni scorsi.
Non verrà licenziato nessuno, i dipendenti pubblici passano da un ente all’a l t ro , ma essendo scomparsi dalle piante organiche non saranno sostituiti da nuovi assunti.
Basterà tutto questo a far ripartire un po’ il Pil e a rassicurare i mercati? Chissà .
Di certo ieri gli investitori avevano altre priorità : su tutte le elezioni estive sulla Salerno-Reggio.
A riflettere con attenzione sulla frase detta ieri dal ministro dello Sviluppo economico (“metto la faccia in tanti posti, la metto anche qui”), viene il dubbio che ci sia uno sfondo di grande ironia dietro la decisione di imbarcarsi in uno dei più leggendari luoghi comuni del politicante trombone.
La sistemazione della Salerno-Reggio, opera nata male per vari motivi (autostrada gratuita affidata a un carrozzone come l’Anas, percorso tortuoso per toccare ogni comune politicamente ben rappresentato, selezione delle ditte costruttrici non trasparentissima), è stata messa all’ordine del giorno da Bettino Craxi nel 1987.
Da allora il costo è decuplicato. Siamo abbondantemente oltre i 10 miliardi di euro per “adeguare ” un’autostrada di 400 chilometri.
I lavori sono entrati nel vivo solo negli anni ’90, con il governo Prodi.
Il sottosegretario Antonio Bargone annunciò la fine dei lavori per il 2003, poi cambiò mestiere, oggi fa il manager autostradale (noblesse oblige).
Poi in Grecia e la possibile uscita dall’euro di Atene. La Bce di Mario Draghi ha comunicato che “continuerà a garantire liquidità alle banche solventi che ne avessero necessità ”, mentre la Casa Bianca ha comunicato che “gli Stati Uniti sono pronti a ogni emergenza che potrebbe arrivare dall’Europa dopo il voto della Grecia”.
Si vota domenica, lunedì si capirà quanto è seria l’emergenza da affrontare.
Stefano Feltri
da (Il Fatto Quotidiano)
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