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DA “FORZA ITALIA” A “ITALIA PULITA”: IL RINNOVAMENTO DEL PDL

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

DEPOSITATO IL MARCHIO DA PARTE DEL TESORIERE ROCCO CRIMI. IL SIMBOLO RIPRENDERA’ IL TRICOLORE… SUPERVISIONE DI DELL’UTRI E BERTOLASO

Allenatore, certo. Di una squadra nuova di zecca che farà  ancora della faccia di bronzo una insindacabile virtù.
Silvio Berlusconi si avvia a diventare il “coach” di Italia Pulita, la nuova anima del centrodestra che alle prossime politiche prenderà  le forme di un listone civico, vero catalizzatore di voti di quello che un tempo è stato il Pdl.
Per andare “oltre” ma, soprattutto, per conservare il bacino elettorale oggi in piena diaspora.
Italia Pulita è una creatura politica creata a tavolino, nè più e nè meno di come, ormai quasi vent’anni fa, fu costruita Forza Italia.
E gli somiglia pure un po’.
“Volti nuovi — ha chiesto il Cavaliere — anche sconosciuti, ma voglio facce pulite e poi persone vere, che la gente riconosca e che consideri dei punti di riferimento di valori solidi; se fossero ancora vivi, ci metterei dentro Vianello e la Mondaini”.
Ecco, dunque, quello che è accaduto.
Che venerdì scorso, durante la convention del Pdl alla Camera, Berlusconi si è reso conto drammaticamente che il suo seguito si era polverizzato insieme con il partito; troppe sedie vuote, troppe defezioni, anche importanti, di primo piano, troppe critiche alla sua “pazza idea” di farsi l’euro in casa propria.
E, come sempre accade quando Berlusconi prova forti momenti di scoramento, subito dopo ne fa seguire un altro di grande efficienza. E ideazione.
Ieri mattina di buon ora, ha quindi spedito al Viminale Rocco Crimi, lo storico tesoriere del partito, per registrare nome e simbolo della nuova creatura.
Pare che, per limare alcuni dettagli, sia stato sveglio tutta la notte di sabato, accanto al suo fedele amico di sempre, Marcello Dell’Utri.
E proprio lui, alla fine, ha tirato fuori il “coniglio dal cilindro”, lo slogan da mettere sotto il nuovo nome: “Cambiare per unire”.
Anche sul simbolo, l’inossidabile coppia Berlusconi-Dell’Utri è andata sul classico.
Il simbolo della lista ricorderà , almeno nei colori, la vecchia bandiera di Forza Italia (bianco, rosso e verde), ma la scritta di Italia Pulita dovrebbe essere in azzurro, “sfumata”, non solo per essere di richiamo al popolo “azzurro”, ma anche perchè, com’è noto, gli italiani “si sentono azzurri dentro”, sarebbe stato l’ennesimo suggello di Dell’Utri mentre sul televisore vedeva scorrere le immagini di Italia-Germania dell’82 rimandate in onda da La 7.
Il nuovo nome è stato sottoposto a un sondaggio instant di Alessandra Ghisleri.
E i risultati sono stati talmente incoraggianti da convincere il Cavaliere a mettere subito sotto chiave la trovata.
Pare che circa il 65% del campione abbia dato il proprio “entusiastico assenso” a un partito composto da campioni di “pulizia morale”.
Già , ma dove andarli a cercare? Mica facile.
Anche qui, però, il genio mediatico di Berlusconi ha dato il colpo d’ala che tutti attendevano.
E, allora, ecco più nel dettaglio che cosa conterrà  Italia Pulita: sarà  piena di “giovani imprenditori e anche giovanissimi ragazzi appena usciti a pieni voti dall’università , che si vogliono imbarcare nella ricostruzione morale e politica del Paese”.
Peccato che ad Irene Tinagli abbia già  pensato Montezemolo, perchè la “morettina che va sempre a Ballarò” piaceva anche a B.
Lo scout di questi “volti puliti” sarà  Guido Bertolaso. Per quelli più noti ci si è affidati a Gerry Scotti.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SPRECHI: IL NUOVO OSPEDALE DI MURGIA, COSTATO 110 MILIONI DI EURO E MAI PARTITO

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

PREVISTO TRA ALTAMURA E GRAVINA, DOVEVA APRIRE NEL 1990 ED ESSERE UN POLO SANITARIO D’ECCELLENZA… TRA CONDOTTE DELL’ACQUEDOTTO DA RIFARE E DANNI DA MALTEMPO, VENTI ANNI SPRECATI DALLA BUROCRAZIA

Nell’atto che ne decretava la nascita — nel 1990 — era scritto che si candidava ad essere il polo di eccellenza di una sanità  all’avanguardia, il meglio che si potesse offrire.
Non lo è mai stato. Non a causa della malasanità . Ma perchè le sue porte, in 22 anni, non si sono mai aperte.
E’ la storia del Nuovo Ospedale della Murgia in provincia di Bari: nel suo nome la prima contraddizione.
Era nuovo 22 anni fa, quando ne fu approvata la costruzione. Non lo è più oggi visto che quella è la più grande struttura incompiuta della sanità  del sud Italia e, forse, del Paese intero.
110 milioni di euro spesi in 22 anni per non entrare mai in funzione.
Un lasso di tempo incredibile, nel quale si sono alternati sei presidenti di Regione, è cambiata la moneta in circolazione, sono cambiati i partiti ma la storia del polo sanitario no. E’ come fosse congelato.
L’ospedale si trova a metà  strada tra il comune di Altamura e quello di Gravina, nel mezzo dello splendido parco dell’Alta Murgia, tra paesi nei quali le comunità  vivono prevalentemente di agricoltura.
La struttura è divisa in tre lotti, due edifici gemelli da sette piani e uno centrale da cinque. Trecento i posti letto previsti.
Doveva servire una intera zona alla quale non era stato offerto molto. La sua storia è un groviglio di problemi burocratici e politici.
I primi finanziamenti sono stati approvati dal Consiglio regionale nel 1990: 8 miliardi nel primo triennio, 53 miliardi nel secondo, per un totale di 61 miliardi di lire.
Nel 1996 arriva dal Parlamentino pugliese un nuovo stanziamento: altri 30 miliardi di lire. Il primo lotto viene bandito nel 1997 e consegnato sette anni dopo.
Siamo al 2004, la moneta è cambiata; si stanziano nuovi fondi, 23 milioni 750 mila euro. Ma i lavori del secondo edificio non procedono più speditamente del primo.
Bandito nel 2004 viene realizzato dopo un estenuante stop and go, durato anni. Non è la volontà  politica a bloccare i lavori quanto piccoli e penetranti problemi di ordine burocratico.
Ci si ferma per un mese per le condotte dell’acquedotto da rifare, 150 giorni per attendere la prima variante, altri tre mesi per attendere la variante che non arriva e quando finalmente c’è, ci si riferma per sette mesi per la perizia di assestamento; altri quattro mesi per il maltempo e poi una pausa per richiedere i danni causati dal maltempo che si sono tradotti in un risarcimento alla ditta costato 140 mila euro dopo un accordo bonario. Si potrebbe continuare all’infinito. Il terzo lotto vive, invece, il passaggio di consegne tra l’allora presidente di Regione Raffaele Fitto e il suo successore Nichi Vendola.
All’inizio si propende per snellire la pratica e accontentarsi di due edifici; ma poi si sceglie di andare avanti per dare un senso a quel progetto che parlava di “un grande ospedale all’avanguardia”.
Il terzo lotto viene bandito nel 2008; arrivano altri 21 mila 470 euro. Non è finita.
Nel 2010 la Giunta regionale ricava dal bilancio 10 milioni di euro per poter mettere riparo al deterioramento dei materiali che nel corso dei 15 anni di lavori, ha inevitabilmente colpito gli edifici.
La struttura ha una sua forma; si inizia a parlare di inaugurazioni e di porte che si aprono. Ma dietro l’angolo c’è un altro ostacolo.
L’esperienza del terremoto dell’Aquila insegna che un ospedale è all’ avanguardia anche quando resiste a qualsiasi scossa. Quello di Altamura non lo è.
Una beffa; una struttura ancora da inaugurare è già  vecchia al punto che bisogna correre ai ripari e procedere agli adeguamenti sismici e antincendio.
Questo significa una nuova emorragia di denaro pubblico: 3 milioni e 500 mila euro per il primo intervento, 5 milioni previsti per il secondo.
Quando saranno ultimati i lavori, si dovrà  bandire la gara per l’acquisto delle forniture costate 10 milioni di euro. I cittadini sembrano non far più caso alla struttura che col suo silenzio è entrata ormai a far parte del paesaggio.
Pochi chiedono quando aprirà  perchè, del resto, la risposta è la stessa da 20 anni: “Forse a fine anno”.

Mary Tota
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PER LE IMPRESE MODENESI SOLO UN MESE PER SALVARSI

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

MULTINAZIONALI GIA’ IN FUGA, PER LE PICCOLE AZIENDE RIPARTIRE E’ ANCORA PIU’ DIFFICILE

Non possiamo aspettare”. Vainer Marchesini chiude il suo intervento all’assemblea di Confindustria Modena con le lacrime in gola.
Presiede il Wam Group, meccanica ad alta tecnologia, 70 mila metri quadri di capannoni vicino Mirandola, in gran parte inagibili, “dopo la scossa di domenica sera non sappiamo neppure più se le certificazioni del giorno prima sono ancora valide, ma noi abbiamo quindici giorni, poi perdiamo il mercato. Arrivano già  le disdette dai clienti”. Nell’auditorium della Banca Popolare dell’Emilia Romagna l’assemblea annuale degli industriali modenesi è a metà  tra la seduta di autocoscienza collettiva e un consiglio di guerra.
Niente cena di gala, poche cerimonie al presidente nazionale Giorgio Squinzi, accolto più come il padrone della Mapei e del Sassuolo Calcio che come capo dell’associazione.
Nella platea mezza vuota e dimessa dell’auditorium le formalità  associative, tra cui la rielezione del presidente Pietro Ferrari, si sbrigano in un attimo, poi si passa al terremoto. La situazione è peggiore di quanto percepito a livello nazionale.
Le multinazionali non sono più disposte ad aspettare, dopo dieci giorni di scosse, danni, polemiche, e stanno cercando altre sedi: Giuliana Gavioli, direttore generale della B. Braun Avitum a Mirandola (prodotti per la dialisi e cura di malattie rare) passa le giornate al telefono coi suoi capi della casa madre, “mi hanno chiamato dopo la scossa di ieri sera, chiedono quando finirà , come si può lavorare così”.
Non ci sono risposte, ovviamente.
Convincere le multinazionali sarà  dura, ma per i piccoli ripartire rischia di essere impossibile: Nicoletta Razzaboni è titolare della Cima, producono strumenti per la gestione del denaro (contabanconote, dispositivi di sicurezza), 85 dipendenti.
Due stabilimenti, uno inagibile, lo stanno già  demolendo. Negli anni quasi tutta la produzione di componenti è stata appaltata all’esterno, a piccolissimi fornitori di meccanica di precisione.
“Dobbiamo ripartire noi per far ripartire loro”, dice la Razzaboni. Ma in questa catastrofe a matrioska ogni livello ha difficoltà  maggiori di quello superiore: si è rotto un delicato equilibrio di subfornitura e relazioni personali decennali.
La logica dei distretti, che nelle università  chiamano di “competizione”, un po’ cooperazione un po’ concorrenza, può salvare però alcuni settori. Sergio Sassi, della Emilceramica di Fiorano, delinea un modello di sopravvivenza inedito ma che da queste parti non sembra assurdo: i concorrenti si devono aiutare tra loro, chi ha le linee produttive intatte può aiutare chi ha gli stabilimenti bloccati, meglio permettere al distretto di vivere che approfittare della crisi degli avversari.
“Ci vuole una delocalizzazione temporanea presso i concorrenti”, dice Sassi, che può offrire i suoi capannoni intatti di Fiorano (sul primo appennino modenese) agli imprenditori di piastrelle ferraresi di Sant’Agostino, bloccati dal sisma.
La questione più urgente è quella della sicurezza , “non ci stiamo a essere criminalizzati, siamo tornati al lavoro dopo i controlli previsti a norma di legge”, dicono tutti.
Il problema è che la norma non considerava il modenese una zona sismica. Il “tormento” degli imprenditori e delle istituzioni, come lo chiama il presidente del consiglio regionale Matteo Richetti, è il seguente: se si riaprono i capannoni subito, dopo i controlli (analoghi a quelli seguiti alla scossa del 20 maggio), non c’è alcuna garanzia che reggano meglio di fronte a nuovi terremoti, a rischio di nuove tragedie.
Ma se si tengono chiusi, per dare tempo ai lavori che li rendano antisismici, le imprese perderanno ordinativi e gli operai saranno sicuri ma disoccupati.
Giovanni Ferrari è il presidente della Lameplast, un piccolo colosso della chimica da 320 dipendenti, ha anche uno stabilimento a Miami: “I grandi compratori americani e la distribuzione tedesca possono aspettare un mese-un mese e mezzo. Poi li perdi.
Se il governo ci impone la nuova normativa antisismica significa che non ha capito nulla, ci vorranno mesi di lavori, non possiamo far aspettare tanto i committenti”.
L’intervento più urgente per salvare l’economia emiliana non dipende però dal governo: devono finire le scosse, oppure ogni volta si ricomincia da capo, tra certificazioni e polemiche.
Anche la resistenza psicologica di imprenditori e politici comincia a vacillare, come i capannoni.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LEGA, NEL FUTURO DI MARONI C’E’ ANCORA L’ALLEANZA CON IL PDL DI ALFANO

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

ALMENO UNA VOLTA LA SETTIMANA IL NUOVO LEADER DEL CARROCCIO A RAPPORTO DA ALFANO… COSTRETTO A TERGIVERSARE PERCHE’ BERLUSCONI NON RINUNCIA ANCORA AL SUO POTERE

Il futuro della Lega non può che essere in alleanza con il Pdl.
A dirlo sono i disastrosi risultati delle amministrative di maggio, ma anche le affinità  elettive che spingono i due partiti ad incontrarsi ciclicamente in un comune sforzo per la conquista del potere romano.
Affinità  che in questo periodo vengono alimentate e suggellate da incontri settimanali tra Roberto Maroni e Angelino Alfano, leader, o aspiranti tali, dei rispettivi movimenti, desiderosi di mettere in soffitta la premiata ditta Bossi e Berlusconi e ripartire con slancio verso una nuova fase del Pdl-leghismo.
Nelle scorse settimane i militanti e i quadri del Carroccio hanno ripetuto allo sfinimento la cantilena del perfetto oppositore, con battute e frecciatine dirette a tutti i partiti che sostengono il governo Monti, compreso l’ex alleato Berlusconi, colpevole di essersi appiattito sulle posizioni del nemico.
Così, per molti è stata l’occasione di ribadire quello che la base mormorava da tempo: “Basta Pdl e Berlusconi, vogliamo andare da soli”.
Altri, interrogati sulla possibilità  di un accordo con il Pdl di Angelino Alfano, hanno risposto con maggior schiettezza: “Quello lì, con un accento così… non è possibile che la Lega faccia un’alleanza con lui”. Il neosegretario lombardo Matteo Salvini, interpellato sulle future alleanze ha confermato la linea: “Non ce la sentiamo di allearci al Pdl e al Pd che sostengono questo governo, semmai in futuro con le liste civiche”.
Insomma, nella Lega del tumulto interno, nella Lega delle spaccature e nella Lega degli scandali, tutti i militanti si sono detti convinti dell’impossibilità  di un riavvicinamento con gli azzurri.
Eppure sono molti gli elementi che fanno pensare al contrario, a partire dalle dichiarazioni dello stesso Roberto Maroni, che ha già  avuto modo di dimostrarsi aperto al dialogo con un Pdl guidato da Alfano.
Il leader della Lega , sempre più proiettato verso la segreteria federale, soprattutto dopo che i suoi uomini (Matteo Salvini e Flavio Tosi) hanno conquistato il controllo del partito in Lombardia e in Veneto, ha chiarito che il tema delle alleanze verrà  affrontato in occasione del congresso federale di fine giugno, lasciando aperto qualunque scenario, salvo poi spiegare di vedere in Angelino Alfano un interlocutore privilegiato, soprattutto in un eventuale Pdl capace di accantonare definitivamente la figura di Berlusconi.
“Questo tira e molla di Berlusconi — ha detto Maroni qualche giorno fa rispondendo ai giornalisti — questo me ne vado e poi ritorno, non penso che faccia bene al Pdl e soprattutto non fa bene alla leadership di Alfano, persona che io stimo, con cui ho avuto un’ottima collaborazione e con cui io sono pronto a dialogare, però voglio capire chi comanda dentro lì”.
La sensazione è che Maroni abbia bisogno di maggiori garanzie rispetto ad un passato in cui la Lega è stata troppo piegata sulle esigenze di un alleato non sempre comodissimo: “Prima di stringere nuove alleanze — ha detto — dobbiamo pensare ai contenuti. Per noi il percorso è inverso”.
Ma sul piatto vanno messi anche i ministeri pesanti (due volte al Viminale, una volta al welfare) che Bobo ha avuto la possibilità  di guidare per gentile concessione di Berlusconi, che evidentemente ha riconosciuto in lui un uomo di fiducia.
Un piatto ricco da cui Maroni ha attinto per anni la linfa della visibilità  e del potere che ora dovrà  spendere con un po’ di riconoscenza.

(da “la Stampa”)

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ENNESIMO STOP AALLA CESSIONE DELLE CASERME

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

“MANCA UN PIANO DI VALORIZZAZIONE”… CONGELATE LE VENDITE DA 1,3 MILIARDI: IL BLOCCO DURERA’ ALMENO SEI MESI

Ci provano inutilmente dal 1992. Ogni volta c’è una scusa per non vendere le caserme inutilizzate.
Adesso il motivo, spiega un lancio dell’agenzia Radiocor, è la «mancanza di un piano definito di valorizzazione».
Di conseguenza la gara per la cessione di un blocco di caserme del valore di un miliardo 325 milioni, che sarebbe dovuta partire concretamente entro la fine di maggio con la lettera d’invito alle società  immobiliari già  preselezionate, è stata congelata per almeno sei mesi. Una dozzina d’anni fa l’ex ministro Vincenzo Visco, come sempre ricordiamo, puntò il dito contro il ministero della Difesa.
«Non collabora», sentenziò. Non sappiamo se la situazione sia sempre la stessa, ma di sicuro le difficoltà  più grandi incontrate nelle dismissioni del patrimonio statale si sono riscontrate proprio con gli immobili militari.
Ne sa qualcosa, per esempio, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che sta aspettando il trasferimento al demanio comunale, come prevedono le norme sul cosiddetto «federalismo demaniale» di una serie al caserme nel centro urbano.
Del resto basta scorrere le dichiarazioni che da vent’anni ininterrottamente riempiono i giornali.
E confrontarle con i risultati. «In vendita 114 caserme» (21 novembre 1993). «Difesa, in vendita caserme per compensare i tagli» (14 ottobre 1994). «Vendita caserme, entro il 13 ottobre la scelta dei pretendenti» (8 settembre 1997).
E via di questo passo.
A fine 2003 Il Sole 24 ore scrisse che a dieci anni di distanza dalle dismissioni avviate dall’ex ministro della Difesa Beniamino Andreatta, c’erano ancora 560 caserme «vuote da anni e destinate a essere vendute».
La ex direttrice dell’Agenzia del Demanio Elisabetta Spitz annunciò al settimanale Economy nel 2007 un grande piano «di valorizzazione» degli immobili militari inutilizzati: se ne contavano 201. L’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro disse che molti sarebbero stati impiegati per «un piano casa».
Nè l’uno nè l’altro si sono mai visti.
A giugno del 2008 saltò fuori nella manovra economica triennale di Giulio Tremonti l’idea di ricavare 4 miliardi dalla vendita delle caserme: anche se il direttore generale del demanio militare aveva già  messo le mani avanti da tempo affermando che gli immobili della Difesa «liberi e disponibili» erano ormai «finiti» (Ansadel 14 giugno 2007).
Così «finiti» che il governo di Mario Monti oggi pensa di ridurre il debito pubblico vendendo proprio il patrimonio statale, compresi quelli che fanno capo al ministero di Giampaolo Di Paola. Quante volte ciascuno di noi si è interrogato sull’assurdità  che nel 2012 esistano ancora enormi distaccamenti militari nel centro delle grandi città .
E perchè quell’immenso patrimonio immobiliare pubblico non venga sfruttato in altro modo. «Valorizzandolo», per usare una parola tanto in voga. Valorizzare non significa necessariamente cedere ai privati: l’esperienza insegna che quando in questo Paese si decide di vendere un immobile pubblico bisogna andarci con i piedi di piombo.
Si può «valorizzare» una caserma mettendoci uffici pubblici che altrove pagano affitti salati. Oppure un parcheggio.
Ma le chiacchiere stanno a zero.
Perchè sorge il sospetto che quando qui si sente pronunciare la parola «valorizzazione», allora vuol dire che non si ha intenzione di fare nulla.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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BACCHETTATE DALLA CORTE DEI CONTI: “TROPPE TASSE E TROPPA EVASIONE”

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

L’ITALIA IN UN CIRCOLO VIZIOSO DOVE IL RIGORE IMPEDISCE DI RAGGIUNGERE GLI OBIETTIVI, STROZZANDO LA CRESCITA…”SI COMPLETI IL PASSAGGIO DA UNA TASSAZIONE SUI REDDITI A UNA SUI CONSUMI”

La pressione fiscale in Italia resta elevata e questo crea il rischio di un ulteriore rallentamento dell’economia.
Lo rileva la Corte dei conti nel rapporto 2012 sul coordinamento della finanza pubblica, precisando che la scelta di accentuare la manovra dal lato delle entrate per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 crea una controindicazione, quella cioè degli “impulsi recessivi che una maggiore imposizione trasmette all’economia reale”.
Per la magistratura contabile, infatti, “il 2011 ci ha consegnato la realtà  di un sistema impositivo ancora distante dal modello europeo: segnato dalla coesistenza di un’elevata pressione fiscale e di un elevatissimo tasso di evasione”.
I margini per riequilibrare il ”sistema di prelievo” fiscale cercando di conciliare ”rigore, equità  e crescita” sono esauriti e per questo ”si rafforzano le ragioni per puntare” sull’ampliamento della base imponibile attraverso ”la lotta all’evasione, all’elusione e al ridimensionamento dell’erosione”, ha detto il presidente delle sezioni riunite della Corte dei Conti Luigi Mazzillo. L’aumento della pressione fiscale, infatti, provoca ”impulsi recessivi” sull’economia reale allontanando gli obiettivi di gettito e provocando un ”rischio di avvitamento”, ha spiegato Mazzillo, secondo cui ”va disinnescato il circolo vizioso”.
Evasione Iva e Irap per 138 miliardi.
Ammonta a oltre 138 miliardi di euro la perdita per lo Stato dovuta all’evasione dell’Iva e dell’Irap nel triennio 2007-2009, rileva la Corte dei conti precisando che “l’evasione fiscale resta una piaga pesante per il sistema tributario e per l’economia del nostro Paese”.
Nel triennio 2007-2009, quindi – precisa la magistratura contabile -, “il tasso di evasione è stato stimato in misura pari al 29,3% nel caso dell’Iva e al 19,4% per l’Irap, risolvendosi in un vuoto di gettito di oltre 46 miliardi all’anno”, circa 138 miliardi nell’intero trimestre.
A livello territoriale il Sud e le isole – conferma la Corte dei conti – “si presentano come le aree a più alto tasso di evasione (40,1% per l’Iva e 29,4% per l’Irap) a fronte di una ‘devianza’ pressochè dimezzata nel Nord del Paese”.
Crescita asfittica.
La crescita nel 2011 è stata “asfittica” e il gettito fiscale è rimasto sotto le attese, con prospettive ancora negative per alcuni anni, ha affermato il presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino, secondo cui “l’anno scorso sono esplose le contraddizioni che accompagnano l’attuazione della politica di bilancio.
Da una parte, l’efficacia delle misure di contenimento delle spese, che nei fatti si rivelano più stringenti di quanto sembri essere percepito dall’opinione pubblica nazionale e, soprattutto, internazionale.
Dall’altra – ha sottolineato – una dinamica di crescita asfittica, che rende difficile conseguire risultati migliori di quelli effettivamente realizzati”. “Anche l’anno scorso – ha aggiunto Giampaolino – il gettito fiscale è rimasto al di sotto delle previsioni, penalizzato dalla mancata ripresa dell’economia. Un fenomeno non occasionale, ma destinato a protrarsi per alcuni anni, dal momento che il vuoto di prodotto apertosi dopo la crisi finanziaria è lungi dall’essere recuperato”.
Sgravi fiscali.
Servono, secondo le indicazioni della Corte dei conti, circa 47 miliardi di euro di sgravi fiscali per riportare il prelievo sui redditi alla media europea.
Nel rapporto si precisa che ”gli sgravi necessari per riportare a livello europeo il prelievo sui redditi da lavoro e da impresa, dovrebbero aggirarsi attorno ai 47 miliardi di euro (38 per i redditi da lavoro e 9 per quelli dell’impresa)”, sempre che gli altri Paesi non abbiano nel frattempo ritoccato al ribasso i relativi livelli di tassazione.
Alla fine del 2010 – rileva la magistratura contabile – ”il nostro Paese si collocava al primo posto in Europa nel prelievo gravante sui redditi da lavoro (con il 42,6%), al secondo posto in quello sui redditi d’impresa (27,4%), al quindicesimo posto (con il 16,8%) nel prelievo sui consumi.
Al settimo posto, infine, quanto a quota di gettito complessivo derivante dalla tassazione patrimoniale (5,9%)”.
Sanità  e corruzione.
Nonostante i progressi evidenti nei risultati economici, il settore sanitario continua tuttavia a presentare fenomeni di inappropiatezza organizzativa e gestionale che opportunamente ne fanno un ricorrente oggetto ai fini di programmi di tagli alla spesa”, ha detto Luigi Mazzillo, che ha denunciato in ambito sanitario “frequenti episodi di corruzione a danno della collettività  che continuano ad essere segnalati.
C’è, però, da rilevare che dal rapporto emerge che “la gestione della spesa sanitaria nel 2011 ha presentato risultati migliori delle attese…a consuntivo le uscite complessive (112 miliardi) sono state inferiori di oltre 2,9 miliardi al dato previsto”.
Per la prima volta – rileva la magistratura contabile – “la spesa sanitaria ha ridotto, seppur lievemente, la sua incidenza in termini di Pil, scendendo dal 7,3% del 2010 al 7,1%. Si sono poi ridotte di un ulteriore 28% le perdite prodotte dal sistema”.
Spending review.
È necessaria ”una consistente riduzione della spesa corrente”, ha sottolineato Giampaolino e va ”in questa direzione la decisa accelerazione del governo verso il rafforzamento dei meccanismi di razionalizzazione e controllo quantitativo e qualitativo della spesa pubblica (spending review).

(da “La Repubblica”)

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ACCORDO A ROMA SULLA DISCARICA: “IL SITO E’ PIAN DELL’OLMO”: E GIA’ SCOPPIA LA RIVOLTA DEGLI ABITANTI

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

LA PROTESTA DEI CITTADINI DELLA ZONA: “SCELTA ASSURDA, E’ A 500 METRI DALLE CASE”

La nuova discarica provvisoria di Roma sorgerà  a Pian dell’Olmo, all’estremo margine nord del territorio della Capitale, ai confini con Riano.
A indicare il sito è stato il nuovo commissario straordinario all’emergenza rifiuti, prefetto Goffredo Sottile, al termine di un vertice al ministero dell’Ambiente con il ministro Corrado Clini e i rappresentanti di Comune, Provincia e Regione.
«È una scelta non dico obbligata, ma è quella che reputo giusta» ha detto, e il fatto che il territorio appartenga a Manlio Cerroni, patron della maxidiscarica di Malagrotta (che dovrebbe finire per essere prorogata anche oltre il 30 giugno) è «irrilevante».
Una scelta che arriva dopo mesi e mesi di polemiche e scontri che ha subito scatenato un vespaio, a partire dalla conferenza stampa del prefetto, interrotta per le proteste, le urla («vergogna, l’Europa vi guarda, ci scapperanno i morti») e gli spintoni dei rappresentanti dei comitati, che hanno promesso «siamo pronti a bloccare il Parlamento».
Ma insorge anche, e trasversalmente, parte del mondo politico, tra cui spicca l’assessore agli Enti Locali della Regione Lazio Giuseppe Cangemi (Pdl) che si è detto «fortemente contrario» e pronto «alla mobilitazione con i cittadini».
Una dichiarazione forte, da parte di un assessore che è, sì, espressione del XX Municipio, ma è anche uno dei più vicini alla presidente Renata Polverini (che invece sosteneva, con l’ex commissario Pecoraro, la scelta di Corcolle).
Dalla governatrice, in ogni caso, non è arrivata nessuna smentita ufficiale.
Eppure, aveva detto oggi Sottile, «su Pian dell’Olmo c’è l’accordo di tutti».
Così come sembrava infatti alla vigilia del vertice: il sito è infatti nel Comune di Roma, anche se oggi il sindaco Gianni Alemanno avrebbe insistito che la scelta migliore sarebbe stata in provincia, e fa parte dei sette dello studio preliminare della Regione.
La Provincia di Nicola Zingaretti, da parte sua, non sarebbe stata contraria, ribadendo come l’hinterland già  fosse appesantito da numerosi impianti.
Il ministro Clini, infine, l’aveva inserito in ‘seconda fascià  (su quattro) per idoneità . «È una discarica provvisoria – ha detto oggi Sottile – ha una capacità  limitata. Opererà  da subito e l’impegno sarà , attraverso il potenziamento degli impianti, di non conferirvi il ‘tal qualè», così come chiede l’Ue, che ha dato due mesi all’Italia per mettersi in regola.
«Ma con Clini – ha detto – ci siamo intesi su come dialogare con l’Europa. La scelta è una mia responsabilità  diretta. Va detto a chiare lettere che una discarica, se ben gestita, non arreca nocumento al suo esterno. Faremo tutti i dovuti accertamenti di legge».
Ma questo non calma gli animi.
È bagarre: in conferenza stampa c’è anche, accompagnato da alcuni cittadini esasperati, il vicesindaco di Riano Italo Arcuri in fascia tricolore, che promette che a Pian dell’Olmo «non arriverà  una spilla, state distruggendo un paese di 10 mila persone».
E a Pian dell’Olmo i comitati hanno subito bloccato la via Tiberina con circa 500 persone, e hanno annunciato un immediato ricorso al Tar.
Intanto l’Idv ha chiesto un Consiglio regionale straordinario, il Sel parla di «scelta scellerata» e «condizionata dagli interessi dei privati».
Ma sul fronte del no c’è anche il coordinatore del Pdl Roma Gianni Sammarco («cadiamo dalla padella nella brace»), mentre il Pd di Roma Capitale esulta: «Finalmente dopo mesi – ha affermato il capogruppo Umberto Marroni – il governo ha individuato il sito che indicavamo da settimane. Ora forza con la differenziata».
Gli fa eco il capogruppo regionale Esterino Montino: «Ora bisogna fare presto e bene quello che Alemanno non ha fatto per oltre 4 anni. Il commissario ha tutti i poteri per procedere con somma urgenza». Lo farà , anche usando la forza pubblica?
«No, adesso vediamo…» la risposta accomodante di Sottile.
Ma la sua ‘avventurà  sembra essere appena cominciata. Oggi era solo un assaggio.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE TENSIONI NEL PD SUL VOTO ANTICIPATO: BERSANI STOPPA FASSINA

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

HA SENSO CONTINUARE A TENERE IN VITA UN GOVERNO BLOCCATO CHE NON PUO’ FARE NULLA?

Ma se la politica dell’emergenza continua a non dare risultati, non sarebbe meglio anticipare la finanziaria e andare ad elezioni in autunno?
Per averlo detto, dando voce a un largo partito trasversale presente in Parlamento, il responsabile economico del Pd Stefano Fassina è stato sepolto dalle polemiche e tacitato con una nota ufficiale del portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia.
La posizione ufficiale del partito resta dunque quella del sostegno al governo fino al 2013.
E tuttavia, Fassina, uno dei giovani dirigenti portati in segreteria dal segretario Pd, non ha affatto proposto di far cadere Monti in un’imboscata.
Diversamente, ha cercato di aprire una discussione sull’inutilità  di tenere in vita il governo tecnico guidato da Monti in condizioni di semiparalisi, come in pratica sta avvenendo dall’inizio dell’anno, e come dimostra il fatto che una riforma importante come quella del mercato del lavoro abbia impiegato più di cinque mesi per ottenere il primo sì del Senato.
E solo adesso sia arrivata alla Camera, da dove probabilmente, in caso di modifiche già  annunciate dai partiti di maggioranza e di opposizione, dovrà  tornare a Palazzo Madama.
Per inciso, ieri i due ministri interessati, la Fornero e Patroni Griffi (il secondo ha la delega per il pubblico impiego), hanno reso esplicito il dissenso che covano da tempo sulla necessità  (per la Fornero) che anche i dipendenti pubblici si adeguino alla nuova disciplina dei licenziamenti e sull’impossibilità  (per Patroni Griffi) che questo accada.
Ma il lavoro è solo uno degli scogli su cui il governo è da tempo arenato in Parlamento.
Basti pensare alle norme anticorruzione, alle intercettazioni, alla responsabilità  civile dei magistrati, alle nomine nelle authorities, alla Rai.
Sono solo alcuni esempi.
Per non parlare del voto sul trattato internazionale del Fiscal Compact che rischia già  di slittare all’autunno.
Contro Fassina, le reazioni più dure sono venute dall’interno del Pd, soprattutto dalla componente veltroniana e da quella popolare, che con Gentiloni è arrivata a paragonarlo a Brunetta e Santanchè nel centrodestra.
Ma al di là  della controversa materia elettorale, nelle file del Pd s’intuiva un certo timore che la nuova generazione bersaniana prema per il voto anche per arrivare al dunque della formazione delle liste, da rinnovare radicalmente, per far fronte all’ondata di antipolitica.
La preoccupazione di non poter godere delle deroghe che hanno consentito fino al 2008 a molti della vecchia guardia di aggirare la regola del limite di tre legislature era percepibile in alcune di quelle reazioni.
A sorpresa, Fassina ha invece trovato appoggio da Sandro Bondi, il più eretico dei coordinatori del Pdl: a patto, sostiene Bondi, di anticipare il voto con un’intesa bipartisan che preluda a un governo di larghe intese anche per la prossima legislatura.
Va detto: è stato certamente un errore o un’imprudenza parlare di scioglimento anticipato delle Camere alla vigilia di un vertice europeo come quello convocato a Roma da Monti, con Merkel e Hollande, e mentre a ritmo affannoso continuano i tentativi dei leader dell’Unione per cercare di arginare la crisi dell’euro, che sembra giunta al suo giro finale.
Ma dire di no alle elezioni anticipate per continuare a non fare niente, tenendo il governo bloccato, è un errore altrettanto grande.

Marcello Sorgi
(da “la Stampa“)

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IL NUOVO REGIME DEI SOVIET DELLA LEGA MARONIANA: NUOVA COSTITUZIONE,COMITATO ESECUTIVO E UFFICIO POLITICO IN MANO AL NUOVO CERCHIO MAGICO

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

POSTI DI POTERE SOLO ALLA NOMENKLATURA FIDATA… SCOPE E RAMAZZE USO GONZI, MA L’INQUISITO PINI RESTA AL SUO POSTO… IL TROTA SCOMPARE DA FACEBOOK, CALDEROLI RIDIMENSIONATO, BOSSI PENSIONATO A VITA

Il consiglio federale padano ha approvato la bozza del futuro statuto del movimento.
Tra le novità , un nuovo ruolo a vita per il presidente federale – dunque, Umberto Bossi – che farà  da «corte d’appello» rispetto alle espulsioni decise dal comitato di disciplina nei confronti dei militanti con oltre vent’anni di anzianità .
Un ruolo di garanzia su cui Bossi ha insistito, nella preoccupazione che la stagione delle «ramazze padane» (per dirla con i maroniani) o delle «purghe» (per usare l’espressione di Roberto Calderoli) possa causare nuove spaccature nel movimento.
Scompare, invece, una figura fin qui cardine: il coordinatore delle segreterie nazionali, da sempre incarnato da Roberto Calderoli.
La ragione della scomparsa è che nel nuovo Carroccio le segreterie «nazionali» (che sono poi quelle regionali) dovranno assumere un peso assai più significativo di quello attuale.
Tra l’altro, i Comuni potranno decidere in autonomia le alleanze da stringere in caso di elezioni: un modo per non sbattere la porta in faccia al Pdl per le future amministrative.
Il governatore veneto Luca Zaia ha insistito sulla necessità  di un codice etico da allegare al nuovo statuto, ma l’altra novità  di peso è il comitato esecutivo.
Sarà  la vera stanza dei bottoni, il luogo delle decisioni strategiche del movimento, designato dal consiglio federale che al contrario diventerà  assai meno operativo: si riunirà  non più di tre volte all’anno.
Infine, sarà  costituito un ufficio politico federale organizzato in dipartimenti: sicurezza, giustizia, lavoro ecc… Un modello che qualcuno ha definito, nientemeno, che «neo comunista».
Sarà  il luogo dell’elaborazione delle proposte politiche e a guidarlo, con ogni probabilità , si troverà  l’ex segretario della Lega lombarda – nonchè presidente della commissione Bilancio della Camera – Giancarlo Giorgetti.
Ancora aperta la discussione sui vice di Roberto Maroni.
Il vicario sarà  un veneto ancora da individuare, dopo che Luca Zaia ha declinato l’offerta del capo dei Barbari sognanti.
Il vicepresidente del movimento nel nome della Lombardia sarà  il deputato bergamasco Giacomo Stucchi.
E intanto, sorpresa. Renzo Bossi è scomparso da Facebook.
Cancellati sia il profilo personale che la pagina dedicata ai sostenitori.
L’iper attività  del figlio del leader padano su Facebook (a suo dire, «sempre improntandola all’attività  lavorativa») era nettamente diminuita dopo le rivelazioni sulle «mancette» da 5000 euro da lui percepite da parte del partito.
Tra l’altro, da consigliere regionale, Bossi il giovane aveva chiesto di chiudere l’accesso ai social network sui computer dei dipendenti regionali.
Motivo: la presunta improduttività  causata dalla navigazione su quei siti.
Poi, appunto, il patatrac.
Il lavoro di filtraggio degli insulti e dei contenuti offensivi era diventato probabilmente insostenibile anche per gli amici del «Trota», che pure per parecchio tempo avevano fatto gli straordinari per cancellare al volo gli improperi.
E così, Renzo ha tagliato la testa al toro e ha «suicidato» la sua identità  digitale sul social network biancazzurro.
Resta l’account Twitter, ma l’ultimo aggiornamento risale al 17 gennaio: «Bossi, la Lega che unisce».
Il Carroccio di piazza ha invece deciso che si darà  appuntamento a Verona.
La notizia è stata ufficializzata da un post di Roberto Maroni sulla sua pagina Facebook: «Domenica 17 giugno tutti a Verona per il “No Imu Day”.
Quello del 17 giugno sarà  il terzo evento organizzato dal Carroccio per contestare l’Imu.

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