Giugno 4th, 2012 Riccardo Fucile
TERREMOTO IN EMILIA: LA PROPOSTA DEL MINISTRO SEVERINO… E NELLE CARCERI DELLE ZONE COLPITE “CELLE APERTE GIORNO E NOTTE”
Coinvolgere i detenuti delle carceri dell’Emilia-Romagna nell’opera di ricostruzione delle zone
terremotate.
Lo propone il ministro della Giustizia, Paola Severino, durante la visita al carcere della Dozza di Bologna.
«Vorrei lanciare un’idea – dice il ministro – quella di rendere utile la popolazione carceraria, quella non pericolosa, per i lavori di ripresa del territorio».
E ancora: «Momenti come questi potrebbero vedere anche parte della popolazione dei detenuti tra i protagonisti di un’esemplare ripresa».
«Vorrei che fossero coinvolte tutte le carceri della regione e se fosse possibile non solo» dice il ministro, pur precisando che si tratta di una «piccola idea» di cui si deve ancora discutere con i direttori e i provveditori.
«Ho sempre pensato che il lavoro carcerario sia una risorsa per il detenuto, un vero modo per portarlo alla risocializzazione e al reinserimento nella società » aggiunge il Guardasigilli.
Facendo l’esempio di Bologna il bacino di detenuti in cui si potrebbe pescare escluderebbe per Severino i 101 detenuti in alta sicurezza e potrebbe riguardare i 246 tossicodipendenti o il 57% di extracomunitari che compongono la popolazione carceraria della Dozza.
Si potrebbe lavorare, spiega «su queste due fasce».
Nel frattempo Severino annuncia alcuni provvedimenti per la sicurezza dei detenuti nelle zone colpite dal terremoto.
«Abbiamo fatto in modo che tutte le celle rimangano aperte di giorno e di notte. Non possiamo aggiungere al carcerato anche l’angoscia della claustrofobia» spiega il ministro della Giustizia.
Chi è in cella «sa di non poter andare da nessuna parte», aggiunge.
Al via già da lunedì, inoltre, lo spostamento di circa «350 detenuti nelle carceri di altre regioni e un rinforzo alla polizia penitenziaria impegnata in Emilia-Romagna». Provvedimenti d’emergenza «per alleggerire la situazione carceraria» e «per dare sollievo», spiega ancora Severino.
Fa il punto su nuovi interventi anche il ministro degli Interni Annamaria Cancellieri: «Ne parleremo presto in consiglio dei Ministri. Non ci sono al momento novità sul piano dell’emergenza e della ricostruzione».
Sui controlli e l’opera anti-sciacallaggio, inoltre, il ministro non esclude l’invio di nuovi militari dell’esercito: «Dipende dalle situazioni. Ad oggi dove i Prefetti hanno fatto richiesta hanno ottenuto i militari».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 4th, 2012 Riccardo Fucile
LA MISSIVA CHE ANNUNCIAVA L’UCCISIONE DELL’OSTAGGIO ERA STATA SPEDITA DA BOSTON… UNA LETTERA CON IL TIMBRO POSTALE DI KENMORE STATION E LE TELEFONATE “DELL’AMERICANO”
C’è un filo robusto – rimasto sottotraccia nelle decine di faldoni dell’inchiesta aperta da 29 anni presso la Procura di Roma – che lega la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori allo scandalo dei preti pedofili a Boston.
Una vicenda che nel 2002 sconvolse la Chiesa cattolica, lasciò sgomenti milioni di fedeli americani per i sistematici abusi su minori coperti dai vertici ecclesiastici e portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, poi tornato a Roma nel 2005 in qualità di arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore.
Mirella, Emanuela. Due ragazzine quindicenni accomunate da un atroce destino: la prima sparì nel piazzale di Porta Pia il 7 maggio 1983, dopo aver detto alla mamma che doveva incontrarsi con gli amici, e la seconda (figlia del messo pontificio di Wojtyla) il successivo 22 giugno, all’uscita della lezione di flauto a Sant’Apollinare. Un duplice mistero che da tre decenni fa perdere il sonno agli investigatori.
E che – considerata l’ipotesi di una mai chiarita Vatican connection – solletica fantasie, ambizioni e congetture di stuoli di giallisti, detective, giornalisti, persino veggenti. L’ultimo colpo di scena, il 14 maggio, ha portato all’apertura della tomba del boss Enrico De Pedis, sepolto nella basilica a ridosso della scuola di musica della «ragazza con la fascetta».
Ma ora c’è di più. Un timbro, un fermo posta: entrambi localizzati in Kenmore Station, nel centro di Boston.
L’uno agli atti, l’altro no. Il primo risale alle prime rivendicazioni dell’ affaire Orlandi-Gregori, il secondo fu usato dall’associazione pedofila Nambla (North American Man Boy Lover Association) ed è emerso 19 anni dopo.
Vale la pena spiegarlo, questo indizio principe. Metterlo a fuoco, contestualizzarlo.
Macchina indietro di 29 anni: luglio 1983.
Il Papa è da poco rientrato dai bagni di folla nella sua Polonia, le elezioni in Italia hanno appena spianato la strada a Bettino Craxi ma, sul doppio sequestro, è buio totale.
Quello di Mirella è «silente» ormai da due mesi e lascia attoniti i genitori, gestori di un bar vicino alla stazione Termini, mentre quello di Emanuela, inaspettatamente, deflagra: è Giovanni Paolo II, con l’appello del 3 luglio all’Angelus («Sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è in afflizione per la figlia…»), a proiettare uno dei tanti casi di missing people in una dimensione planetaria.
L’effetto è immediato. Il 5 luglio a casa del «postino» papale arriva la prima telefonata del cosiddetto «Amerikano», italiano incerto e poche battute in inglese, che getta sul piatto una richiesta secca: libereremo «tua figliola», dice, in cambio della scarcerazione di Ali Agca.
Vincenzo Parisi, del Sisde, traccerà il seguente profilo dell’inquietante personaggio: «Straniero, verosimilmente anglosassone, livello culturale elevatissimo, appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale, formalista, ironico, calcolatore…».
Trattativa vera o di facciata, quella sull’attentatore di Wojtyla?
Un dato è certo: di contatti con la Santa Sede, attraverso il famoso codice «158», il dominus dell’intera vicenda ne ebbe più d’uno.
Il giallo infiamma l’estate. A luglio l’«Amerikano» telefona ancora, lancia ultimatum sulla vita di Emanuela. Ma all’improvviso smette, tace.
Agosto viene così «riempito» da un altro soggetto, il Fronte Turkesh, i cui messaggi (scoprirà l’ex giudice Ferdinando Imposimato) altro non sono che depistaggi della Stasi e del Kgb per tenere sotto scacco l’odiato Papa anticomunista e filo-Solidarnosc.
Settembre, mese chiave dell’intrigo.
Il 4 l’«Amerikano» riappare e fa trovare una busta dentro un furgone Rai, contenente un messaggio a penna e uno spartito di Emanuela.
Ancora: al bar dei Gregori, il 12, giunge una telefonata choc. Un anonimo elenca i vestiti indossati e la marca della biancheria intima di Mirella, che solo la madre conosce.
È un complice dell’«Amerikano»? Entrambe le ragazze sono in suo pugno?
Ed eccoci al 27 settembre 1983, all’ulteriore rivendicazione (o messinscena?) che, riletta oggi, fa correre brividi lungo la schiena. Richard Roth, corrispondente da Roma della Cbs , riceve una lettera che preannuncia «un episodio tecnico che rimorde la nostra coscienza».
Gli investigatori, scrive l’ Ansa il giorno dopo, sono sicuri: si tratta dei «veri rapitori di Emanuela» o di «quelli che l’hanno tenuta prigioniera». Sulla busta c’è il timbro di partenza: Kenmore. Ma a quale episodio «tecnico» si allude? «L’imminente uccisione dell’ostaggio».
Non basta: una perizia grafologica accerta che il messaggio del 4 settembre e questo del 27 sono opera della stessa mano.
L’«Amerikano» si è spostato sulla East coast? O ha trasmesso i suoi scritti a qualcuno, forse per continuare i depistaggi?
Tale pista all’epoca non fu percorsa ma adesso, alla luce dei nuovi indizi, potrebbe riprendere quota.
Gennaio 2002, Boston: scoppia lo scandalo.
Il cardinale Law è accusato di aver coperto per molti anni sacerdoti pedofili della diocesi. Maggio 2002, si apre il processo davanti alla Corte di Suffolk: Law nella deposizione risponde a monosillabi, si scusa per aver controllato poco i «collaboratori».
7 giugno 2002: fuori dal tribunale le mamme delle vittime (per lo più maschietti, ma non solo) protestano. E, dentro, l’interrogatorio è incalzante: «È emerso in una precedente deposizione – attacca il rappresentante dell’accusa – che 32 uomini e due ragazzi hanno formato il gruppo Nambla. Per contattarlo si può scrivere presso il Fag Rag, Box 331, Kenmore Station, Boston… Cardinale Law, ha inteso?».
Pausa. Nell’aula risuona una frase sibilata, poco più di un soffio. «I do», risponde l’arcivescovo. Sì, è vero. Il Fag Rag , che sta per «Giornalaccio omosessuale», faceva quindi proseliti per conto del temutissimo sodalizio pedofilo degli States, proprio dalla stazione da cui partì la lettera su Emanuela.
Nella sequenza di omissioni e depistaggi che da sempre alimenta il giallo della «ragazza con la fascetta», la pista di Boston, 29 anni dopo, fa balenare il più spaventoso e sconvolgente degli scenari.
Fabrizio Peronaci
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
PIÙ VALGONO, MENO PAGANO: ESENTATI 50 MILA PALAZZI (RUSPOLI, TORLONIA)… NESSUNA TASSA SUGLI EDIFICI STORICI AFFITTATI A PESO D’ORO A BULGARI O VUITTON
Che bello possedere un palazzo dove la Storia ha lasciato la sua impronta e ogni pietra
parla del passato.
Che pacchia, poi, poter concedere qualche ala della prestigiosa dimora ad alberghi a 5 stelle e boutique super-lusso e a fine mese passare all’incasso incamerando decine di migliaia di euro d’affitto e in qualche caso addirittura centinaia di migliaia.
E che goduria, infine, fare marameo al fisco e pagare un obolo poco più che simbolico di tasse.
Succede anche questo nel pittoresco paese chiamato Italia.
Capita che mentre la gente comune aspetta la campagna di primavera del fisco con la stessa trepidazione con cui nel Medioevo gli abitanti delle città aspettavano i Lanzichenecchi, ci siano privilegiati proprietari di palazzi da mille e una notte omaggiati con l’esenzione, di fatto, da qualsiasi gravame fiscale.
Nelle vie intorno a piazza di Spagna a Roma, per esempio, sono più le dimore artistiche e di rilevanza storica di quelle normali.
E basta una passeggiata per constatare che quasi tutte hanno affittato pezzi interi del pianterreno alle griffe della moda e del lusso.
Da palazzo Ruspoli che fu la dimora romana dell’imperatore Napoleone III e che ora in un’ala che dà su piazza San Lorenzo in Lucina ospita un lussuosissimo negozio di Louis Vuitton, a palazzo Torlonia in via Bocca di Leone in cui si affacciano Max Mara e Valentino.
Da palazzo Bezzi Scala che fu casa di Guglielmo Marconi e che fino a poco tempo fa era sede di Zegna e ora si appresta a fare posto a Balenciaga, a palazzo Caffarelli dalle cui vetrine scintillano gli ori di Bulgari.
Basta chiedere a chi sa per sentirsi dire che per quelle bomboniere del lusso gli esercenti pagano di affitto cifre da urlo.
Cifre su cui i proprietari per anni non hanno sborsato, appunto, praticamente niente di tasse. Chiariamo subito: per una volta tanto non si tratta nè di evasione nè di elusione fiscale.
A questi signori il privilegio è stato consegnato dalla legge su un piatto d’argento.
Una norma risalente a 21 anni fa stabilisce che agli immobili di interesse storico e artistico viene applicata “la minore delle tariffe d’estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato”.
In pratica le similregge dei centri storici di Roma, Firenze e Venezia pagano di tasse quanto l’ultima bicocca attigua.
A metà degli anni Duemila, a qualcuno sembrò che una roba del genere fosse troppo anche in un paese come l’Italia, dove i contribuenti onesti sono presi a schiaffi e quelli che non pagano trattati con i guanti bianchi, e la questione se le agevolazioni dovessero valere anche per gli immobili storici dai quali i proprietari ricavavano un reddito (e che reddito!) finì in Cassazione.
Che però suggellò il privilegio dichiarando che le agevolazioni erano valide “tanto se si tratti di immobili concessi in locazione a uso abitativo quanto se si tratti di locazioni a uso diverso”.
I proprietari furono perfino esentati dall’obbligo di indicare nel 730 o in Unico “l’importo del canone di locazione”.
Cioè furono invitati a comportarsi come se quelle centinaia di migliaia di euro all’anno (in alcuni casi milioni) incassati con gli affitti nemmeno esistessero.
È chiaro che, stando così le cose, lo Stato si è autocondannato a rinunciare a una mole ingente di gettito, centinaia di milioni di euro secondo le stime più attendibili, essendo circa 50 mila gli immobili vincolati.
Nessuno, però, sa a quanto ammonti con esattezza il minor gettito, perchè pur avendo concesso gli sgravi, lo Stato poi si è dimenticato di stilare un elenco delle dimore storiche per verificare chi avesse diritto alle esenzioni e chi no.
La lista non ce l’ha l’Agenzia delle Entrate, che pure per legge deve valutare la veridicità delle dichiarazioni dei redditi e che non si capisce come possa svolgere il compito con le dimore storiche.
Non ce l’ha il Demanio, che si limita a censire solo gli immobili usati dagli uffici statali e dalla Pubblica amministrazione.
E neppure il ministero dei Beni culturali ha un database: lì dicono che le varie soprintendenze provinciali lo stanno preparando da quasi un decennio.
Forse un elenco parziale ce l’ha l’Associazione delle dimore storiche presieduta da Moroello Diaz Della Vittoria Pallavicini, ma si rifiuta di fornirlo sulla base di una difesa a oltranza della privacy degli iscritti.
L’unico elenco ufficiale noto è quello messo in rete dalla Soprintendenza di Bolzano, comprendente appena una decina di immobili vincolati.
Dicono che dall’anno prossimo la fiera delle tasse forse dovrebbe finire e anche le dimore storiche dovranno pagare in base alla rendita catastale effettiva o sul reddito percepito (gli affitti), comunque ridotto del 35 per cento.
Non saranno cancellati tutti i privilegi, però, perchè quegli immobili continueranno a pagare l’Imu con uno sconto del 50 per cento.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I GRILLINI PROMOSSI A GUIDARE LE CITTA’, MA SETTE INTERPELLATI SU DIECI SONO CONVINTI CHE NON SAPREBBERO GOVERNARE L’ITALIA
È un Paese sospeso, quello che emerge dal sondaggio dell’Atlante Politico di Demos.
Un Paese spaesato, in cerca di prospettive politiche ancora incerte. E per ora, comunque, insoddisfacenti.
Il governo, dopo il sensibile calo di fiducia subìto fra marzo e aprile (circa 20 punti in meno), sembra aver recuperato consenso, fra i cittadini.
Oggi il 45 per cento degli italiani ne valuta positivamente l’operato.
Una quota elevata, se si pensa alle difficoltà economiche e sociali del periodo. E al malessere suscitato dalle politiche fiscali, in particolare dall’Imu, giudicata negativamente dal 70 per cento degli intervistati.
Se si pensa, inoltre, che quasi il 50% degli italiani giustifica le proteste – talora clamorose – contro Equitalia.
Nonostante tutto ciò, una consistente maggioranza della popolazione (60%) continua a credere che, alla fine, il governo “ce la farà ” a condurci fuori dalla crisi.
E per questo, probabilmente, ne sopporta le scelte, per quanto con insofferenza.
D’altronde, Monti stesso, personalmente, è giudicato positivamente da oltre il 50% degli intervistati.
E si conferma, quindi, il leader “politico” più affidabile, presso gli italiani.
Molto più di qualunque altro leader di partito o aspirante tale. Da Bersani a Di Pietro, passando per Fini, Casini e Montezemolo.
Mentre la popolarità di coloro che avevano guidato la maggioranza di governo per circa un decennio, Berlusconi e Bossi, è scesa ai minimi storici.
La perdita di credibilità personale – e familiare – di Bossi ha coinvolto tutta la Lega. Compreso Maroni.
Da ciò la crisi che ha affondato il centrodestra, attualmente privo di leadership ma anche di riferimenti politici.
Gli orientamenti di voto riflettono questo senso di spaesamento, rivelato – e accentuato – dalle recenti amministrative.
Segnalano, in particolare: a) lo sfaldamento del Pdl, ormai dimezzato, rispetto alle elezioni politiche del 2008; b) la frana della Lega scivolata poco sopra il 4%, come 10 anni fa; c) Mentre il Pd e l’Idv tengono bene, anche se non riescono a intercettare lo sfarinamento dei partiti di centrodestra. Il Pd, in particolare, si conferma primo partito in Italia. D’altronde, secondo gli intervistati, è la formazione politica che si è rafforzata maggiormente, in seguito alle elezioni amministrative. d) Insieme, ovviamente, al Movimento 5 Stelle (M5S), promosso e ispirato da Beppe Grillo. Il quale, dal punto di vista elettorale, è stimato oltre il 16%, poco al di sotto del Pdl.
Il successo alle recenti amministrative ha contribuito ad allargare ulteriormente la sua base elettorale. Il M5S è divenuto, infatti, il collettore privilegiato dell’insoddisfazione sociale verso il sistema partitico.
Un sentimento generalizzato, che non dà segni di rallentamento.
Oltre il 40% degli intervistati, infatti, vede nella “protesta contro i partiti” la principale ragione di successo del Movimento.
Una valutazione condivisa anche dal 27% degli elettori del M5S, i quali, però, danno maggiore importanza ad altri argomenti: l’estraneità dei candidati alle logiche di potere e la concretezza dei programmi proposti ai cittadini.
Resta, comunque, l’incognita sulla capacità del Movimento di “tenere” la scena politica, oltre a quella elettorale.
Soprattutto, oltre i confini locali. Infatti, quasi metà degli italiani (la maggioranza) ritiene il M5S in grado di “amministrare” le città e il territorio.
Ma quasi 7 persone (e 4 elettori del M5S) su 10 non lo considerano capace di governare, a livello nazionale.
Da ciò l’impressione di un Paese sospeso. In attesa di un cambiamento ancora incompiuto.
A cui Grillo e il M5S hanno offerto una risposta, uno sbocco.
Sfruttato da molti elettori che, in un primo tempo, non li avevano presi in considerazione.
Non è un caso se, rispetto a un mese fa, l’elettorato del M5S ha modificato sensibilmente il profilo sociopolitico.
In particolare, al suo interno sono aumentati: a) gli elettori dei comuni medio-piccoli; b) le persone di età medio-alta; c) le componenti di centro-destra; d) gli elettori provenienti dalla Lega e dal Pdl. In altri termini: il M5S ha intercettato il disagio diffuso fra gli elettori.
L’ha canalizzato, dandogli visibilità . Ma senza risolverlo.
La domanda di cambiamento politico, infatti, resta molto estesa, al punto che circa un terzo degli elettori sostiene che, se si presentasse un partito “nuovo”, guidato da un leader “nuovo” e “vicino alla gente”: lo voterebbe “sicuramente”.
Si tratta di un orientamento trasversale.
Particolarmente accentuato nella base elettorale dei soggetti politici che in precedenza detenevano il monopolio della rappresentanza del “nuovo”, come la Lega.
Ma anche l’Idv e Sel.
Tuttavia, questo orientamento appare ampio anche fra gli elettori dell’Udc, alla ricerca, da tempo, di un modo – e di uno sbocco – per uscire dal “centro”, che rischia di trasformarsi in un ghetto.
Schiacciato da destra, sinistra e, ora, anche dal M5S.
Siamo, dunque, in una fase fluida.
Il “mercato elettorale” è instabile, in cerca di un’offerta politica adeguata.
Che stenta a delinearsi. Così cresce la voglia di “nuovo”. Anche se per gran parte degli elettori (quasi sette su dieci) il “nuovo” è il “vecchio” rivisto e ri-qualificato.
Per cui si traduce, anzitutto, nella domanda di “rinnovamento” degli attuali partiti.
Ma il “rinnovamento”, per la grande maggioranza degli elettori (il 61%), significa “ricambio e svecchiamento” della classe dirigente.
D’altra parte, fra i motivi che hanno favorito il M5S alle recenti amministrative, un ruolo importante è stato sicuramente giocato dalla figura e dall’immagine dei candidati.
Giovani e preparati. Estranei a lobby e interessi. In grado di esprimere opinioni competenti sulla realtà locale. Senza slogan e senza retorica.
Ciò suggerisce che, per rispondere all’insofferenza verso i partiti, che si respira nell’aria, non sarebbero necessarie grandi rivoluzioni – politiche e antipolitiche.
Basterebbe che i principali partiti attualmente presenti sulla scena politica fossero in grado di rinunciare alle logiche oligarchiche e centralizzatrici che li guidano.
Basterebbe che offrissero maggiore spazio e ruolo ai dirigenti e ai militanti giovani, presenti e impegnati sul territorio. (Ce ne sono molti, nonostante tutto, ma vengono puntualmente scoraggiati).
Basterebbe. Ma non ne sono capaci. Così, avanza la richiesta del Nuovo-a-ogni-costo.
Ormai, un mito, più che una rivendicazione. Travolge tutto. E rende la “nostra” Democrazia: “provvisoria”.
La Politica e i partiti: inattuali.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
NEL SUO PARTITO LA DEFINISCONO LA NUOVA “BADANTE” DEL CAPO: “TUTTE INVENZIONI” RIBATTE LEI
Allarme rientrato. È tutto sotto controllo. 
La Banca centrale europea può smettere di smaniare: Silvio Berlusconi stava scherzando, non “intendo stampare banconote in Italia. La mia era solo una battuta”.
Eppure, in molti ci hanno creduto. “Perchè i giornali scrivono solo stupidaggini! Tutte falsità !” Ma lui era serio. “Ma basta!”, irrompe Maria Rosaria Rossi.
Quarant’anni, illuminata dalla politica mentre stava ai fornelli, poi deputata del Pdl, presente a qualche “cena elegante” (chiacchierata intercettata con Fede docet), da qualche tempo è la persona più vicina al fu premier.
Per questo gli invidiosi (del suo partito) la definiscono “badante”, parlano di lei come della responsabile della lista “buoni” e “cattivi”.
La donna che sta a cavalcioni della scrivania del capo.
Ha un bel potere…
Io lavoro per il presidente, sono una delle sue assistenti.
E basta?
Sì, siamo in tre. C’è molto da fare.
Ma a differenza degli altri due, lei ha avuto l’onore di comporre il nuovo inno.
Lo abbiamo scritto in un pomeriggio: poche ore. Qual è il problema? Per me è un grande onore stare al suo fianco. Il mio problema è un altro.
Quale?
Se domani dovesse mancare la sua stima e fiducia nei miei confronti.
Speriamo bene.
Il problema è quello che voi della stampa dite.
Cosa in particolare?
Vi inventate gli screzi. Con Alfano va tutto bene.
E ora cosa c’entra?
Avete riempito paginate su questa storia.
Esagerata.
Ma lo so che vi manca! (Berlusconi) Voi siete quelli che lo andranno a votare per primi.
Quindi si candida?
Non lo so… e non glielo consiglio. Comunque non sono una che querela.
E che c’è da querelare?
Scriverà il contrario di quello che dico.
Potrà controllare.
Tanto la Boccassini ci sta ascoltando. E la saluto sempre molto volentieri. E comunque la andrò a trovare presto, ieri purtroppo non ho potuto.
Bene, allora?
Non la denuncio, non la querelo, ma appena la vedo le do un cazzotto (qui le scappa una risata) Ma almeno, mi mette una bella foto?
Assolutamente. C’è chi descrive Berlusconi come triste, invecchiato.
Da quando?
In particolare da quando frequenta Cicchitto, Gasparri e La Russa.
Guardi, la mattina inizia con cento flessioni, tenendosi su con le braccia.
Addirittura.
Lo ribadisco! Il presidente sta facendo invecchiare tutti noi. Lunga vita al re!
Certo la Santanchè si è candidata.
Stimo Daniela. Ma non so cosa ha detto, perchè non compro nè leggo i giornali. I soldi li do in beneficenza. Senta…
La ascolto.
Può restare una conversazione tra due persone che stimano, amano e apprezzano Silvio Berlusconi?
È preoccupata di essere fraintesa?
Forse…
Stia tranquilla, ritroverà esattamente le sue parole.
Va bene, arrivederci.
Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
“SILVIO OSSERVA IL CAOS, MA QUANDO METTE LA MANO NEL CILINDRO NON TROVA PIU’ IL CONIGLIO”….”GASPARRI E LA RUSSA SONO PRESENTI OVUNQUE, ALEMANNO DOPO IL DISASTRO DI ROMA PENSA DI TORNARE A FARE POLITICA NAZIONALE, ALFANO CI PROVA A METTERE ORDINE MA E’ TROPPO TARDI”
Gli ex di Alleanza Nazionale pronti a prendersi il Pdl?
Il deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio riflette su questa possibilità e si risponde di sì. “Non sappiamo se il Pdl esplode, si frantuma, si liquefà o se, piuttosto, si ristruttura”.
Con Silvio Berlusconi che “osserva il caos, ma quando mette la mano nel cilindro non trova più il coniglio”.
In un’intervista al Corriere della Sera il politico parla delle manovre in atto all’interno del partito e con i deputati di quello che era il partito di Gianfranco Fini, che puntano a “prendersi il Pdl”.
“Negli anni sono stati abilissimi a tenere in vita le proprie correnti: Gasparri e La Russa, con Italia protagonista, sono presenti ovunque; Matteoli ha le sue falangi; la Meloni, su Roma, ha una forza micidiale. A Roma poi c’è pure Alemanno, che invece di fare il sindaco — infatti la città è un disastro — ha pensato soprattutto a fare politica nazionale” e “partecipa alle grandi manovre”.
Gli ex An, prosegue il deputato, “possono contare su sponde importanti”, e cioè “gli ex socialisti. Se si escludono Cicchitto, che sta lì a cercar di mediare con tutti, e Frattini, che ha rilevato la fondazione De Gasperi e che se il Pdl svoltasse a destra se la filerebbe un minuto dopo, tipi come Brunetta e Sacconi hanno invece capito la forza di fuoco degli ex di An, e ammiccano”.
L’idea di una nuova Dc, sostiene Stracquadanio “sta evaporando”, perchè Fini e Rutelli sono, dal punto di vista politico, tecnicamente sepolti”, mentre “Casini boccheggia.
E chi l’ha capito si sta muovendo sul territorio, autonomamente”.
Il riferimento è “alla Gelmini, che si sta dando un gran da fare in Lombardia, dove cerca di trovare consensi e voti da portare in dote. La Carfagna pure vorrebbe fare la stessa operazione in Campania — continua — solo che lì non è facile inserirsi tra due pesciacci come Cosentino e Caldoro. Per questo non escludo che possa mettere a frutto i rapporti che ha stabilito quando era ministro e riciclarsi come una paladina dei diritti, una specie di Lady Diana in sedicesimo”.
Nell’intervista Stracquadanio parla anche di Daniela Santanchè, che “ha capito al volo il fenomeno Grillo e si muove di conseguenza. E poichè Grillo ha colpito anche Berlusconi, quello che fa la Santanchè viene seguito con estrema attenzione dallo stesso Cavaliere”.
In questo quadro “Verdini, un uomo abilissimo a organizzare, sta ben attento che altri non prendano il suo posto. Lo stesso Alfano — conclude — ha cominciato ad agitarsi, cerca di mettere su squadra, vuol ringiovanire, ma mi sembra sia troppo tardi”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
AD ASCOLTARLO DURANTE IL SUO SHOW SULL’EURO MENO DELLA META’ DEI PARLAMENTARI DEL PARTITO
Per la prima volta la seconda carica dello Stato interviene nelle burrascose vicende del
suo partito.
Schifani non entra nel merito (si riserva di farlo nei prossimi giorni), ma è molto preoccupato per le prospettive del suo partito, per le spinte centrifughe che rischiano di farlo esplodere in tante liste civiche.
E’ preoccupato per le intenzioni e le parole di Berlusconi, come quella dell’altro ieri sull’euro. «Da quando sono stato eletto presidente del Senato mi sono sforzato di garantire un ruolo di terzietà ma questo non mi impedirà di manifestare una mia analisi politica sullo stato di salute del Pdl che sarà approfondita, critica ma anche costruttiva. Per questo ruolo di terzietà non ho partecipato ad alcuna riunione, convegno e congresso fatto eccezione per la direzione che ha eletto segretario Alfano verso cui esprimo stima e fiducia».
Schifani sostiene il segretario che non riesce ad essere l’interlocutore di Casini, Montenzemolo e di quant’altri stanno lavorando per riaggregare il consenso che fu del centrodestra.
E questo non a causa del segretario del Pdl.
Per la maggior parte della classe dirigente del Pdl il problema si chiama Berlusconi, che vuole svolgere il ruolo protagonista di «allenatore».
Per non parlare della «pazza idea» di tornare alla lira se la Merkel non dovesse consentire alla Bce di stampare moneta.
Era prevedibile la retromarcia del Cavaliere: era una «battuta detta “intra moenia” con ironia». Che poi «venga scambiata per una proposta, è certamente grave per chi dice di fare informazione politica. Ma è preoccupante che venga presa a pretesto per costruirci sopra teorie stravaganti su presunte mie prossime mosse o per inventare una nuova linea politica mia o del Pdl».
Insomma, è sempre colpa dei giornalisti e di quei politici che gli attribuiscono cattive intenzioni.
Peccato che di questi politici è pieno il Pdl, non escluso lo stesso Alfano e quei pezzi maggioritario dello stato maggiore che non intendono seguirlo sulla strada del «grillismo di destra».
Così come considerano incompatibile il gioco di sponda di Daniela Santanchè che ha fatto un appello a non pagare l’Imu.
Una linea tra grillismo e leghismo che fa a pugni con la necessità di sostenere il governo e predisporsi all’incontro con coloro che vogliono creare uno schieramento alternativo alla sinistra.
Le uscite di Berlusconi sull’euro hanno irritato il Quirinale, Monti e Schifani, e ieri sono stati tantissimi i dirigenti che hanno chiesto al Cavaliere di fare marcia indietro, perchè non è possibile che un ex premier dica quelle cose.
E’ intervenuto il capogruppo Cicchitto per spiegare che «il problema di oggi non è tanto quello che un singolo Paese abbandoni l’euro, ma che vada in crisi il sistema in quanto tale».
Monti dovrebbe ingaggiare «un’aperta battaglia in sede Ue: questo è forse l’unico punto su cui sono d’accordo sia il Pdl sia il Pd».
Cicchitto rimette la questione su un altro binario rispetto alle «provocazioni» di Berlusconi.
E Osvaldo Napoli bacchetta la Santanchè che con il suo invito a non pagare l’Imu sembra fare la grancassa alla posizione grilloleghista. «Il Pdl è un grande partito, candidato a governare l’Italia e non impegnato ad aizzare le piazze. Il Pdl vive e si riconosce nella linea del suo segretario Angelino Alfano».
E non in quella movimentista di chi viene mandata avanti da Berlusconi: questo è il sospetto di molti dirigenti del Pdl che si preparano a mettere in chiaro una serie di cose.
Tra le quali il fatto che il Cavaliere non può essere un allenatore.
Ma chi glielo dice che al massimo può fare il panchinaro?
Si aspetta di sentire Schifani che teme le spinte centrifughe visibili alla riunione dei parlamentari.
Su 365 invitati, ne erano presenti solo 168.
Certo era venerdì e il fuggi fuggi era già scattato da due giorni, ma molti erano e sono alla fermata in attesa che passi l’autobus di Montezemolo o di altri.
O sono sicuri di non essere ricandidati o eletti.
E poi sapevano che probabilmente l’assemblea era stata convocata come legittimo impedimento della presenza del capo al processo Ruby
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
E’ FINITA 236 VOTI A 178: NON C’E’ STATA LA GRANDE VITTORIA ANNUNCIATA… NELLA LEGA SEMPRE PIU’ SPACCATA C’E’ CHI TEME UN NUOVO CERCHIO MAGICO… UN ALTRO CONDANNATO, DOPO MARONI, A CAPO DELLA LEGA
Tra voglia di autonomia e un nuovo partito da costruire dopo gli scandali, a Padova la Liga Veneta ha votato per Flavio Tosi.
E lui, il sindaco di Verona, il nuovo segretario della Lega Nord-Liga Veneta.
L’elezione è avvenuta al congresso veneto del Carroccio a Padova.
Tosi ha ottenuto 236 preferenze su 414 votanti, il 57%. Allo sfidante Massimo Bitonci sono andati 178 voti (42%).
Un vittoria non eclatante che simboleggia una Lega sempre più spaccata.
Ieri in Lombardia Matteo Salvini aveva sconfitto il candidato bossiano, a conferma che un’era si è chiusa.
Al posto di Gianpaolo Gobbo, in carica dal 1998, arriva quindi il sindaco maroniano.
Allo Sheraton c’era tutto lo stato maggiore veneto del movimento si è riunito: Gobbo, il triumviro Manuela Dal Lago, il governatore Luca Zaia, il capogruppo alla Camera, Giampaolo Dozzo, oltre ai due candidati al congresso, Flavio Tosi e Massimo Bitonci, e a presiedere i lavori il nuovo tesoriere, Stefano Stefani, che ha preso il posto del plurindagato Francesco Belsito.
A ufficializzare il risultato il presidente del congresso Stefano Stefani.
A spingere Tosi c’è stato Roberto Maroni, che aspira alla poltrona che fu di Umberto Bossi.
“Il rinnovamento profondo della classe dirigente è proprio ciò che la Lega sta facendo” ha scritto il barbaro sognante su Facebook commentando l’elezione di Salvini.
“Il rinnovamento profondo della classe dirigente è proprio ciò che la Lega sta facendo — ha scritto — abbiamo cominciato ieri con Matteo Salvini, dobbiamo proseguire oggi con Flavio Tosi e continuare con il Congresso Federale di fine giugno. Da li’ ripartiremo con coraggio e vigore per riprenderci il consenso perso e per conquistarne di nuovo”.
Anche ieri, a qualche ora di distanza dall’elezione di Salvini, Maroni aveva mandato un post in cui parlava del neosegretario e del suo “gemello veneto” Tosi.
Intanto non c’è pace per la scritta “Padroni a casa nostra” che da anni campeggia sul muretto di fondo del prato di Pontida dove dal 1990 si svolgono i raduni della Lega Nord.
Nei mesi scorsi, mentre infuriava la polemica sull’uso dei rimborsi elettorali in casa leghista, in due diverse occasioni qualcuno ha modificato la scritta, cambiando la lettera iniziale, stando attento a usare lo stesso colore e carattere, trasformandolo in “Ladroni in casa nostra”.
La notte scorsa i correttori hanno deciso di fare le cose in grande, e, agendo probabilmente in gruppo, hanno direttamente coperto l’intero muretto e la relativa scritta con un grande murale colorato con dei coloratissimi “tag“, le firme dei graffitari.
La sezione leghista di Pontida, ormai pronta a intervenire in questi casi, ha annunciato l’immediato ripristino della scritta.
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Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
ROSARIO MONTELEONE, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE, COMPARE IN DIVERSE INCHIESTE… DALLE INTERCETTAZIONI EMERGONO I SUOI RAPPORTI CON MIMMO GANGEMI, AL CUI APPOGGIO SAREBBE RICORSO PER OTTENERE AIUTO ELETTORALE
Due giugno, festa della Repubblica, è il giorno in cui vengono nominati i cavalieri della
Repubblica.
E fra i nominati ieri da Giorgio Napolitano figura anche Rosario Monteleone, presidente del Consiglio regionale della Liguria.
Ma Monteleone, politico dell’Udc con una parentesi nella Margherita, compare nelle indagini che hanno portato all’inchiesta ‘Maglio’ e in alcuni passi dell’indagine ‘Crimine’, come ha denunciato oggi la Casa della Legalità di Genova.
Monteleone non è indagato ma dagli atti emergerebbe una sua vicinanza con Mimmo Gangemi, il fruttivendolo di San Fruttuoso accusato di essere il capo della ‘ndrangheta in Liguria, a cui sarebbe ricorso più volte per ottenere appoggio elettorale.
Nell’inchiesta ‘Crimine’, nel mezzo della lotta che oppone Gangemi a Domenico Belcastro per le candidature da sostenere, Belcastro si lamenta con Giuseppe Commisso perchè Gangemi vorrebbe sponsorizzare “un finanziere, uno sbirro.
Cinque anni fa ha detto che lui che è sbirro questo qua, che è un infame, adesso ha voluto appoggiare a Monteleone, lui lo potete appoggiare.
Uno vale l’altro, appoggiamo a Monteleone”.
La ragione di questa scelta, spiega ancora Belcastro, risiede nel fatto che il politico avrebbe promesso un posto di lavoro al genero di Gangemi.
Ma l’intercettazione rivela anche che i rapporti fra Monteleone e la consorteria non sono sempre stati pacifici e lineari.
In particolare, dalle indagini che hanno portato all’operazione Maglio (ma che non sono confluite nell’Ordinanza di misure cautelari) emerge che Monteleone si sarebbe servito dell’appoggio del clan già nelle elezioni del 2005.
Una volta eletto, però, non avrebbe mantenuto i patti convenuti, provocando così una rottura con il sodalizio che, in spregio, lo avrebbe soprannominato “il lardone”.
“Allora lo facciamo sto armistizio, la facciamo sta spaghettata?”, propone ancora Monteleone all’alba delle elezioni del 2010, in un tentativo di ricucire i rapporti con il clan.
L’intercettazione è riportata in un rapporto del Ros in cui si evidenzia “come gli amministratori locali (alcuni di origine calabrese) ben conoscessero i caratteri organizzativi della struttura ‘ndranghetistica, rivolgendosi a personaggi inseriti nel locale del capoluogo di Regione, per far giungere richieste di appoggio elettorale alle strutture periferiche”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
Monteleone, nel 2005 incassò l’appoggio della ‘ndrangheta per le elezioni regionali. Molteplici furono gli incontri presso il negozio di GANGEMI ed al bar vicino.
Poi ebbe dallo stesso gruppo facente capo al boss GANGEMI un bel pacchetto di tessere per vincere il congresso di partito.
Poi non mantenne la “parola” data agli ‘ndranghetisti che quindi lo consideravano un traditore, ribattezzandolo in senso dispregiativo “il lardone”. Alle ultime elezioni regionali è stato ricandidato.
Ha cercato di “ricucire” il rapporto con gli ‘ndranghetisti, come certificato dalle più recenti indagini del ROS (nell’immagine un estratto del loro rapporto alla Dda).
La “spaghettata” che proponeva per fare la pace ed incassare i voti non convince il Gangemi e gli altri componenti del “locale” della ‘Ndrangheta di Genova.
Monteleone viene rieletto in Regione, nella coalizione di Burlando (la stessa appoggiata fortemente anche da un altro affiliato della ‘ndrangheta, a quanto risulta dagli Atti, alias Vincenzo “Enzo” Moio).
Poi viene nominato Presidente del Consiglio Regionale della Liguria.
Per festeggiare la sua rielezione, dopo le elezioni del 2010, Monteleone ha pensato bene di fare una cena nel ristorante del noto boss “Gianni” (Giovanni) Calvo, esponente storico di Cosa Nostra a Genova, già dagli anni Novanta ed indicato chiaramente in due inchieste “pesanti” recentissime (una del ROS di Genova sulle attività di usura del boss ‘ndranghetista Garcea Onofrio con il riesino Abbisso Giuseppe (legato al Calvo; l’altra della DDA di Firenze).
Oggi, 2 giugno 2012, in occasione della Festa della Repubblica Rosario Monteleone, è stato formalmente nominato — per decisione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – “Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, nell’ambito delle onorificenze che venivano ufficialmente consegnate in occasione della Festa della Repubblica.
Non solo non si è dimesso dal Consiglio Regionale… ma gli viene data anche l’onorificenza della Presidenza della Repubblica.
(da “Casa della Legalità “)
Commento del ns. direttore
A proposito del Terzo Polo in Liguria, ricordiamo che Rosario Monteleone, in qualità di segretario regionale dell’Udc ligure, è stato l’artefice dell’operazione di inserimento nella Lista Musso, per le comunali di Genova, di uomini dell’Udc.
Il listone unico, voluto dal suo partito e dal segretario regionale di Futuro e Libertà , Enrico Nan, alla fine ha determinato l’elezioni di 3 consiglieri Udc su 4 e nessuno di Fli.
I fatti sopra indicati e ben noti da tempo avrebbero dovuto sconsigliare la dirigenza di Fli, partito che nel Manifesto programmatico fa della trasparenza e della legalità una bandiera, dal “confondersi” con personaggi di tale fatta.
Non a caso avevamo sostenuto, ovviamente inascoltati, la necessità che Fli si presentasse con il proprio simbolo, per tenere ben distinte le due liste.
Ma a Roma vige notoriamente la regola delle tre scimmiette: chi non vede, chi non sente e chi non parla.
E qualcuno vorrebbe il Terzo Polo in Liguria?
Con Monteleone e Nan?
Auguri.
argomento: Cossiga, denuncia, Futuro e Libertà, mafia, Napolitano, radici e valori | Commenta »