Destra di Popolo.net

PERCHE’ IL 2 GIUGNO DEVE ESSERE DIFESO

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

LA PRETESTUOSITA’ DELLA POLEMICA SULLA SFILATA MILITARE DELLE FORZE ARMATE

In questi   giorni dal mondo dei social network è salito un grido di dolore: no alla parata del 2 giugno.
L’argomento principale utilizzato è stato quello, senza dubbio a prima vista seducente, di devolvere i soldi necessari allo svolgimento della cerimonia a favore delle popolazioni terremotate dell’Emilia Romagna.
Una variante ha auspicato che   i militari impegnati nell’ evento fossero inviati in soccorso sul fronte del terremoto.
A rafforzare il ragionamento è stato rispolverato un provvedimento dell’allora ministro della Difesa Arnaldo Forlani che, nel 1976, sospese la parata del 2 giugno a causa del terremoto del Friuli.
Con la retorica di sempre, che profuma tanto di “excusatio non petìta, accusatio manifesta”, i soliti agit -prop del web si sono affrettati a precisare: la nostra proposta non è populismo, ma «buona politica», non è antipolitica, ma «vera politica» e compagnia cantando.
Non importa cosa sia, il punto è che l’idea non convince e si ha piuttosto l’impressione che nelle polemiche montate in questi giorni si siano sovrapposti due virus dai quali sarebbe bene guardarsi anche perchè infettano troppo spesso il mondo della rete.
Il primo è quello della disinformazione, accompagnata da un eccesso di semplificazione, una miscela istantanea che dà  vita a forme inedite di propaganda che la politica dovrebbe affrontare assumendosi le proprie responsabilità , senza acconciarsi a esse provando a cavalcarle.
È vero che nel 1976 Forlani abolì la parata, ma il devastante terremoto del Friuli del 6 maggio (all’incirca un migliaio di morti) era avvenuto quasi un mese prima. Di conseguenza non era stato ancora messo in moto tutto l’apparato organizzativo necessario allo svolgimento della parata con le relative spese. Inoltre, essendo il Friuli una zona di confine tra le più calde al tempo guerra fredda, aveva un’altissima presenza di militari residenti nel territorio e fu naturale, per evidenti ragioni logistiche e di praticità ‘ fare intervenire direttamente l’esercito, anche perchè la protezione civile allora non era stata ancora istituita.
La situazione di oggi è completamente diversa e l’argomento del risparmio con conseguente trasferimento delle risorse è manifestamente illogico.
Il terremoto dell’Emilia Romagna è avvenuto soltanto quattro giorni prima del 2 giugno e l’annullamento della parata non avrebbe comportato alcun risparmio per l’erario pubblico, essendo già  stati impegnati e spesi tra l’altro con un taglio del 40% rispetto alla manifestazione dell’anno.
Il secondo virus riguarda una propensione all’ideologismo senza confronto.
In questo   caso, quello di un pregiudizio antimilitarista che questa volta non ha esitato a strumentalizzare persino i morti del terremoto pur di entrare in azione. Ogni anno c’è sempre un buon motivo, sempre di- verso, per discutere polemicamente il nesso tra la festa della Repubblica e la parata militare.
Si tratta di un preconcetto che rivela la persistenza di vecchie contrapposizioni ideologiche incapaci di riconoscere che è giusto onorare quei militari proprio il 2 giugno, come ha ricordato ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poichè in tante recenti missioni hanno sacrificato la loro vita o riportato gravi ferite per garantire a ognuno di noi una maggiore sicurezza interna e internazionale.
Tra l’ altro, accanto a loro, sfileranno anche’ i rappresentanti del servizio civile, oltre alla Croce rossa, mentre la protezione civile e i vigili del fuoco saranno presenti quest’anno in modalità  ridotta proprio perchè impegnati in Emilia Romagna come loro precipuo dovere.
Quanti invocano furbescamente la presenza dei militari nei luoghi del terremoto fingono di ignorare che il loro intervento in occasioni di calamità  è previsto soltanto nei casi in cui la protezione civile si mostri inadeguata nell’affrontare l’evento.
Per fortuna non è questo il caso dell’Emilia Romagna.
Ha fatto bene, dunque, Napolitano a . tenere fermo il punto, pur avendo ascoltato le rimostranze, senza però farsi condizionare da ondate emotive, generose e genuine nel migliore dei casi, ma strumentali e manipolatorie nei peggiori.
Anche perchè l’opinione pubblica veicolata dal web è certo importante, ma non è rappresentativa dell’intera opinione italiana perchè settoriale, militante e con ampi gradi di autoreferenzialità  di cui sembra non avere la-giusta consapevolezza.
La Repubblica non può rinunciare a celebrare la sua nascita e Napolitano si è impegnato a garantire una cerimonia sobria in costante connessione sentimentale con le popolazioni terremotate per attivare un circuito anche simbolico di vicinanza tra istituzioni e popolo.
Di questo oggi c’è bisogno.
Un Paese serio e che crede nelle sue possibilità  di ricostruzione politica, morale e civile soccorre i terremotati con l’efficienza che le istituzioni regionali e comunali emiliane, i   partiti e la società  civile stanno dimostrando’ in questi giorni e, contemporaneamente, celebra la Repubblica, non vedendo contraddizione tra i due momenti, bensì un’occasione di rafforzamento dell’ intero sistema nazionale: sceglie l’unità  e la solidarietà , non la demagogia   e la divisione

Miguel Gotor
(da “La Repubblica”)

Commento del ns. direttore

L’occasione della parata del 2 giugno ha dato all’estero la visione di quanto sia arretrato culturalmente il nostro Paese: in nessuno Stato si sarebbe messa in discussione la celebrazione delle stesse ragioni della nascita della propria forma di costituzione.
Come se uno Stato efficiente non potesse contestualmente assicurare risposte serie ai terremotati e permettersi una semplice e ridotta parata militare.
Pazienza se l’argomento demagogico fosse stato utilizzato solo dalla sinistra estrema anti-militarista per vocazione che solo a vedere sfilare reparti militari è presa da convulsioni ideologiche.
Ma questa volta siamo andati oltre ogni buon gusto.
Mentre persino i terremotati veri dell’Emilia, intervistati in Tv, si dichiaravano favorevoli alla parata sobria, a differenza di chi specula su di loro, hanno gettato la maschera di “piccoli uomini” molti personaggi che avrebbero dovuto dimostrare “senso delo Stato”.
Il condannato a sei mesi con sentenza definitiva per resistenza a pubblico ufficiale Roberto Maroni ha definito la cerimonia “soldi buttati nel cesso” e parliamo di uno che è stato ministro degli Interni di questa Repubblica.
Forse lui è abituato a frequentarli, usando il tricolore come carta igienica o forse si riferiva a quelli spesi per la farsa dei ministeri a Monza.
Maroni ha trovato la buona compagnia di Di Pietro, proprio colui che ha un passato di magistrato della Repubblica, nonchè di poliziotto che interrogava gli imputati con la bomba a mano sulla scrivania.
Per cavalvare la peggiore demagogia anche lui . il presunto “fascistone” si è ridotto ad auspicare il divieto di una semplice sfilata.
In questa lista di personaggi patetici mettiamo però al primo posto l’ex camerata Alemanno, una volta fiero di vedere sfilare i reparti della Folgore e ora diventato un disertore della cerimonia.
Proprio lui che viene da una famiglia di militari, pensando di recuperare qualche consenso a sinistra, ha cavalcato il peggiore qualunquismo.
In altri Paesi personaggi di questo genere sarebbero messi all’indice, da noi persino le disgrazie diventano occasione di speculazioni.
E a chi sostiene che si sarebbe dovuto risparmiare rispondiamo con i dati alla mano: solo le calamità  naturali sono costate allo Stato 170 miliardi dal dopoguerra ad oggi, la messa in sicurezza sarebbe costata 25 miliardi.
Questo è il vero scandalo: che questa classe politica non ha mai investito in sicurezza, fregandosene della vita dei loro concittadini..
Tutto il resto sono solo chiacchiere di chi pensa di prendere per il culo il popolo italiano.

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CONGRESSO DELLA LEGA TRA DIVISIONI E INSULTI TRA BOSSIANI E MARONIANI, ELETTO SALVINI

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

BOSSI ANNUNCIA CHE NON ANDRA’ IN PENSIONE.. IL SEGRETARIO DELLA VALCAMONICA DICE “BASTA TROTE E PANTEGANE”… BASE SEMPRE PIU’ DIVISA

Bossi rimane, in corpo più che in spirito, anche nella Lega targata Maroni.
Lo ha ribadito anche al congresso nazionale del partito, in un intervento tutto incentrato sulla rinascita nel segno della continuità : “Noi non andiamo in pensione, è vietato andare in pensione a chi ha dimostrato capacità , così starò qui anch’io a lavorare”.
Bossi, in apertura ha anche ribadito che “Maroni è una mia creatura, lo conosco da quando era piccolo così, poi la Lega lo ha messo sotto la lente di ingrandimento e lo ha fatto diventare grande”.
Così, nella giornata d’avvio della stagione congressuale della Lega Nord, il partito ha mostrato ancora tutta la sua debolezza.
Al bar del Palacreberg i capannelli di delegati e le facce dei militanti raccontano molto più di tante parole.
C’è l’amarezza di molti per le parole dure pronunciate da Roberto Calderoli nel suo intervento di venerdì sera.
C’è la delusione di chi si aspettava annunci scoppiettanti. Ci sono gli strascichi di mesi di lotte interne.
E poco contano gli appelli all’unione e alla distensione.
La Lega è ancora divisa e lo si è capito dagli interventi dei delegati e dei segretari provinciali, come Enzo Antonini, segretario provinciale della Valcamonica, che ha esortato a gran voce il movimento a liberarsi dei fantasmi che hanno costretto la Lega all’angolo con una frase che vale molto più di mille giri di parole: “Basta trote e pantegane”.
Le difficoltà  della Lega sono emerse tutte nell’intervento del bossiano Cesarino Monti, candidato alla segreteria nazionale contro Matteo Salvini.
Ha parlato dal palco coperto dai fischi e dai rumoreggiamenti dei sostenitori del suo avversario: “La Lega non è un postificio, il cancro della Lega sono le persone che entrano per avere i posti”, sottolineando che “la Lega non è più una famiglia unita”, per scagliarsi poi contro il presenzialismo di Salvini e concludendo con un appello decisamente evocativo: “Smettetela di scrivere su quel cazzo di Facebook“, prendendosela indirettamente anche con Roberto Maroni, che negli ultimi mesi di facebook ha fatto il proprio canale di comunicazione principale.
Sul palco è salito anche Roberto Maroni e ha chiesto alla Lega di voltare pagina: “E’ arrivato il momento di elaborare il lutto, basta piangerci addosso, dobbiamo decidere che cosa fare da qui in avanti per vincere la battaglia storica iniziata tanti tanti anni fa”.
Maroni ha battuto ancora il chiodo della lotta all’Imu, lanciando una manifestazione per il prossimo 17 giugno, finendo per prendersela con Beppe Grillo e il suo esercito di “incapaci”, esaltando il ruolo dei “guerrieri” padani.
Alla fine tra Cesarino Monti e Matteo Salvini vincerà  la scelta più scontata.
Al termine della due giorni congressuale di Bergamo, l’eurodeputato è stato eletto segretario nazionale della Lega Lombarda.
La vittoria di Salvini è il primo passo del percorso di Roberto Maroni verso controllo del partito.
Oggi a Padova ci sarà  un altro appuntamento importante di questo percorso, con il congresso del Veneto che vede opposti Flavio Tosi e Massimo Bitonci. La partita decisiva è per fine mese, quando si eleggerà  il successore di Umberto Bossi.
Destinato a gestire le macerie.

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IL FISCO PREMIA CON 285 MILIONI DI EURO LE CONCESSIONARIE DELLE SLOT MACHINE

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

DUE DECRETI DEL GOVERNO BERLUSCONI FANNO PIOVERE CIFRE DA CAPOGIRO SULLE SOCIETA’ CHE GESTISCONO LE MACCHINETTE DELL’AZZARDO… MASSIMA BENEFICIARIA LA BPLUS DI CORALLO, LATITANTE PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Ci sono 285 milioni di euro che potrebbero essere destinati alla ricostruzione dell’Emilia. Sono lì nelle casse del governo, e potrebbero essere usati per aiutare le popolazioni colpite dal doppio sisma di martedì scorso e del 20 maggio.
E invece il tesoretto sarà  distribuito ai concessionari delle slot machine mentre il conto del terremoto sarà  pagato dai soliti grazie all’aumento delle accise sui carburanti.
Il primo tesoretto da 62 milioni.
Proprio il giorno dopo la prima scossa in Emilia, l’associazione di categoria delle imprese del settore slot, l’Assotrattenimento, ha emesso un comunicato entusiasta sintetizzato così dalle agenzie di stampa: “I gestori delle slot machine avranno un rimborso da 133 milioni di euro, grazie agli oltre 29,7 miliardi di euro raccolti dalle ‘macchinette’ nel 2011”.
Il decreto anti-crisi del governo Berlusconi del novembre 2008 prevede, infatti, un meccanismo diabolico che riduce l’aliquota delle tasse sugli introiti delle slot machine, quando la raccolta aumenta. Il tesoretto deriva quindi dalla riduzione dell’aliquota dal 12,6 per cento al 12,15 della raccolta grazie al boom del gettito del 2011, più 8,3 miliardi rispetto al dato di riferimento del 2008.
In realtà , secondo i calcoli dell’Azienda Autonoma dei Monopoli di Stato, il rimborso per i gestori sarebbe pari alla metà . Il direttore dell’Aams, Raffaele Ferrara, è in partenza.
Per lui è pronta la poltrona di amministratore di Fintecna Immobiliare. Ma i tecnici dell’Aams raggiunti dal Fatto in questo clima di smobilitazione, spiegano che “la differenza tra gli acconti versati finora e quella dovuta sulla base dell’aliquota ridotta non è di 133 milioni ma solo di 61 milioni e 922 mila”.
Una montagna di soldi comunque che dovrà  essere girata dai concessionari delle slot alle imprese dei gestori che installano le slot nei bar e raccolgono le monetine.
Ma non c’è alcuna ragione logica per attribuire i benefici della crescita delle giocate a chi già  ha guadagnato tanto in questi anni grazie al boom del gioco mentre le conseguenze negative sul piano sociale ricadono sulla comunità .
Il secondo tesoretto da 233 milioni di euro. Sempre dall’Aams però fanno notare che ai 62 milioni bisogna aggiungere un secondo tesoretto ben più consistente che sta per essere restituito proprio ai concessionari delle slot: 223 milioni di euro (poco meno dei danni strutturali in Emilia della prima scossa del 20 maggio) che lo Stato pagherà  per il raggiungimento dei livelli di servizio da parte dei concessionari .
La somma è attribuita grazie a un decreto del precedente governo Berlusconi del dicembre 2005 che premiava con lo 0,5 per cento della raccolta le concessionarie che investivano sulla rete telematica attraverso la quale devono controllare le slot sparse nei bar della penisola.
Grazie a questa norma, modificata nel 2008, sempre da Berlusconi, in seguito alle rimostranze dell’Unione europea, se le slot sono collegate correttamente alla rete dei concessionari e trasmettono i dati al cervellone della Sogei, cioè se fanno semplicemente il loro dovere rispettando gli obblighi della convenzione con i Monopoli, ai concessionari spetta un premio pari fino allo allo 0,5% della raccolta dell’anno.
Questa somma per l’anno 2011 dovrebbe essere pari a 223 milioni.
Entrambi i tesoretti dovranno essere divisi tra i concessionari pro quota: alla BPlus di Francesco Corallo andrà  il 24,3 per cento delle somme; a Lottomatica il 15 per cento; alla Hbg il 9,6 per cento; alla Gamenet il 12,8 per cento; alla Cogetech il 9,6 per cento; alla Snai il 7,1 per cento. Alla Gmatica il 5,3 per cento; a Codere il 2,6 per cento.
La condanna da 2,5 miliardi.
Il paradosso è che la Corte dei conti nel febbraio scorso ha condannato i medesimi concessionari a pagare 2,5 miliardi perchè molte slot non hanno trasmesso i dati alla rete controllata dalla Sogei per mesi, talvolta per anni, impedendo il controllo di legalità  sulle giocate dalla fine del 2004 fino al 2006. Il leader del mercato delle slot, la Bplus di Francesco Corallo, inseguito da un mandato di cattura emesso lunedì scorso dal Gip di Milano per associazione a delinquere, è stata condannata in primo grado a pagare 845 milioni di euro. La sentenza è stata impugnata e la sua efficacia è sospesa, ma un’eventuale conferma del verdetto in via definitiva porterebbe probabilmente al dissesto di Bplus e di molti concessionari.
Per la Corte dei conti, Cogetech deve 255 milioni; Sisal 245 milioni; Gamenet 23 milioni; Snai 210 milioni; Hbg 200milioni; Gmatica 150 milioni; Cirsa 120 milioni; Codere 115 milioni e Lottomatica 100 milioni.
Le stesse dieci concessionarie che incasseranno tra breve dall’Aams 223 milioni per l’assolvimento dei livelli di servizio nel 2011 devono ancora pagare — per i giudici contabili di primo grado — una somma dieci volte maggiore per l’inadempimento del periodo 2004-2006.
Per fare un esempio, Bplus ha già  incassato un centinaio di milioni di euro per il riconoscimento da parte di Aams dei livelli di servizio negli anni passati (secondo i bilanci, 51 milioni per il 2007-2008 e 37 milioni per il solo 2009) e potrebbe incassare altri 55 milioni di euro per il 2011 mentre — per la Corte dei conti — deve pagare 845 milioni per i suoi inadempimenti passati.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE MULTINAZIONALI IN FUGA DALL’EURO: PIANO DI EVACUAZIONE PER I CAPITALI

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

DA GLAXO A DIAGEO A HEINEKEN, SPOSTANO I FONDI DAI PAESI EUROPEI PIU’ DEBOLI… E OBAMA, INDEBOLITO DALLA MANCATA RIPRESA, ACCUSA GLI EUROPEI

La grande fuga dall’euro è cominciata davvero.
Non più solo risparmiatori greci e spagnoli che ritirano piccoli depositi dalle loro banche; non più solo capitali speculativi con le loro scommesse ribassiste.
Stavolta si muovono le multinazionali dell’industria, della grande distribuzione, del turismo e dei servizi.
Il deflusso dettato dalla paura coinvolge l’economia reale, non soltanto gli hedge fund e le banche di Wall Street.
L’allarme sale di un livello, contagia multinazionali americane ma anche europee: tutte a preparare “piani A, B e C”, scenari-catastrofe, misure preventive per limitare i danni mettendo i capitali al sicuro.
Nel giorno in cui torna a crescere la disoccupazione americana, mettendo in serie difficoltà  Barack Obama, nessuno è più al riparo dal disastro dell’eurozona.
Commentando la frenataccia dell’occupazione Usa, Obama punta un dito accusatore: “La causa sono i problemi dell’Europa”.
Si confermano anche i rallentamenti di Cina e India, provocati in buona dalla stessa causa: la caduta delle esportazioni verso l’Unione europea.
à‰ il Wall Street Journal a rivelare i grossi nomi dell’industria che stanno “tirando i remi in barca”, spostano fondi per non tenere più liquidità  in Grecia o altre nazioni considerate a rischio.
C’è il colosso farmaceutico GlaxoSmithKline, c’è il gigante delle bevande Diageo.
Ci sono fior di multinazionali europee come la Heineken olandese, il tour operator tedesco Tui, la catena inglese di supermercati elettronici Dixons.
In media il 20% delle imprese tedesche ammettono di avere in corso una sorta di “piano di evacuazione”.
Alcune società  di consulenza come Roland Berger, o grandi studi legali internazionali come Linklaters, fanno gli straordinari per rispondere all’assedio dei clienti, cioè le multinazionali in cerca di aiuto su come smobilitare il più presto possibile dai paesi a rischio dell’eurozona.
O quantomeno ridurre i danni, nell’eventualità  peggiore.
Gli scenari contemplati vanno “dalla paralisi dei pagamenti trans-frontalieri, all’anarchia civile in Grecia, fino alla disintegrazione generale dell’Unione monetaria europea”.
Le misure precauzionali prese dai big dell’industria: “Al primo posto mettere in salvo il cash, per non vederselo trasformato in dracme, o congelato da improvvise restrizioni sui movimenti di capitali”.
L’allarme partito dalla Grecia lambisce già  la Spagna, soprattutto dopo che la Bce ha bocciato il piano di salvataggio dell’istituto di credito Bankia: la tenuta dell’intero sistema creditizio spagnolo ora è più aleatoria.
Il Wall Street Journal spiega che i piani di evacuazione delle multinazionali dalla zona euro sono “gli stessi che furono messi a punto e collaudati più di un anno fa verso i paesi del Nordafrica coinvolti nella primavera araba”.
Un paragone che certo non depone a favore di Atene e Madrid.
Tra le misure già  avviate dalle multinazionali più prudenti: “Esigere dai clienti locali dei pagamenti anticipati al 50%, accorciare l’incasso delle fatture a 15 giorni”.
Lo chiamano “contingency plan” ma assomiglia di più ai preparativi di una ritirata strategica. Nel settore assicurativo, due colossi come Allianz Natixis avrebbero già  sospeso le polizze di garanzia sulle esportazioni verso la Grecia, considerando troppo elevato il rischio che gli importatori locali non paghino più la merce, oppuro saldino i debiti in una nuova moneta locale pesantemente svalutata.
Nella grande distribuzione, la catena francese degli ipermercati Carrefour avrebbe ridotto gli approvvigionamenti di beni di largo consumo dei marchi Nestlè, Danone, Procter&Gamble.
E’ una spirale della sfiducia autodistruttiva, che si auto-amplifica: dal fuggi fuggi precauzionale delle multinazionali non può che venire un altro colpo alla fragilissima economia greca, già  in caduta del 6,2% nel primo trimestre.
Perfino l’America è colpita in pieno dal ciclone dell’euro-sfiducia, e questo spiega il nuovo pressing di Obama nella teleconferenza di mercoledì sera con Angela Merkel, Franà§ois Hollande e Mario Monti.
Il dato sull’occupazione Usa a maggio è molto deludente: sono stati creati solo 69.000 posti aggiuntivi (al netto dei licenziamenti), meno della metà  del previsto.
Una crescita del lavoro così asfittica fa sì che il tasso di disoccupazione torni a risalire, dall’8,1% all’8,2%.
Il dato di maggio è il peggiore dall’inizio dell’anno e il New York Times lo giudica “potenzialmente devastante per Obama”.
Le sue chance di rielezione perdono quota, via via che l’opinione pubblica vede sfumare una ripresa che solo tre mesi fa pareva robusta.
Per Obama questo è il “terzo remake” di un brutto film.
Già  nella primavera del 2010 e nella primavera del 2011 accadde lo stesso: un inizio di ripresa Usa, abortito per colpa dei venti di paura venuti dall’eurozona.
Ora vi si aggiunge un effetto circolare: le potenze emergenti Cina, India, Brasile, perdono colpi tutte insieme.
Non c’è una sola locomotiva di crescita nel mondo, che riesca a compensare lo shock depressivo generato dall’eurozona.
Gli unici beneficiari sono i Bund tedeschi che ormai vengono collocati sul mercato a tasso zero.
Ma il credito a buon mercato è un vantaggio modesto per la Germania, se i suoi sbocchi di esportazione si rattrappiscono: è quel che Obama ripete alla Merkel, tentando di far leva sull’interesse nazionale tedesco che pure finirà  per pagare dei prezzi.

Federico Rampini
(da “La Repubblica”)

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IL NEOSINDACO PD DI CIVITAVECCHIA NON MOLLA IL SUO SEGGIO IN PARLAMENTO:“CAROGNE QUELLI CHE ME LO CHIEDONO”

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

ADINOLFI CHE DOVRENNE SUBENTRARGLI: “PATETICO” … POI ATTACCA BERSANI: “MI ODIA E STA FACENDO DI TUTTO PER NON FARMI ENTRARE ALLA CAMERA”

Pietro Tidei non molla e, anzi, passa al contrattacco, arrivando a insultare quanti lo hanno invitato a dimettersi, in ragione dell’incompatibilità  tra l’incarico di sindaco di Civitavecchia e di parlamentare del Pd.
Non solo Mario Adinolfi, il blogger che dovrebbe subentrargli alla Camera, ma anche diversi esponenti di spicco del Pd, che lo hanno sollecitato a fare un passo indietro, nel rispetto della legge e del codice etico del partito.
“Carogne”, ha tuonato contro di loro il neo-sindaco, che, di dimettersi, non ne vuole ancora sapere. “Sto rispettando la legge, attendo la comunicazione ufficiale del presidente della Camera”, fa sapere Tidei, che, più o meno inconsapevolmente, sta creando non poco imbarazzo ai vertici di largo del Nazareno.
Una parte del partito di Bersani (chiamato in causa, il segretario ha sottolineato che della vicenda è stato investito il gruppo parlamentare), si è schierata dalla parte di Adinolfi, l’eterno outsider noto per aver mosso aspre critiche verso la dirigenza del Pd.
Un ruolo che rivendica ancora oggi: “Bersani mi odia e stanno facendo di tutto per non farmi entrare alla Camera”, dice Adinolfi, anche se la direzione del partito ha fatto sapere di non essere intervenuta, nè di avere alcun ruolo nella scelta del sindaco-parlamentare.
Un vero e proprio giallo, alimentato anche dalla promessa fatta da Tidei durante la campagna per le amministrative: “In caso di elezione, mi dimetterò subito da deputato”, aveva garantito. Dimissioni che non sono arrivate.
Inizialmente, per giustificare il rinvio di quello che rimane, comunque, un atto ineludibile, Tidei ha tirato in ballo la vicenda del tribunale di Civitavecchia e la sua possibile chiusura.
“Prima delle elezioni, aveva ricevuto determinate garanzie. Qualcuno ha cambiato le carte in tavola, e adesso, a fronte di una possibile chiusura degli uffici giudiziari, ha chiesto di vederci chiaro. Appena avrà  ricevuto rassicurazioni in merito si dimetterà “, aveva fatto sapere il suo portavoce.
A distanza di dieci giorni da queste affermazioni, il parlamentare chiama in causa quelle stesse leggi alle quali si appellano i suoi “avversari”: “Le regole per l’incompatibilità  sono chiare e io le sto seguendo pedissequamente. Stiano tutti tranquilli e calmi   –   ha detto oggi parlando a Radio 24 –   Mi dimetterò entro 30 giorni da quando il presidente della Camera mi comunicherà  la sussistenza di una causa di incompatibilità  e mi inviterà  a scegliere. Non starò un minuto in più. Dopo le elezioni, mentre mi bruciavano la macchina e venivo accompagnato dai carabinieri per preservare la mia incolumità , pensi che razza di carogne chiedevano le dimissioni invece di mostrarmi solidarietà “.
Tidei adesso fa anche notare che a Civitavecchia esiste un problema “tecnico”: “In Comune ho trovato un buco da 31 milioni di euro con bilancio in dissesto e se entro il 30 giugno non approvo il bilancio il ministero mi scioglie il Consiglio comunale. Se io mi dimetto oggi dal Parlamento e mi sciolgono dopodomani il Consiglio, non sono nè parlamentare nè sindaco”. Dietro agli attacchi di Adinolfi, dice, ci sarebbe la “smania” di subentrare alla Camera, di una persona definita “intemperante, che si dimostra più adatta ai tavoli da poker, sui quali è giocatore professionista”.
Una presa di posizione che, naturalmente, non è piaciuta al blogger democratico, che definisce “pietosi” gli “attacchi personali” e ribadisce la necessità  di rispettare fino in fondo le leggi: “Dobbiamo evitare di mettere in scena uno show tristissimo, tra il vecchio che rivendica 42 anni di redditi da politica, culminati in doppia pensione e privilegi da onorevole, contro il subentrante scalpitante. Non è una rissa Adinolfi-Tidei. C’è una legge sull’incompatibilità  e va rispettata. Tidei si appella a procedure che, si sappia, scattano solo perchè lui rifiuta l’evidenza dell’incompatibilità . Il sindaco di Siena eletto nel 2011 si è dimesso il giorno dopo. Nel Pd la regola è questa, in ossequio alla legge e alla sentenza confermativa della Consulta”.
Sono molte le voci che si sono levate in difesa di Adinolfi, a cominciare da Debora Serracchiani (“le dimissioni di Tidei da deputato sono un atto dovuto per lo Statuto Pd e per la legge. Rinviarle non è accettabile per nessun motivo” ha scritto su Twitter) e Andrea Sarubbi, che ha messo in guardia il Pd dalle conseguenze delle mancate dimissioni: “Ogni minuto che passa è un voto in più a Grillo. 60 all’ora, 1440 al giorno. Se passano 2 mesi, sono quasi 90 mila”.
Esplicita anche un’altra collega di partito, Pina Picierno: “Questa storia delle non dimissioni di Tidei è scandalosa. Le regole non si piegano a interessi personali. Mai”.
Posizione condivisa da Salvatore Vassallo (deputato Pd): “Adinolfi può piacere o non piacere, ma il sindaco-deputato Tidei si deve dimettere da uno dei due incarichi subito”.
Il senatore democratico Lucio D’Ubaldo, in un post, parla di una “manganellata” da parte di Tidei nei confronti di Adinolfi, e invita il segretario regionale, Enrico Gasbarra, a prendere posizione: “Nel Partito democratico sopravvive una mentalità  sbagliata. Alcuni pensano, nel solco di prassi autoritarie, di manganellare l’interlocutore scomodo con formule inappellabili e decisamente offensive. Gasbarra, uscendo dal riserbo di questi giorni, dovrebbe intervenire a difesa di Mario Adinolfi. Tidei lo accusa di intemperanza e, rintuzzandone le pressioni come primo dei non eletti, lo giudica ‘più adatto ai tavoli da poker, sui quali è giocatore professionista a livello internazionale, che non al ruolo di onorevole a cui ambisce con tanto fervore’. Non è un linguaggio appropriato”.
Ne approfitta, ovviamente, il Pdl: “Le mancate dimissioni del neosindaco di Civitavecchia, Pietro Tidei, dimostrano come Nicola Zingaretti ed il Pd siano abituati a predicare bene e razzolare male. Non è possibile, nè tollerabile, fare i paladini delle regole a corrente alternata”, dice il parlamentare e coordinatore del partito a Roma, Gianni Sammarco.
Alla Camera, intanto, la Giunta per le elezioni ha avviato le procedure sull’incompatibilità  di Tidei (Leoluca Orlando, altro sindaco-deputato, ha fatto sapere di aver già  inviato una raccomandata, in cui rende nota la scelta di voler rinunciare all’incarico di parlamentare).
Il regolamento prevede 30 giorni di tempo per concludere la procedura.
Adinolfi, però, sembra scettico anche su questa scadenza: “Spero che il Pd non stia puntando a far raggiungere a Tidei la pausa estiva, che lo terrebbe in Parlamento almeno fino a ottobre”.

Marco Pasqua
(da “La Repubblica”)

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FORMIGONI, L’INCHIESTA ACCELLERA, SENTITO UN FUNZIONARIO REGIONALE

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

ASCOLTATO DAI MAGISTRATI L’EX ASSESSORE BUSCEMI… HA VISTO IL SUOCERO DACCO’ E SIMONE NEL CARCERE DI OPERA… IL FACCENDIERE STA COLLABORANDO CON GLI INQUIRENTI

Virano sempre più verso il Pirellone, le indagini della procura di Milano sui fondi neri delle cliniche Maugeri.
Lo dimostrano gli interrogatori: oltre ai dirigenti della fondazione, nei giorni scorsi è stato sentito, in gran segreto, un funzionario della Regione.
A Palazzo di Giustizia, inoltre, ieri si è affacciato Massimo Buscemi, ex assessore – prima con delega alle Reti e poi ai Servizi di pubblica utilità  – nelle giunte Formigoni, per parlare “spontaneamente” con Laura Pedio, uno dei pm che segue le indagini insieme ai colleghi Antonio Pastore, Luigi Orsi e Gaetano Ruta e al procuratore aggiunto Francesco Greco.
Non è la prima apparizione in procura di Buscemi, che a marzo aveva chiesto di parlare con l’aggiunto Alfredo Robledo, titolare dell’inchiesta per corruzione a carico dell’ex presidente del consiglio regionale il leghista Davide Boni.
“Non ho mai preso soldi in vita mia”, disse, in quell’occasione, Buscemi.
Questa volta parla di “visita di cortesia” e fa sapere di “essere sempre a disposizione” dei magistrati qualora volessero sentirlo.
Buscemi non è indagato. Il suo nome, però, è finito nelle carte dell’indagine sulla fondazione per un motivo: è il genero di Pierangelo Daccò, il faccendiere vicino a Comunione e Liberazione che ha ospitato, nei suoi viaggi di piacere il presidente della Regione Roberto Formigoni.
Il consigliere regionale del Pdl, infatti, ha sposato Erika Daccò, la stessa che, con la sua società , la Limes srl, ha venduto per tre milioni di euro una villa in Sardegna ad Alberto Perego, amico e coinquilino di Formigoni il quale, a sua volta, sembrerebbe aver contribuito all’acquisto con un milione di euro.
Agli atti dell’inchiesta, inoltre, c’è un’informativa nella quale gli investigatori notano un altro episodio che per loro prova lo stretto legame tra Daccò e Antonio Simone, l’ex assessore regionale Dc – amico di Formigoni e membro di Cl – arrestato per aver ricevuto una buona parte dei 70 milioni di euro che Daccò avrebbe sottratto alla Maugeri.
“Nelle scorse settimane – scrivono il vice questore aggiunto della polizia Mario Ciacci e il maggiore della Guardia di finanza Ernesto Carile – l’assessore Massimo Buscemi si è recato in carcere a Opera per incontrare il suocero Daccò e, subito dopo aver terminato il colloquio, ha incontrato Simone”.
L’annotazione è di gennaio: in quel momento Simone non è ancora stato arrestato. Come mai Buscemi lo va a trovare subito dopo aver parlato con Daccò? ”
Niente di strano – assicura a Repubblica Buscemi – io sono amico di Simone e quando era in libertà  lo frequentavo. Entrambi siamo imprenditori nell’editoria, lui nel settimanale Tempi, io come presidente di una concessionaria pubblicitaria, Pensiero Italia”.
Ma i detective, nella loro informativa, sembrano attribuire a Buscemi un ruolo diverso: “Il fatto che Daccò sia in carcere – scrivono – alla luce dell’incontro che Buscemi ha avuto con Simone subito dopo aver incontrato il suocero, portano a ritenere che Simone possa essere l’uomo più adeguato a supplire l’assenza del proprio “socio in affari” e proseguire quindi nelle attività  intraprese”.

Davide Carlucci
(da “La Repubblica”)

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CONSIGLIERE COMUNALE LEGHISTA DI UDINE: “LA DONNA INDIANA GETTATA NEL PO HA INQUINATO IL NOSTRO FIUME”

Giugno 2nd, 2012 Riccardo Fucile

ALLUCINANTE POST SU FACEBOOK DI LUCA DANDOLO SECONDO CUI L’INDIANO CHE HA UCCISO LA MOGLIE A PIACENZA PERCHE’ VESTIVA ALL’OCCIDENTALE NON SAREBBE COLPEVOLE TANTO PER L’OMICIDIO QUANTO PER “AVER INQUINATO IL SACRO FIUME”… E’ QUESTO IL NUOVO CORSO DI MARONI, TOSI E SALVINI?

“Maledetto, inquinare così il nostro sacro fiume…”
E ancora: “Vorrei vedere io se andassimo a defecare o sgozzare mucche e maiali sul Gange, cosa direbbero…”.
E per concludere: “Ah già , già  lo fanno…Ah beh, allora…..:o)” (testuale).
Il tutto scritto e firmato sulla sua pagina Facebook dal consigliere comunale di Udine della Lega Luca Dordolo.
L’esponente del Carroccio (che nella stessa pagina se la prende in maniera violentissima con l’Islam, invitando a “massacrare gli islamici con mestolate sul grugno”) “giustifica” questa sua ultima uscita con la notizia che proviene da Piacenza: una donna indiana incinta è stata strangolata dal marito perchè vestiva all’occidentale, poi è stata gettata nel Po.
Secondo Dordolo il marito indiano non sarebbe tanto colpevole dell’omicidio, ma di una cosa – a suo dire – ben più grave: aver gettato il corpo della donna “nel sacro fiume” del Carroccio.
Così facendo ha – secondo le tesi del consigliere leghista – “inquinato il nostro sacro fiume”.
Sotto l’allucinante post appaiono commenti in netto dissenso con Dordolo (“Si dovrebbe vergognare”, “ne riparliamo alle politiche”, “Si isoli in un convento”) e il nostro ha una risposta per tutti: inviti a fare un bagno nel Gange (il più soft), inviti all’impiccagione dell’intelocutore e qualcosa altro che preferiamo non riferire.
Il tutto sempre firmato da Luca Dordolo, consigliere comunale di Udine della Lega Nord.
E’ questo il nuovo corso di Maroni?

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CONGRESSI LEGA: SALVINI VERSO LA GUIDA DELLA LOMBARDIA, TOSI FAVORITO IN VENETO

Giugno 2nd, 2012 Riccardo Fucile

A BERGAMO VERRA’ ELETTO IL SUCCESSORE DI GIORGETTI, IN CARICA DAL 2002…IL 30 GIUGNO IL CONGRESSO FEDERALE CHE DOVREBBE INCORONARE MARONI PER ESEGUIRE LA MARCIA FUNEBRE DEL CARROCCIO

Inizia l’attesa stagione congressuale della Lega Nord con il doppio appuntamento in Lombardia e in Veneto, aspettando il congresso federale del 30 giugno e 1 luglio. Roberto Maroni, ormai lanciato verso la guida del partito, cerca l’en plein, ma non è tutto scontato come potrebbe sembrare.
I delegati lombardi da ieri sera al Palacreberg di Bergamo celebrano l’ottavo congresso nazionale durante il quale verrà  eletto il successore di Giancarlo Giorgetti, alla guida regionale del partito dal 2002.
I candidati in lizza sono due: l’eurodeputato Matteo Salvini (maronianissimo) e il senatore Cesarino Monti.
Sulla carta non dovrebbe esserci partita, tanto che Salvini viene già  dato per incoronato, grazie soprattutto all’intervento del super sponsor Roberto Maroni, che ha gestito le mire dell’altro maroniano pretendente al trono lombardo, Giacomo Stucchi. Non è un mistero che il deputato bergamasco tenesse particolarmente al ruolo di segretario nazionale, soprattutto dopo la rinuncia a cui era stato chiamato nei mesi scorsi quando, in seguito alla detronizzazione di Marco Reguzzoni, veniva dato in pole position per la guida del gruppo della Lega Nord alla Camera (poi andata a Gianpaolo Dozzo).
In cambio della doppia rinuncia all’ on. Stucchi dovrebbe andare la carica di vice segretario federale, sempre che Roberto Maroni riesca effettivamente a prendersi il partito al congresso di fine giugno, quello più atteso, che dovrebbe sancire la fine del regno bossiano (e secondo qualcuno anche la fine della Lega).
I lavori, iniziati ieri sera riprendono iquesta mattina con gli interventi dei triumviri Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago.
Il congresso lombardo verrà  chiuso dall’intervento del presidente federale Umberto Bossi, a cui seguirà  solo quello del segretario nazionale che sarà  eletto dall’assemblea dei delegati.
La partita sembra molto più complicata in Veneto, dove il congresso nazionale della Liga molto probabilmente non avrà  un percorso facile e lineare come quello lombardo.
Alle ormai note divisioni tra bossiani e maroniani si aggiungono quelle ataviche tra la Liga di Verona e quella di Treviso, con antipatie e tensioni incrociate che rendono le trame di partito complicate e imprevedibili.
A contendersi la guida del partito sono Flavio Tosi e Massimo Bitonci, personaggi di primo piano che rispondono a logiche contrapposte.
Le speranze di Roberto Maroni ricadono ovviamente tutte sul sindaco di Verona.
Il segretario uscente Gianpaolo Gobbo (che comanda il partito dal 1998) e tutta l’ala bossiana spingono invece per l’ex sindaco di Cittadella Bitonci.
Alla vigilia del congresso veneto è proprio lui a parlare in una nota ufficiale della necessità  di superare le divisioni interne al partito per il bene della Lega, tirando le orecchie a Maroni.
La causa scatenante è una cena di sostenitori di Flavio Tosi organizzata nel trevigiano a cui è stata annunciata la presenza di Roberto Maroni.
Bitonci punta il dito contro l’ex ministro che da un lato “ha parlato di dare la parola ai militanti, stigmatizzando le imposizioni di candidature piovute dall’alto” e dall’altro “sponsorizza apertamente il candidato Tosi, con tanto di manifesti, inviti e pullman organizzati ad hoc”.
Poi Massimo Bitonci conclude: “Mi spiace che per una semplice competizione elettorale si debbano etichettare i candidati dividendoli in bossiani e maroniani quando il sottoscritto non ha mai fatto parte di cerchi magici, non ha interessi di parte, mentre alcuni che ora si definiscono maroniani erano tra i più accaniti sostenitori di Bossi. Ricordiamoci che siamo tutti leghisti”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BASTA ESAGERAZIONI, L’EMILIA NON E’ SCOMPARSA

Giugno 2nd, 2012 Riccardo Fucile

TUTTO VIENE ENFATIZZATO A DISMISURA, A PARTIRE DALLA PAURA DELLA GENTE

Nelle ultime due settimane in Emilia Romagna ci sono stati 24 morti e danni per svariati miliardi di euro; gli sfollati sono quindicimila.
Bastano queste cifre per dire che una situazione è grave e degna di attenzione da parte di tutti gli italiani? Evidentemente no, non basta.
Così sono giorni che in tv, alla radio e sui giornali si sente parlare di «interi paesi cancellati dalle carte geografiche», o più sobriamente «rasi al suolo».
Ho sentito dire che Cavezzo, dov’ero appena stato, «non esiste più».
Ci sono titoli sui siti web – anche, ahimè, dei grandi giornali – che parlano di migliaia di emiliani che «soffrono la fame», di «assalti di sciacalli alle case danneggiate».
Mi domando se chi dice e scrive queste cose sia stato davvero in questi giorni a Mirandola, Cavezzo, Rovereto sul Secchia, Medolla, Carpi.
Paesi che hanno subito danni ingentissimi e molti lutti: ma che esistono ancora.
Paesi popolati da persone in difficoltà : ma non ridotte alla fame.
Paesi in cui i capannoni crollati sono per fortuna una piccolissima percentuale, non la norma.
Paesi in cui le abitazioni private hanno tenuto, grazie al cielo: anzi, grazie agli emiliani che le hanno costruite meglio che altrove.
C’è stato un terremoto, e basterebbe usare questa parola, terremoto: ce ne sono molte altre che incutono più terrore?
E invece no: si parla di inferno, di un mondo spazzato via, di un’intera regione in ginocchio.
Non è così: provate a girare per tutta l’area, da Modena fino su ai paesi dell’epicentro, e vedrete un film che non è quello che viene raccontato.
Un film drammatico, certo. Ma perchè dire e scrivere che è come il Friuli, l’Irpinia, L’Aquila? In Friuli ci furono mille morti, centomila sfollati, 18.000 case completamente distrutte, 75.000 gravemente danneggiate.
In Irpinia tremila morti, 280.000 sfollati, 362.000 abitazioni distrutte o rese inagibili. L’Aquila è ancora oggi, quella sì, una città  in ginocchio.
L’Emilia no: la gente che vi abita ha paura, e questo è comprensibile, ma le grandi città  sono intatte, il 95 per cento dei paesi pure, eppure l’altra sera in tv abbiamo sentito parlare (testuale) di «una regione distrutta».
Tutto viene enfatizzato a dismisura, a partire dalla paura della gente, che già  ha buoni motivi per avere paura.
L’altra notte l’ho trascorsa in piedi fra la gente in tenda.
Una notte certamente disagevole, soprattutto per la preoccupazione per il futuro. Ma non ho visto alcuna scena di panico. La mattina alle nove accendo la radio e sento: «Notte di terrore nelle tendopoli per sessanta nuove scosse». Che ci sono state, ma non tali da essere percepite.
Non si tratta di sminuire la gravità  di quello che è accaduto, ma di evitare che ai danni del terremoto si aggiungano quelli di un’informazione drogata.
L’altra sera parlavo con Michele de Pascale, assessore al Turismo del Comune di Cervia. Mi diceva di non capire la contraddizione: «Stiamo accogliendo nei nostri alberghi gli sfollati perchè qui da noi sono al sicuro. Poi riceviamo disdette per quest’estate: i clienti hanno sentito in tv che l’Emilia è distrutta. L’altro giorno un albergatore mi ha detto che lo hanno chiamato dalla Germania per annullare la prenotazione e hanno chiesto: ma siete ancora vivi?».
Domande alle quali ne aggiungo una diretta umilmente alla categoria di cui faccio parte: vogliamo davvero aiutare gli emiliani a ripartire?
Atteniamoci ai fatti.
Sono già  abbastanza gravi che non c’è bisogno di metterci il carico.

Michele Brambilla
(da “La Stampa”)

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